C’è una parola che torna, riletta oggi, con una certa ironia della storia:
“ladrona”. Era il marchio di fabbrica della Lega delle origini, quella di
Umberto Bossi morto il 19 marzo scorso, scagliata contro Roma e contro l’uso
distorto dei soldi pubblici. Oggi, a distanza di anni, il partito ha mandato in
Parlamento un suo ex tesoriere condannato in via definitiva proprio per
peculato. Il protagonista è Alberto Di Rubba, eletto alla Camera nel collegio di
Rovigo per sedersi sulla poltrona lasciata libera dal presidente della Regione
Veneto, Alberto Stefani.
Una vittoria che lui stesso rivendica con toni da campagna elettorale appena
conclusa: “È una grande vittoria, che mi rende orgoglioso e profondamente grato.
Voglio ringraziare gli elettori che hanno scelto di darmi fiducia … In queste
settimane qualcuno – ha dichiarato il leghista – ha scelto la polemica e gli
attacchi personali, noi abbiamo scelto i fatti, le proposte e la presenza. Sono
soddisfatto del risultato ottenuto e del fatto che questo modo di fare politica
abbia prevalso. Poter continuare il lavoro iniziato in queste settimane è per me
un onore e una responsabilità ancora più grande. Il mio impegno sarà quello di
portare le istanze del Polesine nelle istituzioni con serietà, presenza e
determinazione”.
Parole che scorrono lisce, come se attorno non ci fosse nulla. Ma attorno,
invece, c’è una sentenza definitiva. Nelle motivazioni della Cassazione, si
legge che deve “ritenersi pienamente accertata la materialità del fatto”. I
giudici hanno “riconosciuto l’esistenza di un accordo collusivo” tra Di Rubba e
altri protagonisti della vicenda per “pilotare la procedura di selezione
dell’immobile di Cormano” e “appropriarsi, tramite consulenze fittizie e
retrocessioni di denaro, di parte dei fondi pubblici erogati da Regione
Lombardia”. Dentro quelle righe c’è tutta la storia: un capannone, una
fondazione pubblica, la Lombardia Film Commission, e un flusso di denaro che –
secondo i giudici – avevano preso una direzione precisa. La stessa Corte parla
di “piena sussistenza del delitto di peculato”. La pena è scesa sotto i tre anni
ed è venuta meno l’interdizione dai pubblici uffici, confische cancellate perché
parte dei soldi era stata restituita, “a titolo di parziale restituzione del
profitto lucrato in favore della Fondazione”.
È in questo spazio – tra una condanna definitiva e una pena che non impedisce la
candidatura- che si inserisce la scelta politica. Matteo Salvini lo candida, il
partito lo sostiene, il collegio blindato lo elegge. Di Rubba aveva continuano a
respingere tutto, parlando di “peculato senza danno”, promettendo battaglia
contro quella che definiva una gogna.
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condannato in via definitiva per peculato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Peculato
Accogliendo la richiesta dei pm Emanuele Secci e Diana Lecca, il tribunale di
Cagliari ha assolto con formula piena l’ex assessora all’Industria della Regione
Sardegna, Alessandra Zedda, nel processo sulla presunta tangente da 80mila euro
legata al fondi Ingenium. Nello stesso processo era sta dichiarata prescritta
l’accusa di peculato per l’ex presidente della Regione e attuale deputato di
Forza Italia, Ugo Cappellacci, e per gli altri imputati Tonio Tilocca e Roberto
Bonanni.
Alessandra Zedda, difesa dall’avvocato Agostinangelo Marras, all’epoca dei fatti
militava nelle fila di Forza Italia, mentre oggi è consigliera comunale a
Cagliari di Lega-Anima Sardegna.
A pagare la presunta tangente, dunque, sarebbe stato Flavio Mallus,
l’amministratore della Fm Fabbricazioni Metalliche, che aveva patteggiato
quattro anni e mezzo di reclusione (anche per bancarotta).
A seguito della presunta tangente, sempre secondo la ricostruzione dei due pm,
l’imprenditore sarebbe stato salvato dal fallimento con 750mila euro di soldi
pubblici riferiti al Fondo Ingenium. In un primo momento l’accusa riteneva che,
per garantire l’accesso al finanziamento, si fossero interessati sia l’ex
governatore che l’allora assessora all’industria. Nel corso del dibattimento era
già stata dichiarata prescritta l’ipotesi di corruzione imputata all’ex
governatore e al commercialista Piero Sanna Randaccio.
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presidente della Sardegna Cappellacci era stato prescritto proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Chiesto il processo per il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, il
meloniano Gaetano Galvagno, che si dovrà presentare il prossimo 21 gennaio
davanti al gup del tribunale di Palermo. Secondo la procura palermitana, guidata
da Maurizio de Lucia, il pupillo del presidente del Senato Ignazio La Russa
risponde dell’accusa di corruzione, falso, peculato e truffa in merito
all’utilizzo dei fondi regionali destinati all’organizzazione di eventi e per
l’uso improprio dell’auto blu. Nell’inchiesta è coinvolta anche l’assessora al
turismo, Elvira Amata, sempre di Fratelli d’Italia, per la quale è già stata
fissata l’udienza preliminare il prossimo 13 gennaio.
LE ACCUSE
Secondo le accuse formulate dai sostituti Felice De Benedittis e Andrea Fusco,
Galvagno in qualità di presidente dell’Ars e della Fondazione Federico II,
insieme alla sua portavoce (poi dimessasi) Sabrina De Capitani Di Vimercate,
avrebbero destinato tra il 2023 e 2024 alle Fondazioni “Tommaso Dragotto” e
“Marisa Bellisario”, di cui referente è stata l’imprenditrice Caterina
Cannariato (indagata per corruzione), 11 mila euro per un apericena legato
all’evento “donna, economia e potere”, altri 27 mila e 200 euro per l’evento “La
Sicilia per le donne”, e 198 mila euro per le edizioni 2023 e 2024 di “Un magico
natale”. In cambio, l’imprenditrice Cannariato avrebbe promesso un incarico, poi
non andato a buon fine, a Martina Galvagno, non indagata e cugina del
presidente; avrebbe nominato nel cda di una sua società Franco Ricci, marito di
De Capitani, e conferito un incarico per un evento a Marianna Amato, indagata
per corruzione e vicina al deputato ex Fdi, Manlio Messina. Inoltre
l’imprenditrice avrebbe dispensato altre consulenze, tramite la Fondazione
Dragotto, alla cerchia del presidente Galvagno formata dalla portavoce De
Capitani, da Amato, Alessandro Alessi e Davide Sottile. I magistrati hanno
chiesto il processo per corruzione per De Capitani, Cannariato, Amato e Alessi,
mentre non risulta Sottile.
PECULATO E FALSO
All’enfant prodige meloniano, gli inquirenti contestano anche l’utilizzo
improprio della sua auto blu e le false documentazioni presentate in regione per
ottenere i rimborsi. L’accusa è di peculato, falso e truffa in concorso con
l’autista Roberto Marino, per 60 spostamenti dell’Audi A6 in cui avrebbe
trasportato “soggetti non autorizzati”. Oltre ai componenti del suo staff
Giuseppe Cinquemani e la portavoce De Capitani, ci sono la sorella Giorgia
Galvagno, il cugino omonimo Gaetano Galvagno e altri parenti Stefania Galvagno e
lo zio Domenico Claudio Galvagno. In due circostante accompagna a casa anche
l’europarlamentare meloniano Ruggero Razza. Spostamenti tra Palermo, Paternò,
città natale di Galvagno, Catania e Messina, per trasferimenti in aeroporto, in
albergo, a casa e al centro commerciale, per comprare farmaci, fiori, generi
alimentari e ritirare kebab e patatine fritte. Secondo la Guardia di finanza di
Palermo, i falsi rimborsi chiesti da Galvagno e Marino, per “inesistenti spese
di missione”, avrebbero indotto “in errore il personale dell’amministrazione
dell’assemblea regionale siciliana” procurando “un ingiusto profitto di 19 mila
e 277,37 euro, di cui 12.849 euro per il rimborso spese e 6528,37 per la
diaria”.
LA DIFESA DI GALVAGNO
Il presidente si è detto sempre estraneo ai fatti, e lo scorso 31 luglio si è
recato a Roma insieme all’assessora al Turismo Amata per essere ascoltato dal
collegio dei probiviri di Fratelli d’Italia in merito all’inchiesta. A novembre,
il collegio difensivo del presidente formato dal professor Vittorio Manes e
dagli avvocati Ninni Reina e Antonia Lo Presti ha depositato una memoria
difensiva con il quale si evincerebbe “l’assenza di ogni rilievo penale”, che
però non ha fatto cambiare idea ai magistrati.
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accusato di corruzione, falso, peculato e truffa proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sequestrati 2 milioni e 460 mila euro all’ex rettore di Messina e già presidente
della Conferenza dei Rettori delle Università italiane, Salvatore Cuzzocrea. È
stato eseguito stamattina dalla Guardia di Finanza di Messina il sequestro,
firmato dal gip del tribunale peloritano, nell’ambito dell’inchiesta per
peculato che coinvolgere l’accademico accusato si aver ottenuto rimborsi
faraonici dal Dipartimento di “ChiBioFarAm” messinese tra il 2019 e il 2023,
molti dei quali finiti a società a lui collegate. Travolto dallo scandalo, il
rettore Cuzzocrea si è in seguito dimesso, per poi essere scelto sette mesi dopo
dalla ministra Anna Maria Bernini per un “incarico in qualità di consigliere del
Ministro dell’Università e della ricerca”.
LA DENUNCIA E L’INCHIESTA
È iniziato tutto nell’ottobre 2023, quando il componente del senato accademico
messinese Paolo Todaro, invia una denuncia della ministra Bernini, al ministro
dell’economia Giancarlo Giorgetti, al collegio dei revisori dei conti
dell’ateneo di Messina, alla Guardia di finanza e Procura peloritana, e persino
alla Corte dei conti e all’Anac. Secondo i dati raccolti da Todaro, il rettore
avrebbe incassato negli anni “40.324,44 euro al mese” di rimborsi, circa
“1.920,21 euro al giorno, esclusi i sabati e le domeniche”. “Una dinamica dei
rimborsi – scrive Todaro nella nota inviata ai revisori dell’ateneo – che ha
avuto un crescendo sistematico: da 157.327 euro nel 2019, una media di 13.110
euro di rimborsi al mese, fino ad arrivare nel 2022 alla cifra di € 828.465
euro, con una media di € 69mila euro di rimborsi al mese”. Cuzzocrea ha
replicato di essere “sereno e tranquillo” e di aver chiesto i rimborsi “solo sui
fondi di ricerca”, e di aver prodotto “262 lavori in 5 anni”. Ma lo scandalo
diventa un macigno, il rettore decide di fare un passo indietro, mentre la
procura lo iscrive per peculato.
SOLDI PER IL MANEGGIO
Ma oltre al caso rimborsi, saltano fuori anche moltissimi pagamenti effettuati
dall’università alla Divaga Società Agricola Srl, azienda agricola fondata nel
2019 per “allevamento di cavalli e equini”, con appena 10mila euro di capitale
sociale, in cui Cuzzocrea detiene le quote insieme alla moglie. Per questo
motivo, con un provvedimento parallelo, la procura di Messina guidata da Antonio
D’Amato, ha ottenuto il sequestro preventivo in via di urgenza di oltre 860 mila
euro, somma che secondo l’accusa il rettore avrebbe distratto a vantaggio della
sua azienda. Anche in questo caso l’accusa è di peculato.
A PROCESSO PER APPALTO ALL’UNIVERSITÀ
Oltre all’indagine sui rimborsi, l’ex rettore Cuzzocrea da giugno è sotto
processo a Messina per turbativad’asta e falso in merito alla gestione di alcuni
appalti per forniture e servizi dell’Ateneo che secondo i rilievi dell’Anac
nell’aprile 2022, erano stati affidati direttamente “al di sopra delle soglie
comunitarie, senza gara obbligatoria, utilizzando in maniera abusiva la
normativa emergenziale”. A processo è finito anche l’ex direttore generale
dell’ateneo, Francesco Bonanno, e gli imprenditori Giuseppe Cianciolo, Santo
Franco, Michelangelo Geraci e Rosaria Irene Ricciardello. Mentre gli
imprenditori Daniele Renna e Raffaele Olivo hanno patteggiato a dieci mesi di
reclusione e seicento euro di multa.
L'articolo Sequetrati 2,5 milioni di euro all’ex rettore dell’Università di
Messina: è accusato di peculato proviene da Il Fatto Quotidiano.