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Perché le regioni non pagano gli esiti in sanità invece delle prestazioni?
Ho letto con attenzione la delibera della Regione Lombardia sulle “determinazioni in ordine agli indirizzi di programmazione del Ssr per l’anno 2026” del 30 dicembre 2025. Dopo tutte le parole inutili come “richiamata”, “vista”, “ritenuto”, “dato atto”, “precisato”, “vagliate e assunte” che coprono 13 pagine finalmente arriva la parola “delibera” di qualche riga che rimanda all’Allegato A. Ho letto con attenzione anche l’allegato di ben 297 pagine! Sembra che il politichese sia una materia trattata in tutte le scuole di ordine e grado che in realtà serve solo a vociare. Senza dire nulla. Eppure il Covid avrebbe dovuto insegnarci qualcosa, ma sono un illuso, perché avremmo dovuto avere nel piano pandemico che ci mancava delle semplici parole chiave come chi fa cosa, come e perché. Invece no. L’Allegato A sembra come la bozza del nuovo piano pandemico che si compone di 155 pagine. Ma andiamo avanti. E fermiamoci su alcuni punti. A pagina 7, per quanto riguarda le liste di attesa, citano alcune visite specialistiche “critiche” sul territorio. Non è citata quella oculistica che ha in media una attesa di un anno. Immagino quelle citate! La Giunta come risolve il problema? Invece di chiudere tutte le attività private nelle strutture accreditate, come sono andato a dire al Colonnello dei Nas, scrivono, a pagina 9, che “alla luce di ciò, con nota n. prot. G1.2025.0020005 del 21/05/2025 è stato richiesto alle Ats di trasmettere, con cadenza trimestrale, i verbali degli esiti degli accertamenti svolti dai Nas in occasione delle eventuali ispezioni presso gli Enti del territorio di competenza. Qualora dai verbali emergesse che un Ente risulta più volte inadempiente senza adeguata motivazione, tale inadempienza potrà riflettersi sul punteggio dei Direttori Generali.” Cattivelli, non avete fatto bene i compiti e vi mando dietro l’angolo! Mentre le liste si allungano senza soluzione. Preoccupante la pagina 29 dove si legge: “La DG Welfare considera la trasformazione digitale una priorità assoluta per l’efficientamento dei processi sociosanitari, per favorire la collaborazione professionale, per supportare i professionisti nello svolgimento del proprio lavoro e per facilitare l’acceso ai servizi da parte dei cittadini.” Sono decenni che sono stati buttati diversi milioni di euro per la tessera sanitaria regionale, il fascicolo sanitario nazionale e ultimamente con l’ecosistema dei dati sanitari. Cambiano nome ma il problema resta. Lombardia Informatica è un carrozzone regionale che ha un unico interesse: gestire la nostra salute non per l’efficientamento del sistema sanitario ma per interessi diversi, come io dimostrai nel lontano 2014 quando riuscii a fermare una delibera dell’allora Presidente Maroni che dava in gestione i nostri dati sanitari a enti esterni a Lombardia Informatica, non solo pubblici! Quindi siamo alle solite. Perché non dare in gestione i dati sanitari ai cittadini con History Health attivabile solo con la nostra impronta digitale e a breve con l’impronta retinica? Eppure proprio la direzione di Lombardia Informatica, sempre nel 2014, mi disse che sarebbe stata una bella rivoluzione! Lascio a voi la lettura della pagina 46 sui metodi di sicurezza da attuare per i nostri dati sanitari. In altre pagine uno sproloquio, a mio avviso, sulla telemedicina e, peggio, sulla intelligenza artificiale, che se da un lato potrà aiutare se ben utilizzata, dall’altro è il baratro dell’empatia fondante nel rapporto medico-paziente. Salto a piè pari tutte le pagine tedianti degli investimenti con i soldi del Pnrr e sulle case di comunità, vere e proprie isole nel deserto utili, a mio avviso, solo nelle piccole comunità che sono già comunque protette dai veri medici di base che dedicano la loro vita ai concittadini. Ovviamente non è mia intenzione pulire dalle pulci questo lungo manoscritto, ma non può non cadermi l’occhio, per concludere, come debbano essere eseguiti ancora oggi, secondo la Giunta della mia regione a pagina 121, i controlli sulle prestazioni sanitarie pubbliche e private accreditate. Si legge: “Si ricorda e si ribadisce che le Ats, come previsto dal Decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112, procedano, all’interno del 12,5% dei controlli sui ricoveri, al controllo del 10% delle Sdo riferibili al singolo anno solare di produzione per ente erogatore, come registrato nel flusso HSP 11.” Permangono i controlli sugli elaborati scritti, inutili e dispendiosi. Basterebbe farlo sui pazienti, a campione, non per reprimere ma effettivamente per capire chi ha lavorato bene solo per la salute del paziente e non per il budget della azienda sanitaria che, nelle pagine successive, si caratterizza solo con un taglio annuale effettuato dalla regione. Invece, secondo me, se si facessero dei controlli a campione, come presentai a Report nel lontano 2010, potremmo realmente ridistribuire economia e salute a tutti. Ecco perché ora, a conclusione, faccio una proposta di poche parole ma molti fatti. Se invertissimo rotta e la Regione, qualunque, pagasse alle strutture convenzionate gli esiti in sanità, invece delle prestazioni, dopo apposito controllo, non vivremmo tutti in un mondo migliore? L'articolo Perché le regioni non pagano gli esiti in sanità invece delle prestazioni? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il caso San Raffaele? Solo la punta di un iceberg. Ecco cosa si può fare subito
Non è vero che quanto accaduto al San Raffaele di Milano tra il 5/7 dicembre – infermieri del tutto disorientati che non sanno dove si trovino i farmaci, privi delle competenze indispensabili per lavorare nei reparti più delicati, un farmaco che sarebbe stato somministrato con una dose dieci volte maggiore di quella prescritta… – rappresenti una situazione imprevedibile ed eccezionale. Quello che è avvenuto è in totale continuità con la deriva di un servizio sanitario regionale che ha al suo interno una fortissima presenza di strutture private il cui obiettivo è la massimizzazione del profitto. In un contesto nel quale le istituzioni pubbliche, regione e ATS/ASST, hanno da tempo rinunciato ad esercitare la loro funzione di controllo verso ospedali e ambulatori privati convenzionati, il cui bilancio difficilmente starebbe in piedi senza i fiumi di soldi che arrivano ogni anno dalle casse pubbliche. La presenza delle cooperative nelle strutture sanitarie non è una novità; vari ospedali hanno iniziato prima ad esternalizzare i servizi, dalle pulizie alla ristorazione, e sono passati quindi ad esternalizzare parte dell’assistenza sanitaria a cooperative che si aggiudicano il servizio al massimo ribasso. Pratica questa che ha ovvie conseguenze sulle condizioni di lavoro del personale, spesso scelto senza che da parte delle direzioni degli ospedali e della regione vi sia una verifica dell’adeguatezza dei percorsi formativi in relazione alla mansione da svolgere. Qui non possono esserci vie di mezzo, deve essere vietata, alle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate, l’esternalizzazione dell’attività sanitaria sia di cura che di assistenza. Nel frattempo, da subito, è necessario: che il governo realizzi un’indagine conoscitiva su tutto il territorio nazionale per comprendere quante e quali sono le cooperative che forniscono personale agli ospedali; che le Regioni rimettano in discussione i contratti con il privato convenzionato, inserendo precisi vincoli sulle caratteristiche professionali necessarie e sulla qualità dei contratti del personale; che tali contratti cessino di essere secretati e quindi di essere sottratti al pubblico controllo. Nel caso del San Raffaele, da più parti si è sostenuto che la direzione è stata obbligata a rivolgersi alle cooperative a causa della carenza di infermieri. La stessa ragione invocata dall’ASST di Lecco per giustificare i medici dati “in affitto” ad una struttura privata, perché tanto nell’ospedale pubblico non avrebbero potuto svolgere ulteriore attività a causa della mancanza di infermieri, come racconto nella mia newsletter Diritti in Salute. Ma si tace sul fatto che decine e decine, forse centinaia, di infermieri hanno abbandonato il S. Raffaele a causa delle modifiche peggiorative contenute nel nuovo contratto imposto dalla proprietà. In tal modo è ulteriormente peggiorata la già cronica carenza di questa fondamentale figura professionale C’è un modo molto semplice per risolvere la situazione: aumentare gli stipendi degli infermieri equiparandoli a quelli degli altri stati dell’Europa occidentale, migliorarne le condizioni di lavoro e facilitarne lo spostamento nelle aree maggiormente carenti ad esempio attraverso politiche di facilitazione per la casa e per i mezzi di trasposto. Infine, ricordo che già a metà settembre, a 37e2, la trasmissione che conduco su Radio Popolare, avevamo parlato dei disagi crescenti al San Raffaele: carenza di alcuni farmaci, chiusura di sportelli, rifiuto di prenotare visite e/o esami per chi proveniva da altri ospedali, condizioni di lavoro stressante ecc. ecc. Ma, come sempre, nessuna risposta era arrivata dalle istituzioni, né a noi, né alla RSU. La Regione Lombardia sembra sempre più una delle famose tre scimmiette: non vede, non sente, non parla. Fino a quando i disastri si materializzano, e allora finalmente favella, ma solo per difendere il buon nome del privato. Quanto è accaduto non è un caso, non è una disgrazia imprevedibile, è la conseguenza di una precisa e scellerata scelta di politica sanitaria. P.S. Il coordinamento la “Lombardia SiCura”, che raccoglie decine di associazioni, forze sindacali e politiche, martedì 16 dicembre ha lanciato, con un presidio davanti al consiglio regionale, una campagna per il diritto alla salute per tutti, che proseguirà nei primi mesi del 2026 con una settimana di iniziative nei Comuni, un convegno per proporre soluzioni concrete per una sanità al servizio dei cittadini e una grande manifestazione prevista per il 14 marzo. L'articolo Il caso San Raffaele? Solo la punta di un iceberg. Ecco cosa si può fare subito proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un anno per una colonscopia o cinque giorni a 600€? Questa è la sanità in mano al privato
Chi mi legge su questo blog sa che a maggio scorso mi sono recato dal comandante dei NAS della Regione Lombardia dopo che era stato firmato un accordo con il Presidente della regione stessa per ridurre le liste di attesa. Ho dato la mia idea che resta l’unica da poter attuare per giungere ad una svolta vera, ossia togliere il privato dalla salute pubblica. Una persona a me vicina soffre da agosto di disturbi intestinali con dolori e gonfiore ed in quattro mesi non è ancora giunta ad una diagnosi indispensabile alla terapia ed alla risoluzione del caso clinico. Il primo contatto è stato con il medico di base che ha richiesto diversi esami ma siccome i sintomi si accentuavano ha deciso di fare un accesso al Pronto Soccorso, unico modo per poter quanto meno escludere un intervento urgente. Infatti i Pronto Soccorso, come nel caso specifico, sono gli unici a dare risposte immediate ma non possono, e non devono, restare l’unico baluardo in prima fila perché, piano piano, verranno abbandonati dal personale medico ed infermieristico oberato di lavoro. Così succede, che nella ricerca della diagnosi, viene indicata, fra le altre cose, una colonscopia che viene prenotata tramite il Centro Unico Prenotazione regionale presso il Policlinico San Donato nell’hinterland milanese, del Gruppo privato accreditato omonimo, a fine settembre 2026! Ma vedendo il sito della stessa struttura e ricercando la possibilità dello stesso esame in privato si scopre la disponibilità solo cinque giorni (compreso sabato e domenica) dopo, in diverse ore e con diversi professionisti, alla modica cifra di circa 600 euro. Tutto regolare, secondo la politica che ha voluto. Tutto regolare, secondo i privati che vogliono guadagnare. Tutto regolare, secondo i cittadini che possono superare la lista a scapino solo di chi non può. Tutto regolare secondo il Comandante dei NAS? Aspetto una risposta a questa lettera che invierò direttamente visto che da maggio ad oggi non sono stato più contattato. Caro Colonnello, le dico anche dalle pagine di questo mio spazio come feci durante il nostro lungo colloquio, di essere disponibile ad accompagnarla dall’Assessore alla Sanità Bertolaso. Settembre per le ripetizioni scolastiche è passato da tempo. Non facciamo passare un nuovo anno la prego. Occorre dare qualche lezione. Dal campo. L'articolo Un anno per una colonscopia o cinque giorni a 600€? Questa è la sanità in mano al privato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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