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Querele temerarie, l’Italia ancora prima in Europa per le azioni contro giornalisti e attivisti
Italia di nuovo in testa per il numero di querele temerarie. Nonostante Giorgia Meloni abbia di recente dichiarato che “non serve una normativa ad hoc” per tutelare giornalisti e attivisti dalle azioni legali, i dati del 2024 confermano il record negativo per il nostro Paese. Secondo infatti il nuovo report della Coalizione europea contro le SLAPP (Strategic lawsuit against public participation), non solo si conferma la tendenza di crescita delle querele totali (da 166 a 167), ma la peggiore per il secondo anno consecutivo è l’Italia con 21 segnalazioni. Seconda la Germania (20), seguono: Serbia (13), Ungheria (12), Turchia (10) e Ucraina (10). Il nostro Paese registra un leggero miglioramento rispetto al 2023, quando le liti segnalate furono 26, ma nonostante questo rimane in testa. Un trend che allarma le organizzazioni impegnate sul fronte della libertà di stampa, anche perché arriva dopo l’approvazione della Direttiva Ue contro le querele temerarie che tutti i Paesi dovranno recepire entro maggio 2026. Una legge che è limitata ai casi transfrontalieri e che l’esecutivo ha già detto di non voler estendere ad altri Paesi. Per questo, al momento, la norma può tutelare la Bbc querelata da Trump per 10 miliardi di dollari e Greenpeace, bersaglio della causa da 660 milioni di dollari dell’Energy Transfer. Ma in più del 90% dei casi le querele temerarie sono di natura nazionale e, su quelli, devono muoversi gli Stati per tutelare i cittadini, come già esortato dalla Commissione europea. Finora, almeno in Italia, inascoltata. CASE, coalizione sostenuta dalla Fondazione Daphne Caruana Galizia, ha iniziato a mappare le querele temerarie nel 2010, per un totale di 1303 casi. Stando al report, i giornalisti si confermano i bersagli più frequenti. Seguiti da mezzi di informazione, attivisti, redattori e ONG. Tra le altre parti colpite compaiono anche accademici, autori ed editori. “I casi documentati rappresentano però soltanto la punta dell’iceberg”, fanno sapere.” La maggior parte dei tentativi di censura contro giornalisti, attiviste e whistleblower avvengono nella fase precontenziosa, attraverso lettere di diffida e di minacce legali che purtroppo hanno un grave effetto dissuasivo sui bersagli di SLAPP, facendo sì che molte minacce e casi non diventino mai di dominio pubblico”. A esprimere preoccupazione è anche Sielke Kelner, coordinatrice del gruppo di lavoro italiano di CASE: “Per il secondo anno consecutivo il report sancisce il primato del nostro Paese”, si legge in una nota. “Un abuso del sistema giudiziario che mette a tacere giornaliste e attivisti che osano criticare i potenti di turno, politici e uomini d’affari. Molestie legali che inibendo il dibattito pubblico e l’accesso all’informazione dei cittadini, costituiscono un attacco alla libertà di espressione, indebolendo il sistema democratico. Una trasposizione efficace della Direttiva UE anti-SLAPP deve includere i casi di natura nazionale e applicarsi a tutti gli ambiti procedurali, assicurando inoltre compensazioni adeguate a chi viene colpito da SLAPP”. Per la coalizione, “ignorare l’invito di adeguare la legislazione nazionale significa annullare l’impatto della riforma”. E chiudono: “Limitarsi ad applicare le protezioni legali solo ai rari casi transfrontalieri e considerare le leggi nazionali sufficienti a fermare gli abusi, come indicato da Meloni, non proteggerà le voci critiche dalle azioni legali temerarie”. L'articolo Querele temerarie, l’Italia ancora prima in Europa per le azioni contro giornalisti e attivisti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il paradosso dei giornali: in 20 anni 15mila edicole in meno, eppure i lettori non sono scomparsi. Le contromisure per il settore
In venti anni i punti vendita che in Italia offrono prodotti editoriali sono passati da 35 mila a 20 mila (-42,8%). E il loro giro di affari si è ridotto dal picco massimo del 2005 (quando erano in gran voga i “collaterali” dei quotidiani, come dvd o inserti) da 4,53 miliardi a 1,11 a fine 2024: un tracollo di tre quarti. semplificando, sono circa 55 mila euro a punto vendita, che con un aggio medio del 23,11% del prezzo di vendita, dunque al lordo dell’Iva, che genera un margine lordo di circa 12.710 euro annui per punto vendita. Per stare aperti 28/29 giorni su 30/31 al mese, pagare l’affitto del locale, o le imposte se si tratta di un chiosco su suolo pubblico, e lavorare dalle 6 del mattino, quando mediamente vengono consegnati giornali, periodici e altri “prodotti”editoriali, alle 19 o alle 20 quando finalmente si chiude. Fanno 1.059 euro al mese, lordi, per circa 13 ore di lavoro. Ovvero 2,94 euro di “retribuzione” oraria. Lorda. Questa è la paga media degli edicolanti italiani. Facile capire quindi perché in Italia la strage delle edicole continua senza soste: in pochi anni hanno chiuso sette su 10 e a oggi ne sopravvivono circa 20 mila, tra “pure” e miste, che vendono oltre ai giornali altri prodotti. Ma la morte delle edicole sta portando alla crisi dei quotidiani e della stampa, che dalla carta ottengono ancora la parte fondamentale dei loro ricavi. Per questo motivo alla crisi delle edicole cerca di offrire una risposta propositiva lo studio “Le edicole del futuro, il futuro delle edicole“, elaborato dalla società di ricerca specializzata DataMediaHub e dall’associazione Stampa Romana, il sindacato dei giornalisti del Lazio, per mano di Pier Luca Santoro, consulente di marketing e comunicazione esperto del settore editoriale delle edicole e dei giornali, Viviana D’Isa, giornalista professionista e consigliere nel direttivo di Italia Nostra Roma, Stefano Ferrante, segretario di Stampa Romana, e Lazzaro Pappagallo, cronista Tgr Lazio e membro della giunta della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), il sindacato nazionale dei giornalisti. I dati sono sconfortanti. Su 7.896 comuni in Italia ben 4.974, circa due terzi del totale, non hanno più un’edicola. In Molise il 94,1% dei Comuni non ha un’edicola. Seguono il Trentino Alto Adige (85,9%) e la Valle d’Aosta (82,4%). Meno peggio di tutte le regioni l’Emilia-Romagna in cui “solo” un terzo dei Comuni (32,1%) non ha un’edicola. Secondo lo studio “Commercio e servizi: le oasi nei centri urbani” di Confesercenti, quasi 3,5 milioni di italiani non possono più comprare giornali o riviste nel loro comune. Sono numeri che danno una dimensione di quanto grave sia la situazione delle edicole, con quelle “pure” in particolare che rischiano di fare la fine delle cabine telefoniche scomparendo progressivamente dal paesaggio. Una crisi che segue quella della carta stampata. Dall’inizio del millennio le tirature dei quotidiani italiani sono passate da 3,07 milioni di copie a 881 mila copie a fine 2024: un calo del 75,8%. Nello stesso periodo le vendite sono passate dai 2,19 milioni di copie stampate al giorno nel 2000 a 423 mila a fine 2025, un calo dell’80,6%. Secondo il “Entertainment, Media & Telecommunications Outlook in Italy 2025-2029” di PwC, complessivamente, in Italia i ricavi dei quotidiani nel 2019 erano pari a 1,47 miliardi. Il consolidato 2024 si attesta a 1,17 miliardi: in cinque anni un quinto è andato perduto. Nello stesso arco temporale i ricavi editoriali sono passati da 903 a 741 milioni (-17,9%), quelli derivanti dalla raccolta pubblicitaria calano da 563 a 431 milioni (-23,4%). Anche il futuro si prospetta nero: tra il 2024 e il 2029 i ricavi pubblicitari dei giornali, secondo quanto prevede PwC, caleranno da 431 a 354 milioni. Una flessione del 17,9% nonostante una crescita dei ricavi online/digitali del 9,75%. Nello stesso arco temporale i ricavi editoriali, che nel 2024 pesavano per il 63,2% del totale, sono previsti passare da 741 a 641 milioni, in calo del 13,5%, anche se quelli digitali aumenteranno, secondo le previsioni, del 24,4%. La mazzata però sta nel fatto che i ricavi editoriali della versione stampata dei giornali continuano, e continueranno ancora, a essere la principale voce di ricavo dei giornali. Se nel 2019 erano pari a 823 milioni (56,1% del totale), PwC prevede che saranno 473 milioni nel 2029, il 47,5% del totale ma quasi dimezzati, con un calo del 42,5%. Insomma, i ricavi della carta stampata continueranno il loro calo, ma il digitale/online non riuscirà a compensare tale calo. Il che è paradossale: il numero di lettori di notizie resta pressocché costante se si analizzano tutte le piattaforme disponibili mentre il numero delle copie vendute in un ventennio è passato da 7 a 1 milione di copie al giorno. Il tutto mentre la trasformazione delle edicole in punti multiservizi (offerte di giochi, e-commerce, servizi locali) ha ampliato le funzioni di queste attività e l’impegno di chi vi lavora ma non è stata sinora sufficiente a garantirne la sostenibilità economica. Gli incentivi pubblici, pur apprezzabili, non risolvono alla radice le fragilità del sistema. Ecco perché la ricerca di DataMediaHub e Stampa Romana propone alcune soluzioni. Innanzitutto l’analisi degli elementi essenziali per l’ottimizzazione e la modernizzazione della filiera editoriale, attraverso l’informatizzazione delle edicole. Sono poi identificate ulteriori aree di “new business”, nuove aree di ricavi che possano in prospettiva sostenere la sopravvivenza della rete dei punti vendita, oggi seriamente a rischio. Viene realizzata una “marketing map” delle edicole che, appunto, mappa i diversi segmenti di business delle edicole, in riferimento sia a quelli esistenti che a quelli ipotizzati. Infine, vengono suggeriti una serie di interventi a medio – lungo termine. Interventi che riguardano l’immagine complessiva del canale, oggi in balia di se stesso. Perché la salvezza dell’informazione, e quindi lo stato di salute della democrazia, passano ancora dalla carta stampata. 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Assalto a la Stampa, la solidarietà ai colleghi di Torino dai Cdr del Fatto quotidiano
I comitati di redazione del Fatto Quotidiano e di ilfattoquotidiano.it sono solidali con i colleghi de la Stampa di Torino, la cui redazione è stata assaltata da un gruppo di persone provenienti dalla manifestazione per la Palestina, peraltro mentre i giornalisti esercitavano il diritto di sciopero. Il legittimo dissenso dalla linea editoriale di qualunque testata non può sconfinare nello squadrismo. L'articolo Assalto a la Stampa, la solidarietà ai colleghi di Torino dai Cdr del Fatto quotidiano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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