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Case popolari non ne vogliamo più! Abolite anche le graduatorie se non vi piacciono i poveri
È recentissima la notizia che l’ineffabile presidente della Regione Lazio e l’epuratore delle occupazioni, il ministro Piantedosi, hanno firmato una intesa per utilizzare le case popolari sfitte da recuperare, assegnandole a forze dell’ordine. Si dice per innestare maggiore “sicurezza” nelle case popolari notoriamente ubicate in quartieri critici. Proseguono quindi incessanti e senza soluzione di continuità i programmi di Regioni e Comuni che, senza battere ciglio, trasformano le case popolari destinate a famiglie nelle graduatorie in alloggi destinati ad altre tipologie di famiglie, magari anche in disagio abitativo, ma che non avrebbero i requisiti per entrare nelle graduatorie e, quindi, vedersi assegnare una casa popolare. Così amministrazioni locali di destra e progressiste, con la scusa della mancanza di risorse e in presenza di case popolari sfitte per mancanza di manutenzioni, trovano, guardacaso, le risorse per recuperare queste abitazioni ma non per darle alle famiglie in graduatoria ma alle famiglie in disagio abitativo, siano esse di lavoratori dipendenti, persone separate, forze dell’ordine etc. Tenuto conto che stiamo parlando, in Italia, secondo varie stime, di 60/100 mila alloggi e che a Roma le case Ater sfitte sono circa 1.000, quindi una fetta importante di case popolari, si può comprendere la portata di queste iniziative. Per ora ancora limitate ma il dado è tratto. Il ragionamento è accattivante ma infido. Abbiamo case popolari chiuse? Recuperiamole e diamole a categorie sociali in disagio abitativo che magari possono pagare affitti più alti ma togliendole alle famiglie povere. Un ragionamento socialmente pericoloso e di esclusione sociale che porta dritti dritti verso la creazione artificiale di un conflitto tra le famiglie povere in precarietà abitativa e le famiglie in disagio a causa di un mercato delle locazioni sempre più inaccessibile. Che questo lo faccia la destra lo posso comprendere, che lo facciano anche Regioni e Comuni progressisti, lo comprendo meno anzi per me è inaccettabile. Attenzione non è un andazzo momentaneo. Si tratta di una precisa scelta di campo che ha i contorni delle scelte strategiche, ma con una partita che si gioca, nello stesso, e, gravemente, scarso piatto di lenticchie: quello delle case popolari. E allora se voi amministratori locali e ceto politico siete tutti d’accordo abolite le graduatorie, fregatevene dei poveri, e strategicamente, si opti per un social housing finto social ma che fa tanto audience, visto che piace tanti a destra come ai progressisti. Ci sarebbe un’altra opzione: quella rispondere al fabbisogno delle famiglie povere e in precarietà abitativa e quello di lavoratori che non possono stare nel mercato delle locazioni per affitti troppo onerosi, aumentando la dotazione di case popolari e sociali. Invece si fa esattamente il contrario e non è un bel vedere. Tranquilli, a pensarla e a dirla così siamo poche decine in Italia. Non facciamo testo. L'articolo Case popolari non ne vogliamo più! Abolite anche le graduatorie se non vi piacciono i poveri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Matteo Piantedosi
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Il Rapporto Svimez rivela il paradosso italiano: 27,3% di case sfitte e solo 2,6% di edilizia popolare
Il Rapporto Svimez ha un capitolo, il 18, dedicato alle politiche abitative e parte da una considerazione: gli affitti sono aumentati costantemente negli ultimi quindici anni nell’Ue. La dinamica dell’aumento dei prezzi delle case è stata segnata da una dinamica crescente soprattutto tra il 2015 e la fine del 2022, stabilizzandosi solo per un breve periodo per poi tornare ancora a crescere dal 2024. Così mentre nell’Ue-27, i prezzi delle case sono cresciuti del 57,9% contro il 27,8% degli affitti, In Italia gli affitti sono aumentati di circa il 17%, mentre i prezzi delle case hanno subito un calo di circa il 4%. Se confrontiamo i dati del mercato abitativo italiano rispetto a due importanti economie europee, Francia e Germania, l’Italia si distingue da queste per una quota più elevata di abitazioni di proprietà, il 55,4% secondo Svimez e per la quota più bassa di alloggi in locazione solo il 13,1%. Se andiamo a vedere i dati forniti da Svimez, relativi alla quota di abitazioni non occupate, questa in Italia è del 27,3%, oltre tre volte quella francese che ha uno sfitto al 7,8% e sei volte quella tedesca che ha un parco alloggi sfitto del 4,4%. Su gli alloggi sfitti va fatta una ulteriore considerazione. In Italia è diffusa la narrazione che i proprietari non affittano per via di sfratti troppo lenti nelle esecuzioni, e perché a fronte di necessità non hanno la disponibilità dell’alloggio in tempi certi. Segnalo sommessamente due dati. Il primo è che su 40.000 sentenze di sfratto nel 2024 solo poco più di 2200 sono per necessità del locatore. Di queste 2200 circa 1800 sono concentrate più o meno equamente nel Comune di Palermo e nei comuni della Provincia di Roma. Il secondo dato è che in Francia dal 1954 gli sfratti sono sospesi da ottobre a marzo per il freddo eppure le case sfitte sono solo il 7,8% appunto un quarto di quelle italiane. E’ il segnale di un mercato immobiliare italiano non solo inefficiente e inefficace, ma, anche percorso da squilibri territoriali. Con politiche abitative attuate nel nostro Paese segnate da una cementificazione del suolo avvenuta senza tenere in alcun conto di nessuno degli indicatori del fabbisogno che ora ci consegna un vasto patrimonio edilizio inutilizzato, localizzato indifferentemente sia in aree a bassa domanda o in piccoli comuni, sia nelle più grandi aree urbane. Un mercato immobiliare che crea ulteriori disuguaglianze invece di contribuire al loro superamento Un ulteriore dato appare significativo quello riguardante la presenza delle case popolari di edilizia residenziale pubblica. I dati che fornisce Svimez rendono eloquente e chiaro come sia impossibile oggi in Italia affrontare la precarietà abitativa. Per esempio afferma Svimez considerando solo le città metropolitane in tutto sono 334.559 le case popolari nelle 14 aree metropolitane, queste rappresentano il 2,8% dello stock abitativo. A Bari sono 11.823 le case popolari, l’1,8%, a Firenze 13.032, il 2,5%, a Reggio Calabria 4.742, l’1,3%. Non va meglio nelle aree più grandi a Roma le case popolari sono 74.889 pari al 3,3%, a Milano 59.363 il 3,4%, a Torino 46382, il 3,4% a Napoli 41.610 il 3%. Differenze si notano rispetto a Francia e Germania sullo stock in affitto. In Francia l’edilizia sociale rappresenta il 12% dello stock abitativo e il 35% circa degli affitti. In Svezia l’edilizia residenziale pubblica è il 24% sul totale; in Olanda il 29%. In Italia ora siamo arrivati al 2,6% di case popolari sul totale delle abitazioni. Questi dati confermano come da una parte i Paesi europei pur avendo un parco alloggi sociale di molto superiore al nostro e una presenza di sfitto molto più bassa sono a richiedere un Piano casa europeo che aumenti la dotazione di alloggi sociali. In Italia pur annunciando spesso un fantomatico piano casa, in realtà si reiterano politiche abitative fondate sì, sulla rigenerazione urbana, ma affidata a privati per nuove speculazioni di finto social housing. Riuscirà l’Europa a dettare all’Italia una profonda revisione delle sue politiche abitative e a rispondere al fabbisogno reale fondato su milioni di famiglie in precarietà abitativa? L'articolo Il Rapporto Svimez rivela il paradosso italiano: 27,3% di case sfitte e solo 2,6% di edilizia popolare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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