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Tre cacciatori uccisi sui Nebrodi, la doppia pista: un errore durante la battuta o una lite. C’è un indagato
È vicina a una svolta l’inchiesta sulla morte dei tre cacciatori trovati senza vita in un bosco dei Nebrodi messinesi il 28 gennaio scorso. C’è almeno una persona indagata per il triplice omicidio: si tratta dell’amico di Antonio Gatani, 82 anni, il più anziano tra le vittime. L’uomo finito nel mirino degli investigatori, come anticipato martedì da Ilfattoquotidiano.it, era in compagnia di quest’ultimo la mattina nella quale i tre sono rimasti coinvolti nella sparatoria a Montagnareale, paesino in provincia di Messina. Gli sono state sequestrate tutte le armi in suo possesso per effettuare le perizie balistiche in grado di chiarire se qualcuno di quei fucili è tra quelli dai quali è stato fatto fuoco contro Gatani o i fratelli Devis e Giuseppe Pino, rispettivamente 26 e 44 anni. LA MATTANZA NATA PER UN ERRORE DURANTE LA CACCIA? I carabinieri, coordinati dalla procura di Patti, non hanno più alcun dubbio: sulla scena del delitto c’era almeno un’altra persona. E sospettano che fosse proprio il compagno di caccia di Gatani. Sulla dinamica, invece, è ancora necessario far luce. La pista, infatti, non è ancora univoca. Si fanno largo due ipotesi riguardo il contesto che ha portato al triplice omicidio. Da un lato è possibile che l’82enne abbia ferito per errore Devis Pino. A quel punto, il fratello maggiore avrebbe aperto il fuoco contro Gatani, uccidendolo. Il quarto uomo presente sulla scena avrebbe risposto al fuoco ammazzandolo e finendo poi il 26enne, diventato un testimone scomodo, con un secondo colpo esploso da distanza ravvicinata. Una mattanza nata da un fatale sbaglio durante una battuta di caccia. LA SECONDA PISTA: LA LITE PER IL “CONTROLLO” DELLA ZONA Ma non si esclude che le due coppie di cacciatori si siano incrociate durante la battuta e ne sia nato un diverbio. Gatani e il quarto uomo avrebbero rinfacciato ai fratelli Pino, arrivati da un paese a una cinquantina di chilometri di distanza, di essere a caccia in una zona che ritenevano una specie di propria “riserva”, essendo tra l’altro ambitissima per via del maialino nero, molto apprezzato sul mercato. Così sarebbe inizia la sparatoria al termine della quale sono rimasti tre copri a terra, a una trentina di metri l’uno dall’altro, con i propri fucili accanto. INDAGATO IL COMPAGNO DI CACCIA DI GATANI Il compagno di caccia di Gatani, ascoltato già nelle ore successive al triplice omicidio, dice di non aver visto né sentito nulla. Ha sostenuto di essere arrivato con l’82enne nella zona di caccia attorno alle 6 del mattino ma di essersi poi allontanato. Insomma, era nella zona dei delitti ma non presente al momento della sparatoria. Una versione che finora non ha convinto gli investigatori, coordinati dal procuratore Angelo Cavallo e dalla pubblico ministero Roberta Ampolo, che ora indagato formalmente su di lui. L’inchiesta ha fatto un passo avanti e ora una svolta sembra imminente, decisivi saranno gli accertamenti dei carabinieri del Ris di Messina sulle armi. L'articolo Tre cacciatori uccisi sui Nebrodi, la doppia pista: un errore durante la battuta o una lite. C’è un indagato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tre cacciatori morti sui Nebrodi, la pista: “C’era un quarto uomo, è quello che ha sparato”
Il cadavere del fratello più giovane ha svelato le prime verità su quel che è accaduto mercoledì mattina nella campagna di Montagnareale, sui Nebrodi. In contrada Caristia sono stati trovati tre cadaveri. Tutti e tre a pancia in su, tutti e tre equidistanti, a 30 metri circa l’uno dall’altro. Come in una linea retta, ai due estremi Antonio Gatani, 82 anni, e Giuseppe Pino, 44. In mezzo il fratello più piccolo di Giuseppe, Davis Pino, di 26 anni. Il suo corpo è quello che ha dato la chiave di lettura ai medici legali. L’autopsia è stata fatta sabato dal professore ordinario di medicina legale dell’università di Messina, Alessio Asmundo, e da Giovanni Andò. Davis Pino è stato prima ferito e poi gli è stato inferto un colpo mortale a distanza ravvicinata. Chi lo ha ucciso non può essere morto a distanza di 30 metri poco dopo, colpito all’addome. Per questo le indagini si concentrano adesso sulla presenza del quarto uomo. Potrebbe essere nato tutto da un errore, degenerato poi in un triplice omicidio. Ad essere ucciso per primo sarebbe stato Giuseppe Pino. Poi, nello scontro a fuoco che dai primi esami balistici sembra esserci stato tra i tre, sarebbe morto Gatani. Infine Davis Pino sarebbe stato ucciso dal quarto. Questa è al momento la ricostruzione di inquirenti e investigatori, dopo i primi rilievi sul posto e dopo l’autopsia. Il figlio dell’anziano ha subito indicato che il padre non era da solo. Per questo le ricerche si sono concentrate su un uomo in particolare, che nei giorni scorsi è stato interrogato dagli inquirenti, ai quali ha però detto di avere soltanto accompagnato Gatani, per poi andare via. Una versione sempre più traballante, visto gli ultimi esiti. Ma non solo, con loro c’era un cane che è stato ritrovato dentro l’auto di Gatani, qualcuno lo aveva, dunque, messo al sicuro. E se l’uomo che ha accompagnato Gatani era lì durante la sparatoria, perché non ha dato l’allarme? A farlo è stato, infatti, un passante in motocross. L’uomo non risulta al momento indagato ma la sua posizione potrebbe cambiare da un momento all’altro. I carabinieri di Messina, guidati da Lucio Arcidiacono (fu lui a catturare Matteo Messina Denaro, quando era nei Ros), e i magistrati Angelo Cavallo, capo della procura di Patti (Montagnareale è a 3 km di distanza), e la sostituta Roberta Ampolo sono al lavoro per cercare di capire cosa ha scatenato la sparatoria che ha portato ai tre omicidi. I fratelli Pino erano membri di un’associazione venatoria e mercoledì mattina erano partiti da San Pier Niceto, paese sui Nebrodi ma in una zona a 50 km di distanza, per andare in avanscoperta nella campagna di Montagnareale dove si caccia il cinghiale selvatico. Un animale molto aggressivo e considerato pericoloso, per questo nessuno va a caccia da solo in queste zone. Era un’area in cui i Pino erano considerati estranei? In queste zone è noto il fenomeno del furto di animali rivenduti nel mercato nero. I Pino erano diventati testimoni scomodi? Oppure un semplice incidente, degenerato in tragedia? Sono questi gli interrogativi ai quali inquirenti e investigatori stanno cercando di dare una risposta. Decisivi saranno le analisi intrecciate dei tabulati e gli esiti finali degli esami balistici del Ris di Messina, per i quali bisognerà attendere. Intanto i cadaveri sono a disposizione della Procura di Patti per ulteriori accertamenti e sono stati rinviati i funerali. Mentre in paese, a Librizzi, c’è molta apprensione: “Una cosa come questa non era mai successa, non sappiamo spiegarcela e non sappiamo cosa dobbiamo temere”, si sfoga così il sindaco Renato Blasi. L'articolo Tre cacciatori morti sui Nebrodi, la pista: “C’era un quarto uomo, è quello che ha sparato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nei paesi dei cacciatori uccisi sui Nebrodi: “Mai vista qui una cosa simile”. Il faro sulla vittima più anziana
“Due bravi ragazzi, introversi ma integrati nella nostra comunità, inimmaginabile che ci possa essere un’ipotesi diversa da quella dell’incidente, erano due ragazzi serissimi”. Non ha dubbi il sindaco di San Pier Niceto, Domenico Nastasi. Davis e Giuseppe Pino, i fratelli di 26 e 44 anni ritrovati morti mercoledì nella campagna di Montagnareale assieme all’anziano, Antonio Gatani, erano di questo paesino di 2.500 abitanti abbarbicato sui Nebrodi. Qui i Pino avevano preso le redini della ditta edile del padre: “La scorsa settimana ci stavano sistemando due piastrelle in piazza, siamo sconvolti, avevano famiglie e figli, vivevano tra casa, lavoro e credo religioso, ragazzi d’oro”, ha aggiunto il sindaco. I due fratelli Pino erano testimoni di Geova e la loro vita sociale era ridotta: “Non li trovavi al bar, avevano solo questa passione per la caccia”. Non cambia di molto il racconto quando si chiede dell’anziano: “Una bravissima persona, lo conoscevamo, anche se non viveva più qui”, racconta Salvatore Sidoti, sindaco di Montagnareale, il piccolo borgo dove sono stata trovati i cadaveri. Gatani era nato qui, anche se ormai viveva a Patti, la città sulla costa a 3 chilometri di distanza, e andava spesso a Librizzi, dove il figlio ha un’officina meccanica. “Siamo tutti molto preoccupati per quel che è successo, a mia memoria mai niente di simile né a Librizzi né a Montagnareale”, dice il sindaco di Librizzi, Renato Blasi. Due comuni molto vicini, Montagnareale e Librizzi, mentre San Pier Niceto è molto distante. Le comunità si sono risvegliate accomunate da un triplice omicidio avvolto nel mistero: i carabinieri sono al lavoro per ricostruire quanto avvenuto, ma mercoledì hanno dovuto lavorare al buio e giovedì la pioggia potrebbe avere cancellato tracce importanti. Molte persone sono stati ascoltate dagli investigatori durante la notte, quando ormai era chiaro che la pista mafiosa fosse esclusa. Tutti e tre incensurati, tutti e tre trovati equidistanti a una trentina di metri l’uno dall’altro. Ma se per i Pino c’è un legame, non c’è nessuna relazione con l’anziano. E su di lui maggiormente sembra annidarsi il mistero: “Pare strano che fosse da solo, qui si caccia in gruppi perché i cinghiali sono pericolosi”, riflette Blasi. Che ci faceva Gatani a caccia da solo nella campagna di Montagnareale? Questa è una delle domande a cui stanno cercando di rispondere investigatori e inquirenti, si attende il risultato degli esami balistici del Ris e dell’autopsia. Il capo della procura di Patti, Angelo Cavallo, ha affidato l’incarico al medico legale Giovanni Andò, che mercoledì ha già fatto una prima osservazione dei corpi e ha confermato che riportavano ferite d’arma da fuoco, compatibili con quelle di fucili da caccia, come quelli che avevano accanto i cacciatori. L'articolo Nei paesi dei cacciatori uccisi sui Nebrodi: “Mai vista qui una cosa simile”. Il faro sulla vittima più anziana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tre cacciatori trovati morti nel bosco: l’amico del più anziano del gruppo interrogato dai carabinieri
Proseguono le indagini per il triplice omicidio dell’82enne Antonio Gatani di Librizzi, del 42enne Giuseppe Pino e del 26enne Davis Pino, due fratelli di San Pier Niceto. Mercoledì 28 gennaio, i tre cacciatori sono stati trovati morti in una zona boschiva di Montagnareale, in provincia di Messina. A dare l’allarme alle autorità è stato un amico di una delle tre vittime che non lo sentiva da ore. Dopo il ritrovamento dei cadaveri, il procuratore del vicino comune di Patti, Angelo Vittorio Cavallo, e i carabinieri sono rimasti fino a tardi sul posto, che è stato chiuso al pubblico. In caserma, i militari hanno interrogato per tutta la notte del 29 gennaio una persona che andava a caccia con il più anziano del gruppo. Non c’è ancora una pista dominante tra le ipotesi avanzate: per adesso può essersi trattato di un incidente di caccia oppure di una lita finita in tragedia con un doppio omicidio e infine un suicidio– quest’ultima pista, come già raccontato da ilfattoquotidiano.it, secondo indiscrezioni sarebbe la più accreditata. Tutti e tre erano armati di fucile, ma da quanto si apprende ne è stato ritrovato soltanto uno. Foto d’archivio. L'articolo Tre cacciatori trovati morti nel bosco: l’amico del più anziano del gruppo interrogato dai carabinieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tre cadaveri crivellati di colpi trovati in un bosco del Messinese
Tre cadaveri sono stati trovati a Montagnareale (Messina), in una zona boschiva di contrada Caristia. La segnalazione è giunta al numero unico di emergenza 112. I corpi di tre uomini, stando alle prime informazioni, sarebbero stati crivellati da colpi d’arma da fuoco. LE 3 VITTIME ERANO A CACCIA I tre erano usciti stamattina per una battuta di caccia. Sono intervenuti i carabinieri e il magistrato di turno della Procura di Patti. Le tre vittime sono state identificate ma non sono state rese note le generalità. Montagnareale è un piccolissimo comune messinese, sui Nebrodi settentrionali, che dista una decina di minuti in auto da Patti. Notizia in aggiornamento L'articolo Tre cadaveri crivellati di colpi trovati in un bosco del Messinese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Si riapre il “caso Messina”: nuova inchiesta sull’omicidio Bottari, prof universitario ucciso 28 anni fa
Il “verminaio” di Messina, lo definì Nichi Vendola nel 1998 quando la commissione Antimafia sbarcò sullo Stretto denunciando una procura inerte. Adesso, a ventotto anni di distanza, si riapre ufficialmente il caso sull’omicidio di Matteo Bottari, il professore universitario ucciso a Messina il 15 gennaio 1998. La Procura di Messina, guidata da Antonio D’Amato, ha deciso di tornare a indagare su uno dei misteri più fitti della storia cittadina, cercando un filo conduttore tra tre eventi tragici: l’esecuzione di Bottari, il delitto del guardiacaccia Epifanio Zappalà (avvenuto a Cesarò nel 2013) e il suicidio del professor Giuseppe Longo. Le nuove indagini sono state affidate ai Carabinieri, sotto il coordinamento del colonnello Lucio Arcidiacono, lo stesso che ha catturato Matteo Messina Denaro. La notte del delitto: il “Caso Messina”. La sera del 15 gennaio 1998, intorno alle 21, Matteo Bottari — docente e chirurgo, legato alle famiglie più influenti dell’Ateneo, era genero di Guglielmo Stagno d’Alcontres e braccio destro del rettore Diego Cuzzocrea (padre di Salvatore Cuzzocrea, l’ex rettore accusato per il caso dei rimborsi gonfiati) — lascia la clinica Cappellani (all’epoca di proprietà dei Cuzzocrea) dove lavora. Mentre è in auto e parla al cellulare con la moglie, si ferma a un semaforo tra viale Regina Elena e viale Annunziata. Un sicario su uno scooter si affianca e spara un unico colpo di fucile. Bottari muore sul colpo. L’auto va a schiantarsi contro una saracinesca. L’omicidio scuote l’opinione pubblica, portando la Commissione Antimafia a Messina. Le indagini della commissione portano alla luce un intreccio di poteri opachi che viene ribattezzato “Caso Messina”. Le piste del passato e i vicoli ciechi. Per anni, l’inchiesta si è concentrata quasi esclusivamente sull’ambiente universitario e ospedaliero. L’ipotesi più accreditata era quella del movente professionale: Si pensò a un contrasto per la gestione del Padiglione A del Policlinico. Il principale sospettato fu il collega Giuseppe Longo, che però dopo anni di battaglie legali venne scagionato e la sua posizione archiviata. Nel 2006, un altro filone d’inchiesta per favoreggiamento contro figure di spicco dell’Ateneo (tra cui un ex prorettore) si chiuse con la prescrizione. L’accusa era quella di aver taciuto o mentito per ostacolare la verità. E c’è un altro episodio rimasto senza chiarimenti, emerso da un’intercettazione: nel 2008 spuntò un audio registrato nel 2001 in un bar, in cui un imprenditore sembrava parlare del killer di Bottari e di un possibile errore di persona (“Non credete di aver sbagliato vittima?”). Ma anche in questo caso non se ne venne a capo, la guerra tra perizie sulla qualità dell’audio rese la prova inutilizzabile. Le nuove indagini. Il punto di contatto tra i diversi fatti di sangue sembra essere proprio Giuseppe Longo, il gastroenterologo che fu accusato (e scagionato) per la morte di Bottari. Nel marzo 2013, a Cesarò, viene ucciso Epifanio Zappalà. Longo finisce sotto indagine a Catania per questo omicidio, come possibile responsabile. Pochi mesi dopo, il 20 luglio 2013, Longo si toglie la vita a Messina iniettandosi cloruro di potassio. Proprio il legame tra questi tre eventi — i due omicidi e il suicidio del medico — costituisce oggi il fulcro della nuova indagine della Procura di Messina. A quasi trent’anni di distanza, la procura torna, dunque, a fare luce su una delle sue ferite più profonde e mai rimarginate della città. E su intreccio di potere che portò il presidente della commissione antimafia Ottaviano Del Turco a segnalare la stessa procura di Messina al ministero della Giustizia: “Temo che a Messina – commentò nel 1998 Del Turco – sia stato siglato un patto tra Cosa nostra e la ‘ndrangheta per il controllo del territorio. C’è un filo invisibile che sembra legare i mondi della politica, dell’amministrazione, dell’economia”. C’è ancora? A questa domanda proveranno a rispondere D’Amato assieme alla procuratrice aggiunta, Rosa Raffa che si è già occupata del caso tra il 2006 e il 2009 e di quelle indagini – parlando con La Gazzetta del Sud un anno fa – ha detto: «L’intreccio di quei rapporti (tra poteri, ndr) ha costituito l’ostacolo fondamentale alla individuazione di un movente. Di volta in volta emersero causali, anche non gravi, talora contraddette da altri elementi, spesso sovrapponibili”. E ricorda di “avere provato, nettissima, la sensazione che per la comunità cittadina riferibile ai settori di interesse del professore Bottari, le indagini costituissero un problema, un’attività in cui i magistrati dovevano essere lasciati soli ad occuparsene”. L'articolo Si riapre il “caso Messina”: nuova inchiesta sull’omicidio Bottari, prof universitario ucciso 28 anni fa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ti ricordi… Gaetano D’Agostino, il bambino che palleggiando a Palermo vinceva sempre una coca cola (o un gelato)
“Palleggiavo, palleggiavo sempre, e il pallone non cadeva mai eh e allora i grandi sai cosa facevano? Mi portavano fuori dal mio quartiere di Palermo a sfidare gli altri a palleggiare: vincevo sempre io. Loro si giocavano le birre, a me davano una coca cola o un gelato, ma più che per le birre era un vanto avere nel quartiere il bambino più bravo e portarlo in giro”. Quel bambino era Gaetano D’Agostino, palermitano doc, nato il 3 giugno del 1982: undici giorni prima che iniziasse il mondiale in Spagna. “Se chiudo gli occhi il primo ricordo calcistico è proprio quello: i palleggi in giro per Palermo, ancora rivedo il bambino che ero”. Poi quel ragazzino cresce, quei palleggi vengono notati dal Palermo e poi dalla Roma: “In giallorosso un periodo meraviglioso, c’erano Tempestilli, Maldera e poi Bruno Conti… gli devo tanto”. E quel tanto nasce da un “cazziatone” epico di Bruno: “Ero andato in ritiro con Zeman, tornai devastato, poi c’era il torneo di Osimo e feci molto male perché non mi reggevo in piedi. Bruno me ne disse di ogni davanti a tutti: ‘Non ti mando mai più, ti sei montato la testa’ mi fece e io provai a ribattere che il boemo mi aveva distrutto. ‘Non posso accettare queste parole da un ragazzo di sedici anni’ rispose Conti e io là per là ci rimasi male, oggi invece penso a quelle scene e lo ringrazio, aveva ragione”. Tiene duro D’Agostino ed entra nel giro della prima squadra, diventa Campione d’Italia con Capello: “Una decina di panchine, una sola presenza: ti giravi da un lato e c’era Totti, dall’altro Batistuta e poi Samuel, Montella, Emerson, Aldair…eppure non ti escludevano, anzi, venivo coinvolto, ridevo con loro. Ovviamente parlavo pochissimo e con enorme rispetto, ma mi sentivo parte di quel gruppo: lì ho capito che avrei fatto il calciatore”. L’emozione si percepisce quando parla di Bari, dove andrà come contropartita nell’affare Cassano: “Gli anni più belli della mia vita, la prima esperienza da solo: ho ancora tanti amici e devo tornare almeno una volta ogni due anni a Bari perché sono legatissimo a quella terra. E non fu facile eh: con Sciannimanico feci undici panchine consecutive senza mai vedere il campo, poi ne giocai 63 su 64 con la dieci sulle spalle. Bari la porto nel cuore”. Da lì il ritorno alla Roma: “Primo anno con Capello molto bene, poi l’anno maledetto dei quattro allenatori, con Del Neri che anche per colpe non sue andò in confusione, io nel suo gioco per caratteristiche non potevo proprio starci e andai via per il mio bene, mio padre ha ancora un articolo conservato dal titolo “Si sono accorti che era un centrocampista”. Se ne sono accorti a Messina, da un giallorosso all’altro: “Che squadra: in casa nostra perdevano praticamente tutti, io feci sette o otto volte miglior giocatore Sky, e ancora oggi ho un ottimo rapporto con la tifoseria. Poi i Franza chiusero un po’ i rubinetti e si andò a peggiorare”. Per Gaetano invece arriva il momento migliore della carriera: “A Udine trovo Malesani che in un momento di tristezza perché non giocavo mi dice di vedermi davanti alla difesa, io gli dico che quel ruolo non l’ho mai fatto e lui mi tiene 40 minuti extra dopo ogni allenamento a provare…e divento regista”. Non solo regista però, uno dei migliori registi in Italia in quel periodo: “Senza falsa modestia, credo che in quegli anni ero secondo soltanto a Pirlo”. E questo porta l’interesse delle grandi: il Napoli, la Juventus con cui sembra fatta, addirittura il Real Madrid. “Mi sono fermato a pensare a me al Bernabeu con la maglia del Real…non vado oltre, ma mi sono detto che in fin dei conti se non fosse andata bene sarei rimasto nel giro delle grandi, come per altri, purtroppo non è andata così”. Perché non si conclude la trattativa con l’Udinese: “Mi dico che io in campo ho fatto tutto ciò che potevo, oggi sono maturo e non serbo rancore e non ho rabbia, però l’Udinese avrebbe potuto lasciarmi andare, avrebbero monetizzato abbastanza in fin dei conti”. Il rimpianto vero però è uno: “Non aver firmato col Napoli: non ci pensai un minuto perché avevo l’offerta della Juventus ed era praticamente fatta, ma col senno di poi l’errore che ho fatto fu quello”. E poi c’è quel bambino che palleggia, a Palermo: “Se lo incontrassi ora? Gli direi vai amico mio, continua a palleggiare, divertiti”. L'articolo Ti ricordi… Gaetano D’Agostino, il bambino che palleggiando a Palermo vinceva sempre una coca cola (o un gelato) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Messina, l’ex rettore Cuzzocrea e la caccia agli scontrini nel negozio cinese per chiedere i rimborsi all’Ateneo
“Ricordo che il professore mi ha chiesto di raccogliere gli scontrini fiscali che i clienti lasciavano alla cassa, o quelli caduti a terra, per poi consegnarglieli. Forse per questo motivo trovate scontrini di piccolo importo pagati anche in contanti. Nel tempo ho più volte consegnato gli scontrini raccolti direttamente al professore”. Il piccolo importo in questione riguarda soprattutto 7 scontrini, di 1 euro, 1,20, 1,50, 2 euro, o perfino l’esoso 4,50. Sono scontrini, che – secondo quanto ricostruito dalla procura di Messina – un commerciante di un emporio cinese ha dato a Salvatore Cuzzocrea, che a sua volta li ha presentati all’università di Messina, da lui guidata in quel momento, per ottenere un rimborso. Gli scontrini presentati sono arrivati poi alla cifra complessiva di 18.240 euro. Era in questo emporio che l’ex rettore di Messina, e presidente della Crui, la Conferenza dei rettori italiani, aveva acquistato “materiale elettrico per un utilizzo edile (bobine di cavo elettrico anche di dimensione sino a 4 mm, pozzetti, morsetti, canaline, tubo corrugato anche di grosso diametro, faretti, interruttori, prese eсс), nonché casalinghi (detersivi, bacinelle, ferramenta, ruote ecc.) in grandi quantità”. Così si legge nel decreto di sequestro firmato dal gip Eugenio Fiorentino, su richiesta della procuratrice aggiunta Rosa Raffa e delle pm Liliana Todaro e Roberta la Speme. Nelle 700 pagine del decreto che dispone il sequestro di 1 milione 600 mila euro si legge anche dei bonifici fatti da 14 ricercatori. Cuzzocrea è anche ordinario di Farmacologia e a capo di una dozzina di studi di ricerca. “Disconosco le firme apposte su tutte le richieste di rimborso che mi sono state poste in visione, ad eccezione di , non ero a conoscenza del fatto che il prof. Cuzzocrea presentasse delle richieste di rimborso a mio nome”, così racconta uno dei 14 ricercatori, ma le versioni sono un po’ tutte uguali. E un’altra racconta: “Non ero a conoscenza del fatto che il prof. Cuzzocrea presentasse delle richieste di rimborso a nome mio. Solitamente, ci rivolgevamo al prof. Cuzzocrea quando mancava qualcosa in laboratorio, e sapevo che lui anticipasse le spese per l’acquisto del materiale di consumo. Pertanto, quando mi venivano accreditate sul conto corrente personale le somme da parte dell’Università, io procedevo immediatamente a rigirarle al professore Cuzzocrea, pensando che si trattasse di rimborsi per spese da lui sostenute per l’acquisto di materiale da laboratorio che, di volta in volta, gli chiedevamo di acquistare. Pensavo fosse una procedura regolare trattandosi comunque di soldi tracciabili e accreditati sul conto corrente da parte dell’università di Messina, procedura tra l’altro avvallata anche dagli uffici amministrativi”. Non a caso il gip parla dell’esistenza “di un vero e proprio sistema architettato dal Cuzzocrea per appropriarsi di parte dei fondi destinati alla ricerca, di cui egli aveva la disponibilità giuridica, mediante un sistematico abuso delle proprie funzioni pubbliche (di responsabile scientifico dei progetti e di rettore dell’Università), accompagnato dalla predisposizione di atti falsi o di altri artifici, tali da gonfiare gli importi chiesti a titolo di rimborso”, scrive il gip Fiorentino. Che sottolinea anche: “Approfittando del clima di soggezione e, in parte, di lassismo degli organi deputati all’istruttoria ed ai controlli: in taluni casi l’indagato ha chiesto il rimborso quali spese afferenti ai progetti di ricerca di beni destinati alla già menzionata società Divaga, in altri si è addirittura munito di scontrini precedentemente gettati dai clienti all’interno degli esercizi commerciali, ove era solito fare acquisiti”. Ma non è ancora tutto, in un altro caso il comune di Messina aveva a disposizione del basolato in eccesso, frutto di un lavoro ormai concluso in una struttura, ne ha dunque fatto dono all’università di Messina. Quel basolato, però, secondo quanto ricostruito dalle magistrate, è finito nell’ampio maneggio di cui Cuzzocrea è titolare per l’80 per cento (il restante 20 è della moglie). L'articolo Messina, l’ex rettore Cuzzocrea e la caccia agli scontrini nel negozio cinese per chiedere i rimborsi all’Ateneo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sequetrati 2,5 milioni di euro all’ex rettore dell’Università di Messina: è accusato di peculato
Sequestrati 2 milioni e 460 mila euro all’ex rettore di Messina e già presidente della Conferenza dei Rettori delle Università italiane, Salvatore Cuzzocrea. È stato eseguito stamattina dalla Guardia di Finanza di Messina il sequestro, firmato dal gip del tribunale peloritano, nell’ambito dell’inchiesta per peculato che coinvolgere l’accademico accusato si aver ottenuto rimborsi faraonici dal Dipartimento di “ChiBioFarAm” messinese tra il 2019 e il 2023, molti dei quali finiti a società a lui collegate. Travolto dallo scandalo, il rettore Cuzzocrea si è in seguito dimesso, per poi essere scelto sette mesi dopo dalla ministra Anna Maria Bernini per un “incarico in qualità di consigliere del Ministro dell’Università e della ricerca”. LA DENUNCIA E L’INCHIESTA È iniziato tutto nell’ottobre 2023, quando il componente del senato accademico messinese Paolo Todaro, invia una denuncia della ministra Bernini, al ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, al collegio dei revisori dei conti dell’ateneo di Messina, alla Guardia di finanza e Procura peloritana, e persino alla Corte dei conti e all’Anac. Secondo i dati raccolti da Todaro, il rettore avrebbe incassato negli anni “40.324,44 euro al mese” di rimborsi, circa “1.920,21 euro al giorno, esclusi i sabati e le domeniche”. “Una dinamica dei rimborsi – scrive Todaro nella nota inviata ai revisori dell’ateneo – che ha avuto un crescendo sistematico: da 157.327 euro nel 2019, una media di 13.110 euro di rimborsi al mese, fino ad arrivare nel 2022 alla cifra di € 828.465 euro, con una media di € 69mila euro di rimborsi al mese”. Cuzzocrea ha replicato di essere “sereno e tranquillo” e di aver chiesto i rimborsi “solo sui fondi di ricerca”, e di aver prodotto “262 lavori in 5 anni”. Ma lo scandalo diventa un macigno, il rettore decide di fare un passo indietro, mentre la procura lo iscrive per peculato. SOLDI PER IL MANEGGIO Ma oltre al caso rimborsi, saltano fuori anche moltissimi pagamenti effettuati dall’università alla Divaga Società Agricola Srl, azienda agricola fondata nel 2019 per “allevamento di cavalli e equini”, con appena 10mila euro di capitale sociale, in cui Cuzzocrea detiene le quote insieme alla moglie. Per questo motivo, con un provvedimento parallelo, la procura di Messina guidata da Antonio D’Amato, ha ottenuto il sequestro preventivo in via di urgenza di oltre 860 mila euro, somma che secondo l’accusa il rettore avrebbe distratto a vantaggio della sua azienda. Anche in questo caso l’accusa è di peculato. A PROCESSO PER APPALTO ALL’UNIVERSITÀ Oltre all’indagine sui rimborsi, l’ex rettore Cuzzocrea da giugno è sotto processo a Messina per turbativad’asta e falso in merito alla gestione di alcuni appalti per forniture e servizi dell’Ateneo che secondo i rilievi dell’Anac nell’aprile 2022, erano stati affidati direttamente “al di sopra delle soglie comunitarie, senza gara obbligatoria, utilizzando in maniera abusiva la normativa emergenziale”. A processo è finito anche l’ex direttore generale dell’ateneo, Francesco Bonanno, e gli imprenditori Giuseppe Cianciolo, Santo Franco, Michelangelo Geraci e Rosaria Irene Ricciardello. Mentre gli imprenditori Daniele Renna e Raffaele Olivo hanno patteggiato a dieci mesi di reclusione e seicento euro di multa. L'articolo Sequetrati 2,5 milioni di euro all’ex rettore dell’Università di Messina: è accusato di peculato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Messina
Peculato
Francantonio Genovese assolto dall’accusa di riciclaggio, ora potrà scontare la condanna definitiva del 2021
La Corte di appello di Reggio Calabria ha assolto l’ex sindaco di Messina ed ex parlamentare del Pd Francantonio Genovese dalle ipotesi di riciclaggio contestate nell’ambito di uno stralcio del processo ‘Corsi d’oro bis’ con la formula “perché il fatto non sussiste”. La Procura generale aveva chiesto la conferma della sentenza di condanna di primo grado. Il procedimento, come ricostruisce il sito della Gazzetta del Sud che pubblica la notizia, era stato aperto nel 2022 dopo il rinvio della Cassazione, e aveva registrato parecchi rinvii d’udienza, trascinandosi fino al 2025. L’attesa per questo verdetto, come ricostruito dal Fattoquotidiano.it, aveva permesso all’ex parlamentare di non scontare una pena invece diventata definitiva. “Già nel 2019 – precisa il suo legale in una nota, l’avvocato Nino Favazzo – la Corte d’appello di Messina, confermando nel resto la sentenza di primo grado, aveva ritenuto insussistenti tali reati, ma la decisione, impugnata dalla Procura Generale di Messina, era stata annullata dalla Corte di Cassazione, con rinvio per nuovo giudizio sul punto alla Corte reggina. Ieri la conferma della assoluzione. Adesso bisognerà attendere il deposito della motivazione e, solo dopo il passaggio in giudicato della sentenza, sarà posta in esecuzione la condanna, a sei anni e otto mesi, già definitiva ma sospesa dall’ottobre 2021. Pena – precisa il difensore – che dovrà essere, tuttavia, sensibilmente ridotta, sia in considerazione del presofferto già subito che di altre riduzioni che saranno tempestivamente richieste”. Nell’ottobre del 2021, ovvero ben 4 anni fa, la Cassazione ha confermato la condanna a 6 anni e 8 mesi che è dunque diventata definitiva. Avendo l’ex primo cittadino della città dello Stretto, già scontato 18 mesi in fase di indagini preliminari – tra carcere e domiciliari – resterebbero da scontare poco più di 5 anni. Genovese era stato arrestato nel 2014, dopo che il Parlamento aveva votato a favore della richiesta d’arresto avanzata dalla procura di Messina. L’allora deputato del Pd era stato coinvolto nello scandalo che aveva travolto l’assessorato regionale alla Formazione. A guidare l’inchiesta era stato Sebastiano Ardita, all’epoca dei fatti procuratore aggiunto a Messina. Nel 2021 la Cassazione aveva confermato la condanna per l’ex deputato, per tentata estorsione ai danni di Ludovico Albert, all’epoca dirigente regionale alla Formazione, e per due casi di reato tributario. La sentenza di 6 anni e 8 mesi era dunque diventata definitiva. L'articolo Francantonio Genovese assolto dall’accusa di riciclaggio, ora potrà scontare la condanna definitiva del 2021 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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