Dopo 156 anni finisce la storia della casa editrice Hoepli, fondata nel 1870
dall’editore svizzero Ulrico. Una novantina di dipendenti corrono il rischio di
restare disoccupati mentre Milano e l’Italia perdono un patrimonio culturale
inestimabile. L’assemblea dei soci di Hoepli SpA, su proposta del consiglio di
amministrazione, “all’esito di una sofferta e approfondita riflessione sulla
situazione complessiva” oggi pomeriggio dopo poco più di un’ora di riunione ha
deliberato lo scioglimento volontario della società e la sua messa in
liquidazione. Secondo una nota diffusa dall’azienda “l’attenta valutazione,
attuale e prospettica, dei risultati di esercizio negativi correlati con
l’andamento previsionale del mercato editoriale e librario e la consistente
impossibilità di far cessare il gravoso conflitto endosocietario, hanno imposto
la liquidazione volontaria quale unica soluzione giuridicamente appropriata per
evitare la dispersione del patrimonio aziendale e assicurarne, per quanto
possibile, la migliore salvaguardia”.
“Al fine di garantire imparzialità e trasparenza alla procedura, dopo le
opportune verifiche sulla necessaria autonomia, terzietà e indipendenza”,
prosegue la nota, “l’assemblea ha scelto con fiducia di affidare la gestione
della liquidazione all’avvocata Laura Limido. Si intende così assicurare una
conduzione della liquidazione imparziale ed efficiente in un quadro di pieno
rispetto dei diritti dei creditori, dei dipendenti e di tutti i soggetti
interessati, con l’obiettivo di preservare il valore del patrimonio aziendale e
di garantire la massima tutela possibile delle parti coinvolte. La società
sottolinea che “pur a fronte dell’attenzione mediatica riservata da ultimo alle
vicende societarie e occupazionali di Hoepli, nonché delle indebite affermazioni
di soggetti non autorizzati, il silenzio e il riserbo mantenuti sino a oggi sono
stati imposti dalla necessità di non anticipare fatti rilevanti prima
dell’assunzione delle necessarie determinazioni da parte degli organi
competenti. La decisione odierna consente ora di dare conto in modo compiuto del
percorso deliberativo seguito, in un quadro di indipendenza, equilibrio e
responsabilità”.
Sono così confermati i peggiori timori dei dipendenti, dopo che erano saltati
sia l’appuntamento del 3 marzo con l’azienda, rigettato, sia quello del 5 con la
Regione. Stamane le Rsa di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom Uil avevano riunito in
assemblea la novantina dei lavoratori che avevano indetto all’unanimità lo
sciopero immediato di un’ora.
In una nota, stamane i lavoratori e le lavoratrici della Hoepli Spa riuniti in
assemblea avevano ribadito “con forza il loro disappunto sulla situazione di
incertezza sul futuro dell’azienda. Nonostante i ripetuti inviti a presentare un
piano industriale che definisse i progetti futuri, a tutt’oggi non abbiamo
nessuna prospettiva”. Secondo Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom Uil “il perdurare
di una situazione di incertezza influisce inoltre su autori, fornitori e
clienti. Ribadiamo la nostra contrarietà a scelte unilaterali che non tengono in
considerazione il rapporto tra azienda e sindacati, questi ultimi sempre attivi
nella ricerca di soluzioni per garantire il futuro dell’azienda affrontando
insieme le problematiche che in questi anni si sono presentate”. Per questi
motivi “con voto unanime l’assemblea dei dipendenti, in contemporanea con
l’assemblea dei soci” avevano proclamato “lo sciopero dalle 15 alle 16 per
ribadire la nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di liquidazione o di
frammentazione aziendale“. Ma non basta: “Sabato 14 marzo faremo varie
iniziative, a partire dal flash mob alle 11 all’ingresso della libreria, per
rilanciare questa incredibile realtà culturale e il lavoro dei suoi dipendenti”.
La liquidazione volontaria della storica casa editrice milanese, annunciata dal
Fatto lo scorso 10 febbraio, è stata dunque decisa. Il 25 febbraio il consiglio
di amministrazione della società aveva deciso di convocare l’assemblea degli
azionisti al cui ordine del giorno c’era la procedura straordinaria. Ora, come
spiegato dal Fatto, la novantina di dipendenti della casa editrice e della
libreria nel centro di Milano rischiano concretamente di perdere l’impiego,
nonostante nell’ultimo esercizio di bilancio Hoepli Spa avesse già ottenuto il
risparmio di un sesto del costo del lavoro. Ma il vero danno è il rischio di
dispersione di un patrimonio culturale storico per l’Italia. A temere sono poi
anche alcuni creditori, specie sul fronte dei fornitori e dei piccoli librai
indipendenti che hanno rapporti di credito e fornitura con Hoepli.
Il 28 novembre scorso, all’approvazione dell’ultimo rendiconto annuale al 30
giugno 2025, l’assemblea societaria aveva visto la partecipazione di tutti i
soci: la società maggioritaria e capogruppo Sef (49,2%), espressione del ramo
della famiglia del fondatore che fa capo a Ulrico Carlo Hoepli suddiviso tra i
tre figli Giovanni, Matteo e Barbara che con le loro azioni proprie controllano
direttamente e indirettamente i due terzi del capitale della casa editrice, e
poi Giovanni Nava, uno dei due figli di Bianca Hoepli, che detiene il restante
terzo del capitale. Che tra i due blocchi non corresse buon sangue e lo scontro
ormai fosse ormai al calor bianco, senza esclusione di colpi e con varie cause
civili e penali ancora in corso, lo testimonia il verbale di quell’assemblea nel
quale il delegato della società maggioritaria si rivolgeva a Giovanni Nava,
presente come uditore, affermando che “sia stato proprio a causa dell’escalation
di insubordinazione sua e dei suoi delegati che si è deciso di ammettere in
assemblea un solo delegato” per socio “come prevede la legge, decisione
supportata da pareri legali di autorevoli accademici”.
Il bilancio al 30 giugno 2025 si era chiuso con ricavi in calo dell’8,5% su base
annua a 29,56 milioni, sul quale hanno pesato il calo del mercato editoriale e
l’inverno demografico che comincia a colpire l’editoria scolastica, ma con un
taglio netto del 10,9% dei costi di produzione a 30,74 milioni, ottenuto
soprattutto riducendo del 14,6% il costo del lavoro a 4 milioni. La perdita
aveva sfiorato il milione, in aumento di un terzo rispetto all’anno prima, ma il
patrimonio netto resta positivo per 11,38 milioni. L’azienda è stata già
sottoposta a una cura draconiana: i debiti sono stati ridotti di 4,55 milioni da
12,12 a 7,57 circa, 5,4 verso fornitori ma in forte riduzione con un calo di due
milioni e mezzo, mentre i crediti sono cresciuti a 9,36 milioni. In frenata i
flussi finanziari dell’attività operativa passati in negativo per 4,05 milioni,
dei quali 446mila euro negativi prima delle variazioni del capitale circolante
(l’anno prima il cash flow operativo era positivo per meno di 17mila euro). Nei
12 mesi al 30 giugno 2025 però l’attività editoriale era frenata: 133 novità
pubblicate contro le 138 dell’esercizio precedente (-3,6%), 30 nuove edizioni
contro 47 (-36,2%), 617 ristampe contro 859 (-28,2%), copie prodotte calate del
21% da 1,38 a 1,09 milioni. Ma a quanto pare ai soci di maggioranza nemmeno
questo è bastato.
Restano gli interessi già espressi da alcune realtà editoriali concorrenti per
la divisione di editoria scolastica di Hoepli. Nei mesi scorsi si erano fatte
avanti, senza successo, Mondadori e Feltrinelli, mentre nelle scorse settimane
era stata presentata un’offerta dalla casa editrice internazionale Pearson.
L'articolo Hoepli chiude dopo 156 anni: decisa la liquidazione proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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La situazione occupazionale e societaria nella storica casa editrice Hoepli, un
emblema della cultura milanese e italiana, sta rapidamente precipitando. Martedì
pomeriggio si terrà l’assemblea straordinaria degli azionisti chiamata a
decidere sulla possibile messa in liquidazione, anche parziale, della società.
Intanto, dopo che sono saltati sia l’appuntamento del 3 marzo con l’azienda,
rigettato, sia quello del 5 con la Regione, le Rsa di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e
Uilcom Uil hanno riunito in assemblea stamattina la novantina dei lavoratori che
ha indetto all’unanimità lo sciopero immediato di un’ora, già in corso.
In una nota, i lavoratori e le lavoratrici della Hoepli Spa riuniti in assemblea
“ribadiscono con forza il loro disappunto sulla situazione di incertezza sul
futuro dell’azienda. Nonostante i ripetuti inviti a presentare un piano
industriale che definisse i progetti futuri, a tutt’oggi non abbiamo nessuna
prospettiva“. Secondo Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom Uil “il perdurare di una
situazione di incertezza influisce inoltre su autori, fornitori e clienti.
Ribadiamo la nostra contrarietà a scelte unilaterali che non tengono in
considerazione il rapporto tra azienda e sindacati, questi ultimi sempre attivi
nella ricerca di soluzioni per garantire il futuro dell’azienda affrontando
insieme le problematiche che in questi anni si sono presentate”. Per questi
motivi “con voto unanime l’assemblea dei dipendenti – in contemporanea con
l’assemblea dei soci – proclama lo sciopero dalle ore 15 alle 16 per ribadire la
nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di liquidazione o di frammentazione
aziendale”. Ma non basta: “Sabato 14 marzo faremo varie iniziative, a partire
dal flash mob alle 11 all’ingresso della libreria, per rilanciare questa
incredibile realtà culturale e il lavoro dei suoi dipendenti”.
La situazione occupazionale è ormai deflagrata, come spiegato dal Fatto nei
giorni scorsi. In un incontro a fine febbraio, spiegavano Slc-Cgil, Fistel-Cisl
e Uilcom-Uil e la Rsa, “la proprietà non ha risposto alle sollecitazioni
sindacali in merito alle strategie da mettere in campo a ripresa delle normali
attività, requisito indispensabile per l’autorizzazione della cassa integrazione
ordinaria”. I lavoratori avevano preso atto di una “situazione estremamente
critica” e avevano così deciso che “in queste condizioni di incertezza, non sarà
possibile siglare un accordo di cassa integrazione ordinaria”.
Il percorso verso la possibile liquidazione volontaria della storica casa
editrice milanese, annunciata dal Fatto lo scorso 10 febbraio, sta dunque per
compiersi. Il 25 febbraio il consiglio di amministrazione della società aveva
deciso di convocare l’assemblea degli azionisti al cui ordine del giorno c’è la
procedura straordinaria. Il rischio, come spiegato dal Fatto l’11 febbraio, è
che la novantina di dipendenti della casa editrice e della libreria nel centro
di Milano perdano l’impiego o finiscano in cassa integrazione, nonostante
nell’ultimo esercizio di bilancio Hoepli Spa avesse già ottenuto il risparmio di
un sesto del costo del lavoro. Ma l’ulteriore pericolo è la dispersione di un
patrimonio culturale storico per l’Italia. A temere sono anche alcuni creditori,
specie sul fronte dei fornitori e dei piccoli librai indipendenti che hanno
rapporti di credito e fornitura con Hoepli.
L'articolo Hoepli, oggi i soci della casa editrice decidono sulla liquidazione:
dipendenti in sciopero proviene da Il Fatto Quotidiano.
La protesta dei lavoratori Natuzzi, che stamattina sono arrivati a Roma per
manifestare sotto il ministero di Imprese e Made in Italy, ha ottenuto un primo,
piccolo risultato: la multinazionale pugliese dei mobili non procederà con il
piano che prevede 476 esuberi, la chiusura di due stabilimenti e il blocco del
rientro di produzioni dalla Romania. Nelle scorse settimane, Natuzzi aveva
provato ad alleggerire proponendo di chiudere solo uno stabilimento e gestire
gli esuberi con gli incentivi alle dimissioni: dopo l’incontro, non prenderà
alcuna decisione senza un accordo con i sindacati; questo il risultato della
riunione al tavolo di crisi. Se ne riparlerà a strettissimo giro, il 10 e 11
marzo, quando si tornerà al Mimit per una due-giorni intensa in cui l’azienda
farà di tutto per trovare un accordo che rassicuri Wall Street. Si è guadagnato
un po’ di tempo, ma non tanto perché Natuzzi ha una certa fretta.
Alla maggiore cautela del gruppo di divani ha contribuito la posizione chiara
assunta il 27 gennaio dalla Regione Puglia: il sostegno pubblico sarà vincolato
alla salvaguardia dell’occupazione e al ritorno delle produzioni delocalizzate.
E così l’impresa nata nel 1959, e successivamente diventata un brand a livello
mondiale, si trova stretta tra due fuochi. L’agenzia Usa che vigila sul mercato
azionario, infatti, ha inviato una comunicazione di non conformità: alcuni
parametri non sono rispettati. Si tratta della capitalizzazione media a 30
giorni e del patrimonio netto. Alla Natuzzi serve un qualcosa di spendibile nel
breve periodo per quietare le tensioni. Dall’altro lato, però, ci sono sindacati
e istituzioni in Italia che non possono accettare una dismissione industriale di
queste dimensioni dopo 24 anni di ammortizzatori sociali.
In Italia Natuzzi ha 1.850 dipendenti, e a dicembre ha dichiarato di volersi
liberare di quasi un quarto di loro, chiudendo le fabbriche baresi di
Graviscella (Altamura) e Jesce 2 (Santeremo). Nelle scorse settimane, l’azienda
ha provato a ottenere un accordo con i sindacati degli edili – Feneal Uil, Filca
Cisl e Fillea Cgil – mettendo sul piatto 17,5 milioni di investimenti all’anno
per i prossimi tre anni. Cifre che però sarebbero destinate soprattutto al
marketing, alle fiere internazionale e allo sviluppo retail. “A favore degli
stabilimenti era previsto solo un milione – ha ricordato Tatiana Fazi, che si
occupa del settore legno e arredo per la Fillea Cgil – il resto era per negozi e
pubblicità”.
A fronte di questi investimenti, il piano usava la classica formula del
“riassetto produttivo” e “maggiore equilibrio nella organizzazione del lavoro”,
con l’utilizzo della cassa integrazione straordinaria e delle incentivi alle
dimissioni volontarie, con l’obiettivo di azzerare gli esuberi nel 2028. Secondo
i sindacati, circa 300 persone potrebbero essere interessate a incentivi e
scivoli verso la pensione, ma questo argomento deve essere affrontato prima di
dichiarare la volontà di chiudere stabilimenti, uno o due che siano. Da qui la
volontà di non accettare il piano presentato, definito una mezza misura.
L’esigenza è quella di ragionare nel merito degli incentivi all’esito, quindi
sulla loro entità, ma soprattutto di mettere nero su bianco gli impegni sul
rientro delle produzioni. Al momento, infatti, l’attività in Natuzzi è
sostanzialmente ferma, si lavora molto poco e si tira avanti con gli
ammortizzatori sociali. Per questo, per dare credibilità a un qualunque piano
sarebbe necessario garantire il rientro delle produzioni. Su questo Natuzzi al
tavolo ha dato solo qualche apertura generale, dichiarandosi disponibile a
parlarne nei due giorni tra il 10 e l’11 marzo. Alla base della crisi, come ha
ricordato Pasquale Natuzzi, il fondatore del gruppo, un insieme di fattori:
l’instabilità geopolitica, i dazi, la volatilità dei cambi, la crescente
pressione competitiva. Tutti elementi che incidono sia sul mercato sia sui costi
della produzione.
L'articolo Crisi della Natuzzi: protesta al ministero delle Imprese, bloccati
476 esuberi e la chiusura di due stabilimenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
In venti anni i punti vendita che in Italia offrono prodotti editoriali sono
passati da 35 mila a 20 mila (-42,8%). E il loro giro di affari si è ridotto dal
picco massimo del 2005 (quando erano in gran voga i “collaterali” dei
quotidiani, come dvd o inserti) da 4,53 miliardi a 1,11 a fine 2024: un tracollo
di tre quarti. semplificando, sono circa 55 mila euro a punto vendita, che con
un aggio medio del 23,11% del prezzo di vendita, dunque al lordo dell’Iva, che
genera un margine lordo di circa 12.710 euro annui per punto vendita. Per stare
aperti 28/29 giorni su 30/31 al mese, pagare l’affitto del locale, o le imposte
se si tratta di un chiosco su suolo pubblico, e lavorare dalle 6 del mattino,
quando mediamente vengono consegnati giornali, periodici e altri
“prodotti”editoriali, alle 19 o alle 20 quando finalmente si chiude. Fanno 1.059
euro al mese, lordi, per circa 13 ore di lavoro. Ovvero 2,94 euro di
“retribuzione” oraria. Lorda. Questa è la paga media degli edicolanti italiani.
Facile capire quindi perché in Italia la strage delle edicole continua senza
soste: in pochi anni hanno chiuso sette su 10 e a oggi ne sopravvivono circa 20
mila, tra “pure” e miste, che vendono oltre ai giornali altri prodotti. Ma la
morte delle edicole sta portando alla crisi dei quotidiani e della stampa, che
dalla carta ottengono ancora la parte fondamentale dei loro ricavi. Per questo
motivo alla crisi delle edicole cerca di offrire una risposta propositiva lo
studio “Le edicole del futuro, il futuro delle edicole“, elaborato dalla società
di ricerca specializzata DataMediaHub e dall’associazione Stampa Romana, il
sindacato dei giornalisti del Lazio, per mano di Pier Luca Santoro, consulente
di marketing e comunicazione esperto del settore editoriale delle edicole e dei
giornali, Viviana D’Isa, giornalista professionista e consigliere nel direttivo
di Italia Nostra Roma, Stefano Ferrante, segretario di Stampa Romana, e Lazzaro
Pappagallo, cronista Tgr Lazio e membro della giunta della Federazione nazionale
della stampa italiana (Fnsi), il sindacato nazionale dei giornalisti.
I dati sono sconfortanti. Su 7.896 comuni in Italia ben 4.974, circa due terzi
del totale, non hanno più un’edicola. In Molise il 94,1% dei Comuni non ha
un’edicola. Seguono il Trentino Alto Adige (85,9%) e la Valle d’Aosta (82,4%).
Meno peggio di tutte le regioni l’Emilia-Romagna in cui “solo” un terzo dei
Comuni (32,1%) non ha un’edicola. Secondo lo studio “Commercio e servizi: le
oasi nei centri urbani” di Confesercenti, quasi 3,5 milioni di italiani non
possono più comprare giornali o riviste nel loro comune. Sono numeri che danno
una dimensione di quanto grave sia la situazione delle edicole, con quelle
“pure” in particolare che rischiano di fare la fine delle cabine telefoniche
scomparendo progressivamente dal paesaggio.
Una crisi che segue quella della carta stampata. Dall’inizio del millennio le
tirature dei quotidiani italiani sono passate da 3,07 milioni di copie a 881
mila copie a fine 2024: un calo del 75,8%. Nello stesso periodo le vendite sono
passate dai 2,19 milioni di copie stampate al giorno nel 2000 a 423 mila a fine
2025, un calo dell’80,6%. Secondo il “Entertainment, Media & Telecommunications
Outlook in Italy 2025-2029” di PwC, complessivamente, in Italia i ricavi dei
quotidiani nel 2019 erano pari a 1,47 miliardi. Il consolidato 2024 si attesta a
1,17 miliardi: in cinque anni un quinto è andato perduto. Nello stesso arco
temporale i ricavi editoriali sono passati da 903 a 741 milioni (-17,9%), quelli
derivanti dalla raccolta pubblicitaria calano da 563 a 431 milioni (-23,4%).
Anche il futuro si prospetta nero: tra il 2024 e il 2029 i ricavi pubblicitari
dei giornali, secondo quanto prevede PwC, caleranno da 431 a 354 milioni. Una
flessione del 17,9% nonostante una crescita dei ricavi online/digitali del
9,75%. Nello stesso arco temporale i ricavi editoriali, che nel 2024 pesavano
per il 63,2% del totale, sono previsti passare da 741 a 641 milioni, in calo del
13,5%, anche se quelli digitali aumenteranno, secondo le previsioni, del 24,4%.
La mazzata però sta nel fatto che i ricavi editoriali della versione stampata
dei giornali continuano, e continueranno ancora, a essere la principale voce di
ricavo dei giornali. Se nel 2019 erano pari a 823 milioni (56,1% del totale),
PwC prevede che saranno 473 milioni nel 2029, il 47,5% del totale ma quasi
dimezzati, con un calo del 42,5%. Insomma, i ricavi della carta stampata
continueranno il loro calo, ma il digitale/online non riuscirà a compensare tale
calo.
Il che è paradossale: il numero di lettori di notizie resta pressocché costante
se si analizzano tutte le piattaforme disponibili mentre il numero delle copie
vendute in un ventennio è passato da 7 a 1 milione di copie al giorno. Il tutto
mentre la trasformazione delle edicole in punti multiservizi (offerte di giochi,
e-commerce, servizi locali) ha ampliato le funzioni di queste attività e
l’impegno di chi vi lavora ma non è stata sinora sufficiente a garantirne la
sostenibilità economica. Gli incentivi pubblici, pur apprezzabili, non risolvono
alla radice le fragilità del sistema.
Ecco perché la ricerca di DataMediaHub e Stampa Romana propone alcune soluzioni.
Innanzitutto l’analisi degli elementi essenziali per l’ottimizzazione e la
modernizzazione della filiera editoriale, attraverso l’informatizzazione delle
edicole. Sono poi identificate ulteriori aree di “new business”, nuove aree di
ricavi che possano in prospettiva sostenere la sopravvivenza della rete dei
punti vendita, oggi seriamente a rischio. Viene realizzata una “marketing map”
delle edicole che, appunto, mappa i diversi segmenti di business delle edicole,
in riferimento sia a quelli esistenti che a quelli ipotizzati. Infine, vengono
suggeriti una serie di interventi a medio – lungo termine. Interventi che
riguardano l’immagine complessiva del canale, oggi in balia di se stesso. Perché
la salvezza dell’informazione, e quindi lo stato di salute della democrazia,
passano ancora dalla carta stampata.
L'articolo Il paradosso dei giornali: in 20 anni 15mila edicole in meno, eppure
i lettori non sono scomparsi. Le contromisure per il settore proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Crisi di governo sfiorata sulla manovra. La seduta serale della commissione
Bilancio del Senato che giovedì avrebbe dovuto procedere spedita nel voto sugli
emendamenti è stata più volte sospesa e infine, ben dopo la mezzanotte, rinviata
a questa mattina. La Lega ha minacciato fino all’ultimo di non votare il
maxiemendamento incriminato con la mazzata sulle pensioni, che il Mef aveva
riformulato con una marcia indietro parziale che eliminava la penalizzazione per
chi ha riscattato la laurea ma lasciava invariato l’allungamento delle finestre
di attesa per le pensioni anticipate. Per evitare lo scontro, a Palazzo Chigi
non è rimasto che rimangiarsi tutto e ritirare l’intero pacchetto sulla
previdenza. Presentando un nuovo testo che contiene solo la proroga delle maxi
deduzioni fiscali per le imprese chiesta a gran voce da Confindustria e le
modifiche al Pnrr necessarie come coperture. Per le opposizioni è il segno che
la maggioranza sta implodendo. E che il ministro dell’Economia Giancarlo
Giorgetti deve lasciare.
LO SCONTRO NOTTURNO E LA CRISI SFIORATA
Come si è arrivati alla débâcle? Il nodo, come è noto, era la violenta stretta
sulle pensioni inserita a sorpresa nel maxiemendamento inviato dal governo al
Parlamento martedì mattina, ben due mesi dopo l’approvazione del ddl di Bilancio
in consiglio dei ministri e a quindici giorni dall’esercizio provvisorio. Una
stangata che avrebbe dovuto fornire coperture per i 3,5 miliardi di spesa
aggiuntiva previsti dallo stesso emendamento per rispondere ai desiderata delle
aziende. Giovedì si era tentato di risolvere il pasticcio eliminando solo la
parte più problematica, la stretta retroattiva sui riscatti della laurea, che
avrebbe inevitabilmente scatenato un’ondata di ricorsi. Ma il grosso della
stangata, in termini di riduzione dei costi, restava immutato. Motivo per cui in
serata Claudio Borghi, senatore leghista che è anche relatore della manovra, ha
annunciato l’indisponibilità del Carroccio a votare la nuova versione. Il
maxiemendamento “non si farà” e i 3,5 miliardi destinati a Transizione 5.0, a
potenziare il fondo per compensare gli extra-costi delle opere pubbliche, ai
crediti di imposta alle imprese della Zes unica e al Piano casa “si faranno in
un altro momento, quando ci sarà consenso”, ha chiuso Borghi. A quel punto la
crisi era a un passo. Secondo Repubblica, il capogruppo leghista Massimiliano
Romeo ha chiamato Giorgetti per annunciargli che in mancanza di uno stralcio
completo delle norme sulle pensioni la Lega era pronta allo strappo: l’uscita
dal governo.
LA MARCIA INDIETRO DEL GOVERNO
Chigi, che attraverso il sottosegretario all’economia Federico Freni aveva
appena chiuso a ulteriori modifiche, ha dovuto disinnescare lo scontro
rimangiandosi tutte le modifiche nel mirino. Quel che non è entrato nel nuovo
emendamento, ha annunciato all’una di notte il ministro per i Rapporti con il
Parlamento Luca Ciriani per sbloccare lo stallo, “verrà trasfuso in un decreto
che verrà approvato presumibilmente la settimana prossima”. “Ci sarà l’esigenza
di scrivere il testo e trovare nuove coperture”, ha ammesso il rappresentante
del governo. “Tutta la parte che riguarda Transizione 5.0 e Zes che non sarà in
questo nuovo testo sarà oggetto del nuovo decreto”. Freni ha dovuto a sua volta
aggiustare il tiro: “La cosa sicura è che tutto ciò che il governo aveva
immaginato per le imprese in questo emendamento 4.1000 sarà nel nuovo 4.1000
oppure nel dl che il governo varerà entro fine anno: non un centesimo di euro in
meno di quello che le imprese e il paese avrebbero avuto da questo emendamento
al 31 dicembre sarà dato al Paese”. Venerdì mattina in commissione è arrivato il
nuovo emendamento, che contiene le misure sull’iperammortamento nella stessa
formulazione precedente e la rimodulazione del Pnrr. Ma da cui sono sparite
tutte le novità sulle pensioni, comprese le norme sul Tfr per i nuovi assunti.
LE OPPOSIZIONI: “GIORGETTI LASCI”
Le opposizioni si scatenano: l’emendamento del governo salta “per una questione
politica interna alla maggioranza e alla Lega”, attaccano Pd, M5s, Avs e Iv.
“Non c’è più né l’emendamento né la Lega né il governo”, dice il capogruppo del
Pd in commissione bilancio al Senato Daniele Manca. “Siamo di fronte a un
clamoroso autogol politico di questo governo. Questa è l’implosione della
maggioranza”, rincara la capogruppo di Iv Raffaella Paita. “Non esiste più
l’emendamento Giorgetti e quindi non esiste più la maggioranza di questo
governo: quando accade un fatto simile, che si viene e si porta un emendamento
di questo genere e poi per contrasti interni viene ritirato, vuol dire che c’è
un problema grosso. Se Giorgetti avesse un po’ di dignità si dimetterebbe
domattina”. “Non è che è successo un fatto nuovo. Salta per una questione
politica interna alla maggioranza e alla Lega“, aggiunge il capogruppo M5s al
Senato Stefano Patuanelli.
L'articolo Manovra, Lega di traverso: il governo sfiora la crisi e si rimangia
tutto il pacchetto pensioni. Le opposizioni: “Implodono, Giorgetti lasci”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Molte delle persone che prima donavano ora non riescono più a farlo”. È questa
una delle tre motivazioni principali del dimezzamento delle donazioni alla
Caritas di Torino. E ora anche chi prima aiutava inizia ad avere bisogno. A
dirlo è Pierluigi Dovis, direttore dell’ente, in un’intervista al Corriere. Le
donazioni “sono la metà rispetto al pre-Covid, quando raccoglievamo anche
600mila euro. Oggi ci fermiamo a 300mila“. E nonostante il Natale, la situazione
non migliora. Durante le feste aumentano solo i volontari, non gli introiti.
“Tutto ciò è bellissimo – dice Dovis – ma non basta”. Caritas a Torino ha dovuto
tagliare sulle mense, e ora consegna solo cibo nelle parrocchie. E ha dovuto
dire addio anche ad alcune funzioni come l’ufficio stampa.
A precipitare sono soprattutto le piccole donazioni, tipologia che va da pochi
euro a 500 e che 35 anni fa erano “circa l’85%” degli introiti, che erano il
doppio degli attuali. Le motivazioni per il direttore dell’ente sono
sostanzialmente tre: aumento delle realtà che raccolgono fondi, diffidenza verso
le raccolte e aumento della povertà. In più anni fa le persone da aiutare erano
circa 400, “oggi sono 15mila“. Caritas Torino ha avviato l’utilizzo di altri
strumenti come il sostegno psicologico e le donazioni di vestiti o piccoli
arredamenti, ma “le esigenze maggiori riguardano il mantenimento della casa,
dall’affitto alle utenze. Poi ci sono i bisogni alimentari, soprattutto dove c’è
la necessità di cibo speciale” puntualizza Dovis. I cibi particolari sono
soprattutto il latte per i bambini e i gli alimenti speciali degli anziani. Che
necessitano – ma non solo loro – di medicine e visite mediche.
Davis dice che “oltre il 30% di chi si rivolge ai nostri centri di ascolto è
composto da persone che non avevamo mai incontrato prima. Metà sono italiani,
metà stranieri”. A colpire è il fatto che queste persone spesso non si trovino
in difficoltà estrema, o in povertà assoluta, ma che stiano pian piano
scivolando “da una condizione di normalità a una di difficoltà economica“. Ci
sono i cosiddetti working poor, i lavoratori poveri. “Circa il 30% di chi si
rivolge a noi lavora”, ha detto il direttore dell’ente al Corriere. Nel rapporto
Caritas nazionale per il 2024 era il 23,5% degli assistiti ad avere un lavoro
che non costituiva un fattore protettivo rispetto all’indigenza. E ci sono anche
donatori che son diventati destinatari. “Qualcuno lo abbiamo intercettato”,
conclude Dovis: “Ma si palesano poco per un senso di vergogna. Si tratta
perlopiù di persone anziane”.
L'articolo Caritas Torino, l’allarme per il crollo delle donazioni: “Chi aiutava
non riesce più a farlo. Il 30% di chi si rivolge a noi lavora” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Ci è crollato il mondo addosso, non eravamo in crisi, ma siamo stati licenziati
a causa dei dazi di Trump”. Adriano e Giuseppe sono due dei 42 lavoratori della
Freudenberg di Rho, multinazionale specializzata nella produzione e vendita di
filtri industriali, che rischiano di essere licenziati. Dopo l’annuncio degli
scorsi giorni, l’azienda ha confermato la volontà di chiusura del sito
produttivo di Rho nel corso di un incontro odierno in Assolombarda. “E stata una
doccia fredda” racconta al Fatto.it Giuseppe che lavora da 16 anni. Anzi, quasi
sedici anni, perché sarà lasciato a casa un mese prima dell’anniversario. Il
motivo? “L’azienda ha avviato questa procedura giustificando che devono
aumentare i profitti per sfuggire ai dazi di Trump” spiega Giuseppe. Per il
segretario della Fillea Cgil di Milano Riccardo Piacentini “si tratta della
prima azienda che decide di chiudere e spostare la sede all’estero motivandola
con l’introduzione dei dazi e la riduzione dei margini di profitto Il governo ci
aveva spiegato che i dazi non avrebbero avuto conseguenze sull’economia
italiana, ma qualcosa non ha funzionato perché siamo di fronte al primo
licenziamento collettivo in questo senso”.
L'articolo “Noi, licenziati a causa dei dazi di Trump”. Le storie dei lavoratori
della Freudenberg di Rho proviene da Il Fatto Quotidiano.