Indipendenza della Rai, molestie legali, concentrazione del sistema mediatico
italiano e spyware. Su questi temi si è concentrata la terza missione in Italia
del Media Freedom Rapid Response, consorzio di organizzazioni che monitora la
tutela della libertà di informazione in Europa. “La prima volta siamo venuti nel
2022”, dice Sielke Kelkner dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, “poi
nel 2024 e ora di nuovo”. Come già due anni fa però, i delegati non sono stati
ricevuti da nessun membro dell’esecutivo: l’unico confronto è stato con la
segreteria tecnica del sottosegretario Francesco Paolo Sisto (Fi). “Ci dispiace
perché anche laddove le opinioni possano essere in contrasto, i confronti sono
la linfa vitale degli assetti democratici”.
Uno dei temi su cui si sono concentrati è il recepimento della direttiva sulle
querele temerarie che, al momento, è limitata alle cause trasnfrontaliere. “La
legge delega purtroppo è ancora molto molto vaga”, osserva l’avvocato Marco Meo
di Free Press United, “fare un copia in colla della direttiva del nostro
ordinamento sarebbe sicuramente un’occasione persa. L’unico Stato che l’ha
trasposta immediatamente è Malta, “ma purtroppo è un esempio negativo” perché lo
ha fatto “senza allargarla ed è il timore che possa essere uno scenario
replicabile anche in Italia”. Ma bastano le leggi attuali in Italia per tutelare
contro le querele temerarie? “Non è sufficiente al momento la legislazione
italiana”, chiude Meo. Per Kelner “sarebbe un’occasione sprecata perché i dati
della coalizione europea contro le Slapp (Azione strategica contro la
partecipazione pubblica ndr) ci dicono che più del 90% delle azioni temerarie
monitorate, non solo in Italia, ma in Europa, hanno un carattere strettamente
nazionale domestico”. In Italia “c’è un ricorso sistematico da parte delle
figure pubbliche di alto livello alle azioni temerarie per mettere a tacere
qualunque forma di critica, non solo dei giornalisti e delle inchieste, ma anche
critiche che vengono appunto da parte di intellettuali”. Il riferimento è alle
minacce di querela da parte del presidente del Senato Ignazio La Russa a Tomaso
Montanari, ma anche il caso” che vede coinvolta la premier Meloni contro lo
stand-up comedian romano Daniele Fabri“.
L’altro argomento centrale per la delegazione è quello della Rai perché
l’Italia, da agosto scorso, ha superato i termini per recepire il Media Freedom
Act e quindi adoperarsi per una governance trasparente. “Se l’Italia rischia una
procedura di infrazione? Io mi auguro che non dobbiamo arrivare là, ma se mai ci
arriviamo c’è anche un rischio di soldi”, commenta Renate Schroeder della
Federazione europea dei giornalisti. Nei mesi scorsi l’Italia ha ricevuto una
lettera di richiamo. “Non vedo molta possibilità, per questo onestamente sono
anche un po’ frustrata. Il rischio è che i cittadini non abbiano l’informazione
di cui hanno bisogno e questo è urgente se vogliamo chiamare Italia una
democrazia”.
La missione quest’anno si è anche concentrata sulla sorveglianza dei
giornalisti. Una scelta, spiega Dimitri Bettoni di Osservatorio Balcani Caucaso
arrivata dopo l’emergere di casi di spionaggio a danni di cronisti: “Un fatto
che riteniamo estremamente grave. Ci aspettiamo un impegno attivo da parte delle
istituzioni. Il governo recepisca il caso come una questione di importanza
fondamentale per la sicurezza della cittadinanza. E’ nell’interesse del Paese
fare luce su quanto accaduto”.
L'articolo “Querele temerarie? Così la legge delega del governo è un’occasione
persa”. “Riforma Rai? Urgente per la democrazia”. Gli alert della delegazione
per la libertà d’informazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Libertà di Stampa
Sono ritornati in Italia dopo due anni per parlare dello stato della libertà di
informazione nel Paese e, di nuovo, il governo ha preferito non incontrarli. Il
consorzio Media Freedom Rapid Response, gruppo di organizzazioni che monitora la
libertà di stampa e le sue violazioni in Europa, è stato a Roma per dare seguito
alla missione del 2024 e valutare se ci sono state evoluzioni sul fronte della
tutela dei giornalisti. Ma, come due anni fa, l’esecutivo ha declinato gli
inviti: l’unico confronto possibile è stato con la segreteria tecnica del
sottosegretario Fi Francesco Paolo Sisto, ma non alla presenza del parlamentare.
“Rispetto all’ultima volta si è aperto un canale e restiamo a disposizione”,
hanno osservato gli organizzatori. Resta però un segnale di scarso interesse
generale, mentre tutta l’attenzione è rivolta alla campagna elettorale sul
referendum per la separazione delle carriere. Eppure i temi su cui la missione
ha chiesto chiarimenti sono cruciali per la libertà di informazione: governance
della Rai che viola l’European Media Freedom Act, recepimento della direttiva
anti Slapp (le cosiddette “querele temerarie), concentrazione del sistema
mediatico e sorveglianza dei giornalisti.
LE PORTE CHIUSE DEL GOVERNO (E UN SOLO SPIRAGLIO)
Il Media Freedom Rapid Response è “un meccanismo a livello europeo che monitora,
controlla e reagisce alle violazioni della libertà di stampa e dei media negli
Stati membri Ue”. Nel viaggio di “follow up” in Italia, hanno partecipato gli
esponenti di cinque organismi: European Federation of Journalists, International
Press Institute, Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, European Centre for
Press and Media Freedom e Free Press United.
“L’Italia”, ha esordito la coordinatrice Rodina (ECPFM) nel corso di una
conferenza stampa presso l’Ordine dei giornalisti, “ha registrato 488 violazioni
della libertà di stampa dal 2020”, un numero che si basa sulle segnalazioni
raccolte e ricevute sulla piattaforma Mapping Media Freedom. Per Paola Spadari,
segretaria dell’Ordine, “i numeri sono anche più gravi”: “Pochi giorni fa
abbiamo incontrato il presidente della Repubblica e abbiamo fatto presente la
situazione”, ha dichiarato. “Mattarella ci ha ascoltati con grande interesse.
C’è un clima di delegittimazione della professione che ci preoccupa moltissimo”.
Anche per questo, la necessità di un ulteriore approfondimento. “È la terza
volta che torniamo”, ha dichiarato Sielke Kelner (OBCT). Tra gli incontri che ha
definito “proficui” c’è stato quello con la presidente della commissione di
Vigilanza Rai Barbara Floridia, ma le vice Montaruli e Bosso “non è stato
possibile incontrarle”. Inviti respinti anche dal sottosegretario all’Editoria
Alberto Barachini e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo
Mantovano. Stesso discorso per il cda Rai e il presidente del Copasir Lorenzo
Guerini. Un atteggiamento di chiusura che lascia pochi spiragli di dialogo, come
osservato da Jamie Wiseman (IPI): “Quando siamo venuti in Italia la prima
volta”, ai tempi del governo Draghi, “siamo stati ospitati da diversi ministeri
del governo e abbiamo incontrato vari gruppi politici”. I mancati incontri
“limitano la nostra capacità di porre domande su questioni chiave. Sebbene sia
spiacevole, restiamo aperti al dialogo e a incontri con tutti i partiti politici
della maggioranza”.
LA RAI E LA GOVERNANCE CHE VIOLA LA LEGGE UE
Uno dei temi più impellenti è la mancata applicazione dell’European Media
Freedom Act che chiede una governance trasparente per le reti pubbliche e rende,
automaticamente, illegale la dirigenza Rai. L’Italia avrebbe dovuto adeguarsi
già ad agosto scorso, ma la riforma è bloccata in Parlamento. A dicembre la
commissione Ue ha inviato 25 lettere di richiamo ad altrettanti Paesi, tra cui
l’Italia, per chiedere di velocizzare il recepimento del regolamento. “Due anni
fa”, ha detto Schroeder (EFJ), “abbiamo chiesto al governo di stabilire un
quadro che garantisse indipendenza editoriale e funzionale della Rai, ma non ci
siamo ancora”. A richiedere l’adeguamento è l’art.5 dell’Emfa. “C’è un blocco
politico da parte della maggioranza quando si tratta dell’elezione del
presidente del consiglio di amministrazione. La bozza di riforma del governo non
sta andando da nessuna parte”. Inoltre, si apre all’uso della “maggioranza
semplice”: “Ma è la maggioranza qualificata garanzia che non è il governo che
decide”. Schroeder ha anche posto l’attenzione sullo stallo che vive la
commissione di Vigilanza Rai, bloccata da oltre un anno: “Il fatto che non
riesca a svolgere il proprio lavoro, nonostante tutti gli sforzi compiuti,
dimostra che vi una mancanza di rispetto per un’istituzione così importante”.
Infine, ha chiuso, “un altro grave problema è rappresentato dai tentativi di
tagliare i finanziamenti”, come previsto dalla legge Renzi che li ha vincolati
alla legge di Bilancio. “La credibilità della Rai è in ribasso, una Telemeloni,
come tanti la definiscono, non aiuta a ridare questa credibilità. Per questo
continuiamo il dibattito e speriamo che anche la società civile reagisca”.
LE QUERELE TEMERARIE
Altro fonte caldo è quello delle querele temerarie. L’Italia deve recepire la
direttiva Ue entro il 7 maggio, ma al momento si attende ancora il disegno di
legge delega. Se la legge europea regola solo i casi transfrontalieri, la
richiesta è che si vada oltre e si allarghi la tutela anche ai casi nazionali.
Il governo finora non solo si è limitato a non farlo, ma la stessa Giorgia
Meloni nella conferenza stampa di inizio anno ha negato la necessità di un
intervento in tal senso. “L’Italia”, ha detto l’avvocato Marco Meo (FPU),
“purtroppo vanta un triste primato in Europa per il numero di Slapp. Delle 488
violazioni segnalate prima, oltre un quinto sono minacce legali e circa la metà
vengono da membri del governo o autorità pubbliche”. Secondo Meo, “la legge
delega è purtroppo ancora molto molto vaga perché si limita a dare mandato al
governo di trasferire nella nostra legislazione la direttiva e a chiarire il
significato di transfrontaliero. Ma gran parte delle querele sono domestiche.
Quindi fare un copia incolla della direttiva del nostro ordinamento sarebbe
sicuramente un’occasione persa”. Ad esempio, in Irlanda il governo sta lavorando
a una legislazione completa e che possa allargare il campo della legge Ue. “Noi
chiediamo che ci siano definizioni chiare e procedure per l’archiviazione
immediata dei processi”. Una delle ultime strade emerse, come rivelato dal Fatto
quotidiano, è quella dello scudo penale introdotto nell’ultimo decreto Sicurezza
dal governo che, a loro insaputa, potrebbe coprire anche le querele temerarie
dei giornalisti. “Siamo consapevoli e stiamo esplorando questo tema”, ha detto
Spadari dell’Ordine. “La situazione è in evoluzione, ma ci stiamo muovendo”.
“SULLE VENDITE GEDI INTERVENGA L’AGCOM”
Un altro punto toccato riguarda la vendita dei quotidiani Gedi, in particolare
quella già conclusa de la Stampa a un acquirente italiano e la possibile
cessione di Repubblica. “Si tratta”, ha detto Wiseman (IPI), “di un cambiamento
significativo nel panorama editoriale italiano che viene osservato con
attenzione in tutta Europa”. Per questo “dovremmo chiedere completa trasparenza
nei confronti del personale e dei giornalisti”. Inoltre, ha continuato Wiseman,
“va detto che è stato sollevato più volte il tema di istituire una qualche forma
di fondazione all’interno del giornale per creare una separazione tra la parte
editoriale e quella di gestione aziendale. E’ un modello di governance molto
comune, di cui abbiamo esempi in tutta Europa e dovrebbe essere considerato
molto attentamente”. Proprio l’European Media Freedom Act, ha ricordato,
all’articolo 22, prevede che le legislazioni nazionali dovrebbero avere regole
che consentano test sul pluralismo dei media o valutazioni su operazioni simili
e del loro potenziale impatto. “Credo che l’Agcom dovrebbe utilizzare queste
nuove norme per chiedere al Media Board, un organismo europeo di nuova
istituzione composto dai regolatori nazionali dei media, di effettuare una
valutazione dell’accordo. Agcom ha la responsabilità di agire e dovrebbe farlo
il prima possibile, senza aspettare che l’accordo venga completato. Perché
l’indipendenza editoriale di queste testate è cruciale per il pluralismo dei
media in Italia”.
LA SORVEGLIANZA
Infine, uno dei temi su cui il consorzio ha voluto chiedere chiarimenti è il
caso della sorveglianza dei giornalisti tramite lo spyware Paragon e su cui
indagano le procure di Roma e Napoli. “Ci siamo concentrati sui casi specifici”,
ha dichiarato Dimitri Bettoni (OBCT), “in particolare i giornalisti Ciro
Pellegrino e Francesco Cancellato di Fanpage e Roberto D’Agostino di Dagospia.
Un fatto estremamente grave, è interesse dei cittadini fare luce su quanto
accaduto”. Proprio alcuni passaggi dell’articolo 4 dell’EMFA, possono essere
utilizzati in queste circostanze. Innanzitutto “si dice che gli Stati membri si
impegnano a non violare il segreto professionale dei giornalisti e le loro
fonti”. Ma non solo: “Al punto 7 si prevede che i giornalisti abbiano diritto di
accesso ai loro dati personali trattati nel corso di operazioni di sorveglianza,
incluse quelle condotte attraverso spyware”. E “al punto 8 si parla di un
impegno degli Stati membri a garantire un impegno proattivo di tutela di quei
giornalisti che si ritrovano vittime di operazioni di spionaggio”. Si tratta
però, di un regolamento europeo che attende ancora di essere trasposto. “La
nostra attenzione si concentra proprio sulla possibilità che, all’interno delle
legislazioni nazionali, si garantisca questo principio di trasparenza”. E anche
su questo, Bettoni ha auspicato che il canale aperto con il ministero della
Giustizia resti tale. Infine, ha espresso soddisfazione per le pene maggiorate
per chi attacca i giornalisti contenute nei decreti di sicurezza: “È
un’esigenza, una necessità che abbiamo a lungo espresso e che finalmente trova
una prima realizzazione pratica”. Ma si può essere ancora più ambiziosi e
tutelare tutti gli operatori dell’informazione, non solo i professionisti:
“Altrimenti c’è un rischio che questa normativa rappresenti anche un momento
discriminatorio”, ha concluso.
L'articolo Libertà d’informazione, delegazione per il monitoraggio di nuovo
ignorata dal governo. Rai, querele temerarie e spionaggio: le raccomandazioni
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Anche il 2025 si è chiuso con un bilancio tragico per la libertà di stampa.
Secondo il rapporto annuale del Committee to Protect Journalists, 129
giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi nel mondo, secondo record
consecutivo e numero più alto mai registrato dall’inizio delle rilevazioni
sistematiche avviate nel 1992. Di questi, almeno 104 sono morti in contesti di
conflitto armato e Israele è ritenuto responsabile di due terzi – “quasi il 70%
– delle uccisioni: le Israel Defense Forces , sottolinea l’ong, hanno compiuto
“più uccisioni mirate di giornalisti di qualsiasi altra forza militare
governativa mai documentata dal CPJ” in 30 anni. In diversi casi, afferma
l’organizzazione, “vi sono ragionevoli motivi per ritenere che i giornalisti
siano stati deliberatamente presi di mira”.
Il report evidenzia anche una crescita significativa delle uccisioni tramite
droni: 39 cronisti hanno perso la vita in attacchi sferrati da velivoli senza
pilota, un salto drammatico rispetto alle 2 vittime documentate nel 2023. Questi
strumenti sono stati usati soprattutto nelle zone di conflitto più intense, dove
la maggior parte dei reporter lavora in condizioni di estrema precarietà.
Nonostante l’elevato numero di morti, la quasi totalità dei casi non ha portato
a indagini trasparenti né a processi per i responsabili, alimentando un forte
senso di impunità.
Gran parte delle uccisioni nel 2025 sono avvenute nella Striscia di Gaza in
quello che è stato il conflitto il più mortale di sempre per i professionisti
dei media. Tra i casi più noti compaiono storie di corrispondenti e fotoreporter
locali: Mariam Abu Dagga, 33 anni, freelance, è stata uccisa il 25 agosto 2025
durante un bombardamento sull’ospedale Nasser di Khan Younis insieme ad altri
colleghi; Moaz Abu Taha, anch’egli freelance, è morto nello stesso attacco
mentre documentava la crisi umanitaria; Ahmed Abu Aziz, collaboratore di Middle
East Eye e Quds News Network, e Anas al‑Sharif di Al Jazeera sono stati uccisi
il 10 agosto vicino all’Al-Shifa Hospital mentre cercavano di raccontare gli
effetti dei bombardamenti sulla popolazione civile. Questi casi non sono
incidenti isolati, ma parte di un fenomeno sistemico: il rischio di morte per
giornalisti locali nella Striscia si è rivelato più del doppio rispetto alla
popolazione generale, mentre il rischio per i sanitari è fino a sei volte
superiore alla media, secondo studi pubblicati sull’European Journal of Public
Health.
La violenza contro i giornalisti nel 2025 ha riguardato anche altri Paesi. In
Ucraina almeno 4 reporter sono stati uccisi da droni mentre coprivano il
conflitto con la Russia – il numero più alto dall’inizio dell’invasione su larga
scala da parte delle forze di Mosca nel 2022 -, e in Sudan nove operatori dei
media hanno perso la vita nel contesto della guerra civile. Anche in Messico,
India e Perù giornalisti sono stati assassinati da criminalità organizzata o per
rappresaglie legate al loro lavoro, dimostrando che la violenza contro i media
non si limita alle zone di guerra aperta.
Il rapporto fornisce anche una ripartizione professionale delle vittime: la
stragrande maggioranza erano reporter locali, freelance o collaboratori di
testate regionali. Solo una minoranza apparteneva a grandi media internazionali.
Questo dato, osserva il CPJ, dimostra che “i giornalisti locali sopportano il
peso maggiore dei conflitti armati, con minori protezioni e visibilità
internazionale”. Preoccupante è anche il quadro dell’impunità. “Nella quasi
totalità dei casi documentati nel 2025, non risultano procedimenti giudiziari
conclusi contro i responsabili”, si legge nel rapporto. L’organizzazione
ribadisce che “l’assenza di accountability alimenta un clima in cui colpire la
stampa diventa una strategia a basso costo”.
I numeri del Cjp differiscono leggermente da quelli fotografati da Reporter
senza frontiere nel report annuale pubblicato a dicembre, secondo il quale sono
stati 67 i professionisti dei media uccisi dal 1 dicembre 2024 al 1 dicembre
2025: di questi quasi la metà, ossia 29, è stata freddata dall’esercito
israeliano nella Striscia di Gaza. Le cifre differiscono ma la sostanza non
cambia: “I reporter vengono uccisi in numeri record in un momento in cui
l’accesso alle informazioni è più importante che mai”, il commento di Jodie
Ginsberg, Ceo del Cpj. Che aggiunge: “La protezione dei reporter nei conflitti
armati non è un’opzione politica, ma un obbligo previsto dal diritto
internazionale”.
L'articolo Libertà di stampa, il Cpj: “129 giornalisti uccisi nel 2025, nuovo
record. Israele è responsabile del 70% delle morti” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
We returned from hell, “siamo tornati dall’inferno”. Con questa lapidaria
dichiarazione il Committee to Protect Journalists (CPJ), organizzazione non
profit indipendente che promuove la libertà di stampa in tutto il mondo, apre il
suo rapporto speciale sulla condizione dei giornalisti palestinesi detenuti
nelle carceri israeliane. Un racconto corale delle violenze subite da 59
giornalisti palestinesi, rilasciati dalla custodia israeliana tra il 7 ottobre
2023 e il 30 gennaio 2026 e intervistati sin da allora dal Comitato, su 94
giornalisti e un operatore media palestinesi detenuti. Ad oggi, 30 di loro
risultano ancora in custodia, mentre degli altri 6 rilasciati cinque hanno
declinato la richiesta del CPJ di testimoniare per paura di ritorsioni. Uno,
Ismail al–Ghoul, è stato ucciso in un raid aereo israeliano. Numeri che non
stupiscono: secondo il censimento di CPJ sui prigionieri dello scorso anno, dal
2023 Israele si posiziona ai primi posti nell’elenco dei principali carcerieri
di giornalisti a livello mondiale. Dato che riporta sul tavolo la discussione,
mai realmente sopita, sulla libertà di stampa e i mezzi a sua tutela,
soprattutto dopo il 7 ottobre 2023.
Negligenza medica, fame forzata, violenza sessuale, minacce, compongono un
quadro alla “Guernica” di quanto vissuto dai giornalisti intervistati, la
maggioranza dei quali trattenuta senza accuse formali o, solo in 10 casi, con
accuse di incitamento, attività anti-statali o favoreggiamento del terrorismo.
“Questi non sono incidenti isolati. In decine di casi, il CPJ ha documentato una
serie ricorrente di abusi diretti contro i giornalisti a causa del loro lavoro.
Essi rivelano una strategia deliberata per intimidire e mettere a tacere i
giornalisti, distruggendo la loro capacità di farsi testimoni. Il persistente
silenzio della comunità internazionale non fa altro che favorire tutto questo”,
ha denunciato Sara Qudah, Direttrice Regionale CPJ.
Tenuti bendati in stanze dove musica ebraica e inglese si diffondono a un volume
tale da rendere impossibile il sonno o accompagnati h24 da un incessante latrato
di cani per aumentare la paura. Ogni volta che perdeva conoscenza, ha riportato
il giornalista palestinese Abdel Aal, i soldati lo svegliavano con una scossa
elettrica o un colpo. Un altro testimone, che ha scelto l’anonimato, ha
raccontato che i soldati gli hanno legato i genitali con fascette di plastica e
lo hanno picchiato finché le lesioni non gli hanno reso impossibile urinare
senza tracce di sangue: “Mi hanno detto che non sarei più stato un uomo”.
Violenze mutevoli nella forma e variabili nell’intensità a seconda della
struttura detentiva, dalle “disco room” allo “strappado”, per un metodo
carcerario collaudato che l’organizzazione israeliana per i diritti umani
B’Tselem non esita a descrivere una “rete di campi di tortura”.
Nel report il CPJ precisa che il termine “tortura” è stato utilizzato per
riflettere il linguaggio scelto dai testimoni e dalle organizzazioni per i
diritti umani, senza esprimere un giudizio legale. Vale tuttavia la pena
ricordare che secondo l’Art.1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la
tortura, ratificata anche dallo stesso stato di Israele, “il termine tortura
indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti a una
persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di
ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla
per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver
commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far
pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su
qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano
inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca
a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o
tacito”. Il report del CPJ si accompagna a materiale fotografico e video che
mostra chiaramente le drammatiche trasformazioni dei giornalisti al momento del
rilascio, con volti scavati e costole sporgenti, segni di scabbia e ferite da
percosse a riprova degli abusi e delle deprivazioni fisiche a cui sono stati
costretti.
In risposta alle denunce dei giornalisti e alle richieste del CPJ di commentare
le accuse, l’esercito israeliano ha richiesto numeri identificativi e coordinate
geografiche che “il CPJ non raccoglie né fornisce”. Il Servizio Carcerario
Israeliano (Ips) ha invece dichiarato che “tutti i prigionieri sono detenuti a
norma di legge” e che “tutti i diritti fondamentali sono pienamente garantiti da
guardie carcerarie professionalmente addestrate”, aggiungendo di non essere a
conoscenza che eventi come quelli denunciati si siano mai verificati.
L'articolo Scosse elettriche, fame forzata, genitali legati con fascette di
plastica: il racconto dei giornalisti detenuti nelle carceri israeliane proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“C’è un clima oscuro nel nostro paese, nella Commissione europea che si occupa
delle libertà democratiche, l’Italia è attenzionata sia per l’informazione ma
per il tentativo del governo di mettere le mani sulla magistratura”. L’allarme
arriva dall’eurodeputato M5s-The Left Gaetano Pedullà che a Milano ha
organizzato il convegno “Chi minaccia l’informazione in Italia e In Europa?” con
gli interventi di Barbara Floridia (senatrice M5s, presidente Commissione
Vigilanza Rai), Gianni Barbacetto (giornalista il Fatto Quotidiano), Francesco
Cancellato (direttore Fanpage) e Antonio Pitoni (direttore La Notizia). “Viviamo
nel mondo in cui una parte dell’informazione è invece propaganda pura” ha
raccontato il giornalista del Fatto puntando il dito contro l’atteggiamento di
un esecutivo sempre più presente nel controllo non solo della stampa ma anche
della magistratura.
L'articolo Barbacetto: “Libertà di stampa? Parte dell’informazione è diventata
propaganda pura”. Pedullà (M5s): “Clima oscuro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Minacce di morte via social a un giornalista dell’emittente TV12 di Pordenone,
che fa parte del gruppo Medianordest. A pronunciarle è stato un giovane, con il
volto coperto da un passamontagna nero, come testimonia il video che gira in
rete ed è stato mandato in onda da un servizio della stessa televisione privata.
Federico De Ros ha girato alcuni servizi nella zona della stazione degli autobus
del capoluogo, denunciando e documentando violenze, con l’uso di armi da taglio
e con spranghe di ferro da parte di bande di giovani. In una occasione è stato
affrontato di persona, alla presenza di un cameraman, e diffidato a mandare in
onda i servizi. Poi c’è stata la lugubre apparizione in video di un giovane che
lo apostrofa con frasi offensive e con minacce di morte (“Spero tu muoia”). Sono
seguiti alcuni messaggi web con l’augurio al giovane cronista di morire di
cancro.
L’interessato e la direzione di TV12 hanno presentato denuncia in Questura. Da
tempo gli agenti stanno indagando sulla popolazione giovanile che trasforma la
stazione in un luogo ad alto rischio. Sono anche stati eseguiti in un passato
recente quattro fermi nei confronti di ragazzi per lo più stranieri ritenuti
responsabili di aggressioni.
Solidarietà è stata espressa innanzitutto dall’Ordine dei Giornalisti del Friuli
Venezia Giulia, con il presidente Furio Baldassi che ha parlato di una
situazione grave. “L’ennesimo tentativo di minacce nei confronti di chi è
impegnato a garantire l’informazione dimostra come nella zona di Pordenone siamo
arrivati al livello di guardia. Invitiamo le autorità a vigilare per garantire
l’incolumità dei colleghi”. Analoghe dichiarazioni sono arrivate dall’Assostampa
del Friuli e dalla Federazione Italiana Giornalismo Editoria Comunicazione.
Il governatore Massimiliano Fedriga ha espresso la sua solidarietà, anche a nome
della giunta regionale: “Auspichiamo che al più presto venga fatta luce da parte
delle forze dell’ordine su quanto accaduto, in quanto si tratta di atti
inaccettabili oltre che ingiustificabili. Si tratta di episodi gravissimi, che
colpiscono non solo una persona, ma il principio stesso della libertà di
informazione, pilastro fondamentale di ogni democrazia. Raccontare la realtà dei
territori, anche quando è scomoda, è un dovere del giornalismo e un diritto dei
cittadini”.
L'articolo Minacce di morte via social al giornalista della tv di Pordenone che
si occupa di criminalità alla stazione. Via alle indagini proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Italia scivola indietro: lo spazio civico è “ostruito”. Per la prima volta, il
Belpaese entra nella fascia degli Stati dove lo spazio civico è “fortemente
contestato”. È il verdetto del Civicus Monitor 2025, un’alleanza globale di
organizzazioni della società civile e attivisti che lavorano per rafforzare
l’azione dei cittadini e la società civile in tutto il mondo. Da “limitato” a
“ostruito”, ponendo l’Italia nello stesso gradino occupato dall’Ungheria di
Viktor Orbán. Una definizione che non parla di autocrazie conclamate ma di
democrazie dove associazione, protesta e libertà di stampa esistono ma
inciampano in ostacoli crescenti.
Il rapporto – Power Under Attack 2025, pubblicato martedì 9 dicembre – inserisce
l’Italia tra i 39 Paesi su 197 dove la partecipazione civica è compressa da
restrizioni legali, pressioni amministrative e un clima politico sempre più
avverso al dissenso. A spingere verso il basso l’Italia è soprattutto il decreto
sicurezza, ribattezzato all’estero “norma anti-Gandhi”: un testo approvato a
giugno che introduce nuovi reati e inasprisce le pene per forme di disobbedienza
civile non violenta. Blocchi stradali fino a due anni di carcere, proteste
contro infrastrutture fino a sette, resistenza a pubblico ufficiale fino a
venti. Più dure anche le norme su occupazioni, sit-in e contestazioni nei centri
per migranti.
“La legge sulla sicurezza è solo una delle misure che hanno ristretto lo spazio
civico”, afferma Tara Petrović, ricercatrice per l’Europa di Civicus.
Nell’elenco confluiscono episodi che hanno segnato le cronache degli ultimi
mesi: interventi repressivi contro i movimenti climatici, mobilitazioni su Gaza
ostacolate, proteste per il diritto alla casa trattate come problemi d’ordine
pubblico. Poi le pressioni sulle ong impegnate nei soccorsi in mare, querele
temerarie contro giornalisti e campagne pubbliche contro magistrati ritenuti
scomodi.
Nel capitolo sulla libertà di espressione entra anche il caso Paragon: a
febbraio diverse inchieste hanno rivelato che giornalisti e attivisti erano
stati monitorati, da un soggetto ancora sconosciuto, tramite uno spyware venduto
solo a istituzioni statali e classificato come tecnologia militare. Civicus
parla apertamente di una “normalizzazione della sorveglianza politica”. Un
campanello d’allarme che si aggiunge alle richieste di rettifica aggressive,
sequestri di telefoni a cronisti e rallentamenti nell’accesso agli atti. La
retrocessione italiana non arriva isolata. Francia e Germania scendono anch’esse
nella categoria “ostruito”: Parigi per le limitazioni all’associazionismo,
Berlino per le misure contro le mobilitazioni pro-Palestina. Un segnale europeo:
la retorica securitaria delle destre – ordine pubblico, criminalizzazione della
protesta, sospetto verso le ong – sta diventando un linguaggio politico comune.
Nel caso italiano pesano tre fronti. Il primo quello del dissenso sotto
pressione. Fogli di via, Daspo urbani, vecchie norme sulle manifestazioni
riattivate anche quando la pericolosità è zero. Niente repressione dichiarata,
ma una serie di micro–ostacoli che diventano prassi: chi protesta viene
spostato, identificato e sanzionato. Un “test di resistenza” continuo che,
avverte il report, finisce per raffreddare la partecipazione. Il secondo fronte
è la libertà di informazione. Non c’è censura, ma una costellazione di pressioni
indirette: querele bavaglio, proprietà dei media sempre più concentrata, limiti
al lavoro dei cronisti nei tribunali. Il diritto di cronaca resta formalmente
solido, nota Civicus, ma si muove dentro un ambiente più ostile e più
intimidatorio. Il terzo e ultimo riguarda l’ecosistema delle associazioni. Qui
il rapporto parla di “retoriche delegittimanti” verso ong e gruppi civici,
soprattutto quelli che lavorano su migranti, clima e diritti. Non esistono
divieti espliciti, ma un clima politico che produce incertezza operativa e
spinge molte realtà a rallentare, a ritrarsi, a scegliere la prudenza invece
della partecipazione.
“Il declassamento dell’Italia a ‘Spazio civico ostacolato’ è il risultato di
scelte politiche deliberate che limitano la partecipazione e dimostrano il
pericoloso impatto del nuovo decreto”, avverte Martina Corti, di Solidar. “Il
decreto sicurezza anziché proteggere le persone, viene utilizzato per punire il
dissenso. Quando la criminalizzazione delle proteste pacifiche e le
intimidazioni nei confronti dei giornalisti vengono normalizzate, lo spazio
civico non solo viene ostacolato, ma viene smantellato”.
L'articolo Libertà e dissenso, l’Italia è declassata: lo spazio civico è
“ostruito” come in Ungheria. Il report del Civicus Monitor proviene da Il Fatto
Quotidiano.
I comitati di redazione del Fatto Quotidiano e di ilfattoquotidiano.it sono
solidali con i colleghi de la Stampa di Torino, la cui redazione è stata
assaltata da un gruppo di persone provenienti dalla manifestazione per la
Palestina, peraltro mentre i giornalisti esercitavano il diritto di sciopero. Il
legittimo dissenso dalla linea editoriale di qualunque testata non può
sconfinare nello squadrismo.
L'articolo Assalto a la Stampa, la solidarietà ai colleghi di Torino dai Cdr del
Fatto quotidiano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Vietato disturbare Giorgia Meloni. Il messaggio è arrivato chiaro anche al
Parlamento europeo, tanto che con un vero e proprio blitz in Conferenza dei
presidenti il capogruppo e presidente del Partito Popolare Europeo, Manfred
Weber, ha chiesto e ottenuto, con l’aiuto dell’estrema destra, il blocco di una
missione in Italia dell’Eurocamera che avrebbe riguardato lo Stato di diritto,
la libertà di stampa e la giustizia. Lo stop ordinato, e ottenuto, dal Ppe non
solo getta l’istituzione europea di nuovo nell’imbarazzo e fa gridare
opposizioni, ma non solo, al servilismo dell’Ue nei confronti di alcuni governi,
ma rappresenta il terzo punto di rottura all’interno della maggioranza Ursula,
con i Popolari che per la terza volta usano le destre per far passare le proprie
posizioni.
L’accordo sulle missioni era stato trovato già due mesi fa e la Commissione per
le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento europeo
(LIBE) stava già lavorando sui preparativi del viaggio e degli incontri che si
sarebbero dovuti tenere. Incontri che avrebbero trattato i temi dello Stato di
diritto e, soprattutto, della giustizia e libertà di stampa, anche alla luce
delle pesanti dichiarazioni del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, e del
direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, in audizione a Bruxelles lo scorso
maggio.
Articolo in aggiornamento
L'articolo Vietato disturbare il governo Meloni, il Ppe chiede aiuto alle destre
e blocca una missione dell’Ue in Italia su libertà di stampa e giustizia
proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Otto e mezzo, su La7, Lilli Gruber apre la puntata con un dato che pesa:
l’Italia scende al 49° posto nella classifica di Reporter senza frontiere e,
mentre le destre intensificano gli attacchi a Report e al suo conduttore
Sigfrido Ranucci, il governo rinvia ancora una volta l’intervento sulle querele
temerarie. Una situazione che, secondo la conduttrice, delinea un’offensiva
sempre più evidente contro la libertà di stampa. A quel punto la domanda è
inevitabile: che cosa teme Giorgia Meloni?
Il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, allarga immediatamente il
quadro oltre Palazzo Chigi: “Ma fosse solo il governo Meloni e questa destra che
attacca l’informazione almeno sapremmo bene qual è il nemico. Il problema è più
profondo e riguarda i fondamentali non solo della libertà di informazione ma
anche della libertà di espressione”.
A sostegno della sua tesi cita una serie di episodi recenti. Il primo riguarda
il giornalista Gabriele Nunziati licenziato dall’agenzia di stampa Agenzia Nova
perché, durante una conferenza stampa a Bruxelles, ha chiesto alla portavoce
della presidente von der Leyen, Paula Pinho, le ragioni per la Russia debba
finanziare la ricostruzione dell’Ucraina mentre a Israele non viene richiesto di
contribuire alla ricostruzione di Gaza. “L’hanno licenziato perché la domanda
era sbagliata – sottolinea Travaglio – Non esistono domande sbagliate, tantomeno
quella, che era assolutamente pertinente”.
Travaglio passa poi ai grandi giornali, accusandoli di contribuire al
restringimento dello spazio informativo: “Ci sono giornali che chiedono
interviste scritte a Lavrov (Il Corriere della Sera, ndr), poi, quando Lavrov
gli manda delle risposte, non gli piacciono e non le pubblicano e le pubblica
Lavrov dimostrando come è ridotta la libertà di stampa anche nei nostri paesi e
non solo in Russia, dove sappiamo che i giornalisti fanno una certa fatica a
morire di morte naturale”.
Il direttore ricorda anche l’episodio torinese in cui al professor Angelo
d’Orsi, docente di Storia all’Università di Torino, viene impedito di parlare in
una sede pubblica perché ritenuto portatore di posizioni considerate russofile.
“Insomma – osserva Travaglio – stiamo trascurando degli fenomeni enormi che
praticamente hanno completamente desertificato proprio il concetto stesso di
libertà di espressione, non soltanto di stampa”.
Poi il bersaglio torna al governo, accusato di reagire ai numeri e ai fatti con
negazioni e delegittimazioni: “Ci sono questi poveretti che stanno al governo
che non ne azzeccano una e che hanno come nemico la realtà e i numeri”.
Travaglio cita l’ultimo scontro con Bankitalia, definita da Mario Sechi, ex
portavoce del governo Meloni e attuale direttore di Libero, una specie di covo
di “banchieri rossi”, perchè ha osato criticare la legge di bilancio. Stesso
destino per l’Istat, popolata da “statistici rossi”.
La critica tocca infine i ritardi ferroviari di giornata, con convogli
accumulati fino a otto ore di ritardo: “Probabilmente riusciranno a dar la colpa
a qualche magistrato anche per i ritardi dei treni che ormai sono endemici:
partono più treni in orario nei giorni di sciopero generale che in quelli di
ordinaria amministrazione”.
Il filo che unisce tutti questi episodi, secondo Travaglio, è uno solo, la paura
dei fatti:“Il problema è che qui si ha paura della realtà e si perdono proprio
di vista i fondamentali”.
L'articolo Travaglio a La7: “In Italia è stata desertificata la libertà di
espressione, non solo quella di stampa” proviene da Il Fatto Quotidiano.