Tag - cambiamento climatico

Assoluzione di Jeff VanderMeer
N el 2014, nell’arco di pochi mesi, Jeff VanderMeer dava forma a una delle più fortunate trilogie della fantascienza contemporanea, Annientamento, Autorità e Accettazione che rappresentano tre testi fondamentali di quella che viene definita letteratura di fantascienza dell’Antropocene, detta anche Trilogia dell’Area X (2018) come oggi appare edita in un unico volume tascabile da Einaudi. Dal 2024 la trilogia prende la forma di una tetralogia, cioè da quando Jeff VanderMeer ha dato alle stampe Assoluzione (tradotto sempre ottimamente da Cristiana Mennella per Einaudi); in questo caso siamo di fronte però a un prequel che anticipa quella che sarà la dinamica dei precedenti tre volumi. Anche questa volta il romanzo è frutto di un flusso continuo fatto di una scrittura che si concentra dal luglio del 2023 fino alla fine dei quell’anno. Due sono gli assi che contraddistinguono Assoluzione in continuità con i temi della Trilogia: il complotto unito alla crisi climatica. Due temi che sono al centro ormai da cinquant’anni sia della letteratura cosiddetta fantasy sia di quella postmoderna; ma il passo ulteriore compiuto da Jeff VanderMeer è quello di tentare una sorta di riunificazione di due filoni paralleli ‒ spesso messi l’uno in contrapposizione con l’altro ‒ inseguendo un’idea di letteratura originale e potentemente autoriale al punto da risultare solo strumentalmente afferente a un genere, quello fantasy, da cui certamente l’autore americano proviene, ma dentro al quale inevitabilmente sembra più costretto che a suo agio, o almeno così appare la sua produzione letteraria che rivela un’autonomia poetica in grado di andare ben oltre quei confini. > Due sono gli assi che contraddistinguono Assoluzione in continuità con i temi > della Trilogia: il complotto unito alla crisi climatica: VanderMeer tenta una > sorta di riunificazione di due filoni paralleli ‒ spesso messi l’uno in > contrapposizione con l’altro ‒ inseguendo un’idea di letteratura originale e > potentemente autoriale. Assoluzione è il tentativo pienamente riuscito di rivelare la stessa Trilogia dell’Area X come un tassello fondamentale di quello che è da sempre considerato come l’obiettivo di ogni scrittore americano: dare vita al grande romanzo americano. VanderMeer ottiene questo risultato prima di tutto non rinnegando il genere, ma potenziandolo al punto che l’orrore che segna le oltre quattrocento pagine del romanzo resta sempre vivido, mai di maniera e mai al servizio della storia, ma quale elemento cardine su cui tutto il resto viene a innestarsi. Non esistono diramazioni narrative, non esistono secondi e terzi livelli perché tutto è efficacemente e splendidamente lasciato in piena luce. Un’evidenza così potente che genera di conseguenza dubbi, paure e ansie e dà corpo a quell’elaborazione inconscia nel lettore che è uno degli elementi che contraddistinguono da sempre la letteratura di VanderMeer. Un patto solido e teso con il lettore che si cementa pagina dopo pagina. Una costruzione dunque anche teorica efficace e mai banale dell’orrore che si coniuga con una capacità per nulla scontata di far aderire alla pagina gli occhi di chi legge come in un romanzo noir: impossibile staccarsene, impossibile pensare di non portare a termine una lettura tanto avvincente. I generi con Assoluzione saltano completamente al punto da dare vita a una dinamica romanzesca di carattere quasi ottocentesco, in particolare per l’efficacia con cui l’autore porta alla luce l’orrore che fino ad allora ‒ nonostante l’evidenza ‒ era apparso come cosa ovvia: “Analizzare, dare un nome ufficiale a quelle ‘scoperte’, che erano solo parti della costa dimenticata nota da anni alla gente del posto e che non avevano mai avuto bisogno della formalità dei nomi che i biologi volevano attribuirgli”. Ciò che è strano è anche pericoloso? O viceversa? Attorno a questo gancio lavora Assoluzione più ancora che in precedenza la Trilogia, e lo fa con ironia e leggerezza, ma al tempo stesso presentando il conto di una fine del mondo che non è mai assoluta (magari fosse così), ma il prodotto di una mutazione angosciante dentro alla quale la vita prende forma in maniera mostruosa o più semplicemente inedita. Studio e paura, luce e oscurità, VanderMeer ha ben presente la dinamica dentro alla quale tutto ciò che è sconosciuto assume un nome, che è sempre figlio della paura e mai di una conferma o di una rivelazione quanto meno scientificamente supportata. La mutazione è però anche anticipata dal movimento delle strutture sociali, dai detentori del potere che perdono il loro abituale grigiore, la loro naturale inclinazione burocratica e arrivano ad anticipare i mostri che verranno, a decidere le morti che saranno, nello strenuo tentativo sempre più folle di rimanere in sella proprio mentre l’organigramma che li ha supportati e identificati perde giorno dopo giorno ogni senso e ogni credibilità. > VanderMeer sembra più che raccontare, tradurre gli ultimi dieci anni di > politica americana, il suo agire folle e angosciato quasi ad anticipare una > decadenza tanto visibile quanto da essa stessa accelerata prima di tutto nel > decadere delle proprie istituzioni. All’interno di questa logica ecco che il simbolico diviene direttamente spaventoso, la pretesa analisi diviene un naturale istinto di conservazione. VanderMeer sembra più che raccontare, tradurre gli ultimi dieci anni di politica americana, il suo agire folle e angosciato quasi ad anticipare una decadenza tanto visibile quanto da essa stessa accelerata prima di tutto nel decadere delle proprie istituzioni: “Il Direttore abbreviò ‘Area X Attiva’ in ‘Area X’ alle cinque del pomeriggio in punto, l’orario del coprifuoco alla base. Come un vigliacco del cazzo, anche se Lowry non sapeva dire perché gli sembrava una vigliaccheria, solo che il Direttore gli sembrava un vigliacco del cazzo, per cui cazzo era una vigliaccheria e forse ‘vigliacco’ poteva essere la sua nuova parola droga al posto di ‘cazzo’ però cazzo rieccolo, s’infilava sempre, cazzo». La paura dà forma a una manipolazione che non è controllabile, perché la manipolazione agisce al di là di chi crede di poterla generare, infiltrandosi negli stessi atteggiamenti di chi pensa d’indirizzarla: “A parte tutte le regole imposte sui metodi per procacciarsi il cibo: erano infestati di regole come se avessero i capelli infestati di pidocchi, cazzo, anzi, peggio, il cervello, tipo pidocchi di mare nei barattoli, rosicchiavano la materia grigia e ti lasciavano solo le cellule riservate all’appello cazzo, alle riunioni e, sì, alle regole”. L’obiettivo di Assoluzione non è quello di offrire ‒ non a caso ‒ una soluzione, ma di approfondire ancora di più la forma e la “realtà” di Area X. Più che la verosimiglianza, VanderMeer insegue un realismo che affianchi e aderisca alla contemporaneità. Assoluzione rincorre il tempo al punto di anticipare non solo cronologicamente la Trilogia, ma di presumerne la forma, contenendo così dentro di sé tre parti (quasi una trilogia che precede la Trilogia): Città Morta, venti anni prima della formazione dell’Area X, La figlia falsa, diciotto mesi prima dell’Area X e l’ultima parte, Il primo e l’ultimo, con la prima spedizione in assoluto nell’Area X e che contestualmente presenta quello che sarà un personaggio determinante per tutta la Trilogia. > Tutt’altro che un prequel stanco, Assoluzione rappresenta l’apice epico di una > potenziale letteratura contemporanea che sappia accogliere i temi urgenti del > nostro tempo non in maniera strumentale e ancor meno in maniera retorica, > quando non tristemente moralistica. Tutt’altro che un prequel stanco, Assoluzione rappresenta l’apice epico di una potenziale letteratura contemporanea che sappia accogliere i temi urgenti del nostro tempo non in maniera strumentale e ancor meno in maniera retorica, quando non tristemente moralistica. L’ignoto, il complotto così come l’inganno, tanto più attraverso la scienza e la tecnologia, appaiono come i veri fulcri emotivi del nostro medioevo contemporaneo e VanderMeer sembra averne colto l’urgenza, ma anche la dinamica dentro qui queste pulsioni arrivano ad albergare nella mente di un’umanità distratta e al tempo stesso ossessionata. Assoluzione non svela i misteri presenti nella Trilogia, ma li rimescola e li rimette violentemente in circolo: “A quel punto Lowry aveva pappato e inghiottito un sacco di altra droga che Landry gli aveva passato, grazie agli dèi. E quindi forse stava gridando contro quelle cose liquide che si dissolvevano e riprendevano forma con tanta allegria. Perché non poteva essere tutto così nella vita? Perché cazzo bisognava limitarsi solo a una forma? Era una tirannia, la fedeltà alle forme”. C’è poco altro da dire se non che questi maledetti incubi e questi irriducibili deliri sono più nostri/mostri che mai. L'articolo Assoluzione di Jeff VanderMeer proviene da Il Tascabile.
Recensioni
cambiamento climatico
letteratura americana
fantascienza
Cosa può insegnarci un terremoto
U na leggenda friulana racconta di Amariana, una donna che era solita cantare mentre lavava le lenzuola nel fiume. Un giorno un grosso orco, attirato dal canto, raggiunse il fiume, vide Amariana e se ne innamorò. Ma alla vista del mostro Amariana corse via terrorizzata, e chiese aiuto alla Regina dei Ghiacci. Per salvarla dalle grinfie del mostro, la Regina trasformò Amariana nell’omonimo monte, e rinchiuse il mostro in una grotta del vicino monte San Simeone. Da allora il mostro dimora nelle profondità della montagna, ma di tanto in tanto all’Orcolât torna in mente Amariana, e si scuote per cercare di liberarsi, causando così i terremoti. L’ultima volta che il mostro ha cercato di liberarsi era il 6 maggio 1976: un devastante terremoto, nominato Orcolât da quel momento in poi, colpì la parte nord del Friuli-Venezia Giulia. Alle 21 in punto una scossa di magnitudo 6.5 devastò i paesini medievali della provincia di Udine. Con le successive due scosse di settembre il bilancio dei morti raggiunse quota 990 e quello degli sfollati si avvicinò alle 100.000 persone. Ma dalla catastrofe emersero una tenacia e una capacità di organizzazione fuori dal comune. > Dovendo prepararci a eventi climatici estremi sempre più frequenti, a causa > del riscaldamento globale, la risposta che i friulani riuscirono a > orchestrare, con i dovuti distinguo, può servire da modello di rinascita > sociale, oltre che materiale. Come spiega Daniel Aldrich in Building resilience: social capital in post-disaster recovery (2012), il capitale sociale è ancora una caratteristica poco studiata nella risposta delle comunità alle emergenze. Anche la storia della risposta popolare al terremoto del 1976 è poco raccontata, ma rappresenta un pezzo importante del cosiddetto “modello Friuli”, un approccio di risposta alle catastrofi che poggia su un’organizzazione del tutto peculiare. Oltre a gestire i fondi in modo attento, senza sprechi né corruzione, le persone colpite dal terremoto non aspettarono la ricostruzione in modo passivo o reagendo individualmente, ma si organizzarono per partecipare direttamente a tutte le fasi della ricostruzione. Con la prospettiva di eventi estremi sempre più frequenti, a causa del riscaldamento globale, la risposta dei friulani a una tragedia naturale, con i dovuti distinguo, può fungere da modello di rinascita sociale, oltre che materiale. Per sopravvivere, non per l’anarchia Nei primi giorni dopo la catastrofe, i friulani e le friulane iniziano a collaborare in modo spontaneo. Nelle tendopoli si condividono cibo, acqua e ripari; chi può partecipa ai soccorsi per salvare i superstiti e recuperare le vittime rimaste sotto le macerie. L’osservazione della risposta alle catastrofi ha smentito l’idea che si diffondano isolamento ed egoismo, per cui gli individui tenderebbero a curare prima le proprie esigenze di sopravvivenza, e poi eventualmente a soccorrere le altre persone. In un articolo del 2017, come vedremo più avanti, i ricercatori britannici John Twigg e Irina Mosel hanno mostrato come le comunità colpite da tragedie collettive siano solitamente più coese, e le persone tendano a essere più altruiste del solito. Dopo la scossa del 6 maggio la collaborazione emerge in modo informale e immediato. La risposta civica non organizzata è decisiva soprattutto perché tempestiva: se soccorritori e soccorsi sono già nello stesso posto, l’aiuto può arrivare immediatamente. Nel caso del Friuli, a questa tempestività si aggiunge una conoscenza del contesto sociale che l’amministrazione comunale non può arrivare ad avere. > Le comunità colpite da tragedie collettive sono solitamente più coese, e le > persone tendono a essere più altruiste del solito. Un testo fondamentale per comprendere la specificità del “modello Friuli” è Pa sopravivence, no pa l’anarchie. Forme di autogestione dell’emergenza nel Friuli terremotato (2008) dello storico locale Igor Londero. Il libro si concentra soprattutto sulla borgata di Godo, a Gemona nel Friuli, dove i comitati gestiscono la distribuzione dei primi aiuti. La borgata è talmente piccola e la vita di comunità talmente sviluppata che la distribuzione autonoma impedisce che gli aiuti vadano a chi li ha già presi, o a chi ne ha meno bisogno. Alcuni volontari del comitato di borgata lo ricordano: “avevamo fatto un cartello: prima si dà alla gente che non ha la casa, che è nelle tende”. La conoscenza diretta di ogni situazione della piccola borgata permette anche di presentare richieste di aiuto molto specifiche, a cui si può rispondere in modo diretto e personalizzato. Il rapporto di prossimità assoluta, la conoscenza diretta e il vicinato allargato aiutano a minimizzare le irregolarità e rispondere alle necessità con una capillarità altrimenti impossibile, anche per un comune piccolo come Gemona, che ha poco più di diecimila abitanti. Gestire le emergenze in modo così locale aggira anche la diffidenza delle periferie nei confronti del centro e la naturale vergogna per le situazioni di difficoltà, che impedirebbero l’accesso agli aiuti proprio a chi ne ha più bisogno. Ma le persone della borgata conoscono ogni situazione, il pettegolezzo e il passaparola di paese aggirano ogni vergogna e permettono di distribuire le risorse in modo corretto. Non senza qualche malumore. “Immagino i litigi anche per accettare la vostra autorità” dice Londero a un volontario: “Difatti io ho ancora una persona che non mi guarda, dopo ventotto anni, perché non gli ho dato un sacco di patate”, risponde l’altro. Spontaneità etica e spontaneità politica Nel loro studio, Twigg e Mosel hanno passato in rassegna la letteratura esistente su questi “gruppi emergenti”, ovvero cittadini che si autoorganizzano spontaneamente dopo un disastro urbano, analizzando come questi attori informali siano raramente integrati nella pianificazione formale dell’emergenza. I due ricercatori individuano alcune interessanti caratteristiche ricorrenti: * * * i gruppi nascono in occasione del disastro, e le persone che ne fanno parte assumono compiti nuovi; * rispondendo a un’emergenza concreta e locale, questi gruppi hanno obiettivi molto flessibili e solitamente a brevissimo termine (salvare una persona, recuperare dell’acqua); * avendo obiettivi semplici e immediati, i gruppi emergenti non hanno nessuna struttura di leadership, o quasi; * la composizione del gruppo cambia continuamente: le persone che ne fanno parte vanno e vengono; * per tutte queste ragioni, capita che i gruppi si sciolgano in poco tempo, quando esauriscono la funzione specifica che si erano dati all’inizio. > Il termine friulano int contiene sia il concetto di “gente”, un > generico gruppo di persone senza connotazione particolare, sia quello > di “popolo”, inteso come comunità con una propria coscienza e una > soggettività politica. Il caso del Friuli, però, presenta caratteristiche diverse. Innanzitutto, i comitati non nascono dal nulla, ma si organizzano a partire da un contesto sociale di grande prossimità. Gli abitanti e le abitanti di Godo appartengono fieramente a un gruppo che chiamano genericamente int, un termine del dialetto friulano di difficile resa che Londero, nelle trascrizioni delle interviste, non traduce. Il termine int, infatti, contiene il concetto di “gente”, un generico gruppo di persone senza connotazione particolare, ma traduce anche il concetto di “popolo”, inteso come comunità con una propria coscienza e una soggettività politica. La mancata distinzione tra i concetti di gente e di popolo segnala una prima caratteristica specifica della risposta friulana alla catastrofe. La vita politica sembra infatti intrinseca alla comunità di borgata, in cui le persone vivono in un contesto di grande prossimità. Il lavoro, le abitudini e gli svaghi della borgata sono legati non tanto alla casa, ma ad alcuni luoghi intrinsecamente comunitari: l’asilo autogestito, la latteria cooperativa, l’osteria. Già dal dialetto sembra che per questi friulani di borgata non ci sia distinzione tra gente e popolo, tra gruppo e comunità. A parte lo studio di cui abbiamo appena parlato, un’altra parte della letteratura scientifica sul tema sembra invece partire da una comunità essenzialmente divisa, composta di individui che si associano rapidamente per rispondere a un’emergenza specifica, ma altrettanto rapidamente si dissolvono quando l’emergenza è risolta. I volontari che questi studi considerano sono l’equivalente civile degli aiuti istituzionali: temporanei, concentrati sulle emergenze più gravi, spesso esterni ai contesti colpiti dalle catastrofi. Non è questo il caso del Friuli. I comitati di borgata nascono per restare, per rispondere all’emergenza in ogni sua parte, gestendo anche la ricostruzione sia materiale che sociale. Sotto questo aspetto, l’organizzazione politica e i profondi legami di vicinato creano una interessante contraddizione. Il gruppo è fatto per restare, e si dà dunque un’organizzazione tenendo delle vere e proprie elezioni. Il 25 maggio 1976 si riuniscono in assemblea generale 340 gemonesi di Godo, l’85% degli aventi diritto, per l’elezione del comitato. Si candidano ventuno persone, ne saranno elette nove per alzata di mano. Ogni persona eletta ha un ruolo specifico, dal coordinamento dei campi al collegamento con l’amministrazione comunale. L’esistenza tra i ruoli di un delegato al collegamento tra tendopoli e Comune dimostra come il comitato sia una struttura parallela, precedente l’amministrazione comunale, e non una sua emanazione. Al contrario: in alcuni accampamenti, ad esempio a Campolessi, i capitendopoli di nomina comunale non vengono confermati dall’elezione, e ottengono anzi risultati polemicamente bassi. Nonostante l’elezione di un comitato di delegati, l’assemblea generale resta sovrana, ha il potere di revocare gli eletti e indire nuove elezioni (una prerogativa nota come “mandato imperativo”). Di queste elezioni, tuttavia, resta poca traccia nella memoria collettiva. Quasi tutti le ricordano come un evento spontaneo, non formale, complice anche il voto palese per alzata di mano. Molti sbagliano nell’indicare i loro compagni di lista; qualcuno addirittura non ricorda o nega di essere stato eletto. “Le interviste mettono in crisi l’idea che il comitato di Godo sia un gruppo chiuso di persone scaturito dall’alto delle elezioni del 25 maggio. In realtà abbiamo a che fare con un gruppo molto più aperto e con legami di fiducia reciproca difficilmente descrivibile da un sistema di votazione”, scrive Londero. Il nodo fondamentale è il rapporto di fiducia, non il risultato di un’elezione. Luciana, una delle elette, conferma: “la int non è che ha avuto secondo me il problema di scegliere […] tu hai individuato una figura che c’era già, e l’hai lasciata nel suo percorso. Io ho continuato a fare ciò che facevo prima, capisci? Non è che questa carica mi abbia modificato nel mio rapporto con la int”. L’organizzazione politica emerge, ma in una forma sbrigativa e ovattata, solo come legittimazione procedurale di un rapporto di fiducia più radicato, che non si istituisce né si rafforza con una rapida elezione per alzata di mano. > La mancata distinzione tra i concetti di gente e di popolo indica una prima > caratteristica specifica della risposta friulana alla catastrofe. La vita > politica sembra infatti intrinseca alla comunità di borgata, in cui tutti e > tutte vivono in un contesto di grande prossimità. I gruppi si danno anche un organo di informazione. Una settimana prima delle elezioni, il 17 maggio, a Godo erano iniziate le “pubblicazioni” di un giornale autoprodotto, il Bollettino di coordinamento delle tendopoli. Il primo numero è un ciclostilato di quattro fogli nella forma di un giornale vero e proprio, che ha l’obiettivo primario di informare le persone e raccogliere istanze. Il giornale ospita articoli di cronaca politica (“Punti prioritari emersi da una riunione dei rappresentanti i campi di Gemona”), notizie vere e proprie (“Grave provocazione al campo di Maniaglia-Orvenco”) e rivendicazioni (“Richiesta di convocazione del Consiglio Comunale di Gemona”). Ogni tendopoli elegge un delegato stampa e si forma una piccola redazione. Ma gli articoli non vengono firmati, tutto è sotto la responsabilità collettiva della redazione che per il momento non pubblica articoli d’opinione: l’obiettivo primario è informare la popolazione delle tendopoli e far sentire la propria voce esprimendo collettivamente i problemi degli sfollati. Dal secondo numero, il Bollettino esce come supplemento del Notiziario Gemonese, il giornale del Comune. Il caso friulano è dunque essenzialmente diverso dagli emergency groups di cui si parla in letteratura. I comitati friulani non nascono dal nulla ma si costituiscono sulla base delle relazioni di vicinia precedenti, e costituiscono gruppi solo formalmente diversi per la risposta al terremoto. I compiti sono divisi in modo tradizionale: le persone istituzionalizzano con elezioni rudimentali dei rapporti di fiducia sedimentati in decenni di convivenza. Gli organi politici che nascono hanno una minima struttura di leadership, e non si sciolgono nelle settimane dopo il terremoto di maggio, ma anzi si radicano ed espandono sempre di più. Infine la differenza decisiva: i comitati rispondono anche a emergenze immediate, ma nascono soprattutto per partecipare al complesso della gestione dell’emergenza e della ricostruzione. Un modello di partecipazione popolare alla ricostruzione unico, legato al contesto sociale e culturale friulano del tempo, che non limita la partecipazione popolare alla semplice risposta a emergenze concrete ma innesca processi di agency politica. Un modello che sarebbe utile riproporre per rispondere alle catastrofi climatiche, che solitamente richiedono risposte ampie e una progettazione di lungo periodo, e che dunque trarrebbero beneficio dal contributo delle comunità locali. La risposta agli effetti locali della crisi climatica non può prescindere da chi abita i territori, dalle sue esigenze, dai suoi saperi, dalle sue volontà. Coltivare l’agency politica di contesti sociali colpiti da eventi estremi non è solamente più giusto, è anche più efficace, perché rende i cittadini non destinatari passivi, ma coautori delle politiche pubbliche per l’adattamento e la mitigazione. L’agenda politica dei comitati Uno dei pochi punti in comune tra gli emergency groups e la int friulana è proprio il conflitto con le istituzioni. In Friuli lo scontro ruota attorno all’interpretazione del significato dell’emergenza per l’autonomia. Per il Comitato il terremoto ha mostrato come solo organi molto locali possano essere protagonisti di politiche pubbliche efficaci, sia durante l’emergenza che in regime di normalità. “Recupereremo la partecipazione. Dopo”, risponde il sindaco Ivano Benvenuti. > Davanti a gruppi di cittadini che si organizzano per rispondere a > un’emergenza, un’istituzione può reagire in modi diversi, che variano a > seconda del livello di fiducia reciproca, e che vanno dal negare alla > cittadinanza un ruolo attivo, fino ad arrivare a forme di direzione e > collaborazione. Secondo uno studio pubblicato nel 2023 sull’International Journal of Disaster Risk Reduction, davanti a gruppi di cittadini che si organizzano per rispondere a un’emergenza, un’istituzione può rispondere in modi diversi, che variano a seconda del livello di fiducia. Innanzitutto lo scontro: le istituzioni possono negare che cittadini e volontari abbiano un ruolo attivo. Il riconoscimento può avere varie forme: dalla direzione, che cerca di inquadrare i gruppi di volontari, alla collaborazione, che li considera invece interlocutori alla pari. In Friuli tra comitati e istituzioni la fiducia reciproca era bassa, e i rapporti peggiorarono progressivamente. Il confronto non fu tranquillo neanche con la Regione e con il commissario alla ricostruzione, Giuseppe Zamberletti. Quando propose di sostituire le tende con dei prefabbricati, i residenti insorsero: temevano le baracche, avevano paura di “fare la fine del Belice”, ovvero di restarci per anni. A fine giugno si fece strada l’idea di una grande manifestazione a Trieste. Per organizzare il corteo si riunirono a Gemona i rappresentanti di vari comuni terremotati. Ma il 16 luglio, giorno della manifestazione, convergerono a Trieste solo persone, solo int. Non c’erano i sindacati, con cui l’assemblea aveva rotto i rapporti in un’assemblea a Trasaghis il 10 luglio. Non c’erano i partiti, neanche quelli di sinistra, che governavano alcuni comuni (Bordano, Cavazzo) in cui si erano consumati scontri analoghi a quelli di Gemona. Partiti e sindacati avevano organizzato una manifestazione autonoma, indipendente dai comitati, a Udine. Non c’erano neanche i cattolici di Comunione e Liberazione, che casualmente avevano organizzato un pellegrinaggio al santuario di Castelmonte per lo stesso giorno, offrendo corriere gratuite. Ma la int era entusiasta della partecipazione, fiera di non sfilare sotto le bandiere di partiti e sindacati. “Io avevo fatto alcune esperienze a Padova, manifestazioni studentesche e operaie”, ricorda Bruno, “ma questa era veramente popolare”. La int partecipò per istinto politico a uno scontro antico, medievale e populista, irriducibile a ogni tentativo di canalizzazione in corpi intermedi. Durante la visita del presidente del Consiglio del 4 agosto, il Messaggero Veneto riportò un aneddoto secondo cui “a Tarcento una donna di 72 anni ammonisce Andreotti con un paio di zoccoli”, che smentiva abbastanza comicamente la tesi delle infiltrazioni di ambienti di estrema sinistra a sobillare le contestazioni. Dopo tre mesi di organizzazione, assemblee ed elezioni, i comitati erano politicamente molto più maturi. Un documento di rivendicazioni del 29 agosto lo mostrò chiaramente. Per i comitati la ricostruzione era un’occasione per risolvere i problemi secolari del Friuli, come sottosviluppo ed emigrazione cronica. I comitati erano consapevoli della necessità della lotta, visto che “la Regione difende gli interessi della borghesia nazionale e regionale che vuole che tutto torni come prima”. Dopo il terremoto, bisognava creare le condizioni perché “le classi lavoratrici contino di più e i padroni contino di meno”. Nella ricostruzione bisognava quindi privilegiare le cooperative e dare più potere agli organi locali: comitati di tendopoli, comuni e comunità montane. > Un aspetto cruciale, che rende il modello friulano particolarmente > interessante nell’ottica attuale, è che l’approccio comunitario ha dimostrato > di funzionare anche nel recupero da disastri legati a eventi climatici > estremi. Con le scosse dell’11 e del 15 settembre l’esperienza politica del comitato di Godo si affievolì molto. Dopo il 15 settembre, questo piccolo modello di organizzazione politica dal basso in via di stabilizzazione venne spazzato via, e i comitati di tendopoli si occuparono solo di agevolare la “diaspora” verso il litorale. Alcuni comitati si occuparono di mantenere i legami tra le persone finite in punti diversi della costa, ma l’esperienza terminò di fatto con il 15 settembre. Finì così una storia di mesi di lotta e democrazia diretta della realtà sociale prepolitica della vicinia di borgata, nutrita nella sua opposizione al Comune da un’istintiva appartenenza populista alla int. Per affermarsi in uno Stato moderno, la int avrebbe dovuto istituzionalizzarsi come comitato di cittadini, movimento d’opinione, forse un partito, perdendo ogni prerogativa di associazione politica premoderna. È in questo aspetto che risiede la vera particolarità del caso friulano, in cui la ricostruzione non beneficia soltanto del capitale sociale preesistente, ma innesca la maturazione di un gruppo politico. Una lezione difficile da applicare Un aspetto cruciale, che rende il modello friulano particolarmente interessante nell’ottica attuale, è che l’approccio comunitario ha dimostrato di funzionare anche nel recupero da disastri legati a eventi climatici estremi. Una recente review di Lynne Keevers e colleghi, che ha esaminato 36 studi sulle comunità colpite da disastri climatici, riscontra nella maggior parte dei casi esiti migliori quando la ricostruzione è gestita direttamente da chi è colpito, e descrive come una leadership radicata nella comunità sappia costruire fiducia e responsabilizzare le persone, “alimentando un senso di appartenenza, di luogo, di sicurezza e di speranza”. Sotto questo punto di vista, friulani e friulane sembrano aver gestito la crisi spontaneamente, e nel modo che la letteratura scientifica considera migliore: in modo comunitario, basandosi su una struttura sociale precedente coesa e cercando di intervenire quanto più possibile direttamente per far sentire la propria voce. Bisogna però specificare che quelle ricerche nascono in contesti molto diversi, legati a comunità indigene, e che gli stessi autori diffidano dell’idea di una “ricostruzione” come ritorno a una normalità stabile: un approccio che la crisi climatica rende sempre meno applicabile. La specificità friulana non risiede solo nella coesione, ma in ciò che da quella coesione germogliò, ovvero una soggettività politica. Ed è proprio questo a rendere questo modello di ripresa sempre più auspicabile con l’intensificarsi di eventi climatici estremi, ma anche sempre più difficile da immaginare. Decenni di riflusso nel privato, individualizzazione e dissolvimento di legami sociali e comunitari antichissimi rendono sempre più difficile immaginare una risposta così coesa, così locale e soprattutto così politica, in cui a partire da una catastrofe si propongono politiche pubbliche dal basso impattanti a livello più ampio della semplice ricostruzione. L'articolo Cosa può insegnarci un terremoto proviene da Il Tascabile.
Scienze
cambiamento climatico
comunità
terremoto
Letargo precario
I mmaginate di avere una domenica libera, la prima da mesi. Niente impegni né urgenze: il vostro programma è andare a dormire il sabato sera e svegliarvi non prima del pomeriggio del giorno dopo. Avete spento il telefono, staccato il wi-fi e avvisato chiunque vi conosca delle vostre intenzioni. Siete nel pieno della dormita più ristoratrice di sempre quando suona il campanello: sono le 7:30. Lo ignorate. Alle 8:15 suona il citofono: ignorate anche quello. Alle 9:00, una macchina con un motore da revisionare si mette a sgommare sotto casa vostra. A quel punto ci rinunciate, vi alzate e affrontate il resto della giornata di pessimo umore e con un frustrante debito di energie. Vi è venuto il nervoso? Immaginate ora una dormita che non dura qualche ora ma mesi interi, e che non è solo un premio che vi concedete ma una necessità, irrinunciabile per la vostra sopravvivenza. In queste condizioni, venire svegliati contro la vostra volontà diventa più che un fastidio: un grosso problema, forse anche un pericolo. Ebbene, è come si sentono milioni di animali ogni anno, e la colpa è ovviamente nostra: il letargo è un adattamento evolutivo fondamentale per decine di migliaia di specie, la cui efficacia (e durata, in certi casi) sta però subendo un rapido degrado a causa delle attività umane, andando ad aggiungersi a una purtroppo già ricca lista di casi simili, conseguenza diretta del fatto che abbiamo sempre meno inverno. Un letargo, tanti letarghi La prima cosa da chiarire quando si parla di letargo è, perdonatemi l’anafora, chiarire che cosa s’intende parlando di “letargo”, un termine-ombrello che racchiude in sé diversi fenomeni (analoghi ma con differenze anche significative) e che è a sua volta un sottoinsieme di quella che in biologia si chiama quiescenza, ossia la sospensione temporanea, parziale o totale ma comunque reversibile, delle funzioni vitali di un essere vivente. Ibernazione, estivazione, brumazione, torpore sono tutte forme di quello che viene comunemente chiamato “letargo”. Con un’ulteriore complicazione: l’inglese è la lingua franca della scienza, e in inglese il letargo si chiama hibernation, che è il loro termine-ombrello, con ulteriori distinzioni tra ibernazione facoltativa e obbligatoria e, più di recente, l’idea che tutti questi fenomeni esistano in un continuum. Nel pezzo userò la parola “letargo” per comodità, con la precisazione che mi riferirò nello specifico all’ibernazione, cioè la sospensione delle funzioni vitali durante l’inverno. > Il letargo è un adattamento evolutivo fondamentale per decine di migliaia di > specie, la cui efficacia sta però subendo un rapido degrado a causa delle > attività umane, e nello specifico del fatto che gli inverni durano sempre di > meno. Non perché le altre forme di quiescenza stagionale non siano interessanti: l’estivazione, per esempio, che come suggerisce il nome è la forma estiva dell’ibernazione, richiede strategie fisiologiche molto diverse da quelle del letargo invernale, ed è meno nota solo perché fino a pochi anni fa pensavamo fosse un’esclusiva degli animali ectotermi; in realtà, anche qualche mammifero estiva, e l’impressione è che possano essercene molti altri che non abbiamo ancora scoperto. Più in generale, qualsiasi adattamento abbia a che fare con la sospensione delle funzioni vitali meriterebbe un approfondimento, non solo per amore della conoscenza ma anche perché si tratta di meccanismi che, se applicati agli esseri umani, potrebbero aiutarci in una pletora di campi diversi, dalla medicina ai viaggi nello spazio. L’ibernazione, però, il letargo invernale, insomma quello che succede nel corpo di certi animali quando le temperature crollano e con loro l’energia a disposizione, è la forma di quiescenza più colpita dai “soliti noti” – riscaldamento globale, perdita dell’habitat, interazioni sempre più frequenti con gli umani. E come tutte le attività minacciate dai bruschi cambiamenti nella stagionalità di gran parte del pianeta, non sappiamo quali possano essere le conseguenze del loro sconvolgimento, sulle specie coinvolte ma anche sugli ecosistemi. Dovendo fare un triage delle diverse forme di quiescenza, il letargo è forse la più urgente da tutelare, perché dipende da una stagione che sta sparendo. L’inverno sta arrivando Tutte le forme di quiescenza nascono, dal punto di vista evolutivo, come risposta a una necessità: sopravvivere per un periodo di tempo nel quale le condizioni ambientali rendono impossibile la normale attività. Può essere un giorno (come nel caso del torpore quotidiano di alcuni uccelli e piccoli mammiferi), una stagione o anche un secolo (capita ai semi di alcune piante, per esempio il tasso barbasso): si tratta comunque di uno spegnimento controllato dell’organismo, ed è facile il paragone con la modalità risparmio energetico di certi dispositivi elettronici. Nel caso del letargo, il periodo di tempo è l’inverno, con tutte le sue sfide: le temperature crollano (e quindi riscaldarsi costa più energia), il cibo scarseggia, neve e ghiaccio possono rendere complessi gli spostamenti. > Non si tratta quindi, come viene spesso descritto, di un semplice sonno > profondo, ma di un’operazione più estrema (e anche rischiosa), che in quanto > tale ha spesso bisogno di mesi di preparazione. Di fronte alla stagione fredda, ci sono tre possibili soluzioni per non morire congelati. La prima è farsi forza, restare attivi e sviluppare una serie di adattamenti che aiutino a sopravvivere all’inverno senza dover cambiare troppo le proprie abitudini. È quello che fanno per esempio le volpi artiche, che hanno un’intricata rete di capillari (soprattutto sul muso e sulle zampe) che contribuiscono a mantenere la loro temperatura corporea sopra gli 0 °C anche quando quella esterna scende sotto i ‒20 °C. La seconda è fare le valigie: molte specie, soprattutto tra gli uccelli, sfuggono al clima rigido dell’inverno migrando altrove. La terza soluzione è appunto l’ibernazione, cioè una brusca riduzione delle funzioni vitali dell’animale: la temperatura corporea si abbassa, la respirazione e il battito cardiaco rallentano, come anche il metabolismo. Non si tratta quindi, come viene spesso descritto, di un semplice sonno profondo, ma di un’operazione più estrema (e anche rischiosa), che in quanto tale ha spesso bisogno di mesi di preparazione. È il caso di tutti quei mammiferi che accumulano energia sotto forma di grasso, passando l’autunno in una fase cosiddetta di iperfagia: lo fanno per esempio ricci, ghiri e marmotte, il cui letargo è quasi sempre ininterrotto (possono fare eccezione i ricci, che una volta al mese circa si svegliano) e passato a consumare le risorse accumulate in precedenza. Altri preferiscono una quiescenza meno estrema, e i più famosi in questo senso sono i nostri scoiattoli: invece di ingerire enormi quantità di cibo e poi spegnersi, accumulano le risorse necessarie per sopravvivere all’inverno in diversi nascondigli, e alternano fasi di torpore leggero ad altre di attività, durante le quali consumano quanto hanno messo da parte. La loro non è quindi una vera e propria ibernazione, a differenza di quella dei loro parenti (sempre della famiglia Sciuridae) noti come squinny (Ictidomys tridecemlineatus), il cui letargo può durare fino a sei mesi, durante i quali non mangiano né bevono: per non disidratarsi hanno sviluppato alcuni ingegnosi adattamenti, tra cui la diluizione del siero (che in alta concentrazione è responsabile della sete) e l’eliminazione dal sangue di molecole come sodio e glucosio (curiosamente o forse no, quest’ultima è la stessa molecola che la rana Rana sylvatica immette invece in grandi quantità nel sangue durante l’inverno per evitare di congelare). Uno degli esempi di letargo più interessanti, nonché più dibattuti, è quello degli orsi, in particolare dell’orso bruno europeo, sul quale pende da tempo la domanda: possiamo considerare il suo come un vero letargo? Per capire le ragioni di questo dubbio è utile fare un confronto con una “vera ibernatrice” come la marmotta: durante i mesi di quiescenza invernale, la sua temperatura corporea si avvicina agli 0 °C, il suo tasso metabolico crolla del 95%, l’animale respira due volte al minuto e il suo cuore non supera i cinque battiti al minuto. Per converso, l’orso bruno riduce la sua temperatura di appena 6 °C, assestandosi intorno ai 30 °C, e il calo del tasso metabolico è del 25%. Il risultato è che, rispetto a una marmotta che dorme ininterrottamente per tutto il periodo del letargo, l’orso bruno rimane semivigile, e pronto a riattivarsi per difendere la tana o quando sente che le temperature esterne stanno salendo. Qui torna utile il discorso del continuum: le strategie fisiologiche adottate da orso e marmotta sono le stesse (abbattimento del tasso metabolico, riduzione di tutte le funzioni vitali…), ma portano a risultati quantitativamente molto diversi. A questo punto, la risposta alla domanda iniziale di questo paragrafo dovrebbe essere chiara: no, quello dell’orso non è un “vero letargo” come quello dei piccoli mammiferi, ma anche sì, è comunque una forma di ibernazione preceduta da una fase di iperfagia e durante la quale l’animale consuma le energie che ha accumulato durante l’autunno. > Gli orsi non vanno in letargo a causa del freddo. Il vero interruttore è la > carenza di cibo, tanto è vero che gli esemplari che hanno a disposizione fonti > di sostentamento sicure, come quelle di natura antropogenica, riducono di > molto il loro periodo di ibernazione. Vale la pena tra l’altro specificare che gli orsi non vanno in letargo a causa del freddo: le variazioni invernali di temperatura hanno un impatto relativo su un animale così grosso (e grasso). Il vero interruttore è la carenza di cibo, tanto che gli orsi che hanno a disposizione fonti di sostentamento sicure, come quelle di natura antropogenica, riducono di molto il loro periodo di ibernazione, e addirittura quelli tenuti in cattività lo saltano a zampe pari (con possibili conseguenze negative sulla loro salute). E così arriviamo al discorso con cui si apriva il pezzo: quanti danni stiamo facendo al letargo animale? Bruschi risvegli e altri disturbi antropogenici Il caso di studio più esemplare in questo senso è quello dei pipistrelli, un ordine nel quale le strategie di quiescenza invernale sono diffusissime e si sono evolute separatamente almeno quattro volte nel corso della loro storia evolutiva. Come per gli orsi, anche per i pipistrelli il problema dell’inverno è legato soprattutto alla mancanza di cibo: la maggior parte delle specie sono entomofaghe, e quando fa troppo freddo gli insetti volanti spariscono dalla circolazione. Durante l’inverno i pipistrelli si rifugiano quindi in caverne, grotte, anfratti e cavità di ogni genere, riducono il battito cardiaco da 400 a 20 battiti al minuto, abbattono la temperatura corporea avvicinandosi agli 0 °C, insomma, tutto quello che abbiamo già visto per altri mammiferi. Il problema è che il loro sonno è sempre più spesso disturbato da fattori esterni: turisti che invadono le loro grotte, scienziati che le visitano per raccogliere dati e campioni, fluttuazioni impreviste della temperatura esterna. E un brusco e imprevisto risveglio è costoso per i pipistrelli: per esempio quando il vespertilio bruno viene disturbato nel sonno consuma 108 mg di grasso corporeo, l’equivalente di quanto avrebbe consumato in 68 giorni di letargo. Ci sono poi i problemi di salute: durante il letargo, il sistema immunitario dei mammiferi va incontro allo stesso destino di ogni altra attività metabolica, cioè lo spegnimento quasi totale. Questo stato di vulnerabilità sta esponendo milioni di pipistrelli, soprattutto in Nord America ed Europa, al fungo Pseudogymnoascus destructans, responsabile della sindrome del naso bianco (o WNS, White Nose Syndrome), una patologia letale che dal 2018 a oggi ha causato un calo nelle popolazioni che per alcune specie (Myotis septentrionalis, Myotis lucifugus, Perimyotis subflavus) ha superato il 90%. Ovviamente, il fungo non è arrivato in Nord America per caso, ma trasportato da noi umani dall’Europa (in Italia è comparso per la prima volta nel 2019). Infine, c’è una questione che non riguarda solo i pipistrelli ma tutti gli animali ibernanti, e a dirla tutta non riguarda solo il letargo ma qualsiasi attività legata alla stagionalità. L’ho già accennata più volte nel corso del pezzo: l’aumento delle temperature medie globali (che è peraltro più grave alle alte latitudini, dove vivono i mammiferi che vanno in letargo) causa sempre più spesso risvegli anticipati, che oltre a essere energeticamente costosi per gli animali li catapultano in un mondo che, per così dire, non è ancora pronto. I pipistrelli non trovano abbastanza insetti per sostentarsi, le marmotte delle Montagne Rocciose emergono dal letargo 38 giorni prima rispetto a 28 anni fa e quando lo fanno trovano il paesaggio ancora coperto di neve, faticando quindi a recuperare cibo ed energie, addirittura nello scoiattolo Urocitellus parryii le femmine sono pronte all’accoppiamento prima dei maschi, e questo disallineamento potrebbe avere conseguenze devastanti sui loro tassi di riproduzione. > L’aumento delle temperature medie globali causa sempre più spesso risvegli > anticipati, che oltre a essere energeticamente costosi per gli animali li > catapultano in un mondo che, per così dire, non è ancora pronto. Certo, come sempre c’è anche il rovescio della medaglia: le succitate marmotte americane hanno tassi di sopravvivenza all’estate più alti di un tempo, e lo stesso vale per il vespertilio di Daubenton. Il fatto però che alcune specie stiano riuscendo ad adattarsi meglio ai cambiamenti climatici non deve farci dimenticare che si tratta appunto di un adattamento, una modifica anche rdicale dei propri comportamenti in risposta alle mutate condizioni ambientali: non tutti gli animali hanno l’abilità e la fortuna di poter volgere una crisi globale a loro vantaggio – al contrario, quelli che ci riescono sono un’eccezione. La regola è sempre la stessa: stiamo cambiando tutto troppo velocemente e in peggio, e la natura fatica a starci dietro. L'articolo Letargo precario proviene da Il Tascabile.
Scienze
cambiamento climatico
animali
Capitalismo dopaminergico
S e negli ultimi decenni, grazie agli studi postcoloniali, è stato reso noto l’impatto del capitalismo sugli ambienti umani e non umani di tutto il mondo, esiste una colonizzazione ancora più profonda e pervasiva operata dal sistema economico imperante: quella delle menti – non solo in senso ideologico, ma anche puramente neuronale; e, con questa, la colonizzazione del tempo futuro, oltre che dello spazio. Su questo nucleo si concentra l’analisi che Matteo Motterlini fa in Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico (2025): un saggio tanto agevole quanto dettagliato sui meccanismi cognitivi, prima ancora che socio-politici, che hanno innescato la crisi ecologica in atto. Il capitalismo da finanziario si è fatto limbico: ha imparato ad attivare e sfruttare i circuiti dopaminergici degli esseri umani, le reazioni istintive, i riflessi emotivi e le tendenze comportamentali controllate dalle strutture cerebrali che vanno sotto il nome di sistema limbico, appunto. È il sistema dell’anticipazione del piacere, emotivo e reattivo, in tensione con i circuiti del controllo cognitivo e della pianificazione, in cui la corteccia prefrontale ha un ruolo centrale. Questo equilibrio dinamico, ci spiega Motterlini, è stato programmaticamente alterato, e i disequilibri ecologici e geopolitici che sono ormai sotto gli occhi di tutti ne sono una conseguenza su larga scala. La promozione di beni e servizi che incoraggiano l’eccesso e la dipendenza, attraverso ricompense rapide ma a breve termine, è alla base di un’economia (digitale e non) in cui la sovrabbondanza si maschera da scarsità percepita, alterando così il modo in cui pensiamo e prendiamo decisioni. E il paradosso è che l’edonismo sfrenato alla base dei consumi in costante crescita sfocia in realtà in un’anedonia solipsistica e nichilista. Scongeliamo i cervelli affronta questi e tanti altri meccanismi, attraverso dati ed esperimenti sociocognitivi che illuminano la profondità del pozzo in cui ci troviamo, ma anche molte possibili strategie per venirne fuori. In occasione dell’uscita del libro abbiamo dialogato con l’autore, professore ordinario di filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove dirige il Centro di ricerca in epistemologia sperimentale e applicata. Da un lato l’attenzione del saggio si rivolge ai meccanismi neuronali che distinguono gli esseri umani dagli altri esseri viventi: in particolare, la pianificazione a lungo termine e i comportamenti da questa derivanti vengono presentati come capacità caratteristiche della sola nostra specie, distinguendoli dai comportamenti animali che sarebbero anticipatori solo come riflesso dell’evoluzione. Dall’altro lato è molto efficace, nel libro, la definizione della crisi climatica come crisi di astinenza in un sistema economico drogato di crescita, che suggerirebbe un parallelo tra il sistema cognitivo umano e il sistema planetario: la mente umana sarebbe quindi il motore di dinamiche globali che a loro volta influiscono sui (dis)funzionamenti cognitivi dei singoli. QUALI SONO I VANTAGGI DELLO SCORPORARE I MECCANISMI COGNITIVI UMANI DA QUELLI PIÙ-CHE-UMANI? IN CHE MISURA È NECESSARIO DISTINGUERE I NOSTRI MODI DI PENSARE – QUELLI VIRTUOSI MA SOPRATTUTTO QUELLI FALLACI – PER COMPRENDERE UNA CRISI CHE È IN LARGA PARTE ORIGINATA PROPRIO DA UN’ERRONEA LETTURA DELLA CENTRALITÀ DELL’ESSERE UMANO SULLA TERRA? Gli animali anticipano il futuro solo perché l’evoluzione li ha “programmati” a farlo. Noi, invece, possiamo rappresentarcelo, simularlo, immaginarlo. Questa capacità – che nasce dall’evoluzione, certo – è però fragile, discontinua, facilmente sabotata da impulsi più antichi. È lì che si determina un cortocircuito: abbiamo un cervello capace di pianificare il lungo periodo, ma lo usiamo poco, male e spesso contro noi stessi. L’incapacità di reagire alla crisi climatica nasce da una combinazione di miopia temporale, present bias e ambienti decisionali che amplificano le nostre debolezze. Il capitalismo della crescita infinita funziona perché parla direttamente al nostro sistema limbico, non alla parte riflessiva della mente. È una gigantesca macchina dopaminergica che trasforma una vulnerabilità biologica in un modello economico. In questo senso, quando descrivo la crisi climatica come una crisi di astinenza, non è una metafora azzardata: è una diagnosi cognitiva. Stiamo chiedendo a un sistema dipendente dai consumi di smettere, senza cambiare il contesto che lo rende dipendente. MA NON È LA RIFLESSIONE UMANA ESSA STESSA UNA CONSEGUENZA DELL’EVOLUZIONE? COSA POTREMMO IMPARARE DAL RIPENSARLA IN QUANTO TALE? Capire come funziona la nostra mente serve a decentrare l’umano, non a celebrarlo. Ci mostra che non siamo osservatori esterni del sistema Terra, ma una sua parte biologica, con limiti precisi, bias prevedibili e una capacità di autoinganno sorprendente. Pensarci come “speciali” perché razionali è uno degli errori che ci ha portato fin qui. La riflessività umana è un prodotto dell’evoluzione. Ma è un prodotto incompiuto. Non è una conquista definitiva, è una possibilità che va allenata, sostenuta da istituzioni, norme, incentivi, architetture di scelta. Se la lasciamo sola, perde quasi sempre contro l’urgenza del presente. È per questo che nel libro insisto tanto su regole, vincoli, default, cooperazione: non come limitazioni della libertà, ma come protesi cognitive. Strumenti che compensano ciò che l’evoluzione non ha avuto il tempo di perfezionare. Se siamo arrivati fin qui cambiando l’ambiente naturale, possiamo anche cambiare l’ambiente decisionale per non autodistruggerci. Non dobbiamo diventare “più buoni” o “più saggi”. Dobbiamo diventare più realisti su come funzioniamo davvero. È da lì che può nascere una risposta alla crisi climatica. IN BASE AL MODELLO ECONOMICO DELLO SCONTO ESPONENZIALE, OGNI INTERVALLO DI TEMPO RIDUCE IL VALORE DI UNA RICOMPENSA IN MODO PROPORZIONALE E COSTANTE, SECONDO UNA CURVA DECRESCENTE, REGOLARE E CONTINUA. TENDEREMMO QUINDI A PREFERIRE GRATIFICAZIONI IMMEDIATE PIUTTOSTO CHE LAVORARE CON LUNGIMIRANZA SULLA RISOLUZIONE DI PROBLEMI CHE SAPPIAMO ANDARE PEGGIORANDO. EPPURE, ALMENO NEL MONDO OCCIDENTALE, SI RISCONTRA UN’INCAPACITÀ DIFFUSA A GODERE DEL PRESENTE STESSO, AD ESSERNE SODDISFATTI, AD ATTRIBUIRE UN VALORE NON MONETARIO AL QUI E ORA. COME VEDE QUESTA DISSONANZA TRA I MODELLI ECONOMICI E L’EFFETTIVO MODO DI STARE AL MONDO DI MOLTI DI NOI IN QUESTA PARTE DEL MONDO? Lo sconto intertemporale non dice che il presente ci rende felici, ma che tende a pesare troppo nelle nostre decisioni. Sovrastimiamo i costi immediati e sottostimiamo i benefici futuri. Questo però produce un paradosso: non sappiamo rinunciare a gratificazioni rapide, ma al contempo non traiamo soddisfazione duratura da ciò che facciamo. Questa distorsione nasce da un conflitto interno: tra un sé orientato all’immediato, sensibile alle perdite e all’urgenza, e un sé proiettato nel futuro ma psicologicamente e politicamente debole. È per questo che rimandiamo scelte che sappiamo necessarie, e allo stesso tempo viviamo in una condizione di affanno permanente. Lo stesso meccanismo opera sul piano collettivo e intergenerazionale. Trattiamo le generazioni future come se contassero meno, come se avessero un valore ridotto. È una forma di miopia temporale che rende possibile la procrastinazione climatica: sappiamo che i costi arriveranno, ma non ricadranno su di noi, almeno non subito. Un presente governato dall’urgenza della crescita, dalla logica della performance e dall’illusione dell’ottimizzazione continua finisce per erodere le condizioni stesse del benessere, oggi e domani. È un presente che divora il futuro senza riuscire a nutrire chi lo vive. MI PARE CHE IL DISCORSO POSSA ESSERE AMPLIATO ANCHE ALL’OTTIMISMO IMPOSTO DALL’ALTO INSIEME A UN’IDEA DISTORTA DI PROGRESSO, IN NETTO CONTRASTO CON PESSIMISMO E CATASTROFISMO SEMPRE PIÙ DIFFUSI NEL MONDO REALE. L’ottimismo imposto dall’alto si inserisce come una narrazione rassicurante che promette progresso senza costi, soluzioni senza rinunce, tecnologia senza limiti. Ma, paradossalmente, proprio per questo genera sfiducia. Quando il racconto ufficiale è in contrasto con l’esperienza quotidiana, produce dissonanza. E la dissonanza, se non viene riconosciuta, si trasforma in cinismo o in fatalismo. Il pessimismo che vediamo emergere non è un rifiuto del futuro in sé, ma la percezione che il patto intergenerazionale sia stato rotto. Che qualcuno stia incassando oggi lasciando ad altri il conto di domani. La risposta, come sostengo nel libro, non è scegliere tra ottimismo e pessimismo, ma ricostruire istituzioni, regole e norme sociali capaci di rendere il futuro rilevante nel presente. IN PARTE COLLEGATA ALLA DOMANDA PRECEDENTE C’È UNA CURIOSITÀ SUL DATO DA LEI RIPORTATO IN BASE AL QUALE NEGLI ULTIMI VENTI ANNI IL BENESSERE SOGGETTIVO DI TUTTE LE FASCE D’ETÀ È DIMINUITO IN NORD AMERICA. SEMBRA DUNQUE CHE SI STIA RISVEGLIANDO UNA CONSAPEVOLEZZA DEI TANTI E VARI PROBLEMI INTRINSECHI AL COSIDDETTO SVILUPPO CAPITALISTA E ALLO STESSO SOGNO AMERICANO. COME MAI, SECONDO LEI, NON SI RIESCE A INCANALARE QUESTA PERCEZIONE IN UN CAMBIO DI ROTTA CULTURALE E POLITICO? CHE TIPO DI STRATEGIE COGNITIVE DOVREBBERO ESSERE SOLLECITATE PER GENERARE UN CAMBIO DI QUESTO TIPO? Il calo del benessere percepito che osserviamo negli ultimi vent’anni, soprattutto in Nord America e tra i più giovani, è un segnale forte perché smentisce l’idea che più crescita, più consumo e più stimoli dopaminergici coincidano automaticamente con più “felicità”. L’epidemia di obesità, l’aumento delle dipendenze, l’abuso di psicofarmaci e oppioidi mostrano che quando un ambiente è progettato per stimolare continuamente il circuito della ricompensa, il risultato non è la soddisfazione, ma l’assuefazione. E l’assuefazione non produce felicità: produce bisogno e, nei casi peggiori, dipendenza. È così che possiamo avere società sempre più ricche e individui sempre meno felici. Nel libro spiego perché questa non è una contraddizione, ma un effetto diretto del modo in cui definiamo e misuriamo il progresso. Il PIL registra flussi di produzione e consumo, ma ignora ciò che viene eroso per ottenerli. Conta come crescita ciò che in realtà è consumo di capitale – sociale e naturale. Se inquiniamo, degradiamo ecosistemi o compromettiamo la salute pubblica, il PIL sale comunque. Questo modello di crescita assomiglia sempre più a un ciclo di dipendenza: ricerca continua del piacere, illusione di eccessi senza conseguenze, rimozione sistematica dei costi reali. Funziona finché funziona. Poi il sistema non regge più. La sostenibilità non riguarda un flusso annuale, ma uno stock: il patrimonio complessivo che lasciamo in eredità. Confondere questi due livelli significa prendere decisioni pubbliche con una bussola che punta nella direzione sbagliata. Per tutelare davvero il benessere dei futuri abitanti del pianeta servirebbe una contabilità della ricchezza inclusiva, che consideri il capitale naturale e sociale come parte integrante della ricchezza collettiva. La “L” in PIL sta per lordo, non per “al netto” della distruzione di suolo, aria e biodiversità. È uno strumento utile per il breve periodo, ma inadatto a guidare scelte di lungo termine. Un Paese che aumenta il PIL distruggendo il proprio capitale naturale non sta diventando più ricco: sta firmando una cambiale a carico di chi verrà dopo di noi. E rimandare non elimina il costo, lo accumula. Quando il futuro presenterà il conto, la vera domanda non sarà quanto ci costerà cambiare, ma quanto ci è costato non averlo fatto prima. TROVO MOLTO PRODUTTIVA LA SUA DISCUSSIONE DEL MECCANISMO DEL PREIMPEGNO, CHE PREVEDE UN’AUTOIMPOSIZIONE DI VINCOLI CHIARI E IRREVERSIBILI A CUI OGNI NUOVO CICLO POLITICO DOVRÀ TENERE FEDE. LEI SPIEGA BENE COME LA SCELTA DI PREIMPEGNARSI A RIDURRE PRODUZIONE, CONSUMI E CRESCITA ECONOMICA PER TUTELARE L’AMBIENTE – E DUNQUE LIMITARE ALCUNE SCELTE NEL PRESENTE – SIA CONDIZIONE NECESSARIA PER LA SOPRAVVIVENZA DELLA STESSA CAPACITÀ DI SCELTA IN FUTURO, DECOSTRUENDO COSÌ LA RETORICA LIBERISTA SECONDO  CUI LE LIBERTÀ INDIVIDUALI DOVREBBERO ESSERE INATTACCABILI. QUALE FORMA DI GOVERNO, A SUO PARERE, SAREBBE LA PIÙ EFFICACE AD ACCOGLIERE UN CERTO GRADO DI DIRIGISMO AMBIENTALISTA, CONSIDERANDO I PROBLEMI CHE LEI STESSO EVIDENZIA NELLE DEMOCRAZIE ODIERNE, ORMAI SUCCUBI DI OLIGARCHIE FINANZIARIE E DIGITALI? Nel libro insisto su un punto che spesso viene frainteso: il preimpegno non è una limitazione della libertà, ma la condizione stessa affinché si intervenga a favore del clima. Se continuiamo a interpretare la libertà solo come assenza di vincoli nel presente, finiamo per distruggere proprio lo spazio entro cui le scelte future potranno essere esercitate. Da qui discende una conseguenza politica scomoda ma inevitabile. La questione ambientale non può essere affrontata da una forma di governo che viva in uno stato di campagna elettorale permanente, con l’orizzonte temporale fissato alle prossime elezioni o ai prossimi sondaggi. Le democrazie contemporanee, così come funzionano oggi, soffrono di una miopia strutturale: tendono a sovrappesare il consenso immediato e a sottovalutare i costi differiti. Questo le rende particolarmente esposte alla pressione di interessi concentrati, ben organizzati e finanziariamente potenti. La risposta non è né l’autoritarismo verde né una sospensione della democrazia. L’idea che serva “meno democrazia” per salvare il pianeta è una falsa alternativa. Il problema non è la democrazia in sé, ma una democrazia priva di vincoli credibili contro il “breve-termismo”. La forma di governo più efficace è una democrazia capace di autovincolarsi. Una democrazia che accetta alcune scelte fondamentali, rendendole non negoziabili a ogni cambio di maggioranza. È una logica molto semplice: se sappiamo che cederemo alla tentazione, l’unica soluzione razionale è toglierci la possibilità di farlo. Questo significa fissare obiettivi ambientali chiari e duraturi, sottrarli alla contingenza politica e affidarli a regole e istituzioni progettate per durare nel tempo: standard ambientali stringenti, politiche industriali coerenti, meccanismi fiscali che rendano costoso tornare indietro. Non perché qualcuno “comandi dall’alto”, ma perché senza vincoli il sistema deraglia. Come detto, è una questione di giustizia intergenerazionale. Chi pagherà il prezzo più alto delle scelte attuali non ha voce nel processo politico di oggi. Il preimpegno serve anche a questo: a rappresentare interessi assenti, a dare peso politico a chi oggi non può difendersi. L’idea che le libertà individuali siano intoccabili anche quando distruggono le condizioni materiali della loro stessa esistenza è una fallacia. La libertà di inquinare che consuma il futuro non è libertà: è mettere il pianeta in liquidazione. UN PREGIO DEL SUO LIBRO RISIEDE NELLA PROPOSTA DI SOLUZIONI, ALCUNE DELLE QUALI A PORTATA DI OGNUNO DI NOI, ALTRE RELATIVE ALLA GESTIONE DELLA COSA PUBBLICA. IL SUO STESSO LAVORO AGISCE NELL’ALVEO DI QUELLA CHE LEI DEFINISCE UN’EDUCAZIONE CIVICA EPISTEMICA, PRODUCENDO INFORMAZIONE SCIENTIFICA AFFIDABILE E ACCESSIBILE, CHE POSSA FARE DA BASE A SISTEMI VIRTUOSI DI GESTIONE COLLETTIVA. MI PIACEREBBE QUINDI FINIRE CON UN ESPERIMENTO IMMAGINATIVO. SE LE VENISSE AFFIDATO DOMANI UN RUOLO DECISIONALE ALL’INTERNO DEL GOVERNO DI UN PAESE OCCIDENTALE – L’ITALIA, PERCHÉ NO? – QUALI SAREBBERO I PRIMI TRE CAMBIAMENTI SU CUI LAVOREREBBE NELL’IMMEDIATO, E IN CHE MODO QUESTI ANDREBBERO AD AGIRE SUL MEDIO-LUNGO PERIODO? Il primo intervento riguarderebbe la visibilità del problema. Una delle ragioni per cui la crisi climatica non ci muove è che resta astratta, lontana, statisticamente corretta ma emotivamente irrilevante. Renderei salienti gli impatti locali, presenti, quotidiani delle scelte ambientali. Dati chiari, comparabili, territorializzati. Non “il pianeta”, ma l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, i costi sanitari che paghiamo. Nel medio periodo questo crea una base di realtà condivisa, riducendo lo spazio per la dissonanza cognitiva e il negazionismo. La seconda leva sarebbe quella delle scelte per default. Non chiederei alle persone di diventare improvvisamente più virtuose o più informate. Cambierei ciò che accade quando non si sceglie. Energia, mobilità, edilizia, rifiuti: rendere l’opzione sostenibile quella standard, lasciando sempre la possibilità di opt-out, ma rendendo il comportamento dannoso più costoso, meno comodo, meno invisibile. È una misura poco ideologica e molto efficace, perché lavora con, non contro, i limiti cognitivi. Nel medio-lungo periodo questo normalizza comportamenti che oggi appaiono “sacrifici”. La terza azione riguarderebbe la fiducia. Senza fiducia nelle istituzioni, nella scienza e nei processi decisionali, nessuna transizione regge. Investirei subito in quello che nel libro chiamo educazione civica epistemica: non per insegnare alle persone “cosa pensare”, ma come distinguere informazioni affidabili da narrazioni manipolatorie. Questo significa rafforzare l’indipendenza delle autorità scientifiche, proteggere gli spazi di competenza dagli attacchi politici e rendere trasparenti i conflitti di interesse. Nel lungo periodo, è l’unico antidoto strutturale alla disinformazione e al complottismo. Sono interventi poco spettacolari, lo ammetto. Non promettono miracoli né salvezze rapide. Ma hanno un vantaggio decisivo: non richiedono un’umanità migliore, solo istituzioni un po’ più intelligenti e a misura di cittadino. E se c’è una cosa che ho imparato studiando decisioni e comportamenti è che, quando i contesti cambiano con “cognizione di causa”, le persone spesso fanno la cosa giusta senza neppure accorgersene. In fondo, sarebbe già un enorme passo avanti. L'articolo Capitalismo dopaminergico proviene da Il Tascabile.
Scienze
cambiamento climatico
capitalismo
consumismo
meccanismi cognitivi
Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi di Ferdinando Cotugno
C ome si racconta il cambiamento climatico? Già nel celebre saggio del 2016 La grande cecità, lo scrittore indiano Amitav Ghosh si interrogava sulle responsabilità della letteratura nel mettere adeguatamente in luce le trasformazioni ambientali, psicologiche, culturali e politiche indotte da un fenomeno la cui portata non può che riverberare sui protagonisti di una storia. Questa sfida non è un mero esercizio intellettuale, ma rappresenta uno dei piani fondamentali su cui attivare la risposta collettiva a un problema che ancora oggi tende a essere rimosso dal discorso pubblico. Consideriamo anche soltanto come spesso la questione climatica venga ritratta come un’emergenza puntiforme – si pensi alla metafora della cometa in rotta di collisione col pianeta del popolare Don’t look up del regista Adam McKay ‒ e non come qualcosa in atto da tempo, i cui effetti non sono sempre stati percepiti con la stessa nitidezza da tutte le epoche e latitudini. Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi (2025), l’ultimo libro del giornalista climatico Ferdinando Cotugno, adotta invece una chiave di lettura efficace grazie a un approccio controintuitivo. Per rendere visibile e comprensibile un fenomeno globale, si concentra sul particolare: la storia della sua famiglia. Tre generazioni (nonni, genitori, figli) che diventano unità di misura del cambiamento climatico. > In statistica, il tempo di ritorno è il tempo medio che corre tra il > verificarsi di due eventi di uguale intensità. Il tempo di ritorno è quanto ci > mettono a tornare i grandi traumi, o le crisi epilettiche, o gli amori, o gli > scudetti, o gli attacchi di panico, o i messaggi che disperatamente > aspettiamo, o i temporali, o le ondate di calore, o le alluvioni. Funziona > così: immaginate il giorno climaticamente peggiore della vostra vita. Quanto > tempo ci vorrà prima vi ricapiti un giorno altrettanto brutto? È questo il > tempo di ritorno, regolato dalle leggi del cosmo e della fortuna. La > generazione dei miei genitori e quella dei loro genitori ha iniziato ad > alterare queste leggi, con la combustione delle fonti fossili di energia. Lo spunto di partenza è l’imminente trasferimento del padre dell’autore in Brasile per raggiungere la nuova compagna: Cotugno sceglie così di partire da Milano, dove vive, per tornare nel quartiere di Bagnoli, a Napoli, e documentare gli ultimi giorni in cui la famiglia sarà a suo modo riunita. > Per raccontare la crisi climatica Cotugno adotta un approccio controintuitivo > ma efficace. Per rendere visibile un fenomeno globale, si concentra sul > particolare: la storia della sua famiglia. Il risultato è un oggetto atipico, un “memoir climatico”, in cui le vicende personali si intrecciano nello spazio e nel tempo con la storia dei combustibili fossili: un nonno operaio all’Italsider, che alla fabbrica ha dato tutto ricevendo poco in cambio; padre e madre a capo di una ditta di trasporti su ruota ormai fallita, testimoni di una fugace ricchezza negli anni Novanta. Carbone e gasolio a scandire le sorti del benessere economico, fisico e psicologico di un microcosmo sociale. > Ogni storia familiare è smisurata e contiene l’intera umanità. Abbiamo una > sola opportunità di raccontarla, e non dovremmo sprecarla. Io la mia voglio > usarla così, per cercare l’inizio della crisi climatica, l’Antropocene > familiare. Il romanzo si articola in quattro atti: un prologo che si apre nel 1963, con il suggestivo rituale di raccolta dei residui di carbon coke caduti in mare da parte dei giovani nuotatori di Bagnoli; due parti dedicate rispettivamente al padre Luigi e alla madre Giuseppina, che portano inevitabilmente a galla le questioni di genere innescate da quello che Cotugno chiama “petropatriarcato”; un epilogo che tira le fila di un quadro familiare e storico stratificato e contraddittorio. C’è infatti un ulteriore protagonista “onorario” di questa epica territoriale: la città di Napoli, personificazione di una collettività di cui riassume gli umori, le aspirazioni e le disillusioni lungo un processo pluridecennale di industrializzazione. L’operazione narrativa è molto a fuoco: raccontare di sé e delle generazioni che lo hanno preceduto consente all’autore di connotare emotivamente cause e conseguenze del cambiamento climatico, rendendole più urgenti di quanto la sola restituzione giornalistica o scientifica riescano a fare. Se il problema viene rimosso proprio perché fatichiamo a credere che ci riguardi, è allora attraverso delle storie esemplari a cui molte persone possono facilmente connettersi e riconoscersi che il cambiamento climatico può tornare al centro della nostra attenzione. Tempo di ritorno corrobora la razionalità scientifica lavorando sul percepito umano: ritrae volti e luoghi familiari, rendendo prossima una questione che solitamente finisce per essere distante, o addirittura aliena. > Raccontare di sé e delle generazioni precedenti consente all’autore di > connotare emotivamente cause e conseguenze del problema, rendendole più > urgenti di quanto la sola restituzione giornalistica o scientifica riescano a > fare. Questo senso di urgenza non viene veicolato solo dagli elementi di familiarità del racconto, ma anche dalla sua dimensione cronologica: la vita (e la morte) del nonno e dei suoi coevi scandite dai ritmi della fabbrica; la stessa fabbrica che nel giro di qualche decennio passa, per la gente di Bagnoli, da futuro ineluttabile a relitto di cui disfarsi; i genitori dell’autore, che vivono una altrettanto estemporanea fase di benessere economico grazie a un business a sua volta destinato a diventare obsoleto; un figlio che con il suo lavoro giornalistico finisce per documentare le conseguenze disastrose delle stesse politiche fossili che gli hanno consentito di studiare. Viste con un orizzonte temporale più ampio, le scelte di ogni generazione sembrano implicitamente giudicare quelle della precedente, imponendo di riflettere sulle conseguenze di quell’eredità. > La crisi climatica è una storia che si agisce collettivamente, ma si > percepisce individualmente, sulle scale più gestibili del tempo personale e > familiare. Nel clima siamo genitori e figli, siamo entrambe le cose, la crisi > ha reso sistemico uno dei concetti più privati: l’eredità. Cosa lasciamo? E a > chi? Cotugno mette in chiaro che non è una questione di colpa, quanto di responsabilità: se chi lo ha preceduto conserva l’innocenza di non aver potuto scegliere consapevolmente, coloro che vengono dopo non possono chiudere gli occhi. In questo senso, tutto il memoir può essere letto come un percorso di accettazione della propria compromissione individuale, punto di partenza ineludibile per opporsi al collasso. Farlo in prima persona, mettendo in gioco sentimenti e vicende personali, finisce per incoraggiare questo processo in chi legge, senza mai mettersi su un piedistallo morale inevitabilmente respingente. > All’ambientalismo serve una storia nuova, che non sia più una storia > dell’ambientalismo, che non si chiami nemmeno più ambientalismo, che vada bene > anche per Luigi e Ferdinando, che tenga conto della storia contenuta dentro la > vecchia patente di guida di mio padre e sappia congedarsene in modo ordinato, > che faccia sentire le persone, tutte le persone, viste. Chi non si sente > visto, in politica, si ribella, anche se si sta ribellando contro se stesso e > il proprio futuro. Trovare nell’empatia una lingua comune per parlare con chi si sente escluso dal dibattito politico consente di tracciare nuovi orizzonti di cambiamento nella società. La testimonianza personale viene così usata per disinnescare il sortilegio del capitalismo: reinventarsi continuamente con la promessa di futuri inevitabili e risorse inesauribili portando molte persone a credere che la Terra fosse un buffet All you can eat (“Anche da quelli a un certo punto ti cacciano”). Esattamente ciò che aveva rappresentato nel dopoguerra l’ex ILVA/Italsider per l’area di Bagnoli, oggi un relitto a testimonianza di un capitalismo che fa in fretta a costruire, ma che non sa poi prendersi cura delle cose e si rifiuta di smantellarle, una volta consumate. > Non è una questione di colpa, quanto di responsabilità: se chi ci ha preceduto > conserva l’innocenza di non aver potuto scegliere consapevolmente, quelli che > vengono dopo non possono chiudere gli occhi. Ho accennato poco sopra alla questione di genere: restituire i punti di vista di entrambi i genitori è un altro dei dispositivi che il racconto utilizza per arricchire lo sguardo sulle dinamiche capitaliste. Se il capitolo dedicato al padre Luigi è un denso susseguirsi di fatti, ricostruiti faticosamente dall’autore sulla base delle informazioni che il taciturno genitore gli mette a disposizione e con l’aiuto di un’amica di famiglia, la madre Giuseppina esordisce con un racconto in prima persona, che rivela più consapevolezza di quello che è successo alla famiglia ‒ o quantomeno più desiderio di condividerlo. Da un lato l’accettazione supina, dall’altro l’embrione della ribellione. Per il padre il sistema è un dato di fatto, che non mette in discussione finché gli consente di ottenere ciò che vuole; la madre disvela invece il sottaciuto, fin dal suo ruolo decisivo, e non marginale, nelle sorti dell’attività di famiglia, verbalizzando come il momento di maggiore ricchezza sia coinciso con l’apice della sua crisi esistenziale. Il cambiamento climatico è anche una questione di salute mentale. Sicuramente appartenere alla stessa generazione di Cotugno mi ha aiutato a entrare più facilmente nella sua visione delle cose: quella di chi è nato nei primi anni Ottanta e ha dovuto fare i conti tutta la vita con più di una transizione, in un perenne stato agnostico sospeso tra i ricatti della nostalgia e le illusioni del futuro, rifuggendo consapevolmente da entrambi e in continua ricerca di un’alternativa al proprio modo di vivere che fosse davvero migliorativa. Cambiamento climatico, capitalismo, coscienza di classe, genitorialità, benessere individuale ed eredità collettiva: l’esperimento memoir riesce, e le sue diverse stratificazioni si amalgamano in modo funzionale, senza mai andare a discapito del valore letterario dell’operazione. Tempo di ritorno recupera vecchie storie per affrontarle con una prospettiva attuale. Raccoglie la sfida di Ghosh ribadendo l’urgenza di pensare a nuove narrazioni, ma dice anche che prima dobbiamo decostruire i criteri sulla base dei quali abbiamo valutato il funzionamento del nostro mondo: la ricchezza anteposta alla felicità, la novità anteposta alla cura. Il lavoro di Cotugno non è il punto di arrivo, ma uno dei tanti validi nuovi punti di partenza che si affacciano sull’orizzonte letterario per provare a immaginare il futuro della nostra società attraverso il potere della narrativa. L'articolo Tempo di ritorno. Una storia di clima e di fantasmi di Ferdinando Cotugno proviene da Il Tascabile.
Recensioni
cambiamento climatico
letteratura italiana
Salvare il mondo in tribunale
D a Huaraz si vedono le Ande. La città peruviana dista solo 20 chilometri dal lago glaciale Palcacocha, alimentato dalla fusione del ghiacciaio Palcaraju. Da alcuni anni, Luciano Lliuya, agricoltore e guida di montagna, osserva le cime preoccupato. Il ghiacciaio si sta ritirando troppo, e troppo in fretta. Il rischio che una frana o una valanga generino un’onda capace di travolgere il centro abitato è diventato concreto: nel 2020, il lago conteneva acqua sufficiente a riempire 800 piscine olimpioniche. Nonostante lo stato di emergenza dichiarato dal governo e l’installazione di enormi tubi per drenare l’acqua in eccesso, il livello del lago è sceso solo di pochi metri. Lliuya, comunque, non è rimasto a guardare. Dopo il vertice delle Nazioni Unite sul clima del 2014 – la Cop20 di Lima – Lliuya e l’organizzazione tedesca, Germanwatch, arrivata in Perù in occasione del negoziato ONU, hanno deciso di portare avanti un’idea folle, un’azione giudiziaria senza precedenti: denunciare per i danni legati alla fusione del ghiacciaio la società energetica tedesca RWE (Rheinisch-Westfälisches Elektrizitätswerk), una delle aziende più inquinanti d’Europa, anche se questa non ha mai operato in Sud America. A novembre 2015, la denuncia è stata depositata al tribunale distrettuale di Essen, città dove ha sede RWE. Citare in giudizio una multinazionale tedesca è una scelta strategica: lo scopo è far giudicare il caso da un tribunale della Germania. Nel Paese, infatti, la legge consente alle persone di fare causa a un vicino se le sue azioni ne danneggiano la proprietà e – dettaglio importante – il concetto di “vicinato” comprende qualsiasi luogo raggiunto dagli effetti dannosi, anche se lontano migliaia di chilometri. Nel contesto delle emissioni globali – nell’atmosfera senza confini – l’avvocata di Lliuya, Roda Verheyen, ha argomentato che il “vicinato” di RWE comprende il mondo intero: le emissioni della multinazionale contribuiscono in modo rilevante alla crisi climatica globale e, dunque, al rischio di alluvione che incombe su Huaraz. > Il caso dell’agricoltore peruviano Luciano Lliuya ha dimostrato che è > possibile citare in giudizio un’azienda fossile per i danni prodotti > dall’emergenza climatica anche a migliaia di chilometri di distanza. La pronuncia del tribunale tedesco è attesa dalla metà di aprile 2025. Finora nessuna sentenza è arrivata così lontana, nessuna ha collegato, nel contesto del riscaldamento globale, un lago glaciale sulle Ande alla sede di una multinazionale in Germania. I legali che stanno seguendo Lliuya ritengono che una pronuncia favorevole avrebbe conseguenze a cascata su aziende e governi. Se i grandi inquinatori cominciassero a temere di essere ritenuti responsabili per i danni climatici ovunque nel mondo, potrebbero adottare pratiche più sostenibili. E anche i governi più ricchi potrebbero essere spinti a finanziare l’adattamento e i risarcimenti per i danni da eventi meteorologici estremi, pur di evitare lunghe battaglie legali. Il caso Lliuya v. RWE è solo uno degli ultimi contenziosi incentrati sul cambiamento climatico ad aver attirato l’attenzione dei media. Le climate litigations – come vengono chiamate anche in italiano le azioni legali intentate contro Stati o aziende responsabili del riscaldamento globale e dei danni ambientali connessi – esistono da alcuni anni, ma negli ultimi tempi sono diventate sempre più visibili e numerose. In un periodo caratterizzato da una crescente repressione delle azioni di protesta e da una ridotta mobilitazione nelle piazze, portare il cambiamento climatico in tribunale può rappresentare il cavallo di Troia dell’attivismo ambientale contemporaneo. Una questione di diritto A porre le basi per le attuali climate litigations furono le cause legate all’inquinamento dell’aria, dell’acqua e al degrado ambientale, avviate negli anni Settanta, soprattutto negli Stati Uniti. Sono stati questi primi casi ad aprire la strada ai contenziosi climatici degli anni Duemila, quando il legame tra attività antropiche e cambiamento climatico è diventato impossibile da ignorare. Nel 2007, ad esempio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza storica per il caso Massachusetts v. EPA. In quella causa, dodici Stati, tra cui il Massachusetts, e diverse città statunitensi avevano citato in giudizio l’Environmental Protection Agency (EPA) per non aver regolamentato le emissioni di gas serra provenienti dai veicoli, sostenendo che tali emissioni contribuivano al cambiamento climatico e mettevano a rischio la salute pubblica. La Corte ha stabilito che, stando al Clean Air Act, la legge federale sulla qualità dell’aria, i gas serra rientrano nella definizione di “inquinanti atmosferici”, e dunque l’EPA era obbligata a regolamentarli. Per la prima volta, la crisi climatica veniva riconosciuta anche come una questione di diritto da affrontare giuridicamente. Da allora, le climate litigations sono aumentate di anno in anno. Stando al database Global Climate Change Litigation, dal 1986 al settembre del 2024 sono stati avviati 2976 contenziosi climatici, il 70% dei quali solo negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti sono il Paese dove se ne registrano di più. Per contarli, comunque, occorre prima distinguerli, il che non è affar semplice. > Il numero di cause climatiche sta aumentando drasticamente. Dal 1986 ad oggi > sono stati avviati 2976 contenziosi in tutto il mondo, il 70% dei quali solo > negli ultimi dieci anni. Una delle definizioni più diffuse è quella adottata dal Sabin Center for Climate Change Law della Columbia University, che utilizza due criteri per selezionare i casi che vengono inseriti nel database sopracitato. Il primo è che il caso deve essere stato presentato davanti a un organo giudiziario, sebbene spesso vengano inclusi anche alcuni procedimenti amministrativi o richieste di indagine; il secondo è che il diritto, le politiche o la scienza del cambiamento climatico devono avere un ruolo rilevante nel caso. Un altro modo di fare attivismo Nel 2013 – un’era fa in termini di consapevolezza e politiche climatiche – un gruppo di cittadini e cittadine dei Paesi Bassi, guidato dall’organizzazione ambientalista Urgenda, ha deciso di citare in giudizio il proprio governo per inazione climatica. Secondo i promotori della causa, lo Stato olandese, non riducendo abbastanza rapidamente le emissioni di gas serra, stava violando i diritti fondamentali di cittadini e cittadine. I legali hanno fatto riferimento alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo: l’inerzia statale stava minacciando il diritto alla vita (art. 2) e il diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8). Nel 2015 è arrivata la sentenza del tribunale dell’Aia: entro il 2020 l’esecutivo dei Paesi Bassi avrebbe avuto l’obbligo di ridurre le emissioni di almeno il 25 per cento rispetto ai livelli del 1990. Nonostante il ricorso del governo, nel 2019 la Corte suprema ha confermato la sentenza. Per la prima volta, un tribunale riconosceva la responsabilità legale di uno Stato in materia climatica. I Paesi Bassi hanno annunciato diverse iniziative per rispettare la decisione: chiusura delle centrali a carbone, investimenti in energie rinnovabili e una legge sul clima più ambiziosa di quella vigente fino a quel momento. Misure che hanno funzionato: nel 2024, secondo l’Istituto nazionale di statistica (CBS Statistics Netherlands), le emissioni nel Paese sono scese del 37% rispetto ai livelli del 1990. Così, il contenzioso è diventato un precedente per chiunque voglia citare in giudizio uno Stato per inazione climatica. > Nel 2019 per la prima volta un tribunale ha riconosciuto la responsabilità > legale di uno Stato in materia climatica. I Paesi Bassi hanno dovuto chiudere > centrali a carbone, investire in rinnovabili e approvare una legge sul clima > più ambiziosa. Il cavallo di Troia del caso Urgenda ha dimostrato la sua efficacia, ottenendo anche risultati extra-giuridici. I contenziosi climatici rientrano infatti nella definizione più ampia di “cause strategiche”: procedimenti avviati non solo per ottenere un esito giuridico o amministrativo, ma anche per produrre effetti mediatici e politici. Poiché i ricorrenti – al pari di attiviste e attivisti – cercano di sollecitare l’intervento di governi, istituzioni o imprese, la questione al centro di un contenzioso strategico non riguarda solo i singoli individui coinvolti nella causa, ma anche categorie più ampie, spesso l’intera collettività. È questo che fa delle climate litigations una forma di attivismo, magari diversa nei modi dagli scioperi del venerdì promossi dai Fridays for future, dai blocchi stradali e dalle performance fatte da Extinction rebellion e Ultima generazione, ma non negli obiettivi. Fare attivismo climatico in tribunale funziona almeno su due fronti: in primo luogo coinvolge persone che non parteciperebbero a cortei e azioni dirompenti dei gruppi ambientalisti; in secondo luogo aggira il dibattito pubblico, che sui temi climatici è ormai polarizzato, portando la questione direttamente all’attenzione e alla pronuncia dei giudici. Chi fa causa a chi Nell’ambito delle climate litigations, i casi vengono classificati, in base al soggetto citato in giudizio, in due categorie: da una parte ci sono le cause contro gli Stati, accusati di inazione di fronte alla crisi climatica; dall’altra quelle contro le aziende responsabili delle emissioni e dei danni ambientali. > I contenziosi climatici rientrano nella definizione più ampia di “cause > strategiche”: procedimenti avviati non solo per ottenere un esito giuridico o > amministrativo, ma anche per produrre effetti mediatici e politici. Nella prima categoria, oltre al caso Urgenda, un altro contenzioso ormai storico è quello Neubauer, et al. v. Germany. Nel 2019 un gruppo di giovani, attivisti e attiviste tedeschi – sostenuti anche dal movimento locale dei Fridays for future – ha presentato alla Corte costituzionale un ricorso contro la legge federale per la protezione del clima. Nel 2021, il tribunale ha accolto le richieste, riconoscendo la necessità di una normativa più ambiziosa in termini di riduzione delle emissioni, e ha dichiarato incostituzionali alcune disposizioni della legge, giudicate insufficienti a garantire la tutela dei diritti fondamentali delle generazioni future. La Corte ha quindi ordinato al legislatore di stabilire, entro la fine del 2022, obiettivi chiari di riduzione delle emissioni. In risposta alla decisione, il Parlamento tedesco ha modificato la legge sul clima, fissando l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 65% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 e di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2045, cinque anni prima rispetto alla data prevista dall’Unione Europea. Anche in questo caso, come in quello Urgenda, portare la questione climatica in tribunale si è rivelato un mezzo efficace per costringere uno Stato ad agire. Un altro precedente importante – anche nel dimostrare l’efficacia dei contenziosi per allargare la sfera generazionale dell’attivismo climatico – è il caso KlimaSeniorinnen v. Switzerland, avviato nel 2016 da un’associazione di oltre duemila donne anziane. Le signore svizzere hanno sostenuto di essere, a causa dell’età e del genere, più vulnerabili alle ondate di calore estreme, notoriamente aggravate dal riscaldamento globale. Hanno quindi denunciato la Svizzera alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), accusandola di non aver ridotto in modo sufficiente le emissioni di gas serra, mettendo a rischio salute e vita privata, contravvenendo così agli articoli 2 e 8 della Convenzione europea. Ad aprile 2024, la CEDU ha stabilito che l’inazione climatica di uno Stato può violare i diritti umani e ha condannato la Svizzera per non aver adottato misure adeguate e trasparenti di riduzione delle emissioni. Ha anche ribadito il dovere degli Stati di proteggere soprattutto le categorie più vulnerabili. Un anno dopo, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha riconosciuto alcuni miglioramenti legislativi da parte del Paese, ma ha chiesto ulteriori prove di coerenza con la sentenza. > Esistono diversi fattori che rendono difficile per cittadini, comunità o > associazioni intentare cause contro governi o aziende, tra cui l’assenza di > obblighi giuridicamente vincolanti, i lunghi tempi della giustizia, gli > elevati costi legali. Come accade per altre forme di attivismo, non tutte le cause climatiche hanno la stessa efficacia. Le ragioni vanno ricercate sia nelle caratteristiche specifiche di ciascun contenzioso, sia nel contesto nazionale in cui si svolge, oltre che in fattori sociali e giuridici più ampi. Le difficoltà dei contenziosi climatici A chiarire le principali difficoltà che ostacolano chi intenta una causa climatica è Luca Saltalamacchia, avvocato civilista esperto in materia: “L’assenza di indicazioni specifiche nei trattati internazionali sul clima è uno degli ostacoli più difficili da superare per ottenere una decisione positiva”, spiega al Tascabile. Il riferimento principale è all’Accordo di Parigi, che ha il merito di fissare un obiettivo mediaticamente forte – contenere l’aumento delle temperature ben al di sotto dei due gradi rispetto ai livelli preindustriali – ma non stabilisce come ciascun Paese debba contribuire concretamente alla mitigazione del riscaldamento globale. Esistono quindi diversi fattori che frenano la diffusione e l’efficacia delle climate litigations: l’assenza di obblighi giuridicamente vincolanti nei trattati internazionali, i lunghi tempi della giustizia, gli elevati costi legali. Elementi che rendono difficile per cittadini, comunità o associazioni intentare cause contro governi o grandi imprese. Anche quando sono presenti solidi argomenti scientifici e giuridici, l’accesso alla giustizia climatica resta diseguale, ostacolato da barriere economiche, normative e istituzionali. Un esempio è quello del contenzioso Milieudefensie v. Shell, tra i più noti a livello internazionale. Avviato nel 2019 dall’organizzazione olandese Milieudefensie, insieme ad altre associazioni e oltre 17 mila cittadini, il ricorso mirava a imporre alla compagnia petrolifera Royal Dutch Shell una riduzione sostanziale delle proprie emissioni. Dopo una prima sentenza storica favorevole ai ricorrenti – nel 2021 il tribunale distrettuale dell’Aia ordinava a Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO₂ entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019 – il procedimento ha incontrato un’inversione di rotta. Il 12 novembre 2024, infatti, la Corte d’appello dell’Aia ha ribaltato la decisione, stabilendo che non si possono imporre a Shell obblighi specifici di riduzione. Le associazioni ambientaliste stanno ora valutando se ricorrere in cassazione, soppesando le probabilità di successo, i costi legali e l’importanza di mantenere alta l’attenzione pubblica sulle responsabilità delle grandi compagnie. > L’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una legge quadro sul clima, > strumento che regolerebbe il processo di pianificazione e monitoraggio delle > politiche climatiche. Le incertezze che circondano alcuni tra i casi più emblematici di climate litigation mostrano quanto sia fragile affidarsi unicamente alla giustizia per ottenere risultati concreti nella riduzione delle emissioni e nel contrasto al riscaldamento globale. Una fragilità che si manifesta con particolare evidenza nel contesto italiano. Le cause climatiche in Italia L’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una legge quadro sul clima, strumento che regolerebbe il processo di pianificazione e monitoraggio delle politiche climatiche: il Parlamento italiano, eletto con elezioni democratiche, non è ancora riuscito ad approvarla. Questa mancanza genera difficoltà anche nelle decisioni della magistratura in materia climatica. A spiegare il contesto italiano è di nuovo l’avvocato Saltalamacchia, che conosce bene le climate litigations in Italia anche facendo parte del team legale della prima e più nota causa italiana di questo tipo. Promossa nel 2021 da oltre 200 ricorrenti, l’iniziativa è chiamata Giudizio universale ed è rivolta contro lo Stato italiano, accusato di non attuare politiche efficaci per la riduzione delle emissioni. Secondo i promotori, questa inazione viola numerosi diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione. A marzo 2024 è arrivata la sentenza di primo grado: il tribunale civile di Roma, pur riconoscendo la gravità della crisi climatica, ha dichiarato la causa inammissibile per “difetto assoluto di giurisdizione”. I giudici hanno sostenuto che la definizione delle politiche climatiche spetta alla sfera politica, non a quella giudiziaria, e hanno richiamato il principio di separazione dei poteri. Tuttavia, come sottolinea Saltalamacchia, “la sentenza della CEDU emessa il 9 aprile 2024 nel caso KlimaSeniorinnen v. Switzerland ha stabilito che il principio di separazione dei poteri non può essere invocato per impedire ai giudici di pronunciarsi su una causa climatica”. Il team di Giudizio universale ha fatto valere questa pronuncia nel ricorso in appello. La nuova sentenza è attesa nei primi mesi del 2027. > I casi italiani dimostrano che la mobilitazione per il clima attraverso lo > strumento del contenzioso giudiziario, da sola, non è sufficiente. Per > superarne i limiti, l’attivismo legale deve trasformarsi in capitale politico. Un altro contenzioso climatico italiano affronta difficoltà simili. Si tratta del caso La giusta causa, avviato nel 2023 da Greenpeace, ReCommon e dodici cittadini contro la compagnia petrolifera ENI. L’accusa è di aver contribuito in modo sostanziale al cambiamento climatico, investendo nel settore fossile pur conoscendone gli impatti ambientali già dagli anni Settanta. Il procedimento è stato sospeso dal tribunale di Roma ed è ora all’esame della Corte di cassazione, che dovrà stabilire se il tribunale abbia giurisdizione sulla causa. I casi italiani, come anche altri a livello internazionale, dimostrano che la mobilitazione per il clima attraverso lo strumento del contenzioso giudiziario, da sola, non è sufficiente. Per superare i limiti che ne riducono l’efficacia, l’attivismo legale – come ogni altra forma di attivismo – deve trasformarsi in capitale politico. Nelle democrazie, il mezzo a disposizione di ogni cittadina e cittadino per compiere questo passaggio è il voto. Eleggere parlamenti e governi capaci di approvare leggi a tutela del clima, adottare misure concrete contro il riscaldamento globale e porre fine agli incentivi alle fonti fossili è il primo passo per rendere incisiva anche l’azione nei tribunali. Solo così si può provare a scardinare uno dei pilastri dell’impunità climatica: l’idea che gli effetti della crisi siano troppo diffusi, indiretti o lontani nel tempo e nello spazio per poter essere attribuiti a un singolo soggetto. In questo modo, collegare la fusione di un ghiacciaio sulle Ande alle emissioni di una multinazionale in Germania – come nel caso Lliuya – potrebbe non sembrare più un’idea così folle. L'articolo Salvare il mondo in tribunale proviene da Il Tascabile.
ambiente
Scienze
attivismo
cambiamento climatico
climate litigation