S e negli ultimi decenni, grazie agli studi postcoloniali, è stato reso noto
l’impatto del capitalismo sugli ambienti umani e non umani di tutto il mondo,
esiste una colonizzazione ancora più profonda e pervasiva operata dal sistema
economico imperante: quella delle menti – non solo in senso ideologico, ma anche
puramente neuronale; e, con questa, la colonizzazione del tempo futuro, oltre
che dello spazio. Su questo nucleo si concentra l’analisi che Matteo Motterlini
fa in Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è
l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico (2025): un saggio
tanto agevole quanto dettagliato sui meccanismi cognitivi, prima ancora che
socio-politici, che hanno innescato la crisi ecologica in atto.
Il capitalismo da finanziario si è fatto limbico: ha imparato ad attivare e
sfruttare i circuiti dopaminergici degli esseri umani, le reazioni istintive, i
riflessi emotivi e le tendenze comportamentali controllate dalle strutture
cerebrali che vanno sotto il nome di sistema limbico, appunto. È il sistema
dell’anticipazione del piacere, emotivo e reattivo, in tensione con i circuiti
del controllo cognitivo e della pianificazione, in cui la corteccia prefrontale
ha un ruolo centrale. Questo equilibrio dinamico, ci spiega Motterlini, è stato
programmaticamente alterato, e i disequilibri ecologici e geopolitici che sono
ormai sotto gli occhi di tutti ne sono una conseguenza su larga scala. La
promozione di beni e servizi che incoraggiano l’eccesso e la dipendenza,
attraverso ricompense rapide ma a breve termine, è alla base di un’economia
(digitale e non) in cui la sovrabbondanza si maschera da scarsità percepita,
alterando così il modo in cui pensiamo e prendiamo decisioni. E il paradosso è
che l’edonismo sfrenato alla base dei consumi in costante crescita sfocia in
realtà in un’anedonia solipsistica e nichilista.
Scongeliamo i cervelli affronta questi e tanti altri meccanismi, attraverso dati
ed esperimenti sociocognitivi che illuminano la profondità del pozzo in cui ci
troviamo, ma anche molte possibili strategie per venirne fuori. In occasione
dell’uscita del libro abbiamo dialogato con l’autore, professore ordinario di
filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano,
dove dirige il Centro di ricerca in epistemologia sperimentale e applicata.
Da un lato l’attenzione del saggio si rivolge ai meccanismi neuronali che
distinguono gli esseri umani dagli altri esseri viventi: in particolare, la
pianificazione a lungo termine e i comportamenti da questa derivanti vengono
presentati come capacità caratteristiche della sola nostra specie,
distinguendoli dai comportamenti animali che sarebbero anticipatori solo come
riflesso dell’evoluzione. Dall’altro lato è molto efficace, nel libro, la
definizione della crisi climatica come crisi di astinenza in un sistema
economico drogato di crescita, che suggerirebbe un parallelo tra il sistema
cognitivo umano e il sistema planetario: la mente umana sarebbe quindi il motore
di dinamiche globali che a loro volta influiscono sui (dis)funzionamenti
cognitivi dei singoli.
QUALI SONO I VANTAGGI DELLO SCORPORARE I MECCANISMI COGNITIVI UMANI DA QUELLI
PIÙ-CHE-UMANI? IN CHE MISURA È NECESSARIO DISTINGUERE I NOSTRI MODI DI PENSARE –
QUELLI VIRTUOSI MA SOPRATTUTTO QUELLI FALLACI – PER COMPRENDERE UNA CRISI CHE È
IN LARGA PARTE ORIGINATA PROPRIO DA UN’ERRONEA LETTURA DELLA CENTRALITÀ
DELL’ESSERE UMANO SULLA TERRA?
Gli animali anticipano il futuro solo perché l’evoluzione li ha “programmati” a
farlo. Noi, invece, possiamo rappresentarcelo, simularlo, immaginarlo. Questa
capacità – che nasce dall’evoluzione, certo – è però fragile, discontinua,
facilmente sabotata da impulsi più antichi. È lì che si determina un
cortocircuito: abbiamo un cervello capace di pianificare il lungo periodo, ma lo
usiamo poco, male e spesso contro noi stessi. L’incapacità di reagire alla crisi
climatica nasce da una combinazione di miopia temporale, present bias e ambienti
decisionali che amplificano le nostre debolezze.
Il capitalismo della crescita infinita funziona perché parla direttamente al
nostro sistema limbico, non alla parte riflessiva della mente. È una gigantesca
macchina dopaminergica che trasforma una vulnerabilità biologica in un modello
economico. In questo senso, quando descrivo la crisi climatica come una crisi di
astinenza, non è una metafora azzardata: è una diagnosi cognitiva. Stiamo
chiedendo a un sistema dipendente dai consumi di smettere, senza cambiare il
contesto che lo rende dipendente.
MA NON È LA RIFLESSIONE UMANA ESSA STESSA UNA CONSEGUENZA DELL’EVOLUZIONE? COSA
POTREMMO IMPARARE DAL RIPENSARLA IN QUANTO TALE?
Capire come funziona la nostra mente serve a decentrare l’umano, non a
celebrarlo. Ci mostra che non siamo osservatori esterni del sistema Terra, ma
una sua parte biologica, con limiti precisi, bias prevedibili e una capacità di
autoinganno sorprendente. Pensarci come “speciali” perché razionali è uno degli
errori che ci ha portato fin qui. La riflessività umana è un prodotto
dell’evoluzione. Ma è un prodotto incompiuto. Non è una conquista definitiva, è
una possibilità che va allenata, sostenuta da istituzioni, norme, incentivi,
architetture di scelta. Se la lasciamo sola, perde quasi sempre contro l’urgenza
del presente.
È per questo che nel libro insisto tanto su regole, vincoli, default,
cooperazione: non come limitazioni della libertà, ma come protesi cognitive.
Strumenti che compensano ciò che l’evoluzione non ha avuto il tempo di
perfezionare. Se siamo arrivati fin qui cambiando l’ambiente naturale, possiamo
anche cambiare l’ambiente decisionale per non autodistruggerci. Non dobbiamo
diventare “più buoni” o “più saggi”. Dobbiamo diventare più realisti su come
funzioniamo davvero. È da lì che può nascere una risposta alla crisi climatica.
IN BASE AL MODELLO ECONOMICO DELLO SCONTO ESPONENZIALE, OGNI INTERVALLO DI TEMPO
RIDUCE IL VALORE DI UNA RICOMPENSA IN MODO PROPORZIONALE E COSTANTE, SECONDO UNA
CURVA DECRESCENTE, REGOLARE E CONTINUA. TENDEREMMO QUINDI A PREFERIRE
GRATIFICAZIONI IMMEDIATE PIUTTOSTO CHE LAVORARE CON LUNGIMIRANZA SULLA
RISOLUZIONE DI PROBLEMI CHE SAPPIAMO ANDARE PEGGIORANDO. EPPURE, ALMENO NEL
MONDO OCCIDENTALE, SI RISCONTRA UN’INCAPACITÀ DIFFUSA A GODERE DEL PRESENTE
STESSO, AD ESSERNE SODDISFATTI, AD ATTRIBUIRE UN VALORE NON MONETARIO AL QUI E
ORA. COME VEDE QUESTA DISSONANZA TRA I MODELLI ECONOMICI E L’EFFETTIVO MODO DI
STARE AL MONDO DI MOLTI DI NOI IN QUESTA PARTE DEL MONDO?
Lo sconto intertemporale non dice che il presente ci rende felici, ma che tende
a pesare troppo nelle nostre decisioni. Sovrastimiamo i costi immediati e
sottostimiamo i benefici futuri. Questo però produce un paradosso: non sappiamo
rinunciare a gratificazioni rapide, ma al contempo non traiamo soddisfazione
duratura da ciò che facciamo. Questa distorsione nasce da un conflitto interno:
tra un sé orientato all’immediato, sensibile alle perdite e all’urgenza, e un sé
proiettato nel futuro ma psicologicamente e politicamente debole. È per questo
che rimandiamo scelte che sappiamo necessarie, e allo stesso tempo viviamo in
una condizione di affanno permanente. Lo stesso meccanismo opera sul piano
collettivo e intergenerazionale. Trattiamo le generazioni future come se
contassero meno, come se avessero un valore ridotto. È una forma di miopia
temporale che rende possibile la procrastinazione climatica: sappiamo che i
costi arriveranno, ma non ricadranno su di noi, almeno non subito. Un presente
governato dall’urgenza della crescita, dalla logica della performance e
dall’illusione dell’ottimizzazione continua finisce per erodere le condizioni
stesse del benessere, oggi e domani. È un presente che divora il futuro senza
riuscire a nutrire chi lo vive.
MI PARE CHE IL DISCORSO POSSA ESSERE AMPLIATO ANCHE ALL’OTTIMISMO IMPOSTO
DALL’ALTO INSIEME A UN’IDEA DISTORTA DI PROGRESSO, IN NETTO CONTRASTO CON
PESSIMISMO E CATASTROFISMO SEMPRE PIÙ DIFFUSI NEL MONDO REALE.
L’ottimismo imposto dall’alto si inserisce come una narrazione rassicurante che
promette progresso senza costi, soluzioni senza rinunce, tecnologia senza
limiti. Ma, paradossalmente, proprio per questo genera sfiducia. Quando il
racconto ufficiale è in contrasto con l’esperienza quotidiana, produce
dissonanza. E la dissonanza, se non viene riconosciuta, si trasforma in cinismo
o in fatalismo. Il pessimismo che vediamo emergere non è un rifiuto del futuro
in sé, ma la percezione che il patto intergenerazionale sia stato rotto. Che
qualcuno stia incassando oggi lasciando ad altri il conto di domani. La
risposta, come sostengo nel libro, non è scegliere tra ottimismo e pessimismo,
ma ricostruire istituzioni, regole e norme sociali capaci di rendere il futuro
rilevante nel presente.
IN PARTE COLLEGATA ALLA DOMANDA PRECEDENTE C’È UNA CURIOSITÀ SUL DATO DA LEI
RIPORTATO IN BASE AL QUALE NEGLI ULTIMI VENTI ANNI IL BENESSERE SOGGETTIVO DI
TUTTE LE FASCE D’ETÀ È DIMINUITO IN NORD AMERICA. SEMBRA DUNQUE CHE SI STIA
RISVEGLIANDO UNA CONSAPEVOLEZZA DEI TANTI E VARI PROBLEMI INTRINSECHI AL
COSIDDETTO SVILUPPO CAPITALISTA E ALLO STESSO SOGNO AMERICANO. COME MAI, SECONDO
LEI, NON SI RIESCE A INCANALARE QUESTA PERCEZIONE IN UN CAMBIO DI ROTTA
CULTURALE E POLITICO? CHE TIPO DI STRATEGIE COGNITIVE DOVREBBERO ESSERE
SOLLECITATE PER GENERARE UN CAMBIO DI QUESTO TIPO?
Il calo del benessere percepito che osserviamo negli ultimi vent’anni,
soprattutto in Nord America e tra i più giovani, è un segnale forte perché
smentisce l’idea che più crescita, più consumo e più stimoli dopaminergici
coincidano automaticamente con più “felicità”. L’epidemia di obesità, l’aumento
delle dipendenze, l’abuso di psicofarmaci e oppioidi mostrano che quando un
ambiente è progettato per stimolare continuamente il circuito della ricompensa,
il risultato non è la soddisfazione, ma l’assuefazione. E l’assuefazione non
produce felicità: produce bisogno e, nei casi peggiori, dipendenza. È così che
possiamo avere società sempre più ricche e individui sempre meno felici. Nel
libro spiego perché questa non è una contraddizione, ma un effetto diretto del
modo in cui definiamo e misuriamo il progresso. Il PIL registra flussi di
produzione e consumo, ma ignora ciò che viene eroso per ottenerli. Conta come
crescita ciò che in realtà è consumo di capitale – sociale e naturale. Se
inquiniamo, degradiamo ecosistemi o compromettiamo la salute pubblica, il PIL
sale comunque. Questo modello di crescita assomiglia sempre più a un ciclo di
dipendenza: ricerca continua del piacere, illusione di eccessi senza
conseguenze, rimozione sistematica dei costi reali. Funziona finché funziona.
Poi il sistema non regge più.
La sostenibilità non riguarda un flusso annuale, ma uno stock: il patrimonio
complessivo che lasciamo in eredità. Confondere questi due livelli significa
prendere decisioni pubbliche con una bussola che punta nella direzione
sbagliata. Per tutelare davvero il benessere dei futuri abitanti del pianeta
servirebbe una contabilità della ricchezza inclusiva, che consideri il capitale
naturale e sociale come parte integrante della ricchezza collettiva. La “L” in
PIL sta per lordo, non per “al netto” della distruzione di suolo, aria e
biodiversità. È uno strumento utile per il breve periodo, ma inadatto a guidare
scelte di lungo termine. Un Paese che aumenta il PIL distruggendo il proprio
capitale naturale non sta diventando più ricco: sta firmando una cambiale a
carico di chi verrà dopo di noi. E rimandare non elimina il costo, lo accumula.
Quando il futuro presenterà il conto, la vera domanda non sarà quanto ci costerà
cambiare, ma quanto ci è costato non averlo fatto prima.
TROVO MOLTO PRODUTTIVA LA SUA DISCUSSIONE DEL MECCANISMO DEL PREIMPEGNO, CHE
PREVEDE UN’AUTOIMPOSIZIONE DI VINCOLI CHIARI E IRREVERSIBILI A CUI OGNI NUOVO
CICLO POLITICO DOVRÀ TENERE FEDE. LEI SPIEGA BENE COME LA SCELTA DI
PREIMPEGNARSI A RIDURRE PRODUZIONE, CONSUMI E CRESCITA ECONOMICA PER TUTELARE
L’AMBIENTE – E DUNQUE LIMITARE ALCUNE SCELTE NEL PRESENTE – SIA CONDIZIONE
NECESSARIA PER LA SOPRAVVIVENZA DELLA STESSA CAPACITÀ DI SCELTA IN FUTURO,
DECOSTRUENDO COSÌ LA RETORICA LIBERISTA SECONDO CUI LE LIBERTÀ INDIVIDUALI
DOVREBBERO ESSERE INATTACCABILI. QUALE FORMA DI GOVERNO, A SUO PARERE, SAREBBE
LA PIÙ EFFICACE AD ACCOGLIERE UN CERTO GRADO DI DIRIGISMO AMBIENTALISTA,
CONSIDERANDO I PROBLEMI CHE LEI STESSO EVIDENZIA NELLE DEMOCRAZIE ODIERNE, ORMAI
SUCCUBI DI OLIGARCHIE FINANZIARIE E DIGITALI?
Nel libro insisto su un punto che spesso viene frainteso: il preimpegno non è
una limitazione della libertà, ma la condizione stessa affinché si intervenga a
favore del clima. Se continuiamo a interpretare la libertà solo come assenza di
vincoli nel presente, finiamo per distruggere proprio lo spazio entro cui le
scelte future potranno essere esercitate. Da qui discende una conseguenza
politica scomoda ma inevitabile. La questione ambientale non può essere
affrontata da una forma di governo che viva in uno stato di campagna elettorale
permanente, con l’orizzonte temporale fissato alle prossime elezioni o ai
prossimi sondaggi. Le democrazie contemporanee, così come funzionano oggi,
soffrono di una miopia strutturale: tendono a sovrappesare il consenso immediato
e a sottovalutare i costi differiti. Questo le rende particolarmente esposte
alla pressione di interessi concentrati, ben organizzati e finanziariamente
potenti.
La risposta non è né l’autoritarismo verde né una sospensione della democrazia.
L’idea che serva “meno democrazia” per salvare il pianeta è una falsa
alternativa. Il problema non è la democrazia in sé, ma una democrazia priva di
vincoli credibili contro il “breve-termismo”. La forma di governo più efficace è
una democrazia capace di autovincolarsi. Una democrazia che accetta alcune
scelte fondamentali, rendendole non negoziabili a ogni cambio di maggioranza. È
una logica molto semplice: se sappiamo che cederemo alla tentazione, l’unica
soluzione razionale è toglierci la possibilità di farlo. Questo significa
fissare obiettivi ambientali chiari e duraturi, sottrarli alla contingenza
politica e affidarli a regole e istituzioni progettate per durare nel tempo:
standard ambientali stringenti, politiche industriali coerenti, meccanismi
fiscali che rendano costoso tornare indietro. Non perché qualcuno “comandi
dall’alto”, ma perché senza vincoli il sistema deraglia.
Come detto, è una questione di giustizia intergenerazionale. Chi pagherà il
prezzo più alto delle scelte attuali non ha voce nel processo politico di oggi.
Il preimpegno serve anche a questo: a rappresentare interessi assenti, a dare
peso politico a chi oggi non può difendersi. L’idea che le libertà individuali
siano intoccabili anche quando distruggono le condizioni materiali della loro
stessa esistenza è una fallacia. La libertà di inquinare che consuma il futuro
non è libertà: è mettere il pianeta in liquidazione.
UN PREGIO DEL SUO LIBRO RISIEDE NELLA PROPOSTA DI SOLUZIONI, ALCUNE DELLE QUALI
A PORTATA DI OGNUNO DI NOI, ALTRE RELATIVE ALLA GESTIONE DELLA COSA PUBBLICA. IL
SUO STESSO LAVORO AGISCE NELL’ALVEO DI QUELLA CHE LEI DEFINISCE UN’EDUCAZIONE
CIVICA EPISTEMICA, PRODUCENDO INFORMAZIONE SCIENTIFICA AFFIDABILE E ACCESSIBILE,
CHE POSSA FARE DA BASE A SISTEMI VIRTUOSI DI GESTIONE COLLETTIVA. MI PIACEREBBE
QUINDI FINIRE CON UN ESPERIMENTO IMMAGINATIVO. SE LE VENISSE AFFIDATO DOMANI UN
RUOLO DECISIONALE ALL’INTERNO DEL GOVERNO DI UN PAESE OCCIDENTALE – L’ITALIA,
PERCHÉ NO? – QUALI SAREBBERO I PRIMI TRE CAMBIAMENTI SU CUI LAVOREREBBE
NELL’IMMEDIATO, E IN CHE MODO QUESTI ANDREBBERO AD AGIRE SUL MEDIO-LUNGO
PERIODO?
Il primo intervento riguarderebbe la visibilità del problema. Una delle ragioni
per cui la crisi climatica non ci muove è che resta astratta, lontana,
statisticamente corretta ma emotivamente irrilevante. Renderei salienti gli
impatti locali, presenti, quotidiani delle scelte ambientali. Dati chiari,
comparabili, territorializzati. Non “il pianeta”, ma l’aria che respiriamo,
l’acqua che beviamo, i costi sanitari che paghiamo. Nel medio periodo questo
crea una base di realtà condivisa, riducendo lo spazio per la dissonanza
cognitiva e il negazionismo.
La seconda leva sarebbe quella delle scelte per default. Non chiederei alle
persone di diventare improvvisamente più virtuose o più informate. Cambierei ciò
che accade quando non si sceglie. Energia, mobilità, edilizia, rifiuti: rendere
l’opzione sostenibile quella standard, lasciando sempre la possibilità di
opt-out, ma rendendo il comportamento dannoso più costoso, meno comodo, meno
invisibile. È una misura poco ideologica e molto efficace, perché lavora con,
non contro, i limiti cognitivi. Nel medio-lungo periodo questo normalizza
comportamenti che oggi appaiono “sacrifici”.
La terza azione riguarderebbe la fiducia. Senza fiducia nelle istituzioni, nella
scienza e nei processi decisionali, nessuna transizione regge. Investirei subito
in quello che nel libro chiamo educazione civica epistemica: non per insegnare
alle persone “cosa pensare”, ma come distinguere informazioni affidabili da
narrazioni manipolatorie. Questo significa rafforzare l’indipendenza delle
autorità scientifiche, proteggere gli spazi di competenza dagli attacchi
politici e rendere trasparenti i conflitti di interesse. Nel lungo periodo, è
l’unico antidoto strutturale alla disinformazione e al complottismo.
Sono interventi poco spettacolari, lo ammetto. Non promettono miracoli né
salvezze rapide. Ma hanno un vantaggio decisivo: non richiedono un’umanità
migliore, solo istituzioni un po’ più intelligenti e a misura di cittadino. E se
c’è una cosa che ho imparato studiando decisioni e comportamenti è che, quando i
contesti cambiano con “cognizione di causa”, le persone spesso fanno la cosa
giusta senza neppure accorgersene. In fondo, sarebbe già un enorme passo avanti.
L'articolo Capitalismo dopaminergico proviene da Il Tascabile.
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L e prestigiose scuole di economia e management, culle per niente oniriche in
cui vengono assemblate le menti secondo le regole della finanza, pare siano
molto vicine all’introduzione di corsi dedicati all’organizzazione del piacere.
Un solo obiettivo: sviluppare teorie e metodi che nascondano la diretta
correlazione tra divertimento, consumo e guadagno. La profanazione di questo
intreccio rivelerebbe una verità estremamente pericolosa: il tempo trascorso nei
luoghi (reali e virtuali) del piacere o dello svago anestetizza gli utenti
dell’inutilità del lavoro che, offrendo a chi lo svolge una rassicurante
sussistenza quotidiana, arricchisce esclusivamente il sistema capitalistico.
Come sostengono i filosofi postmarxisti del Ventunesimo secolo, tra i punti
all’ordine del giorno del sistema di potere egemonico non è mai stato annoverato
il miglioramento della condizione umana. Il verdetto è abbastanza intuitivo: il
capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma, non
essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha elaborato
una versione subordinata alla logica di mercato. Il piacere è stato
riconfigurato come piacere produttivo: una forma ambigua di godimento indotto,
orientata – direttamente o indirettamente – a produrre utile. Neutralizzando il
potenziale sovversivo, il capitalismo ha reso il piacere un elemento funzionale
alla formazione di soggettività standardizzate.
> Il capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma,
> non essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha
> elaborato una versione subordinata alla logica di mercato.
La ricerca artistica e curatoriale di ATI suffix, collettivo interdisciplinare
nato a Roma nel 2013, interroga e decostruisce le categorie di pensiero del
sistema dominante. I progetti del collettivo, di cui fanno parte architett*,
artist*, filosof* e ricercator*, sono accomunati da un’esasperazione critica e
speculativa degli immaginari urbani, replicabili su scala globale. Attraverso
installazioni, attraversamenti, azioni laboratoriali e pratiche performative,
ATI suffix si insinua all’interno dei dispositivi di sorveglianza, oppressione e
controllo disseminati negli spazi di aggregazione quotidiana, di lavoro e di
piacere. In questo senso, i progetti del collettivo possono essere considerati
come pratiche di invasione, destabilizzazione, apparizione imprevista.
Prima possibilità per attivare il piacere (strategia a lungo termine)
Pensare alla concessione di tempo libero, a cui è possibile accedere
esclusivamente dopo aver prestato servizio a una qualsiasi società che concorra
al raggiungimento degli obiettivi del capitalismo. In questo orizzonte, ogni
soggettività agente è caldamente invitata a esercitare attivamente e senza
tregua il ruolo di lavoratore e di consumatore, oscillando tra due condizioni
che si fagocitano a vicenda.
> Per lungo tempo il desiderio di svago estivo è stato il principale incentivo
> al lavoro. Lavorare per le vacanze. Lavorare per l’estate. Lavorare per la
> spiaggia. Oggi il capitalismo ha messo la sabbia al servizio della produzione.
> La rilevanza fisica degli spazi concepiti per preparare cittadini/consumatori
> all’estate è chiara a tutti. Dalle palestre ai cantieri, la città si trasforma
> in un UrbanBeachScape.
Il progetto, sviluppato al Columbia Global Centers di Istanbul nel 2015, è
concepito come un’installazione site specific per il quartier generale della
società Borusan, tra le principali produttrici di tubi in acciaio nel mondo.
UrbanBeachScape contesta le reti transnazionali dello sponsor della mostra
esplorando il valore della sabbia nel traffico di denaro. Seconda risorsa
naturale più sfruttata dopo l’acqua, la sabbia viene estratta a una velocità
molto maggiore rispetto al tempo necessario affinché si rinnovi. Il valore
economico della sabbia sul mercato globale determina un forte attrito rispetto
all’immaginario esotico pubblicizzato dai resort di lusso.
Il testo curatoriale, redatto nella forma di manifesto programmatico, insiste
sulle logiche pubblicitarie del capitalismo: sigle e acronimi per abbreviare il
tempo della lettura e facilitare il processo di memorizzazione.
> UBS è un business, perché il capitale mette in produzione il desiderio di
> spiaggia
> UBS è edilizia, perché la sabbia è la seconda risorsa naturale più utilizzata
> UBS è estetica, perché i corpi urbani sono sempre pronti per la spiaggia
> UBS è sfruttamento, perché le spiagge scompaiono mentre le città crescono.
Scrive Giorgio Agamben in Mezzi senza fine (1996), “la società nel suo insieme è
consegnata irrevocabilmente alla forma della società di consumo e di produzione
orientata al solo fine del benessere”. Spargendo oltre trenta tonnellate di
sabbia nell’atrio della multinazionale, UrbanBeachScape celebra la relazione
segreta tra sfruttamento e benessere. Una lettera firmata da un immaginario
Beach Liberation Front mette in guardia dalla tentazione di godere del sole
artificiale: non è possibile che alcun sogno appartenga al presente. Chi si
sottrae volontariamente al gioco del capitale rinuncia all’immaginazione
normativa del tempo libero. Eppure anche sviluppare una strategia per garantirsi
l’accesso al futuro senza pagare il dazio del lavoro è un’attitudine produttiva
di stampo capitalista. Non c’è via d’uscita. La spiaggia è una gabbia che
incastra i corpi.
> Spargendo oltre trenta tonnellate di sabbia nell’atrio della multinazionale,
> UrbanBeachScape celebra la relazione segreta tra sfruttamento e benessere.
Il futuro, come raccoglitore di ambizioni, è uno specchio che riflette ed esalta
i bisogni vitali del sistema: poiché siamo condannati ad avere un futuro, siamo
condannati a lavorare, e viceversa. La realizzazione dei sogni – accettando
l’accezione materialista che il capitalismo ha affidato al sogno – dipende dalla
fedeltà al lavoro. Attraverso un monumento effimero realizzato nella forma di
inciampo all’abituale fruizione dello spazio aziendale, ATI suffix ritrae il
dark side del capitalismo.
Seconda possibilità per attivare il piacere (strategia a breve termine)
Risolvere i disturbi causati dal tempo del dovere attraverso espedienti
simbolici e/o concreti messi a disposizione a basso costo dall’efficiente
sistema di produzione.
> White Sheep, una bevanda arricchita di melatonina, si confronta con l’insonnia
> indotta e la seduzione della produttività. La bevanda è disponibile tramite un
> distributore automatico posizionato in uno spazio pubblico ad Amsterdam.
White Sheep è un’installazione nello spazio pubblico, realizzata per Amsterdam
Light Festival nel 2017. Il progetto assume la forma di un distributore di
bibite alla melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a
quello delle più famose bevande energetiche. Il rebranding speculativo sovverte
la fascinazione per la cessazione del sonno adottando l’estetica del
distributore h24. Sotto forma di piacere, ovvero bevanda al gusto di caramelle
alla fragola, il capitalismo genera comportamenti che si trasformano in
abitudini e che deformano i corpi. I supporti energetici a cui si fa
affidamento, inizialmente proposti come soluzione rapida per mantenere alte le
prestazioni di uno stile di vita animato dalla concorrenza, mirano a
trasformarsi in un’esigenza radicale. La diffusione di tisane con polveri di
melatonina rappresenta il collasso dello stesso sistema. Allegoria di una classe
di lavoratori e lavoratrici intrappolate tra le maglie di un sistema
claustrofobico e ripiegato su sé stesso, White Sheep è un progetto segretamente
disturbante che ammicca ed esalta lo stesso immaginario che contesta.
> Il progetto White Sheep assume la forma di un distributore di bibite alla
> melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a quello delle
> più famose bevande energetiche: un rebranding speculativo che sovverte la
> fascinazione per la cessazione del sonno.
Una simile ambiguità caratterizza La manipolazione onirica del Carrefour, azione
collettiva e performativa realizzata per il festival di teatro Contrabbando di
Roma, nel 2017.
> Con la sua intrusione capillare, il capitalismo sta velocemente erodendo forme
> di comunità ed espressione politica, utilizzando come mezzo di controllo
> l’abolizione della naturale alternanza giorno/notte. Un tempo senza ritmo,
> senza pause, senza sonno.
Probabilmente il più grande desiderio del capitalismo è fare in modo che si
realizzi l’astensione completa dal sonno e che assuma la forma di abdicazione di
massa, scrive Jonathan Crary in 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno
(2015). Dopo aver individuato nelle sostanze energizzanti un rimedio istantaneo
a questa disfunzione ereditaria che “affligge” la specie umana, il sistema
inventa degli spazi collettivi in cui sviluppare esercizi notturni di
divertimento e consumo. Tra questi, i supermercati h24 rappresentano il modello
più riuscito. La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti
attraverso un esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non
banalità del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie.
Rifiutando la velocità che i pavimenti sempre lucidi dei supermercati impongono
alle suole delle scarpe da trekking urbano, la performance è un attraversamento
lento dei corridoi infestati da trame di potere e sfruttamento interspecie
attuato su scala globale. Percorrere senza fretta uno spazio pensato
esclusivamente per l’acquisto e uscire a mani vuote è un atto di boicottaggio.
> La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti attraverso un
> esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non banalità
> del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie.
Dopo la spedizione al Carrefour, la performance si conclude con un rituale
onirico nella sala teatrale del Cinema Palazzo. Il sonno, dopo aver abbandonato
la dimensione intima, si rivela ora nella sua temporalità imperitura del 24/7.
La manipolazione onirica del Carrefour assalta i vessilli del capitalismo
applicando segrete e impercettibili modifiche che alterano temporaneamente il
funzionamento. La prefigurazione di immaginari che alterano la scissione
disciplinata tra utopia e distopia è un gesto politico.
Epilogo (stare in guardia)
L’esistenza del tempo libero è incerta.
L’induzione del disturbo del sonno aumenta la capacità estrattiva.
Il benessere concorre al raggiungimento della massimizzazione del profitto.
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