Un tratto della Strada provinciale 6 è franato a Motta Camastra, in provincia di
Messina. Il crollo si è verificato pochi metri prima dell’ingresso nel borgo
arroccato sulle montagne della Valle dell’Alcantara, in concomitanza con
l’ondata di intense piogge che sta investendo in queste ore la Sicilia
nord-orientale. Le immagini dal drone mostrano la strada franata.
L’unico collegamento al momento percorribile per entrare o uscire dal paese è
una strada comunale sulla quale non possono passare i mezzi pesanti e neppure
quelli di soccorso. Il sindaco Carmelo Blancato, su Facebook, ha postato una
foto della frana con la scritta: ‘Avviso importante, interruzione stradale
strada provinciale 6 per crollo muro sottostante, chiusa alla viabilità. Sono
già operativo in contatto con la Protezione civile”.
L'articolo Crolla strada nel Messinese per le forti piogge, disagi a Motta
Camastra: il video dal drone proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un sistema di gestione del lavoro basato su chat WhatsApp, paghe minime e
controllo costante dei tempi di consegna. È il quadro emerso da un’indagine
della Procura di Messina che ha portato alla notifica di un avviso di
conclusione indagini per caporalato nei confronti dell’amministratore unico e di
tre collaboratori di una società operante nel settore del food delivery.
L’operazione è stata condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro
(Nil) di Messina, con il supporto del Gruppo per la Tutela del Lavoro di
Palermo. Al centro dell’inchiesta un sistema che, secondo gli investigatori,
avrebbe coinvolto circa 300 rider, in gran parte studenti universitari e giovani
disoccupati.
PAGHE BASSE E LAVORO ORGANIZZATO VIA CHAT
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i rider venivano contattati e
coordinati attraverso chat su WhatsApp, dove ricevevano istruzioni operative e
aggiornamenti in tempo reale. Il compenso per le consegne sarebbe stato di circa
tre euro ciascuna, con importi che in alcuni casi risultavano inferiori alla
metà di quelli previsti dal contratto collettivo nazionale di lavoro.
In un contesto economico già fragile, sostiene l’accusa, i lavoratori erano
costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare le consegne, esponendosi a
rischi elevati nel traffico pur di raggiungere un livello minimo di guadagno.
IL MECCANISMO DEL “LIBERO” E IL CONTROLLO DEI TEMPI
L’indagine avrebbe portato alla luce quello che gli investigatori definiscono un
vero e proprio sistema di “caporalato digitale”, fondato su un controllo
costante dei rider. Per ridurre i cosiddetti tempi morti tra una consegna e
l’altra, i lavoratori erano obbligati a inviare tramite WhatsApp la parola
“libero” al termine di ogni consegna, aggiornandola ogni minuto.
I responsabili dell’azienda monitoravano così in tempo reale la disponibilità e
i tempi di esecuzione. In caso di ritardi o rallentamenti, i rider venivano
contattati telefonicamente per fornire spiegazioni.
Di fatto, secondo la Procura, i fattorini non avevano la libertà di rifiutare
una consegna. Ogni rifiuto doveva essere “ben motivato”; in caso contrario
scattavano ammonimenti o la perdita della possibilità di ricevere nuovi ordini.
Un meccanismo che, secondo gli investigatori, generava una condizione di totale
subordinazione e costringeva i lavoratori ad accettare ritmi di lavoro
particolarmente intensi.
SANZIONI E RECUPERO DEI CONTRIBUTI
Oltre all’ipotesi di caporalato, agli indagati vengono contestate violazioni
delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro e la responsabilità
amministrativa della società. Per queste irregolarità i carabinieri del Nil
hanno già comminato sanzioni per oltre 66.900 euro. Parallelamente sono state
avviate le procedure per il recupero degli oneri contributivi, previdenziali e
assistenziali non versati, per un importo complessivo di circa 696 mila euro.
Secondo gli investigatori, il sistema si basava sull’utilizzo di contratti di
prestazione occasionale, con il limite di 5.000 euro annui per lavoratore. Una
soglia che i rider non potevano superare, circostanza che avrebbe consentito
all’azienda di impiegare centinaia di fattorini senza stabilizzare i rapporti di
lavoro.
L'articolo Caporalato digitale nel food delivery: indagine a Messina su paghe da
tre euro a consegna proviene da Il Fatto Quotidiano.
Aveva già accoltellato una donna ed era stato condannato per questo Santo
Bonfiglio, l’uomo che lo scorso 9 marzo ha ucciso a Messina la cinquantenne
Daniela Zinnanti. A Bonfiglio erano stati inflitti dieci anni in primo grado per
tentato omicidio della donna con cui conviveva; in Appello, però, la condanna
era stata ridotta a tre anni e il reato ridimensionato a quello più lieve di
lesioni personali. Il 5 settembre del 2008 l’uomo, all’epoca 49enne, era sceso
in strada in mutande a Spadafora, comune della costa tirrenica del Messinese,
per inseguire la convivente che stava scappando da lui: una volta raggiunta
l’aveva presa a calci e pugni, poi era risalito a casa, si era vestito ed era
uscito di nuovo, stavolta con un coltello in mano. Aveva mirato al petto della
donna, che si era difesa con un braccio, prima di essere fermato da un vigile
presente per caso sulla scena e darsi alla fuga in auto. Poco dopo ha chiamato
l’ex moglie, dicendo che stava andando da lei e della figlia di sei anni, e
confessandole l’accaduto: lei aveva avvertito la Polizia facendolo arrestare. La
convivente, invece, era stata ricoverata in ospedale con una ferita profonda al
braccio e varie altre contusioni, per una prognosi di quaranta giorni. In
secondo grado, però, la condanna era stata ridotta di sette anni, nonostante
Bonfiglio avesse già picchiato la donna.
Poi di nuovo i calci e i pugni. Stavolta su Daniela. A maggio dell’anno scorso,
quando la loro relazione era iniziata da poco. Bonfiglio fu messo in custodia
cautelare ai domiciliari per la bellezza di sette giorni, poi la misura fu
attenuata nel più semplice divieto di avvicinamento. La donna aveva ritirato la
denuncia nei suoi confronti, ma il procedimento sarebbe andato avanti, con la
prossima udienza in programma il 25 marzo prossimo. Ma a febbraio ecco un altro
episodio: il gip Salvatore Pugliese sottolinea i comportamenti reiterati, il
pericolo che ripeta la stessa violenza, e dispone infine i domiciliari con
braccialetto elettronico come “misura minima adeguata”. Nel provvedimento non si
menzionano solo genericamente le condanne precedenti. Ma il fatto di aver
picchiato e aggredito con un coltello la compagna non avrebbe dovuto aver peso?
“Andremo fino in fondo in questa vicenda”, assicurano i legali della famiglia di
Daniela, Filippo Brianni, Gianfranco Briguglio e Giorgio Italiano. Intanto
emergono i primi particolari dall’autopsia svolta dal medico legale Alessio
Asmundo: le coltellate inferte a Daniela sono state più di trenta, di cui una
alla gola. La vittima, ritrovata dopo un giorno dalla figlia, deve dunque essere
morta in un breve arco di tempo. Nessuna lenta agonia. Alcune ferite alle mani,
invece, raccontano come la donna abbia tentato di difendersi.
L'articolo Femminicidio Daniela Zinnanti, il killer Santo Bonfiglio aveva già
accoltellato la ex: la condanna a sette anni per lesioni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Una donna di 50 anni, Daniela Zinnanti, è stata uccisa ieri sera nella sua
abitazione di via Lombardia, nel quartiere Lombardo a Messina. Il corpo della
vittima è stato trovato all’interno dell’appartamento con numerose ferite da
arma da taglio. Sull’ennesimo femminicidio indaga la polizia, che nelle ore
successive al delitto ha fermato Santino Bonfiglio, 67 anni, ex compagno della
donna. L’uomo è stato portato in questura per essere interrogato dagli
investigatori e, secondo quanto trapela, avrebbe confessato l’omicidio.
Secondo quanto emerso dalle prime indagini della Squadra mobile, l’uomo si
sarebbe presentato a casa della donna con l’intenzione di parlarle e tentare una
riconciliazione. I due erano separati da diversi mesi e il loro rapporto,
secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori, era da tempo
conflittuale, segnato da continui allontanamenti e riavvicinamenti. Durante
l’incontro la situazione sarebbe degenerata. Dopo essere stato respinto,
Bonfiglio avrebbe preso un coltello e colpito la ex compagna più volte,
sferrando numerosi fendenti che non le hanno lasciato scampo.
A fare la tragica scoperta è stata la figlia della vittima. Non riuscendo a
contattare la madre, la giovane si è recata nell’appartamento e ha trovato il
corpo senza vita. Alla vista della scena ha avuto un malore ed è stata soccorsa
e trasportata in ospedale. Nel corso delle indagini gli investigatori hanno
recuperato anche l’arma del delitto: un coltello trovato vicino a un cassonetto
non lontano dall’abitazione della donna. Dai primi accertamenti è emerso inoltre
che circa un mese fa Bonfiglio avrebbe aggredito Zinnanti, che era stata
costretta a ricorrere alle cure dei sanitari in ospedale. In quell’occasione la
donna avrebbe presentato una denuncia poi successivamente ritirata.
Gli investigatori hanno anche chiarito che il 67enne era stato sottoposto agli
arresti domiciliari con braccialetto elettronico per reati contro la persona,
misura dalla quale era tornato libero da alcune settimane. Dopo la confessione
l’uomo è stato trasferito in carcere, mentre proseguono le indagini per
ricostruire nel dettaglio la dinamica dell’omicidio e verificare eventuali
precedenti episodi di violenza nel rapporto tra i due.
L'articolo Uccisa a coltellate in casa dall’ex compagno: 50enne trovata morta
dalla figlia a Messina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un operaio di 60 anni è morto in un incidente sul lavoro in un’azienda di agrumi
a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Secondo una prima
ricostruzione la vittima stava sbloccando un nastro trasportatore, ma è stato
trascinato dal macchinario rimanendo schiacciato. Inutili i tentativi di
soccorso. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco di Milazzo e i
carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto. I fatti sono avvenuti in tarda
mattinata. In corso le indagini per accertare con esattezza la causa della
morte.
L'articolo Barcellona Pozzo di Gotto, operaio di 60 anni muore travolto da un
nastro trasportatore proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sequestra la sua ex fidanzata, la picchia con calci, pugni e morsi e tenta di
strangolarla. È successo a Giardini Naxos, in provincia di Messina, dove un uomo
41enne è stato arrestato nella prima mattina di oggi per tentato femminicidio ai
danni della sua ex fidanzata.
Il provvedimento restrittivo nasce da un intervento eseguito dai carabinieri
della compagnia di Taormina nella notte tra sabato 21 e domenica 22 febbraio. A
dare l’allarme sono stati i genitori della vittima 35enne (che aveva chiesto
aiuto a loro dopo essere riuscita a rientrare in possesso del telefonino),
spiegando che la figlia era stata segregata e violentemente percossa all’interno
della sua abitazione di Giardini Naxos. Di fronte al rifiuto della donna di
ricucire un rapporto a cui aveva messo fine a settembre 2025, il 41enne avrebbe
rinchiuso la compagna nella casa di lei, impedendole di uscire. L’avrebbe poi
percossa con calci, pugni e morsi e avrebbe addirittura provato a ucciderla
tentando di strangolarla e di scaraventarla giù dalla tromba delle scale.
Fra i reati contestati all’uomo ci sono quelli di tentato femminicidio, di
recente introduzione, stalking, maltrattamenti e sequestro di persona. In
aggiunta si registra anche il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico
o telematico: l’uomo, infatti, alla ricerca di prove che testimoniassero un
nuovo rapporto della vittima, si era introdotto nella memoria del telefonino di
lei, alla ricerca di informazioni della sfera privata.
La Procura di Messina segnala che in questo caso si è avvalsa dell’ausilio di un
esperto psicologo in attuazione di un protocollo di un’intesa del dicembre 2025
con l’università, l’ordine regionale degli psicologi, il Policlinico I’Asp e
l’ospedale Piemonte – “Centro neurolesi Bonino Pulejo” che garantisce la
reperibilità di esperti in psicologia, durante gli atti di indagine che
coinvolgono vittime di reati ad alto impatto traumatico.
L'articolo Segregata, picchiata e presa a morsi: arrestato l’ex fidanzato 41enne
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non è stato un agguato né un regolamento di conti. È stata, secondo l’ultima
ricostruzione investigativa, una tragica sequenza di errori e reazioni istintive
a trasformare una battuta di caccia in una strage. Un colpo sparato per sbaglio,
un altro per difesa, un terzo forse per panico. Così, nelle campagne di
Montagnareale, il 28 gennaio scorso, tre cacciatori hanno perso la vita nel giro
di pochi minuti. Dopo tre settimane di mistero e indagini serratissime, prende
così forma la ricostruzione di quel che è successo quel giorno, prima del
rinvenimento dei corpi senza vita dei tre uomini. Un mistero che da quella
tragica mattina ha tenuto col fiato sospeso i Nebrodi.
IL MOVIMENTO TRA I CESPUGLI E IL PRIMO SPARO
Tutto comincia con un movimento tra i cespugli. L’82enne Antonio Gatani
imbraccia il fucile e spara. Davanti a lui però non c’è un cinghiale, ma
Giuseppe Pino, 44 anni. Il colpo lo uccide. Anche suo fratello Denis, di 26
anni, viene ferito e risponde al fuoco uccidendo Gatani. A quel punto interviene
il quarto uomo, A.S. di 48 anni: spara anche lui e uccide il 26enne. Tre morti
in pochi istanti: è questa la dinamica emersa dopo 20 giorni di indagini.
I CADAVERI E LE INDAGINI
All’alba di quel mercoledì di gennaio, Devis e Giuseppe Pino, erano partiti
molto presto da San Pier Niceto, per andare in avanscoperta nelle campagne di
Montagnareale. In quel territorio, a 50 km di distanza dalla loro residenza, non
c’erano mai stati. Facevano parte di un’associazione venatoria ed erano andati a
esplorare quella zona, dove è molto praticata la caccia al cinghiale selvaggio,
ignari che avrebbero incontrato la morte. Lì i cinghiali sono molto aggressivi e
si va a caccia in gruppo, o almeno in due. E questo non è un dettaglio
irrilevante: Gatani, trovato morto quella mattina assieme ai fratelli Pino, non
poteva essere solo. Eppure in un primo momento era sembrato così. Ma se c’era
qualcuno insieme all’anziano, non aveva dato l’allarme. Invece, alle 11 del
mattino, a chiamare il 112 è stato un motociclista di passaggio che nota un
cadavere. Arrivano così i carabinieri che trovano anche gli altri due corpi.
SUBITO ESCLUSA LA PISTA MAFIOSA
I tre cacciatori sono a distanza di 30 metri l’uno dall’altro, disposti come su
una linea. Da un capo c’è Giuseppe Pino, dall’altro Gatani e in mezzo Devis. Nei
giorni successivi, nonostante il maltempo, sul luogo tornano i carabinieri e i
magistrati. Angelo Cavallo, capo della procura di Patti – lo stesso che seguì il
caso di Viviana e Gioele nel 2020 – assieme alla sostituta, Roberta Ampolo,
fanno sopralluoghi continui, partendo ogni giorno da Patti, sulla costa,
percorrendo i 3 km di tornanti che la separano dai monti del Messinese. Una zona
nota per essere ad alta densità mafiosa. I magistrati però sono in grado da
subito di escludere la pista mafiosa. Per il resto è nebbia fitta.
IL QUARTO UOMO
Non trapelano notizie, mentre le indagini proseguono a tamburo battente. A dare
le prime indicazioni è l’autopsia, condotta da Alessio Asmundo e Giovanni Andò.
Devis è stato ucciso con un colpo d’arma da fuoco a distanza ravvicinata. Da
qualcuno, dunque, che non è morto a 30 metri di distanza: per questo da quel
momento c’è la certezza della presenza di un quarto uomo. A quel punto
l’attenzione si focalizza sul compagno di caccia di Gatani. Il figlio
dell’82enne, residente nel vicino paesino di Librizzi, aveva subito dichiarato
che suo padre non poteva essere andato da solo ed ha indicato in A.S il
probabile accompagnatore.
LE AMMISSIONI E POI IL SILENZIO
Il 48enne viene, dunque, ascoltato dai magistrati come persona informata sui
fatti, all’inizio prova a negare, poi ammette di essere stato sul posto e di
avere sparato. I magistrati a quel punto fermano l’interrogatorio, perché da
quel momento A.S. doveva essere sentito con l’assistenza di un legale: è
ufficialmente indagato. Poco dopo è proprio l’avvocato d’ufficio a consigliare
al suo assistito di avvalersi della facoltà di non rispondere.
IL VIDEO DELLA BODYCAM
I vestiti del compagno di caccia di Gatani, gli stivali e il fucile vengono
sequestrati e gli viene fatto lo stub, per verificare tracce di polvere da
sparo. Prove non decisive, dal momento che A.S. è un cacciatore. Lo saranno di
più i rilievi balistici, l’esame delle tracce sul terreno, e la bodycam che
Devis Pino aveva addosso. C’è, infatti, un video di quella tragica mattina,
sebbene fosse ancora buio, e la visibilità fosse scarsa. Ma tra le immagini e il
primo racconto – non valido dal punto di vista giudiziario, dal momento che non
è avvenuto in presenza di un avvocato – la nebbia inizia a diradarsi e quel che
è successo la mattina del 28 gennaio comincia a prendere forma.
LA BATTAGLIA LEGALE
Quel movimento tra i cespugli avrebbe ingannato la vista dell’82enne che ha
sparato con un calibro 12 a pallini, ovvero un fucile da cui esce una cartuccia
che si apre mentre i pallini si disperdono formando la “rosa di colpi”. Uno di
questi uccide Giuseppe, un altro ferisce Devis, che a quel punto risponde al
fuoco, uccidendo a sua volta Gatani, a quel punto A.S, potrebbe avere agito
d’impulso, in preda al panico, dando il colpo finale a Devis, per poi andare
via. Questa sarebbe al momento l’ipotesi più accreditata ma ancora si attendono
gli esiti degli esami del Ris di Messina, mentre entro venerdì il 48enne sarà
interrogato nuovamente dai magistrati, stavolta alla presenza dei suoi legali,
Tommaso Calderone e Filippo Barbera, che hanno rinunciato all’incidente
probatorio e annunciato un esposto per violazione del segreto istruttorio. La
battaglia legale è già iniziata.
L'articolo Il movimento tra i cespugli, il primo sparo e la reazione a catena:
come sono morti i tre cacciatori a Montagnareale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Due uomini, padre e figlio, sono stati trovati morti nella loro abitazione nel
quartiere Zafferia, a Messina. A lanciare l’allarme è stato l’altro figlio
dell’anziano, che vive fuori città e da alcuni giorni non riusciva a mettersi in
contatto né con il padre, né con il fratello.
La segnalazione ha fatto scattare l’intervento della polizia. Gli agenti, una
volta giunti sul posto, hanno forzato l’ingresso dell’appartamento sfondando una
finestra e hanno trovato i corpi senza vita dei due uomini, pare in stanze
diverse della casa. Il padre, di circa 80-90 anni secondo le prime informazioni,
era invalido e costretto a letto da tempo, mentre il figlio, cinquantenne,
avrebbe anch’egli sofferto di seri problemi di salute.
Dai primi accertamenti non sarebbero emersi segni di violenza sui corpi. Gli
investigatori escludono anche l’ipotesi di un’intossicazione da monossido di
carbonio: nell’abitazione non sono state trovate stufe e il gas risultava
chiuso. Gli elementi raccolti finora fanno quindi propendere per un decesso
avvenuto per cause naturali, anche se sarà la magistratura a chiarire
definitivamente le circostanze della morte.
Le salme sono state trasferite all’obitorio dell’ospedale Papardo, dove, su
disposizione dell’autorità giudiziaria, potrebbe essere effettuata l’autopsia
per accertare con precisione le cause del decesso di entrambi. Sul caso resta
comunque aperto un fascicolo per consentire tutti gli approfondimenti necessari.
FOTO DI ARCHIVIO
L'articolo Padre e figlio trovati morti in casa a Messina, disposta l’autopsia
proviene da Il Fatto Quotidiano.
È vicina a una svolta l’inchiesta sulla morte dei tre cacciatori trovati senza
vita in un bosco dei Nebrodi messinesi il 28 gennaio scorso. C’è almeno una
persona indagata per il triplice omicidio: si tratta dell’amico di Antonio
Gatani, 82 anni, il più anziano tra le vittime. L’uomo finito nel mirino degli
investigatori, come anticipato martedì da Ilfattoquotidiano.it, era in compagnia
di quest’ultimo la mattina nella quale i tre sono rimasti coinvolti nella
sparatoria a Montagnareale, paesino in provincia di Messina. Gli sono state
sequestrate tutte le armi in suo possesso per effettuare le perizie balistiche
in grado di chiarire se qualcuno di quei fucili è tra quelli dai quali è stato
fatto fuoco contro Gatani o i fratelli Devis e Giuseppe Pino, rispettivamente 26
e 44 anni.
LA MATTANZA NATA PER UN ERRORE DURANTE LA CACCIA?
I carabinieri, coordinati dalla procura di Patti, non hanno più alcun dubbio:
sulla scena del delitto c’era almeno un’altra persona. E sospettano che fosse
proprio il compagno di caccia di Gatani. Sulla dinamica, invece, è ancora
necessario far luce. La pista, infatti, non è ancora univoca. Si fanno largo due
ipotesi riguardo il contesto che ha portato al triplice omicidio. Da un lato è
possibile che l’82enne abbia ferito per errore Devis Pino. A quel punto, il
fratello maggiore avrebbe aperto il fuoco contro Gatani, uccidendolo. Il quarto
uomo presente sulla scena avrebbe risposto al fuoco ammazzandolo e finendo poi
il 26enne, diventato un testimone scomodo, con un secondo colpo esploso da
distanza ravvicinata. Una mattanza nata da un fatale sbaglio durante una battuta
di caccia.
LA SECONDA PISTA: LA LITE PER IL “CONTROLLO” DELLA ZONA
Ma non si esclude che le due coppie di cacciatori si siano incrociate durante la
battuta e ne sia nato un diverbio. Gatani e il quarto uomo avrebbero rinfacciato
ai fratelli Pino, arrivati da un paese a una cinquantina di chilometri di
distanza, di essere a caccia in una zona che ritenevano una specie di propria
“riserva”, essendo tra l’altro ambitissima per via del maialino nero, molto
apprezzato sul mercato. Così sarebbe inizia la sparatoria al termine della quale
sono rimasti tre copri a terra, a una trentina di metri l’uno dall’altro, con i
propri fucili accanto.
INDAGATO IL COMPAGNO DI CACCIA DI GATANI
Il compagno di caccia di Gatani, ascoltato già nelle ore successive al triplice
omicidio, dice di non aver visto né sentito nulla. Ha sostenuto di essere
arrivato con l’82enne nella zona di caccia attorno alle 6 del mattino ma di
essersi poi allontanato. Insomma, era nella zona dei delitti ma non presente al
momento della sparatoria. Una versione che finora non ha convinto gli
investigatori, coordinati dal procuratore Angelo Cavallo e dalla pubblico
ministero Roberta Ampolo, che ora indagato formalmente su di lui. L’inchiesta ha
fatto un passo avanti e ora una svolta sembra imminente, decisivi saranno gli
accertamenti dei carabinieri del Ris di Messina sulle armi.
L'articolo Tre cacciatori uccisi sui Nebrodi, la doppia pista: un errore durante
la battuta o una lite. C’è un indagato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il cadavere del fratello più giovane ha svelato le prime verità su quel che è
accaduto mercoledì mattina nella campagna di Montagnareale, sui Nebrodi. In
contrada Caristia sono stati trovati tre cadaveri. Tutti e tre a pancia in su,
tutti e tre equidistanti, a 30 metri circa l’uno dall’altro. Come in una linea
retta, ai due estremi Antonio Gatani, 82 anni, e Giuseppe Pino, 44. In mezzo il
fratello più piccolo di Giuseppe, Davis Pino, di 26 anni. Il suo corpo è quello
che ha dato la chiave di lettura ai medici legali. L’autopsia è stata fatta
sabato dal professore ordinario di medicina legale dell’università di Messina,
Alessio Asmundo, e da Giovanni Andò.
Davis Pino è stato prima ferito e poi gli è stato inferto un colpo mortale a
distanza ravvicinata. Chi lo ha ucciso non può essere morto a distanza di 30
metri poco dopo, colpito all’addome. Per questo le indagini si concentrano
adesso sulla presenza del quarto uomo. Potrebbe essere nato tutto da un errore,
degenerato poi in un triplice omicidio. Ad essere ucciso per primo sarebbe stato
Giuseppe Pino. Poi, nello scontro a fuoco che dai primi esami balistici sembra
esserci stato tra i tre, sarebbe morto Gatani. Infine Davis Pino sarebbe stato
ucciso dal quarto. Questa è al momento la ricostruzione di inquirenti e
investigatori, dopo i primi rilievi sul posto e dopo l’autopsia. Il figlio
dell’anziano ha subito indicato che il padre non era da solo. Per questo le
ricerche si sono concentrate su un uomo in particolare, che nei giorni scorsi è
stato interrogato dagli inquirenti, ai quali ha però detto di avere soltanto
accompagnato Gatani, per poi andare via.
Una versione sempre più traballante, visto gli ultimi esiti. Ma non solo, con
loro c’era un cane che è stato ritrovato dentro l’auto di Gatani, qualcuno lo
aveva, dunque, messo al sicuro. E se l’uomo che ha accompagnato Gatani era lì
durante la sparatoria, perché non ha dato l’allarme? A farlo è stato, infatti,
un passante in motocross. L’uomo non risulta al momento indagato ma la sua
posizione potrebbe cambiare da un momento all’altro. I carabinieri di Messina,
guidati da Lucio Arcidiacono (fu lui a catturare Matteo Messina Denaro, quando
era nei Ros), e i magistrati Angelo Cavallo, capo della procura di Patti
(Montagnareale è a 3 km di distanza), e la sostituta Roberta Ampolo sono al
lavoro per cercare di capire cosa ha scatenato la sparatoria che ha portato ai
tre omicidi.
I fratelli Pino erano membri di un’associazione venatoria e mercoledì mattina
erano partiti da San Pier Niceto, paese sui Nebrodi ma in una zona a 50 km di
distanza, per andare in avanscoperta nella campagna di Montagnareale dove si
caccia il cinghiale selvatico. Un animale molto aggressivo e considerato
pericoloso, per questo nessuno va a caccia da solo in queste zone. Era un’area
in cui i Pino erano considerati estranei? In queste zone è noto il fenomeno del
furto di animali rivenduti nel mercato nero. I Pino erano diventati testimoni
scomodi? Oppure un semplice incidente, degenerato in tragedia? Sono questi gli
interrogativi ai quali inquirenti e investigatori stanno cercando di dare una
risposta. Decisivi saranno le analisi intrecciate dei tabulati e gli esiti
finali degli esami balistici del Ris di Messina, per i quali bisognerà
attendere. Intanto i cadaveri sono a disposizione della Procura di Patti per
ulteriori accertamenti e sono stati rinviati i funerali. Mentre in paese, a
Librizzi, c’è molta apprensione: “Una cosa come questa non era mai successa, non
sappiamo spiegarcela e non sappiamo cosa dobbiamo temere”, si sfoga così il
sindaco Renato Blasi.
L'articolo Tre cacciatori morti sui Nebrodi, la pista: “C’era un quarto uomo, è
quello che ha sparato” proviene da Il Fatto Quotidiano.