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Sfratti in dieci giorni? Anche il piano casa del governo sa di repressione
Il governo imperterrito riapre il versante della repressione nell’ambito della precarietà abitativa. Ecco che assistiamo alla ripresa del rozzo armamentario culturale di esponenti della maggioranza di destra, rafforzati dai ministri Salvini e Foti sulla questione case occupate e sfratti. In occasione dell’approvazione del disegno di legge “sicurezza” avevo scritto che in realtà quella legge apriva la strada non solo agli sgomberi, in tempi brevi, di occupanti della prima casa di proprietari, momentaneamente assenti, ma, anche, ad una accelerazione delle esecuzioni di sfratto, in forza dell’idea che le famiglie con sfratto non uscendo nei tempi stabiliti per assenza di una alternativa abitativa sostenibile, attendevano l’arrivo della forza pubblica, prorogandone i tempi. Ora si torna alla carica proponendo la definizione di “ladri di case” anche a famiglie con sfratto e che quindi vanno sgomberate in pochissimo tempo. Il governo per bocca dell’ineffabile ministro Foti ha dichiarato che è in fase avanzata un provvedimento, non è chiaro se un decreto legge o disegno di legge, basato sulla proposta di legge della deputata di FdI Buonguerrieri, che prevede lo sfratto in soli dieci giorni. Se approvato si eliminerebbe la notifica del preavviso di rilascio e si stabilirebbe che gli inquilini con sfratto non siano più avvertiti di una data precisa di esecuzione, ma siano solo informati con la semplice notifica dell’atto di precetto. Decorso il termine di dieci giorni, lo sfratto potrebbe avere inizio ed essere eseguito entro 30 giorni dalla notifica. L’esecuzione dello sfratto, bontà loro, potrà essere rinviata una sola volta, e per non più di 60 giorni, esclusivamente in presenza di situazioni di particolare delicatezza: presenza di ultrasettantenni, disabili o malati. Nulla vieta che data la impossibilità attuale da parte delle forze dell’ordine di eseguire gli sfratti in numero superiore a quelli che si eseguono circa 20.000 l’anno, non emerga, di nuovo, la proposta, incostituzionale, di affidare le esecuzioni a guardie giurate. Una proposta paventata da associazioni dei proprietari e da qualche area della maggioranza di destra. Il ministro Foti ha dichiarato che a fronte di questa ulteriore forzosa espulsione di massa degli inquilini con sfratto, il governo dovrebbe stanziare circa 4 miliardi di euro di risorse complessive, indirizzate all’edilizia residenziale pubblica, sociale e convenzionata. In realtà di questi 4 miliardi di euro non vi è alcuna traccia nell’ultima legge di bilancio, mentre vi è evidente traccia dello spin off, al quale sta lavorando Mario Abbadessa ex manager, di Hines che ha lasciato il colosso americano del Real estate dopo averlo guidato per 10 anni con attività che in Italia, sotto la sua direzione, ha prodotto operazioni per un valore complessivo di circa 8 miliardi di euro, concentrate tra Milano, il Nord Italia e Firenze, anche con interventi anche in altre località italiane: si veda l’osteggiato studentato di lusso che Hines dovrebbe realizzare a Roma sull’area degli ex mercati generali. La stessa Meloni ha recentemente parlato di un piano casa da 100 mila case in 10 anni, attenzione non case popolari, che rappresenterebbero un pannicello caldo, solo tenendo conto del fatto che nei prossimi 10 anni, con i numeri degli ultimi anni potremmo avere 400 mila ulteriori sentenze di sfratto e oltre 200 mila famiglie che saranno sfrattate con la forza pubblica, senza l’accelerazione delle esecuzioni desiderata dal governo. Con questi presupposti si chiarisce la linea “programmatica” sulle politiche abitative del governo. Da una parte: aumento delle esecuzioni forzose di sfratti; dall’altra; finti piani casa che si rivolgono essenzialmente ai nuovi fabbisogni: persone separate, anziani, studenti, ritenuti maggiormente solvibili. Non è un caso che la legge di bilancio ha stanziato 20 milioni di euro per sostegno all’affitto di persone separate. Ma davvero sono queste le priorità? Davvero le 40.000 sentenze di sfratto su 4,5 milioni di case in affitto, meno dell’1% delle abitazioni locate, rappresentano un ostacolo alla locazione? Tenuto conto che l’85% delle sentenze è per morosità, frutto di povertà e lavoro povero, non è che l’emergenza vera è rappresentata dal caro affitti, nonostante le cedolari secche che costano per mancati introiti allo Stato 3,1 miliardi di euro l’anno e non hanno prodotto alcuna calmierazione degli affitti? Davvero serve un Piano casa basato su offerte della finanza immobiliare non certo dedita alla realizzazione di case popolari? In Italia si affronta la precarietà abitativa con un aumento della repressione e utilizzo ulteriore di forza pubblica e negandole dignità politica e programmatica. L'articolo Sfratti in dieci giorni? Anche il piano casa del governo sa di repressione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ora è chiaro che il piano casa del governo si tradurrà in una speculazione. E le opposizioni? Il silenzio si capisce
Si diradano le nebbie sulla vera essenza e portata del Piano Casa del duo Meloni/Salvini. Ora acclarata. Ormai è chiaro, anche agli ipovedenti, che non siamo di fronte ad un Piano casa ma ad un piano edilizio, appaltato interamente all’alta finanza immobiliare privata, dotata di una consistente potenza economica: ad esempio Hines, Catella, Caltagirone. Il fior fiore di quella finanza immobiliare che è responsabile, grazie alla ignavia e complicità di questo governo e dei governi precedenti, della vasta precarietà abitativa e di una cementificazione che ha prodotto come risultato, da una parte milioni di case vuote, dall’altra milioni di persone impoverite in precarietà abitativa. Meloni e Salvini parlano entusiasticamente di un Piano da 100.000 alloggi in 10 anni che sono, anche nelle più ottimistiche rappresentazioni del Piano del governo, sono una goccia nell’oceano. In realtà il Piano casa del governo è una fonte certa, per introiti da centinaia di miliardi di euro, per colossi finanziari dell’immobiliare nazionale e internazionale. Di questo si ha un segnale dopo la notizia che l’Amministratore delegato di Hines, Abbadessa, abbandona addirittura il Gruppo Usa per dedicarsi al suo spin off italiano, in relazione al Piano casa del governo. Già questa scelta chiarisce la portata dei soggetti attuatori del Piano casa italiano. In questo modo capitali nazionali o meglio internazionali, metteranno le mani sul Piano casa nazionale. A mio avviso, una iniziativa neanche tanto nascosta di speculazione immobiliare legalizzata. Speculazione perché non interessata ad affrontare fabbisogno reale abitativo nel nostro Paese. Non a caso il Piano casa del governo vede le esternazioni entusiaste di “benefattori” sociali, tipo: Abbadessa di Hines o Confedilizia, tanto per citarne due. Fa da contraltare, al Piano casa meloniano, il silenzio, direi imbarazzante, delle opposizioni, dei sindacati e dell’Anci o perlomeno di quei comuni progressisti che recentemente hanno manifestato chiedendo al governo un Piano casa. Il Piano casa del governo non ricalca, forse, il Piano casa europeo, presentato dal Commissario Jorgensen? Difficile trovare differenze. Io capisco il silenzio, finora, dei comuni progressisti in primis quelli di Roma e Milano al quale fa pendant quello delle opposizioni. Comprendo l’imbarazzo. Come puoi criticare il governo se nelle città progressiste si fanno iniziative di rigenerazione urbana con gli stessi soggetti con i quali il governo sta per mettere a terra il suo piano casa? Come si può elevare una critica dalle opposizioni di sinistra se il Piano casa Italia è sovrapponibile al Piano casa europeo del socialista Jorgensen? E questi piani casa sono la risposta ai tanti sinceri progressisti e movimentisti a corrente alternata, che ci hanno ammorbato con la centralità, e necessità, di un intervento sulla presunta fascia grigia, di coloro che non sono abbastanza poveri per abitare le graduatorie ma neanche abbastanza ricchi per stare sul mercato. In fondo a questa narrazione il governo da credito e sostanza. Capisco questa mancanza di critiche a sinistra, con un silenzio, che forse non è solo complice ma, strutturalmente, convergente con i desiderata del governo. Il silenzio della parte politica e amministrativa progressista del nostro Paese allontana e prende le distanze dalla parte più povera, buona solo per comunicati quando Istat dichiara i dati sulla povertà assoluta. Quelle famiglie in povertà assoluta e in affitto che rappresentano il 50% delle famiglie totali in povertà assoluta. In ultimo per quantificare la pochezza del Piano casa del governo, da 100 mila abitazioni, basta pensare che, con il trend attuale, nei prossimi dieci anni riceveranno una sentenza di sfratto 400.000 famiglie e oltre 200.000 saranno sfrattate con la forza pubblica. Senza parlare delle ormai croniche 600.000 famiglie nelle graduatorie dei comuni italiani. Possiamo continuare a stare zitti e a far finta di non sapere a cosa risponde e a chi il Piano casa Italia? L'articolo Ora è chiaro che il piano casa del governo si tradurrà in una speculazione. E le opposizioni? Il silenzio si capisce proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Meloni annuncia un Piano casa Italia: siamo alla propaganda spicciola, ecco perché
Fio- Psd ha recentemente reso noto i dati relativi a quella che viene definita “la strage invisibile” quella delle persone senza fissa dimora relativa al 2025. Dati terribili sui quali il Fatto Quotidiano ha già pubblicato un esauriente articolo nei giorni scorsi. Se nel corso del 2025 sono morte 414 persone senza dimora il 2026 non si è aperto con una inversione di tendenza, anzi, anche il 2026 non nasce sotto auspici migliori, nei primi 5 giorni dell’anno sono morti 10 senza fissa dimora di età tra dai 25 anni ai 70. Questi primi morti si sono registrati 3 in Lombardia, 2 in Toscana, 1 rispettivamente in Abruzzo, Puglia, Campania, Lazio e Veneto. Sono indicative anche le città dove sono avvenute le morti: in Lombardia 1 ad Ostiglia, 1 a Taleggio e 1 a Milano; in Toscana a Firenze sono morti 2 persone senza fissa dimora; 1 rispettivamente a Treviso, Castellana Grotte, Capaccio Paestum, Roma. Questo evidenzia come la questione dell’inclusione delle persone senza fissa dimora non riguarda le sole grandi aree urbane ma investe l’intero territorio nazionale. Invece sempre più spesso assistiamo a Comuni che si accorgono dell’emergenza freddo o caldo in dicembre avanzato o ad agosto avanzato per l’emergenza caldo, segno che siamo di fronte ad una grave sottovalutazione e mancata programmazione degli interventi. Le cause che hanno portato nei primi 5 giorni del gennaio 2026 alla morte 10 persone senza fissa dimora sono: 6 su 10 per malore generico, ai quali vano aggiunti, 1 morto per tossicodipendenza; 1 per infarto, 1 per ipotermia e 1 per aggressione/omicidio. Sembra evidente il nesso tra tutela della salute delle persone senza fissa dimora e le loro cause di morte. In questi casi si denota una grave insufficienza del servizio sanitario nazionale che pur garantendo il pronto soccorso, poi, non riesce ad assistere le persone senza fissa dimora in maniera continuativa. Il tutto aggravato dall’assenza di politiche abitative per senza fissa dimora. Eppure l’Ue si era data l’impegno di risolvere la questione dei senza tetto entro il 2030. Si vede che era un intervento solo paventato visto che il famoso Piano casa europeo prevede interventi pubblico/privato per finto social housing per realizzare case che non sono e non saranno, né case popolari né programmi di housing first destinati ai senza fissa dimora. Un Piano casa europeo che di fatto ricalca l’ancora presunto Piano casa Italia, più volte tratteggiato dal Presidente del Consiglio Meloni e dal ministro Salvini, per il quale, hanno detto, sarebbero stati individuati 15 miliardi di euro, di questi c’è solo una minima traccia nell’ultima legge di bilancio. Si può leggere, nella legge di bilancio, di 50 milioni nel 2027 e 50 milioni nel 2028, quindi nulla nel 2026. Poi ci sarebbero 560 milioni complessivi dal 2028 al 2030. Per fare cosa? Lo si evince dalla dichiarazione in conferenza stampa della Presidente Meloni che ha confermato di nuovo, senza citare date, il prossimo varo da parte del governo, di un articolato Piano Casa finalizzato a mettere a disposizione nei prossimi dieci anni centomila case a prezzi calmierati ovvero social housing pubblico/privato basato su una rigenerazione urbana trainato dalla speculazione immobiliare con risorse pubbliche e su immobili pubblici. Infatti, il governo parla di 100mila case in dieci anni a canone calmierato ovvero solo 10.000 case l’anno cioè il nulla, persino per affrontare il solo disagio abitativo delle famiglie in povertà relativa. Questo quando ci sono 70.000 case popolari che in due anni potrebbero essere recuperate, ovviamente nella legge di bilancio per il 2026 non c’è traccia di linea di finanziamento per questo intervento, siamo alla propaganda spicciola sulla pelle dei poveri. Dal governo quindi nessun segnale concreto di intervento che affronti strutturalmente sia la vasta precarietà abitativa, delle famiglie in povertà assoluta o con sfratto, sia la questione dei senza fissa dimora per i quali i programmi housing first non sono stati mai degni di menzione. L'articolo Meloni annuncia un Piano casa Italia: siamo alla propaganda spicciola, ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché il Piano casa europeo non risolverà la crisi abitativa in Italia
Quello che si profila dalle bozze del Piano casa europeo del Commissario Jorgensen non appare come un Piano che possa avviare la risoluzione della grave precarietà abitativa in Europa e men che meno in Italia. Da quello che si è potuto apprendere, più che un Piano casa destinato ad affrontare le criticità derivanti dal caro affitti o dalle famiglie povere in attesa di alloggi sociali con affitti rapportati al reddito reale, appare un Piano edilizio che è solo ammantato di sociale. Si tratterebbe di un Piano casa europeo da oltre 150 miliardi di euro all’anno, tra intervento della Bei e risorse pubbliche e private, ma anche attingendo dai fondi di coesione, InvestEu, Life, Horizon Europe e Programma del Mercato unico, con il supporto di Next Generation Eu e del Fondo sociale per il clima, per realizzare ulteriori 650mila case all’anno. Un Piano che appare più un piano edilizio di rigenerazione urbana appaltata a soggetti privati che elargiranno, bontà loro, una parte minoritaria degli alloggi oggetto di realizzazione o di recupero ad alloggi sociali, da non confondersi con le case popolari. Eppure sono noti i dati della sofferenza abitativa: nel 2024 i costi abitativi nell’Ue hanno superato il 40% del reddito disponibile per il 9,8% delle famiglie che vivono in città e per il 6,3% di quelle nelle aree rurali. Tra il 2015 e il 2024, i prezzi delle abitazioni nell’Ue sono aumentati in media del 53%. Tra il 2010 e il primo trimestre del 2025, i prezzi degli affitti sono aumentati in media del 27,8%. Si continua così a percorrere la strada della centralità dei privati per un Piano casa europeo (e paventato in Italia), che invece di partire dal fabbisogno reale – e da questo far trascendere le iniziative necessarie per rispondere al fabbisogno – prosegue con una impostazione che tende ad imporre alle famiglie in precarietà abitativa di adeguarsi ai programmi edilizi dei privati e della finanza immobiliare, che diventano social per uno sconto sull’affitto. Questo mentre tutta l’Unione europea è attraversata da un aumento insostenibile dei costi dell’abitare, dalla carenza di edilizia residenziale pubblica e dai fenomeni derivanti dall’impatto della turistificazione e dalla gentrificazione urbana. In tale contesto le istituzioni europee e quelle nazionali avrebbero dovuto tracciare un percorso positivo per promuovere politiche abitative inclusive con al centro i bisogni delle persone, delle famiglie e delle giovani generazioni. Dopo mesi di dibattiti e documenti che hanno attraversato l’Ue basati sul garantire l’accesso ad alloggi dignitosi, sostenibili e a prezzi accessibili – che emergeva come una delle sfide sociali più urgenti – si è giunti a definire un Piano che parte da un presupposto errato, scambiando per alloggi sostenibili e a prezzi accessibili offerte pubblico-privato che in quanto tali devono, per essere attuate, garantire un rientro economico e un guadagno ai privati. Peccato che questi cosiddetti alloggi sociali – e i canoni calmierati da questi proposti, derivanti da privati con apporto pubblico – sono inaccessibili a famiglie povere, ai senza fissa dimora e ai giovani, oppressi dai costi di mercato insostenibili delle residenze universitarie – giusto perché dovevano essere social – e da offerte di lavoro precario e malpagato. Del resto oltre un milione di famiglie italiane con redditi da povertà assoluta, che rappresentano quasi il 50% di tutte le famiglie in povertà assoluta, come potrebbero pagare minimo 500-600 euro di affitto? E come potrebbero pagare questi affitti “calmierati” le centinaia di migliaia di famiglie nelle graduatorie per una casa popolare con redditi bassissimi? Se l’obiettivo era quello di definire e realizzare un Piano casa europeo che rispondeva prioritariamente alle persone e alle famiglie povere in precarietà abitativa, dando un senso compiuto al diritto alla casa per una offerta reale e tangibile di una vita almeno abitativa stabile, e non un privilegio, dalle bozze del Piano Jorgensen ciò non si intravvede. Non è solo una occasione persa: è il continuare nell’asservimento strutturale nei confronti di privati, immobiliaristi e finanza immobiliare. Una volontà sbagliata, una proposta irricevibile. L'articolo Perché il Piano casa europeo non risolverà la crisi abitativa in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Precarietà abitativa, sindacati inquilini e Federcasa firmano un protocollo d’intesa: aperto il confronto col governo
La precarietà abitativa in Italia ha raggiunto livelli insostenibili. I dati sono conosciuti: sfratti povertà, affitti esosi, città votate alla turistificazione sono elementi che rendono necessario non dilatare oltre i tempi un intervento strutturale per rendere effettivo il diritto all’abitare. Una necessità che è oggi sostenuta da un Protocollo di intesa che Federcasa, associazione degli enti di edilizia residenziale pubblica, ha firmato con i sindacati inquilini: Unione Inquilini, Sunia, Sicet e Uniat. Il documento parte da una premessa: la necessità del rilancio di politiche abitative pubbliche. In questo modo Federcasa e Sindacati inquilini attraverso la condivisione di un percorso comune per la difesa e l’ampliamento del patrimonio dell’edilizia residenziale pubblica, sostanziano la necessità di un rilancio delle politiche inerenti il comparto abitativo. Si tratta di un Protocollo che il Parlamento, le Regioni e i Comuni farebbero bene a leggere e tenere nella dovuta considerazione, perché parte dal quotidiano contatto che sindacati inquilini e gli enti gestori di edilizia residenziale pubblica hanno con la precarietà abitativa. Esistono oggi vecchi e nuovi bisogni e se l’Anci afferma che la questione abitativa è una priorità allora priorità deve sostanziarsi in atti, programmi e finanziamenti adeguati. Gli enti gestori di edilizia residenziale pubblica in Italia gestiscono 800mila case popolari a cui se ne devono aggiungere circa 200mila dei comuni. Eppure questo circa milione di alloggi è assolutamente insufficiente per affrontare una questione che coinvolge almeno oltre un milione di famiglie povere in affitto o le decine di migliaia di famiglie che ogni anno subiscono una sentenza di sfratto. Tenuto conto che il Governo intende affrontare solo in termini di ordine pubblico, per esempio, la questione sfratti, come se già non bastassero gli oltre 20.000 sfratti eseguiti con la forza pubblica ogni anno. Il Protocollo di intesa tra enti gestori Erp e i maggiori sindacati inquilini rappresenta un punto di riferimento programmatico per affrontare efficacemente la vasta precarietà abitativa segnata in particolare da un caro affitti insostenibile e una larga insufficienza di case popolari e alloggi sociali. Federcasa e sindacati inquilini concordano sul fatto che l’edilizia sociale pubblica ha bisogno di congrue risorse stanziate con continuità per garantire una efficace programmazione da parte di Regioni e Comuni. Risorse da concentrate sull’Erp, non su progetti alternativi di finto social housing che fino ad oggi si è rilevato fallimentare o di puro sostegno alla speculazione. Da qui la proposta del riconoscimento dell’edilizia residenziale pubblica come Servizi di Interesse Generale (Sig). Sulla base di queste considerazioni Federcasa e sindacati inquilini avanzano una serie di proposte; tra queste, oltre alla certezza di risorse per aumentare la dotazione di case popolari i comuni, l’aumentare dell’offerta di alloggi in locazione a canone sostenibile prevedendo un ruolo nella rigenerazione urbana degli ex Iacp. Il Protocollo propone altresì il rifinanziamento adeguato del Fondo di sostegno affitti e del fondo per la morosità e la soppressione dell’Imu inconcepibile per alloggi a canone sociale, tenuto conto che l’edilizia residenziale pubblica è una infrastruttura sociale strategica. Infine, non di minore importanza, la necessità di garantire le manutenzioni straordinarie e i programmi di efficientamento energetico e di abbattimento delle barriere architettoniche. In tale ambito e considerate le centinaia di migliaia di famiglie in attesa nelle graduatorie sarebbe già un segnale concreto finanziare il recupero delle 70.000 case popolari oggi inutilizzate proprio per mancanza di manutenzioni. Infine, da Federcasa, Unione Inquilini, Sunia, Sicet e Uniat la richiesta dell’indizione di una Conferenza programmatica con l’obiettivo di definire con chiarezza gli obiettivi di una nuova ed efficace politica abitativa. A fronte di tutto ciò per ora dal testo della legge di bilancio per il 2026 non si rilevano le tematiche e le proposte del documento di Federcasa, Unione Inquilini, Sunia, Sicet e Uniat, ma ora il confronto è aperto: governo e parlamento tengano conto delle richieste di coloro che quotidianamente affrontano la precarietà abitativa nei territori. L'articolo Precarietà abitativa, sindacati inquilini e Federcasa firmano un protocollo d’intesa: aperto il confronto col governo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Rapporto Svimez rivela il paradosso italiano: 27,3% di case sfitte e solo 2,6% di edilizia popolare
Il Rapporto Svimez ha un capitolo, il 18, dedicato alle politiche abitative e parte da una considerazione: gli affitti sono aumentati costantemente negli ultimi quindici anni nell’Ue. La dinamica dell’aumento dei prezzi delle case è stata segnata da una dinamica crescente soprattutto tra il 2015 e la fine del 2022, stabilizzandosi solo per un breve periodo per poi tornare ancora a crescere dal 2024. Così mentre nell’Ue-27, i prezzi delle case sono cresciuti del 57,9% contro il 27,8% degli affitti, In Italia gli affitti sono aumentati di circa il 17%, mentre i prezzi delle case hanno subito un calo di circa il 4%. Se confrontiamo i dati del mercato abitativo italiano rispetto a due importanti economie europee, Francia e Germania, l’Italia si distingue da queste per una quota più elevata di abitazioni di proprietà, il 55,4% secondo Svimez e per la quota più bassa di alloggi in locazione solo il 13,1%. Se andiamo a vedere i dati forniti da Svimez, relativi alla quota di abitazioni non occupate, questa in Italia è del 27,3%, oltre tre volte quella francese che ha uno sfitto al 7,8% e sei volte quella tedesca che ha un parco alloggi sfitto del 4,4%. Su gli alloggi sfitti va fatta una ulteriore considerazione. In Italia è diffusa la narrazione che i proprietari non affittano per via di sfratti troppo lenti nelle esecuzioni, e perché a fronte di necessità non hanno la disponibilità dell’alloggio in tempi certi. Segnalo sommessamente due dati. Il primo è che su 40.000 sentenze di sfratto nel 2024 solo poco più di 2200 sono per necessità del locatore. Di queste 2200 circa 1800 sono concentrate più o meno equamente nel Comune di Palermo e nei comuni della Provincia di Roma. Il secondo dato è che in Francia dal 1954 gli sfratti sono sospesi da ottobre a marzo per il freddo eppure le case sfitte sono solo il 7,8% appunto un quarto di quelle italiane. E’ il segnale di un mercato immobiliare italiano non solo inefficiente e inefficace, ma, anche percorso da squilibri territoriali. Con politiche abitative attuate nel nostro Paese segnate da una cementificazione del suolo avvenuta senza tenere in alcun conto di nessuno degli indicatori del fabbisogno che ora ci consegna un vasto patrimonio edilizio inutilizzato, localizzato indifferentemente sia in aree a bassa domanda o in piccoli comuni, sia nelle più grandi aree urbane. Un mercato immobiliare che crea ulteriori disuguaglianze invece di contribuire al loro superamento Un ulteriore dato appare significativo quello riguardante la presenza delle case popolari di edilizia residenziale pubblica. I dati che fornisce Svimez rendono eloquente e chiaro come sia impossibile oggi in Italia affrontare la precarietà abitativa. Per esempio afferma Svimez considerando solo le città metropolitane in tutto sono 334.559 le case popolari nelle 14 aree metropolitane, queste rappresentano il 2,8% dello stock abitativo. A Bari sono 11.823 le case popolari, l’1,8%, a Firenze 13.032, il 2,5%, a Reggio Calabria 4.742, l’1,3%. Non va meglio nelle aree più grandi a Roma le case popolari sono 74.889 pari al 3,3%, a Milano 59.363 il 3,4%, a Torino 46382, il 3,4% a Napoli 41.610 il 3%. Differenze si notano rispetto a Francia e Germania sullo stock in affitto. In Francia l’edilizia sociale rappresenta il 12% dello stock abitativo e il 35% circa degli affitti. In Svezia l’edilizia residenziale pubblica è il 24% sul totale; in Olanda il 29%. In Italia ora siamo arrivati al 2,6% di case popolari sul totale delle abitazioni. Questi dati confermano come da una parte i Paesi europei pur avendo un parco alloggi sociale di molto superiore al nostro e una presenza di sfitto molto più bassa sono a richiedere un Piano casa europeo che aumenti la dotazione di alloggi sociali. In Italia pur annunciando spesso un fantomatico piano casa, in realtà si reiterano politiche abitative fondate sì, sulla rigenerazione urbana, ma affidata a privati per nuove speculazioni di finto social housing. Riuscirà l’Europa a dettare all’Italia una profonda revisione delle sue politiche abitative e a rispondere al fabbisogno reale fondato su milioni di famiglie in precarietà abitativa? L'articolo Il Rapporto Svimez rivela il paradosso italiano: 27,3% di case sfitte e solo 2,6% di edilizia popolare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La ricchezza delle Olimpiadi da noi non si vede, qui solo tanta povertà”. L’allarme delle periferie milanesi in vista dei Giochi
“Le Olimpiadi non portano ricchezza alle periferie”. Lo dicono le attiviste e gli attivisti per il diritto alla casa provenienti dalle periferie di Milano che giovedì mattina si sono dati appuntamento sotto la sede dell’Aler. “A Milano c’è un’emergenza abitativa. Negli ultimi anni su 60mila famiglie che hanno presentato domanda per le case popolari, solo il 3 per cento ha avuto la casa” racconta Mattia Gatti, segretario del Sicet Cisl Milano che lancia anche un allarme in vista dei Giochi Olimpici invernali. “Abbiamo registrato nella zona di Corvetto legata alle Olimpiad un aumento per sfratti di finita locazione – racconta Gatti – ci sono interi stabili dove il proprietario dove prima affittava a prezzi bassi in zona popolare decide che lì può fare tanti soldi e dunque già da tempo ha svuotato questi stabili”. E dopo il presidio di questa mattina, i movimenti per la casa hanno lanciato un corteo per il diritto alla casa che partirà il 22 novembre alle 15 da piazzale Loreto. L'articolo “La ricchezza delle Olimpiadi da noi non si vede, qui solo tanta povertà”. L’allarme delle periferie milanesi in vista dei Giochi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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