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“Con Alberto Stasi mi viene un affanno pazzesco. La telefonata al 118? Questo caso è un rompicapo e tutto parte da lì”: parla il giudice Stefano Vitelli
“Il caso Garlasco è un rompicapo. Abbiamo troppe difficoltà per dire ‘Oltre ogni ragionevole dubbio’ che Alberto Stasi non è entrato in quella casa. Quando metti in galera le persone, non puoi avere l’affanno di chi corre in salita. E in questo caso mi viene un affanno pazzesco”. A parlare è il giudice Stefano Vitelli, colui che nel 2009 assolse Alberto Stasi in primo grado per non aver commesso l’omicidio di Chiara Poggi. Intervistato a Lo Stato delle Cose, il giudice ripercorre gli elementi che lo portarono a pronunciarsi a favore di Alberto Stasi, dichiarandolo innocente. Durante l’intervista, il giudice ha anche presentato il suo nuovo libro, ‘Il ragionevole dubbio di Garlasco’, in cui espone la sua personale ricostruzione della vicenda giudiziaria e processuale del caso Garlasco. Durante l’intervista con Massimo Giletti, Vitelli racconta con precisione quali furono gli elementi che lo portarono ad escludere, a suo avviso, la colpevolezza di Alberto Stasi e quindi a giudicarlo innocente per l’omicidio di Chiara Poggi. Tra questi una particolare importanza la rivestì la telefonata che l’allora 24enne fece al 118 per denunciare il presunto ritrovamento del cadavere della vittima: “Quella telefonata l’ho ascoltata tante volte. Nel libro racconto un episodio secondo me molto bello e malinconico con un mio ex compagno del liceo che non leggeva giornali e non sentiva le televisioni. Lui ha avuto un’impressione diversa, non sentiva freddezza, ma ansia e paura”. Secondo il giudice, dunque, una volta ascoltate entrambe le parti, l’accusa e la difesa, non era possibile escludere con ragionevole certezza che il comportamento di Stasi in quella telefonata fosse segnato da un forte sentimento di paura: “Poniamo che il pm sottolinea che lui non dice che era la sua fidanzata, non corre a soccorrerla, quindi c’è una sospetta freddezza. Poi poniamo che l’avvocato della difesa mi dice che il suo assistito ha sbagliato il numero civico perché ha avuto paura, io non posso dire che quello che mi dice il legale è implausibile. Quando arriva l’ambulanza a Stasi viene misurata la pressione arteriosa, camminava agitato sul vialetto della casa. Siccome in sentenza bisogna motivare, il perché si aderisce a una tesi e perché l’altra tesi è stata giudicata infondata, come faccio a dire che quello che dice la difesa di Stasi non ha una sua plausibilità. Questo è un rompicapo e questo rompicapo parte da questa telefonata”. Uno dei principali elementi portati dall’accusa, inoltre, fu anche la presunta impossibilità, per Stasi, di essere entrato in quella casa dopo l’assassinio di Poggi e non essersi sporcato la suola delle scarpe con il sangue presente sul pavimento. Anche in questo caso, secondo il giudice, non era così semplice affermarlo con certezza: “I Carabinieri che sono entrati subito dopo di lui avevano le scarpe e i calzari puliti, uno dei due Carabinieri fa due volte e mezzo il tragitto”, spiega Vitelli. Che, però, in un altro passaggio si espone più nettamente: “Alberto non poteva non calpestare anche le più piccole macchie ematiche, non poteva non toccare alcune pozze di sangue. Il problema non è non averle toccate, è che noi dobbiamo dire ‘tu hai toccato alcune macchie ematiche, quindi devono per forza rimanere tracce ematiche sulle tue suole?’”. Ci sarebbero, però, altri elementi che secondo il giudice andrebbero confrontati con la questione del sangue: “Qui c’è tutto il problema delle ore passate, il fatto che il sangue fosse secco. Stasi dice che il corpo di Chiara era in fondo alle scale e il corpo di Chiara, secondo i Ris, è scivolato lentamente. Poi c’è il problema che Stasi aveva poco tempo e non poteva vedere lo scivolamento”. In merito a questo passaggio, dunque, per Vitelli ci sono “una serie di difficoltà per affermare ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ che Stasi non è entrato in quella casa (e ha finto di ritrovare il cadavere, ndr). C’è la difficoltà delle prove sperimentali, che davano risultati molto discordanti, abbiamo la difficoltà dello scivolamento lento. Come ho scritto nel libro, sembra un po’ di correre in salita. Ma quando metti in galere le persone, non puoi avere l’affanno di chi corre in salita, devi riuscire a spiegare linearmente e senza difficoltà gli indizi”. E in questo caso, considerando che “chiunque non poteva non calpestare le macchie ematiche, compreso il Carabiniere che fa due volte e mezzo il tragitto”, Vitelli spiega chiaramente quale fu il suo punto di vista: “Non ce la faccio a motivare che Stasi non è entrato, corro in salita, mi viene un affanno pazzesco”, aggiunge. Nonostante siano trascorsi quasi 19 anni dall’omicidio, il delitto di Garlasco è tornato sotto i riflettori della giustizia con le nuove indagini della Procura di Pavia su Andrea Sempio, il 37enne accusato per l’omicidio di Chiara Poggi. Con la riapertura del caso, sono state richieste nuove perizie, come la BPA dei RIS di Cagliari, che potrebbe riscrivere completamente la dinamica omicidiaria: “Quantitativamente è importante. Ci sono giornalisti che mi chiamano dicendo di avere delle indiscrezioni, ma la Procura di Pavia è eccezionale, non è uscito nulla perché bisogna aspettare che chiudano le indagini. Ma sono rimasto turbato da quello che dicono. Mi sono riletto la relazione dei Ris di Parma e mi sono messo lì a ragionare”, racconta il giudice. Vitelli fu il primo che, nel 2009, si espresse a favore di Stasi, giudicandolo innocente. Un esito che fu prima confermato dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano nel 2011 e poi ribaltata dai successivi gradi di giudizio con sentenza definitiva di condanna: “La differenza tra la mia sentenza e le altre? Dalla mia sentenza a quella di condanna probabilmente c’è un approccio metodologico differente. Nella condanna è prevalsa una concezione unitaria degli indizi, si rafforzavano nella loro molteplicità pur con alcune criticità. C’è una conclusione di cui sono convinto, gli indizi vanno visti nella loro autonomia, pesati nella loro precisione, devono essere certi, e nella loro gravità, solo dopo li puoi sommare. La somma di più zeri non dà l’unità”. Durante l’intervista, pur non entrando nel merito dell’aspetto giudiziario, Vitelli racconta il suo punto di vista umano su alcuni passaggi da lui ritenuti importanti, professionalmente e personalmente. È il caso della famosa bicicletta nera che sarebbe stata vista appoggiata sul muretto esterno all’ingresso della villetta Poggi. Fu una signora, vicina di casa di Chiara, a testimoniare di averla vista intorno alle 9 del mattino in cui è stato commesso l’omicidio. Sull’importanza che avrebbe potuto avere questa testimone, racconta Vitelli, fu fondamentale un suo confronto con sua madre, che lui racconta nel suo libro: “Mi disse: ‘Noi vecchi possiamo anche sbagliare, ma difficilmente abbiamo la malizia di mentire’. Mostro degli aneddoti umani, che non sono decisivi, ma che concorrono nel nostro flusso di coscienza. Io avevo già deciso di fare delle perizie, in fondo siamo in (rito, ndr) abbreviato, non potevo sentire tutti. Poi capii che mia mamma si identificava in quella testimone, mi ha detto di sentirla e l’ho fatto”. A meritare una certa attenzione dal punto di vista giudiziario, ricorda Vitelli, fu anche la nota cartella del PC, chiamata ‘Militare’, nella quale Stasi avrebbe conservato del materiale pornografico, che secondo alcuni sarebbe stata vista da Chiara la sera prima dell’omicidio e ciò avrebbe potuto provocare un litigio violento tra i due: “Lì c’è una linea retta, il 12 agosto non vediamo scompensi tra Chiara e Alberto. Chiara pare che sia stata lei a leggere la tesi e a correggerla, poi rientra Alberto Stasi, lavora con continuità alla tesi. Non abbiamo degli sbalzi, non vediamo delle interruzioni”. Proprio questa ricostruzione porterebbe Vitelli a pensare che non si fosse scatenato un litigio tra Stasi e Chiara la sera prima dell’omicidio: “Ci fosse stato, ti aspetteresti un’interruzione di questa routine di coppia, invece rimane tutto piatto. Non ci sono tentativi di chiamata che lo provano. I moventi vanno provati, non vanno supposti, deve essere la pubblica accusa che lo prova in maniera convincente. E’ improbabile che in quella sera sia montato un litigio, è importantissimo che il litigio sia montato la sera, perché se fosse stato lui non avrebbe avuto tempo di litigare la mattina, siccome i tempi erano molto ristretti. Ma doveva essere un litigio che monta, perché se è successo quello che è successo. Ma dov’è il segnale di un litigio che monta? Noi abbiamo fatto uno sforzo enorme”, conclude. L'articolo “Con Alberto Stasi mi viene un affanno pazzesco. La telefonata al 118? Questo caso è un rompicapo e tutto parte da lì”: parla il giudice Stefano Vitelli proviene da Il Fatto Quotidiano.
Crime
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Massimo Giletti
Garlasco, la difesa di Andrea Sempio chiede alla gip l’incidente probatorio sui pc di Alberto Stasi e Chiari Poggi
La difesa di Andrea Sempio, il 37enne nuovamente indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, ha avanzato una richiesta formale alla giudice per le indagini preliminari di Pavia, Daniela Garlaschelli, per un incidente probatorio che preveda l’analisi dei computer di Alberto Stasi e della stessa vittima. La domanda è parte di un nuovo sviluppo nell’inchiesta riaperta un anno fa. Nei giorni scorsi gli avvocati dei Poggi, parte civile, hanno depositato i risultati di una consulenza di parte in cui si sostiene che la 26enne “trovò le foto porno nel pc di Alberto Stasi la sera prima dell’omicidio”. Gli stessi legali di parte civile avevano fatto presente che avrebbero chiesto alla Procura di proporre istanza al gip (non potendolo fare loro direttamente nel procedimento) di incidente probatorio per effettuare, con un perito terzo, le stesse analisi da ‘cristallizzare’ come prova. L’ISTANZA DI INCIDENTE PROBATORIO Gli avvocati di Sempio, Liborio Cataliotti e Angela Taccia, stanno notificando in queste ore alle parti coinvolte, tra cui la Procura pavese, i legali della famiglia Poggi e quelli di Alberto Stasi, l’intenzione di presentare l’istanza alla giudice. Se la richiesta verrà accolta, si procederà con un incidente probatorio che consentirà di esaminare i dispositivi informatici che potrebbero contenere elementi utili al chiarimento delle dinamiche del delitto, avvenuto il 13 agosto 2007 a Garlasco. L’istanza, che dovrà essere valutata dalla giudice, potrebbe riaprire la pista dei film file privati come movente per il delitto per cui è stato condannato in via Definitiva l’allora fidanzato. Stasi era stato processo e assolto dall’accusa di detenere materiale pedopornografico. LE CONSULENZE INFORMATICHE La difesa di Alberto Stasi, ex fidanzato di Chiara Poggi, aveva risposto alla consulenza dichiarando che la cartella di file analizzati è “irrilevante” e che sono fiduciosi nelle indagini. Secondo la difesa della famiglia Poggi, questo dato potrebbe spiegare, almeno in parte, il movente dell’omicidio: un possibile conflitto legato alla visione di contenuti intimi riguardanti Chiara e Stasi, che potrebbe aver innescato una reazione violenta. Sempio, secondo i consulenti dei Poggi, non ha mai visto i filmati che ritraggono insieme, in atteggiamenti intimi, Chiara Poggi e l’allora fidanzato Alberto Stasi. Video che la ventiseienne aveva sul computer che veniva utilizzato dall’intera famiglia. Gli esperti informatici Paolo Reale, Nanni Bassetti e Fabio Falleti in una relazione (consegnata la scorsa settimana alla gip di Pavia Daniela Garlaschelli) hanno messo nero su bianco gli ultimi approfondimenti sul delitto del 13 agosto 2007 a Garlasco. I nuovi software hanno permesso di escludere che il nuovo indagato Sempio, amico del fratello della vittima, possa aver avuto accesso a quei filmati privati che, per qualcuno, potrebbero costituire il movente di un omicidio che vede Stasi – a dire della Cassazione – come il colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”. L'articolo Garlasco, la difesa di Andrea Sempio chiede alla gip l’incidente probatorio sui pc di Alberto Stasi e Chiari Poggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giustizia
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“Ho ricevuto minacce di morte anche per il caso Garlasco. Ho scelto di non avere figli. Non credo di essere adatta a fare la madre”: così Roberta Bruzzone
La famosa criminologa Roberta Bruzzone, vista recentemente ospite a “Striscia la Notizia” per la rubrica “Striscia Criminale”, si è raccontata a “Verissimo” nella puntata odierna di domenica 25 gennaio. Durante la chiacchierata con Silvia Toffanin, Bruzzone ha parlato anche delle minacce di more che ha ricevuto per aver analizzato in tv e nella sua carriera alcuni dei casi crime più famosi. “Per il mio lavoro è successo spesso di ricevere minacce di morte. Ho ricevuto minacce di morte anche per il caso Garlasco. – ha affermato – in quest’ultimo periodo. Peraltro una vicenda che non mi vede protagonista in prima persona, perché io non mi sono occupata del caso di Chiara Poggi e Alberto Stasi. Lo conosco perché c’ho scritto un libro, perché ho studiato tutti gli atti, quindi lo conosco con grande dettaglio. Quindi sono tra coloro che ritengono, che la condanna sia fondata”. “Faccio parte di coloro che vengono bersagliati per questa cosa. – ha aggiunto – Non è la prima volta che mi capita, in passato anche da soggetti paranoidi altre no. Vita tranquilla? Fino a un certo punto. Sicuramente questo elemento ha fatto ci fosse attorno a me maggiore controllo e sicurezza, ho terrore di attacco con acido e anche questo scenario è stato evocato. Questo raffredda per forza di cose il rapporto col pubblico. Sicuramente questo mi ha cambiato la vita”. Poi Bruzzone ha toccato un argomento privato ed intimo: “Non credo di essere adatta a fare la madre. L’ho sempre pensato, mi piace troppo la vita che conduco. Non sono disposta a sacrificare un aspetto così importante ed è un’esperienza così totalizzante fare la madre, credo, che non me la sono sentite di affrontarla. Non credevo di averne gli strumenti per gestire poi la parte mia prevalente, quindi ho fatto una scelta di consapevolezza”. Infine la confessione di aver vissuto un amore tossico: “Aveva capito cosa mi interessava, mi aveva fornito tutta una serie di elementi che ritenevo straordinari. In un momento di vulnerabilità. Non ho subito violenze psicologiche, ma tentativi di addomesticare un certo tipo di versione di me, certamente sì. Questa cosa l’aveva un po’ destabilizzato. Ma poi ha preso il sopravvento la parte sana. Potessi cancellare quel pezzo della mia vita lo farei”. L'articolo “Ho ricevuto minacce di morte anche per il caso Garlasco. Ho scelto di non avere figli. Non credo di essere adatta a fare la madre”: così Roberta Bruzzone proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Non curiosavo tra le foto di Chiara Poggi sul suo computer. Io e Marco siamo ancora amici, ci siamo sentiti 3 settimane fa. Se mi sento una vittima? Sì”: Andrea Sempio si racconta a Quarto Grado
“Non ho mai curiosato nel computer di Chiara Poggi, lo usavo per giocare ai videogiochi con suo fratello Marco. Io e lui siamo rimasti amici, ci diamo supporto e conforto sulla vicenda”. A dirlo è Andrea Sempio, l’uomo indagato della Procura di Pavia per l’omicidio di Chiara Poggi, che si racconta in un lungo faccia a faccia con tutti gli opinionisti di Quarto Grado. Ospite del programma condotto da Gianluigi Nuzzi, infatti, il 37enne di Garlasco si apre alle domande dello studio, fornendo così la sua personale versione su tutto quello che è successo il 13 agosto 2007, giorno in cui viene assassinata la 26enne, e sul lungo percorso giudiziario che ne è seguito. “LO SCONTRINO DEL PARCHEGGIO L’HO RITIRATO IO. PERCHÉ NON CHIAMAI MARCO POGGI? NON SAPEVO COSA DIRE” Come raccontato da Sempio in più occasioni, il 13 agosto 2007 lui si sarebbe recato a Vigevano per acquistare un libro, poi sarebbe passato a casa di sua nonna a Garlasco e, infine, a pranzo a casa dei suoi genitori. Per supportare la sua versione, il 37enne aveva conservato in casa il tagliando del parcheggio di Vigevano in cui sostiene di aver sostato il giorno dell’omicidio di Chiara: “Sono andato lì, ho trovato la libreria chiusa e sono andato a fare un giro in piazza. Lo scontrino è stato fatto da me e poi ritrovato dai miei genitori qualche giorno dopo. Data la situazione, lo abbiamo tenuto. Perché lo porto un anno dopo? Perché mi viene chiesto un anno dopo, nei primi interrogatori non me lo chiedono. Se non me lo chiedevano restava lì nel cassetto”, spiega Sempio. Dato che la libreria era chiusa, racconta ancora, avrebbe deciso di tornarci il giorno dopo, come dimostrerebbe un altro scontrino che lui ha conservato: “Non c’è una ragione specifica per cui lo abbiamo tenuto, è rimasto anche quello e i miei hanno deciso di tenerlo. In realtà non sono gli unici, durante le perquisizioni avevano trovato altri biglietti del parcheggio con date casuali”, commenta. Una volta tornato da Vigevano, Sempio racconta di aver trascorso il resto della giornata con i suoi familiari. E, nel primo pomeriggio, di essere passato in due occasioni di fronte alla villetta Poggi, dove nel frattempo si stavano radunando le Forze dell’Ordine dopo il ritrovamento del cadavere della 26enne: “Prima che spuntassero le foto, avevo detto che ero passato lì davanti due volte, una da solo e l’altra con mio padre, e ora a distanza di 20 anni sono uscite queste foto che confermano il mio racconto”, spiega ancora l’indagato. Secondo la sua versione, però, nonostante avesse capito che fosse successo qualcosa di grave nella casa del suo caro amico Marco, il 37enne avrebbe preferito non chiamarlo al telefono: “Non sapevo cosa dire in quella situazione, ma vorrei sapere quanti altri lo hanno chiamato, nessun altro. Telefonare a Marco per dirgli che c’erano ambulanze e Carabinieri fuori casa sua (senza sapere che cosa fosse successo precisamente, ndr) non mi sembra la cosa migliore da fare. Io poi ho avvisato gli altri amici, non in quell’istante perché stavamo capendo cosa fosse successo, ma li ho avvisati un paio d’ore dopo”. L'articolo “Non curiosavo tra le foto di Chiara Poggi sul suo computer. Io e Marco siamo ancora amici, ci siamo sentiti 3 settimane fa. Se mi sento una vittima? Sì”: Andrea Sempio si racconta a Quarto Grado proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“State dicendo delle idiozie giuridiche!”: l’avvocato Fabrizio Gallo sbotta a Mattino 5. Le nuove analisi sul caso Garlasco: “Non bisogna avere paura della verità”
Una nuova analisi forense sul computer di Chiara Poggi. È da questo punto che si accende il dibattito sul caso Garlasco tra gli ospiti di “Mattino 5”, il talk show condotto da Federica Panicucci su Canale 5. Nel corso della trasmissione, infatti, la conduttrice presenta le diverse versioni delle parti, a cominciare dalla difesa di Alberto Stasi, l’allora fidanzato condannato in via definitiva per l’omicidio, che ha annunciato di voler estendere le analisi anche al computer della 26enne uccisa nell’agosto 2007. È iniziata da qui una discussione che ha coinvolto anche gli altri ospiti in studio, tra cui l’avvocato di Massimo Lovati, Fabrizio Gallo: “Non dite idiozie, dovete mettervela bene in testa questa cosa”. A dare il via al dibattito è il comunicato rilasciato dai legali di Alberto Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, che cercano di spostare l’attenzione dal pc del condannato a quello della vittima, l’unico su cui, a loro avviso, si potrebbero riscontrare eventualmente nuovi elementi. “La difesa Stasi estenderà l’analisi forense, a questo punto, anche al computer di Chiara Poggi, per tutto quanto di interesse. Se un incidente probatorio deve essere promosso, infatti, alla luce delle nuove indagini in corso, è proprio su questo computer e non certo su quello di Alberto Stasi”, sottolineano i due avvocati. Su questo punto è arrivata la replica di Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi: “Sempio è indagato in concorso con Stasi, quindi qualsiasi accertamento su di lui non solo è opportuno ma doveroso”, precisa l’avvocato. Che poi aggiunge: “Non capisco la difesa di Stasi a che titolo stia parlando: l’incidente probatorio è finito e con questo anche il loro inedito ruolo di legali del terzo interessato”: “Se e qualora dovessero promuovere un giudizio di revisione, ben sanno che la famiglia Poggi sarà chiamata a partecipare. Si presuppone che, anche in questo frangente, la linea sarà quella da sempre tenuta e che trova riscontro nell’unica sentenza passata in giudicato”, conclude il legale. Un comunicato che Grazia Longo, in collegamento con lo studio, ha tentato di spiegare, sottolineando la posizione della parte civile: “La famiglia Poggi, che è molto convinta sia stato Stasi, si è concentrata su un eventuale movente relativo alla sua condanna”, precisa la giornalista. “Proprio per quello che ha detto, il fatto che Stasi potrebbe aver visto qualcosa sul computer di Chiara, non crede che sia importante analizzare anche il computer di Chiara Poggi ai fini dell’indagine?”, chiede a quel punto Panicucci. Netta la posizione di Longo in merito: “Sì, assolutamente sì. Secondo me va bene l’analisi del computer di Stasi, è altrettanto importante la verifica di quello di Chiara Poggi. L’ho detto dall’inizio di questa inchiesta: non bisogna avere paura della verità. Nonostante io sia convinta dell’innocenza di Sempio, ben vengano ulteriori accertamenti”, commenta Longo. Ed è a questo punto che interviene Fabrizio Gallo. L’avvocato di Massimo Lovati sembra prendere con fermezza le distanze dalla versione dei legali della famiglia Poggi, che avevano definito “doveroso” qualsiasi ulteriore accertamento sul condannato: “L’accertamento sul computer di Stasi è inammissibile. È inutile che si sbracciano ancora per fare accertamenti. È stato giudicato, sono state fatte delle perizie, non dite idiozie su queste cose, perché dite delle idiozie giuridiche, l’unico esperimento che si deve fare è sul computer di Chiara, dovete mettervela bene in testa questa cosa”, commenta Gallo. L’intervento del legale, che usa parole forti per definire quanto detto fino a quel momento, scatena il caos all’interno dello studio, con le voci dei vari ospiti che si accavallano disordinatamente. A rimettere ordine è l’avvocata Elisabetta Aldrovandi, che sposta la discussione su un piano più tecnico: “Perché Alberto Stasi è indicato nel capo d’imputazione di Sempio? Perché è stato condannato in via definitiva, non perché nei suoi confronti si possa esperire ulteriore attività di indagine. Un incidente probatorio su un computer, già oggetto di perizia durante il processo di primo grado, è inammissibile. Mentre invece in un eventuale processo a carico di Sempio, il pubblico ministero potrebbe chiedere una consulenza tecnica d’ufficio sul computer di Chiara Poggi, per determinare il movente di Andrea Sempio, che oggi è indagato per l’omicidio di Chiara Poggi e nei cui confronti vanno esperite le indagini”, spiega Aldrovandi. Sul tema interviene anche Stefano Zurlo, che spiega invece perché a suo avviso andrebbero effettuate nuove analisi sul pc di Stasi: “Abbiamo visto Porta e Occhetti (due periti informatici, ndr) che ci hanno spiegato con un’indagine propria che Chiara non ha visto nessuna foto (di natura pornografica sul computer di Stasi, ndr), mentre la parte civile dice che lei le ha viste. Questo è un aspetto che va chiarito”, conclude il giornalista. L'articolo “State dicendo delle idiozie giuridiche!”: l’avvocato Fabrizio Gallo sbotta a Mattino 5. Le nuove analisi sul caso Garlasco: “Non bisogna avere paura della verità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garlasco, anche la Cassazione conferma il no al sequestro ai dispositivi dell’ex pm Venditti. “Rigetto totale”
La Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame che, il 17 novembre scorso, aveva annullato il decreto di sequestro dei dispositivi elettronici di Mario Venditti, ex procuratore di Pavia, indagato nel filone dell’inchiesta per corruzione in atti giudiziari legata al caso Garlasco. Con il “rigetto totale” del ricorso della Procura di Brescia, la Corte ha ribadito la propria posizione in merito alla mancanza di una giustificazione adeguata per procedere con un sequestro così esteso e generico, che avrebbe riguardato telefoni, pc, tablet e altri dispositivi elettronici di Venditti. I giudici della Libertà di Brescia, per tre volte, hanno bocciato le istanze della procura di Brescia. LA DIFESA Il ricorso dei pm bresciani mirava a contestare la decisione del Riesame che, il mese scorso, aveva già annullato un sequestro precedente, eseguito il 24 ottobre, dei dispositivi appartenenti all’ex procuratore. “Non vi è nessuna ragione di opportunità concreta ed effettiva che imponga la conoscenza di una mole così vasta di informazioni sulla altrui vita privata”, ha sottolineato l’avvocato Domenico Aiello, difensore di Venditti, nelle sue osservazioni a sostegno della restituzione dei beni. Secondo la difesa, la Procura aveva “tentato l’indiscriminata apprensione di tutti i devices telematici ed elettronici in uso all’indagato”, senza aver selezionato preventivamente i dati rilevanti, “indubbiamente estranei alle finalità investigative”. Aiello ha anche precisato che l’intervallo temporale proposto per le ricerche – ben 11 anni, dal 2014, anno in cui Venditti divenne procuratore aggiunto a Pavia, fino al 2025 – era “talmente esteso da rendere la perimetrazione richiesta sostanzialmente inesistente”. Per il legale: “L’ipotesi di corruzione contestata non coinvolge né i legali della famiglia Sempio, né i suoi consulenti tecnici, né la polizia giudiziaria in servizio all’epoca, sicché non si comprendono le ragioni, concrete ed effettive, per cui debbano scandagliarsi milioni di dati contenuti nei pc, telefoni, tablet del dott. Venditti“. L’ARGOMENTAZIONE DELLA PROCURA In risposta alla decisione del Riesame, la Procura di Brescia aveva sostenuto che “pretendere una puntuale individuazione di specifiche ‘parole chiave’ determinerebbe un gravissimo ed irrecuperabile ‘vulnus’ alla completezza dell’indagine”. Secondo i pm, infatti, senza un accesso libero e completo ai dispositivi elettronici di Venditti, l’inchiesta sulla presunta corruzione, che coinvolge anche Giuseppe Sempio, padre di Andrea Sempio, sarebbe stata compromessa. L’ipotesi accusatoria sostiene che Venditti, in cambio di denaro, abbia influenzato l’archiviazione del caso relativo all’omicidio di Chiara Poggi, un delitto che coinvolge Andrea Sempio. Tuttavia, i giudici del Riesame, e ora la Cassazione, hanno ritenuto che le argomentazioni della Procura non fossero sufficienti a giustificare un’indagine così invasiva sulla vita privata di Venditti, e hanno quindi confermato la restituzione di tutti i dispositivi elettronici. “Non basta fornire limiti di tempo all’estrazione dei dati di interesse, se l’intervallo proposto è talmente esteso da rendere la perimetrazione richiesta sostanzialmente inesistente”, ha osservato Aiello, sottolineando che la Procura non aveva nemmeno indicato “parole chiave” per circoscrivere le ricerche. IL CONTESTO DEL CASO GARLASCO Il caso Garlasco, che ha visto la condanna di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi, continua a essere al centro di nuove indagini. Sebbene l’inchiesta sull’omicidio sia quasi conclusa, le indagini che riguardano Mario Venditti e Giuseppe Sempio, incentrate sulla corruzione per favorire l’archiviazione di Sempio nel 2017, sembrano non trovare i fondamenti giuridici necessari per sostenere l’accusa. La difesa di Venditti ha fatto presente che l’inchiesta avrebbe dovuto concentrarsi sui fatti specifici legati alla corruzione e non su un’analisi esplorativa della vita privata dell’ex procuratore. “L’intento esplorativo di chi indaga, pur dinanzi ad una ipotesi delittuosa chiara e circoscritta, è evidente”, ha dichiarato Aiello. La decisione della Cassazione potrebbe avere implicazioni rilevanti per la Procura bresciana, che dovrà rivedere le modalità di conduzione dell’indagine. Venditti, infatti, continua a respingere le accuse di corruzione e la sua difesa ha sempre sostenuto che non esistano prove concrete a suo carico. “Si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima”, hanno dichiarato i legali dell’ex procuratore, che hanno criticato l’attività della Procura bresciana, ritenendola “pretestuosa” e senza base solida. L'articolo Garlasco, anche la Cassazione conferma il no al sequestro ai dispositivi dell’ex pm Venditti. “Rigetto totale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garlasco, la difesa di Stasi sui file pornografici nel pc: “La cartella Militare è irrilevante. Fiduciosi nelle indagini in corso”
In attesa della chiusura indagini del nuova controversa inchiesta sul delitto di Garlasco, che vede indagato Andrea Sempio, la difesa di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, replica alla nota del team legale della parte civile sulla cartella con file pornografici, “visionati” “con certezza” dalla vittima il giorno prima di essere uccisa nella villetta di via Pascoli. “Senza neanche attendere di valutare le indagini svolte in questo ultimo anno vengono ventilati, nelle sedi mediatiche, asseriti nuovi elementi determinanti a carico del condannato-eterno processato”, Alberto Stasi, “che in nessun caso potrebbero essere utilizzabili processualmente” contro di lui “e che, viceversa, manifestano una significativa presa di posizione” dichiara Giada Bocellari, l’avvocata che da sempre difende Stasi commentando la richiesta di nuova consulenza informatica sul pc di Alberto chiesta dai legali della famiglia Poggi. Da parte dei quali, scrive Bocellari, “assistiamo un continuo tentativo (…) di ricerca, mediante pubblici annunci, di asserite nuove prove contro un condannato che in nessun caso potrà essere processato nuovamente”. Il difensore – a cui si deve l’impulso della nuova inchiesta a carico di Sempio che era stato già archiviato, osserva inoltre che qualora fossero “davvero” determinanti “ai fini della verità” tali elementi di prova “dovrebbero essere offerti, senza indugio” ai pm pavesi, affinché possano essere valutati “nell’indagine in corso a carico di Sempio: questa difesa è fermamente convinta che i nuovi elementi, come le azioni giudiziarie, proprio in considerazione della delicatezza” della fase del procedimento, “vadano depositati nelle sedi competenti, come peraltro, nel silenzio, ha già fatto, sta facendo e farà la difesa Stasi (sia per quanto riguarda i nuovi elementi, sia per quanto riguarda le azioni giudiziarie). Si resta comunque fiduciosi nelle indagini in corso – chiude la nota – con la certezza che le stesse continueranno con la medesima serietà dimostrata sinora e con l’unico scopo di ricerca di una verità effettiva ed oggettiva nell’interesse della giustizia e di Chiara, anche in relazione ai tanti aspetti peculiari di questa tragica vicenda”. Il 16 gennaio 2026, i componenti del team legale della parte civile – gli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna – con una nota hanno infatti sottolineato la necessità di un approfondimento informatico, che si sarebbe concentrato su alcuni file rinvenuti sul computer di Stasi. Secondo i consulenti informatici incaricati dalla famiglia Poggi, la sera prima dell’omicidio, Chiara Poggi avrebbe aperto una cartella chiamata “Militare” contenente file pornografici, un dettaglio che non era mai stato completamente chiarito. Stasi è stato assolto dalla Cassazione nel 2014, per detenzione di frammenti di materiale pedopornografico. Ma vale la pena ricordare che in una relazione del 2024 agli atti del Tribunale di Sorveglianza si parla di una “ossessiva catalogazione e la abituale visione di materiale pornografico anche raccapricciante e violento” e di una persona che cerca il piacere in modo “non convenzionale”. In particolare, i legali della famiglia Poggi hanno evidenziato che circa “settemila file pornografici” erano catalogati in quella cartella, e che Chiara avrebbe interagito con essa poco prima di essere uccisa. “Abbiamo ritenuto di fare chiarezza anche sulle false notizie diffuse in questi mesi”, ha spiegato Tizzoni, ribadendo che la cartella “Militare'”, così come altre prove emerse, è fondamentale per comprendere meglio il movente dell’omicidio. Gli avvocati ritengono che la consultazione di questi file possa fornire una chiara spiegazione del conflitto che, secondo loro, si sarebbe sviluppato tra Alberto e Chiara. Queste informazioni sono considerate cruciali per la parte civile, che sta cercando di evitare che le prove raccolte nel processo precedente vengano ignorate nel tentativo di rivedere la condanna di Stasi. “Abbiamo sempre denunciato il tentativo di riabilitare l’assassino, senza prendere in considerazione le prove già raccolte nel processo, incluse quelle relative al famoso incidente probatorio riguardante l’Estathè rinvenuto sulla scena del delitto”. La parte civile ha anche chiesto che l’incidente probatorio venga promosso con un perito terzo, per cristallizzare le prove informatiche riguardanti il computer di Stasi, in particolare l’apertura della cartella contenente file pornografici e la consultazione di una “nuova cartella”. Questi sviluppi sono stati accertati grazie all’utilizzo di software avanzati da parte dei consulenti Paolo Reale, Nanni Bassetti e Fabio Falleti, che hanno analizzato la copia forense del pc di Stasi. I risultati di questa analisi hanno rafforzato la convinzione della parte civile sulla rilevanza del contenuto di quella cartella per comprendere meglio il movente del delitto. L'articolo Garlasco, la difesa di Stasi sui file pornografici nel pc: “La cartella Militare è irrilevante. Fiduciosi nelle indagini in corso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Delitto Garlasco
Giustizia
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Garlasco – “L’aggressione di Chiara Poggi in cucina”, l’ipotesi della parte civile grazie alla rimasterizzazione delle immagini
L’aggressione a Chiara Poggi potrebbe essere iniziata in cucina e non sull’ingresso della villetta di via Pascoli a Garlasco. È questa la conclusione preliminare di una nuova consulenza tecnica commissionata dalla famiglia della giovane uccisa il 13 agosto 2007 e destinata a incidere su uno dei casi giudiziari più controversi degli ultimi vent’anni e sull’inchiesta condotta dalla procura di Pavia nel tentativo di riscrivere il delitto. Un’ipotesi quello dell’assalto alla giovane su cui il team legale, che da sempre assiste la famiglia della 26enne, aveva già formulato nel 2009. Quando era ancora lontana la sentenza definitiva ad Alberto Stasi, l’allora fidanzato della vittima. L’elaborato, che sarà consegnato la prossima settimana agli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali di madre, padre e fratello della vittima, è stato realizzato da Dario Redaelli, ex poliziotto ed esperto di analisi della scena del crimine. La consulenza ribadisce una tesi sostenuta dalla parte civile fin dal primo processo ad Alberto Stasi, celebrato nel 2009: il litigio culminato nell’omicidio non sarebbe avvenuto sull’uscio dell’abitazione, come ricostruito all’epoca dal Ris dei carabinieri, ma all’interno della cucina. Lì dove è stato recuperato un sacchetto della spazzatura con rifiuti di una colazione che non erano stati analizzati prima. I test genetici, condotti dalla perita Denise Albani nominata dalla giudice per le indagini preliminari, hanno confermato che su quei resti c’è il Dna di Chiara e di Alberto Stasi, in particolare sulla cannuccia del brick dell’Estathé. LA RIMASTERIZZAZIONE Il lavoro di Redaelli si fonda su una nuova analisi Bpa (Bloodstain Pattern Analysis) delle macchie e degli schizzi di sangue presenti sulla scena del crimine, rianalizzata nella nuova indagine ancora dai carabinieri. L’elemento di novità risiede nella cosiddetta “rimasterizzazione” delle immagini: fotografie scattate nel 2007 sono state rielaborate con software di ultima generazione, in grado di migliorare la definizione e la leggibilità dei dettagli. Questi dati sono stati poi incrociati con alcuni elementi emersi nel corso dell’incidente probatorio genetico e dattiloscopico disposto dalla gip di Pavia Daniela Garlaschelli e svoltosi tra maggio e dicembre scorsi. Incidente probatorio che ha concluso, per quanto riguarda il materiale sulle unghie, per una compatibilità con la linea maschile della famiglia Sempio. Un “aplotipo parziale misto, degradato e di bassa intensità” il cui risultato “non è consolidato” e che per la difesa del 37enne indagato “vale zero”. COLAZIONE CON L’ASSASSINO Gli inquirenti pavesi ritenevano già da mesi i rifiuti, non analizzati precedentemente, i resti della colazione fatta da Chiara con l’assassino: la colazione della mattina del delitto e non alla sera precedente o ai giorni prima, quando Chiara Poggi e Stasi avevano consumato due pizze d’asporto. Nei verbali del 2007, Stasi aveva dichiarato di aver bevuto una birra portata da casa, poi ritrovata ancora parzialmente piena nel frigorifero. Un altro filone di approfondimento riguarda i gioielli indossati da Chiara Poggi il giorno dell’omicidio. Si tratta di quattro braccialetti, due orecchini con perla, una collana con ciondolo, una cavigliera e un orologio, restituiti alla famiglia solo nel 2019, dodici anni dopo il delitto, su disposizione della Corte d’assise d’appello di Milano. Anche su questi oggetti la famiglia Poggi ha commissionato specifiche analisi, nel tentativo di chiarire ulteriormente la dinamica dell’aggressione. Gli esiti della nuova consulenza, per ora preliminari, non sono stati ancora depositati. I legali Tizzoni e Compagna valuteranno in una fase successiva se produrli formalmente alla conclusione delle indagini preliminari su Andrea Sempio, i cui termini scadono il 24 gennaio, salvo eventuale richiesta di proroga da parte della Procura di Pavia. In alternativa, il materiale potrebbe confluire in una eventuale istanza di revisione del processo che la difesa di Alberto Stasi – condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio – potrebbe presentare nei prossimi mesi alla Corte d’appello di Brescia. L'articolo Garlasco – “L’aggressione di Chiara Poggi in cucina”, l’ipotesi della parte civile grazie alla rimasterizzazione delle immagini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Veline, speculazioni e il record di indagini su Sempio. Ma le sentenze su Stasi non sono state scalfite, il Dna sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore”
“Le sentenze su Alberto Stasi rimangono granitiche, non sono state scalfite dall’incidente probatorio, non sono scalfite dal processo mediatico che non si limita a metterle in discussione ma mira a demolirle, non sono scalfite, anche se attendo il deposito delle indagini, dalle illazioni che, in qualche modo, attribuiscono alla Procura di Pavia determinati risultati, determinate indagini”. A pochi giorni dall’attesa chiusura delle indagini sul delitto di Garlasco che vede iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio, l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale di parte civile della famiglia Poggi, risponde alle domande del FattoQuotidiano.it sulle fasi finali dell’inchiesta penale più mediaticamente seguita degli ultimi anni. In questa intervista, l’avvocato ripercorre i momenti cruciali dell’inchiesta, analizza l’impatto dell’incidente probatorio e riflette sulla gestione del caso da parte delle istituzioni, sottolineando la solitudine della famiglia Poggi di fronte a un sistema giudiziario che, secondo lui, ha spesso ceduto alla pressione pubblica. Un giudizio durissimo quello del legale sugli ultimi mesi: “Si è preferito, quindi, la via breve del ‘golpe giudiziario per via mediatica‘, golpe nel senso che si preferisce sovvertire le istituzioni, ma non passando per le strada che l’istituzione stessa ha tracciato con delle procedure ben chiare e rigide”. Avvocato, in vista della fase finale dell’indagine bis su Andrea Sempio, cosa vi aspettate in relazione all’incidente probatorio? Ci riserviamo di fare ulteriori considerazioni, ma ci sembra di capire che, purtroppo, la Procura di Pavia stia ancora cercando di mettere in discussione la sentenza di condanna di Stasi, nonostante sia passata in giudicato. Il lavoro della Procura, che sta andando avanti da oltre tre anni e mezzo, ha dato l’impressione di cercare un percorso alternativo rispetto alla responsabilità di Stasi, incentrato sulla figura di Andrea Sempio. Quest’ultimo, ricordiamolo, fu indagato e archiviato nel 2017, nel 2020 citato in altra indagine a carico di ignoti pure archiviata. Dico questo per dire che sostanzialmente il signor Sempio è sotto l’occhio della Procura Pavese dal dicembre del 2016 ad oggi. Tutto sommato un record per quanto riguarda l’indagine su un singolo soggetto per un delitto per il quale lo Stato ha già accertato il colpevole. Ricordiamo poi che la Corte d’Appello di Brescia ha sostanzialmente sempre respinto le istanze di revisione di Stasi e nel secondo caso, nel 2020-21, anche la Cassazione. La parte civile come procederà? A fronte di tutto ciò, noi non possiamo fare altro che fare riferimento agli elementi concreti che emergono dall’incidente probatorio. Non abbiamo alcuna visibilità diretta su come la Procura di Pavia stia gestendo il caso, ma, da quanto emerge dalle dichiarazioni pubbliche e dalle veline, è evidente che ci sia una sorta di incomprensione della posizione della famiglia Poggi, che ha sempre sostenuto la colpevolezza di Alberto Stasi sulla base di elementi concreti. Non sono mai stati messi in discussione i tre pilastri a carico di Stasi, cioè l’impronta sul dispenser portasapone, la bicicletta e le tracce di DNA di Chiara Poggi sui pedali scambiati e il falso racconto di Stasi quale scopritore del corpo della fidanzata. Gli elementi a carico di Stasi rimangono immutati, solidi e assolutamente non messi in discussione. Il tema dei pedali e del falso racconto dello scopritore sono stati cruciali. Il tema dei pedali, sì. Si capisce che la difesa Stasi e i media non hanno, ancora una volta, saputo aggirare questo pilastro che porta Stasi alla sua condanna, ma soprattutto ogni volta sorrido perché nessuno menziona mai un dato statistico, cioè lo 0,000002% di probabilità che avrebbe avuto Stasi di attraversare la scena del crimine ed in particolare la zona vicino alla scala che conduce in cantina senza lasciare le tracce della scarpa Lacoste. Ha fatto riferimento a “veline”: cosa intende? Si è assistito in maniera assolutamente inusitata da marzo a oggi a una sistematica fuga di notizie che vanno dall’aver annunciato al TG1 la famosa impronta 33 (data per insanguinata, ma che non lo è, ndr) fino all’altro giorno: ancora il TG1 che diceva che gli investigatori avrebbero fatto delle verifiche sul computer di Chiara Poggi avvedendosi dell’inserimento di una password. Come abbiamo più volte denunciato si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima, senza alcuna considerazione delle prove che sono già state raccolte nel processo a seguito della prima sentenza della Cassazione. Per questo motivo abbiamo ritenuto di fare chiarezza anche sulle false notizie diffuse in questi mesi sollecitando un ulteriore approfondimento informatico, dal quale è emerso che la sera prima di essere uccisa, Chiara aveva fatto accesso proprio alla cartella del PC di Stasi in cui erano stati catalogati – per genere – i numerosi file pornografici già esaminati all’epoca. Qualora la Procura di Pavia lo riterrà opportuno, questo dato potrà essere verificato anche in contraddittorio mediante apposito incidente probatorio, come già successo per l’Estathè rinvenuto sulla scena del delitto e risultato a sua volta riferibile ad Alberto Stasi. Da parte nostra continueremo ad approfondire celermente ogni ulteriore elemento utile ad una ricostruzione ancor più dettagliata dei fatti, nell’interesse della verità e della giustizia. In merito alla consulenza sulla scena del crimine, come si sposa la vostra teoria secondo cui l’aggressione sarebbe iniziata in cucina, e cosa ne pensate dei risultati genetici riguardanti Alberto Stasi? Già nel 2009, quando ci siamo occupati del caso, avevamo ipotizzato che l’aggressione fosse iniziata in cucina e poi si fosse spostata nel breve corridoio che conduce alla scala dove Chiara è stata scaraventata. La scena del crimine, secondo noi, ha avuto uno sviluppo in questo modo e il DNA di Stasi sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore che colloca Stasi nella casa quella mattina. Per quanto riguarda i risultati genetici, i dati sono chiari. Non si tratta di un’ipotesi, ma di una certezza processuale. Il DNA di Stasi è stato trovato sulla cannuccia dell’Estathè, confermando che era presente la mattina del 13 agosto 2007 nel luogo del crimine e non si tratta di una fantasia. L’elemento più significativo dell’incidente probatorio è proprio questo. Allegheremo intercettazioni, fotografie, riscontri documentali. Siamo quindi di fronte a un ulteriore elemento che conferma la veridicità della sentenza di condanna, nonostante quanto detto nei media e nelle varie trasmissioni. Come si sente la famiglia Poggi in questo momento, alla fine dell’incidente probatorio e in vista di una possibile richiesta di rinvio a giudizio? La famiglia Poggi si trova in una situazione complessa. Dopo tanti anni di battaglie legali, la fine dell’incidente probatorio non porta a una vera e propria ‘chiusura’, ma segna un momento decisivo. La famiglia è ovviamente sollevata dal fatto che i principali indizi contro Stasi restino solidi e inconfutabili, ma anche amareggiata per come sono andate le cose. Nonostante l’incidente probatorio abbia confermato molte delle evidenze già emerse, la famiglia non può fare a meno di sentirsi delusa dal modo in cui la giustizia è stata gestita, soprattutto in relazione alle fughe di notizie e al continuo accavallarsi di voci non verificate. Quello che però ha sempre sorpreso in questa vicenda è che la Procura di Pavia abbia in più occasioni voluto rappresentare come non comprensibile la posizione procedurale della famiglia Poggi, dimenticando che le sentenze su Stasi sono passate in giudicato, che sono state emesse in nome del popolo italiano, e che non sono state minimamente scalfite dall’incidente probatorio e neanche dalle rivelazioni giornalistiche. Infine, una riflessione generale: come valuta la gestione della giustizia in questo caso, anche alla luce della pressione mediatica che ha accompagnato l’intero processo? La giustizia in questo caso ne esce malissimo. È stato preferito dare in pasto al pubblico l’idea di un’indagine, che per sua natura dovrebbe essere segreta, filtrata tramite veline, suggerimenti e illazioni. La Procura di Pavia, ha scelto di non contrastare la strada della visibilità mediatica, limitandosi a pochi comunicati stampa, contribuendo così a distorcere la percezione della verità. In tutto questo si inserisce anche l’assiduo intervento mediatico del Giudice Vitelli che assolse Stasi in primo grado. Il dottor Vitelli ha diritto di difendere la sua sentenza di assoluzione. I Poggi hanno il diritto, ma anche il dovere quali cittadini di difendere le sentenze di condanna perché sono definitive e emesse dopo un giusto processo come anche riconosciuto dalla CEDU. Triste constatare che lo Stato abbia lasciato da soli i Poggi in questa difesa che è anche la difesa del principio della “vincolatività del giudicato”. Purtroppo, all’opinione pubblica è stato lasciato credere che sia preferibile o sarebbe preferibile, anzi sarebbe addirittura doveroso per la famiglia Poggi, credere a un’indagine che per definizione dovrebbe essere segreta e secretata o a quella che è l’opinione che viene espressa da vari commentatori sui media. Cosa intende? La verità giudiziaria è quella che emerge dalle sentenze e dai dati processuali, non quella creata dai media. Eppure, ci siamo trovati a fronteggiare continue speculazioni, come quelle del comico Lino Banfi, che parlava di una possibile colpevolezza femminile, o quelle dell’avvocata Bernardini De Pace, che ha indicato Sempio come il colpevole. E non parliamo delle trasmissioni televisive, come quella delle Iene, che hanno alimentato teorie senza alcuna base concreta. Questo è un vulnus, perché ci si è allontanati dalla giustizia, preferendo fare affidamento sulle opinioni espresse dai media piuttosto che sulle prove processuali. Sarebbe stato molto più utile rispettare le procedure legali e lasciare che la Corte di Appello di Brescia e la Cassazione affrontassero correttamente le richieste di revisione, senza intervenire attraverso il filtro dei media. La giustizia non può essere determinata dai commenti di persone che non hanno avuto accesso alle aule di tribunale e non hanno letto le 40.000 pagine del fascicolo, ma solo dalle evidenze che emergono dal processo e dal lavoro dei periti e dei giudici. Fatti, prove, sentenze non opinioni Questo, secondo me, è un vulnus, nel senso che ci sarebbe dovuti aspettare in primis dalle istituzioni la pretesa della protezione di una sentenza emessa in nome del popolo italiano che può e deve, se nel caso, essere messa in discussione, ma nelle opportune sedi, che sono quelle della Corte di Appello di Brescia, quale organo preposto per affrontare le richieste di revisione delle sentenze emesse nel distretto della Corte di Appello di Milano. Tutto questo non è avvenuto, si è preferito, quindi, la via breve del “golpe giudiziario per via mediatica”, golpe nel senso che si preferisce sovvertire le istituzioni, ma non passando per le strada che l’istituzione stessa ha tracciato con delle procedure ben chiare e rigide. Per quanto ci riguarda le sentenze su Stasi rimangono granitiche, non sono state minimamente scalfite da quelle che sono le attività dell’incidente probatorio, non sono scalfite dal processo mediatico che non le ha sapute mettere in discussione, non sono scalfite, anche se attendo il deposito delle indagini, dalle illazioni che in qualche modo attribuiscono alla Procura della pubblica di Pavia determinati risultati e determinate indagini. L'articolo “Veline, speculazioni e il record di indagini su Sempio. Ma le sentenze su Stasi non sono state scalfite, il Dna sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Chiara trovò le foto porno nel pc di Alberto Stasi la sera prima dell’omicidio, ora c’è la certezza”: le nuove analisi dei consulenti della famiglia Poggi
La sera del 12 agosto 2007, il giorno precedente l’omicidio a Garlasco, Chiara Poggi “aprì quella cartella chiamata ‘militare‘ coi file pornografici catalogati” dal fidanzato Alberto Stasi e vide in anteprima alcune di quelle numerose immagini. Lo spiega l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, uno dei legali della famiglia della 26enne uccisa a Garlasco, rendendo noti i risultati del nuovo “approfondimento informatico“, effettuato dai consulenti della famiglia Poggi (Paolo Reale e gli informatici Nanni Bassetti e Fabio Falleti). I 10 MINUTI DELLA SERA PRECEDENTE IL DELITTO Grazie alle nuove analisi informatiche – spiegano i legali e i consulenti della famiglia Poggi – si è acquisita “la certezza” che Chiara abbia potuto vedere quella sera, prima di essere uccisa, “l’anteprima” di quelle immagini, mentre nel corso dei processi a carico di Stasi era sempre stato “un tema controverso“. A questo si è arrivati grazie all’utilizzo di “nuovi software, che hanno consentito, attraverso le analisi sulla copia forense” del pc di Alberto Stasi, “di acquisire un dato di assoluta certezza”, ossia che, quando lui si allontanò “quella sera” del 12 agosto 2007 “per 10 minuti“, Chiara “aprì quella cartella” con “7mila foto catalogate per generi e anche immagini amatoriali realizzate da Stasi”. Quella sera del 12 agosto, come era emerso dai processi, l’ex bocconiano si era allontanato per dieci minuti da casa di Chiara, verso le 22, per andare a casa sua a controllare che il cane stesse bene e non fosse spaventato dai tuoni. In quei minuti Chiara avrebbe visto l’anteprima di quelle immagini nel pc di Alberto. Un fatto che, fino a oggi, è sempre “rimasto un dubbio” e che, secondo i legali della famiglia Poggi, viene adesso provato. LA RICHIESTA DI INCIDENTE PROBATORIO Per questa ragione la nuova consulenza verrà depositata ai pm di Pavia, che hanno riaperto le indagini su Andrea Sempio. I legali dei Poggi chiederanno poi alla Procura che proponga istanza al gip di incidente probatorio per effettuare, con un perito terzo, quelle stesse analisi sul materiale informatico e “cristallizzarle” come prova. Dalle nuove analisi, ha chiarito Tizzoni, viene “smentita” anche l’ipotesi ventilata di cancellazioni di alcuni dati dal telefono dei Poggi e poi che la cartella di un video di Chiara e Alberto sarebbe stata aperta “dopo una determinata data”. Smentita, dunque, secondo il legale, pure “la teoria” che qualcuno potesse aver visto quel video intimo dei due giovani. IL PERCORSO DEL FILE “I nuovi software consentono di leggere completamente, come in una sorta di ‘tom tom’ il percorso di un file aperto di recente e in questo caso siamo riusciti a leggere quella parte rimasta illeggibile per anni” spiega il consulente Bassetti. “Il risultato è stato confermato con l’utilizzo di più software open source e accertano che quella sera è stata aperta la cartella ‘militare’ che conteneva a sua volta ‘nuova cartella’ e quindi – è questa la novità – il file senzanome.bmp. L’averlo trovato ci dice con certezza che Chiara ha visto i fotogrammi dell’anteprima delle immagini pornografiche”, aggiunge l’esperto che ha ricreato ‘virtualmente’ il computer di Stasi. “Il nuovo software è stata come la ‘stele di Rosette’ e ci ha permesso di leggere un dato rimasto finora illeggibile. Trovare questo file senza nome è stato anche un colpo di fortuna perché il computer di Stasi è stato ‘bombardato‘ da un accesso che non ha seguito le corrette procedure” conclude Bassetti. LA SENTENZA E IL MOVENTE Ma perché, per i legali della famiglia Poggi, si tratta di una novità molto rilevante? Nella sentenza del processo d’appello bis – che ha condannato Stasi a 16 anni di carcere – giudici della Corte d’Assise d’appello di Milano hanno lasciato un mistero sul movente dell’omicidio. Lo studente agì “senza fatica e senza alcuna pietà”, massacrò la sua fidanzata con vari colpi, ma “per un motivo rimasto sconosciuto“, poi tornò a casa “facendo le sole cose che potesse fare, quelle di tutti i giorni: ha acceso il computer, visionato immagini e filmati porno, ha scritto la tesi, come se nulla fosse accaduto”, si legge nel testo della sentenza. Ma la “passione” di Alberto “per la pornografia” – scrivevano i giudici – avrebbe potuto “provocare discussioni, anche con una fidanzata di larghe vedute”. Diventando così “una presenza pericolosa e scomoda, come tale da eliminare per sempre dalla sua vita di ragazzo perbene”. I POGGI: “SI CERCA DI RIABILITARE L’ASSASSINO” “Si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima, senza alcuna considerazione delle prove che sono già state raccolte nel processo a seguito della prima sentenza della Cassazione”, hanno affermato in una nota gli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali della famiglia Poggi. “Secondo quanto evidenziato da più parti l’apertura di una nuova indagine a carico di Andrea Sempio sarebbe da ritenere funzionale ad una richiesta di revisione della condanna irrevocabile pronunciata a carico di Alberto Stasi” concludono i legali. LA CASSAZIONE CONFERMA IL NO AL SEQUESTRO DEI DISPOSITIVI DELL’EX PM VENDITTI Intanto, su un altro fronte sempre collegato a Garlasco, la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura di Brescia contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame che, il 17 novembre, ha annullato, anche il secondo decreto di sequestro dei pm, eseguito il 24 ottobre, dei dispositivi, tra cui telefoni, pc e tablet, dell’ex procuratore di Pavia Mario Venditti indagato nel filone che lo vede accusato di corruzione in atti giudiziari. Di fatto, dunque, con il “rigetto totale” del ricorso dei pm la Suprema Corte ha confermato il no al sequestro del Riesame: non erano state indicate parole chiave per le analisi e l’arco temporale era troppo ampio. Il Riesame aveva annullato il decreto di sequestro probatorio della Procura bresciana del 24 ottobre, dopo l’annullamento del precedente sempre nell’inchiesta per corruzione in atti giudiziari che vede indagato anche Giuseppe Sempio, padre di Andrea. Decisione che aveva riguardato anche il sequestro sui dispositivi degli ex carabinieri pavesi Giuseppe Spoto e Silvio Sapone. I giudici avevano ordinato per tutti e tre la “restituzione” di “tutti i beni sequestrati”, assieme “ai dati eventualmente già estrapolati”. Il legale Aiello, in particolare, aveva fatto notare che, oltre all’assenza di gravi indizi di colpevolezza, la Procura anche nel secondo decreto sul caso Garlasco non aveva indicato parole chiave per effettuare le analisi sui dispositivi, volendo portare avanti una ricerca a tappeto ed estesa a livello temporale per 11 anni, dal 2014, quando il magistrato divenne procuratore aggiunto a Pavia, fino al 2025. Tesi accolta dai giudici del Riesame. Oggi è stato depositato il dispositivo della Cassazione, sesta sezione penale, che boccia il ricorso della Procura del 3 dicembre. 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