Immaginare la scoperta di un farmaco come un test in una galleria del vento
aiuta a capire la portata dell’innovazione che arriva dalla ricerca sulla
sclerosi multipla progressiva. In questo caso, al posto di ali e fusoliere,
scorrono molecole; al posto dell’aria, flussi di dati, modelli biologici e
algoritmi di intelligenza artificiale. Solo quelle che resistono alle
sollecitazioni più complesse arrivano fino al traguardo. È esattamente ciò che
ha fatto il network internazionale di scienziati coordinato dall’Università
Vita-Salute San Raffaele di Milano, che ha individuato bavisant – un farmaco già
studiato in passato per disturbi del sonno e della veglia – come nuovo
potenziale candidato terapeutico per la sclerosi multipla progressiva. Lo
studio, pubblicato su Science Translational Medicine, mostra per la prima volta
che questa molecola è in grado di agire su due dei meccanismi più devastanti
della malattia: la degenerazione delle fibre nervose e il fallimento della
rimielinizzazione.
UNA PIATTAFORMA COME UN TUNNEL SPERIMENTALE
La “galleria del vento” della ricerca si chiama piattaforma di screening
BRAVEinMS. Un sistema innovativo che combina analisi computazionale avanzata,
intelligenza artificiale, modelli cellulari derivati da staminali dei pazienti e
modelli animali umanizzati. Qui oltre 1.500 farmaci già noti sono stati fatti
passare attraverso una serie di test sempre più selettivi, rapidi e precisi,
fino a individuare quelli con le migliori caratteristiche neuroprotettive. Il
primo filtro è stato digitale: un sofisticato knowledge graph ha integrato dati
biologici, clinici e farmacologici, riducendo migliaia di composti a poche
centinaia promettenti. Poi è arrivata la prova “in galleria”: test fenotipici su
cellule umane e modelli sperimentali capaci di riprodurre i danni tipici della
sclerosi multipla progressiva. Solo le molecole in grado di proteggere i neuroni
e stimolare la riparazione della mielina hanno superato l’esame. Bavisant è
emerso come il profilo più solido, pronto ora ad affrontare l’ultimo tratto
verso lo sviluppo clinico.
UNA RISPOSTA A UN BISOGNO
La sclerosi multipla progressiva rappresenta oggi una delle sfide più difficili
della neurologia. Colpisce oltre un milione di persone nel mondo e fino a 20mila
in Italia. A differenza delle forme recidivanti, procede senza tregua, con una
perdita continua di mielina e una degenerazione irreversibile delle fibre
nervose, che porta a disabilità motorie, visive e cognitive. Le terapie
disponibili non riescono a fermare questo processo. Da qui la domanda che nel
2017 ha dato origine al progetto BRAVEinMS: è possibile riutilizzare farmaci già
approvati per altre indicazioni, accelerando così l’arrivo di nuove cure? La
risposta, oggi, comincia a prendere forma.
OLTRE UN SINGOLO FARMACO
Il valore della scoperta non si esaurisce in bavisant. La stessa “galleria del
vento” ha permesso di individuare altri 30 potenziali candidati terapeutici e,
soprattutto, di costruire una piattaforma validata e replicabile. Uno strumento
che potrà essere utilizzato per testare qualsiasi molecola con potenziale
neuroprotettivo, trasformando più rapidamente la conoscenza scientifica in
terapie concrete. Un risultato reso possibile dalla collaborazione tra alcuni
dei migliori centri di ricerca al mondo – dal Paris Brain Institute alla
University of California San Francisco, fino all’università di Münster – e dal
sostegno della International Progressive MS Alliance, di cui Aism e Fism sono
membri fondatori. Come in ogni buona galleria del vento, il vero successo non è
solo il prototipo che funziona, ma il metodo che permette di progettare quelli
futuri. E per chi convive con la sclerosi multipla progressiva, questo metodo
potrebbe finalmente cambiare la direzione del viaggio.
L'articolo Come un test in una galleria del vento, così è stato scovato un
farmaco per il trattamento della sclerosi multipla progressiva proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Sclerosi Multipla
La giornalista e reporter di guerra Francesca Mannocchi con il musicista Rodrigo
D’Erasmo gira l’Italia con lo spettacolo “Crescere, la guerra”, basato
sull’analisi del dolore di chi ha vissuto i conflitti. La Mannocchi ha scoperto
di avere la sclerosi multipla e oggi, 18 novembre, ha raccontato a Il Corriere
della Sera quei momenti in cui, in qualche modo, la sua vita è cambiata: “Di
quel giorno mi è rimasto soprattutto il colore del linoleum della clinica
privata e la glacialità del neurologo, che dopo essersi fatto pagare
profumatamente una risonanza magnetica d’urgenza mi freddò senza neanche
prepararmi un minimo alla diagnosi”.
“Una mattina mi ero svegliata che non sentivo metà del mio corpo. – ha affermato
– Decisi di fare una risonanza d’urgenza perché io e Alessio (il fotoreporter
Romenzi, all’epoca suo compagno e padre del figlio Pietro, ndr) saremmo dovuti
ripartire per l’Iraq perché seguivamo la guerra a Mosul. A esame fatto, visto
che per ritirare i referti ci sarebbe voluta qualche settimana, chiesi al medico
com’era la mia situazione, convinta che dietro quella sorta di indolenzimento
diffuso non ci fosse niente di grave; e gli domandai se potevo partire
tranquilla. Mi gelò con una domanda: Ma lei dove vuole andare nel suo stato?“.
Un cambiamento improvviso: “La mia malattia e la guerra sono simili. Negli
ultimi anni, da quando ho fatto pace con la presenza della malattia nella mia
vita, questa è diventata un nuovo strumento per guardare e raccontare le cose
del mondo con linguaggi diversi: se ieri mi sarebbe bastato il solo reportage
televisivo, oggi sento il bisogno per esempio del teatro per arrivare a un
pubblico diverso. La condizione di un malato e quella di una persona che vive
dentro una guerra amplificano al massimo il bene e il male: quando stai bene,
sei felicissimo; quando stai male, tristissimo”.
IL RACCONTO DI “CRESCERE, LA GUERRA”
È uno spettacolo che intreccia voci e testimonianze vere, raccolte da diverse
guerre del passato e del presente, per mettere in luce il punto cieco della
nostra umanità: l’indifferenza. Un viaggio teatrale, che ci costringe ad
ascoltare ciò che spesso scegliamo di non vedere: il dolore degli altri.
Attraverso le parole di chi ha vissuto la guerra, lo spettacolo mostra come i
semi dei conflitti futuri si annidino nell’inconsapevolezza del presente, nella
distrazione di chi racconta senza cura, nella sordità dichi ascolta senza
empatia. Una riflessione profonda sul tempo, la memoria e la responsabilità
collettiva.
Perché ogni guerra nasce anche da ciò che non siamo stati capaci di proteggere.
E ogni pace si costruisce a partire da ciò che decidiamo di vedere.
L'articolo “Il neurologo, dopo la diagnosi della sclerosi multipla, mi ha detto
‘ma lei dove vuole andare in quello stato?’. La mia malattia e la guerra sono
simili”: così Francesca Mannocchi proviene da Il Fatto Quotidiano.