“Il caso Garlasco è un rompicapo. Abbiamo troppe difficoltà per dire ‘Oltre ogni
ragionevole dubbio’ che Alberto Stasi non è entrato in quella casa. Quando metti
in galera le persone, non puoi avere l’affanno di chi corre in salita. E in
questo caso mi viene un affanno pazzesco”. A parlare è il giudice Stefano
Vitelli, colui che nel 2009 assolse Alberto Stasi in primo grado per non aver
commesso l’omicidio di Chiara Poggi. Intervistato a Lo Stato delle Cose, il
giudice ripercorre gli elementi che lo portarono a pronunciarsi a favore di
Alberto Stasi, dichiarandolo innocente. Durante l’intervista, il giudice ha
anche presentato il suo nuovo libro, ‘Il ragionevole dubbio di Garlasco’, in cui
espone la sua personale ricostruzione della vicenda giudiziaria e processuale
del caso Garlasco.
Durante l’intervista con Massimo Giletti, Vitelli racconta con precisione quali
furono gli elementi che lo portarono ad escludere, a suo avviso, la colpevolezza
di Alberto Stasi e quindi a giudicarlo innocente per l’omicidio di Chiara Poggi.
Tra questi una particolare importanza la rivestì la telefonata che l’allora
24enne fece al 118 per denunciare il presunto ritrovamento del cadavere della
vittima: “Quella telefonata l’ho ascoltata tante volte. Nel libro racconto un
episodio secondo me molto bello e malinconico con un mio ex compagno del liceo
che non leggeva giornali e non sentiva le televisioni. Lui ha avuto
un’impressione diversa, non sentiva freddezza, ma ansia e paura”.
Secondo il giudice, dunque, una volta ascoltate entrambe le parti, l’accusa e la
difesa, non era possibile escludere con ragionevole certezza che il
comportamento di Stasi in quella telefonata fosse segnato da un forte sentimento
di paura: “Poniamo che il pm sottolinea che lui non dice che era la sua
fidanzata, non corre a soccorrerla, quindi c’è una sospetta freddezza. Poi
poniamo che l’avvocato della difesa mi dice che il suo assistito ha sbagliato il
numero civico perché ha avuto paura, io non posso dire che quello che mi dice il
legale è implausibile. Quando arriva l’ambulanza a Stasi viene misurata la
pressione arteriosa, camminava agitato sul vialetto della casa. Siccome in
sentenza bisogna motivare, il perché si aderisce a una tesi e perché l’altra
tesi è stata giudicata infondata, come faccio a dire che quello che dice la
difesa di Stasi non ha una sua plausibilità. Questo è un rompicapo e questo
rompicapo parte da questa telefonata”.
Uno dei principali elementi portati dall’accusa, inoltre, fu anche la presunta
impossibilità, per Stasi, di essere entrato in quella casa dopo l’assassinio di
Poggi e non essersi sporcato la suola delle scarpe con il sangue presente sul
pavimento. Anche in questo caso, secondo il giudice, non era così semplice
affermarlo con certezza: “I Carabinieri che sono entrati subito dopo di lui
avevano le scarpe e i calzari puliti, uno dei due Carabinieri fa due volte e
mezzo il tragitto”, spiega Vitelli. Che, però, in un altro passaggio si espone
più nettamente: “Alberto non poteva non calpestare anche le più piccole macchie
ematiche, non poteva non toccare alcune pozze di sangue. Il problema non è non
averle toccate, è che noi dobbiamo dire ‘tu hai toccato alcune macchie ematiche,
quindi devono per forza rimanere tracce ematiche sulle tue suole?’”. Ci
sarebbero, però, altri elementi che secondo il giudice andrebbero confrontati
con la questione del sangue: “Qui c’è tutto il problema delle ore passate, il
fatto che il sangue fosse secco. Stasi dice che il corpo di Chiara era in fondo
alle scale e il corpo di Chiara, secondo i Ris, è scivolato lentamente. Poi c’è
il problema che Stasi aveva poco tempo e non poteva vedere lo scivolamento”.
In merito a questo passaggio, dunque, per Vitelli ci sono “una serie di
difficoltà per affermare ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ che Stasi non è entrato
in quella casa (e ha finto di ritrovare il cadavere, ndr). C’è la difficoltà
delle prove sperimentali, che davano risultati molto discordanti, abbiamo la
difficoltà dello scivolamento lento. Come ho scritto nel libro, sembra un po’ di
correre in salita. Ma quando metti in galere le persone, non puoi avere
l’affanno di chi corre in salita, devi riuscire a spiegare linearmente e senza
difficoltà gli indizi”. E in questo caso, considerando che “chiunque non poteva
non calpestare le macchie ematiche, compreso il Carabiniere che fa due volte e
mezzo il tragitto”, Vitelli spiega chiaramente quale fu il suo punto di vista:
“Non ce la faccio a motivare che Stasi non è entrato, corro in salita, mi viene
un affanno pazzesco”, aggiunge.
Nonostante siano trascorsi quasi 19 anni dall’omicidio, il delitto di Garlasco è
tornato sotto i riflettori della giustizia con le nuove indagini della Procura
di Pavia su Andrea Sempio, il 37enne accusato per l’omicidio di Chiara Poggi.
Con la riapertura del caso, sono state richieste nuove perizie, come la BPA dei
RIS di Cagliari, che potrebbe riscrivere completamente la dinamica omicidiaria:
“Quantitativamente è importante. Ci sono giornalisti che mi chiamano dicendo di
avere delle indiscrezioni, ma la Procura di Pavia è eccezionale, non è uscito
nulla perché bisogna aspettare che chiudano le indagini. Ma sono rimasto turbato
da quello che dicono. Mi sono riletto la relazione dei Ris di Parma e mi sono
messo lì a ragionare”, racconta il giudice.
Vitelli fu il primo che, nel 2009, si espresse a favore di Stasi, giudicandolo
innocente. Un esito che fu prima confermato dalla Corte d’Assise d’Appello di
Milano nel 2011 e poi ribaltata dai successivi gradi di giudizio con sentenza
definitiva di condanna: “La differenza tra la mia sentenza e le altre? Dalla mia
sentenza a quella di condanna probabilmente c’è un approccio metodologico
differente. Nella condanna è prevalsa una concezione unitaria degli indizi, si
rafforzavano nella loro molteplicità pur con alcune criticità. C’è una
conclusione di cui sono convinto, gli indizi vanno visti nella loro autonomia,
pesati nella loro precisione, devono essere certi, e nella loro gravità, solo
dopo li puoi sommare. La somma di più zeri non dà l’unità”.
Durante l’intervista, pur non entrando nel merito dell’aspetto giudiziario,
Vitelli racconta il suo punto di vista umano su alcuni passaggi da lui ritenuti
importanti, professionalmente e personalmente. È il caso della famosa bicicletta
nera che sarebbe stata vista appoggiata sul muretto esterno all’ingresso della
villetta Poggi. Fu una signora, vicina di casa di Chiara, a testimoniare di
averla vista intorno alle 9 del mattino in cui è stato commesso l’omicidio.
Sull’importanza che avrebbe potuto avere questa testimone, racconta Vitelli, fu
fondamentale un suo confronto con sua madre, che lui racconta nel suo libro: “Mi
disse: ‘Noi vecchi possiamo anche sbagliare, ma difficilmente abbiamo la malizia
di mentire’. Mostro degli aneddoti umani, che non sono decisivi, ma che
concorrono nel nostro flusso di coscienza. Io avevo già deciso di fare delle
perizie, in fondo siamo in (rito, ndr) abbreviato, non potevo sentire tutti. Poi
capii che mia mamma si identificava in quella testimone, mi ha detto di sentirla
e l’ho fatto”.
A meritare una certa attenzione dal punto di vista giudiziario, ricorda Vitelli,
fu anche la nota cartella del PC, chiamata ‘Militare’, nella quale Stasi avrebbe
conservato del materiale pornografico, che secondo alcuni sarebbe stata vista da
Chiara la sera prima dell’omicidio e ciò avrebbe potuto provocare un litigio
violento tra i due: “Lì c’è una linea retta, il 12 agosto non vediamo scompensi
tra Chiara e Alberto. Chiara pare che sia stata lei a leggere la tesi e a
correggerla, poi rientra Alberto Stasi, lavora con continuità alla tesi. Non
abbiamo degli sbalzi, non vediamo delle interruzioni”.
Proprio questa ricostruzione porterebbe Vitelli a pensare che non si fosse
scatenato un litigio tra Stasi e Chiara la sera prima dell’omicidio: “Ci fosse
stato, ti aspetteresti un’interruzione di questa routine di coppia, invece
rimane tutto piatto. Non ci sono tentativi di chiamata che lo provano. I moventi
vanno provati, non vanno supposti, deve essere la pubblica accusa che lo prova
in maniera convincente. E’ improbabile che in quella sera sia montato un
litigio, è importantissimo che il litigio sia montato la sera, perché se fosse
stato lui non avrebbe avuto tempo di litigare la mattina, siccome i tempi erano
molto ristretti. Ma doveva essere un litigio che monta, perché se è successo
quello che è successo. Ma dov’è il segnale di un litigio che monta? Noi abbiamo
fatto uno sforzo enorme”, conclude.
L'articolo “Con Alberto Stasi mi viene un affanno pazzesco. La telefonata al
118? Questo caso è un rompicapo e tutto parte da lì”: parla il giudice Stefano
Vitelli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Non credo ci siano i resti di Emanuela lì sotto ma qualcosa che riguarda lei
forse sì”: così Pietro Orlandi ieri a “Storie Italiane”, il programma Rai
condotto da Eleonora Daniele. Il fratello della cittadina vaticana scomparsa il
22 giugno del 1983 parla degli scavi in corso alla Casa del Jazz di Roma.
GLI SCAVI INTERROTTI
I lavori erano partiti, un mese fa circa, su iniziativa dell’ex giudice
Guglielmo Muntoni che ha reperito dei fondi privati per procedere. La sua
ipotesi investigativa è che i sotterranei di Villa Osio, prima che venisse
confiscata alla criminalità per diventare un polo culturale, possano nascondere
qualcosa nell’antica e storica galleria che venne tombata nel 1994 da Enrico
Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana che acquistò la villa dal
Vicariato. “Potremmo trovare dei corpi lì sotto e uno dei corpi ipotizzati è
quello del giudice Paolo Adinolfi” ha dichiarato Muntoni. (fonte: Il Giornale).
Il giudice scomparso e mai ritrovato lavorava per la sezione fallimentare di
Roma e a quel tempo stava indagando, siamo agli inizi degli anni ’90, su alcune
grosse operazioni finanziarie illecite gestite anche da Nicoletti. A orientare
gli scavi è stato, nelle scorse settimane, don Domenico Celano, un sacerdote che
apparteneva alla congregazione religiosa che ha gestito la compravendita del
Vicariato di Roma al boss della banda di Romanzo Criminale. Adesso, i lavori
sono stati bloccati. “Improvvisamente si sono fermati dopo aver inserito la
sonda, non sappiamo perché. Pensavamo per il mal tempo – ha ipotizzato ieri
Eleonora Daniele – ma adesso a Roma splende il sole da giorni”. “C’è qualcosa in
più – ha suggerito ieri Pietro Orlandi –, hanno investito tempo e soldi: che
smettano di cercare è quantomeno strano. Il fatto che li abbiano bloccati mi fa
pensare che può essere successa qualunque cosa. Evidentemente con la sonda
avranno visto qualcosa e hanno preferito forse interrompere i rapporti coi media
per procedere con cautela. Qualcosa è accaduto, se non avessero trovato nulla lo
avrebbero detto, no?” si domanda Orlandi dopo che, giorni fa, era stata diffusa
la notizia del ritrovamento della botola che conduceva al sottosuolo interrato
da Nicoletta, poi trivellato e sondato dagli operai.
LE PAROLE DEL PRETE
“Lì sotto potrebbe esserci qualcosa di Emanuela, potrebbe avercela messa Enrico
De Pedis, io penso che lì qualcosa c’è”, ha detto ieri Pietro Orlandi. Poche
settimane fa, don Celano, il sacerdote che ha indicato agli operai dove scavare,
aveva tracciato una breve storia di Villa Osio davanti alle telecamere di Storie
Italiane. “Quel bene fu alienato dal Vicariato per appoggi che Nicoletti aveva
nelle alte sfere, riuscì a orientare le autorità religiose sulla vendita.
Nicoletti era persino parente di un monsignore del Vicariato. (Quando era di
proprietà della Chiesa, ndr) Andavamo a giocare in quel tunnel coi seminaristi –
ha poi aggiunto don Celano – e solo dopo Nicoletti l’ha ampliato rompendo un
muro. Se scavano, di sicuro trovano il tunnel di cui parlo”. Don Celano ha anche
costruito a mano un modellino di Villa Osio che ha recapitato ieri al programma
Storie Italiane. Un disegno di com’era, lo consegnò nel 2011 anche alla sorella
di Emanuela Orlandi, Natalina. Ha ribadito nelle scorse settimane di averlo
consegnato al marito di Natalina che è architetto “perché facesse delle
verifiche al catasto”. “Era un periodo molto particolare – ricorda Pietro –, non
potevamo andare a scavare noi ma avvisammo chi di dovere su questa questione”.
Per un periodo don Celano non ha più parlato alla stampa, “Mi hanno detto bocca
cucita, non posso più parlare” ma ieri ha rotto di nuovo il silenzio stampa a
Storie Italiane.
IL DOCUMENTO SCOMPARSO
A Villa Osio si era, tempo fa, già scavato, ben prima che diventasse la Casa del
Jazz, nel 1997. Eleonora Daniele ha ieri mostrato la relazione finale sulla
conclusione degli scavi, datata luglio del 1997. Su cui c’è scritto: “In nessun
punto sono presenti tracce di attività umane risalenti all’ultimo decennio,
fatta eccezione per la gradinata ed è esclusa la presenza di cadaveri umani”.
“Manca una pagina da questa documentazione”, ha fatto notare la conduttrice
televisiva. “Non condivido questa conclusione – ha spiegato l’avvocato di Pietro
Orlandi, Laura Sgrò –.perché all’epoca coi georadar sono stati in un’area ben
delimitata che invece si estende attraverso cunicoli che non sappiamo dove
portino. Non possiamo più essere spettatori di tutto questo. Chiederemo alla
procura di aprire un’indagine in relazione a questi scavi e che don Domenico
venga ascoltato. Credo che sappia molto di più di quello che ha detto E più di
una volta ha utilizzato questa frase: “Lo sapevano tutti, ma cosa? Che andasse a
raccontarlo agli inquirenti”. Che il prete in questione sappia qualcosa in più
lo pensa anche Pietro Orlandi: “Lui parla chiaramente di Emanuela Orlandi, fa
sempre il suo nome con riferimento a fatti particolareggiati. Ci sono tre
inchieste aperte su mia sorella e nessuno lo ha ancora convocato, mi pare
assurdo. Credo sia un dovere ascoltarlo da parte delle procure (italiana e
vaticana) e della commissione parlamentare, era la prima cosa da fare. Forse non
può dirlo ai media ma qualcosa lui saprà”.
LA PISTA FAMILIARE
Ieri, anche il giornalista Massimo Giletti è tornato sul mistero della Vatican
Girl nel suo programma “Lo Stato delle cose”. “Io vado avanti per la mia strada,
seguendo la pista familiare”: ha dichiarato, rispondendo alle critiche della
famiglia Orlandi. “Una pista mai seguita e approfondita in modo serio”, ha
aggiunto Giletti, puntando il dito contro gli inquirenti dell’epoca. Giletti ha
poi nuovamente mostrato un verbale dei Carabinieri datato 30 agosto 1983 in cui
Natalina raccontava al Capitano dell’arma di alcune avances ricevute, nel 1978
quindi cinque anni prima, dallo zio Mario Meneguzzi. La questione è riemersa due
anni fa durante il Tg La7 quando Enrico Mentana mostrò una lettera spedita dal
Vaticano al padre spirituale di Natalina (l’unico a conoscenza dei fatti, oltre
al marito di lei) in cui il sacerdote confermava al segretario di Stato del
Vaticano di queste “avances verbali” (ha poi chiarito la donna in tempi
recenti). “Colpisce il modo in cui è stata sminuita la cosa”. (fonte: Lo Stato
delle Cose”. “Perché Pietro – ha dichiarato Giletti rivolendosi al fratello di
Emanuela Orlandi – non sto dicendo che tuo zio ha rapito tua sorella ma che
bisognava indagare meglio”.
LE PAROLE DI NATALINA
“A 70 anni non potrei pensarla come a 20, sarei ridicola”: ha detto Natalina
Orlandi a Lo Stato delle cose, rispondendo all’accusa di aver ridimensionato i
fatti del 1978. “All’epoca sono stata onesta, l’ho raccontata a chi di dovere
(ai Carabinieri, ndr). Non l’ho raccontato certo a mio padre. Quando accadde, il
mio fidanzato andò da mio zio e gli disse di lasciarmi in pace. Fu risolto così,
non l’ha più fatto. Ho salvato la mia famiglia, è stata una mia decisione mia e
nonostante tutto oggi confermo che mio zio Mario è stata l’unica persona che ha
aiutato mio padre. Sia lui che il fratello: furono loro a stampare i manifesti
di Emanuela che mettemmo in giro per Roma. Per me la questione era risolta,
adesso la fate sembrare non risolta”. “Io se avessi dei dubbi anche su mio padre
– ha risposto Pietro agli inviati de Lo Stato delle Cose – lo direi perché
voglio arrivare alla verità. La storia delle avances è finita lì e non c’entra
col rapimento di Emanuela. Non posso pensare che il Vaticano e Papa Giovanni
Paolo II abbiano detto delle cose perché tentano di coprire mio zio da 42 anni.
Io vado avanti, voglio capire cosa è successo a Emanuela, non stare dietro a
questo gossip. 40 anni di falsità mi hanno stancato”.
L'articolo “Perché hanno interrotto gli scavi alla casa del Jazz? C’è qualcosa
lì sotto forse”: le parole di Pietro Orlandi e il “giallo” del documento
scomparso proviene da Il Fatto Quotidiano.
Massimo Giletti è stato aggredito in centro a Roma mentre stava rivolgendo delle
domande a un uomo che prima gli ha rilasciato un’intervista e poi lo ha colpito
con un pugno, rifiutando di rispondere ad ulteriori domande sul caso della
scomparsa di Emanuela Orlandi.
L’AGGRESSIONE
Il giornalista stava lavorando a un servizio sul mistero della scomparsa della
cittadina vaticana avvenuta nel 1983, per il programma in onda su Rai 3 ‘Lo
stato delle cose’, per cui il conduttore ha scelto di seguire la cosiddetta
pista familiare che vede al centro lo zio di Emanuela Mario Meneguzzi, scomparso
da diversi anni. La persona inseguita da Giletti, lo dice lo stesso giornalista,
è un ex agente dei servizi segreti che aveva fatto parte del Sisde: lo stesso
ascoltato giovedì scorso dalla commissione parlamentare di inchiesta dopo che
proprio ‘Lo stato delle cose’ aveva ricostruito che Mario Meneguzzi, zio di
Emanuela Orlandi, era stato avvertito del fatto che gli stessi Servizi all’epoca
lo stessero pedinando (fonte: Rainews). Del resto, è già noto che l’uomo fosse
stato attenzionato dagli inquirenti ma i sospetti contro di lui caddero presto
perché non vennero riscontrati elementi di prova sul suo coinvolgimento nella
scomparsa della ragazza avvenuta il 22 giugno del 1983. E il suo alibi – quel
giorno era a 200 chilometri da Roma insieme alla moglie Lucia, alla figlia
Monica e alla cognata Anna Orlandi – venne, evidentemente, riscontrato da chi
indagò all’epoca. “Ma fu fatto molto poco”, ha dichiarato ieri Giletti in
trasmissione. Secondo quanto riporta Rainews, la soffiata a Meneguzzi all’epoca
sul fatto che lo stessero pedinando, sarebbe arrivata “da una persona legata ai
servizi segreti: Giulio Gangi, oggi deceduto, che lavorava in coppia proprio con
l’uomo coinvolto nell’episodio”. Lo stesso Gangi sin da subito si mise sulle
tracce della Vatican Girl, e a quanto pare conosceva i cugini di Emanuela tra
cui il figlio di Mario Meneguzzi, Pietro. “Gangi lo conoscevo, lavoravamo al
Sisde” ha dichiarato l’ex agente che ieri ha colpito Giletti (prima di
aggredirlo) ma l’uomo ha anche negato di conoscere le motivazioni per cui
Meneguzzi sarebbe stato all’epoca avvisato del pedinamento nei suoi confronti.
L’uomo ha negato di aver avvisato Gangi: “Se uno è corrotto non significa che lo
sono tutti. Non so se e perché lo abbiano avvisato”, ha dichiarato a Giletti. “I
servizi avvisarono lo zio di Emanuela che era pedinato e chiamò qualcuno dei
Servizi per chiedergli chi lo seguisse”, ha dichiarato ieri in tivù Giletti.
“MI HA COLPITO UNA SECONDA VOLTA MANDANDOMI PER STRADA”
“Chi è il soggetto in questione? È un ex dei servizi segreti, che ha fatto anche
la legione straniera e credo sia stato anche tra i paracadutisti. Giovedì
scorso, quando è stato ascoltato e interrogato da Andrea De Priamo, presidente
della commissione Orlandi – spiega Giletti all’ANSA – ho provato a intervistarlo
sulla vicenda. Sto seguendo infatti una pista che non è stata mai approfondita:
il coinvolgimento dello zio Mario Meneguzzi nel rapimento di Emanuela Orlandi.
Nel momento in cui l’ho incalzato per quattro, cinque minuti, chiedendogli come
mai i servizi segreti avessero avvertito lo zio di Emanuela del fatto che era
pedinato dalla polizia, ha perso la testa, si è girato e mi ha colpito come un
pugno. Io, che sono alto e vaccinato, sono nato in strada e ho fatto parecchie
battaglie da ragazzino, non mi sono spaventato e ho insistito. Quello che manca
purtroppo nel filmato è una seconda parte, in cui mi ha colpito di nuovo
violentemente mandandomi in mezzo alla strada: purtroppo ha colpito anche il
telefono che è andato in tilt”. E infine “denunciare? Come diceva Minoli, sono
un giornalista di strada, e i giornalisti di strada sanno quello che succede
quando fai domande scomode: il primo a colpirmi, vado a memoria, fu Umberto
Bossi, parliamo del 1992-1993, gli anni di Mixer. Quando fai domande scomode,
anche i politici perdono la testa. Io volevo querelare, Minoli mi disse: uno
come te prende e incassa”,
IL SERVIZIO
La scorsa settimana, “Lo Stato delle cose” aveva diffuso la notizia della
perquisizione da parte dei Carabinieri della casa di Mario Meneguzzi in località
Torano, a Spedino, (la stessa in cui si trovava il giorno in cui venne rapita
sua nipote). Tale perquisizione è avvenuta nel 2024, dopo che la figura di
Meneguzzi era stata nuovamente tirata in ballo da Enrico Mentana durante il Tg
La7. In quel servizio venne mostrata una lettera all’allora segretario di Stato
del Vaticano di un sacerdote sudamericano, padre spirituale della sorella di
Emanuela, Natalina Orlandi che aveva confessato al prete di aver ricevuto delle
“semplici avances verbali da parte di mio zio che però caddero lì” (ha precisato
poi in conferenza stampa, nel 2023, la donna). Per questo motivo, “Zio Mario”
venne indagato all’epoca dei fatti ma la sua posizione fu presto archiviata con
un nulla di fatto. Ieri, Giletti ha parlato di una nuova perquisizione avvenuta
in un altro appartamento, mostrando nuovamente i documenti della Procura che
risalgono ai giorni della scomparsa da cui si legge che anche il fidanzato di
Natalina all’epoca disse ai Carabinieri delle avances ricevute. In
quell’occasione, Natalina confermò alle forze dell’ordine i fatti (avvenuti nel
’78, cinque anni prima, ndr) ribadendo il suo imbarazzo per gli atteggiamenti di
suo zio “a cui risposi sempre negativamente”: così disse al sostituto
procuratore Domenico Sica che era a capo delle indagini.
LA SMENTITA DELLA FAMIGLIA
“Siamo stati tutti quanti pedinati, mi sembra che cascate dal pero. Siamo stati
controllati tutti, sia gli Orlandi che noi Meguzzi, è stato scritto dappertutto.
Gli inquirenti giustamente all’inizio hanno voluto verificare che in famiglia
non ci fosse qualche problema ma non ci hanno ancora arrestati. Siamo qui dopo
42 anni e siamo tranquilli” ha detto ieri Giorgio Meneguzzi, figlio di Mario,
all’inviata de Lo Stato delle cose. “Sugli inseguimenti non furono i Servizi che
avvisarono mio zio ma il contrario – ha spiegato ieri Pietro Orlandi con un
messaggio sui social –, mio zio si sentiva seguito, avvisò Gangi perché aveva
paura e non sapeva chi fossero. Gangi disse: prendi la targa, gli lesse la targa
e dopo un po’ gli dissero, di stare tranquillo perché era una loro auto.
Comunque Giletti inventa date, fa passare che siano indagini attuali evitando di
dire che ci furono indagini approfondite e chiuse perché non fu provato nulla”.
L'articolo Massimo Giletti è stato aggredito e colpito con un pugno da un ex
esponente dei servizi segret mentre tentava di intervistarlo sul caso Emanuela
Orlandi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ieri, martedì 2 dicembre, era stato arrestato e riportato in carcere per aver
violato una prescrizione imposta con i domiciliari. Oggi per Salvatore Baiardo,
l’ex gelataio di Omegna già condannato per favoreggiamento ai boss mafiosi
Giuseppe e Filippo Graviano (da lui aiutati nella latitanza negli anni ’90), è
arrivato il rinvio a giudizio per il reato di calunnia aggravata nei confronti
del giornalista Massimo Giletti e per favoreggiamento, secondo l’accusa, in
favore di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Cosa Nostra.
La decisione è stata presa dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale
di Firenze, Fabio Gugliotta. Al centro del caso alcune dichiarazioni rese nel
2023 durante il programma televisivo Non è l’Arena su La7 e anche davanti ai
pubblici ministeri fiorentini della Direzione distrettuale antimafia che
indagano sulle stragi mafiose del 1993. Il processo inizierà l’11 febbraio 2026.
Il rinvio a giudizio segue l’udienza preliminare iniziata martedì 2 dicembre,
durante la quale i pubblici ministeri fiorentini Lorenzo Gestri e Leopoldo De
Gregorio hanno chiesto e ottenuto l’arresto di Baiardo, sostituendo i
domiciliari con il carcere, accusandolo di aver violato il divieto di incontrare
persone nella sua abitazione di Trabia, in provincia di Palermo. Massimo Giletti
si è costituito parte civile, assistito dall’avvocato Antonio Ingroia. Baiardo è
difeso dall’avvocato Roberto Ventrella.
La vicenda giudiziaria riguarda in particolare la presunta calunnia di Baiardo
durante le puntate della trasmissione condotta da Giletti su La7 fino alla
sospensione del 13 aprile 2023: secondo l’accusa, l’ex gelataio avrebbe negato
un episodio in cui avrebbe mostrato al conduttore una foto degli anni ’90 che
ritrarrebbe Silvio Berlusconi, il boss Giuseppe Graviano e il generale dei
carabinieri Francesco Delfino, sostenendo che il giornalista lo avesse
inventato. La Dda fiorentina lo accusa inoltre di favoreggiamento quando
Baiardo, sentito come persona informata sui fatti, avrebbe dato – in più volte,
tra il 2020 e il 2023, in verbali resi a Firenze e a Palermo – indicazioni “non
veridiche“, al fine di delegittimare collaboratori di giustizia che accusano
Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, o “mendaci” e reticenti sulle reali
ragioni dell’incontro del 14 febbraio 2011 con Paolo Berlusconi, che gli
inquirenti ritengono realmente avvenuto, dopo aver cercato invano di contattare
Silvio Berlusconi mentre era premier. Baiardo è accusato anche di calunnia
aggravata ai danni di un altro soggetto, il sindaco di un paese del Piemonte,
Cesara, Giancarlo Ricca.
Lo stesso gup ha invece prosciolto Baiardo per le dichiarazioni contestate dalla
procura antimafia di Firenze come favoreggiamento e risalenti al 2020 e 2021 ma
che costituivano una riproposizione di quelle già fatte nel 2011 relative a un
incontro con Paolo Berlusconi a Milano e alla presenza dei Graviano a Palermo o
a Omegna il giorno della strage di Capaci del 1992. Il gip di Firenze e il
tribunale del Riesame di Firenze avevano già escluso la gravita indiziaria di
tali rivelazioni.
“Questa decisione del giudice è importante – ha dichiarato l’avvocato Antonio
Ingroia – perché conferma l’onestà e la trasparenza del lavoro professionale del
giornalista Massimo Giletti, che è stato ingiustamente infangato da Baiardo
accusandolo di aver detto il falso. Giletti ha sempre lavorato per la verità,
come ha riconosciuto il giudice. Andremo al processo con serenità e in quella
sede cercheremo anche di ricostruire il contesto in cui venne presa la decisione
di sospendere il programma televisivo di Giletti”, ha concluso.
Si preannuncia pertanto un processo scoppiettante. Baiardo non ha chiesto riti
alternativi e dunque è probabile che saranno auditi come testimoni in aula vari
personaggi famosi come Antonino Di Matteo o Urbano Cairo, citati a sommarie
informazioni nelle indagini da parte dei pm.
L'articolo Salvatore Baiardo rinviato a giudizio: è accusato di calunnia nei
confronti di Massimo Giletti e favoreggiamento proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nell’ultima puntata andata de “Lo stato delle cose” in onda ieri sera su Rai
Tre, il giornalista Massimo Giletti si è concentrato sul caso della scomparsa di
Emanuela Orlandi. “Siamo entrati in possesso di un documento estremamente
riservato da cui emerge che c’erano delle pagine riservatissime sulla famiglia
di Emanuela e in particolare su zio Mario. C’è un dato molto delicato, a questo
documento mancano quattro pagine, in questo momento è alla Procura di Roma. Chi
ha tolto queste quattro pagine? Cosa c’era scritto?”, si chiede il conduttore e
giornalista televisivo.
LA TELEFONATA DELL’AMERIKANO
Giletti poi tira in ballo il cosiddetto amerikano, il misterioso uomo che per
mesi si è presentato telefonicamente alla famiglia come il presunto rapitore
della ragazzina vaticana, intavolando una trattativa. “A rispondere al telefono
è proprio lo zio Mario che si spaccia per il padre”, fa notare Giletti. Del
resto, la famiglia Orlandi non ha fatto mai mistero del fatto che a prendere le
telefonate fosse il cognato di Ercole Orlandi, troppo provato per poter
interagire con i telefonisti anonimi. È stata trasmessa ieri nel corso del
programma di Giletti quindi la telefonata già mandata in onda nel luglio del
2024 da “Chi l’ha visto” in cui si sente una voce femminile che potrebbe essere
quella di Emanuela Orlandi.
Come già ribadito lo scorso luglio, quando andò in onda per la prima volta,
nell’audio di sente una voce femminile, giovane, che dice: “Convitto Vittorio
Emanuele II, st’altr’anno dovrei fare il terzo anno liceo scientifico”. L’audio
faceva parte delle registrazioni che gli Orlandi facevano a casa, ci pensava il
marito di Natalina Orlandi, la sorella maggiore di Emanuela. Pietro Orlandi ha
dichiarato in passato che “sicuramente quella è la voce di mia sorella, questo
non lo abbiamo mai messo in dubbio e anche per gli analisti del Sismi (che
analizzarono un’altra cassetta), è così”. Emanuela Orlandi, prima di scomparire
nel nulla quel 22 giugno del 1983, frequentava in effetti il liceo scientifico
del Convitto Vittorio Emanuele II a Roma. Nella telefobata si sente lo zio che
invoca: “Mi faccia sentire meglio”. E ancora quella voce femminile che dice:
“saranno sedici a gennaio” (gli anni che Emanuela ha o avrebbe compiuto nel
gennaio del 1984). “Mi faccia una proposta”, chiede lo zio ma niente. E poi di
nuovo la voce di Emanuela, che dice, sempre con accento romanesco: “Mi verranno
ad accompagna’ st’altr’anno in un paesino sperduto, per Santa Marinella”.
(fonte: Chi l’ha visto). Quando l’audio fu trasmesso da Federica Sciarelli,
Pietro precisò che: “Quando sentimmo questa frase mio zio disse che Emanuela
andava spesso a Santa Marinella dove lui aveva una casa”. Fu lo stesso zio Mario
a chiarire tutto questo.
LA PISTA FAMILIARE
“Quindici cosa?”, chiede zio Mario Meneguzzi in quest’audio inedito. Quindici
erano gli anni che aveva Emanuela Orlandi quando la sua vita fu inghiottita da
un destino oscuro e ancora impenetrabile. Per Giletti sembra potrebbe trattarsi
anche d’altro. “Abbiamo trovato un articolo del Corriere del 1984 dove lo zio
dice una serie cose” e mette in relazione due spezzoni dell’audio: 15 e Santa
Marinella, “anche se questa strada subentra nell’audio molto dopo il dato
sull’età anagrafica”, dice. Giletti ha quindi inviato i suoi collaboratori in
via Santa Marinella, una strada di campagna isolata dove Mario Meneguzzi in quei
giorni fu pedinato fino alla sua seconda casa. Gli inviati della trasmissione
hanno poi trovato la casa di Meneguzzi, al numero 15, dove c’è ancora la targa
“Meneguzzi-Orlandi”. “Stranamente nelle loro relazioni i Carabinieri scrivono di
non aver trovato il numero civico”, sottolinea Giletti indicando che oggi quel
numero è visibile su una mattonella in ceramica che la vicina di casa dei
Meneguzzi negli anni ha conservato perché era caduto. “Mario Meneguzzi era una
bella persona, un uomo tranquillo. Erano persone squisite. Non ricordo di aver
mai visto Emanuela, mia moglie l’ha vista insieme a tutti i suoi cugini”,
racconta oggi un abitante della zona. “Una storia molto strana, molto curiosa”,
pensa Giletti che ha prelevato la mattonella col civico per mostrarla in studio.
Poi, è stato mostrato il documento dei Servizi di cui si parla da giorni: “Da
cui si capisce che non solo i familiari erano seguiti ma soprattutto lo zio.
C’era qualcosa di strano che riguardava persone che stavano nel Vaticano e anche
lo zio Mario”.
LE INDAGINI SU ZIO MARIO
Che Mario Megeuzzi fosse finito al centro delle indagini, nelle settimane
successive alla scomparsa di Emanuela, è già emerso in passato. Nel 2023, come
ricorda anche Giletti, fu un servizio del Tg La7 ad accendere i riflettori sul
nome dello zio Mario Meneguzzi. Fu mostrata una lettera dell’allora Segretario
di Stato Vaticano Agostino Casaroli che scrisse, in via riservata, un messaggio
per posta diplomatica a un sacerdote sudamericano inviato in Colombia da
Giovanni Paolo II, che era stato in passato consigliere spirituale e confessore
degli Orlandi. La missiva fu sollecitata dagli inquirenti e puntava a chiarire
se il religioso fosse a conoscenza del fatto che Meneguzzi avesse rivolto delle
avances verbali alla sorella maggiore di Emanuela, Natalina. Lui confermò la
cosa. A chiarire la vicenda fu la protagonista della stessa, Natalina Orlandi
che ha detto poi che si trattò di semplici avances verbali nei suoi confronti,
risalenti al ’78 e che “erano cose che sapevano tutti, magistrati inquirenti e
investigatori. È finita lì e non portò a nulla”, ha sottolineato la donna.
Queste lettere sono poi state trasferite alla Procura e difatti sono agli atti
già da 40 anni. Lo zio era stato indagato già all’epoca ma subito caddero i
sospetti perché, come accertato dalle precedenti indagini, il giorno della
scomparsa di Emanuela era a 200 chilometri da Roma con la sua famiglia.
L’indagine fu chiusa con nulla di fatto. Furono gli inquirenti dunque già negli
anni ’80, ai tempi della scomparsa, e non la famiglia, a cassare la pista
familiare. “Pietro Orlandi ha sempre detto che questo è un depistaggio. Però noi
non possiamo non dire che questo documento è un problema serio perché da qui
mancano quattro pagine”, ha chiosato Massimo Giletti.
COSA NE PENSA LA COMMISSIONE D’INCHIESTA
Proprio nelle scorse ore, sulla pista cosiddetta ‘amical familiare’ si è
espresso il presidente della Commissione di inchiesta che indaga sul mistero di
Emanuela Orlandi, il parlamentare Andrea De Priamo che ieri ha dichiarato
all’Ansa: “Abbiamo dedicato molta attenzione verificando l’esistenza di alcune
oggettive ombre legate alla figura del defunto Mario Meneguzzi, zio di Emanuela,
ma – sottolinea – si è riscontrata anche la mancanza, almeno ad oggi, di
collegamenti effettivi rispetto a sue eventuali responsabilità nella scomparsa
della ragazza”. “Le nostre indagini – aggiunge De Priamo – hanno individuato
altri elementi inediti: abbiamo rinvenuto un appunto di Emanuela nel quale la
stessa fa riferimento ad una sorta di teatro-cineforum, ‘il montaggio delle
attrazioni’ sito sulla via Cassia, a pochi metri dall’abitazione del defunto
regista di B-movies Bruno Mattei. Emanuela scrive di questo luogo e di uno
spettacolo teatrale ivi rappresentato poco più di un mese prima di sparire nel
nulla”. “La rilevanza di questo elemento – aggiunge il presidente della
Commissione – è oggetto di verifiche tuttora in corso e di aspetti ancora
riservati ma colpisce molto questa circostanza se si pensa che Bruno Mattei
aveva dei contatti con alcuni studenti della scuola di musica frequentata da
Emanuela e del fatto che in tanti anni questo scritto della ragazza non era mai
stato evidenziato”. Il nome di Bruno Mattei, nel corso dei lavori della
Commissione, era emerso nell’ambito dell’audizione di Alfonso Montesanti che
all’epoca della scomparsa di Emanuela era il marito di Patrizia De Lellis,
figlia dei coniugi Franco De Lellis e Giuliana De Ioannon, rispettivamente
factotum e impiegata nella segreteria della direttrice della scuola di musica
Ludovico da Victoria, frequentata da Emanuela, e amante del regista Bruno
Mattei. De Priamo assicura comunque che “stiamo lavorando sodo su tutte le
piste, nessuna esclusa”.
GLI SCAVI ALLA CASA DEL JAZZ
Rispetto al caso degli scavi alla Casa del jazz alla ricerca del giudice
Adinolfi e sui possibili collegamenti con la Banda della Magliana, De Priamo
dice: “Stiamo scandagliando a fondo quel filone e qualche elemento di interesse
sicuramente c’è tenuto conto soprattutto dei due episodi in cui Emanuela fu
seguita e delle relative testimonianze degli amici della comitiva di S.Anna (gli
amici dell’Azione Cattolica che riconobbero due elementi della Magliana
nell’auto che tampinò Emanuela, ndr). Ci stiamo lavorando con scrupolosa
attenzione al netto delle interpretazioni ‘romanzate’ già escluse dal nostro
lavoro”.
L'articolo Emanuela Orlandi, Massimo Giletti rivela in diretta: “Abbiamo un
documento estremamente riservato sullo zio Mario, ma mancano 4 pagine. Chi le ha
tolte?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel sottosuolo della Casa del Jazz di Roma si cercano ancora i resti del giudice
Paolo Adinolfi, scomparso il 2 luglio del 1994.
PERCHÉ SI SCAVA?
Il polo culturale romano, lo ricordiamo, è nato dalla confisca del bene alla
criminalità organizzata, nella fattispecie al cassiere della banda della
Magliana Enrico Nicoletti. Gli scavi sono partiti da una richiesta di verifica
partita dall’ex giudice Guglielmo Muntoni. In una galleria interrata che si
trova al di sotto della villa potrebbero esserci i resti di Adinolfi ma non
solo: secondo Muntoni, quel tunnel tombato potrebbe custodire le tracce di molti
oscuri segreti tra cui quelli legato alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Il
fratello della cittadina vaticana Pietro Orlandi nei giorni scorsi ha dichiarato
che un magistrato gli disse che i resti di sua sorella avrebbero potuto trovarsi
proprio lì sotto.
LA RIVELAZIONE DEL MAGISTRATO
Ospite del programma Rai Storie Italiane, Pietro Orlandi ha precisato la
questione: “Mi dissero qualche anno fa: c’è un ex magistrato, non più in
attività, che è convinto del fatto che i resti di tua sorella possano essere lì.
Ci sono più corpi lì sotto, mi disse all’epoca questa persona. Quel posto
riporta a tante situazioni collegate a Emanuela: la compravendita della villa
con Nicoletti, a cui fu venduta, fu regolata dal cardinale Ugo Poletti (un
personaggio chiave dell’intera vicenda, ndr)”. La villa fu venduta a Nicoletti
per 1 miliardo di lire, poi fu rivenduta dallo stesso per 27 miliardi. (fonte:
Storie Italiane). “Io spero che i resti non siano lì, Emanuela sarebbe morta
oggi. So che sembrerò folle ma la cerco ancora viva. Se però Emanuela dovesse
essere lì, poi ci sarebbe da capire come sia finita”, aggiunge Pietro. Quando la
cittadina vaticana scomparve, il 22 giugno 1983,la villa era ancora di proprietà
del Vicariato romano.
LE PAROLE DEL PRETE
Padre Domenico Celano è un sacerdote che fa parte della congregazione religiosa
che ha venduto l’immobile a Nicoletti per un miliardo delle vecchie lire. Dice
oggi ai microfoni di Storie Italiane: “C’erano tanti possibili acquirenti ma
questo Nicoletti era parente di un monsignore del Vicariato. Lo sa tutto il
mondo che lì sotto c’era un tunnel. Devono scavare al centro della casa, dove
c’era l’accesso alla scala che portava al casino di caccia, alla cantina.
Parliamo di un tunnel con una volta altissima”. Don Domenico ha reindirizzato
gli scavi che da due giorni erano concentrati intorno alla villa. Adesso, grazie
alle sue indicazioni e a una sua attentissima ricostruzione cartacea, si sta
scavando all’interno. In quella villa accadevano cose particolari, dice don
Celano che si chiede: “Ma perché Polizia e Finanza non indagavano? Quella
cantina era il sacrario delle cose oscene”.
L’ALTRO TUNNEL A MONTEVERDE
All’ex poliziotto Armando Palmegiani quel tunnel ricorda un altro covo, quello
scoperto da egli stesso durante un sopralluogo della Polizia dopo le
dichiarazioni ai magistrati di Sabrina Minardi, amante all’epoca del leader
della banda della Magliana Enrico de Pedis. “Si trovava ad un piano inferiore
rispetto alla strada, era molto simile a quello mostrato dal parroco. Si trovava
a Monteverde, c’erano al di sotto delle cave sezionate e utilizzate come
cantine. Poteva essere utilizzato per un sequestro perché non c’erano finestre”.
Il tunnel si trovava al di sotto di un appartamento in via Pignatelli (poi
indicato nelle indagini come covo utilizzato dalla Magliana) e corrispondeva
perfettamente a quello indicato ai magistrati dalla Minardi. La donna, scomparsa
nel marzo del 2025, disse di essere andata lei stessa insieme a una certa
Assunta a portare la spesa alla donna che aveva in affidamento Emanuela in via
Pignatelli, tale Teresa. Chi sono queste donne? Si è mai indagato su di loro?
IL DOCUMENTO DEI SERVIZI
Intanto, nelle scorse ore, in un’anticipazione rilasciata a Fanpage.it, il
giornalista Massimo Giletti ha rivelato che questa sera il suo programma Lo
Stato delle Cose, in prima serata su Rai3, trasmetterà un servizio sulla
cittadina vaticana scomparsa nel 1983. Al centro dell’inchiesta, c’è un
documento riservato dei servizi segreti dell’epoca della scomparsa, a cui
mancano quattro pagine. “Cercheremo di capire – le parole di Giletti a Fanpage
–, dove questo documento riservato dei servizi segreti dell’epoca, ci porta. E
soprattutto cercheremo di spiegare perché mancano queste quattro pagine. Che
cosa contenevano? Chi le ha tolte queste pagine a questo documento
riservatissimo? Noi sappiamo con certezza, perché è scritto nell’intestazione,
che seguivano i familiari di Emanuela Orlandi e Mario Meneguzzi, che era lo zio
di Emanuela Orlandi. Questo servizio racconta che noi abbiamo un’intuizione che
ci porta a un indirizzo civico di un piccolo paese vicino a Roma. Perché andiamo
lì? Lo spiegheremo domani sera.”
IL CHIARIMENTO DELLA SORELLA
Nel 2023, lo ricordiamo fu un servizio del Tg La7 ad accendere i riflettori sul
nome dello zio Mario Meneguzzi. Fu mostrata una lettera dell’allora Segretario
di Stato Vaticano Agostino Casaroli che scrisse, in via riservata, un messaggio
per posta diplomatica a un sacerdote sudamericano inviato in Colombia da
Giovanni Paolo II, che era stato in passato consigliere spirituale e confessore
degli Orlandi. La missiva – sempre secondo la ricostruzione – sollecitata da
ambienti investigativi romani, puntava a chiarire se il religioso fosse a
conoscenza del fatto che Meneguzzi avesse rivolto delle avances verbali alla
sorella maggiore di Emanuela, Natalina. Lui confermò la cosa. A chiarire la
vicenda fu la protagonista della stessa, Natalina Orlandi che ha chiarito poi
che queste “Erano cose che sapevano tutti, magistrati inquirenti e
investigatori. È finita lì e non portò a nulla”, ha sottolineato la donna.
Queste lettere sono poi state trasferite alla Procura e difatti sono agli atti
già da 40 anni. Lo zio era stato indagato già all’epoca ma subito caddero i
sospetti perché, come accertato dalle precedenti indagini, il giorno della
scomparsa di Emanuela era a 200 chilometri da Roma con la sua famiglia.
L’indagine fu chiusa con nulla di fatto”.
L'articolo “Emanuela Orlandi? Lì sotto facevano cose oscene”: le rivelazioni del
sacerdote sulla Casa del Jazz di Roma. Giletti: “Abbiamo un documento riservato
dei servizi segreti, ma mancano 4 pagine” proviene da Il Fatto Quotidiano.