Tag - Regione Lombardia

Lombardia, Alessandro Bastoni riceve il premio ‘Rosa Camuna’. E scoppia la polemica dentro FdI in Regione
Il difensore dell’Inter e della Nazionale Alessandro Bastoni tra i premiati con la “Rosa Camuna“, la più alta onorificenza conferita dalla Regione Lombardia. La candidatura è stata presentata dal presidente del Consiglio regionale Federico Romani (Fratelli d’Italia) e sottoscritta anche dal consigliere regionale Pietro Bussolati (Pd), in un raro momento di sintonia bipartisan che però ha finito per scatenare una polemica tutta interna alla destra e a FdI. Bastoni, classe 1999 e nato a Casalmaggiore, in provincia di Cremona, viene indicato dai promotori come “uno dei volti più rappresentativi del calcio lombardo, italiano ed europeo”. Nella motivazione si sottolineano “il valore sportivo dimostrato nel corso della carriera e il ruolo simbolico che ricopre nel calcio regionale”. Con la maglia dell’Inter e della Nazionale, spiegano Romani e Bussolati, il difensore “ha dimostrato negli anni qualità tecniche, personalità e senso di responsabilità che lo rendono un punto di riferimento dentro e fuori dal campo”. A rafforzare la candidatura, secondo i proponenti, c’è anche la gestione di un episodio recente. Il riferimento è alla partita Inter-Juventus del 14 febbraio, con protagonista Bastoni e il difensore bianconero Kalulu. Il difensore nerazzurro enfatizzando un lievissimo contatto ha provocato l’ingiusta espulsione di Kalulu e ha pure esultato mentre al suo collega veniva mostrato il secondo giallo e il conseguente cartellino rosso. Bastoni – aggiungono Romani e Bussolati – “ha saputo distinguersi anche per la maturità dimostrata nel riconoscere pubblicamente un proprio errore, assumendosi la responsabilità di un gesto avvenuto in campo. Un atteggiamento non scontato e non comune e che testimonia il rispetto per il gioco, per gli avversari e per i tifosi”. I due firmatari ricordano che situazioni simili si verificano spesso sui campi senza suscitare la stessa eco e sostengono che la reazione del giocatore dell’Inter “ha rappresentato un esempio positivo di come si possa trasformare un errore in una occasione di responsabilità e crescita“. Il Premio Rosa Camuna, istituito nel 1996, viene assegnato ogni anno il 29 maggio, in occasione della Festa della Lombardia. Il riconoscimento celebra persone che si siano distinte per impegno e contributo allo sviluppo economico, sociale, culturale e sportivo della regione. Il nome richiama la figura della Rosa Camuna, simbolo della Lombardia ispirato alle incisioni rupestri della Valle Camonica risalenti all’età del bronzo, la cui stilizzazione grafica è stata realizzata dai designer Bruno Munari, Bob Noorda, Roberto Sambonet e Pino Tovaglia. Fin qui il premio. Poi arriva la politica. E soprattutto il calcio, che evidentemente riesce a dividere anche quando si entra nei palazzi istituzionali. A contestare l’idea di premiare Bastoni è Franco Lucente, assessore regionale ai Trasporti e Mobilità sostenibile – anche lui in quota Fratelli d’Italia – nonché presidente dello Juventus Club “Amici del Pirellone Gianluca Vialli”, che riunisce assessori e consiglieri regionali di diversi schieramenti politici ma uniti dal tifo per i bianconeri. Lucente chiarisce di condannare i fischi negli stadi e l’accanimento mediatico contro il difensore dell’Inter. Ma, aggiunge, “da qui a volerlo premiare con un alto riconoscimento di Regione Lombardia ce ne passa“. Secondo l’assessore, le scuse arrivate dopo l’episodio con Kalulu non rappresentano un valore positivo né un esempio di rispetto per il gioco, gli avversari e i tifosi, come sostenuto nella motivazione ufficiale. “A questo punto – osserva – si potrebbe proporre il povero Kalulu come vincitore morale del premio ‘Cornuto e mazziato‘: espulso per un fallo che non ha commesso e costretto a vedere il protagonista della simulazione, Bastoni, addirittura osannato e candidato a un premio per lealtà e correttezza“. L'articolo Lombardia, Alessandro Bastoni riceve il premio ‘Rosa Camuna’. E scoppia la polemica dentro FdI in Regione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Calcio
Inter
Juventus
Regione Lombardia
Altra tegola per il centrodestra in Lombardia, il Tar boccia la Giunta e ferma l’uccisione in deroga di storni e fringuelli
Il piano per uccidere in deroga centinaia di migliaia di uccelli protetti subisce una battuta d’arresto. E per il centrodestra in Regione Lombardia è una batosta. Il Tar – Sezione seconda, presidente Gabriele Nunziata – ha dichiarato illegittima la delibera di Giunta n. 4714 dello scorso 14 luglio che autorizzava le doppiette ad abbattere, soltanto in Lombardia, poco meno di 100mila fringuelli e oltre 40mila storni. Il lasso di tempo in cui è stata consentita la mattanza, purtroppo, risale all’autunno scorso (dall’1 di ottobre al 30 di novembre), ma la sentenza del Tribunale amministrativo segna un importante precedente per ciò che accadrà in futuro. La bocciatura della delibera da parte dei giudici amministrativi porta con sé parole di un certo peso. Secondo il Tar, infatti, sono state violate la legge 157/1992 (volgarmente, la legge sulla caccia) e la Direttiva 2009/147/CE (Direttiva Uccelli) quando si introduce il concetto di “soluzioni alternative” alla caccia in deroga (in deroga, va da sé, alla legge), confermando l’insussistenza dell’assenza di tale principio. Qui i giudici: “La giurisprudenza comunitaria è costante nell’affermare che l’onere di dimostrare l’assenza di tali soluzioni alternative grava sull’autorità che intende disporre la deroga, la quale deve fornire una motivazione precisa, circostanziata e adeguata, basata su dati scientifici e istruttori completi”. Spoiler: l’autorità in questione – la Regione Lombardia – non ha fornito motivazioni adeguate basate su dati scientifici. In particolare gli uffici di Palazzo Lombardia hanno costruito le proprie argomentazioni su tre aspetti, tutti bocciati dai giudici. 1) l’insussistenza di alternative alla caccia di fringuello e storno, 2) la necessità di salvaguardare un “retaggio storico-culturale” e un “bagaglio di tradizioni, prassi e cultura” legati a questa specifica forma di caccia, 3) l’effetto benefico che l’attività venatoria da appostamento fisso avrebbe sull’ambiente, attraverso gli interventi di miglioramento ambientale realizzati dai cacciatori. Conclusione: “Il Collegio ritiene che nessuna di queste argomentazioni superi il vaglio di legittimità“. Per i giudici “la Regione Lombardia e le associazioni venatorie hanno posto grande enfasi sul carattere tradizionale di questa forma di caccia. Tuttavia, la giurisprudenza comunitaria è inequivocabile nel sancire che ‘il mantenimento di attività tradizionali non costituisce una deroga autonoma’ e che la mera tradizionalità di un metodo di caccia ‘non è sufficiente, di per sé, a dimostrare che un’altra soluzione soddisfacente non possa sostituirsi a detto metodo'”. E ancora: “L’idea che l’uccisione di” circa 100mila “esemplari di specie protette possa essere giustificata da presunti e non provati benefici ambientali appare in palese contrasto con la logica e le finalità della Direttiva Uccelli”. Risultato: la delibera di Giunta è annullata. Esultano le associazioni animaliste e ambientaliste (Lac in testa, e poi Enpa, Lav, Lipu, Lndc e Wwf): “Una vittoria netta, che mette la parola ‘fine’ alle forzature normative della Regione Lombardia. Questa sentenza è una lezione di civiltà. È inaccettabile che ogni anno la Regione impegni risorse pubbliche e uffici per scrivere delibere illegittime, con l’unico scopo di accontentare una frangia estremista del mondo venatorio. Questo ‘accanimento burocratico’ contro specie protette non è solo un danno alla biodiversità, ma un insulto ai cittadini che credono nel rispetto delle regole”. Le associazioni denunciano la volontà di diverse Regioni di voler riaprire le deroghe anche per l’anno in corso, nonostante la chiarezza dei tribunali: “Si tratta di un cortocircuito istituzionale che espone l’Italia a onerose procedure d’infrazione europee, pagate da tutta la collettività”. Per Paola Pollini, consigliera regionale del M5s, la sentenza “segna un punto destinato a fare giurisprudenza. Cade l’ultima foglia di fico, l’alibi della tradizione, ormai ultimo appiglio di un centrodestra a corto di valide ragioni scientifiche, viene spazzato via. Non vi è niente di tradizionale nel voler sparare a una specie protetta, non solo, anche se tradizione vi fosse, non rappresenta motivo sufficiente per derogare alla legge. Credo si tratti di un segnale inequivocabile. Anche in funzione delle deroghe future sulle quali il centrodestra è al lavoro e frettolosamente, forse troppo, già annunciate da alcuni Consiglieri regionali di maggioranza”. Per Eleonora Evi, deputata del Pd, “è una sentenza storica, un trionfo della ragione e della legalità Il Tar Lombardia ha detto chiaramente ciò che ambientalisti e scienziati ripetono da anni, a differenza di quanto propinato dal clientelare comitato tecnico faunistico-venatorio architettato strumentalmente dal governo per fare la guerra alla fauna selvatica: le deroghe alla tutela degli uccelli migratori non hanno alcuna giustificazione scientifica, giuridica né etica. E ancora: “Questo è esattamente il messaggio che anche il governo Meloni deve accettare e deve ascoltare, e fermare il cosiddetto ddl ‘sparatutto’, un provvedimento vergognoso che punta a stravolgere le norme europee a tutela della fauna selvatica per accontentare le lobby armiero venatorie. Un attacco frontale alle direttive europee, all’ambiente e alla biodiversità.” A dare il via libera alle Regioni, lo scorso febbraio, era stata Ispra, che aveva stabilito si potessero uccidere circa 800mila volatili (81.302 fringuelli e 230.242 storni). Una quantità ritenuta congrua per non comportare “significativi rischi di impatto demografico sulle popolazioni complessive delle due specie, sempre se considerate a scala europea”. La stessa Ispra, tuttavia, aveva espresso riserve tecniche, poiché “non risulta possibile, nel caso di popolazioni migratrici su vasta scale, determinare la piccola quantità in modo scientificamente attendibile, a causa della mancanza di dati affidabili per una serie di parametri demografici che dovrebbero essere raccolti in una vasta area geografica che ricomprende diversi Paesi europei ed extra europei”. Successivamente la conferenza Stato-Regioni aveva assegnato a ciascuna Regione il numero di individui cacciabili: alla Lombardia era toccata la fetta più consistente. Ora il nuovo stop. Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it Instagram L'articolo Altra tegola per il centrodestra in Lombardia, il Tar boccia la Giunta e ferma l’uccisione in deroga di storni e fringuelli proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Caccia
Regione Lombardia
Regione Lombardia, continua la campagna acquisti di Forza Italia: da Fdi arriva Barbara Mazzali. Ora il partito azzurro batterà cassa?
La campagna acquisti di Forza Italia in Regione Lombardia ha numeri record: nel 2023, a inizio legislatura, i consiglieri erano soltanto 6, oggi la truppa è quasi raddoppiata, contando 11 consiglieri. L’ultimo arrivo, a sorpresa, è di questa mattina e scongiura lo sbarco in Regione di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci. Già, perché a entrare in Forza Italia è l’ex assessora Barbara Mazzali, per giorni tentata anche dall’avventura col Generale fuoriuscito dalla Lega. Un’ipotesi che avrebbe creato parecchi problemi in maggioranza, visto che il presidente Attilio Fontana non ha mai fatto mistero di essere molto lontano dalle posizioni di Vannacci. Meglio così, allora, anche se l’ingresso di Mazzali in Forza Italia non è privo di conseguenze politiche. Anzi. Il primo segnale è un campanello d’allarme in Fratelli d’Italia. Mazzali lascia il partito dopo anni di militanza e una grande delusione, visto che a ottobre FdI le aveva tolto la poltrona da assessora al Turismo per assicurarla a Deborah Massari, figlia di Iginio, maestro della pasticceria. In molti tra i meloniani avevano storto il naso perché Massari non ha alcuna esperienza in politica ed è stata favorita dagli ottimi rapporti con Arianna Meloni, sorella della premier Giorgia. Per qualche mese Mazzali ha covato la rabbia guardandosi intorno. Poi è arrivata la proposta di FI, in fase di gran rilancio in Lombardia: “Siamo felici della scelta – esulta il segretario regionale Alessandro Sorte – si tratta di una figura di riconosciuto consenso, che in più tornate elettorali ha dimostrato competenza, credibilità e un forte radicamento sul territorio lombardo”. E non è finita, perché Sorte giura che “nelle prossime settimane ci saranno altri ingressi”. La prospettiva preoccupa gli alleati in Regione. Da almeno un anno Forza Italia vorrebbe un rimpasto in Regione per riequilibrare i pesi, visto che nel frattempo la rappresentanza in Consiglio è quasi raddoppiata. Fontana però si è sempre opposto, e così la sfida si sposta sull’obiettivo più immediato, ovvero le commissioni del Consiglio regionale. Prassi vuole che a metà legislatura la maggioranza si metta al tavolo per fare un tagliando sugli incarichi nelle commissioni (presidenze e vice-presidenze), intervenendo con qualche aggiustamento dove necessario. La metà della legislatura è passata da un pezzo (siamo a 3 anni su 5) ma non c’è stata traccia di rimescolamenti. L’arrivo di Mazzali potrà servire ai forzisti a battere cassa. L'articolo Regione Lombardia, continua la campagna acquisti di Forza Italia: da Fdi arriva Barbara Mazzali. Ora il partito azzurro batterà cassa? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Roberto Vannacci
Attilio Fontana
Regione Lombardia
Allodole immortali e contrassegni magici: così in Lombardia il bracconaggio diventa un diritto
Con l’attuazione del decreto n. 1818 del 12.02.2026, Regione Lombardia ha messo il sigillo finale alla sanatoria che trasforma l’avifauna selvatica — patrimonio indisponibile dello Stato — in un buffet per il mercato nero. L’intero impianto della delibera, basato sulla banca dati dei richiami vivi gestita dalla Regione, è un capolavoro di falsità ideologica: un vero e proprio manuale di istruzioni per legalizzare il bracconaggio. Se pensavate che il segreto della longevità si trovasse in qualche sperduta isola giapponese, vi sbagliavate: si trova nei richiami vivi detenuti dai cacciatori lombardi e usati nei loro capanni. Nella grottesca banca dati, allodole e tordi non muoiono mai e la biologia è considerata un’attività sovversiva. In questo luogo magico, gli uccelli hanno scoperto l’elisir di eterna giovinezza. Un esempio? L’ultima cattura autorizzata di allodole in Lombardia risale al 2013, anno in cui furono regalati ai cacciatori 330 esemplari. Ebbene, secondo i dati ufficiali della Regione, a distanza di ben 13 anni, ben 136 di quegli uccelli (il 41%) sarebbero ancora vivi e vegeti, pronti a cantare. Un vero “miracolo”, considerando che anche l’Ispra (l’autorità scientifica nazionale) mette nero su bianco che un uccello di cattura vive mediamente 2 o 3 anni. Ma in Lombardia no: qui abbiamo allodole ultratredicenni che sopravvivono in gabbie minuscole, spesso lerce, al buio con un tasso di resistenza che farebbe invidia a una tartaruga delle Galapagos. Il trucco c’è e si vede: è il “riciclaggio” dei richiami. La realtà è meno poetica e decisamente più penale. Il meccanismo è tanto banale quanto illegale: quando l’uccello muore, il cacciatore sfila il contrassegno e lo infila sulla zampa di un giovane esemplare catturato illegalmente all’alba con le reti dietro casa. E la Regione cosa fa? Invece di controllare, regala — con i soldi di tutti i contribuenti — nuovi contrassegni (fascette di plastica e bugne aperte, ecc.) al posto degli anelli chiusi e inamovibili previsti dalla legge. Lo fa poi basandosi su autocertificazioni che hanno lo stesso valore di una promessa elettorale. È la legalizzazione del bracconaggio tramite decreto. Come se non bastasse, nel modulo di richiesta per avere i nuovi contrassegni spunta persino la pavoncella, una specie in declino così grave che un Piano Nazionale di gestione ne ha sospeso di fatto la caccia. Ma per la Regione Lombardia, evidentemente, le leggi nazionali e lo stato di conservazione delle specie sono solo fastidiosi suggerimenti da ignorare tra una polenta e uno spiedo. Se questo scempio non verrà fermato, migliaia di esemplari di cattura illegale verranno ‘sanati’ definitivamente, rendendo vana ogni vigilanza futura e creando un precedente che rischia di estendersi ad altre regioni, scardinando per sempre il sistema della legalità e della tutela ambientale in Italia. L'articolo Allodole immortali e contrassegni magici: così in Lombardia il bracconaggio diventa un diritto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Ambiente
Caccia
Regione Lombardia
Bracconaggio
Parla Romano La Russa (FdI) e i consiglieri di FI escono dall’Aula in segno di protesta: tensione in maggioranza in Lombardia
La scena è plateale: mentre l’assessore lombardo Romano La Russa, fratello di Ignazio, sta parlando in Aula al Pirellone, i consiglieri forzisti si alzano e ne vanno. Una protesta clamorosa, tipica al massimo delle opposizioni e solo nei momenti più gravi. E invece i forzisti non esitano a mantenere fede alla parola che aveva dato il coordinatore regionale Alessandro Sorte: “Se non si scuserà, usciremo dall’Aula ogni volta che parlerà”. Ma cosa è successo? Tutto inizia qualche settimana fa durante una riunione di maggioranza in Lombardia. Si discute di politica, poi i toni si alzano. La Russa se la prende con i forzisti e in particolare con Sorte, gridandogli contro di tacere e insultando il partito: “A me di Forza Italia non me ne frega un c…”. Il tempo passa ma il chiarimento non arriva, nonostante FI e FdI siano alleati nella maggioranza che sostiene Attilio Fontana. A inizio febbraio Sorte parla con Repubblica e dice di aspettarsi le scuse di La Russa, di cui però non c’è traccia. Ed eccoci al Consiglio regionale di martedì 10, con l’assessore che per qualche minuto parla di sicurezza coi 6 forzisti al loro banco, in attesa. Quando capiscono che non tira aria di scuse, i berlusconiani guidati dal capogruppo Fabrizio Figini si alzano e se ne vanno, spiazzando La Russa. Il quale prova a cavarsela con una battuta, col risultato di infastidire ancora di più gli alleati: “Avranno un problema di prostatite, altri motivi non possono esserci”. Di lì a poco interviene Sorte: “Non ci sono problemi politici con FdI ma noi chiediamo rispetto e i toni devono stare sempre sul perimetro dell’educazione. Le scuse non sono arrivate e quindi, passatemi la battuta, oggi Forza Italia saluta Romano e se ne va”. Dopo il suo intervento, La Russa prova a ricucire scusandosi per la prima volta: “Chiedo scusa ai 10 mila, 20 mila, 50 mila elettori di Forza Italia. Nei confronti del gruppo, non ho mai avuto nulla in contrario, ho sempre collaborato e continueremo a farlo. Quella sulla prostatite non era che una battuta. Non ho mai pensato minimamente di offendere qualcuno”. Una pezza obbligata che per ora limita i danni. Ma, vista l’esuberanza di Romano, nessuno se la sente di giurare che sia finita qui. E infatti in Fratelli d’Italia fanno capire che gli animi non sono ancora sereni: “L’uscita dall’Aula è inaccettabile – dice il capogruppo Christian Garavaglia – non è un comportamento adeguato per chi fa parte della maggioranza. Qualsiasi divergenza dev’essere affrontata con un confronto diretto nelle sedi appropriate. L’uscita rappresenta un atto irresponsabile e grave”. L'articolo Parla Romano La Russa (FdI) e i consiglieri di FI escono dall’Aula in segno di protesta: tensione in maggioranza in Lombardia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Fratelli d'Italia
Forza Italia
Regione Lombardia
La Regione Lombardia vuole la “tassa sulla salute” per i frontalieri: proteste da sindacati e Svizzera
A volere la “tassa sulla salute” per i lavoratori frontalieri, ormai, è rimasta solo la Regione Lombardia. Piemonte, Alto Adige e Valle d’Aosta hanno già annunciato che non aderiranno alla nuova norma, pensata due anni fa dal governo Meloni ma resa operativa solo a fine 2025 da un decreto. D’altronde, la regione amministrata dalla giunta Fontana è stata sempre la principale sostenitrice dell’introduzione del nuovo prelievo. E se ne comprende facilmente il motivo, considerando che, secondo le stime, il gettito atteso per la Lombardia oscilla tra i 100 e i 150 milioni di euro l’anno. Ma le critiche alla misura piombano da tutte le parti. I sindacati, sia italiani che elvetici, parlano di incostituzionalità della legge, poiché si configurerebbe l’ipotesi di una doppia imposizione fiscale per il lavoratore – che paga già le tasse in Svizzera -, in violazione alle regole Ocse e all’accordo tra i due Paesi. Mentre dal Canton Ticino, il consigliere di Stato Christian Vitta, esponente del Partito liberale radicale, propone di sospendere gli oltre 100 milioni di euro di ristorni con cui ogni anno la Svizzera “ripaga” Roma del lavoro, e delle tasse, dei frontalieri italiani. Un potenziale boomerang che va ad acuire le ruggini tra i due Paesi, già emerse nelle scorse settimane con il dramma di Crans-Montana. Il “contributo di compartecipazione alla spesa sanitaria” è stato inserito dal governo nella legge di Bilancio 2024. Secondo la destinazione d’uso dichiarata dal legislatore, il gettito dovrebbe servire a rafforzare il personale sanitario nelle aree di confine, finanziando un trattamento accessorio fino al 20% dello stipendio tabellare lordo di medici e infermieri, nel tentativo di arginare l’emorragia di professionisti verso la Svizzera. Per far questo la norma introduce un prelievo dal 3% al 6% – che deve essere stabilito dalle singole Regioni, tenendo conto della progressività e del carico familiare del lavoratore – del reddito netto dei cosiddetti “vecchi frontalieri”. Si tratta di quei lavoratori che hanno prestato attività in Svizzera prima di luglio 2023. Una platea di circa 78mila persone, che rientra ancora nel regime fiscale previsto dall’accordo bilaterale del 1974, rinnovato di fatto nel 2023: tassazione al 100% in Svizzera, nessuna imposta sul reddito da lavoro dipendente in Italia, a fronte del rispetto di alcune condizioni precise. Come la residenza entro 20 chilometri dal confine, il lavoro in un Cantone di confine e il rientro quotidiano in Italia. A questi lavoratori finora non è mai stato richiesto alcun contributo in più per usufruire del Servizio sanitario nazionale. Questo perché i vecchi frontalieri contribuiscono alla fiscalità generale – quella che finanzia l’Ssn – attraverso il meccanismo dei ristorni: i trasferimenti con cui i Cantoni riversano ogni anno allo Stato italiano oltre 100 milioni di euro come compensazione per la mancata tassazione dei redditi da lavoro dei frontalieri. Secondo i sindacati, il nuovo prelievo colpirebbe un reddito già tassato alla fonte in Svizzera, introducendo di fatto una doppia imposizione unilaterale e violando sia l’accordo internazionale con Berna sia i principi costituzionali. “Semplicemente, la Lombardia punta a fare cassa. Rispetto alle altre regioni ha interessi molto maggiori. Si sono inventati una tassa di sana pianta”, commenta a ilfattoquotidiano.it Pancrazio Raimondo, segretario generale Uil frontalieri, che insieme alla Cgil e al sindacato svizzero Ocst ha combattuto la norma fin dalla sua nascita. “Sarà una misura totalmente inefficace, visto che l’Italia non ha accesso ai dati fiscali svizzeri – aggiunge -. Su cosa si baseranno i prelievi, su delle autocertificazioni? Non hanno modo di verificare i dati, anche perché si parla oltretutto del reddito netto del lavoratore. Tutto l’impianto di questa operazione non solo è illegittimo, ma è stato anche pensato molto male. Impugneremo la legge, è incostituzionale e viola gli accordi bilaterali tra i due Paesi”. Inoltre, le organizzazioni sindacali sostengono che il provvedimento sarà del tutto inefficace per arginare l’emorragia di professionisti sanitari. Il divario salariale tra i due Paesi resterebbe comunque troppo ampio per rappresentare un reale deterrente alla migrazione oltre confine. “Da sindacalista ovviamente sono a favore dell’aumento di stipendio per i lavoratori italiani. Ma se di là continuano a guadagnare più del doppio che in Italia, non sarà questo disincentivo a fermarli. Per gli aumenti si parla di massimo 300 euro in più in busta paga”, continua Raimondo. A questo si aggiunge il timore che, in un clima di crescenti tensioni tra Italia e Svizzera, il nuovo prelievo possa fornire a Berna l’argomento per rimettere in discussione il meccanismo dei ristorni. È proprio su questo punto che insistono le dichiarazioni di Vitta, contenute in un’intervista rilasciata al Corriere del Ticino il 31 gennaio. Il consigliere del Canton Ticino ha lanciato la proposta di intervenire sui ristorni dei frontalieri come contromisura politica e finanziaria nei confronti di Roma. Una presa di posizione che conferisce alla vicenda una dimensione apertamente internazionale e che si somma alle tensioni diplomatiche emerse nelle ultime settimane su altri dossier, come la strage di Crans-Montana. “Penso che si tratti più che altro di una provocazione, dovuta anche al cattivo clima che c’è tra Svizzera e Italia al momento – commenta Raimondo -. Non credo che l’accordo bilaterale tra i due Paesi possa essere messo in discussione. Ci sono voluti dieci anni per arrivare a una sintesi”. “Detto questo – conclude – è evidente che, al di là del confine, la tassa della salute sia una misura ben poco apprezzata, interpretata come un atto unilaterale non legittimo”. L'articolo La Regione Lombardia vuole la “tassa sulla salute” per i frontalieri: proteste da sindacati e Svizzera proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Sanità
Regione Lombardia
Svizzera
Frontalieri
Il mito del treno ‘asse portante’ non regge: perché il trasporto pubblico lombardo sta fallendo
La Regione Lombardia nel progetto di legge di riforma del TPL, approvato la settimana scorsa dalla maggioranza di centrodestra, continua a raccontare che il servizio ferroviario sarebbe l’asse portante del trasporto pubblico lombardo. Questa narrazione non regge alla prova dei fatti. Ogni giorno sui treni lombardi — quelli con la peggiore puntualità d’Italia — viaggiano meno di 700 mila persone. Nello stesso tempo oltre 4 milioni di cittadini si muovono con metropolitane, tram e autobus urbani ed extraurbani. Altro che asse portante: il cuore del TPL lombardo è il trasporto su gomma, che però viene sistematicamente penalizzato. Trenord, l’azienda “federalista” nata dal fallimentare matrimonio tra le FNM e le FS che di fatto è stata solo una concentrazione monopolista di tutti i binari lombardi è in una crisi permanente, ma nel frattempo i servizi urbani e extraurbani su autobus sono gestiti senza innovazioni organizzative e colpiti dal non adeguamento dei fondi trasferiti al tasso d’inflazione crescente. Nelle città diminuiscono le frequenze — lo vediamo ogni giorno anche a Milano — mentre nei territori extraurbani, nelle periferie, nelle valli, nella pianura e nei servizi scolastici, le corse sono state ridotte. Il risultato è semplice e drammatico: chi vorrebbe usare il trasporto pubblico spesso non può più farlo ed è costretto a prendere l’auto. Se oggi le strade che portano ai capoluoghi non sono completamente bloccate è solo grazie allo smart working, non certo per merito delle politiche regionali sulla mobilità sostenibile. L’annuncio della competizione nel settore è rimasta uno slogan. Trenord gode di un sicuro affidamento diretto decennale mentre il settore automobilistico gode di proroghe di vecchie concessioni da 15 anni. Con queste garanzie le gestioni aziendali continuano ad essere deresponsabilizzate. L’integrazione tariffaria, promessa da tempo, esiste solo nei documenti ufficiali: ogni ente e ogni azienda continua a fare per sé, senza una regia vera. Così il TPL lombardo resta lontanissimo dalle migliori esperienze europee: Baviera, Catalogna, Canton Zurigo. E qui arriviamo al nodo politico vero. A tredici anni dal fallimento della precedente riforma del TPL, la Regione ripropone lo stesso modello, con un’aggravante: un sistema che è ricco dal punto di vista dello “spoils system”, ma poverissimo in termini di risultati per cittadini, studenti e pendolari. La Regione è contemporaneamente programmatore, finanziatore e proprietaria di Trenord: un conflitto di interessi evidente che rende impossibile qualsiasi controllo serio sulle performance del servizio. Le cinque agenzie di bacino, che dovevano tutelare gli utenti e sanzionare i disservizi delle aziende, hanno abdicato al loro ruolo. Non difendono i cittadini: si limitano a fare da passacarte per il trasferimento dei fondi regionali alle aziende, giustificando anziché perseguire i disservizi causati dalle aziende di trasporto che colpiscono ogni giorno lavoratori e studenti. Questa non è una riforma. È la riproposizione del modello formigoniano che ha già fallito, mascherata da modernizzazione dove, nella nuova legge, la sicurezza di viaggiatori ed autisti e digitalizzazione sono solo titoli. Se il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, davvero vuole un trasporto pubblico efficiente, equo e competitivo, bisogna avere il coraggio di cambiare governance, separare ruoli e rimettere al centro gli utenti, non le convenienze politiche e neppure gli interessi di fornitori di beni e servizi. La Regione si tiene ben salda in mano la competenza ferroviaria: Ferrovie Nord la Holding che controlla anche l’autostrada Milano Serravalle e la Pedemontana (il clone della Brebemi) resta la “miniera d’oro” con contributi d’investimento e d’esercizio garantiti dal Mef, dal Mit e dalla stessa regione Lombardia. tanto da poter spendere anche 400 milioni di euro inutilmente per i treni ad idrogeno da Brescia alla valle Camonica (la valle è già servita da nuovi treni diesel). L'articolo Il mito del treno ‘asse portante’ non regge: perché il trasporto pubblico lombardo sta fallendo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Economia
Regione Lombardia
Trasporti Pubblici
Trenord
Casta olimpica: dopo il via libera al maxi prestito per la Fondazione i consiglieri regionali lombardi avranno i pass per l’inaugurazione dei Giochi
Alla fine ce l’hanno fatta: i consiglieri regionali della Lombardia avranno un pass per accedere alla cerimonia di inaugurazione di Milano Cortina, prevista per il 6 febbraio a San Siro. Gli omaggi sono arrivati ieri, dopo una trattativa con la giunta ma soprattutto a poche ore dall’ok del Consiglio al contestatissimo maxi-prestito da 5 milioni di euro concesso alla Fondazione Milano Cortina. Un blitz inaspettato, anche per le motivazioni, visto che il sottosegretario leghista Mauro Piazza era stato costretto a spiegare all’aula, martedì pomeriggio, che la Fondazione si trovava in condizioni di “massima urgenza” di ricevere denaro in modo da potersi assicurare un po’ di “liquidità di cassa”. Un’anomalia, considerando la vicinanza dell’inaugurazione e la pioggia di denaro già piovuta da sponsor e enti pubblici. Ora però i consiglieri potranno consolarsi. Giovedì sera è arrivata a tutti gli eletti una mail in cui si confermava l’accordo tra la giunta di Attilio Fontana e la Fondazione, intesa che prevede 100 omaggi per la cerimonia inaugurale. Nonostante qualche tentennamento, alla fine la giunta ha deciso di concedere ai consiglieri un biglietto a testa, tenendo per sé i restanti. Considerano che gli eletti sono 80, ma che Attilio Fontana e Federico Romani (presidente del Consiglio regionale) ne erano già in possesso, si tratta quindi di 78 ticket aggiuntivi da girare ai vari partiti. La mail specifica che alla Regione e alle altre istituzioni è stato riservato un intero settore di San Siro e che il pass è nominale e non cedibile. La photo opportunity dei consiglieri è salva, anche se last minute. L'articolo Casta olimpica: dopo il via libera al maxi prestito per la Fondazione i consiglieri regionali lombardi avranno i pass per l’inaugurazione dei Giochi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Regione Lombardia
Olimpiadi Milano-Cortina 2026
Perché le regioni non pagano gli esiti in sanità invece delle prestazioni?
Ho letto con attenzione la delibera della Regione Lombardia sulle “determinazioni in ordine agli indirizzi di programmazione del Ssr per l’anno 2026” del 30 dicembre 2025. Dopo tutte le parole inutili come “richiamata”, “vista”, “ritenuto”, “dato atto”, “precisato”, “vagliate e assunte” che coprono 13 pagine finalmente arriva la parola “delibera” di qualche riga che rimanda all’Allegato A. Ho letto con attenzione anche l’allegato di ben 297 pagine! Sembra che il politichese sia una materia trattata in tutte le scuole di ordine e grado che in realtà serve solo a vociare. Senza dire nulla. Eppure il Covid avrebbe dovuto insegnarci qualcosa, ma sono un illuso, perché avremmo dovuto avere nel piano pandemico che ci mancava delle semplici parole chiave come chi fa cosa, come e perché. Invece no. L’Allegato A sembra come la bozza del nuovo piano pandemico che si compone di 155 pagine. Ma andiamo avanti. E fermiamoci su alcuni punti. A pagina 7, per quanto riguarda le liste di attesa, citano alcune visite specialistiche “critiche” sul territorio. Non è citata quella oculistica che ha in media una attesa di un anno. Immagino quelle citate! La Giunta come risolve il problema? Invece di chiudere tutte le attività private nelle strutture accreditate, come sono andato a dire al Colonnello dei Nas, scrivono, a pagina 9, che “alla luce di ciò, con nota n. prot. G1.2025.0020005 del 21/05/2025 è stato richiesto alle Ats di trasmettere, con cadenza trimestrale, i verbali degli esiti degli accertamenti svolti dai Nas in occasione delle eventuali ispezioni presso gli Enti del territorio di competenza. Qualora dai verbali emergesse che un Ente risulta più volte inadempiente senza adeguata motivazione, tale inadempienza potrà riflettersi sul punteggio dei Direttori Generali.” Cattivelli, non avete fatto bene i compiti e vi mando dietro l’angolo! Mentre le liste si allungano senza soluzione. Preoccupante la pagina 29 dove si legge: “La DG Welfare considera la trasformazione digitale una priorità assoluta per l’efficientamento dei processi sociosanitari, per favorire la collaborazione professionale, per supportare i professionisti nello svolgimento del proprio lavoro e per facilitare l’acceso ai servizi da parte dei cittadini.” Sono decenni che sono stati buttati diversi milioni di euro per la tessera sanitaria regionale, il fascicolo sanitario nazionale e ultimamente con l’ecosistema dei dati sanitari. Cambiano nome ma il problema resta. Lombardia Informatica è un carrozzone regionale che ha un unico interesse: gestire la nostra salute non per l’efficientamento del sistema sanitario ma per interessi diversi, come io dimostrai nel lontano 2014 quando riuscii a fermare una delibera dell’allora Presidente Maroni che dava in gestione i nostri dati sanitari a enti esterni a Lombardia Informatica, non solo pubblici! Quindi siamo alle solite. Perché non dare in gestione i dati sanitari ai cittadini con History Health attivabile solo con la nostra impronta digitale e a breve con l’impronta retinica? Eppure proprio la direzione di Lombardia Informatica, sempre nel 2014, mi disse che sarebbe stata una bella rivoluzione! Lascio a voi la lettura della pagina 46 sui metodi di sicurezza da attuare per i nostri dati sanitari. In altre pagine uno sproloquio, a mio avviso, sulla telemedicina e, peggio, sulla intelligenza artificiale, che se da un lato potrà aiutare se ben utilizzata, dall’altro è il baratro dell’empatia fondante nel rapporto medico-paziente. Salto a piè pari tutte le pagine tedianti degli investimenti con i soldi del Pnrr e sulle case di comunità, vere e proprie isole nel deserto utili, a mio avviso, solo nelle piccole comunità che sono già comunque protette dai veri medici di base che dedicano la loro vita ai concittadini. Ovviamente non è mia intenzione pulire dalle pulci questo lungo manoscritto, ma non può non cadermi l’occhio, per concludere, come debbano essere eseguiti ancora oggi, secondo la Giunta della mia regione a pagina 121, i controlli sulle prestazioni sanitarie pubbliche e private accreditate. Si legge: “Si ricorda e si ribadisce che le Ats, come previsto dal Decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112, procedano, all’interno del 12,5% dei controlli sui ricoveri, al controllo del 10% delle Sdo riferibili al singolo anno solare di produzione per ente erogatore, come registrato nel flusso HSP 11.” Permangono i controlli sugli elaborati scritti, inutili e dispendiosi. Basterebbe farlo sui pazienti, a campione, non per reprimere ma effettivamente per capire chi ha lavorato bene solo per la salute del paziente e non per il budget della azienda sanitaria che, nelle pagine successive, si caratterizza solo con un taglio annuale effettuato dalla regione. Invece, secondo me, se si facessero dei controlli a campione, come presentai a Report nel lontano 2010, potremmo realmente ridistribuire economia e salute a tutti. Ecco perché ora, a conclusione, faccio una proposta di poche parole ma molti fatti. Se invertissimo rotta e la Regione, qualunque, pagasse alle strutture convenzionate gli esiti in sanità, invece delle prestazioni, dopo apposito controllo, non vivremmo tutti in un mondo migliore? L'articolo Perché le regioni non pagano gli esiti in sanità invece delle prestazioni? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Salute
Sanità Lombarda
Regione Lombardia
“Prossime 48 ore decisive per i due feriti più gravi di Crans-Montana”, l’assessore Bertolaso: “Facciamo tutto il possibile”
“Stiamo facendo tutto il possibile”. A informare sulle condizioni dei ragazzi ricoverati all’ospedale Niguarda di Milano, dopo lo spaventoso rogo di Crans-Montana, è l’assessore della Lombardia al Welfare Guido Bertolaso. Attualmente sono ricoverati nella struttura milanese dotata di un Centro grandi ustionati dodici ragazzi. Tra questi, sette sono in rianimazione, di cui quattro molto gravi. Nell’incendio sono morti sei ragazzi italiani, e per non tutti i feriti è stato possibile il trasferimento. L’ultimo arrivo dalla Svizzera è avvenuto domenica, mentre a Zurigo è ancora ricoverata una ragazza di Biella in attesa di capire se sia possibile il suo arrivo in Italia. I connazionali feriti sono attualmente, in totale, 14. “Due ci preoccupano particolarmente – ha dichiarato Bertolaso – e sono sicuramente molto gravi. Credo che le prossime 48 ore saranno decisive per capire come questi due ragazzi usciranno da questa situazione”. Per i ricoverati in terapia intensiva le condizioni sono “ancora estremamente critiche con la problematica che è di natura respiratoria”. Bertolaso ricorda come i ragazzi abbiano ” inalato sostanze estremamente tossiche” e come “piano piano stanno venendo fuori tutti gli aspetti negativi. Qualcuno magari aveva già dei problemi respiratori e quindi la situazione è ancora più complicata“. Per quanto riguarda il sedicenne arrivato al Niguarda domenica, l’assessore afferma che il ragazzo “è stazionario. Hanno fatto anche un esame broncoscopico per capire se anche lui a livello polmonare ha dei danni e al momento la situazione sembra abbastanza tranquilla“. “Ci sono due o tre pazienti le cui condizioni sono notevolmente migliorate. Tra questi, un ragazzo si muove e si sposta: è fuori pericolo, ma necessita ancora di medicazioni continue” aveva detto ieri Bertolaso in una conferenza dall’ospedale, aggiungendo come “due altri giovani potrebbero essere trasferiti in altri ospedali nei prossimi giorni”. Ma le ferite e le cicatrici difficilmente andranno via. “La cicatrice resta. Inevitabilmente. Per quanto si possa fare, per quanto si possa guarire, l’esito non può essere azzerato” aveva detto in un’intervista al Fattoquotidiano.it il chirurgo plastico Benedetto Longo, che ha insistito sul come non si possano dell’operazione “cancellare totalmente gli esiti, non è possibile. Si parla di ridurli, di gestirli, di trasformarli in qualcosa che permetta una vita dignitosa”. Nella sua informativa al Senato prevista oggi, un commosso Antonio Tajani ha a lungo parlato della tragedia di Capodanno, rivolgendo “un pensiero di speranza ai quattordici giovani connazionali feriti di Crans-Montana. Garantiremo loro tutte le cure possibili. Saremo al loro fianco. Non li abbandoneremo e non spegneremo i riflettori”. L'articolo “Prossime 48 ore decisive per i due feriti più gravi di Crans-Montana”, l’assessore Bertolaso: “Facciamo tutto il possibile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Regione Lombardia
Svizzera
Guido Bertolaso
Niguarda