Forse qualcosa è cambiato e la decennale piaga dei concorsi pilotati in ambito
universitario comincia a essere giudicata come avrebbe dovuto essere. Nelle aule
dove le sentenza per abuso d’ufficio si sono dissolte insieme alla norma che
cancellava il reato, ne sono arrivate altre. Due quasi in contemporanea, a
Perugia e Catania, ne sono la testimonianza. E per la prima volta nel capoluogo
umbro lo scambio di favori è stato punito con il reato di corruzione propria. Un
processo figlio di quell’indagine che aveva permesso al giocatore Luis Suarez di
sostenere un esame farsa di italiano ai fine della cittadinanza.
A Perugia, nel processo che ha visto imputati l’ex rettrice dell’Università per
stranieri Giuliana Grego Bolli (nella foto), la docente Stefania Spina
(esaminatrice di Suarez ai tempi dell’inchiesta originaria, ndr), l’ex direttore
di Dipartimento Daniele Piccini e il professore universitario Paolo Di Giovine,
il giudice per l’udienza preliminare ha disposto il rinvio a giudizio. Gli
imputati sono accusati di aver orchestrato una girandola di favori: da un lato,
assicurare il superamento dell’Abilitazione scientifica nazionale (Asn) e la
vittoria di concorsi per alcuni docenti; dall’altro, garantire posizioni
vantaggiose a candidati indicati da colleghi o amici. Un concorso per
ricercatore in Glottologia e Linguistica in cambio della garanzia di una
abilitazione. Tutto avvenuto tra il 2018 e il 2020.
Il meccanismo contestato è quello che altre inchieste in passato hanno in parte
svelato: Grego Bolli, Spina e Di Giovine (presidente della Commissione per
l’abilitazione scientifica nazionale) avrebbero agito per garantire a Spina
l’abilitazione e la vittoria di un concorso, mentre in cambio Di Giovine avrebbe
chiesto che un concorso per ricercatore all’Università per Stranieri di Perugia
fosse assegnato a Valentina Gasbarra, con commissari predisposti. Un secondo
filone riguarda la docente Federica Annamaria Venier, condannata a due anni e
otto mesi, per aver favorito la nomina di Samu Borbala in cambio di un giudizio
positivo per Spina.
Infine, la rettrice avrebbe anche indotto Piccini a non chiamare in servizio la
vincitrice legittima di un concorso, per favorire un candidato interno, Giovanni
Capecchi. Tutto questo in un contesto, secondo la procura di Perugia, in cui
venivano mossi o si muovevano commissari compiacenti. Contattati preventivamente
perché i nomi fossero poi comunicati al direttore del Dipartimento per la
formalizzazione della nomina. Raffaele Cantone, procuratore di Perugia, già ai
tempi dello scandalo Suarez aveva valutato di percorrere la contestazione della
corruzione.
Le parti civili, tra cui l’Università per Stranieri di Perugia, Diana Peppoloni
e Cittadinanzattiva Umbria, hanno ottenuto il riconoscimento del diritto al
risarcimento dei danni. L’udienza dibattimentale per gli imputati principali è
fissata per il 21 settembre 2026.
Se Perugia rappresenta uno dei primi casi in cui lo scambio di favori accademici
si traduce concretamente in rinvio a giudizio e una condanna – di primo grado e
quindi non definitiva – Catania fornisce un’altra conferma della novità nella
giustizia “accademica”. Il processo “Università bandita” si è concluso con sei
condanne e 45 assoluzioni: la maggior parte perché il reato di abuso d’ufficio,
inizialmente contestato, non è più previsto dalla legge. Le condanne vanno dagli
otto mesi ai cinque anni e riguardano, tra gli altri, l’ex rettore Francesco
Basile, condannato a cinque anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici, e
cinque docenti con pene tra gli otto mesi e i due anni, sospese condizionalmente
per cinque anni. L’inchiesta catanese, partita nel 2019 dalla Digos della
Questura di Catania e coordinata dalla Procura etnea, aveva rivelato concorsi
cuciti su misura, favorendo candidati indicati da docenti e amministratori e
danneggiando altri. Lo scandalo portò alle dimissioni dell’allora rettore e alla
convocazione di nuove elezioni universitarie. A Firenze lo scorso dicembre per
il caso della facoltà di Medicina e l’ospedale Careggi, sono cadute
l’associazione a delinquere e l’abuso d’ufficio, ma il giudice ha risposto
cinque rinvii a giudizio per corruzione
Negli ultimi anni almeno nove procure hanno avviato inchieste strutturali in
atenei del Sud (Reggio Calabria, Palermo, Sassari), del Nord (Milano, Torino,
Genova) e del Centro (Perugia, Firenze), rivelando accordi trasversali sulle
singole discipline con candidati favoriti od ostacolati e commissioni
controllate. I numeri sono significativi: quasi 200 tra ricercatori, professori
associati e ordinari, direttori di dipartimento, prorettori e rettori indagati,
decine di bandi di concorso pubblici pilotati. E per chi pensava di ribellarsi
la risposta poteva essere: “Se fai ricorso, ti giochi la carriera”.
L'articolo Lo scambio di favori tra professori universitari? È corruzione. La
sentenza di Perugia: una condanna e quattro a processo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Ed ora il processo al ‘Sistema Sorrento’ inizia davvero. Il Gip di Torre
Annunziata Maria Concetta Criscuolo ha disposto il secondo rinvio a giudizio
immediato per l’ex sindaco Massimo Coppola, ai domiciliari a Valmontone. Con lui
vanno a giudizio il fido ‘Lello il Sensitivo’, ovvero Raffaele Guida, ai
domiciliari in Lombardia, che orientava scelte e decisioni di Coppola leggendo
le carte, e l’architetto Vincenzo Rescigno, anche lui sottoposto a misura
cautelare. La prima udienza è stata fissata il 17 aprile davanti al collegio A
del Tribunale oplontino. Gli avvocati Gianni Pane, Bruno Larosa, Valerio
Stravino, Giuseppe Stellato e Claudio Sgambato hanno ricevuto le notifiche in
queste ore.
Coppola, Guida e Rescigno sono tre indagati per i quali erano state consolidate
al Riesame le accuse a vario titolo di corruzione, turbativa d’asta e peculato.
Accolta la richiesta del pm Giuliano Schioppi, vistata dal procuratore Nunzio
Fragliasso. Un atto che mette il punto sul filone principale dell’inchiesta
della Guardia di Finanza: più di ventimila pagine di documenti e verbali che
attraversano l’intera macchina comunale e un sistema marcio di decine di
appalti, affidamenti e nomine decisi e spartiti dal 2021 in poi secondo logiche
tangentizie.
A novembre Coppola e lo staffista-giornalista Francesco Di Maio erano stati
rinviati a giudizio col rito immediato – prima udienza 20 febbraio 2026 –
nell’ambito del solo filone relativo a Prisma, la cooperativa monopolista a
Sorrento degli appalti refezione scolastica. Ottenuti, secondo le conferme
accusatorie ed autoaccusatorie di Di Maio e dell’imprenditore dominus della
coop, Michele De Angelis, a suon di mazzette concordate con Coppola durante
pranzi e cene organizzate tra case e ristoranti.
Di Maio, difeso dall’avvocato Alessandro Orsi, ha deciso di farsi processare col
rito abbreviato, che prevede porte chiuse, dibattimento sui soli documenti e
sconto di pena di un terzo in caso di condanna. Coppola – che si dimise il 26
maggio, sei giorni dopo l’arresto in flagranza, trascinando l’amministrazione
comunale verso lo scioglimento – non ha ancora optato per un eventuale rito
alternativo: il nuovo rinvio a giudizio immediato potrebbe indurre i suoi
difensori a formulare un’unica decisione per entrambi i processi. O persino
chiederne l’accorpamento.
L'articolo ‘Sistema Sorrento’, secondo rinvio a giudizio per l’ex sindaco
Coppola. Chiusa l’indagine su decine di appalti truccati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) ha chiesto
l’arresto per il consigliere della Regione Campania Giovanni Zannini (Forza
Italia), indagato per i reati di corruzione e concussione. Nell’ambito della
stessa indagine coordinata dell’ufficio inquirente guidato dal procuratore
Pierpaolo Bruni è stata chiesta la misura del divieto di dimora per gli
imprenditori di Castel Volturno Paolo e Luigi Griffo, padre e figlio, titolari
dell’azienda Spinosa Spa, specializzata nella produzione di mozzarella di bufala
campana Dop e dei suoi derivati.
Articolo in aggiornamento
L'articolo Campania, chiesto l’arresto per il consigliere regionale Giovanni
Zannini di Forza Italia: “Corruzione e concussione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame che, il 17
novembre scorso, aveva annullato il decreto di sequestro dei dispositivi
elettronici di Mario Venditti, ex procuratore di Pavia, indagato nel filone
dell’inchiesta per corruzione in atti giudiziari legata al caso Garlasco. Con il
“rigetto totale” del ricorso della Procura di Brescia, la Corte ha ribadito la
propria posizione in merito alla mancanza di una giustificazione adeguata per
procedere con un sequestro così esteso e generico, che avrebbe riguardato
telefoni, pc, tablet e altri dispositivi elettronici di Venditti. I giudici
della Libertà di Brescia, per tre volte, hanno bocciato le istanze della procura
di Brescia.
LA DIFESA
Il ricorso dei pm bresciani mirava a contestare la decisione del Riesame che, il
mese scorso, aveva già annullato un sequestro precedente, eseguito il 24
ottobre, dei dispositivi appartenenti all’ex procuratore. “Non vi è nessuna
ragione di opportunità concreta ed effettiva che imponga la conoscenza di una
mole così vasta di informazioni sulla altrui vita privata”, ha sottolineato
l’avvocato Domenico Aiello, difensore di Venditti, nelle sue osservazioni a
sostegno della restituzione dei beni. Secondo la difesa, la Procura aveva
“tentato l’indiscriminata apprensione di tutti i devices telematici ed
elettronici in uso all’indagato”, senza aver selezionato preventivamente i dati
rilevanti, “indubbiamente estranei alle finalità investigative”. Aiello ha anche
precisato che l’intervallo temporale proposto per le ricerche – ben 11 anni, dal
2014, anno in cui Venditti divenne procuratore aggiunto a Pavia, fino al 2025 –
era “talmente esteso da rendere la perimetrazione richiesta sostanzialmente
inesistente”. Per il legale: “L’ipotesi di corruzione contestata non coinvolge
né i legali della famiglia Sempio, né i suoi consulenti tecnici, né la polizia
giudiziaria in servizio all’epoca, sicché non si comprendono le ragioni,
concrete ed effettive, per cui debbano scandagliarsi milioni di dati contenuti
nei pc, telefoni, tablet del dott. Venditti“.
L’ARGOMENTAZIONE DELLA PROCURA
In risposta alla decisione del Riesame, la Procura di Brescia aveva sostenuto
che “pretendere una puntuale individuazione di specifiche ‘parole chiave’
determinerebbe un gravissimo ed irrecuperabile ‘vulnus’ alla completezza
dell’indagine”. Secondo i pm, infatti, senza un accesso libero e completo ai
dispositivi elettronici di Venditti, l’inchiesta sulla presunta corruzione, che
coinvolge anche Giuseppe Sempio, padre di Andrea Sempio, sarebbe stata
compromessa. L’ipotesi accusatoria sostiene che Venditti, in cambio di denaro,
abbia influenzato l’archiviazione del caso relativo all’omicidio di Chiara
Poggi, un delitto che coinvolge Andrea Sempio. Tuttavia, i giudici del Riesame,
e ora la Cassazione, hanno ritenuto che le argomentazioni della Procura non
fossero sufficienti a giustificare un’indagine così invasiva sulla vita privata
di Venditti, e hanno quindi confermato la restituzione di tutti i dispositivi
elettronici. “Non basta fornire limiti di tempo all’estrazione dei dati di
interesse, se l’intervallo proposto è talmente esteso da rendere la
perimetrazione richiesta sostanzialmente inesistente”, ha osservato Aiello,
sottolineando che la Procura non aveva nemmeno indicato “parole chiave” per
circoscrivere le ricerche.
IL CONTESTO DEL CASO GARLASCO
Il caso Garlasco, che ha visto la condanna di Alberto Stasi per l’omicidio di
Chiara Poggi, continua a essere al centro di nuove indagini. Sebbene l’inchiesta
sull’omicidio sia quasi conclusa, le indagini che riguardano Mario Venditti e
Giuseppe Sempio, incentrate sulla corruzione per favorire l’archiviazione di
Sempio nel 2017, sembrano non trovare i fondamenti giuridici necessari per
sostenere l’accusa. La difesa di Venditti ha fatto presente che l’inchiesta
avrebbe dovuto concentrarsi sui fatti specifici legati alla corruzione e non su
un’analisi esplorativa della vita privata dell’ex procuratore. “L’intento
esplorativo di chi indaga, pur dinanzi ad una ipotesi delittuosa chiara e
circoscritta, è evidente”, ha dichiarato Aiello.
La decisione della Cassazione potrebbe avere implicazioni rilevanti per la
Procura bresciana, che dovrà rivedere le modalità di conduzione dell’indagine.
Venditti, infatti, continua a respingere le accuse di corruzione e la sua difesa
ha sempre sostenuto che non esistano prove concrete a suo carico. “Si cerca
impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della
vittima”, hanno dichiarato i legali dell’ex procuratore, che hanno criticato
l’attività della Procura bresciana, ritenendola “pretestuosa” e senza base
solida.
L'articolo Garlasco, anche la Cassazione conferma il no al sequestro ai
dispositivi dell’ex pm Venditti. “Rigetto totale” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nelle ore immediatamente successive al naufragio dell’Euroferry Olympia, con i
soccorritori che stavano ancora identificando i morti, secondo la Procura di
Roma c’era già chi pensava a depistare le indagini. Mentre a Corfù i magistrati
greci cominciavano a sentire come testimoni i membri dell’equipaggio, la
Grimaldi – compagnia italiana proprietaria della nave – aveva inviato un suo
legale sul posto, “l’avvocato Lauro di Napoli – scrivono gli inquirenti –
insieme a due dirigenti” della compagnia: “Anziché chiederci come stavamo, ci ha
raccomandato cosa dire alla capitaneria. Ci ha detto di non riferire
all’autorità greca che non funzionava l’allarme; di non riferire che non
funzionava il codice di accesso al garage; di non riferire che l’incendio era
partito dal garage 2 e che dovevamo dire che era partito dal numero 3. Credo che
queste indicazioni le desse per conto della Grimaldi”.
LE INDICAZIONI “MINACCIOSE”, SECONDO IL TESTIMONE
A raccontarlo ai pubblici ministeri italiani è un supertestimone. Si chiama
Gianni Nasole, ha 50 anni, è originario di Taranto, ed era imbarcato come
tubista. Le sue clamorose dichiarazioni – respinte dalla compagnia che si dice
certa che le persone coinvolte chiariranno perché si tratta di “comportamenti
incompatibili con la nostra cultura della legalità” – aprono uno squarcio
inedito sul naufragio, avvenuto la notte del 18 febbraio 2022, quando il
traghetto Igoumenitsa-Brindisi, che trasporta oltre 300 persone, prende fuoco
nelle acque greche: nel disastro muoiono almeno 11 persone. Nasole si presenta
agli investigatori solo un anno e mezzo dopo la strage, l’11 luglio del 2023,
dopo che in decine di interrogatori il comandante e i suoi uomini avevano
fornito versioni che, lette oggi, erano esattamente quelle richieste in quelle
prime ore dagli uomini inviati in Grecia dalla società armatrice: “Oltre
all’avvocato – ricorda il supertestimone – c’era il comandante, il primo
ufficiale e il nostromo, che concordavano con lui le cose da non riferire.
Voglio precisare che queste indicazioni ci venivano date in modo minaccioso,
sostanzialmente dicendoci che non ci avrebbe più fatto lavorare”.
IL SUPERTESTIMONE: “CI CHIESERO DI MENTIRE”
E in effetti è proprio ciò che alla fine accadrà: “Sono stato licenziato”. Un
fatto che Nasole ricollega all’essersi rifiutato di mentire: “Non ero più
gradito (…) perché queste persone volevano impormi quello che dovevo dire.
Addirittura sono stato minacciato di non lavorare più per Grimaldi”. Il
marittimo allunga ombre anche sulla traduzione delle testimonianze dall’italiano
al greco: “La Grimaldi ha indicato l’interprete ai greci, quindi non so cosa sia
stato tradotto (…) dopo ogni verbale l’interprete, una donna greca, riferiva al
comandante, all’avvocato e al nostromo quello che avevamo detto (…) qualche
collega ha sentito le telefonate tra interprete, avvocato e comandante”.
L’AVVOCATO PROSCIOLTO DALLE IPOTESI INIZIALI
Va precisato che l’avvocato Francesco Saverio Lauro è stato prosciolto. Nei suoi
confronti la Capitaneria di porto italiana aveva ipotizzato addirittura il reato
di estorsione, per aver tentato di barattare la consegna del Vdr (la scatola
nera) ai pm greci con il dissequestro della nave, con “l’aggravante per
occultare e ottenere l’impunità dei reati legati al disastro”. I magistrati
italiani tuttavia si sono convinti che il legale non abbia commesso alcun reato
e che le azioni compiute rientrassero nel suo ruolo di difensore. Tuttavia le
accuse di depistaggio sono rimaste a carico di otto membri dell’equipaggio.
LE 17 PERSONE CHE RISCHIANO IL PROCESSO
Come svelato da Ilfattoquotidiano.it negli scorsi mesi, i pm italiani hanno
chiesto il rinvio a giudizio per 17 persone, fra cui il comandante della nave
Vincenzo Meglio, accusate a vario titolo di omicidio colposo e disastro. Un alto
dirigente e un consulente della Grimaldi sono indagati per corruzione
internazionale, perché – secondo la tesi dell’accusa – hanno provato a
corrompere le autorità greche con biglietti di manifestazioni sportive. E tra
gli indagati c’è anche l’ad della compagnia Grimaldi Euromed Spa, Diego Pacella,
perché avrebbe tentato di cambiare bandiera alla nave, per poi farla smaltire in
Turchia, aggirando le norme europee. Ma perché poi sarebbe stato così importante
cambiare versione, e, in particolare, spostare l’inizio dell’incendio dal garage
2 al 3?
LA MENZOGNA SULL’INCENDIO: “DISEGNO CRIMINALE”
La chiave di tutto, secondo gli inquirenti, è che la situazione al garage 2 era
totalmente fuori controllo e in violazione di ogni norma di sicurezza: le porte
basculanti, che avrebbero dovuto essere chiuse proprio in caso di incendi, erano
state lasciate aperte; decine di camion erano stipati oltre la capienza di
sicurezza; agli autisti era stato consentito di bivaccare sui loro mezzi, contro
ogni norma; sui tir erano presenti carichi pericolosi; in quello spazio erano
ospitati anche clandestini. “Tale atteggiamento – scrivono gli inquirenti – è
compatibile con il raffinato e spregiudicato disegno criminale, in base al
quale, l’idea di convincere inquirenti e opinione pubblica che l’incendio fosse
scoppiato al garage 3, avrebbe potuto giustificare la mancata attivazione
dell’impianto antincendio a CO2 (poiché asservito allo spegnimento di eventuali
incendi nel solo del garage 2) (….) proprio tale dolosa omissione del comandante
(che in realtà deve correlarsi alla consapevolezza della presenza di autisti
all’interno dei camion e anche della possibile presenza di clandestini),
supportato dalla Dpa della compagnia, ha determinato non solo la perdita della
nave e del suo carico, ma anche la morte di 11 passeggeri (proprio 11 autisti
che erano rimasti a dormire nei loro mezzi all’interno dei garage, con il
benestare dell’equipaggio)”.
L’ALLARME NON AZIONATO: “MORIVANO TUTTI LO STESSO”
La consapevolezza della presenza di molte persone in un luogo della nave dove
non dovevano stare, è insomma secondo i magistrati la ragione che ha impedito al
comandante Meglio di azionare gli allarmi antincendio ad anidride carbonica,
perché altrimenti avrebbe ucciso sul colpo chiunque si fosse trovato lì: “Per
radio sentivo il nostromo e il primo ufficiale che dicevano che non si poteva
sparare la Co2 – ricorda ancora Nasole – perché c’erano persone al garage 2”.
Una circostanza che emerge anche dalle intercettazioni: “Vedi che secondo me, se
il comandante sparava il Co2 subito al ponte 2, perché il fuoco non era al 3, ma
al 2 al cento per cento…”, dice il nostromo Bartolomeo Renda, uno degli
indagati. “Non morivano i camionisti?”, gli risponde un collega. “Eh, morivano…
Perché non sono morti ugualmente? (…) Se hai sti mezzi, perchè li hai? Quando li
spari, quando non c’è più nulla da fare? (…) Io intanto sparavo il Co2, poi si
vedeva…”.
“PIÙ GENTE CARICAVANO E PIÙ SI GUADAGNAVA”
All’origine della strage ci sarebbe – secondo Nasole – la ricerca del profitto
da parte della compagnia: “Se fossero state rispettate le norme questa tragedia
si sarebbe potuta evitare (…) La notte dell’incidente c’erano troppi mezzi (…)
avevo difficoltà a passare (…) Le porte di accesso al bar venivano lasciate
aperte in modo che i camionisti che mangiavano, bevevano e festeggiavano giù
come se fossero al mare e così potevano salire a comprare l’alcool e altro al
bar e poi riscendere giù dove avevano i tavolini (…) Per far entrare più mezzi
usavano l’ingombro, cioè lo spazio necessario a chiedere le basculanti, utili in
caso di incendi. Devono restare sempre chiuse, ma erano aperte. Ciò accadeva
perché più carico veniva ammesso e più si guadagnava”.
LE PRESSIONI SULL’EQUIPAGGIO: “IO NON DICO IL FALSO”
Nelle intercettazioni affiorano più di una volta le pressioni che l’equipaggio
avrebbe subito dai superiori: “Nostromo, se noi altri quando andiamo a Roma ci
raccontiamo…possiamo fare anche falsa testimonianza (…)”, dice in una telefonata
uno dei marittimi. “Io non ne faccio falsa testimonianza!”, risponde Bartolomeo
Renda, fra gli indagati. “A me quello che dice lui… A me se mi domandano dove
era il fuoco, per me era sempre al ponte 2, non mi interessa quello che dice
lui…”. E, riferendosi alla compagnia: “Noi abbiamo bisogno e siamo dalla parte
della lama del coltello… e loro hanno il manico”. Ancora Renda: “Dovevamo dire:
‘Compà, per me la nave se la possono prendere i greci, io devo andare a casa.
Ammazzati tu e tutta la società’. Purtroppo siamo noi altri gli stupidi, che
acconsentiamo sempre, gli scimuniti”. In una diversa conversazione, un altro
degli indagati, Ilario Cuomo, ipotizza che la compagnia voglia proporre a una
degli indagati, il terzo ufficiale Martina Pietronudo, di “assumersi la
responsabilità di quanto accaduto” in “cambio di un lavoro in ufficio” e di una
“somma di denaro”: “Ho capito – obietta nella conversazione una collega – ma se
ti accolli un fatto del genere, poi il cazzo è mio, legalmente”.
“COMANDÀ, LA POLPETTA È STATA POCA”
Un altro indagato, racconta a un amico di aver nascosto elementi agli
investigatori: “Non potevo tutto come era andata certamente, sennò qui succedeva
un macello esagerato”. Ed ecco un’ulteriore conversazione tra altri due
marittimi, successiva agli interrogatori: “Come siete combinati voi con i
clandestini?”, chiede il primo. “Nel senso, siete coperti, boh?”. “Hanno
ipotizzato che c’erano i clandestini, ma loro non lo sanno”. Mano a mano che
l’inchiesta compie passi avanti, l’impressione è che tra i marittimi serpeggi il
malcontento: “Mi ha chiamato pure Meglio – dice in una telefonata il primo
ufficiale Gaetano Giorgianni, uno degli indagati – Io gli ho detto, sto fatto di
Roma (la testimonianza in Procura) non ci devo andare, perché la polpetta è
stata poca”. Un riferimento che, per chi indaga, si riferisce a un “cattivo
trattamento subito dalla compagnia”.
Nelle intercettazioni emergono anche quelli che per la Procura di Roma sarebbero
dei tentativi di alcuni esponenti della Grimaldi di influenzare le indagini
greche, in particolare per sbloccare il dissequestro della nave: “Ho chiesto a
Lauro di andare lui stesso in Grecia per fare un po’ di pressione”, dice uno dei
più alti dirigenti della società, Antonio Campagnuolo. Campagnuolo è il Dpa
della Grimaldi, quello che un tempo sarebbe stato definito comandante di
armamento. Nei suoi confronti la Capitaneria di porto italiana riserva parole
durissime: “Lo spessore criminale è elevatissimo (…) Altamente pericoloso,
predilige (pressoché esclusivamente) gli aspetti commerciali ed economici, anche
quando tali aspetti richiedono di agire in totale spregio alla legge e in
particolare alla sicurezza della navigazione e dei lavoratori e alla
salvaguardia della vita umana in mare in generale”.
IPOTESI CORRUZIONE: “GLI FACCIAMO AVERE I BIGLIETTI…”
A Campagnuolo viene contestata l’ipotesi di corruzione internazionale: “Siamo a
cumpagniell – dice una telefonata con l’avvocato Lauro in cui, secondo gli
inquirenti, si riferisce a un membro dell’autorità greca – Perché parlandoci più
volte, abbiamo parlato più volte della pallacanestro… Io vengo a vedere la
partita là, tu vieni a vedere la partita qua… sai quei tentativi…”. Un
riferimento che sembra ritornare in un altro dialogo, intercettato il 29 maggio
del 2022, stavolta fra Campagnuolo e un consulente della Grimaldi, Enrico
Mattarelli: “Ti volevo chiedere una roba… Io oggi ho parlato con il mega capo
generale del dipartimento ambientale greco, il quale si è complimentato. È
intervenuto Muzuris, che stava con lui. Io gli ho chiesto un appuntamento
riservato (…) Abbiamo fatto sta chiacchierata, hanno detto complimenti, avete
gestito le cose egregiamente (…) qui chi ci sta rallentando un po’ è il public
prosecutor (…) Cioè questi hai capito, ci siamo messi a parlare, ci andiamo a
vedere la partita, cioè è un personaggio! Ho visto che il Muzuris ha speso tante
parole e questo super mega ammiraglio gli ha lasciato molto il campo libero (…)
è proprio un mio coetaneo questo capitano Muzuris”. “Tu sai che io con Muzuris
ho un ottimo rapporto?” risponde Mattarelli. “Senza fare cose… siccome si è
creato un rapporto positivo, sai ho anche degli amici che hanno la stessa cosa…
magari gli faccio avere dei biglietti per la partita…”. Mattarelli: “Tu dici di
andare là o farli venire qua?”. Campagnuolo: “Questo lo decidiamo con calma, poi
diamo un ordine a Lauro (…) Perché altrimenti non arriviamo da nessuna parte
Enrico”. Sono queste conversazioni ad aver spinto la Procura di Roma a
contestare a Campagnuolo e a Mattarelli l’accusa di corruzione internazionale.
GRIMALDI: “CONDOTTE INCOMPATIBILI CON NOI, CHIARIRANNO”
Una contestazione che i legali respingono in modo fermo, insieme alle molte
altre ipotizzate, fra cui il depistaggio. E che metteranno in discussione nel
corso dell’udienza preliminare, che comincerà a febbraio. Tutte le accuse sono
respinte anche dalla compagnia che, riguardo alle ipotesi di depistaggio e
tentata corruzione contestate dalla procura, “confida che i soggetti coinvolti
chiariranno la loro posizione trattandosi di condotte incompatibili con la
cultura della legalità promossa” da Grimaldi. Relativamente all’incidente, per
quanto riguarda i procedimenti penali in Italia e Grecia, Grimaldi “ribadisce
piena fiducia nell’operato” dei magistrati, “certa di aver sempre adottato i più
alti standard di sicurezza su tutte le navi della propria flotta” definendosi
“leader nella sicurezza della navigazione” sulla base dei dati dell’Agenzia
europea per la sicurezza marittima. La compagnia ha anche voluto “ancora una
volta esprimere il proprio cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria
vicinanza a tutti i passeggeri coinvolti”.
L'articolo “Ci chiesero di mentire, i tir a bordo erano troppi”: il racconto
dell’ex dipendente di Grimaldi sul naufragio dell’Olympia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il deputato regionale di Forza Italia, Michele Mancuso è indagato per corruzione
per un atto contrario ai doveri d’ufficio dalla Procura di Caltanissetta. I
magistrati guidati da Salvatore De Luca ne hanno chiesto l’arresto ai
domiciliari nell’ambito dell’indagine che coinvolge altre cinque persone, sulla
gestione di fondi regionali. Secondo l’accusa infatti, il deputato forzista
avrebbe ricevuto 12mila euro, suddivisi in tre diverse tranche, per favorire
l’associazione Gentemergente destinataria di 98mila euro di fondi regionali per
la realizzazione di spettacoli nella provincia di Caltanissetta. Un
finanziamento figlio delle ‘mance’ dell’Assemblea regionale siciliana, ovvero
fondi pubblici inseriti nel bilancio regionale e destinati a enti, associazioni
o comuni su segnalazione dei singoli deputati, spesso senza bandi.
L’erogazione all’associazione Gentemergente rientra nella manovra di variazione
di bilancio varata da Sala d’Ercole nell’agosto 2024 e concessa sulla base
dell’articolo 44 del ddl “Interventi finanziari urgenti” nel settore turismo,
dal valore totale di 8 milioni e 555mila euro. La squadra mobile di
Caltanissetta e lo Sco di Roma hanno notificato l’invito a comparire, emesso dal
gip per rendere l’interrogatorio preventivo, anche a Lorenzo Gaetano Tricoli e i
rappresentanti legali e componenti dell’associazione sportiva dilettantistica
Genteemergente, Ernesto e Manuela Trapanese e Carlo Rizioli. Per tutti e quattro
sono stati chiesti i domiciliari. Il sesto indagato è Eugenio Bonaffini accusato
di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, per il quale
non è stata chiesta alcuna misura cautelare.
CHI È MANCUSO?
Volto storico di Forza Italia in provincia di Caltanissetta, Mancuso è al
secondo mandato al parlamento siciliano. Nel 2017 ha raccolto con gli azzurri
6.989 preferenze, e nel 2022 invece ha toccato quota 8.289. Attualmente presiede
la Commissione parlamentare speciale per l’esame dei disegni di legge di
modifica dello Statuto, Mancuso è il quinto componente della commissione
antimafia regionale dell’attuale legislazione finito sotto inchiesta, dopo i
casi di autosospensione di Riccardo Gennuso (FI), Carmelo Pace (DC), Giuseppe
Castiglione (Mpa) e Salvo Geraci (Lega), oltre ad essere l’ennesimo deputato
della maggioranza che sorregge il governo regionale di Renato Schifani travolto
da vicende giudiziarie.
LE REAZIONI DELLE OPPOSIZIONI
“Anno nuovo, ennesimo indagato per corruzione nel centrodestra siciliano. Dopo
gli scandali che hanno visto coinvolti esponenti della Dc e di Fdi, oggi tocca
anche ad un deputato regionale di FI, Michele Mancuso, indagato per corruzione e
peculato e per il quale l’accusa ha chiesto gli arresti domiciliari. C’è una
questione etica e morale non più rinviabile che riguarda il metodo con cui
questo governo e questa maggioranza credono di potere ancora guidare la Sicilia,
basato su una distorta concezione di ricerca del consenso, un metodo criminogeno
a cui dobbiamo opporci”, ha commentato il segretario regionale del Pd Sicilia e
deputato nazionale, Anthony Barbagallo. “La richiesta di arresto per il deputato
Mancuso per corruzione rappresenti l’ennesimo sonoro schiaffo alla maggioranza e
alla credibilità del governo Schifani, già ai minimi termini anche per
l’assoluta inefficacia della sua azione”, ha detto il coordinatore regionale e
deputato Ars M5s, Nuccio Di Paola.
L'articolo “Fondi regionali a un’associazione in cambio di soldi”: deputato di
Forza Italia in Sicilia indagato per corruzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Corte d’Appello di Milano, nel processo sul caso chiamato Mensa dei Poveri,
ha deciso di ridurre in modo significativo la condanna inflitta in primo grado
all’ex europarlamentare di Forza Italia Lara Comi. La pena è passata da 4 anni e
2 mesi a 1 anno con sospensione della pena e una multa di 500 euro. La decisione
è arrivata dopo l’assoluzione di Comi dall’accusa di corruzione e da uno degli
episodi di truffa contestati. Dopo la lettura del dispositivo, Comi è scoppiata
in lacrime: “Le mie, dopo 7 anni, sono lacrime di gioia, perché è stato
stabilito oggi che ‘il fatto non sussistè. Ho sempre dimostrato fin dal primo
giorno di essere innocente e continuerò anche in Cassazione (per l’unico capo
d’imputazione rimasto, ndr) a dimostrare l’innocenza per quest’ultimo
pezzettino. Non ho mai preso un euro, ho servito il mio Paese di cui sono
orgogliosa ed è stato dimostrato che non c’è mai stata corruzione”.
Decisiva per l’assoluzione dall’accusa di corruzione è la sopraggiunta
inutilizzabilità delle chat WhatsApp utilizzate in primo grado. Si trattava di
messaggi scambiati nel dicembre 2018 tra Comi e l’avvocata Maria Teresa
Bergamaschi, sua collaboratrice, estratti dal telefono di quest’ultima con il
suo consenso mentre veniva ascoltata come testimone. Messaggi considerati
documenti e quindi utili a ricostruire, secondo l’accusa, un presunto accordo
corruttivo per l’assegnazione di consulenze da parte di Afol Metropolitana
(Agenzia per la Formazione, Orientamento e Lavoro), allora diretta da Giuseppe
Zingale, in un contesto di rapporti politici che coinvolgevano anche Nino
Caianiello, l’allora ras di Forza Italia a Varese e in Lombardia. Nel 2023,
però, questo tipo di messaggi sono stati classificati come “corrispondenza
privata” dalla Corte Costituzionale (caso Open-Renzi). Significa che per i
parlamentari serve l’autorizzazione dell’assemblea di appartenenza. E siccome
nel caso di Comi l’autorizzazione dell’Europarlamento non era stata richiesta,
la Corte d’Appello ha dichiarato le chat inutilizzabili e decaduta l’accusa di
corruzione.
La Corte ha escluso la responsabilità di Lara Comi per la presunta truffa ai
danni del Parlamento europeo relativa all’incarico affidato al giornalista
Daniele Aliverti. I giudici hanno inoltre riconosciuto all’ex parlamentare una
circostanza attenuante, cioè un elemento che riduce la pena legato al
risarcimento economico effettuato da Comi al Parlamento europeo (500 mila euro),
considerato equivalente alle aggravanti. La sentenza ha comportato anche
l’annullamento delle confische disposte in primo grado, cioè il sequestro di
somme o beni, che riguardavano Comi, Aliverti e Carmine Gorrasi, ex segretario
provinciale di Forza Italia. È stata invece confermata la responsabilità per un
altro contratto stipulato con un diverso collaboratore nel periodo tra il 2016 e
il 2017. Gli avvocati di Comi, Antonio Bana e Gianluca Varraso, hanno commentato
che la sentenza ha di fatto cancellato quasi tutte le condanne di primo grado,
ridimensionando ulteriormente un’indagine che sarebbe già stata in parte ridotta
dal Tribunale. I legali hanno anche sottolineato che la Corte d’Appello ha
respinto tutti i ricorsi presentati dalla Procura contro le assoluzioni
pronunciate due anni e mezzo fa.
Il verdetto ha riguardato in tutto 14 imputati. Confermata l’assoluzione dell’ex
vice coordinatore lombardo di Forza Italia, Pietro Tatarella ed è stato assolto
l’ex parlamentare Diego Sozzani. Sono state confermate anche le assoluzioni di
Paolo Orrigoni, patron del gruppo Tigros, e di Mauro De Cillis, ex responsabile
di Amsa. In secondo grado è stata assolta anche l’avvocata Bergamaschi, che in
primo grado era stata condannata a 6 mesi. Ridotte le condanne di alcuni
imputati: l’imprenditore Daniele D’Alfonso ha visto la pena scendere da 6 anni e
mezzo a 5 anni e 2 mesi, mentre per Zingale, ex direttore generale di Afol, la
condanna è passata da 2 anni a 1 anno e 6 mesi. È stato infine assolto anche
Gorrasi che in primo grado era stato condannato a 2 anni. In una nota congiunta,
il vicesegretario nazionale di FI Stefano Benigni e il segretario regionale
Alessandro Sorte hanno espresso soddisfazione per le assoluzioni di Tatarella e
Sozzani. “Rimane l’amarezza per una vicenda che ha causato in questi anni una
sofferenza profonda sul piano umano e personale alle persone coinvolte e alle
loro famiglie: oggi hanno avuto finalmente giustizia”. Ancora: “Siamo fiduciosi
che anche Lara Comi, in Cassazione, potrà dimostrare la sua innocenza,
considerando il sostanzioso ridimensionamento dell’impianto accusatorio che
esclude la corruzione”.
L'articolo Lara Comi, chat inutilizzabili: niente corruzione e condanna ridotta.
“Lacrime di gioia, ho servito il mio Paese” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È lunedì 12 gennaio, la vigilia delle votazioni con cui la Verkhovna Rada – il
Parlamento di Kiev – è chiamato a esprimersi sulle dimissioni del ministro della
Difesa Denys Shmyhal e di quello per la Trasformazione Digitale Mykhailo
Fedorov, nel contesto del maxi rimpasto di governo in corso in Ucraina. Yulia
Tymoshenko, in un’intercettazione ambientale agli atti dell’inchiesta che la
vede indagata per tangenti, sta parlando con un deputato. Quest’ultimo,
ricostruiscono i magistrati dell’Ufficio nazionale (Nabu) e della Procura
specializzata anti-corruzione, le pone un quesito: “Ho solo una domanda: è una
cosa una tantum? E questi ‘dieci’… sono dieci cosa, o come?”. “Una volta al
mese. È una cosa stabile, permanente, per ogni persona”, risponde l’ex primo
ministro. Che poi spiega: “Ecco. Da noi un mese viene considerato come due
sessioni”, ovvero “paghiamo ‘dieci’ per due sessioni, paghiamo in anticipo per
due sessioni”.
I magistrati interpretano l’espressione “dieci” come pagamenti da 10mila dollari
statunitensi e considerano la frase “è una cosa stabile, permanente” come la
spia di un “meccanismo di cooperazione regolare, che prevedeva pagamenti
anticipati ed era concepito per un lungo periodo”. In pratica, secondo gli
inquirenti, Tymoshenko sta discutendo con il parlamentare di un sistema per
comprare i voti che quest’ultimo esprimerà alla Rada. I lavori parlamentari,
come previsto dal calendario ufficiale, alternano settimane dedicate alle
votazioni in aula e settimane dedicate al lavoro nelle commissioni o nei collegi
elettorali. In questo caso le “sessioni” a cui si fa riferimento nell’indagine
sono i periodi di due settimane al mese in cui i deputati sono fisicamente a
Kiev per votare.
Il coordinamento con i circa 20 parlamentari coinvolti nel sistema secondo Nabu
e Sap sarebbe avvenuto tramite app di messaggistica ritenute sicure come Signal
e, secondo quanto ricostruito, i deputati non sarebbero chiamati a esprimersi a
comando solo sui progetti di legge, ma anche nelle votazioni necessarie per
portare a termine il rimpasto di governo. In particolare, Tymoshenko avrebbe
impartito la seguente istruzione: “Votiamo per la rimozione (dei ministri dai
loro incarichi, ndr) e non votiamo per le nomine”.
Tymoshenko, che è stata primo ministro dell’Ucraina nel 2005 e poi tra il 2007 e
il 2010, guida il partito di opposizione Batkivshchyna, che alla Verkhovna Rada
oggi conta 25 seggi. Il 13 gennaio, giorno nel quale il calendario prevede una
sessione plenaria, ha partecipato alla seduta in cui il Parlamento ha espresso
diversi voti necessari per il rimpasto. Quel giorno l’assemblea ha ratificato
con 270 voti a favore le dimissioni dalla carica di primo vicepremier e ministro
della Trasformazione Digitale di Mykhailo Fedorov, oggi nominato titolare della
Difesa. Sempre martedì la Rada ha approvato con 265 voti il passo indietro dalla
guida della Difesa di Denys Shmyhal (che oggi è stato indicato come titolare
dell’Energia) e con 235 voti la rimozione di Vasyl Malyuk da capo del Servizio
di sicurezza interno (Sbu).
L'articolo I pm ucraini: “Così Tymoshenko ha offerto 10mila dollari al mese a un
deputato per comprare i suoi voti” | Le intercettazioni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un meccanismo corruttivo che coinvolgerebbe circa 20 deputati della Verkhovna
Rada. I magistrati che conducono l’inchiesta citano l’articolo 369 del Codice
penale ucraino, che punisce l’offerta o la dazione di un vantaggio illecito a un
pubblico ufficiale, e lo considerano un sistema. “Non si trattava di accordi una
tantum, bensì di un meccanismo di cooperazione regolare, che prevedeva pagamenti
anticipati ed era concepito per un lungo periodo”, scrivono gli inquirenti. In
questo meccanismo l’ex premier ucraina Yulia Tymoshenko avrebbe offerto ai
parlamentari “benefici illegali” in cambio del voto “a favore” o “contro”
determinati progetti di legge e per questo è indagata dall’Ufficio nazionale
(Nabu) e dalla Procura specializzata anti-corruzione (Sapo). Nelle scorse ore la
sede del suo partito Batkivshchyna è stata perquisita.
“Oltre trenta uomini pesantemente armati – ha confermato la stessa Tymoshenko su
Facebook – senza presentare alcun documento, hanno di fatto sequestrato
l’edificio e preso in ostaggio i dipendenti. Non hanno trovato nulla e quindi mi
hanno semplicemente portato via i telefoni di lavoro, i documenti parlamentari e
i risparmi personali, le cui informazioni sono pienamente riportate nella
dichiarazione ufficiale.
Respingo categoricamente tutte le accuse. Sembra che le elezioni siano molto più
vicine di quanto sembrassero. E qualcuno ha deciso di iniziare a fare piazza
pulita tra gli avversari”.
L'articolo Ucraina, l’ex premier Yulia Tymoshenko indagata per corruzione:
“Offrì benefici ad altri deputati in cambio del voto su alcune leggi” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Nel ‘Sistema Sorrento’ fanno capolino le fatture false a una cooperativa di
servizi di guardiania per mascherare le tangenti a Massimo Coppola. L’ex sindaco
è accusato di aver intascato soldi anche da una pratica di superbonus su una
struttura pubblica gestita da un Cda di nomina sindacale. Le rivelazioni portano
la firma del giornalista-staffista Francesco Di Maio, patron di Agorà: fu
assunto da Coppola, ed è Di Maio a dirlo, per garantirgli buona stampa sul
settimanale. I due furono arrestati in flagranza di reato, il 20 maggio scorso,
mentre ricevevano una mazzetta dall’imprenditore di Prisma Michele De Angelis.
Il 20 febbraio comincerà il loro processo.
Di Maio è deciso a vuotare il sacco quando il 23 luglio alle 17.15 si siede
davanti al pm di Torre Annunziata Matteo De Micheli. Inizia a collaborare. Nelle
molteplici vesti di amico di De Angelis, stretto collaboratore del sindaco,
mediatore dei loro rapporti corruttivi, testimone di numerosi incontri tra il
sindaco e i dirigenti municipali che firmavano gli appalti sotto inchiesta, e
capo di un diffuso settimanale locale, il giornalista è in possesso di segreti e
confidenze di primissimo piano che fanno gola alla Procura, provenienti da varie
fonti. Tra cui la soffiata ricevuta da M. S., un pregiudicato di Sorrento per
abusi edilizi e reati violenti, con diversi processi in corso per diffamazioni a
politici e funzionari pubblici, che però si presentava in pubblico come blogger,
pubblicista e portavoce di una associazione di legalità. Su questo punto
torneremo dopo.
Nel verbale che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere, Di Maio racconta come
organizzò e come si svolsero gli incontri riservati tra Coppola e De Angelis
affinché l’imprenditore pattuisse le mazzette al sindaco con le quali conservare
gli appalti di refezione scolastica. Stando alla ricostruzione del giornalista,
Coppola gli indicò la cooperativa La Sorgente “come soggetto giuridico
riconducibile a lui… i soci erano suoi fratelli”. Nei rapporti della Finanza, la
Sorgente è indicata come una delle coop controllate dall’ingegnere Gennaro
Esposito, uno degli arrestati del ‘Sistema Sorrento’, un professionista
vicinissimo al sindaco. I finanzieri hanno rintracciato una fattura di Coppola
per prestazioni legali pagata attraverso una provvista di ‘Sorgente’ girata a
una società di Gennaro Esposito.
Ottenute dal sindaco le rassicurazioni che quei pagamenti sarebbero finiti nelle
sue mani, “De Angelis disse che avrebbe simulato di conferire un incarico di
guardiania per le molteplici sedi della Prisma alla cooperativa La Sorgente”.
Dopo tre bonifici da 1000 euro l’imprenditore avrebbe smesso per la paura che i
suoi fiscalisti si accorgessero che Prisma stava retribuendo un lavoro fittizio.
E dopo uno screzio sull’individuazione di un commercialista da assumere per
finta in Prisma per continuare a girare tangenti ‘fatturate’ – il sindaco
avrebbe indicato Vincenzo Sorrentino, anche lui arrestato nel ‘Sistema
Sorrento’, che De Angelis avrebbe rifiutato perché da consigliere comunale
poteva provocare attacchi e polemiche– l’imprenditore avrebbe chiesto a Di Maio
di veicolare a Coppola la proposta di farsi nominare Ad della Fondazione
Sorrento. Gli avrebbe così girato cash l’indennità di 1500 euro. Per Di Maio “il
sindaco disse che non poteva nominarlo, quell’incarico lo avrebbe dato al
candidato sindaco sconfitto in modo da evitare che questi si potesse poi
ricandidare”. In effetti andò così, fu nominato Mario Gargiulo.
Ai pm il giornalista ha raccontato anche altro. Secondo quanto confidato a Di
Maio dal pregiudicato M. S., che a sua volta sarebbe stato informato da un
consigliere comunale, sulla struttura del Santa Maria delle Grazie di Sorrento
fu ottenuto il superbonus per lavori edili che in realtà non erano mai stati
realizzati e quel denaro fu diviso tra il sindaco, Esposito e una terza persona.
Grazie a questo interrogatorio e all’istanza del suo avvocato Alessandro Orsi,
Di Maio dopo poche settimane otterrà dal giudice la scarcerazione e i
domiciliari fuori regione. Col parere favorevole del pm.
L'articolo Sistema Sorrento, il verbale del giornalista: “Tangenti all’ex
sindaco mascherate da fatture fittizie a una coop” proviene da Il Fatto
Quotidiano.