Nessun arresto e solo quattro misure interdittive per un anno nell’ambito
dell’inchiesta della Procura europea su presunti episodi di corruzione legati
agli appalti informatici finanziati con fondi Ue e Pnrr. Il giudice per le
indagini preliminari di Palermo, Claudia Rosini, ha rigettato quasi in toto la
richiesta dei sedici misure cautelari del 24 febbraio scorso, accogliendo solo
in parte le richieste avanzate dai magistrati dell’Eppo. Il provvedimento –
emesso la settimana scorsa – ha riguardato quattro dei sedici indagati: per
Antonio Fedullo e Cosma Nappa è stato disposto il divieto di esercitare
l’attività professionale, mentre per Luigi Cembalo e Enrico Cafaro è scattata la
sospensione da incarichi legati alla gestione di fondi. Tutte le misure avranno
durata di dodici mesi.
Diversamente da quanto ipotizzato inizialmente dall’accusa, il gip ha respinto
in blocco le sedici richieste di arresti domiciliari presentate alla fine di
febbraio dai procuratori europei delegati. Le contestazioni restano, a vario
titolo, quelle di corruzione e turbativa della libertà degli incanti nelle
procedure di assegnazione delle forniture. Nel corso degli interrogatori sono
emersi elementi che hanno inciso sulla valutazione delle singole posizioni.
Cembalo, docente della facoltà di Agraria della Università degli Studi di Napoli
Federico II, ha ammesso di aver ricevuto dispositivi elettronici in cambio di
favori negli appalti, dichiarandosi disponibile alla restituzione. Gli altri
dodici indagati, invece, restano al momento senza misure cautelari.
Totalmente ridimensionata la posizione di Corrado Leone, collaboratore tecnico
informatico del Cnr. Secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe richiesto beni per
uso personale e gestito un presunto “tesoretto” attraverso il gonfiamento dei
costi. In sede di interrogatorio, però, Leone non solo ha respinto ogni
addebito, ma ha fornito la documentazione a sostegno della sua versione,
dimostrando che il monitor contestato era stato destinato al lavoro da remoto su
un progetto di domotica, mentre le differenze di prezzo sarebbero derivate da
variazioni di mercato e reinvestite in attrezzature per il laboratorio. Il
giudice ha dato atto di questa ricostruzione, evidenziando come l’ipotesi
accusatoria possa essere stata influenzata da un’errata lettura dei fatti.
Esito favorevole anche per Carlo Palmieri, vicepresidente dell’Unione
Industriali di Napoli, per il quale è stata esclusa l’esistenza di indizi di
colpevolezza in relazione all’accusa di turbativa d’asta. Secondo la difesa,
accolta dal giudice, le dichiarazioni rese hanno chiarito integralmente la sua
posizione, portando al rigetto della misura cautelare. “Il giudice di Palermo –
aveva spiegato l’avvocato Marco Campora, legale di Palmieri – alla luce delle
ampie ed esaustive dichiarazioni rese e condividendo la tesi difensiva da noi
sostenuta, ha ritenuto totalmente insussistenti gli indizi di colpevolezza,
azzerando definitivamente l’intero impianto accusatorio mosso nei suoi
confronti”. Stessa decisione per gli altri indagati: Luciano Airaghi, Claudio
Caiola, Giuseppe Cangemi, Giancarlo Fimiani, Roberto Reda, Giuseppe Fucilli,
Ettore Longo, Maria Rosaria Magro, Mario Piacenti e Vito Rinaldi.
Il giudice per le indagini preliminari ha anche accolto l’eccezione di
incompetenza territoriale del Tribunale di Palermo e trasmesso gli atti alla
Procura di Napoli. L’indagine, coordinata dalla Procura europea, affonda le sue
radici a Palermo tre anni fa, a partire da un diverso filone investigativo che
aveva portato all’arresto di una dirigente scolastica del quartiere Zen. Da
quell’episodio — legato a irregolarità nella gestione della mensa e all’acquisto
pilotato di dispositivi elettronici — si è sviluppato un filone più ampio sulle
forniture informatiche e sui possibili scambi illeciti tra pubblico e privato.
L'articolo Appalti informatici e fondi Ue, respinte tutte le richieste di
arresti: il gip dispone quattro misure interdittive proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Grazie al concordato, un patteggiamento in appello a 5 anni e 10 mesi, eviterà
il carcere Antonello Montante, l’ex leader di Confindustria Sicilia finito sotto
processo con l’accusa di corruzione.
Condannato a 14 anni in abbreviato, i giudici gli hanno poi inflitto 8 anni in
appello. La Cassazione ha disposto, però, un rinvio ad altra sezione per il
ricalcolo della pena, non avendo ritenuto sussistenti le accuse di associazione
a delinquere, rivelazione del segreto di ufficio e accesso abusivo al sistema
informatico contestati, insieme alla corruzione, negli altri gradi di giudizio.
Il verdetto è stato messo in esecuzione dalla Procura generale di Caltanissetta
a settembre e l’imprenditore si è presentato nel carcere Bollate di Milano per
scontare la pena. In fase di nuovo appello per il ricalcolo imposto dalla
Cassazione, che nel frattempo ne aveva disposto la scarcerazione in attesa del
nuovo processo, i legali hanno proposto il concordato. Avendo l’imprenditore già
scontato un periodo di detenzione in custodia cautelare la pena finale per
Montante scende sotto i 4 anni, limite fissato per l’eventuale accesso a misure
alternative al carcere.
Montante era finito indagato in un’inchiesta per mafia nel 2015, quando era al
vertice del suo potere. Rispettato leader degli industriali siciliani,
considerato simbolo della ribellione degli imprenditori contro il racket dei
clan, era stato appena designato come componente del cda dell’Agenzia per i beni
confiscati alle mafie. Tre anni dopo era finito agli arresti con l’accusa di
associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Dopo aver scelto
l’abbreviato, in primo grado Montante era stato condannato a 14 anni di carcere,
ridotti a 8 in appello, quando era caduta l’accusa di violenza privata. Secondo
l’accusa, avrebbe compiuto una attività di dossieraggio per colpire gli
avversari, creando una rete di potere che puntava a condizionare la politica
regionale.
L'articolo Antonello Montante concorda la pena in appello ed evita il carcere
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per quale ragione un evento culturale al Comune di Sorrento è costato 105mila
euro, mentre il Comune di Ponza ci spese solo 5mila euro e i Comuni di Capri e
Portofino lo ospitarono gratis, con un semplice patrocinio? Ed è una coincidenza
che l’organizzatore dell’evento sia lo stesso imprenditore della comunicazione a
cui fu commissionato un sondaggio “buono” alla candidatura a sindaco di Massimo
Coppola? Alle risposte su questo nuovo tassello del puzzle del “Sistema
Sorrento” stanno lavorando la Procura di Torre Annunziata e la Guardia di
Finanza di Massalubrense. Hanno in mano un verbale investigativo di Francesco Di
Maio, lo staffista dell’ex sindaco Massimo Coppola. Sono le sue confessioni.
Rilasciate il 23.7.25 mentre è ancora a Poggioreale. Sono le dichiarazioni con
cui otterrà gli arresti domiciliari come premio per la collaborazione.
Davanti al pm Matteo De Micheli, magistrato di punta della procura guidata da
Nunzio Fragliasso, Di Maio parla di Sorrento d’autore (per un lapsus mette a
verbale “Sorrento incontra”, che è un’altra cosa, estranea). Ed insinua che
dietro i costi per lui stratosferici della kermesse ci sia stata merce di
scambio utile al sindaco arrestato per tangenti e tuttora ai domiciliari a
Valmontone, in attesa di feedback alla sua richiesta di patteggiamento.
“Sorrento d’autore” è parte di un format itinerante inventato dallo spin doctor
di campagne elettorali Tiberio Brunetti e da Valentina Fontana. Lo conduce il
marito di Fontana, Gianluigi Nuzzi, il popolare giornalista di cronaca delle tv
berlusconiane che – non c’è bisogno di dirlo – con questa storia non c’entra
assolutamente niente. Weekend di incontri e dibattiti con i big del circuito
politico, imprenditoriale e giornalistico, organizzati tra alcune località
turistiche di pregio. Il nome varia a seconda della location del momento: Ponza
d’autore, Portofino d’autore, Capri d’autore. Tra i loro ospiti del 2024: Matteo
Renzi, Matteo Salvini, Paolo Del Debbio, Giuseppe Cruciani, Daniela Santanché,
Vittorio Sgarbi, Nicola Gratteri, Simona Ventura, Corrado Formigli, e tantissimi
altri.
C’è tappa anche a Sorrento, da anni. E’ parte di un unico progetto, con
identiche grafiche promozionali. Nel 2024 Ponza ha allestito le sue date a
luglio, Capri e Portofino a settembre. A Sorrento arriva al tramonto della
stagione turistica, ad ottobre. Tra gli ospiti in cartellone il ministro Antonio
Tajani, il direttore del Mattino Roberto Napolitano, la criminologa Roberta
Bruzzone, il giornalista Paolo Mieli, il deputato Piero De Luca, l’imprenditore
Gianni Lettieri, il direttore del Tg2 Antonio Preziosi, il giornalista
d’inchiesta Francesco Piccinini.
La premessa è necessaria per pesare le parole di Di Maio. “Sorrento incontra (in
realtà Sorrento d’autore, ndr) fu organizzata da Vis Factor di Brunetti in
collaborazione con Nuzzi, affidamento diretto del Comune per 105mila euro. Negli
altri Comuni della penisola questo tipo di eventi viene fatto gratis o per poche
migliaia di euro, come ha documentato il consigliere Ivan Gargiulo, che fece
delle interrogazioni”.
L’ex stretto collaboratore di Coppola prosegue: “La criticità principale non era
solo l’enorme e ingiustificata spesa ma il fatto che la manifestazione fu
affidata a Brunetti che con Spin Factor (un’altro suo marchio, ndr) ha gestito
la campagna elettorale del sindaco e che ne gestisce tutti i profili social e la
comunicazione in generale. Questa collaborazione perdura dal 1 agosto 2018, e
fin dal primo momento il sindaco per retribuire tale collaborazione affidava
alla società eventi e servizi”.
Per rafforzare il concetto, Di Maio confida al pm: “Sono certo che Brunetti ha
curato la campagna elettorale del sindaco perché all’epoca (Di Maio era il
patron del settimanale locale Agorà, ndr) mi contattò per fare in modo che
pubblicassi un sondaggio favorevole al sindaco e mi confermò che era lui a
seguire la campagna”.
L’ex staffista dettaglia come e con chi Brunetti avrebbe continuato a seguire la
comunicazione social di Coppola anche dopo le elezioni del 2020, ed afferma che
“non è possibile aver pagato 105mila euro per un evento che consisteva in un
palchetto e nel posizionamento di sedie che già c’erano, Gargiulo evidenziò che
furono pagate 4000 euro per ‘fornitura di sedie’ ma erano quelle del Comune già
in loco”. E conclude con un’accusa: “Secondo me il sindaco non ha mai pagato i
servizi della ditta di Brunetti e credo che ogni anno gli veniva affidato questo
evento come retribuzione”.
Ilfattoquotidiano.it ha contattato Brunetti per farlo replicare: “Sono
affermazioni gravi e chi le ha fatte ne risponderà. Per questi eventi, che
organizziamo da anni e che hanno un valore, in altre località raccogliamo degli
sponsor che ci danno somme persino molto più alte, e l’edizione di Sorrento non
è stata per noi nemmeno particolarmente vantaggiosa dal punto di vista
economico. A Sorrento gli sponsor non erano interessati, altrove ne eravamo
pieni. Sì, Massimo lo conosco da tempo, ma il resto è una speculazione che non
trova alcun riscontro, e sono assolutamente sereno”.
L’interrogazione di Gargiulo, che comparava i costi di Sorrento con quelli di
Ponza, Capri e Portofino, ricevette da Coppola una risposta vaga in aula:
“Ipotizzo che a Capri e a Portofino saranno stati pagati con atti separati, da
società partecipate o sponsor privati, mica avranno lavorato gratis”. Era
trascorsa solo una settimana dall’evento e le indagini sul “Sistema”, sotto
traccia, erano in corso da mesi.
L'articolo Sistema Sorrento, il verbale dello staffista del Comune: “Strapagato
un evento con Nuzzi per ricompensare l’organizzatore che lavorava ai social del
sindaco” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un sistema che crea “grave allarme sociale e suscita sfiducia verso l’operato
delle istituzioni“, così scrive il giudice per le indagini preliminari di
Palermo, Filippo Serio. L’inchiesta, non a caso, è già un terremoto politico in
Sicilia, dove piovono le richieste di dimissioni, perfino nei confronti del
presidente della Regione, Renato Schifani: “Questa inchiesta è un macigno sul
governo Schifani”, tuona Antonio De Luca, portavoce del M5s in Sicilia. Al
centro dell’indagine c’è, infatti, il manager della Sanità, Salvatore Iacolino,
uomo a lui molto vicino, almeno fino a qualche tempo fa, quando poi Schifani ha
ceduto alle pressioni di Fdi, che non voleva Iacolino alla guida del
dipartimento regionale della Sanità. A quel punto, il manager e politico si è
avvicinato alla Lega.
IACOLINO E LE INTERMEDIAZIONI NELLA SANITÀ
Le sue intermediazioni nel mondo della Sanità erano a favore di Carmelo Vetro,
uomo d’onore di Favara, scarcerato nel 2019 dopo una detenzione di 9 anni per
mafia. Ma non c’è solo Cosa nostra: “Oltre alla pesante dote mafiosa di cui è
portatore alla luce dei trascorsi criminali già accertati (nonché quelli del
padre, già mafioso di vertice della provincia agrigentina), ha messo a frutto
consolidati, variegati e allarmanti rapporti derivanti dalla risalente e attuale
appartenenza alla massoneria, vero e proprio collante tra le più diverse
componenti della società”, così scrivono i magistrati palermitani.
MAFIA, MASSONERIA E APPALTI
Mafia e massoneria, appalti pubblici e sanità, da Favara passando da Palermo,
per arrivare all’Asp di Messina e al Policlinico. L’inchiesta della procura di
Palermo porta le lancette dell’orologio indietro nel tempo e restituisce una
Sanità pubblica pesantemente investita da interessi privati e pressioni
illecite. Una mafia che pare ancora “bianca” come ai tempi del Cuffarismo. Al
centro dell’inchiesta c’è il boss Vetro. Ad assecondare i suoi desiderata,
secondo quanto ricostruito dalla procura di Palermo, guidata da Maurizio de
Lucia, c’è Iacolino, ed è attraverso di lui che si creano una serie di contatti,
anche diretti con altri personaggi di spicco.
CHI È IACOLINO
Ma chi è Iacolino? In nuce uomo di Angelino Alfano, col quale inizia la sua
attività politica ad Agrigento, Iacolino, manager ed ex europarlamentare di Fi,
ha saputo navigare attraverso le ere politiche siciliane. Sebbene molto
contestato e addirittura licenziato dall’Asp di Siracusa, prima dei suoi ultimi
ruoli alla Regione, dove da ultimo era dirigente generale alla Pianificazione
strategica dell’assessorato alla Salute. Accusato anche di non avere fatto nulla
nel caso del ritardo per gli esami istologici dell’Asp di Trapani, dopo avere
ricevuto l’alert del dg di Trapani, Ferdinando Croce. Alla Sanità Iacolino
aspirava al ruolo di dirigente generale, ma le rivolte interne al centrodestra
hanno sbarrato la strada alle sue ambizioni alla guida del dipartimento più
scottante della Regione siciliana. Così il manager si è dovuto accontentare di
andare a guidare l’azienda ospedaliera del Policlinico di Messina. Dove però,
adesso, non andrà. Era stata la rettrice dell’università di Messina, Giovanna
Spatari, a indicarlo alla Regione come primo di una terna di nomi. Adesso è
costretta a intervenire: “Viste le notizie diffuse in queste ore dagli organi di
stampa in merito all’indagine in cui è coinvolto il dottore Salvatore Iacolino,
ritengo necessario che la questione della sua nomina a direttore generale del
Policlinico venga affrontata con decisione, nell’interesse dell’Azienda, della
sua piena funzionalità e della collettività”. Schifani, però, è intervenuto
ancora prima, convocando la Giunta per congelare l’insediamento di Iacolino a
Messina.
COINVOLGIMENTO DELL’ANTIMAFIA E DIRIGENTI PUBBLICI
Ed è proprio a Messina che le ingerenze si erano manifestate con più vigore
all’interno dell’Asp, e con il coinvolgimento addirittura della vicepresidente
dell’Antimafia regionale, la messinese Bernadette Grasso, che tramite il
contatto di Iacolino ha poi avuto rapporti diretti con Vetro. Perfino
l’Antimafia viene così colpita al cuore dell’inchiesta. I magistrati Bruno
Brucoli, Gianluca De Leo e Maria Pia Ticino, guidati dall’aggiunto Vito Di
Giorgio, hanno, infatti, scritto che la vicepresidente dell’Antimafia “ha poi
interloquito direttamente con il Vetro per l’indicazione delle persone da
assumere”. I magistrati della procura guidata da Maurizio De Lucia hanno
svelato, ancora, come Iacolino avesse agevolato “incontri e contatti con
pubblici amministratori, anche con funzioni apicali, tra cui il direttore
amministrativo dell’Asp di Messina Niutta Giancarlo, il direttore generale
dell’Asp di Messina Giuseppe Cuccì e il dirigente generale del dipartimento
della Protezione civile Salvatore Cocina”.
Altra figura chiave dell’inchiesta è Giancarlo Teresi, che nel suo ruolo da
dirigente del Servizio Infrastrutture Marittime agiva come il principale
facilitatore tecnico di Vetro. Teresi operava una vera e propria “segnalazione
vincolante” di Vetro alle ditte aggiudicatarie, costringendole ad avvalersi
dell’An.Sa. Ambiente per i servizi di trasporto e smaltimento. Iacolino metteva
invece a disposizione la sua influenza e la sua rete di relazioni politiche per
favorire gli interessi economici di Vetro nel settore sanitario, agevolando
accreditamenti per società amiche. E sono tante le immagini registrate proprio
all’interno dell’assessorato, che mostrano baci tra Vetro e Teresi e scambi di
buste. Secondo quanto ricostruito dalle indagini della Procura di Palermo, lo
scambio sarebbe arrivato fino a 40 mila euro.
TERESI, FAVORI E SCAMBI DI DENARO
Un impianto accusatorio, quello della procura di Palermo, che si fonda su un
solido reticolo di intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Le
carte dell’inchiesta, culminate nell’ordinanza cautelare e nel decreto di
perquisizione a carico del manager della sanità e del boss Carmelo Vetro,
documentano scambi di favori e consegne occulte, che hanno portato all’arresto
di Vetro e Teresi. Mentre oggi è stata perquisita la casa di Iacolino,
all’interno della quale sono stati trovati 90 mila euro in contanti.
Un’inchiesta che potrebbe rivelarsi uno tsunami sul governo Schifani: “Mentre i
siciliani aspettano mesi per una visita o un ricovero nelle strutture siciliane
– ha sottolineato Di Paola – una nuova pesante inchiesta giudiziaria svelerebbe
l’ennesimo caso di corruzione nei piani alti della sanità regionale. L’inchiesta
che coinvolge Iacolino, già eurodeputato di Forza Italia e oggi ai vertici della
sanità siciliana è un fatto gravissimo. Il presidente della Regione non
riferisce in aula su uno scandalo che ne scoppia subito uno nuovo. Il presidente
Schifani prenda atto del fallimento e si dimetta”.
L'articolo Mafia, massoneria e sanità: l’inchiesta sul manager vicino a Schifani
“terremota” la politica siciliana. Il Gip: “Suscita sfiducia verso le
istituzioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La commissione d’accesso inviata da Prefettura e Viminale per verificare se la
camorra è penetrata nel Comune di Sorrento ha chiesto di acquisire gli atti
municipali fino a maggio 2025. In pratica fino ai giorni dell’arresto e delle
dimissioni dell’ex sindaco Massimo Coppola (nella foto), abbattuto da pesanti
accuse di corruzione intorno a numerosi appalti e affidamenti. E tra gli appunti
di lavoro all’attenzione della commissione coordinata dal vice prefetto Vincenzo
Chieffi, ce n’è uno segnato in rosso: l’assunzione al Comune di uno dei figli
del pregiudicato di camorra Salvatore Langellotto, quattro anni e mezzo di
condanna per concorso nel clan Esposito (espiati), ora in carcere a scontare
altri sette anni per bancarotte e reati fiscali.
Le assunzioni, per la precisione due, a tempo indeterminato e parziale, nel
Comune e nell’azienda speciale consortile per i servizi alla persona, sono
avvenute nel 2024. All’esito di un paio dei concorsi sui quali la Finanza di
Massa Lubrense ha dedicato un capitolo dell’informativa di 1100 pagine sul
“Sistema Sorrento”. Un filone ancora aperto delle indagini coordinate dalla
Procura di Torre Annunziata guidata da Nunzio Fragliasso.
Non è un caso che della commissione d’accesso faccia parte il capitano della
Finanza Francesco Tartaglione, il firmatario di quella informativa, redatta dai
finanzieri Sebastiano Inserra e Francesco Del Pesce. Il terzo componente è il
luogotenente dei carabinieri Giuseppe Donno, comandante del nucleo comando della
Compagnia di Sorrento. Ufficiali delle forze dell’ordine con esperienza e una
profonda conoscenza del territorio della costiera sorrentina. Tornerà utile.
La questione della parentela del professionista, un laureato assunto durante
l’amministrazione Coppola, estraneo alle vicende penali del padre, era emersa
durante le discussioni e le interlocuzioni precedenti in Prefettura. Sul punto
la commissione intende effettuare degli approfondimenti.
Ecco il dettaglio inedito che ilfattoquotidiano.it può rivelare ai suoi lettori.
E’ anche da questa assunzione – ma non solo – che inizierà la verifica della
“sussistenza di tentativi di infiltrazione e/o di collegamenti della criminalità
organizzata nel contesto dell’amministrazione del suddetto Comune”, come ricorda
il comunicato stampa emanato dagli uffici del prefetto di Napoli Michele Di
Bari.
E tra questi presunti tentativi o collegamenti, la commissione accenderà un faro
sugli interessi economici di Langellotto negli atti di competenza del Comune di
Sorrento, quindi su quelli relativi al fondo di Vico III Rota. Un’area verde
violentata da un clamoroso abuso edilizio ed acquisita recentemente al
patrimonio comunale dopo l’inadempienza a un’ordinanza di rispristino.
Una storia che parte da lontano. Si tratta di un ex frutteto sul quale l’impresa
edile della famiglia Langellotto, una quindicina d’anni fa, voleva realizzare un
progetto di 252 box interrati. Salvatore Langellotto era il direttore dei
lavori. Fecero in tempo a radere al suolo una sessantina di alberi tra ulivi,
agrumi e noci, prima che le denunce del presidente Wwf costiero Claudio
d’Esposito e del coordinatore di Italia dei Valori Giovanni Antonetti
stoppassero per sempre l’opera.
Le licenze furono dichiarate illegittime. I commissari ad acta della Provincia
di Napoli che le rilasciarono, condannati con sentenza definita. Il Comune di
Sorrento, che lasciò esercitare i poteri sostitutivi della Provincia restando
inerte alle istanze della Edilgreen srl, era guidato dal sindaco Giuseppe Cuomo.
Socio di Giuseppe Langellotto, padre di Salvatore, in un’altra impresa, la Nizza
srl.
Ora Salvatore Langellotto è sotto processo anche per l’aggressione a d’Esposito,
avvenuta il 26 marzo 2023. Una vendetta per le denunce sull’ex giardino
sorrentino, secondo il capo di imputazione. “Langellotto era il predatore che
con le sue intimidazioni marcava un territorio diventato terra di saccheggio”:
parole del pm Antonio Barba durante la requisitoria del processo. Ha chiesto 5
anni di condanna. La sentenza è attesa il 24 marzo.
L'articolo “Sistema Sorrento”, nel dossier della commissione d’accesso
l’assunzione al Comune del figlio di un pregiudicato di camorra proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il “Sistema Sorrento” è ora oggetto di indagini anticamorra del Viminale. Poco
fa si è insediata la commissione d’accesso al Comune per verificare la
sussistenza di infiltrazioni della criminalità nell’amministrazione comunale.
L’ha nominata il prefetto di Napoli Michele di Bari su delega del ministro
dell’Interno “per verificare la sussistenza di tentativi di infiltrazione e/o di
collegamenti della criminalità organizzata nel contesto dell’amministrazione del
suddetto Comune”, recita la nota di rito diffusa dall’ufficio stampa.
L’accesso avrà durata di tre mesi, prorogabili una sola volta per ulteriori tre
mesi. Il provvedimento è stato notificato nelle mani della commissaria
prefettizzia Rosalba Scialla. Il comune infatti è commissariato da maggio
scorso, dopo l’arresto e le dimissioni del sindaco Massimo Coppola, travolto da
un’indagine su un colossale meccanismo di corruzione su decine di appalti e
affidamenti, per la quale ha confessato e chiesto il patteggiamento. Il “Sistema
Sorrento”, per l’appunto. Della commissione d’accesso fa parte l’ufficiale della
Gdf Francesco Tartaglione, comandante della Finanza di Massa Lubrense, il corpo
di polizia giudiziaria che ha indagato sul “Sistema Sorrento”.
Sul caso Sorrento si era svolta una riunione riservata in Prefettura il 23
febbraio, presenti il prefetto e il procuratore di Torre Annunziata. Si era
conclusa con la decisione del prefetto di proporre al ministro dell’Interno
l’invio della commissione d’accesso.di proporre al ministero dell’Interno
l’invio della commissione d’accesso. Il Viminale ha accolto la proposta in pochi
giorni.
Tra marzo e maggio 2025, nelle settimane che hanno preceduto l’arresto di
Coppola, i parlamentari Sergio Costa e Francesco Borrelli presentarono delle
interrogazioni con le quali chiedevano al Viminale risposte sulle pressioni di
un pluripregiudicato residente a Sorrento, appartenente a una famiglia
invischiata in inchieste sul clan D’Alessandro, per condizionare le decisioni
della politica e degli uffici, e così impedirne l’abbattimento dei suoi abusi
edilizi e la costituzione di parte civile in un processo dove il vice comandante
dei vigili urbani era parte lesa delle sue diffamazioni pubbliche. La stessa
persona che poche settimane fa era tornata a incatenarsi per protesta sotto la
sede del Municipio.
L’interrogazione di Costa, in particolare, si concludeva con la domanda “se la
mancata costituzione di parte civile del Comune di Sorrento e le nomine in
giunta del sindaco Coppola non siano condizionate dalle pressioni e dai
condizionamenti esercitati dall’imputato per diffamazioni persecutorie ai danni
dell’ex vice comandante Bucciero e di numerosi amministratori, politici e
attivisti locali, al fine di tutelare chi sul territorio della costiera
sorrentina si adopera per il rispetto della legge”. Secondo Costa queste vicende
potevano essere il retroscena dell’estromissione dalla giunta della vice sindaco
Filomena Cappiello, avvicendata a febbraio 2025.
L'articolo “Sistema Sorrento”, la prefettura invia la commissione d’accesso:
indagherà sui tentativi di infiltrazione dei clan proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Uomini dei servizi segreti. Dipendenti della Procura generale. Dirigenti apicali
di un’agenzia statale. Poliziotti. Hanno interrogato i database che contengono
informazioni sull’inchiesta “Midas“, cercando notizie sul procedimento e sugli
spostamenti delle auto degli investigatori, e alcune di queste informazioni sono
finite nella disponibilità di almeno due indagati. E’ quanto emerso
dall’audizione tenuta ieri dinanzi alla Commissione per la politica
anti-corruzione del Parlamento ucraino da Semen Kryvonos, capo dell’Ufficio
nazionale anti-corruzione (Nabu), e Alexander Klymenko, numero uno della Procura
specializzata (Sapo), i due organi che conducono l’inchiesta sul maxi-giro di
tangenti per 100milioni di dollari che ha fatto vacillare la presidenza di
Volodymyr Zelensky.
Quattro dipendenti del SBU, il Servizio di Sicurezza dell’Ucraina. Un dipendente
del DBR, l’Ufficio Statale di Investigazione, agenzia che indaga sui reati
commessi dalle alte cariche dello Stato. Due dipendenti dell’Ufficio del
Procuratore Generale, protagonista di un durissimo scontro istituzionale con la
Nabu. Il vicepresidente dell’ARMA, l’Agenzia che gestisce i beni derivanti dalla
corruzione. Un dipendente della Polizia. Hanno tutti consultato l’ERDR, il
Registro unificato delle indagini preliminari, cercando informazioni sul
procedimento n. 52025000000000472, il cosiddetto “Mindich-gate” dal nome dell’ex
socio di Zelensky considerato dagli inquirenti capo della “lavanderia” che fino
al novembre 2025 ha riciclato le tangenti imposte sugli appalti statali di
energia e difesa. Il numero due dell’ARMA ha effettuato la ricerca usando la
parola “Chernyshov Oleksiy”, l’ex vicepremier accusato di aver preso mazzette
per 1,2 milioni di dollari.
“Non c’è una spiegazione logica del perché così tanti funzionari abbiano cercato
informazioni sul procedimento, in alcuni casi per scoprire quali persone sono
coinvolte nel caso“, ha detto Kryvonos ai parlamentari. “La ricerca – ha
aggiunto Klymenko – potrebbe essere stata effettuata per capire quali saranno i
nostri prossimi passi e contrastarli.” “Più di 10.000 persone hanno accesso alle
nostre decisioni – ha spiegato Oleksandr Abakumov, detective principale del
caso, anch’egli presente in audizione -. Con un numero così elevato di persone,
è impossibile mantenere la segretezza delle indagini“.
La sorveglianza non si è limitata ai database giudiziari. Alcuni dipendenti di
SBU, DBR, Polizia e BEB (Ufficio di sicurezza economica dell’Ucraina,
l’organismo responsabile del contrasto ai reati che minacciano l’economia) hanno
monitorato le automobili della Nabu tramite “Città sicura”, il sistema integrato
di videosorveglianza delle strade di Kiev, il cui accesso è riservato a soggetti
autorizzati per motivi di pubblica sicurezza. “Conoscendo il numero di targa dei
veicoli è possibile tenere traccia dei loro spostamenti – ha spiegato il capo
dell’Ufficio nazionale anti-corruzione -. E si può scoprire quali azioni
operative il Nabu sta intraprendendo nei confronti di determinati indagati”.
Non solo: “Per alcune auto, i profili con cui gli interroganti si sono loggati
nel sistema non ci sono stati forniti. Questo significa che qualcuno ha usato i
privilegi di amministratore e poi ha cancellato i log”. La ong Anticorruption
Action Centre fa notare che il sistema “Città sicura” è gestito
dall’Amministrazione Statale della Città di Kiev, il cui vicepresidente Petro
Olenych è indagato dalla Nabu per una presunta malversazione nella gestione di
alcuni terreni pubblici.
Una delle auto utilizzate dagli investigatori è stata stata pedinata nonostante
avesse targhe di copertura. E “alcuni funzionari delle forze dell’ordine, su
incarico di qualcuno, hanno trasmesso ai futuri indagati, membri di
un’organizzazione criminale, informazioni relative alle indagini condotte dalla
Nabu nei loro confronti”, ha aggiunto Kryvonos. Ora “cercheremo di stabilire
come le informazioni sugli spostamenti delle nostre auto siano finite nelle mani
di ‘Rocket‘ e ‘Tenor‘”, ha aggiunto il procuratore. Il primo è il nickname con
cui nelle chat gli indagati si riferivano a Ihor Myroniuk, ex consigliere del
ministero dell’Energia. Il secondo è il soprannome di Dmitro Basov, ex direttore
della sicurezza di Energoatom. Entrambi sono indagati in “Midas”.
Sulla base di quanto emerso, i magistrati non escludono futuri attacchi agli
organi anti-corruzione. “Ci sono tutti i presupposti. Tutte le vulnerabilità e
le debolezze del sistema che sono state sfruttate contro di noi, e le persone
chiave che sono state usate contro il Nabu in realtà rimangono nelle loro
posizioni. Mi riferisco agli organi di polizia”, ha concluso Kryvonos. “Le
persone che hanno partecipato direttamente all’attacco contro l’Ufficio in
estate (quando su ordine del Procuratore generale i servizi segreti fecero
irruzione in alcune sedi del Nabu, sequestrando materiale e arrestando due
investigatori poi scarcerati per insufficienza di prove, ndr) non solo non sono
state ritenute responsabili – ha aggiunto Klymenko -, ma in alcuni casi sono
state persino promosse“.
L'articolo Ucraina, servizi segreti e polizia hanno raccolto informazioni
sull’inchiesta “Midas”. Il procuratore: “Gli indagati sapevano in anticipo i
nostri movimenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre prosegue sottotraccia l’inchiesta “Midas” e si inasprisce lo scontro
istituzionale tra i massimi uffici giudiziari del paese, Bruxelles fissa alcuni
paletti sul percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue. Due di questi prevedono
che Kiev rafforzi gli organi anti-corruzione e li sottragga del tutto al
controllo della politica.
L’accelerazione è il frutto della svolta arrivata nel dicembre 2025 nei
negoziati, fino ad allora bloccati dal veto posto dell’Ungheria all’ingresso di
Kiev nell’Unione. Ben sapendo che prima delle elezioni Viktor Orban non lo
avrebbe revocato, i restanti 26 Stati hanno avviato trattative sostanziali senza
attendere l’ok di Budapest. Lo stratagemma è consistito nel gettare la palla nel
campo dell’Ucraina chiedendole di procedere più velocemente sui requisiti
tecnici e sulle riforme necessarie per l’adesione in modo che, quando il blocco
politico cadrà, il Paese potrà avviare la negoziazione vera e propria senza
ulteriori ritardi.
Così nelle scorse settimane Bruxelles ha inviato a Kiev una serie di documenti,
pubblicati dalla European Pravda, uno per ciascuno dei capitoli negoziali
previsti in questo nuovo iter. Uno di questi, il “Capitolo 23 – Giustizia e
diritti fondamentali” riguarda la lotta alla corruzione, piaga endemica della
pubblica amministrazione ucraina come dimostra l’inchiesta “Midas” condotta
dall’Ufficio nazionale (Nabu) e dalla Procura specializzata anti-corruzione
(Sapo) sul maxi-giro di tangenti che alla fine del 2025 ha portato alla
rimozione di due ministri e del capo dello staff di Volodymyr Zelensky. Quella
del contrasto alle tangenti è una delle principali condizioni poste da Bruxelles
fin dall’inizio dei negoziati, necessaria per garantire la sicurezza e la
continuità degli investimenti stranieri nel paese. E viene ribadita proprio nel
Capitolo 23, che chiede espressamente a Kiev di “rafforzare l’indipendenza,
l’efficacia del mandato e la capacità operativa delle istituzioni specializzate
nella lotta alla corruzione” e più nello specifico di “estendere la
giurisdizione della Nabu a tutte le cariche pubbliche ad alto rischio” e di
“assegnare alla Sapo i poteri necessari per avviare procedimenti penali contro i
membri del Parlamento senza la previa approvazione del Procuratore generale“,
che viene nominato dal presidente. Ma anche di “rendere la procedura di
selezione e licenziamento” di quest’ultimo “più trasparente e basata sul
merito”.
Le richieste sono precise e si basano su alcuni fatti accaduti nel 2025. Lo
Ukraine Report 2025, il rapporto annuale che analizza lo stato di avanzamento
delle riforme richieste a Kiev, ricorda che “a luglio (il 22, ndr) il Parlamento
ha adottato una legge che smantella importanti garanzie per l’indipendenza della
Nabu e della Sapo e pone il loro lavoro operativo sotto l’autorità del
Procuratore generale, nominato politicamente. Tali modifiche avrebbero
gravemente indebolito il quadro anticorruzione dell’Ucraina”. Il governo aveva
subito fatto marcia indietro di fronte alle più grandi proteste di piazza
scoppiate nel paese dall’inizio della guerra e alle minacce dell’Ue di tagliare
diversi programmi di finanziamento, che avevano indotto Zelensky in persona a
presentare una nuova legge che ripristinava l’indipendenza dei due enti, ma che
non affronta “molte altre problematiche, comprese quelle che (…) garantiscono al
Procuratore Generale l’accesso a qualsiasi materiale di indagine preliminare (ad
eccezione di quelli di Nabu e Sapo). Tali disposizioni compromettono la
meritocrazia all’interno del servizio giudiziario e aumentano i rischi di
indebite interferenze nei procedimenti penali”.
L’Ue insiste sulla figura del Procuratore generale, e non è un caso. Il 21
luglio, 24 ore prima dell’approvazione della controversa legge, era accaduto un
altro fatto. Ruslan Kravchenko, capo della Procura generale nominato appena un
mese prima proprio da Zelensky, aveva inviato i Servizi di sicurezza interni
(SBU) negli uffici della Nabu che già stava indagando sul maxi-giro di tangenti
per 100 milioni di euro che di lì a qualche mese avrebbe investito il governo,
facendo sequestrare materiale relativo a diverse inchieste e arrestare due
importanti investigatori, scarcerati qualche mese dopo per insufficienza di
prove, con l’accusa di avere legami con la Russia. La mossa era stata
interpretata da diversi osservatori come un attacco frontale di Zelensky a Nabu
Sapo, che aveva dato inizio allo scontro istituzionale tutt’ora in corso tra il
Procuratore generale e le due agenzie anti-corruzione. “Il ruolo del Procuratore
generale rimane politicizzato“, rimarca lo Ukraine Report 2025, mentre al Paese
occorre “un quadro anti-corruzione solido e indipendente“. Se Kiev intende
proseguire nel suo cammino di adesione all’Ue deve porre rimedio, è il messaggio
di Bruxelles.
L'articolo Ucraina, i paletti di Bruxelles per l’ingresso nell’Ue: “Potenziare
gli organi anti-corruzione” (gli stessi che Zelensky ha provato a smantellare)
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 20 febbraio era prevista la prima udienza del processo con rito immediato al
primo filone del ‘Sistema Sorrento’. Non ci sarà. È sconvocata. Massimo Coppola
ha chiesto il patteggiamento. Tramite i suoi avvocati Bruno Larosa e Gianni
Pane, l’ex sindaco di Sorrento ha proposto una “applicazione concordata della
pena” di poco inferiore ai 5 anni (il massimo stabilito dal codice per questo
rito alternativo), con la quale chiudere la prima tranche dell’inchiesta, quella
relativa alle mazzette della cooperativa Prisma sugli appalti della refezione
delle scuole e dell’asilo nido.
Contestualmente, i legali vorrebbero far circoscrivere il risarcimento danni non
oltre le cifre (decine di migliaia di euro) sequestrate dopo l’esecuzione della
misura cautelare in flagranza, quando il 20 maggio Coppola fu ritrovato coi 4500
euro in contanti dell’imprenditore Michele De Angelis ancora addosso. La tesi
difensiva è che Coppola abbia legittimamente guadagnato con il suo lavoro di
avvocato parte delle somme ritrovate a casa e sui conti correnti.
In questi casi il processo si sospende e un altro giudice, diverso da quello
della eventuale fissazione del rito immediato, dispone una data per la camera di
consiglio con accusa e difesa, per decidere sulla congruità della proposta. La
procura di Torre Annunziata – pm Giuliano Schioppi, procuratore Nunzio
Fragliasso – non ha ancora espresso il suo parere. In attesa del quale il
giudice non può sentenziare il patteggiamento, o rigettarlo.
C’è un problema che rende complicata la discussione tra avvocati e pm. Coppola
dovrebbe affrontare a Torre Annunziata due processi, – il secondo, con 14 capi
di imputazione di corruzione e peculato, dovrebbe iniziare il 17 aprile 2026 –
ed un eventuale patteggiamento del primo gli può evitare pene molto più severe
soltanto se ci sono ragionevoli possibilità di unirlo ‘in continuazione’ ai
reati contestati nel secondo. In parole povere, per chiudere la partita con una
riunione di tutte le accuse e un patteggiamento tombale che le risolva tutte.
Con una pena complessiva finale che consenta all’ex sindaco di riguadagnare in
pochi mesi la libertà, attraverso l’affidamento ai servizi sociali. Affidamento
che si può ottenere quando la pena residua da scontare è inferiore ai quattro
anni. Coppola, tra carcere e domiciliari, ha già scontato nove mesi di
detenzione. E può attingere agli ulteriori sconti di buona condotta. Invece il
coimputato Francesco Di Maio, lo staffista presente, secondo gli inquirenti,
alla cena con mazzetta (per lui 1500 euro), attraverso i suoi avvocati
Alessandro Orsi e Stefano Montone ha chiesto il rito abbreviato. Anche per lui,
quindi, il 20 febbraio non ci sarà udienza.
L'articolo Sistema Sorrento, l’ex sindaco Coppola vuole patteggiare. Il nodo dei
due processi, in attesa del parere del pm proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il deputato regionale siciliano di Forza Italia Michele Mancuso è stato
arrestato nell’ambito dell’inchiesta su presunte irregolarità nell’assegnazione
di fondi pubblici destinati a spettacoli in provincia di Caltanissetta. I
magistrati guidati dal procuratore Salvatore De Luca hanno chiesto e ottenuto
oggi l’arresto ai domiciliari nell’indagine per corruzione che coinvolge altre
cinque persone: l’ordinanza è stata eseguita dalla Squadra mobile di
Caltanissetta e dallo Sco di Roma. Secondo l’accusa, Mancuso avrebbe ricevuto 12
mila euro in tre tranche, fino al 5 maggio 2025, per favorire un’associazione
sportiva nell’ottenimento di fondi pubblici pari a 98 mila euro, stanziati con
una legge regionale del 12 agosto 2024 per la realizzazione di spettacoli nel
Nisseno.
La misura cautelare, eseguita dalla squadra mobile, riguarda anche il suo
braccio destro Lorenzo Tricoli. Il provvedimento dispone inoltre una misura
interdittiva di dodici mesi nei confronti dei rappresentanti dell’associazione
sportiva dilettantistica Genteemergente: Ernesto Trapanese, Manuela Trapanese e
Carlo Rizzoli. Per loro è previsto il divieto di esercitare attività d’impresa
nel settore dell’intrattenimento e dell’organizzazione di feste e cerimonie,
nonché di ricoprire incarichi direttivi.
A loro viene anche contestata un’ipotesi di truffa aggravata per presunte
rendicontazioni di costi fittizi per 49 mila euro a danno della Regione
siciliana. In un primo momento la Procura aveva ipotizzato la “corruzione per un
atto contrario ai doveri d’ufficio”, ma il giudice per le indagini preliminari
ha riqualificato l’accusa nell’articolo 318 (corruzione per l’esercizio della
funzione), che riguarda il pubblico ufficiale che riceve indebitamente denaro o
altra utilità per l’esercizio delle sue funzioni.
Prima della decisione sulle misure cautelari, il gip ha interrogato gli indagati
il 22 gennaio scorso. Le loro dichiarazioni non sono state ritenute idonee a
superare i gravi indizi emersi nel corso delle indagini. Il 3 febbraio il
Tribunale del Riesame aveva disposto la restituzione delle somme sequestrate,
motivando la decisione con l’assenza del pericolo di dispersione del denaro e
non con la mancanza di indizi, ritenuti invece sussistenti.
L'articolo Arresti domiciliari per il deputato regionale siciliano Michele
Mancuso (Forza Italia): è accusato di corruzione proviene da Il Fatto
Quotidiano.