I mmaginate di avere una domenica libera, la prima da mesi. Niente impegni né
urgenze: il vostro programma è andare a dormire il sabato sera e svegliarvi non
prima del pomeriggio del giorno dopo. Avete spento il telefono, staccato il
wi-fi e avvisato chiunque vi conosca delle vostre intenzioni. Siete nel pieno
della dormita più ristoratrice di sempre quando suona il campanello: sono le
7:30. Lo ignorate. Alle 8:15 suona il citofono: ignorate anche quello. Alle
9:00, una macchina con un motore da revisionare si mette a sgommare sotto casa
vostra. A quel punto ci rinunciate, vi alzate e affrontate il resto della
giornata di pessimo umore e con un frustrante debito di energie.
Vi è venuto il nervoso? Immaginate ora una dormita che non dura qualche ora ma
mesi interi, e che non è solo un premio che vi concedete ma una necessità,
irrinunciabile per la vostra sopravvivenza. In queste condizioni, venire
svegliati contro la vostra volontà diventa più che un fastidio: un grosso
problema, forse anche un pericolo. Ebbene, è come si sentono milioni di animali
ogni anno, e la colpa è ovviamente nostra: il letargo è un adattamento evolutivo
fondamentale per decine di migliaia di specie, la cui efficacia (e durata, in
certi casi) sta però subendo un rapido degrado a causa delle attività umane,
andando ad aggiungersi a una purtroppo già ricca lista di casi simili,
conseguenza diretta del fatto che abbiamo sempre meno inverno.
Un letargo, tanti letarghi
La prima cosa da chiarire quando si parla di letargo è, perdonatemi l’anafora,
chiarire che cosa s’intende parlando di “letargo”, un termine-ombrello che
racchiude in sé diversi fenomeni (analoghi ma con differenze anche
significative) e che è a sua volta un sottoinsieme di quella che in biologia si
chiama quiescenza, ossia la sospensione temporanea, parziale o totale ma
comunque reversibile, delle funzioni vitali di un essere vivente. Ibernazione,
estivazione, brumazione, torpore sono tutte forme di quello che viene
comunemente chiamato “letargo”. Con un’ulteriore complicazione: l’inglese è la
lingua franca della scienza, e in inglese il letargo si chiama hibernation, che
è il loro termine-ombrello, con ulteriori distinzioni tra ibernazione
facoltativa e obbligatoria e, più di recente, l’idea che tutti questi fenomeni
esistano in un continuum. Nel pezzo userò la parola “letargo” per comodità, con
la precisazione che mi riferirò nello specifico all’ibernazione, cioè la
sospensione delle funzioni vitali durante l’inverno.
> Il letargo è un adattamento evolutivo fondamentale per decine di migliaia di
> specie, la cui efficacia sta però subendo un rapido degrado a causa delle
> attività umane, e nello specifico del fatto che gli inverni durano sempre di
> meno.
Non perché le altre forme di quiescenza stagionale non siano interessanti:
l’estivazione, per esempio, che come suggerisce il nome è la forma estiva
dell’ibernazione, richiede strategie fisiologiche molto diverse da quelle del
letargo invernale, ed è meno nota solo perché fino a pochi anni fa pensavamo
fosse un’esclusiva degli animali ectotermi; in realtà, anche qualche mammifero
estiva, e l’impressione è che possano essercene molti altri che non abbiamo
ancora scoperto. Più in generale, qualsiasi adattamento abbia a che fare con la
sospensione delle funzioni vitali meriterebbe un approfondimento, non solo per
amore della conoscenza ma anche perché si tratta di meccanismi che, se applicati
agli esseri umani, potrebbero aiutarci in una pletora di campi diversi, dalla
medicina ai viaggi nello spazio.
L’ibernazione, però, il letargo invernale, insomma quello che succede nel corpo
di certi animali quando le temperature crollano e con loro l’energia a
disposizione, è la forma di quiescenza più colpita dai “soliti noti” –
riscaldamento globale, perdita dell’habitat, interazioni sempre più frequenti
con gli umani. E come tutte le attività minacciate dai bruschi cambiamenti nella
stagionalità di gran parte del pianeta, non sappiamo quali possano essere le
conseguenze del loro sconvolgimento, sulle specie coinvolte ma anche sugli
ecosistemi. Dovendo fare un triage delle diverse forme di quiescenza, il letargo
è forse la più urgente da tutelare, perché dipende da una stagione che sta
sparendo.
L’inverno sta arrivando
Tutte le forme di quiescenza nascono, dal punto di vista evolutivo, come
risposta a una necessità: sopravvivere per un periodo di tempo nel quale le
condizioni ambientali rendono impossibile la normale attività. Può essere un
giorno (come nel caso del torpore quotidiano di alcuni uccelli e piccoli
mammiferi), una stagione o anche un secolo (capita ai semi di alcune piante, per
esempio il tasso barbasso): si tratta comunque di uno spegnimento controllato
dell’organismo, ed è facile il paragone con la modalità risparmio energetico di
certi dispositivi elettronici. Nel caso del letargo, il periodo di tempo è
l’inverno, con tutte le sue sfide: le temperature crollano (e quindi riscaldarsi
costa più energia), il cibo scarseggia, neve e ghiaccio possono rendere
complessi gli spostamenti.
> Non si tratta quindi, come viene spesso descritto, di un semplice sonno
> profondo, ma di un’operazione più estrema (e anche rischiosa), che in quanto
> tale ha spesso bisogno di mesi di preparazione.
Di fronte alla stagione fredda, ci sono tre possibili soluzioni per non morire
congelati. La prima è farsi forza, restare attivi e sviluppare una serie di
adattamenti che aiutino a sopravvivere all’inverno senza dover cambiare troppo
le proprie abitudini. È quello che fanno per esempio le volpi artiche, che hanno
un’intricata rete di capillari (soprattutto sul muso e sulle zampe) che
contribuiscono a mantenere la loro temperatura corporea sopra gli 0 °C anche
quando quella esterna scende sotto i ‒20 °C. La seconda è fare le valigie: molte
specie, soprattutto tra gli uccelli, sfuggono al clima rigido dell’inverno
migrando altrove.
La terza soluzione è appunto l’ibernazione, cioè una brusca riduzione delle
funzioni vitali dell’animale: la temperatura corporea si abbassa, la
respirazione e il battito cardiaco rallentano, come anche il metabolismo. Non si
tratta quindi, come viene spesso descritto, di un semplice sonno profondo, ma di
un’operazione più estrema (e anche rischiosa), che in quanto tale ha spesso
bisogno di mesi di preparazione. È il caso di tutti quei mammiferi che
accumulano energia sotto forma di grasso, passando l’autunno in una fase
cosiddetta di iperfagia: lo fanno per esempio ricci, ghiri e marmotte, il cui
letargo è quasi sempre ininterrotto (possono fare eccezione i ricci, che una
volta al mese circa si svegliano) e passato a consumare le risorse accumulate in
precedenza.
Altri preferiscono una quiescenza meno estrema, e i più famosi in questo senso
sono i nostri scoiattoli: invece di ingerire enormi quantità di cibo e poi
spegnersi, accumulano le risorse necessarie per sopravvivere all’inverno in
diversi nascondigli, e alternano fasi di torpore leggero ad altre di attività,
durante le quali consumano quanto hanno messo da parte. La loro non è quindi una
vera e propria ibernazione, a differenza di quella dei loro parenti (sempre
della famiglia Sciuridae) noti come squinny (Ictidomys tridecemlineatus), il cui
letargo può durare fino a sei mesi, durante i quali non mangiano né bevono: per
non disidratarsi hanno sviluppato alcuni ingegnosi adattamenti, tra cui la
diluizione del siero (che in alta concentrazione è responsabile della sete) e
l’eliminazione dal sangue di molecole come sodio e glucosio (curiosamente o
forse no, quest’ultima è la stessa molecola che la rana Rana sylvatica immette
invece in grandi quantità nel sangue durante l’inverno per evitare di
congelare).
Uno degli esempi di letargo più interessanti, nonché più dibattuti, è quello
degli orsi, in particolare dell’orso bruno europeo, sul quale pende da tempo la
domanda: possiamo considerare il suo come un vero letargo? Per capire le ragioni
di questo dubbio è utile fare un confronto con una “vera ibernatrice” come la
marmotta: durante i mesi di quiescenza invernale, la sua temperatura corporea si
avvicina agli 0 °C, il suo tasso metabolico crolla del 95%, l’animale respira
due volte al minuto e il suo cuore non supera i cinque battiti al minuto. Per
converso, l’orso bruno riduce la sua temperatura di appena 6 °C, assestandosi
intorno ai 30 °C, e il calo del tasso metabolico è del 25%. Il risultato è che,
rispetto a una marmotta che dorme ininterrottamente per tutto il periodo del
letargo, l’orso bruno rimane semivigile, e pronto a riattivarsi per difendere la
tana o quando sente che le temperature esterne stanno salendo.
Qui torna utile il discorso del continuum: le strategie fisiologiche adottate da
orso e marmotta sono le stesse (abbattimento del tasso metabolico, riduzione di
tutte le funzioni vitali…), ma portano a risultati quantitativamente molto
diversi. A questo punto, la risposta alla domanda iniziale di questo paragrafo
dovrebbe essere chiara: no, quello dell’orso non è un “vero letargo” come quello
dei piccoli mammiferi, ma anche sì, è comunque una forma di ibernazione
preceduta da una fase di iperfagia e durante la quale l’animale consuma le
energie che ha accumulato durante l’autunno.
> Gli orsi non vanno in letargo a causa del freddo. Il vero interruttore è la
> carenza di cibo, tanto è vero che gli esemplari che hanno a disposizione fonti
> di sostentamento sicure, come quelle di natura antropogenica, riducono di
> molto il loro periodo di ibernazione.
Vale la pena tra l’altro specificare che gli orsi non vanno in letargo a causa
del freddo: le variazioni invernali di temperatura hanno un impatto relativo su
un animale così grosso (e grasso). Il vero interruttore è la carenza di cibo,
tanto che gli orsi che hanno a disposizione fonti di sostentamento sicure, come
quelle di natura antropogenica, riducono di molto il loro periodo di
ibernazione, e addirittura quelli tenuti in cattività lo saltano a zampe pari
(con possibili conseguenze negative sulla loro salute). E così arriviamo al
discorso con cui si apriva il pezzo: quanti danni stiamo facendo al letargo
animale?
Bruschi risvegli e altri disturbi antropogenici
Il caso di studio più esemplare in questo senso è quello dei pipistrelli, un
ordine nel quale le strategie di quiescenza invernale sono diffusissime e si
sono evolute separatamente almeno quattro volte nel corso della loro storia
evolutiva. Come per gli orsi, anche per i pipistrelli il problema dell’inverno è
legato soprattutto alla mancanza di cibo: la maggior parte delle specie sono
entomofaghe, e quando fa troppo freddo gli insetti volanti spariscono dalla
circolazione. Durante l’inverno i pipistrelli si rifugiano quindi in caverne,
grotte, anfratti e cavità di ogni genere, riducono il battito cardiaco da 400 a
20 battiti al minuto, abbattono la temperatura corporea avvicinandosi agli 0 °C,
insomma, tutto quello che abbiamo già visto per altri mammiferi. Il problema è
che il loro sonno è sempre più spesso disturbato da fattori esterni: turisti che
invadono le loro grotte, scienziati che le visitano per raccogliere dati e
campioni, fluttuazioni impreviste della temperatura esterna. E un brusco e
imprevisto risveglio è costoso per i pipistrelli: per esempio quando il
vespertilio bruno viene disturbato nel sonno consuma 108 mg di grasso corporeo,
l’equivalente di quanto avrebbe consumato in 68 giorni di letargo.
Ci sono poi i problemi di salute: durante il letargo, il sistema immunitario dei
mammiferi va incontro allo stesso destino di ogni altra attività metabolica,
cioè lo spegnimento quasi totale. Questo stato di vulnerabilità sta esponendo
milioni di pipistrelli, soprattutto in Nord America ed Europa, al fungo
Pseudogymnoascus destructans, responsabile della sindrome del naso bianco (o
WNS, White Nose Syndrome), una patologia letale che dal 2018 a oggi ha causato
un calo nelle popolazioni che per alcune specie (Myotis septentrionalis, Myotis
lucifugus, Perimyotis subflavus) ha superato il 90%. Ovviamente, il fungo non è
arrivato in Nord America per caso, ma trasportato da noi umani dall’Europa (in
Italia è comparso per la prima volta nel 2019).
Infine, c’è una questione che non riguarda solo i pipistrelli ma tutti gli
animali ibernanti, e a dirla tutta non riguarda solo il letargo ma qualsiasi
attività legata alla stagionalità. L’ho già accennata più volte nel corso del
pezzo: l’aumento delle temperature medie globali (che è peraltro più grave alle
alte latitudini, dove vivono i mammiferi che vanno in letargo) causa sempre più
spesso risvegli anticipati, che oltre a essere energeticamente costosi per gli
animali li catapultano in un mondo che, per così dire, non è ancora pronto. I
pipistrelli non trovano abbastanza insetti per sostentarsi, le marmotte delle
Montagne Rocciose emergono dal letargo 38 giorni prima rispetto a 28 anni fa e
quando lo fanno trovano il paesaggio ancora coperto di neve, faticando quindi a
recuperare cibo ed energie, addirittura nello scoiattolo Urocitellus parryii le
femmine sono pronte all’accoppiamento prima dei maschi, e questo disallineamento
potrebbe avere conseguenze devastanti sui loro tassi di riproduzione.
> L’aumento delle temperature medie globali causa sempre più spesso risvegli
> anticipati, che oltre a essere energeticamente costosi per gli animali li
> catapultano in un mondo che, per così dire, non è ancora pronto.
Certo, come sempre c’è anche il rovescio della medaglia: le succitate marmotte
americane hanno tassi di sopravvivenza all’estate più alti di un tempo, e lo
stesso vale per il vespertilio di Daubenton. Il fatto però che alcune specie
stiano riuscendo ad adattarsi meglio ai cambiamenti climatici non deve farci
dimenticare che si tratta appunto di un adattamento, una modifica anche rdicale
dei propri comportamenti in risposta alle mutate condizioni ambientali: non
tutti gli animali hanno l’abilità e la fortuna di poter volgere una crisi
globale a loro vantaggio – al contrario, quelli che ci riescono sono
un’eccezione. La regola è sempre la stessa: stiamo cambiando tutto troppo
velocemente e in peggio, e la natura fatica a starci dietro.
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Tag - cambiamento climatico
S e negli ultimi decenni, grazie agli studi postcoloniali, è stato reso noto
l’impatto del capitalismo sugli ambienti umani e non umani di tutto il mondo,
esiste una colonizzazione ancora più profonda e pervasiva operata dal sistema
economico imperante: quella delle menti – non solo in senso ideologico, ma anche
puramente neuronale; e, con questa, la colonizzazione del tempo futuro, oltre
che dello spazio. Su questo nucleo si concentra l’analisi che Matteo Motterlini
fa in Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è
l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico (2025): un saggio
tanto agevole quanto dettagliato sui meccanismi cognitivi, prima ancora che
socio-politici, che hanno innescato la crisi ecologica in atto.
Il capitalismo da finanziario si è fatto limbico: ha imparato ad attivare e
sfruttare i circuiti dopaminergici degli esseri umani, le reazioni istintive, i
riflessi emotivi e le tendenze comportamentali controllate dalle strutture
cerebrali che vanno sotto il nome di sistema limbico, appunto. È il sistema
dell’anticipazione del piacere, emotivo e reattivo, in tensione con i circuiti
del controllo cognitivo e della pianificazione, in cui la corteccia prefrontale
ha un ruolo centrale. Questo equilibrio dinamico, ci spiega Motterlini, è stato
programmaticamente alterato, e i disequilibri ecologici e geopolitici che sono
ormai sotto gli occhi di tutti ne sono una conseguenza su larga scala. La
promozione di beni e servizi che incoraggiano l’eccesso e la dipendenza,
attraverso ricompense rapide ma a breve termine, è alla base di un’economia
(digitale e non) in cui la sovrabbondanza si maschera da scarsità percepita,
alterando così il modo in cui pensiamo e prendiamo decisioni. E il paradosso è
che l’edonismo sfrenato alla base dei consumi in costante crescita sfocia in
realtà in un’anedonia solipsistica e nichilista.
Scongeliamo i cervelli affronta questi e tanti altri meccanismi, attraverso dati
ed esperimenti sociocognitivi che illuminano la profondità del pozzo in cui ci
troviamo, ma anche molte possibili strategie per venirne fuori. In occasione
dell’uscita del libro abbiamo dialogato con l’autore, professore ordinario di
filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano,
dove dirige il Centro di ricerca in epistemologia sperimentale e applicata.
Da un lato l’attenzione del saggio si rivolge ai meccanismi neuronali che
distinguono gli esseri umani dagli altri esseri viventi: in particolare, la
pianificazione a lungo termine e i comportamenti da questa derivanti vengono
presentati come capacità caratteristiche della sola nostra specie,
distinguendoli dai comportamenti animali che sarebbero anticipatori solo come
riflesso dell’evoluzione. Dall’altro lato è molto efficace, nel libro, la
definizione della crisi climatica come crisi di astinenza in un sistema
economico drogato di crescita, che suggerirebbe un parallelo tra il sistema
cognitivo umano e il sistema planetario: la mente umana sarebbe quindi il motore
di dinamiche globali che a loro volta influiscono sui (dis)funzionamenti
cognitivi dei singoli.
QUALI SONO I VANTAGGI DELLO SCORPORARE I MECCANISMI COGNITIVI UMANI DA QUELLI
PIÙ-CHE-UMANI? IN CHE MISURA È NECESSARIO DISTINGUERE I NOSTRI MODI DI PENSARE –
QUELLI VIRTUOSI MA SOPRATTUTTO QUELLI FALLACI – PER COMPRENDERE UNA CRISI CHE È
IN LARGA PARTE ORIGINATA PROPRIO DA UN’ERRONEA LETTURA DELLA CENTRALITÀ
DELL’ESSERE UMANO SULLA TERRA?
Gli animali anticipano il futuro solo perché l’evoluzione li ha “programmati” a
farlo. Noi, invece, possiamo rappresentarcelo, simularlo, immaginarlo. Questa
capacità – che nasce dall’evoluzione, certo – è però fragile, discontinua,
facilmente sabotata da impulsi più antichi. È lì che si determina un
cortocircuito: abbiamo un cervello capace di pianificare il lungo periodo, ma lo
usiamo poco, male e spesso contro noi stessi. L’incapacità di reagire alla crisi
climatica nasce da una combinazione di miopia temporale, present bias e ambienti
decisionali che amplificano le nostre debolezze.
Il capitalismo della crescita infinita funziona perché parla direttamente al
nostro sistema limbico, non alla parte riflessiva della mente. È una gigantesca
macchina dopaminergica che trasforma una vulnerabilità biologica in un modello
economico. In questo senso, quando descrivo la crisi climatica come una crisi di
astinenza, non è una metafora azzardata: è una diagnosi cognitiva. Stiamo
chiedendo a un sistema dipendente dai consumi di smettere, senza cambiare il
contesto che lo rende dipendente.
MA NON È LA RIFLESSIONE UMANA ESSA STESSA UNA CONSEGUENZA DELL’EVOLUZIONE? COSA
POTREMMO IMPARARE DAL RIPENSARLA IN QUANTO TALE?
Capire come funziona la nostra mente serve a decentrare l’umano, non a
celebrarlo. Ci mostra che non siamo osservatori esterni del sistema Terra, ma
una sua parte biologica, con limiti precisi, bias prevedibili e una capacità di
autoinganno sorprendente. Pensarci come “speciali” perché razionali è uno degli
errori che ci ha portato fin qui. La riflessività umana è un prodotto
dell’evoluzione. Ma è un prodotto incompiuto. Non è una conquista definitiva, è
una possibilità che va allenata, sostenuta da istituzioni, norme, incentivi,
architetture di scelta. Se la lasciamo sola, perde quasi sempre contro l’urgenza
del presente.
È per questo che nel libro insisto tanto su regole, vincoli, default,
cooperazione: non come limitazioni della libertà, ma come protesi cognitive.
Strumenti che compensano ciò che l’evoluzione non ha avuto il tempo di
perfezionare. Se siamo arrivati fin qui cambiando l’ambiente naturale, possiamo
anche cambiare l’ambiente decisionale per non autodistruggerci. Non dobbiamo
diventare “più buoni” o “più saggi”. Dobbiamo diventare più realisti su come
funzioniamo davvero. È da lì che può nascere una risposta alla crisi climatica.
IN BASE AL MODELLO ECONOMICO DELLO SCONTO ESPONENZIALE, OGNI INTERVALLO DI TEMPO
RIDUCE IL VALORE DI UNA RICOMPENSA IN MODO PROPORZIONALE E COSTANTE, SECONDO UNA
CURVA DECRESCENTE, REGOLARE E CONTINUA. TENDEREMMO QUINDI A PREFERIRE
GRATIFICAZIONI IMMEDIATE PIUTTOSTO CHE LAVORARE CON LUNGIMIRANZA SULLA
RISOLUZIONE DI PROBLEMI CHE SAPPIAMO ANDARE PEGGIORANDO. EPPURE, ALMENO NEL
MONDO OCCIDENTALE, SI RISCONTRA UN’INCAPACITÀ DIFFUSA A GODERE DEL PRESENTE
STESSO, AD ESSERNE SODDISFATTI, AD ATTRIBUIRE UN VALORE NON MONETARIO AL QUI E
ORA. COME VEDE QUESTA DISSONANZA TRA I MODELLI ECONOMICI E L’EFFETTIVO MODO DI
STARE AL MONDO DI MOLTI DI NOI IN QUESTA PARTE DEL MONDO?
Lo sconto intertemporale non dice che il presente ci rende felici, ma che tende
a pesare troppo nelle nostre decisioni. Sovrastimiamo i costi immediati e
sottostimiamo i benefici futuri. Questo però produce un paradosso: non sappiamo
rinunciare a gratificazioni rapide, ma al contempo non traiamo soddisfazione
duratura da ciò che facciamo. Questa distorsione nasce da un conflitto interno:
tra un sé orientato all’immediato, sensibile alle perdite e all’urgenza, e un sé
proiettato nel futuro ma psicologicamente e politicamente debole. È per questo
che rimandiamo scelte che sappiamo necessarie, e allo stesso tempo viviamo in
una condizione di affanno permanente. Lo stesso meccanismo opera sul piano
collettivo e intergenerazionale. Trattiamo le generazioni future come se
contassero meno, come se avessero un valore ridotto. È una forma di miopia
temporale che rende possibile la procrastinazione climatica: sappiamo che i
costi arriveranno, ma non ricadranno su di noi, almeno non subito. Un presente
governato dall’urgenza della crescita, dalla logica della performance e
dall’illusione dell’ottimizzazione continua finisce per erodere le condizioni
stesse del benessere, oggi e domani. È un presente che divora il futuro senza
riuscire a nutrire chi lo vive.
MI PARE CHE IL DISCORSO POSSA ESSERE AMPLIATO ANCHE ALL’OTTIMISMO IMPOSTO
DALL’ALTO INSIEME A UN’IDEA DISTORTA DI PROGRESSO, IN NETTO CONTRASTO CON
PESSIMISMO E CATASTROFISMO SEMPRE PIÙ DIFFUSI NEL MONDO REALE.
L’ottimismo imposto dall’alto si inserisce come una narrazione rassicurante che
promette progresso senza costi, soluzioni senza rinunce, tecnologia senza
limiti. Ma, paradossalmente, proprio per questo genera sfiducia. Quando il
racconto ufficiale è in contrasto con l’esperienza quotidiana, produce
dissonanza. E la dissonanza, se non viene riconosciuta, si trasforma in cinismo
o in fatalismo. Il pessimismo che vediamo emergere non è un rifiuto del futuro
in sé, ma la percezione che il patto intergenerazionale sia stato rotto. Che
qualcuno stia incassando oggi lasciando ad altri il conto di domani. La
risposta, come sostengo nel libro, non è scegliere tra ottimismo e pessimismo,
ma ricostruire istituzioni, regole e norme sociali capaci di rendere il futuro
rilevante nel presente.
IN PARTE COLLEGATA ALLA DOMANDA PRECEDENTE C’È UNA CURIOSITÀ SUL DATO DA LEI
RIPORTATO IN BASE AL QUALE NEGLI ULTIMI VENTI ANNI IL BENESSERE SOGGETTIVO DI
TUTTE LE FASCE D’ETÀ È DIMINUITO IN NORD AMERICA. SEMBRA DUNQUE CHE SI STIA
RISVEGLIANDO UNA CONSAPEVOLEZZA DEI TANTI E VARI PROBLEMI INTRINSECHI AL
COSIDDETTO SVILUPPO CAPITALISTA E ALLO STESSO SOGNO AMERICANO. COME MAI, SECONDO
LEI, NON SI RIESCE A INCANALARE QUESTA PERCEZIONE IN UN CAMBIO DI ROTTA
CULTURALE E POLITICO? CHE TIPO DI STRATEGIE COGNITIVE DOVREBBERO ESSERE
SOLLECITATE PER GENERARE UN CAMBIO DI QUESTO TIPO?
Il calo del benessere percepito che osserviamo negli ultimi vent’anni,
soprattutto in Nord America e tra i più giovani, è un segnale forte perché
smentisce l’idea che più crescita, più consumo e più stimoli dopaminergici
coincidano automaticamente con più “felicità”. L’epidemia di obesità, l’aumento
delle dipendenze, l’abuso di psicofarmaci e oppioidi mostrano che quando un
ambiente è progettato per stimolare continuamente il circuito della ricompensa,
il risultato non è la soddisfazione, ma l’assuefazione. E l’assuefazione non
produce felicità: produce bisogno e, nei casi peggiori, dipendenza. È così che
possiamo avere società sempre più ricche e individui sempre meno felici. Nel
libro spiego perché questa non è una contraddizione, ma un effetto diretto del
modo in cui definiamo e misuriamo il progresso. Il PIL registra flussi di
produzione e consumo, ma ignora ciò che viene eroso per ottenerli. Conta come
crescita ciò che in realtà è consumo di capitale – sociale e naturale. Se
inquiniamo, degradiamo ecosistemi o compromettiamo la salute pubblica, il PIL
sale comunque. Questo modello di crescita assomiglia sempre più a un ciclo di
dipendenza: ricerca continua del piacere, illusione di eccessi senza
conseguenze, rimozione sistematica dei costi reali. Funziona finché funziona.
Poi il sistema non regge più.
La sostenibilità non riguarda un flusso annuale, ma uno stock: il patrimonio
complessivo che lasciamo in eredità. Confondere questi due livelli significa
prendere decisioni pubbliche con una bussola che punta nella direzione
sbagliata. Per tutelare davvero il benessere dei futuri abitanti del pianeta
servirebbe una contabilità della ricchezza inclusiva, che consideri il capitale
naturale e sociale come parte integrante della ricchezza collettiva. La “L” in
PIL sta per lordo, non per “al netto” della distruzione di suolo, aria e
biodiversità. È uno strumento utile per il breve periodo, ma inadatto a guidare
scelte di lungo termine. Un Paese che aumenta il PIL distruggendo il proprio
capitale naturale non sta diventando più ricco: sta firmando una cambiale a
carico di chi verrà dopo di noi. E rimandare non elimina il costo, lo accumula.
Quando il futuro presenterà il conto, la vera domanda non sarà quanto ci costerà
cambiare, ma quanto ci è costato non averlo fatto prima.
TROVO MOLTO PRODUTTIVA LA SUA DISCUSSIONE DEL MECCANISMO DEL PREIMPEGNO, CHE
PREVEDE UN’AUTOIMPOSIZIONE DI VINCOLI CHIARI E IRREVERSIBILI A CUI OGNI NUOVO
CICLO POLITICO DOVRÀ TENERE FEDE. LEI SPIEGA BENE COME LA SCELTA DI
PREIMPEGNARSI A RIDURRE PRODUZIONE, CONSUMI E CRESCITA ECONOMICA PER TUTELARE
L’AMBIENTE – E DUNQUE LIMITARE ALCUNE SCELTE NEL PRESENTE – SIA CONDIZIONE
NECESSARIA PER LA SOPRAVVIVENZA DELLA STESSA CAPACITÀ DI SCELTA IN FUTURO,
DECOSTRUENDO COSÌ LA RETORICA LIBERISTA SECONDO CUI LE LIBERTÀ INDIVIDUALI
DOVREBBERO ESSERE INATTACCABILI. QUALE FORMA DI GOVERNO, A SUO PARERE, SAREBBE
LA PIÙ EFFICACE AD ACCOGLIERE UN CERTO GRADO DI DIRIGISMO AMBIENTALISTA,
CONSIDERANDO I PROBLEMI CHE LEI STESSO EVIDENZIA NELLE DEMOCRAZIE ODIERNE, ORMAI
SUCCUBI DI OLIGARCHIE FINANZIARIE E DIGITALI?
Nel libro insisto su un punto che spesso viene frainteso: il preimpegno non è
una limitazione della libertà, ma la condizione stessa affinché si intervenga a
favore del clima. Se continuiamo a interpretare la libertà solo come assenza di
vincoli nel presente, finiamo per distruggere proprio lo spazio entro cui le
scelte future potranno essere esercitate. Da qui discende una conseguenza
politica scomoda ma inevitabile. La questione ambientale non può essere
affrontata da una forma di governo che viva in uno stato di campagna elettorale
permanente, con l’orizzonte temporale fissato alle prossime elezioni o ai
prossimi sondaggi. Le democrazie contemporanee, così come funzionano oggi,
soffrono di una miopia strutturale: tendono a sovrappesare il consenso immediato
e a sottovalutare i costi differiti. Questo le rende particolarmente esposte
alla pressione di interessi concentrati, ben organizzati e finanziariamente
potenti.
La risposta non è né l’autoritarismo verde né una sospensione della democrazia.
L’idea che serva “meno democrazia” per salvare il pianeta è una falsa
alternativa. Il problema non è la democrazia in sé, ma una democrazia priva di
vincoli credibili contro il “breve-termismo”. La forma di governo più efficace è
una democrazia capace di autovincolarsi. Una democrazia che accetta alcune
scelte fondamentali, rendendole non negoziabili a ogni cambio di maggioranza. È
una logica molto semplice: se sappiamo che cederemo alla tentazione, l’unica
soluzione razionale è toglierci la possibilità di farlo. Questo significa
fissare obiettivi ambientali chiari e duraturi, sottrarli alla contingenza
politica e affidarli a regole e istituzioni progettate per durare nel tempo:
standard ambientali stringenti, politiche industriali coerenti, meccanismi
fiscali che rendano costoso tornare indietro. Non perché qualcuno “comandi
dall’alto”, ma perché senza vincoli il sistema deraglia.
Come detto, è una questione di giustizia intergenerazionale. Chi pagherà il
prezzo più alto delle scelte attuali non ha voce nel processo politico di oggi.
Il preimpegno serve anche a questo: a rappresentare interessi assenti, a dare
peso politico a chi oggi non può difendersi. L’idea che le libertà individuali
siano intoccabili anche quando distruggono le condizioni materiali della loro
stessa esistenza è una fallacia. La libertà di inquinare che consuma il futuro
non è libertà: è mettere il pianeta in liquidazione.
UN PREGIO DEL SUO LIBRO RISIEDE NELLA PROPOSTA DI SOLUZIONI, ALCUNE DELLE QUALI
A PORTATA DI OGNUNO DI NOI, ALTRE RELATIVE ALLA GESTIONE DELLA COSA PUBBLICA. IL
SUO STESSO LAVORO AGISCE NELL’ALVEO DI QUELLA CHE LEI DEFINISCE UN’EDUCAZIONE
CIVICA EPISTEMICA, PRODUCENDO INFORMAZIONE SCIENTIFICA AFFIDABILE E ACCESSIBILE,
CHE POSSA FARE DA BASE A SISTEMI VIRTUOSI DI GESTIONE COLLETTIVA. MI PIACEREBBE
QUINDI FINIRE CON UN ESPERIMENTO IMMAGINATIVO. SE LE VENISSE AFFIDATO DOMANI UN
RUOLO DECISIONALE ALL’INTERNO DEL GOVERNO DI UN PAESE OCCIDENTALE – L’ITALIA,
PERCHÉ NO? – QUALI SAREBBERO I PRIMI TRE CAMBIAMENTI SU CUI LAVOREREBBE
NELL’IMMEDIATO, E IN CHE MODO QUESTI ANDREBBERO AD AGIRE SUL MEDIO-LUNGO
PERIODO?
Il primo intervento riguarderebbe la visibilità del problema. Una delle ragioni
per cui la crisi climatica non ci muove è che resta astratta, lontana,
statisticamente corretta ma emotivamente irrilevante. Renderei salienti gli
impatti locali, presenti, quotidiani delle scelte ambientali. Dati chiari,
comparabili, territorializzati. Non “il pianeta”, ma l’aria che respiriamo,
l’acqua che beviamo, i costi sanitari che paghiamo. Nel medio periodo questo
crea una base di realtà condivisa, riducendo lo spazio per la dissonanza
cognitiva e il negazionismo.
La seconda leva sarebbe quella delle scelte per default. Non chiederei alle
persone di diventare improvvisamente più virtuose o più informate. Cambierei ciò
che accade quando non si sceglie. Energia, mobilità, edilizia, rifiuti: rendere
l’opzione sostenibile quella standard, lasciando sempre la possibilità di
opt-out, ma rendendo il comportamento dannoso più costoso, meno comodo, meno
invisibile. È una misura poco ideologica e molto efficace, perché lavora con,
non contro, i limiti cognitivi. Nel medio-lungo periodo questo normalizza
comportamenti che oggi appaiono “sacrifici”.
La terza azione riguarderebbe la fiducia. Senza fiducia nelle istituzioni, nella
scienza e nei processi decisionali, nessuna transizione regge. Investirei subito
in quello che nel libro chiamo educazione civica epistemica: non per insegnare
alle persone “cosa pensare”, ma come distinguere informazioni affidabili da
narrazioni manipolatorie. Questo significa rafforzare l’indipendenza delle
autorità scientifiche, proteggere gli spazi di competenza dagli attacchi
politici e rendere trasparenti i conflitti di interesse. Nel lungo periodo, è
l’unico antidoto strutturale alla disinformazione e al complottismo.
Sono interventi poco spettacolari, lo ammetto. Non promettono miracoli né
salvezze rapide. Ma hanno un vantaggio decisivo: non richiedono un’umanità
migliore, solo istituzioni un po’ più intelligenti e a misura di cittadino. E se
c’è una cosa che ho imparato studiando decisioni e comportamenti è che, quando i
contesti cambiano con “cognizione di causa”, le persone spesso fanno la cosa
giusta senza neppure accorgersene. In fondo, sarebbe già un enorme passo avanti.
L'articolo Capitalismo dopaminergico proviene da Il Tascabile.
C ome si racconta il cambiamento climatico? Già nel celebre saggio del 2016 La
grande cecità, lo scrittore indiano Amitav Ghosh si interrogava sulle
responsabilità della letteratura nel mettere adeguatamente in luce le
trasformazioni ambientali, psicologiche, culturali e politiche indotte da un
fenomeno la cui portata non può che riverberare sui protagonisti di una storia.
Questa sfida non è un mero esercizio intellettuale, ma rappresenta uno dei piani
fondamentali su cui attivare la risposta collettiva a un problema che ancora
oggi tende a essere rimosso dal discorso pubblico. Consideriamo anche soltanto
come spesso la questione climatica venga ritratta come un’emergenza puntiforme –
si pensi alla metafora della cometa in rotta di collisione col pianeta del
popolare Don’t look up del regista Adam McKay ‒ e non come qualcosa in atto da
tempo, i cui effetti non sono sempre stati percepiti con la stessa nitidezza da
tutte le epoche e latitudini.
Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi (2025), l’ultimo libro del
giornalista climatico Ferdinando Cotugno, adotta invece una chiave di lettura
efficace grazie a un approccio controintuitivo. Per rendere visibile e
comprensibile un fenomeno globale, si concentra sul particolare: la storia della
sua famiglia. Tre generazioni (nonni, genitori, figli) che diventano unità di
misura del cambiamento climatico.
> In statistica, il tempo di ritorno è il tempo medio che corre tra il
> verificarsi di due eventi di uguale intensità. Il tempo di ritorno è quanto ci
> mettono a tornare i grandi traumi, o le crisi epilettiche, o gli amori, o gli
> scudetti, o gli attacchi di panico, o i messaggi che disperatamente
> aspettiamo, o i temporali, o le ondate di calore, o le alluvioni. Funziona
> così: immaginate il giorno climaticamente peggiore della vostra vita. Quanto
> tempo ci vorrà prima vi ricapiti un giorno altrettanto brutto? È questo il
> tempo di ritorno, regolato dalle leggi del cosmo e della fortuna. La
> generazione dei miei genitori e quella dei loro genitori ha iniziato ad
> alterare queste leggi, con la combustione delle fonti fossili di energia.
Lo spunto di partenza è l’imminente trasferimento del padre dell’autore in
Brasile per raggiungere la nuova compagna: Cotugno sceglie così di partire da
Milano, dove vive, per tornare nel quartiere di Bagnoli, a Napoli, e documentare
gli ultimi giorni in cui la famiglia sarà a suo modo riunita.
> Per raccontare la crisi climatica Cotugno adotta un approccio controintuitivo
> ma efficace. Per rendere visibile un fenomeno globale, si concentra sul
> particolare: la storia della sua famiglia.
Il risultato è un oggetto atipico, un “memoir climatico”, in cui le vicende
personali si intrecciano nello spazio e nel tempo con la storia dei combustibili
fossili: un nonno operaio all’Italsider, che alla fabbrica ha dato tutto
ricevendo poco in cambio; padre e madre a capo di una ditta di trasporti su
ruota ormai fallita, testimoni di una fugace ricchezza negli anni Novanta.
Carbone e gasolio a scandire le sorti del benessere economico, fisico e
psicologico di un microcosmo sociale.
> Ogni storia familiare è smisurata e contiene l’intera umanità. Abbiamo una
> sola opportunità di raccontarla, e non dovremmo sprecarla. Io la mia voglio
> usarla così, per cercare l’inizio della crisi climatica, l’Antropocene
> familiare.
Il romanzo si articola in quattro atti: un prologo che si apre nel 1963, con il
suggestivo rituale di raccolta dei residui di carbon coke caduti in mare da
parte dei giovani nuotatori di Bagnoli; due parti dedicate rispettivamente al
padre Luigi e alla madre Giuseppina, che portano inevitabilmente a galla le
questioni di genere innescate da quello che Cotugno chiama “petropatriarcato”;
un epilogo che tira le fila di un quadro familiare e storico stratificato e
contraddittorio. C’è infatti un ulteriore protagonista “onorario” di questa
epica territoriale: la città di Napoli, personificazione di una collettività di
cui riassume gli umori, le aspirazioni e le disillusioni lungo un processo
pluridecennale di industrializzazione.
L’operazione narrativa è molto a fuoco: raccontare di sé e delle generazioni che
lo hanno preceduto consente all’autore di connotare emotivamente cause e
conseguenze del cambiamento climatico, rendendole più urgenti di quanto la sola
restituzione giornalistica o scientifica riescano a fare. Se il problema viene
rimosso proprio perché fatichiamo a credere che ci riguardi, è allora attraverso
delle storie esemplari a cui molte persone possono facilmente connettersi e
riconoscersi che il cambiamento climatico può tornare al centro della nostra
attenzione. Tempo di ritorno corrobora la razionalità scientifica lavorando sul
percepito umano: ritrae volti e luoghi familiari, rendendo prossima una
questione che solitamente finisce per essere distante, o addirittura aliena.
> Raccontare di sé e delle generazioni precedenti consente all’autore di
> connotare emotivamente cause e conseguenze del problema, rendendole più
> urgenti di quanto la sola restituzione giornalistica o scientifica riescano a
> fare.
Questo senso di urgenza non viene veicolato solo dagli elementi di familiarità
del racconto, ma anche dalla sua dimensione cronologica: la vita (e la morte)
del nonno e dei suoi coevi scandite dai ritmi della fabbrica; la stessa fabbrica
che nel giro di qualche decennio passa, per la gente di Bagnoli, da futuro
ineluttabile a relitto di cui disfarsi; i genitori dell’autore, che vivono una
altrettanto estemporanea fase di benessere economico grazie a un business a sua
volta destinato a diventare obsoleto; un figlio che con il suo lavoro
giornalistico finisce per documentare le conseguenze disastrose delle stesse
politiche fossili che gli hanno consentito di studiare. Viste con un orizzonte
temporale più ampio, le scelte di ogni generazione sembrano implicitamente
giudicare quelle della precedente, imponendo di riflettere sulle conseguenze di
quell’eredità.
> La crisi climatica è una storia che si agisce collettivamente, ma si
> percepisce individualmente, sulle scale più gestibili del tempo personale e
> familiare. Nel clima siamo genitori e figli, siamo entrambe le cose, la crisi
> ha reso sistemico uno dei concetti più privati: l’eredità. Cosa lasciamo? E a
> chi?
Cotugno mette in chiaro che non è una questione di colpa, quanto di
responsabilità: se chi lo ha preceduto conserva l’innocenza di non aver potuto
scegliere consapevolmente, coloro che vengono dopo non possono chiudere gli
occhi. In questo senso, tutto il memoir può essere letto come un percorso di
accettazione della propria compromissione individuale, punto di partenza
ineludibile per opporsi al collasso. Farlo in prima persona, mettendo in gioco
sentimenti e vicende personali, finisce per incoraggiare questo processo in chi
legge, senza mai mettersi su un piedistallo morale inevitabilmente respingente.
> All’ambientalismo serve una storia nuova, che non sia più una storia
> dell’ambientalismo, che non si chiami nemmeno più ambientalismo, che vada bene
> anche per Luigi e Ferdinando, che tenga conto della storia contenuta dentro la
> vecchia patente di guida di mio padre e sappia congedarsene in modo ordinato,
> che faccia sentire le persone, tutte le persone, viste. Chi non si sente
> visto, in politica, si ribella, anche se si sta ribellando contro se stesso e
> il proprio futuro.
Trovare nell’empatia una lingua comune per parlare con chi si sente escluso dal
dibattito politico consente di tracciare nuovi orizzonti di cambiamento nella
società. La testimonianza personale viene così usata per disinnescare il
sortilegio del capitalismo: reinventarsi continuamente con la promessa di futuri
inevitabili e risorse inesauribili portando molte persone a credere che la Terra
fosse un buffet All you can eat (“Anche da quelli a un certo punto ti
cacciano”). Esattamente ciò che aveva rappresentato nel dopoguerra l’ex
ILVA/Italsider per l’area di Bagnoli, oggi un relitto a testimonianza di un
capitalismo che fa in fretta a costruire, ma che non sa poi prendersi cura delle
cose e si rifiuta di smantellarle, una volta consumate.
> Non è una questione di colpa, quanto di responsabilità: se chi ci ha preceduto
> conserva l’innocenza di non aver potuto scegliere consapevolmente, quelli che
> vengono dopo non possono chiudere gli occhi.
Ho accennato poco sopra alla questione di genere: restituire i punti di vista di
entrambi i genitori è un altro dei dispositivi che il racconto utilizza per
arricchire lo sguardo sulle dinamiche capitaliste. Se il capitolo dedicato al
padre Luigi è un denso susseguirsi di fatti, ricostruiti faticosamente
dall’autore sulla base delle informazioni che il taciturno genitore gli mette a
disposizione e con l’aiuto di un’amica di famiglia, la madre Giuseppina
esordisce con un racconto in prima persona, che rivela più consapevolezza di
quello che è successo alla famiglia ‒ o quantomeno più desiderio di
condividerlo. Da un lato l’accettazione supina, dall’altro l’embrione della
ribellione. Per il padre il sistema è un dato di fatto, che non mette in
discussione finché gli consente di ottenere ciò che vuole; la madre disvela
invece il sottaciuto, fin dal suo ruolo decisivo, e non marginale, nelle sorti
dell’attività di famiglia, verbalizzando come il momento di maggiore ricchezza
sia coinciso con l’apice della sua crisi esistenziale. Il cambiamento climatico
è anche una questione di salute mentale.
Sicuramente appartenere alla stessa generazione di Cotugno mi ha aiutato a
entrare più facilmente nella sua visione delle cose: quella di chi è nato nei
primi anni Ottanta e ha dovuto fare i conti tutta la vita con più di una
transizione, in un perenne stato agnostico sospeso tra i ricatti della nostalgia
e le illusioni del futuro, rifuggendo consapevolmente da entrambi e in continua
ricerca di un’alternativa al proprio modo di vivere che fosse davvero
migliorativa. Cambiamento climatico, capitalismo, coscienza di classe,
genitorialità, benessere individuale ed eredità collettiva: l’esperimento memoir
riesce, e le sue diverse stratificazioni si amalgamano in modo funzionale, senza
mai andare a discapito del valore letterario dell’operazione.
Tempo di ritorno recupera vecchie storie per affrontarle con una prospettiva
attuale. Raccoglie la sfida di Ghosh ribadendo l’urgenza di pensare a nuove
narrazioni, ma dice anche che prima dobbiamo decostruire i criteri sulla base
dei quali abbiamo valutato il funzionamento del nostro mondo: la ricchezza
anteposta alla felicità, la novità anteposta alla cura. Il lavoro di Cotugno non
è il punto di arrivo, ma uno dei tanti validi nuovi punti di partenza che si
affacciano sull’orizzonte letterario per provare a immaginare il futuro della
nostra società attraverso il potere della narrativa.
L'articolo Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi di Ferdinando
Cotugno proviene da Il Tascabile.
D a Huaraz si vedono le Ande. La città peruviana dista solo 20 chilometri dal
lago glaciale Palcacocha, alimentato dalla fusione del ghiacciaio Palcaraju. Da
alcuni anni, Luciano Lliuya, agricoltore e guida di montagna, osserva le cime
preoccupato. Il ghiacciaio si sta ritirando troppo, e troppo in fretta. Il
rischio che una frana o una valanga generino un’onda capace di travolgere il
centro abitato è diventato concreto: nel 2020, il lago conteneva acqua
sufficiente a riempire 800 piscine olimpioniche. Nonostante lo stato di
emergenza dichiarato dal governo e l’installazione di enormi tubi per drenare
l’acqua in eccesso, il livello del lago è sceso solo di pochi metri. Lliuya,
comunque, non è rimasto a guardare.
Dopo il vertice delle Nazioni Unite sul clima del 2014 – la Cop20 di Lima –
Lliuya e l’organizzazione tedesca, Germanwatch, arrivata in Perù in occasione
del negoziato ONU, hanno deciso di portare avanti un’idea folle, un’azione
giudiziaria senza precedenti: denunciare per i danni legati alla fusione del
ghiacciaio la società energetica tedesca RWE (Rheinisch-Westfälisches
Elektrizitätswerk), una delle aziende più inquinanti d’Europa, anche se questa
non ha mai operato in Sud America.
A novembre 2015, la denuncia è stata depositata al tribunale distrettuale di
Essen, città dove ha sede RWE. Citare in giudizio una multinazionale tedesca è
una scelta strategica: lo scopo è far giudicare il caso da un tribunale della
Germania. Nel Paese, infatti, la legge consente alle persone di fare causa a un
vicino se le sue azioni ne danneggiano la proprietà e – dettaglio importante –
il concetto di “vicinato” comprende qualsiasi luogo raggiunto dagli effetti
dannosi, anche se lontano migliaia di chilometri. Nel contesto delle emissioni
globali – nell’atmosfera senza confini – l’avvocata di Lliuya, Roda Verheyen, ha
argomentato che il “vicinato” di RWE comprende il mondo intero: le emissioni
della multinazionale contribuiscono in modo rilevante alla crisi climatica
globale e, dunque, al rischio di alluvione che incombe su Huaraz.
> Il caso dell’agricoltore peruviano Luciano Lliuya ha dimostrato che è
> possibile citare in giudizio un’azienda fossile per i danni prodotti
> dall’emergenza climatica anche a migliaia di chilometri di distanza.
La pronuncia del tribunale tedesco è attesa dalla metà di aprile 2025. Finora
nessuna sentenza è arrivata così lontana, nessuna ha collegato, nel contesto del
riscaldamento globale, un lago glaciale sulle Ande alla sede di una
multinazionale in Germania. I legali che stanno seguendo Lliuya ritengono che
una pronuncia favorevole avrebbe conseguenze a cascata su aziende e governi. Se
i grandi inquinatori cominciassero a temere di essere ritenuti responsabili per
i danni climatici ovunque nel mondo, potrebbero adottare pratiche più
sostenibili. E anche i governi più ricchi potrebbero essere spinti a finanziare
l’adattamento e i risarcimenti per i danni da eventi meteorologici estremi, pur
di evitare lunghe battaglie legali.
Il caso Lliuya v. RWE è solo uno degli ultimi contenziosi incentrati sul
cambiamento climatico ad aver attirato l’attenzione dei media. Le climate
litigations – come vengono chiamate anche in italiano le azioni legali intentate
contro Stati o aziende responsabili del riscaldamento globale e dei danni
ambientali connessi – esistono da alcuni anni, ma negli ultimi tempi sono
diventate sempre più visibili e numerose. In un periodo caratterizzato da una
crescente repressione delle azioni di protesta e da una ridotta mobilitazione
nelle piazze, portare il cambiamento climatico in tribunale può rappresentare il
cavallo di Troia dell’attivismo ambientale contemporaneo.
Una questione di diritto
A porre le basi per le attuali climate litigations furono le cause legate
all’inquinamento dell’aria, dell’acqua e al degrado ambientale, avviate negli
anni Settanta, soprattutto negli Stati Uniti. Sono stati questi primi casi ad
aprire la strada ai contenziosi climatici degli anni Duemila, quando il legame
tra attività antropiche e cambiamento climatico è diventato impossibile da
ignorare.
Nel 2007, ad esempio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza
storica per il caso Massachusetts v. EPA. In quella causa, dodici Stati, tra cui
il Massachusetts, e diverse città statunitensi avevano citato in giudizio
l’Environmental Protection Agency (EPA) per non aver regolamentato le emissioni
di gas serra provenienti dai veicoli, sostenendo che tali emissioni
contribuivano al cambiamento climatico e mettevano a rischio la salute pubblica.
La Corte ha stabilito che, stando al Clean Air Act, la legge federale sulla
qualità dell’aria, i gas serra rientrano nella definizione di “inquinanti
atmosferici”, e dunque l’EPA era obbligata a regolamentarli. Per la prima volta,
la crisi climatica veniva riconosciuta anche come una questione di diritto da
affrontare giuridicamente. Da allora, le climate litigations sono aumentate di
anno in anno.
Stando al database Global Climate Change Litigation, dal 1986 al settembre del
2024 sono stati avviati 2976 contenziosi climatici, il 70% dei quali solo negli
ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti sono il Paese dove se ne registrano di più.
Per contarli, comunque, occorre prima distinguerli, il che non è affar semplice.
> Il numero di cause climatiche sta aumentando drasticamente. Dal 1986 ad oggi
> sono stati avviati 2976 contenziosi in tutto il mondo, il 70% dei quali solo
> negli ultimi dieci anni.
Una delle definizioni più diffuse è quella adottata dal Sabin Center for Climate
Change Law della Columbia University, che utilizza due criteri per selezionare i
casi che vengono inseriti nel database sopracitato. Il primo è che il caso deve
essere stato presentato davanti a un organo giudiziario, sebbene spesso vengano
inclusi anche alcuni procedimenti amministrativi o richieste di indagine; il
secondo è che il diritto, le politiche o la scienza del cambiamento climatico
devono avere un ruolo rilevante nel caso.
Un altro modo di fare attivismo
Nel 2013 – un’era fa in termini di consapevolezza e politiche climatiche – un
gruppo di cittadini e cittadine dei Paesi Bassi, guidato dall’organizzazione
ambientalista Urgenda, ha deciso di citare in giudizio il proprio governo per
inazione climatica. Secondo i promotori della causa, lo Stato olandese, non
riducendo abbastanza rapidamente le emissioni di gas serra, stava violando i
diritti fondamentali di cittadini e cittadine. I legali hanno fatto riferimento
alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo: l’inerzia statale stava
minacciando il diritto alla vita (art. 2) e il diritto al rispetto della vita
privata e familiare (art. 8). Nel 2015 è arrivata la sentenza del tribunale
dell’Aia: entro il 2020 l’esecutivo dei Paesi Bassi avrebbe avuto l’obbligo di
ridurre le emissioni di almeno il 25 per cento rispetto ai livelli del 1990.
Nonostante il ricorso del governo, nel 2019 la Corte suprema ha confermato la
sentenza. Per la prima volta, un tribunale riconosceva la responsabilità legale
di uno Stato in materia climatica. I Paesi Bassi hanno annunciato diverse
iniziative per rispettare la decisione: chiusura delle centrali a carbone,
investimenti in energie rinnovabili e una legge sul clima più ambiziosa di
quella vigente fino a quel momento. Misure che hanno funzionato: nel 2024,
secondo l’Istituto nazionale di statistica (CBS Statistics Netherlands), le
emissioni nel Paese sono scese del 37% rispetto ai livelli del 1990. Così, il
contenzioso è diventato un precedente per chiunque voglia citare in giudizio uno
Stato per inazione climatica.
> Nel 2019 per la prima volta un tribunale ha riconosciuto la responsabilità
> legale di uno Stato in materia climatica. I Paesi Bassi hanno dovuto chiudere
> centrali a carbone, investire in rinnovabili e approvare una legge sul clima
> più ambiziosa.
Il cavallo di Troia del caso Urgenda ha dimostrato la sua efficacia, ottenendo
anche risultati extra-giuridici. I contenziosi climatici rientrano infatti nella
definizione più ampia di “cause strategiche”: procedimenti avviati non solo per
ottenere un esito giuridico o amministrativo, ma anche per produrre effetti
mediatici e politici. Poiché i ricorrenti – al pari di attiviste e attivisti –
cercano di sollecitare l’intervento di governi, istituzioni o imprese, la
questione al centro di un contenzioso strategico non riguarda solo i singoli
individui coinvolti nella causa, ma anche categorie più ampie, spesso l’intera
collettività.
È questo che fa delle climate litigations una forma di attivismo, magari diversa
nei modi dagli scioperi del venerdì promossi dai Fridays for future, dai blocchi
stradali e dalle performance fatte da Extinction rebellion e Ultima generazione,
ma non negli obiettivi. Fare attivismo climatico in tribunale funziona almeno su
due fronti: in primo luogo coinvolge persone che non parteciperebbero a cortei e
azioni dirompenti dei gruppi ambientalisti; in secondo luogo aggira il dibattito
pubblico, che sui temi climatici è ormai polarizzato, portando la questione
direttamente all’attenzione e alla pronuncia dei giudici.
Chi fa causa a chi
Nell’ambito delle climate litigations, i casi vengono classificati, in base al
soggetto citato in giudizio, in due categorie: da una parte ci sono le cause
contro gli Stati, accusati di inazione di fronte alla crisi climatica;
dall’altra quelle contro le aziende responsabili delle emissioni e dei danni
ambientali.
> I contenziosi climatici rientrano nella definizione più ampia di “cause
> strategiche”: procedimenti avviati non solo per ottenere un esito giuridico o
> amministrativo, ma anche per produrre effetti mediatici e politici.
Nella prima categoria, oltre al caso Urgenda, un altro contenzioso ormai storico
è quello Neubauer, et al. v. Germany. Nel 2019 un gruppo di giovani, attivisti e
attiviste tedeschi – sostenuti anche dal movimento locale dei Fridays for future
– ha presentato alla Corte costituzionale un ricorso contro la legge federale
per la protezione del clima. Nel 2021, il tribunale ha accolto le richieste,
riconoscendo la necessità di una normativa più ambiziosa in termini di riduzione
delle emissioni, e ha dichiarato incostituzionali alcune disposizioni della
legge, giudicate insufficienti a garantire la tutela dei diritti fondamentali
delle generazioni future.
La Corte ha quindi ordinato al legislatore di stabilire, entro la fine del 2022,
obiettivi chiari di riduzione delle emissioni. In risposta alla decisione, il
Parlamento tedesco ha modificato la legge sul clima, fissando l’obiettivo di
ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 65% rispetto ai livelli del 1990
entro il 2030 e di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2045, cinque
anni prima rispetto alla data prevista dall’Unione Europea. Anche in questo
caso, come in quello Urgenda, portare la questione climatica in tribunale si è
rivelato un mezzo efficace per costringere uno Stato ad agire.
Un altro precedente importante – anche nel dimostrare l’efficacia dei
contenziosi per allargare la sfera generazionale dell’attivismo climatico – è il
caso KlimaSeniorinnen v. Switzerland, avviato nel 2016 da un’associazione di
oltre duemila donne anziane. Le signore svizzere hanno sostenuto di essere, a
causa dell’età e del genere, più vulnerabili alle ondate di calore estreme,
notoriamente aggravate dal riscaldamento globale. Hanno quindi denunciato la
Svizzera alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), accusandola di non
aver ridotto in modo sufficiente le emissioni di gas serra, mettendo a rischio
salute e vita privata, contravvenendo così agli articoli 2 e 8 della Convenzione
europea.
Ad aprile 2024, la CEDU ha stabilito che l’inazione climatica di uno Stato può
violare i diritti umani e ha condannato la Svizzera per non aver adottato misure
adeguate e trasparenti di riduzione delle emissioni. Ha anche ribadito il dovere
degli Stati di proteggere soprattutto le categorie più vulnerabili. Un anno
dopo, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha riconosciuto alcuni
miglioramenti legislativi da parte del Paese, ma ha chiesto ulteriori prove di
coerenza con la sentenza.
> Esistono diversi fattori che rendono difficile per cittadini, comunità o
> associazioni intentare cause contro governi o aziende, tra cui l’assenza di
> obblighi giuridicamente vincolanti, i lunghi tempi della giustizia, gli
> elevati costi legali.
Come accade per altre forme di attivismo, non tutte le cause climatiche hanno la
stessa efficacia. Le ragioni vanno ricercate sia nelle caratteristiche
specifiche di ciascun contenzioso, sia nel contesto nazionale in cui si svolge,
oltre che in fattori sociali e giuridici più ampi.
Le difficoltà dei contenziosi climatici
A chiarire le principali difficoltà che ostacolano chi intenta una causa
climatica è Luca Saltalamacchia, avvocato civilista esperto in materia:
“L’assenza di indicazioni specifiche nei trattati internazionali sul clima è uno
degli ostacoli più difficili da superare per ottenere una decisione positiva”,
spiega al Tascabile. Il riferimento principale è all’Accordo di Parigi, che ha
il merito di fissare un obiettivo mediaticamente forte – contenere l’aumento
delle temperature ben al di sotto dei due gradi rispetto ai livelli
preindustriali – ma non stabilisce come ciascun Paese debba contribuire
concretamente alla mitigazione del riscaldamento globale.
Esistono quindi diversi fattori che frenano la diffusione e l’efficacia delle
climate litigations: l’assenza di obblighi giuridicamente vincolanti nei
trattati internazionali, i lunghi tempi della giustizia, gli elevati costi
legali. Elementi che rendono difficile per cittadini, comunità o associazioni
intentare cause contro governi o grandi imprese. Anche quando sono presenti
solidi argomenti scientifici e giuridici, l’accesso alla giustizia climatica
resta diseguale, ostacolato da barriere economiche, normative e istituzionali.
Un esempio è quello del contenzioso Milieudefensie v. Shell, tra i più noti a
livello internazionale. Avviato nel 2019 dall’organizzazione olandese
Milieudefensie, insieme ad altre associazioni e oltre 17 mila cittadini, il
ricorso mirava a imporre alla compagnia petrolifera Royal Dutch Shell una
riduzione sostanziale delle proprie emissioni. Dopo una prima sentenza storica
favorevole ai ricorrenti – nel 2021 il tribunale distrettuale dell’Aia ordinava
a Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO₂ entro il 2030 rispetto ai livelli
del 2019 – il procedimento ha incontrato un’inversione di rotta. Il 12 novembre
2024, infatti, la Corte d’appello dell’Aia ha ribaltato la decisione, stabilendo
che non si possono imporre a Shell obblighi specifici di riduzione. Le
associazioni ambientaliste stanno ora valutando se ricorrere in cassazione,
soppesando le probabilità di successo, i costi legali e l’importanza di
mantenere alta l’attenzione pubblica sulle responsabilità delle grandi
compagnie.
> L’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una legge quadro sul clima,
> strumento che regolerebbe il processo di pianificazione e monitoraggio delle
> politiche climatiche.
Le incertezze che circondano alcuni tra i casi più emblematici di climate
litigation mostrano quanto sia fragile affidarsi unicamente alla giustizia per
ottenere risultati concreti nella riduzione delle emissioni e nel contrasto al
riscaldamento globale. Una fragilità che si manifesta con particolare evidenza
nel contesto italiano.
Le cause climatiche in Italia
L’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una legge quadro sul clima,
strumento che regolerebbe il processo di pianificazione e monitoraggio delle
politiche climatiche: il Parlamento italiano, eletto con elezioni democratiche,
non è ancora riuscito ad approvarla. Questa mancanza genera difficoltà anche
nelle decisioni della magistratura in materia climatica.
A spiegare il contesto italiano è di nuovo l’avvocato Saltalamacchia, che
conosce bene le climate litigations in Italia anche facendo parte del team
legale della prima e più nota causa italiana di questo tipo. Promossa nel 2021
da oltre 200 ricorrenti, l’iniziativa è chiamata Giudizio universale ed è
rivolta contro lo Stato italiano, accusato di non attuare politiche efficaci per
la riduzione delle emissioni. Secondo i promotori, questa inazione viola
numerosi diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione. A marzo 2024 è
arrivata la sentenza di primo grado: il tribunale civile di Roma, pur
riconoscendo la gravità della crisi climatica, ha dichiarato la causa
inammissibile per “difetto assoluto di giurisdizione”. I giudici hanno sostenuto
che la definizione delle politiche climatiche spetta alla sfera politica, non a
quella giudiziaria, e hanno richiamato il principio di separazione dei poteri.
Tuttavia, come sottolinea Saltalamacchia, “la sentenza della CEDU emessa il 9
aprile 2024 nel caso KlimaSeniorinnen v. Switzerland ha stabilito che il
principio di separazione dei poteri non può essere invocato per impedire ai
giudici di pronunciarsi su una causa climatica”. Il team di Giudizio universale
ha fatto valere questa pronuncia nel ricorso in appello. La nuova sentenza è
attesa nei primi mesi del 2027.
> I casi italiani dimostrano che la mobilitazione per il clima attraverso lo
> strumento del contenzioso giudiziario, da sola, non è sufficiente. Per
> superarne i limiti, l’attivismo legale deve trasformarsi in capitale politico.
Un altro contenzioso climatico italiano affronta difficoltà simili. Si tratta
del caso La giusta causa, avviato nel 2023 da Greenpeace, ReCommon e dodici
cittadini contro la compagnia petrolifera ENI. L’accusa è di aver contribuito in
modo sostanziale al cambiamento climatico, investendo nel settore fossile pur
conoscendone gli impatti ambientali già dagli anni Settanta. Il procedimento è
stato sospeso dal tribunale di Roma ed è ora all’esame della Corte di
cassazione, che dovrà stabilire se il tribunale abbia giurisdizione sulla causa.
I casi italiani, come anche altri a livello internazionale, dimostrano che la
mobilitazione per il clima attraverso lo strumento del contenzioso giudiziario,
da sola, non è sufficiente. Per superare i limiti che ne riducono l’efficacia,
l’attivismo legale – come ogni altra forma di attivismo – deve trasformarsi in
capitale politico. Nelle democrazie, il mezzo a disposizione di ogni cittadina e
cittadino per compiere questo passaggio è il voto. Eleggere parlamenti e governi
capaci di approvare leggi a tutela del clima, adottare misure concrete contro il
riscaldamento globale e porre fine agli incentivi alle fonti fossili è il primo
passo per rendere incisiva anche l’azione nei tribunali. Solo così si può
provare a scardinare uno dei pilastri dell’impunità climatica: l’idea che gli
effetti della crisi siano troppo diffusi, indiretti o lontani nel tempo e nello
spazio per poter essere attribuiti a un singolo soggetto. In questo modo,
collegare la fusione di un ghiacciaio sulle Ande alle emissioni di una
multinazionale in Germania – come nel caso Lliuya – potrebbe non sembrare più
un’idea così folle.
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