A volere la “tassa sulla salute” per i lavoratori frontalieri, ormai, è rimasta
solo la Regione Lombardia. Piemonte, Alto Adige e Valle d’Aosta hanno già
annunciato che non aderiranno alla nuova norma, pensata due anni fa dal governo
Meloni ma resa operativa solo a fine 2025 da un decreto. D’altronde, la regione
amministrata dalla giunta Fontana è stata sempre la principale sostenitrice
dell’introduzione del nuovo prelievo. E se ne comprende facilmente il motivo,
considerando che, secondo le stime, il gettito atteso per la Lombardia oscilla
tra i 100 e i 150 milioni di euro l’anno. Ma le critiche alla misura piombano da
tutte le parti. I sindacati, sia italiani che elvetici, parlano di
incostituzionalità della legge, poiché si configurerebbe l’ipotesi di una doppia
imposizione fiscale per il lavoratore – che paga già le tasse in Svizzera -, in
violazione alle regole Ocse e all’accordo tra i due Paesi. Mentre dal Canton
Ticino, il consigliere di Stato Christian Vitta, esponente del Partito liberale
radicale, propone di sospendere gli oltre 100 milioni di euro di ristorni con
cui ogni anno la Svizzera “ripaga” Roma del lavoro, e delle tasse, dei
frontalieri italiani. Un potenziale boomerang che va ad acuire le ruggini tra i
due Paesi, già emerse nelle scorse settimane con il dramma di Crans-Montana.
Il “contributo di compartecipazione alla spesa sanitaria” è stato inserito dal
governo nella legge di Bilancio 2024. Secondo la destinazione d’uso dichiarata
dal legislatore, il gettito dovrebbe servire a rafforzare il personale sanitario
nelle aree di confine, finanziando un trattamento accessorio fino al 20% dello
stipendio tabellare lordo di medici e infermieri, nel tentativo di arginare
l’emorragia di professionisti verso la Svizzera. Per far questo la norma
introduce un prelievo dal 3% al 6% – che deve essere stabilito dalle singole
Regioni, tenendo conto della progressività e del carico familiare del lavoratore
– del reddito netto dei cosiddetti “vecchi frontalieri”.
Si tratta di quei lavoratori che hanno prestato attività in Svizzera prima di
luglio 2023. Una platea di circa 78mila persone, che rientra ancora nel regime
fiscale previsto dall’accordo bilaterale del 1974, rinnovato di fatto nel 2023:
tassazione al 100% in Svizzera, nessuna imposta sul reddito da lavoro dipendente
in Italia, a fronte del rispetto di alcune condizioni precise. Come la residenza
entro 20 chilometri dal confine, il lavoro in un Cantone di confine e il rientro
quotidiano in Italia. A questi lavoratori finora non è mai stato richiesto alcun
contributo in più per usufruire del Servizio sanitario nazionale. Questo perché
i vecchi frontalieri contribuiscono alla fiscalità generale – quella che
finanzia l’Ssn – attraverso il meccanismo dei ristorni: i trasferimenti con cui
i Cantoni riversano ogni anno allo Stato italiano oltre 100 milioni di euro come
compensazione per la mancata tassazione dei redditi da lavoro dei frontalieri.
Secondo i sindacati, il nuovo prelievo colpirebbe un reddito già tassato alla
fonte in Svizzera, introducendo di fatto una doppia imposizione unilaterale e
violando sia l’accordo internazionale con Berna sia i principi costituzionali.
“Semplicemente, la Lombardia punta a fare cassa. Rispetto alle altre regioni ha
interessi molto maggiori. Si sono inventati una tassa di sana pianta”, commenta
a ilfattoquotidiano.it Pancrazio Raimondo, segretario generale Uil frontalieri,
che insieme alla Cgil e al sindacato svizzero Ocst ha combattuto la norma fin
dalla sua nascita. “Sarà una misura totalmente inefficace, visto che l’Italia
non ha accesso ai dati fiscali svizzeri – aggiunge -. Su cosa si baseranno i
prelievi, su delle autocertificazioni? Non hanno modo di verificare i dati,
anche perché si parla oltretutto del reddito netto del lavoratore. Tutto
l’impianto di questa operazione non solo è illegittimo, ma è stato anche pensato
molto male. Impugneremo la legge, è incostituzionale e viola gli accordi
bilaterali tra i due Paesi”.
Inoltre, le organizzazioni sindacali sostengono che il provvedimento sarà del
tutto inefficace per arginare l’emorragia di professionisti sanitari. Il divario
salariale tra i due Paesi resterebbe comunque troppo ampio per rappresentare un
reale deterrente alla migrazione oltre confine. “Da sindacalista ovviamente sono
a favore dell’aumento di stipendio per i lavoratori italiani. Ma se di là
continuano a guadagnare più del doppio che in Italia, non sarà questo
disincentivo a fermarli. Per gli aumenti si parla di massimo 300 euro in più in
busta paga”, continua Raimondo.
A questo si aggiunge il timore che, in un clima di crescenti tensioni tra Italia
e Svizzera, il nuovo prelievo possa fornire a Berna l’argomento per rimettere in
discussione il meccanismo dei ristorni. È proprio su questo punto che insistono
le dichiarazioni di Vitta, contenute in un’intervista rilasciata al Corriere del
Ticino il 31 gennaio. Il consigliere del Canton Ticino ha lanciato la proposta
di intervenire sui ristorni dei frontalieri come contromisura politica e
finanziaria nei confronti di Roma. Una presa di posizione che conferisce alla
vicenda una dimensione apertamente internazionale e che si somma alle tensioni
diplomatiche emerse nelle ultime settimane su altri dossier, come la strage di
Crans-Montana.
“Penso che si tratti più che altro di una provocazione, dovuta anche al cattivo
clima che c’è tra Svizzera e Italia al momento – commenta Raimondo -. Non credo
che l’accordo bilaterale tra i due Paesi possa essere messo in discussione. Ci
sono voluti dieci anni per arrivare a una sintesi”. “Detto questo – conclude – è
evidente che, al di là del confine, la tassa della salute sia una misura ben
poco apprezzata, interpretata come un atto unilaterale non legittimo”.
L'articolo La Regione Lombardia vuole la “tassa sulla salute” per i frontalieri:
proteste da sindacati e Svizzera proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Regione Lombardia
La Regione Lombardia nel progetto di legge di riforma del TPL, approvato la
settimana scorsa dalla maggioranza di centrodestra, continua a raccontare che il
servizio ferroviario sarebbe l’asse portante del trasporto pubblico lombardo.
Questa narrazione non regge alla prova dei fatti. Ogni giorno sui treni lombardi
— quelli con la peggiore puntualità d’Italia — viaggiano meno di 700 mila
persone. Nello stesso tempo oltre 4 milioni di cittadini si muovono con
metropolitane, tram e autobus urbani ed extraurbani. Altro che asse portante: il
cuore del TPL lombardo è il trasporto su gomma, che però viene sistematicamente
penalizzato.
Trenord, l’azienda “federalista” nata dal fallimentare matrimonio tra le FNM e
le FS che di fatto è stata solo una concentrazione monopolista di tutti i binari
lombardi è in una crisi permanente, ma nel frattempo i servizi urbani e
extraurbani su autobus sono gestiti senza innovazioni organizzative e colpiti
dal non adeguamento dei fondi trasferiti al tasso d’inflazione crescente. Nelle
città diminuiscono le frequenze — lo vediamo ogni giorno anche a Milano — mentre
nei territori extraurbani, nelle periferie, nelle valli, nella pianura e nei
servizi scolastici, le corse sono state ridotte.
Il risultato è semplice e drammatico: chi vorrebbe usare il trasporto pubblico
spesso non può più farlo ed è costretto a prendere l’auto.
Se oggi le strade che portano ai capoluoghi non sono completamente bloccate è
solo grazie allo smart working, non certo per merito delle politiche regionali
sulla mobilità sostenibile.
L’annuncio della competizione nel settore è rimasta uno slogan. Trenord gode di
un sicuro affidamento diretto decennale mentre il settore automobilistico gode
di proroghe di vecchie concessioni da 15 anni. Con queste garanzie le gestioni
aziendali continuano ad essere deresponsabilizzate. L’integrazione tariffaria,
promessa da tempo, esiste solo nei documenti ufficiali: ogni ente e ogni azienda
continua a fare per sé, senza una regia vera. Così il TPL lombardo resta
lontanissimo dalle migliori esperienze europee: Baviera, Catalogna, Canton
Zurigo.
E qui arriviamo al nodo politico vero.
A tredici anni dal fallimento della precedente riforma del TPL, la Regione
ripropone lo stesso modello, con un’aggravante: un sistema che è ricco dal punto
di vista dello “spoils system”, ma poverissimo in termini di risultati per
cittadini, studenti e pendolari. La Regione è contemporaneamente programmatore,
finanziatore e proprietaria di Trenord: un conflitto di interessi evidente che
rende impossibile qualsiasi controllo serio sulle performance del servizio.
Le cinque agenzie di bacino, che dovevano tutelare gli utenti e sanzionare i
disservizi delle aziende, hanno abdicato al loro ruolo. Non difendono i
cittadini: si limitano a fare da passacarte per il trasferimento dei fondi
regionali alle aziende, giustificando anziché perseguire i disservizi causati
dalle aziende di trasporto che colpiscono ogni giorno lavoratori e studenti.
Questa non è una riforma. È la riproposizione del modello formigoniano che ha
già fallito, mascherata da modernizzazione dove, nella nuova legge, la sicurezza
di viaggiatori ed autisti e digitalizzazione sono solo titoli.
Se il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, davvero vuole un trasporto
pubblico efficiente, equo e competitivo, bisogna avere il coraggio di cambiare
governance, separare ruoli e rimettere al centro gli utenti, non le convenienze
politiche e neppure gli interessi di fornitori di beni e servizi.
La Regione si tiene ben salda in mano la competenza ferroviaria: Ferrovie Nord
la Holding che controlla anche l’autostrada Milano Serravalle e la Pedemontana
(il clone della Brebemi) resta la “miniera d’oro” con contributi d’investimento
e d’esercizio garantiti dal Mef, dal Mit e dalla stessa regione Lombardia. tanto
da poter spendere anche 400 milioni di euro inutilmente per i treni ad idrogeno
da Brescia alla valle Camonica (la valle è già servita da nuovi treni diesel).
L'articolo Il mito del treno ‘asse portante’ non regge: perché il trasporto
pubblico lombardo sta fallendo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alla fine ce l’hanno fatta: i consiglieri regionali della Lombardia avranno un
pass per accedere alla cerimonia di inaugurazione di Milano Cortina, prevista
per il 6 febbraio a San Siro. Gli omaggi sono arrivati ieri, dopo una trattativa
con la giunta ma soprattutto a poche ore dall’ok del Consiglio al
contestatissimo maxi-prestito da 5 milioni di euro concesso alla Fondazione
Milano Cortina. Un blitz inaspettato, anche per le motivazioni, visto che il
sottosegretario leghista Mauro Piazza era stato costretto a spiegare all’aula,
martedì pomeriggio, che la Fondazione si trovava in condizioni di “massima
urgenza” di ricevere denaro in modo da potersi assicurare un po’ di “liquidità
di cassa”. Un’anomalia, considerando la vicinanza dell’inaugurazione e la
pioggia di denaro già piovuta da sponsor e enti pubblici. Ora però i consiglieri
potranno consolarsi.
Giovedì sera è arrivata a tutti gli eletti una mail in cui si confermava
l’accordo tra la giunta di Attilio Fontana e la Fondazione, intesa che prevede
100 omaggi per la cerimonia inaugurale. Nonostante qualche tentennamento, alla
fine la giunta ha deciso di concedere ai consiglieri un biglietto a testa,
tenendo per sé i restanti. Considerano che gli eletti sono 80, ma che Attilio
Fontana e Federico Romani (presidente del Consiglio regionale) ne erano già in
possesso, si tratta quindi di 78 ticket aggiuntivi da girare ai vari partiti. La
mail specifica che alla Regione e alle altre istituzioni è stato riservato un
intero settore di San Siro e che il pass è nominale e non cedibile. La photo
opportunity dei consiglieri è salva, anche se last minute.
L'articolo Casta olimpica: dopo il via libera al maxi prestito per la Fondazione
i consiglieri regionali lombardi avranno i pass per l’inaugurazione dei Giochi
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ho letto con attenzione la delibera della Regione Lombardia sulle
“determinazioni in ordine agli indirizzi di programmazione del Ssr per l’anno
2026” del 30 dicembre 2025. Dopo tutte le parole inutili come “richiamata”,
“vista”, “ritenuto”, “dato atto”, “precisato”, “vagliate e assunte” che coprono
13 pagine finalmente arriva la parola “delibera” di qualche riga che rimanda
all’Allegato A.
Ho letto con attenzione anche l’allegato di ben 297 pagine! Sembra che il
politichese sia una materia trattata in tutte le scuole di ordine e grado che in
realtà serve solo a vociare. Senza dire nulla.
Eppure il Covid avrebbe dovuto insegnarci qualcosa, ma sono un illuso, perché
avremmo dovuto avere nel piano pandemico che ci mancava delle semplici parole
chiave come chi fa cosa, come e perché. Invece no. L’Allegato A sembra come la
bozza del nuovo piano pandemico che si compone di 155 pagine.
Ma andiamo avanti. E fermiamoci su alcuni punti. A pagina 7, per quanto riguarda
le liste di attesa, citano alcune visite specialistiche “critiche” sul
territorio. Non è citata quella oculistica che ha in media una attesa di un
anno. Immagino quelle citate! La Giunta come risolve il problema? Invece di
chiudere tutte le attività private nelle strutture accreditate, come sono andato
a dire al Colonnello dei Nas, scrivono, a pagina 9, che “alla luce di ciò, con
nota n. prot. G1.2025.0020005 del 21/05/2025 è stato richiesto alle Ats di
trasmettere, con cadenza trimestrale, i verbali degli esiti degli accertamenti
svolti dai Nas in occasione delle eventuali ispezioni presso gli Enti del
territorio di competenza. Qualora dai verbali emergesse che un Ente risulta più
volte inadempiente senza adeguata motivazione, tale inadempienza potrà
riflettersi sul punteggio dei Direttori Generali.”
Cattivelli, non avete fatto bene i compiti e vi mando dietro l’angolo! Mentre le
liste si allungano senza soluzione.
Preoccupante la pagina 29 dove si legge: “La DG Welfare considera la
trasformazione digitale una priorità assoluta per l’efficientamento dei processi
sociosanitari, per favorire la collaborazione professionale, per supportare i
professionisti nello svolgimento del proprio lavoro e per facilitare l’acceso ai
servizi da parte dei cittadini.” Sono decenni che sono stati buttati diversi
milioni di euro per la tessera sanitaria regionale, il fascicolo sanitario
nazionale e ultimamente con l’ecosistema dei dati sanitari. Cambiano nome ma il
problema resta. Lombardia Informatica è un carrozzone regionale che ha un unico
interesse: gestire la nostra salute non per l’efficientamento del sistema
sanitario ma per interessi diversi, come io dimostrai nel lontano 2014 quando
riuscii a fermare una delibera dell’allora Presidente Maroni che dava in
gestione i nostri dati sanitari a enti esterni a Lombardia Informatica, non solo
pubblici!
Quindi siamo alle solite. Perché non dare in gestione i dati sanitari ai
cittadini con History Health attivabile solo con la nostra impronta digitale e a
breve con l’impronta retinica? Eppure proprio la direzione di Lombardia
Informatica, sempre nel 2014, mi disse che sarebbe stata una bella rivoluzione!
Lascio a voi la lettura della pagina 46 sui metodi di sicurezza da attuare per i
nostri dati sanitari.
In altre pagine uno sproloquio, a mio avviso, sulla telemedicina e, peggio,
sulla intelligenza artificiale, che se da un lato potrà aiutare se ben
utilizzata, dall’altro è il baratro dell’empatia fondante nel rapporto
medico-paziente. Salto a piè pari tutte le pagine tedianti degli investimenti
con i soldi del Pnrr e sulle case di comunità, vere e proprie isole nel deserto
utili, a mio avviso, solo nelle piccole comunità che sono già comunque protette
dai veri medici di base che dedicano la loro vita ai concittadini.
Ovviamente non è mia intenzione pulire dalle pulci questo lungo manoscritto, ma
non può non cadermi l’occhio, per concludere, come debbano essere eseguiti
ancora oggi, secondo la Giunta della mia regione a pagina 121, i controlli sulle
prestazioni sanitarie pubbliche e private accreditate. Si legge: “Si ricorda e
si ribadisce che le Ats, come previsto dal Decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112,
procedano, all’interno del 12,5% dei controlli sui ricoveri, al controllo del
10% delle Sdo riferibili al singolo anno solare di produzione per ente
erogatore, come registrato nel flusso HSP 11.”
Permangono i controlli sugli elaborati scritti, inutili e dispendiosi.
Basterebbe farlo sui pazienti, a campione, non per reprimere ma effettivamente
per capire chi ha lavorato bene solo per la salute del paziente e non per il
budget della azienda sanitaria che, nelle pagine successive, si caratterizza
solo con un taglio annuale effettuato dalla regione. Invece, secondo me, se si
facessero dei controlli a campione, come presentai a Report nel lontano 2010,
potremmo realmente ridistribuire economia e salute a tutti.
Ecco perché ora, a conclusione, faccio una proposta di poche parole ma molti
fatti. Se invertissimo rotta e la Regione, qualunque, pagasse alle strutture
convenzionate gli esiti in sanità, invece delle prestazioni, dopo apposito
controllo, non vivremmo tutti in un mondo migliore?
L'articolo Perché le regioni non pagano gli esiti in sanità invece delle
prestazioni? proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Stiamo facendo tutto il possibile”. A informare sulle condizioni dei ragazzi
ricoverati all’ospedale Niguarda di Milano, dopo lo spaventoso rogo di
Crans-Montana, è l’assessore della Lombardia al Welfare Guido Bertolaso.
Attualmente sono ricoverati nella struttura milanese dotata di un Centro grandi
ustionati dodici ragazzi. Tra questi, sette sono in rianimazione, di cui quattro
molto gravi. Nell’incendio sono morti sei ragazzi italiani, e per non tutti i
feriti è stato possibile il trasferimento. L’ultimo arrivo dalla Svizzera è
avvenuto domenica, mentre a Zurigo è ancora ricoverata una ragazza di Biella in
attesa di capire se sia possibile il suo arrivo in Italia. I connazionali feriti
sono attualmente, in totale, 14.
“Due ci preoccupano particolarmente – ha dichiarato Bertolaso – e sono
sicuramente molto gravi. Credo che le prossime 48 ore saranno decisive per
capire come questi due ragazzi usciranno da questa situazione”. Per i ricoverati
in terapia intensiva le condizioni sono “ancora estremamente critiche con la
problematica che è di natura respiratoria”. Bertolaso ricorda come i ragazzi
abbiano ” inalato sostanze estremamente tossiche” e come “piano piano stanno
venendo fuori tutti gli aspetti negativi. Qualcuno magari aveva già dei problemi
respiratori e quindi la situazione è ancora più complicata“. Per quanto riguarda
il sedicenne arrivato al Niguarda domenica, l’assessore afferma che il ragazzo
“è stazionario. Hanno fatto anche un esame broncoscopico per capire se anche lui
a livello polmonare ha dei danni e al momento la situazione sembra abbastanza
tranquilla“.
“Ci sono due o tre pazienti le cui condizioni sono notevolmente migliorate. Tra
questi, un ragazzo si muove e si sposta: è fuori pericolo, ma necessita ancora
di medicazioni continue” aveva detto ieri Bertolaso in una conferenza
dall’ospedale, aggiungendo come “due altri giovani potrebbero essere trasferiti
in altri ospedali nei prossimi giorni”. Ma le ferite e le cicatrici
difficilmente andranno via. “La cicatrice resta. Inevitabilmente. Per quanto si
possa fare, per quanto si possa guarire, l’esito non può essere azzerato” aveva
detto in un’intervista al Fattoquotidiano.it il chirurgo plastico Benedetto
Longo, che ha insistito sul come non si possano dell’operazione “cancellare
totalmente gli esiti, non è possibile. Si parla di ridurli, di gestirli, di
trasformarli in qualcosa che permetta una vita dignitosa”.
Nella sua informativa al Senato prevista oggi, un commosso Antonio Tajani ha a
lungo parlato della tragedia di Capodanno, rivolgendo “un pensiero di speranza
ai quattordici giovani connazionali feriti di Crans-Montana. Garantiremo loro
tutte le cure possibili. Saremo al loro fianco. Non li abbandoneremo e non
spegneremo i riflettori”.
L'articolo “Prossime 48 ore decisive per i due feriti più gravi di
Crans-Montana”, l’assessore Bertolaso: “Facciamo tutto il possibile” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Parlateci del San Raffaele, stop privatizzazione della sanità”. Sono i due
striscioni mostrati in Consiglio regionale oggi dal Partito Democratico insieme
alle forze di centrosinistra al termine dell’intervento dell’assessore al
welfare Guido Bertolaso. Un intervento, quello di Bertolaso, chiesto a gran voce
dalle opposizioni dopo i gravi fatti occorsi tra il 5 e il 7 dicembre
all’ospedale San Raffaele di Milano, dove l’impiego di infermieri esterni,
forniti da una cooperativa, non adeguatamente preparati, ha comportato problemi
nell’assistenza e nella somministrazione delle terapie ai pazienti di alcuni
reparti.
Il Pd non è soddisfatto di quanto ha sentito, come spiega il capogruppo
Pierfrancesco Majorino: “Il presidente Fontana e l’assessore Bertolaso
minimizzano, fanno finta che la vicenda del San Raffaele sia una piccola
questione specifica, un piccolo incidente di percorso. Invece noi crediamo di
essere di fronte a un grande problema: come funziona il sistema sanitario
lombardo? Lo abbiamo denunciato in Aula e chiediamo che venga rivisto in maniera
radicalissima il rapporto coi grandi gruppi della sanità privata. Questo è un
tema che riguarda la qualità della prestazione relativa alla cura, la salute
delle cittadine e dei cittadini lombardi. Basta con la privatizzazione, basta
con il ricatto “vuoi farti curare? Allora paga””.
L'articolo “Parlateci del San Raffaele”, la protesta delle opposizioni in
Regione Lombardia contro la privatizzazione nella sanità – Video proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Una bugia grande come una casa corre sul web, con il timbro del sito ufficiale
di Regione Lombardia, la regione più popolosa e ricca d’Italia. Si tratta di
un’abile dissimulazione propagandistica a favore delle Olimpiadi Milano Cortina
2026, per dimostrare che organizzarle non costa nulla ai contribuenti italiani,
visto che le spese sarebbero coperte completamente grazie a finanziamenti
privati.
Stando all’Enciclopedia Treccani, disinformazione è la “diffusione intenzionale
di notizie o informazioni inesatte o distorte allo scopo di influenzare le
azioni e le scelte di qualcuno”. Ma c’è anche una seconda versione – “mancanza o
scarsità d’informazioni attendibili su un determinato argomento – che rimanda
alla colpa (frutto di ignoranza) e non al dolo.
In uno o nell’altro significato, che cosa si dovrebbe pensare di fronte al post
inserito dalla Lombardia sul proprio canale Facebook (404.000 followers) che
fornisce un dato platealmente sbagliato su quanto costa a Fondazione Milano
Cortina 2026 organizzare i Giochi invernali che cominciano il 6 febbraio?
“Le Olimpiadi 2026 sono un costo o un investimento?” si chiede Lombardia Notizie
Online, l’Agenzia di Stampa e Informazione della Giunta regionale lombarda, che
si avvale per dare una risposta del contributo di “Ingegneri in Borsa”, un sito
specializzato in servizi per le aziende (214.643 followers). Si tratta, quindi,
di esperti, per i quali un difetto di conoscenza non è contemplabile.
La risposta assume le sembianze di un’informazione falsata. Il video della
durata di 97 secondi recita: “L’obiettivo è quello di abbattere i macro-costi di
spesa pubblica… L’area più importante di spesa è quella per l’organizzazione dei
mega eventi e delle gare: 1,7 miliardi di euro che però saranno ammortizzati dal
contributo economico del Comitato Olimpico Internazionale, dagli sponsor, dalla
vendita dei biglietti e dai diritti televisivi”. Ecco la grande bugia: il costo
non è di 1,7 miliardi, ma di due miliardi di euro, circa 500 milioni di euro più
di quanto previsto dal dossier di candidatura italiana (1,5 miliardi). La cifra
di due miliardi è indicata nella relazione accompagnatoria con cui a giugno la
Presidenza del Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che ha finanziato
330 milioni di euro per le Paralimpiadi, così da ripianare anticipatamente i
bisogni (debiti) delle Olimpiadi, indissolubilmente legate ai Giochi
paralimpici.
La dissimulazione di quei 330 milioni di euro pubblici da parte della Regione
Lombardia serve a dimostrare che il costo dell’organizzazione non è a carico dei
contribuenti italiani, ma viene coperto completamente da introiti privati.
Intanto non sappiamo nemmeno se sponsor e biglietti riusciranno a raggiungere la
cifra di 1,7 miliardi, in ogni caso mancheranno più di 300 milioni che dovranno
essere sborsati dallo Stato italiano.
Non è una bugia innocente, perché tocca il cuore del problema se Fondazione
Milano Cortina 2026 presieduta da Giovanni Malagò sia di natura pubblica, come
sostiene la Procura di Milano che ha aperto un’indagine per turbativa d’asta, o
se sia un ente privato, come ha assicurato nel giugno 2024 il governo Meloni con
un decreto interpretativo sulla cui legittimità si dovrà esprimere la Corte
Costituzionale. La verità è che per preparare il Circo Bianco e costruire le
infrastrutture connesse (impianti, strade, ferrovie) si spenderanno circa 7
miliardi di euro, come ho ricostruito nel libro Una montagna di soldi edito da
Paper First, che fa una radiografia impietosa dei quarti Giochi italiani in
preparazione, dopo Cortina 1956, Roma 1960 e Torino 2006.
Fortunatamente i cittadini non sembrano lasciarsi abbindolare, e questo è già un
buon segno. Leggere per credere gli 88 commenti dei lettori al post
autocelebrativo di Regione Lombardia: 79 persone, pari all’89,7 per cento,
contestano costi e progetti, con osservazioni molto critiche, condivise da 360
like. Solo 5 i commenti favorevoli (e zero like) pari al 5,7 per cento, 4 quelli
neutri. Anche la disinformazione, a volte, non riesce a convincere.
L'articolo Il video-patacca di Regione Lombardia sui costi dei Giochi dimentica
330 milioni che saranno pagati dai contribuenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Specie protette uccise a fucilate, pulli rubati dal nido sugli alberi perché
vengano venduti come richiami vivi, e poi il business criminale del traffico
illecito di fauna selvatica. Benvenuti in uno dei peggiori hotspot del
bracconaggio a livello europeo, benvenuti nell’area delle Prealpi che
attraversano la Lombardia e vanno a finire in Veneto. Dove succede tutto questo
e molto di più. Per esempio soltanto pochi giorni due rarissimi ibis eremita (vi
abbiamo raccontato la loro storia straordinaria qui) hanno scavalcato le Alpi,
dall’Austria, per svernare nel nostro Paese. Il tempo di pochi chilometri e sono
stati ammazzati a fucilate a Dubino, in provincia di Sondrio. Erano muniti di
Gps e sappiamo tutto della loro tragica fine. Ma che il bracconaggio sia in
crescita ce lo raccontano i dati. Mentre, allargando lo sguardo, la politica –
nazionale e regionale – nella migliore delle ipotesi si nasconde. E, coi fatti,
lo incentiva.
DOPING AI VOLATILI E FUCILATE IN AUMENTO – Valpredina, Oasi del Wwf. Ci troviamo
a Cenate Sopra, in provincia di Bergamo. Qui c’è uno dei principali Cras (Centro
recupero animali selvatici) del Nord Italia. La ragione? Riceve gli animali
feriti e/o sequestrati ai bracconieri, li cura e, se riesce, li libera di nuovo
in natura. Matteo Mauri, il responsabile, ha raccontato al Pirellone che cosa
sta accadendo quest’anno. Un fenomeno mai visto, almeno con queste proporzioni.
Con la stagione venatoria ancora in corso, gli animali protetti uccisi rispetto
al 2024 segnano un +52%, e stupisce fino a un certo punto che il 91% delle morti
certificate si verifichi proprio durante i mesi in cui è possibile cacciare.
Eppure, negli ultimi dieci anni la legge regionale è stata modificata ben 28
volte con l’obiettivo di liberalizzare il più possibile l’attività venatoria e,
in alcuni casi, per rendere più difficili i controlli. Alcuni esempi? L’obbligo
per le guardie venatorie di indossare “capi ad alta visibilità” o la grande
sanatoria sui richiami vivi.
A questi numeri si aggiungono le migliaia di uccelli sequestrati dalle forze di
polizia perché detenute illegalmente, spesso per essere usate come richiami
vivi. Ogni anno è l’Operazione Pettirosso dei carabinieri forestali (Sezione
operativa antibracconaggio, SOARDA) a confermarlo: in poche settimana nelle
province di Brescia, Bergamo, Mantova, Padova, Venezia, Verona e Vicenza sono
state denunciate 135 persone, sono stati sequestrati 2.467 uccelli (tra vivi e
morti) appartenenti a specie cacciabili, protette e particolarmente protette,
1.110 dispositivi illegali di caccia, 135 armi da fuoco, 13.330 munizioni e 73
confezioni di farmaci dopanti, utilizzati per “migliorare” la prestazione canora
dei richiami vivi. Sono dati impressionanti, sì, ma che mettono in luce soltanto
la punta dell’iceberg di un fenomeno difficilmente misurabile.
I DANNI ALL’AMBIENTE E LA POLITICA CHE RESTA A GUARDARE – “Dietro il
bracconaggio non ci sono più solo singoli individui, ma vere e proprie
organizzazioni criminali che hanno capito che investire in questo settore
significa fare affari d’oro rischiando pochissimo”, ha dichiarato in conferenza
stampa, al Pirellone, Domenico Aiello, responsabile Tutela giuridica della
natura del Wwf Italia e componente della cabina di regia MASE per il contrasto
dei crimini contro gli uccelli selvatici. “La sottovalutazione della gravità del
fenomeno – che danneggia la biodiversità, la salute umana e l’economia legale –
rende inefficaci gli strumenti di prevenzione e repressione: controlli sul
territorio, indagini, processi e sanzioni. In questo senso il ruolo della
politica è fondamentale: deve tradurre la sensibilità dell’opinione pubblica e
le evidenze di un crimine in crescita, non cedere alle pressioni di chi chiede
di ridurre i controlli e favorire concessioni alle lobby venatorie, ma
dimostrare senso di responsabilità nella tutela degli interessi comuni e dei
principi sanciti dall’articolo 9 della Costituzione. Al contrario molte regioni
hanno via via demolito la tutela della fauna selvatica”.
A livello nazionale è il disegno di legge Malan, vale a dire la riforma voluta
da Lollobrigida per stravolgere la legge sulla protezione della fauna selvatica
e il prelievo venatorio (157/92), a preoccupare. E lo fa innanzitutto perché non
prevede nulla per il contrasto al bracconaggio. Molti emendamenti del
centrodestra, poi, non fanno altro che peggiorare la situazione: dalla caccia a
specie protette o in cattivo stato di conservazione, all’obbligo per le guardie
venatorie di monitorare campagne e boschi solo in presenza di agenti delle forze
dell’ordine (cosa, ovviamente, infattibile), alla potenziale apertura della
caccia dodici mesi all’anno. “Il ddl Malan toglie protezione alla fauna
selvatica e si profila come un intervento pericoloso e gravissimo” ha detto la
deputata del Pd, Eleonora Evi, molto vicina al mondo ambientalista e animalista.
“E per la lotta al bracconaggio non prevede nulla, generando un forte allarme da
parte della società”. Evi ha sottolineato come spesso la politica lombarda
anticipi ciò che accade a livello nazionale. Un esempio? Il caso dei valichi
montani, deflagrato proprio in Lombardia – grazie alla Lac – e “risolto” con la
legge sulla montagna di Roberto Calderoli.
“I dati confermano l’aumento del bracconaggio” ha detto la consigliera del M5s,
Paola Pollini. “Siamo di fronte a un fenomeno radicato e organizzato, che
devasta ecosistemi e mina l’immagine del nostro Paese. Eppure, invece che
contrastarlo, le politiche regionali – avallate dal governo – indeboliscono i
presidi di tutela ambientale e allargano le maglie normative. Il costo del
bracconaggio, in termini ambientali, non può più essere sostenuto dalla
collettività a favore dell’interesse di pochi. Serve un cambio di rotta
immediato: leggi, investimenti e tutela di chi opera per i controlli sul
territorio. Ci vuole la volontà politica di non barattare la tutela ambientale.
Il bracconaggio non cala perché non lo si contrasta adeguatamente“. Per Michela
Palestra di Patto Civico “si sposta sempre un po’ più in là l’asticella
dell’impunità, il non rispetto delle leggi diventa così centrale. Ormai lo
possiamo dire: c’è una precisa intenzione nel voler attaccare l’ambiente e la
biodiversità e, nel caso specifico, ciò che la legge definisce patrimonio
indisponibile dello Stato”.
Video: vigilanza venatoria Wwf Italia in Lombardia
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“Incentivato dalla politica, la legge del centrodestra aggrava il fenomeno”
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La Regione in cui gli eletti provano a aumentarsi gli stipendi (dopo aver
reintrodotto il vitalizio) fa cassa sui collaboratori precari. Succede in
Lombardia, e il concetto, pur brutalizzato, fa riferimento a una comunicazione
mandata la scorsa settimana dagli uffici tecnici del Consiglio regionale ai vari
partiti rappresentati in aula. La richiesta è semplice: i contratti dei
collaboratori in scadenza il 31 dicembre 2025 (giornalisti, esperti di
comunicazione, staff legislativo che lavorano coi gruppi) siano rinnovati “senza
previsione del trattamento accessorio” o “con trattamento accessorio ridotto”.
Insomma, un taglio ai compensi di chi lavora coi consiglieri, e che ora, a poco
più di un mese dalla scadenza, tratta il rinnovo con questa pesante variabile
chiesta dal Consiglio.
L’amarezza degli staff diventa una beffa se il pensiero va ai numerosi tentativi
(alcuni riusciti) di ritoccare – ma all’insù – il trattamento economico degli
eletti, nonostante tra indennità e rimborsi portino già a casa più di 10 mila
euro al mese. In questa legislatura il Consiglio ha ripristinato il vitalizio,
seppure in maniera light rispetto al carrozzone del passato (si parte da poco
più di 600 euro, poi però si sale a seconda di vari criteri), e soprattutto in
estate i consiglieri hanno provato a alzarsi lo stipendio di circa 500 euro al
mese, fallendo una volta che il blitz era divenuto pubblico.
L’argomentazione tecnica con cui il Consiglio chiede un sacrificio agli staff fa
riferimento al giudizio di parificazione che ogni anno la Corte dei Conti
esprime sul bilancio della Regione. In effetti, tra le varie anomalie segnalate
dai giudici contabili, c’è anche quella di un eccesso di spesa per i
collaboratori. Ma è altrettanto vero che da tempo la Corte rileva sprechi per
miliardi di euro, dalla Pedemontana al call center caro ai La Russa. Tutte
denunce rimaste lettera morta, senza che la Lombardia abbia rimediato in alcun
modo. Sui collaboratori, evidentemente, è più facile intervenire.
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hanno provato ad aumentarsi lo stipendio proviene da Il Fatto Quotidiano.