Dopo 156 anni finisce la storia della casa editrice Hoepli, fondata nel 1870
dall’editore svizzero Ulrico. Una novantina di dipendenti corrono il rischio di
restare disoccupati mentre Milano e l’Italia perdono un patrimonio culturale
inestimabile. L’assemblea dei soci di Hoepli SpA, su proposta del consiglio di
amministrazione, “all’esito di una sofferta e approfondita riflessione sulla
situazione complessiva” oggi pomeriggio dopo poco più di un’ora di riunione ha
deliberato lo scioglimento volontario della società e la sua messa in
liquidazione. Secondo una nota diffusa dall’azienda “l’attenta valutazione,
attuale e prospettica, dei risultati di esercizio negativi correlati con
l’andamento previsionale del mercato editoriale e librario e la consistente
impossibilità di far cessare il gravoso conflitto endosocietario, hanno imposto
la liquidazione volontaria quale unica soluzione giuridicamente appropriata per
evitare la dispersione del patrimonio aziendale e assicurarne, per quanto
possibile, la migliore salvaguardia”.
“Al fine di garantire imparzialità e trasparenza alla procedura, dopo le
opportune verifiche sulla necessaria autonomia, terzietà e indipendenza”,
prosegue la nota, “l’assemblea ha scelto con fiducia di affidare la gestione
della liquidazione all’avvocata Laura Limido. Si intende così assicurare una
conduzione della liquidazione imparziale ed efficiente in un quadro di pieno
rispetto dei diritti dei creditori, dei dipendenti e di tutti i soggetti
interessati, con l’obiettivo di preservare il valore del patrimonio aziendale e
di garantire la massima tutela possibile delle parti coinvolte. La società
sottolinea che “pur a fronte dell’attenzione mediatica riservata da ultimo alle
vicende societarie e occupazionali di Hoepli, nonché delle indebite affermazioni
di soggetti non autorizzati, il silenzio e il riserbo mantenuti sino a oggi sono
stati imposti dalla necessità di non anticipare fatti rilevanti prima
dell’assunzione delle necessarie determinazioni da parte degli organi
competenti. La decisione odierna consente ora di dare conto in modo compiuto del
percorso deliberativo seguito, in un quadro di indipendenza, equilibrio e
responsabilità”.
Sono così confermati i peggiori timori dei dipendenti, dopo che erano saltati
sia l’appuntamento del 3 marzo con l’azienda, rigettato, sia quello del 5 con la
Regione. Stamane le Rsa di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom Uil avevano riunito in
assemblea la novantina dei lavoratori che avevano indetto all’unanimità lo
sciopero immediato di un’ora.
In una nota, stamane i lavoratori e le lavoratrici della Hoepli Spa riuniti in
assemblea avevano ribadito “con forza il loro disappunto sulla situazione di
incertezza sul futuro dell’azienda. Nonostante i ripetuti inviti a presentare un
piano industriale che definisse i progetti futuri, a tutt’oggi non abbiamo
nessuna prospettiva”. Secondo Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom Uil “il perdurare
di una situazione di incertezza influisce inoltre su autori, fornitori e
clienti. Ribadiamo la nostra contrarietà a scelte unilaterali che non tengono in
considerazione il rapporto tra azienda e sindacati, questi ultimi sempre attivi
nella ricerca di soluzioni per garantire il futuro dell’azienda affrontando
insieme le problematiche che in questi anni si sono presentate”. Per questi
motivi “con voto unanime l’assemblea dei dipendenti, in contemporanea con
l’assemblea dei soci” avevano proclamato “lo sciopero dalle 15 alle 16 per
ribadire la nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di liquidazione o di
frammentazione aziendale“. Ma non basta: “Sabato 14 marzo faremo varie
iniziative, a partire dal flash mob alle 11 all’ingresso della libreria, per
rilanciare questa incredibile realtà culturale e il lavoro dei suoi dipendenti”.
La liquidazione volontaria della storica casa editrice milanese, annunciata dal
Fatto lo scorso 10 febbraio, è stata dunque decisa. Il 25 febbraio il consiglio
di amministrazione della società aveva deciso di convocare l’assemblea degli
azionisti al cui ordine del giorno c’era la procedura straordinaria. Ora, come
spiegato dal Fatto, la novantina di dipendenti della casa editrice e della
libreria nel centro di Milano rischiano concretamente di perdere l’impiego,
nonostante nell’ultimo esercizio di bilancio Hoepli Spa avesse già ottenuto il
risparmio di un sesto del costo del lavoro. Ma il vero danno è il rischio di
dispersione di un patrimonio culturale storico per l’Italia. A temere sono poi
anche alcuni creditori, specie sul fronte dei fornitori e dei piccoli librai
indipendenti che hanno rapporti di credito e fornitura con Hoepli.
Il 28 novembre scorso, all’approvazione dell’ultimo rendiconto annuale al 30
giugno 2025, l’assemblea societaria aveva visto la partecipazione di tutti i
soci: la società maggioritaria e capogruppo Sef (49,2%), espressione del ramo
della famiglia del fondatore che fa capo a Ulrico Carlo Hoepli suddiviso tra i
tre figli Giovanni, Matteo e Barbara che con le loro azioni proprie controllano
direttamente e indirettamente i due terzi del capitale della casa editrice, e
poi Giovanni Nava, uno dei due figli di Bianca Hoepli, che detiene il restante
terzo del capitale. Che tra i due blocchi non corresse buon sangue e lo scontro
ormai fosse ormai al calor bianco, senza esclusione di colpi e con varie cause
civili e penali ancora in corso, lo testimonia il verbale di quell’assemblea nel
quale il delegato della società maggioritaria si rivolgeva a Giovanni Nava,
presente come uditore, affermando che “sia stato proprio a causa dell’escalation
di insubordinazione sua e dei suoi delegati che si è deciso di ammettere in
assemblea un solo delegato” per socio “come prevede la legge, decisione
supportata da pareri legali di autorevoli accademici”.
Il bilancio al 30 giugno 2025 si era chiuso con ricavi in calo dell’8,5% su base
annua a 29,56 milioni, sul quale hanno pesato il calo del mercato editoriale e
l’inverno demografico che comincia a colpire l’editoria scolastica, ma con un
taglio netto del 10,9% dei costi di produzione a 30,74 milioni, ottenuto
soprattutto riducendo del 14,6% il costo del lavoro a 4 milioni. La perdita
aveva sfiorato il milione, in aumento di un terzo rispetto all’anno prima, ma il
patrimonio netto resta positivo per 11,38 milioni. L’azienda è stata già
sottoposta a una cura draconiana: i debiti sono stati ridotti di 4,55 milioni da
12,12 a 7,57 circa, 5,4 verso fornitori ma in forte riduzione con un calo di due
milioni e mezzo, mentre i crediti sono cresciuti a 9,36 milioni. In frenata i
flussi finanziari dell’attività operativa passati in negativo per 4,05 milioni,
dei quali 446mila euro negativi prima delle variazioni del capitale circolante
(l’anno prima il cash flow operativo era positivo per meno di 17mila euro). Nei
12 mesi al 30 giugno 2025 però l’attività editoriale era frenata: 133 novità
pubblicate contro le 138 dell’esercizio precedente (-3,6%), 30 nuove edizioni
contro 47 (-36,2%), 617 ristampe contro 859 (-28,2%), copie prodotte calate del
21% da 1,38 a 1,09 milioni. Ma a quanto pare ai soci di maggioranza nemmeno
questo è bastato.
Restano gli interessi già espressi da alcune realtà editoriali concorrenti per
la divisione di editoria scolastica di Hoepli. Nei mesi scorsi si erano fatte
avanti, senza successo, Mondadori e Feltrinelli, mentre nelle scorse settimane
era stata presentata un’offerta dalla casa editrice internazionale Pearson.
L'articolo Hoepli chiude dopo 156 anni: decisa la liquidazione proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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La situazione occupazionale e societaria nella storica casa editrice Hoepli, un
emblema della cultura milanese e italiana, sta rapidamente precipitando. Martedì
pomeriggio si terrà l’assemblea straordinaria degli azionisti chiamata a
decidere sulla possibile messa in liquidazione, anche parziale, della società.
Intanto, dopo che sono saltati sia l’appuntamento del 3 marzo con l’azienda,
rigettato, sia quello del 5 con la Regione, le Rsa di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e
Uilcom Uil hanno riunito in assemblea stamattina la novantina dei lavoratori che
ha indetto all’unanimità lo sciopero immediato di un’ora, già in corso.
In una nota, i lavoratori e le lavoratrici della Hoepli Spa riuniti in assemblea
“ribadiscono con forza il loro disappunto sulla situazione di incertezza sul
futuro dell’azienda. Nonostante i ripetuti inviti a presentare un piano
industriale che definisse i progetti futuri, a tutt’oggi non abbiamo nessuna
prospettiva“. Secondo Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom Uil “il perdurare di una
situazione di incertezza influisce inoltre su autori, fornitori e clienti.
Ribadiamo la nostra contrarietà a scelte unilaterali che non tengono in
considerazione il rapporto tra azienda e sindacati, questi ultimi sempre attivi
nella ricerca di soluzioni per garantire il futuro dell’azienda affrontando
insieme le problematiche che in questi anni si sono presentate”. Per questi
motivi “con voto unanime l’assemblea dei dipendenti – in contemporanea con
l’assemblea dei soci – proclama lo sciopero dalle ore 15 alle 16 per ribadire la
nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di liquidazione o di frammentazione
aziendale”. Ma non basta: “Sabato 14 marzo faremo varie iniziative, a partire
dal flash mob alle 11 all’ingresso della libreria, per rilanciare questa
incredibile realtà culturale e il lavoro dei suoi dipendenti”.
La situazione occupazionale è ormai deflagrata, come spiegato dal Fatto nei
giorni scorsi. In un incontro a fine febbraio, spiegavano Slc-Cgil, Fistel-Cisl
e Uilcom-Uil e la Rsa, “la proprietà non ha risposto alle sollecitazioni
sindacali in merito alle strategie da mettere in campo a ripresa delle normali
attività, requisito indispensabile per l’autorizzazione della cassa integrazione
ordinaria”. I lavoratori avevano preso atto di una “situazione estremamente
critica” e avevano così deciso che “in queste condizioni di incertezza, non sarà
possibile siglare un accordo di cassa integrazione ordinaria”.
Il percorso verso la possibile liquidazione volontaria della storica casa
editrice milanese, annunciata dal Fatto lo scorso 10 febbraio, sta dunque per
compiersi. Il 25 febbraio il consiglio di amministrazione della società aveva
deciso di convocare l’assemblea degli azionisti al cui ordine del giorno c’è la
procedura straordinaria. Il rischio, come spiegato dal Fatto l’11 febbraio, è
che la novantina di dipendenti della casa editrice e della libreria nel centro
di Milano perdano l’impiego o finiscano in cassa integrazione, nonostante
nell’ultimo esercizio di bilancio Hoepli Spa avesse già ottenuto il risparmio di
un sesto del costo del lavoro. Ma l’ulteriore pericolo è la dispersione di un
patrimonio culturale storico per l’Italia. A temere sono anche alcuni creditori,
specie sul fronte dei fornitori e dei piccoli librai indipendenti che hanno
rapporti di credito e fornitura con Hoepli.
L'articolo Hoepli, oggi i soci della casa editrice decidono sulla liquidazione:
dipendenti in sciopero proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nonostante le proteste sindacali accelera il percorso verso la possibile
liquidazione volontaria della storica casa editrice milanese Hoepli, annunciata
dal Fatto lo scorso 10 febbraio. Il consiglio di amministrazione della società,
tenuto il 25 febbraio, ha deciso per la convocazione dell’assemblea degli
azionisti che avrà all’ordine del giorno la procedura straordinaria. La data
precisa delle assise societarie dev’essere ancora convocata (sono in corso di
perfezionamento le ultime formalità tecniche-giuridiche), ma il calendario
sinora previsto colloca l’incontro a breve, presumibilmente (salvo rinvii
tecnici) già nella settimana tra il 9 e il 13 marzo.
Il rischio, come spiegato dal Fatto l’11 febbraio, è che la novantina di
dipendenti della casa editrice e della libreria nel centro di Milano finiscano
in cassa integrazione, nonostante nell’ultimo esercizio si sia già ottenuto il
risparmio di un sesto del costo del lavoro. Ma l’ulteriore pericolo è la
dispersione di un patrimonio culturale storico per l’Italia. A temere sono anche
alcuni creditori, specie sul fronte dei fornitori e dei piccoli librai
indipendenti che hanno rapporti di credito e fornitura con Hoepli.
Il 28 novembre scorso, data dell’approvazione dell’ultimo rendiconto annuale al
30 giugno 2025, l’assemblea societaria aveva visto la partecipazione di tutti i
soci: la società maggioritaria e capogruppo Sef (49,2%), espressione del ramo
della famiglia del fondatore che fa capo a Ulrico Carlo Hoepli suddiviso tra i
tre figli Giovanni, Matteo e Barbara che con le loro azioni proprie controllano
direttamente e indirettamente i due terzi del capitale della casa editrice, e
poi Giovanni Nava, uno dei due figli di Bianca Hoepli, che detiene il restante
terzo del capitale. Che tra i due blocchi non corra buon sangue e lo scontro
ormai sia al calor bianco, senza esclusione di colpi e con varie cause civili e
penali ancora in corso, lo testimonia il verbale di quell’assemblea nel quale il
delegato della società maggioritaria si rivolgeva a Giovanni Nava, presente come
uditore, affermando che “sia stato proprio a causa dell’escalation di
insubordinazione sua e dei suoi delegati che si è deciso di ammettere in
assemblea un solo delegato” per socio “come prevede la legge, decisione
supportata da pareri legali di autorevoli accademici”.
Il bilancio al 30 giugno 2025 si era chiuso con ricavi in calo dell’8,5% su base
annua a 29,56 milioni, sul quale hanno pesato il calo del mercato editoriale e
l’inverno demografico che comincia a colpire l’editoria scolastica, ma con un
taglio netto del 10,9% dei costi di produzione a 30,74 milioni, ottenuto
soprattutto riducendo del 14,6% il costo del lavoro a 4 milioni. La perdita
aveva sfiorato il milione, in aumento di un terzo rispetto all’anno prima, ma il
patrimonio netto resta positivo per 11,38 milioni. L’azienda è stata già
sottoposta a una cura draconiana: i debiti sono stati ridotti di 4,55 milioni da
12,12 a 7,57 circa, 5,4 verso fornitori ma in forte riduzione con un calo di due
milioni e mezzo, mentre i crediti sono cresciuti a 9,36 milioni. In frenata i
flussi finanziari dell’attività operativa passati in negativo per 4,05 milioni,
dei quali 446mila euro negativi prima delle variazioni del capitale circolante
(l’anno prima il cash flow operativo era positivo per meno di 17mila euro). Nei
12 mesi al 30 giugno 2025 però l’attività editoriale era frenata: 133 novità
pubblicate contro le 138 dell’esercizio precedente (-3,6%), 30 nuove edizioni
contro 47 (-36,2%), 617 ristampe contro 859 (-28,2%), copie prodotte calate del
21% da 1,38 a 1,09 milioni.
A pesare lamentava il presidente Matteo Hoepli era stato soprattutto il mancato
aggiornamento dei tetti di spesa per l’editoria scolastica e il crollo del
20-25% degli incassi mensili della libreria internazionale Hoepli nel primo
semestre dall’anno scorso. Il bilancio veniva approvato con i due terzi dei voti
del ramo della famiglia Hoepli e il voto contrario di Nava, con l’aggiunta che
si stava “valutando la possibilità di convocare un’assemblea degli azionisti
allo scopo di illustrare le possibili strategie future e di valutare
l’assunzione di importanti decisioni al riguardo, in particolare ma non solo,
alle business unit non particolarmente performanti o addirittura in perdita“.
Nei mesi scorsi Hoepli era stata così coinvolta in trattative per la cessione
del catalogo dell’editoria scolastica, avviate prima da Mondadori e poi da
Feltrinelli ma concluse senza successo, anche a causa della posizione contraria
di alcuni azionisti. Proprio quella trattativa finita in alto mare ha portato
all’esplosione delle ultime divergenze e alla volontà della maggioranza della
compagine azionaria di liberarsi di fatto dei soci di minoranza. Ora nelle
trattative per il catalogo della scolastica, secondo alcune fonti, è entrato
anche un nuovo concorrente, un fondo estero controllato dalla casa editrice
Pearson.
Nel frattempo però la situazione occupazionale sta diventando deflagrante. In un
recente incontro, spiegano Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil e la Rsa, “la
proprietà non ha risposto alle sollecitazioni sindacali in merito alle strategie
da mettere in campo a ripresa delle normali attività, requisito indispensabile
per l’autorizzazione della cassa integrazione ordinaria”. I lavoratori hanno poi
preso atto di una “situazione estremamente critica” e hanno così deciso che “in
queste condizioni di incertezza, non sarà possibile siglare un accordo di cassa
integrazione ordinaria il prossimo 3 marzo” durante un nuovo incontro con
l’azienda. Per quella data è previsto infatti un nuovo aggiornamento del tavolo
sindacale.
I sindacati saranno ascoltati in audizione dalla Regione Lombardia il prossimo 5
marzo, intanto però chiedono al Comune di Milano “la convocazione di un tavolo,
in cui coinvolgere la proprietà”. Nel frattempo i lavoratori chiedono “chiarezza
immediata sulle reali intenzioni della proprietà, l’abbandono di ogni ipotesi di
liquidazione della società, un piano strategico di rilancio all’altezza delle
nuove sfide di mercato e l’attivazione di tutte le istituzioni locali a tutela
della continuità occupazionale e dell’integrità del marchio e del catalogo. La
mobilitazione – concludono i rappresentanti dei lavoratori – è solo all’inizio e
necessita della più ampia partecipazione della cittadinanza milanese”. “Non
permetteremo che un patrimonio di interesse pubblico, simbolo culturale di
Milano, si trasformi nell’ennesima speculazione privata nel cuore di una città
che sta perdendo definitivamente la sua anima”, concludono i sindacati.
L'articolo La casa editrice Hoepli accelera verso la liquidazione: assemblea
entro metà marzo. Novanta dipendenti a rischio proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Inps ha sanzionato per un totale di 8 milioni di euro Ciaopeople, editore di
Fanpage.it, e Citynews, che edita le testate locali Today. Le multe sono state
imposte perché secondo l’istituto previdenziale le due società avrebbero dovuto
versare i contributi per i lavoratori sulla base delle retribuzioni previste dal
contratto nazionale dei giornalisti firmato dal sindacato unitario Fnsi e dalla
federazione degli editori, la Fieg (ccnl comunque scaduto da un decennio).
Invece entrambe applicano il contratto delle aziende aderenti all’Unione stampa
periodica italiana (Uspi) sottoscritto dal sindacato Figec-Cisal, che prevede
stipendi molto più bassi.
La Fnsi ha espresso soddisfazione per le multe – 3,5 milioni a Ciaopeople srl e
4,5 milioni a Citynews – commentando che “gli unici contratti di categoria
considerati validi dall’Istituto di previdenza sono quelli firmati nel tempo dal
sindacato dei giornalisti con Fieg, Aeranti-Corallo e Anso-Fisc. Gli altri
contratti sono esclusivamente il tentativo di ridurre il costo del lavoro e
sottrarre contributi previdenziali all’Inps e quindi al futuro dei colleghi”. E
“l’applicazione scorretta dei contratti”, secondo Fnsi, “non rappresenta solo un
danno ai colleghi giornalisti, costretti a lavorare con stipendi inferiori e
tutele minime, ma è anche un chiaro esempio di concorrenza sleale da parte di
aziende che hanno bilanci milionari, pari a quelli dei grandi gruppi editoriali
tradizionali. Concorrenza sleale che andrebbe perseguita anche per via legale”.
Il condirettore di Fanpage, Adriano Biondi, ha replicato facendo sapere che
“l’editore è assolutamente convinto di poter dimostrare le proprie ragioni e
impugnerà il provvedimento Inps” e dando la sua versione della vicenda.
Inizialmente la stessa Fnsi, ha ricordato, aveva siglato un contratto con Uspi
alle stesse condizioni retributive, salvo disdettarlo nel 2019 con la
motivazione che nel primo anno e mezzo i contratti siglati erano stati solo 300,
“un numero deludente” rispetto all’universo delle testate online. Nel 2020 Uspi
ha quindi firmato con Cisal. Nel frattempo, scrive Biondi, Fanpage aveva deciso
di applicare quel contratto dopo un confronto con la rappresentanza sindacale
interna che ha portato “a un piano per la stabilizzazione di trenta precari e a
un’intesa di secondo livello per superare i minimi tabellari previsti da Uspi ed
Fnsi”. “Non c’è dubbio”, ammette il condirettore, che quello firmato dalla Fieg
sia “un contratto “migliore” per i lavoratori (chi scrive ha esattamente questa
tipologia di contrattualizzazione, che prevede minimi tabellari più alti e altre
agevolazioni), ma evidentemente siamo in presenza di una dinamica del tutto
priva di logica. L’editore di Fanpage, infatti, aveva sottoscritto un accordo di
stabilizzazione basandosi su una determinata tipologia contrattuale, facendo
consequenziali ragionamenti di tipo economico-finanziario. Così, legittimamente
o meno, decide di non cambiare l’intera strategia aziendale per la scelta
unilaterale di un sindacato”. Poi specifica: “Da noi, tanto per parlare di
pulpiti, non troverete pezzi pagati tre, cinque o dieci euro, né tantomeno
articoli in prima pagina pagati 14 euro”. Lo scorso agostol’editore del Tempo,
la famiglia Angelucci, è stato condannato ad assumere come collaboratrice fissa
una giornalista che lavorava da anni per il giornale ed era pagata appunto dai 3
ai 14 euro lordi a pezzo.
Oggi la Fnsi replica a sua volta, sottolineando che la ricostruzione del
giornale digitale omette alcuni aspetti a partire dalla natura “derogatoria”
dell’applicazione del contratto Uspi-Fnsi. Quando fu applicato inizialmente ai
giornalisti di Fanpage.it, infatti, lo fu in via eccezionale e “in deroga” al
contratto principale Fnsi-Fieg, con l’approvazione dalla commissione paritetica
nazionale a fronte di un impegno specifico: l’assunzione a tempo pieno di 20
giornalisti che, fino a quel momento, erano stati lavoratori a contratto cococo.
“Peccato che in seguito, l’azienda si rifiutò di trasformarli in contratti
Fnsi-Fieg”. Sui motivi della disdetta del contratto Uspi-Fnsi da parte della
Fnsi, il sindacato dei giornalisti ribadisce poi che la volontà era quella di
evitare che una deroga diventasse una prassi. Secondo la Fnsi, il sindacato
aveva firmato l’accordo con Uspi inizialmente per i piccoli periodici locali e
per i giornali online che non superavano una certa dimensione. Ma nel consiglio
direttivo dell’Uspi sono poi entrati rappresentanti di grandi aziende editoriali
online che hanno cercato di trasformare il contratto Uspi-Figec in uno strumento
per fare “dumping salariale”, pagando meno i giornalisti rispetto ai concorrenti
che applicavano il contratto Fnsi-Fieg. La Fnsi fa infine notare che, dopo il
periodo di avvio, altre testate online si sono trovate nella stessa situazione
di Fanpage.it e una volta superata la fase di start-up sono passate al contratto
Fnsi-Fieg.
L'articolo Multa Inps da 8 milioni di euro agli editori di Fanpage e Today:
scorretta applicazione dei contratti dei giornalisti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
C’è una rosa di Damasco nel deserto. Intorno ha soltanto sabbia, vento e
tempesta e deve trovare il modo di crescere. C’è anche il concetto di underdog
nel racconto che affonda le sue radici nelle sabbie della Siria. Il 13 febbraio
arriva nelle librerie e fumetterie di tutt’Italia “Rosa del deserto”, l’ultimo
lavoro di Emiliano e Matteo Mammucari pubblicato dalla Sergio Bonelli Editore.
L’opera è uno spinoff di Nero, la serie a fumetti di genere storico-fantasy
creata dai fratelli Mammucari: al centro della trama ci sono le origini della
Nizarita, uno dei personaggi più amati dell’universo narrativo.
La storia di Nero segue le vicende di un guerriero arabo ribelle che ha scelto
di chiamarsi così per nascondere la propria identità. Insieme a un cavaliere
cristiano, si ritrova a combattere una minaccia soprannaturale legata al
folklore mediorientale, tra djin, ghoul e antiche magie. Introdotta nella serie
principale come una letale guerriera musulmana ed ex membro della Setta degli
Assassini, la Nizarita è un personaggio avvolto nel mistero.
Nelle pagine del quadrimestrale, i lettori l’hanno vista guidare armate,
abbattere nemici e pietrificare il cuore di un uomo con il suo sguardo:
finalmente potranno scoprire cosa si cela dietro questa maschera di crudeltà. Il
volume comincia quando la Nizarita è ancora un’orfana indisciplinata e ribelle,
prima di emanciparsi dalla Setta degli Assassini e conquistare il proprio spazio
da combattente in un mondo prettamente maschile. Come una rosa che adatta per
imparare a fiorire nel deserto.
Ciò che spicca dalle tavole che anticipano l’opera è sicuramente l’atteggiamento
quasi naturale e disinvolto della protagonista che in età precoce si trova già
immersa nel mondo degli adulti, fatto di gesti e luoghi di violenza. Un sentiero
tutto in salita che la giovane orfana dovrà faticosamente percorrere per uscire
dai bassifondi e ribaltare le aspettative su di lei: una storia di underdog, per
l’appunto. “Un po’ di sangue non ha mai ucciso nessuno”.
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TAVOLA_4
Emiliano Mammucari è un nome di punta del fumetto italiano: ha co-creato la
serie Orfani ed è noto per opere come Caravan e l’adattamento di Zardo di
Tiziano Sclavi. Matteo Mammucari è uno sceneggiatore esperto, ha collaborato con
il fratello su Orfani: Terra prima di lanciare insieme la saga di Nero.
A livello artistico, questo prodotto è appunto una rosa del deserto in
un’industria che è tradizionalmente maschile: l’opera è stata realizzata dalla
cosceneggiatrice Francesca Frigo, dalla disegnatrice Romina Moranelli, dalla
colorista Simona Fabrizio e dalla letterista Viola Coldagelli.
La disegnatrice ha già collaborato con Marvel, Disney e l’editore francese Clair
de Lune. Per la Casa delle Idee, Moranelli ha fatto parte di Women of Marvel,
una raccolta focalizzata sulle eroine, antieroine e criminali del mondo di Stan
Lee. Le storie sono state scritte e disegnate principalmente da team creativi
femminili: a Romina Moranelli era stata affidata una sceneggiatura di Marc
Bernardin sullo scontro fra Black Cat e Satana. Dalle città dei supereroi ai
deserti in Medio Oriente, le donne disegnate dall’artista continuano a prendersi
spazio in mezzo agli stereotipi e ai cliché nei confronti dei corpi femminili.
La copertina porta la firma di Emiliano Mammucari e il fumetto, stampato in
formato cartonato, sarà disponibile anche in versione variant.
L'articolo “Rosa del deserto”: la storia di Nizarita, un’underdog nelle sabbie
della Siria. L’ultimo fumetto dei fratelli Mammucari per la Sergio Bonelli
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Perché mandare in liquidazione volontaria una società che perde sì, ma
marginalmente, meno di alcuni competitor e comunque in linea con l’andamento
negativo del mercato, tuttavia ha ancora un patrimonio netto sufficiente a
coprire pressoché tutto l’indebitamento? Perché chiedere la cassa integrazione
per la novantina di dipendenti dopo che si è già ottenuto nell’ultimo esercizio
il risparmio di un sesto del costo del lavoro? E perché rischiare di disperdere
un patrimonio culturale storico per l’Italia? Se lo domandano stupiti e attoniti
una novantina di lavoratori della Hoepli e i molti creditori, specie sul fronte
dei fornitori e dei piccoli librai indipendenti, che da ieri hanno appreso
attraverso il Fatto la notizia della possibile convocazione a breve di una
assemblea straordinaria dei soci della casa editrice milanese con all’ordine del
giorno forse la proposta di liquidazione volontaria di Hoepli Spa.
Niente lasciava presagire una simile svolta almeno sino al 28 novembre scorso,
data dell’approvazione dell’ultimo rendiconto annuale al 30 giugno 2025. A
quelle assise societarie hanno partecipato, in proprio o attraverso i loro
delegati, tutti i soci: la società maggioritaria e capogruppo Sef (49,2%),
espressione del ramo della famiglia del fondatore che fa capo a Ulrico Carlo
Hoepli e suddiviso tra i tre figli Giovanni, Matteo e Barbara che con le loro
azioni proprie controllano direttamente e indirettamente i due terzi del
capitale della casa editrice, e poi Giovanni Nava, uno dei due figli di Bianca
Hoepli, che detiene il restante terzo del capitale. Che tra i due blocchi non
corra buon sangue e lo scontro ormai sia al calor bianco, senza esclusione di
colpi e con varie cause civili e penali ancora in corso, lo testimonia il
verbale di quell’assemblea nel quale il delegato della società maggioritaria si
rivolge a Giovanni Nava, presente come uditore, affermando che “sia stato
proprio a causa dell’escalation di insubordinazione sua e dei suoi delegati che
si è deciso di ammettere in assemblea un solo delegato” per socio “come prevede
la legge, decisione supportata da pareri legali di autorevoli accademici”.
In quella assemblea è stato varato il bilancio che si chiude con ricavi su base
annua in calo dell’8,5% a 29,56 milioni, sul quale hanno pesato il calo del
mercato editoriale e l’inverno demografico che comincia a colpire l’editoria
scolastica, ma con un taglio netto del 10,9% dei costi di produzione a 30,74
milioni, ottenuto soprattutto riducendo del 14,6% il costo del lavoro a 4
milioni. La perdita ha sfiorato il milione, in aumento di un terzo rispetto
all’anno prima, ma il patrimonio netto resta positivo per 11,38 milioni.
L’azienda è stata sottoposta a una cura draconiana: i debiti sono stati ridotti
di 4,55 milioni da 12,12 a 7,57 circa, 5,4 verso fornitori ma in forte riduzione
con un calo di due milioni e mezzo, mentre i crediti sono cresciuti a 9,36
milioni. In frenata i flussi finanziari dell’attività operativa passati in
negativo per 4,05 milioni, dei quali 446mila euro negativi prima delle
variazioni del capitale circolante (l’anno prima il cash flow operativo era
positivo per meno di 17mila euro). Nei 12 mesi al 30 giugno 2025 però l’attività
editoriale era frenata: 133 novità pubblicate contro le 138 dell’esercizio
precedente (-3,6%), 30 nuove edizioni contro 47 (-36,2%), 617 ristampe contro
859 (-28,2%), copie prodotte calate del 21% da 1,38 a 1,09 milioni. A pesare
lamentava il presidente Matteo Hoepli era stato soprattutto il mancato
aggiornamento dei tetti di spesa per l’editoria scolastica e il crollo del
20-25% degli incassi mensili della libreria internazionale Hoepli nel primo
semestre dall’anno scorso. Il bilancio veniva approvato con i due terzi dei voti
del ramo della famiglia Hoepli e il voto contrario di Nava, con l’aggiunta che
si stava “valutando la possibilità di convocare un’assemblea degli azionisti
allo scopo di illustrare le possibili strategie future e di valutare
l’assunzione di importanti decisioni al riguardo, in particolare ma non solo,
alle business unit non particolarmente performanti o addirittura in perdita“.
Insomma, una società in discreta salute nonostante il momento difficile. Allora
perché liquidare Hoepli? La motivazione vera sta probabilmente nella differente
visione tra i due rami della famiglia sulla strategia da intraprendere: vendere
alcuni rami d’azienda a Mondadori, o in subordine a Feltrinelli? E come?
L’assenza di unanimità ha bloccato le trattative: i Nava mesi fa si sono opposti
a vendere a Mondadori la loro partecipazione di Hoepli, impedendo così la
realizzazione della cessione in quanto la casa editrice di Segrate voleva
acquistare il 100% delle azioni per non doversi misurare con eventuali soci di
minoranza, data anche la fama di litigiosità che nel mondo editoriale questa
vicenda ha sollevato da tempo.
Ma il problema ora si estende ai librai indipendenti, molti dei quali milanesi,
tra i quali l’articolo di ieri del Fatto ha sparso grande preoccupazione perché
il segnale del rischio di liquidazione è stato interpretato come pessimo.
Innanzitutto perché Hoepli è uno dei pochi editori indipendenti rimasti in
Italia, e poi perché una eventuale chiusura anche del loro punto vendita, la
Libreria internazionale nel centro di Milano, significa secondo un libraio
interpellato che “molti dei clienti in uscita da Hoepli ingrosseranno l’esercito
che ormai compra su Amazon“. La verità, secondo alcuni di questi operatori, è
che la libreria internazionale Hoepli è stata in parte cannibalizzata ma
comunque molto danneggiata dal sito interno di e-commerce della casa editrice,
riducendosi alla fine a funzionare quasi come mero magazzino logistico.
Addirittura alcuni anni fa in libreria Hoepli era possibile acquistare i Kindle,
lettori online per le edizioni digitali, il che significava che “se un cliente
Hoepli non aveva ancora attivato un account Amazon lo si spingeva di fatto a
farlo“, sottolinea un libraio indipendente. Scelte giudicate, dall’esterno, come
controproducenti e mirate a una pura ottica di realizzazione di fatturato, con
la concorrenza portata “in casa”, magari pure in perdita.
A preoccupare poi i piccoli librai è il meccanismo degli anticipi attraverso i
quali le attività commerciali di fatto finanziano il circolante di tutta la
filiera editoriale, dall’editore al distributore sino al grossista e al
promotore. Il problema per i piccoli librai indipendenti, ma per tutta la
filiera, è l’equilibrio del capitale circolante: il libraio è preoccupato perché
ha magari in casa 20mila euro di libri e se ne vende solo 2mila vanta una resa
per 18mila, da scontare sulle fatture successive ai distributori ed editori. Ma
se una casa editrice salta, il distributore non accetta la resa e i libraio si
trova 18mila euro non recuperabili se non mettendo in vendita i libri già pagati
e in suo possesso ma a forte sconto.
Da qui a pochi giorni comunque si chiariranno i destini della casa editrice
Hoepli. Al momento, dalla società, nessun commento è arrivato agli articoli del
Fatto.
L'articolo Hoepli, conti in ordine ma soci in guerra: e tra librai e dipendenti
cresce la paura proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nubi nerissime sul futuro della storica casa editrice milanese Hoepli, fondata
nel 1870, una delle poche realtà editoriali indipendenti sopravvissute al
processo di aggregazione di tutto il mercato italiano avvenuto negli ultimi
decenni. Poche ore fa nella sede milanese si è sparsa la notizia, già comunicata
in via preliminare ai sindacati, che è partita la richiesta di cassa
integrazione a zero ore (o comunque con una riduzione sostanziale dell’orario di
lavoro) per tutto il personale, un centinaio di dipendenti, che inizialmente
potrebbe riguardare un periodo di 13 settimane. Ma la notizia che più allarma i
lavoratori è che entro fine mese inoltre si potrebbe tenere l’assemblea
straordinaria degli azionisti per decidere sulla possibile richiesta di
liquidazione volontaria della società. Il rischio è che le tensioni tra le
diverse anime della compagine societaria, tutte legate alla famiglia del
fondatore, portino lo scontro interno – già in corso da tempo – a livelli tali
da compromettere anche l’ordinario svolgimento della misura concorsuale che
potrebbe sfociare in una nuova proprietà.
Hoepli è un editore che nel passato ha fatto la sua fortuna con un catalogo
essenzialmente tecnico-scientifico (mitica la collana dei suoi Manuali), ma che
negli ultimi anni – a causa della contrazione del mercato editoriale – ha
cominciato a entrare in crisi. Nella via omonima del centro di Milano ha sede il
suo storico negozio, una delle più belle e grandi librerie d’Italia, che proprio
per la crisi del settore ha di recente ridotto i piani aperti al pubblico.
Nonostante questa situazione, la casa editrice o almeno parte di essa è ancora
appetibile, soprattutto perché ha una discreta fetta di mercato nel settore
scolastico, intorno al 5%, settore ambito nel quale c’è ancora una certa
concorrenza tra i diversi competitor. Proprio per tale ragione, secondo fonti
interne all’azienda, all’inizio del 2025 la Hoepli è stata contattata da
Mondadori, interessata all’acquisto sia della casa editrice sia della libreria.
L’operazione però non ha avuto successo in quanto sono emerse forti tensioni
nell’ambito della famiglia proprietaria.
La questione, raccontano le stesse fonti, è che oltre alla crisi del mercato
pesano le dinamiche interne alla compagine societaria, con uno scontro ormai al
calor bianco tra i due rami della famiglia proprietaria, senza esclusione di
colpi e con varie cause civili e penali ancora in corso. I due fratelli Nava
(figli di Bianca Hoepli) detengono il 25%, mentre il restante 75% del capitale è
in mano a Ulrico Carlo Hoepli e suddiviso tra i tre figli Giovanni, Matteo e
Barbara. I Nava mesi fa si sono opposti a vendere alla casa editrice di Segrate
la loro partecipazione, impedendo così la realizzazione della vendita, in quanto
Mondadori voleva acquistare il 100% delle azioni per non doversi misurare con
eventuali soci di minoranza, data anche la fama di litigiosità che nel mondo
editoriale questa vicenda ha sparso da tempo.
Tutto questo a discapito della casa editrice, che a furia di patire dell’assenza
di un disegno industriale condiviso e di adeguati investimenti, ora naviga in
pessime acque. È proprio questa situazione che alla fine dell’anno scorso aveva
indotto anche la casa editrice Feltrinelli a interrompere le trattative in corso
per acquistare la libreria e forse anche la casa editrice.
Nelle scorse settimane è tornata così alla carica Mondadori, che però ora
sarebbe interessata solo al catalogo e in particolare alla scolastica.
L’eventuale acquisizione delle linee Hoepli porterebbe la casa di Segrate,
quotata e controllata dalla famiglia Berlusconi, a raggiungere una quota del
mercato nazionale della scolastica (vera miniera d’oro per gli editori italiani)
vicina a quella del primo operatore, Zanichelli.
Occorre però anche ricordare che Ulrico Carlo Hoepli e i tre figli Giovanni,
Matteo e Barbara, che hanno in mano il restante 75% del capitale, sono
proprietari anche di tutto lo stabile in cui hanno sede gli uffici e la
libreria, ossia del palazzo nel centro di Milano progettato dal famoso studio di
architetti Figini e Pollini, costruito nella seconda metà degli Anni ’50. Alcuni
analisti fanno presente che l’utilizzo di questo immobile consentirebbe di
salvare e rilanciare la casa editrice. Ma questa operazione a quanto pare non è
nelle corse dei proprietari. Anzi, forse alla base dei dissidi c’è proprio la
possibilità di realizzare un’enorme plusvalenza sull’edificio.
Alla fine, quindi, il 25 febbraio si terrà un consiglio di amministrazione
chiamato a convocare a breve, forse già entro fine mese (se i tempi tecnici
previsti dal codice civile lo permetteranno) una assemblea straordinaria degli
azionisti al cui ordine del giorno il cda potrebbe inserire la questione della
richiesta di deliberare la liquidazione volontaria di Hoepli, con la nomina di
un liquidatore che potrebbe procedere alla vendita della parte scolastica,
probabilmente sempre a Mondadori.
Il rischio che ricade non solo sui dipendenti ma su tutto il mondo della cultura
italiana è che il resto del catalogo e dell’archivio aziendale, che da oltre 150
anni ha rappresentato un punto di riferimento per l’editoria italiana, in
particolare quella tecnica e scientifica, vada disperso in modo irrimediabile.
Il Fatto Quotidiano ha cercato di contattare la direzione aziendale di Hoepli
per raccogliere la loro versione e i loro commenti, ma sinora senza successo.
L'articolo Si sgretola il mito della casa editrice Hoepli: ipotesi liquidazione,
i 100 dipendenti in cassa integrazione. A rischio anche l’archivio proviene da
Il Fatto Quotidiano.
In venti anni i punti vendita che in Italia offrono prodotti editoriali sono
passati da 35 mila a 20 mila (-42,8%). E il loro giro di affari si è ridotto dal
picco massimo del 2005 (quando erano in gran voga i “collaterali” dei
quotidiani, come dvd o inserti) da 4,53 miliardi a 1,11 a fine 2024: un tracollo
di tre quarti. semplificando, sono circa 55 mila euro a punto vendita, che con
un aggio medio del 23,11% del prezzo di vendita, dunque al lordo dell’Iva, che
genera un margine lordo di circa 12.710 euro annui per punto vendita. Per stare
aperti 28/29 giorni su 30/31 al mese, pagare l’affitto del locale, o le imposte
se si tratta di un chiosco su suolo pubblico, e lavorare dalle 6 del mattino,
quando mediamente vengono consegnati giornali, periodici e altri
“prodotti”editoriali, alle 19 o alle 20 quando finalmente si chiude. Fanno 1.059
euro al mese, lordi, per circa 13 ore di lavoro. Ovvero 2,94 euro di
“retribuzione” oraria. Lorda. Questa è la paga media degli edicolanti italiani.
Facile capire quindi perché in Italia la strage delle edicole continua senza
soste: in pochi anni hanno chiuso sette su 10 e a oggi ne sopravvivono circa 20
mila, tra “pure” e miste, che vendono oltre ai giornali altri prodotti. Ma la
morte delle edicole sta portando alla crisi dei quotidiani e della stampa, che
dalla carta ottengono ancora la parte fondamentale dei loro ricavi. Per questo
motivo alla crisi delle edicole cerca di offrire una risposta propositiva lo
studio “Le edicole del futuro, il futuro delle edicole“, elaborato dalla società
di ricerca specializzata DataMediaHub e dall’associazione Stampa Romana, il
sindacato dei giornalisti del Lazio, per mano di Pier Luca Santoro, consulente
di marketing e comunicazione esperto del settore editoriale delle edicole e dei
giornali, Viviana D’Isa, giornalista professionista e consigliere nel direttivo
di Italia Nostra Roma, Stefano Ferrante, segretario di Stampa Romana, e Lazzaro
Pappagallo, cronista Tgr Lazio e membro della giunta della Federazione nazionale
della stampa italiana (Fnsi), il sindacato nazionale dei giornalisti.
I dati sono sconfortanti. Su 7.896 comuni in Italia ben 4.974, circa due terzi
del totale, non hanno più un’edicola. In Molise il 94,1% dei Comuni non ha
un’edicola. Seguono il Trentino Alto Adige (85,9%) e la Valle d’Aosta (82,4%).
Meno peggio di tutte le regioni l’Emilia-Romagna in cui “solo” un terzo dei
Comuni (32,1%) non ha un’edicola. Secondo lo studio “Commercio e servizi: le
oasi nei centri urbani” di Confesercenti, quasi 3,5 milioni di italiani non
possono più comprare giornali o riviste nel loro comune. Sono numeri che danno
una dimensione di quanto grave sia la situazione delle edicole, con quelle
“pure” in particolare che rischiano di fare la fine delle cabine telefoniche
scomparendo progressivamente dal paesaggio.
Una crisi che segue quella della carta stampata. Dall’inizio del millennio le
tirature dei quotidiani italiani sono passate da 3,07 milioni di copie a 881
mila copie a fine 2024: un calo del 75,8%. Nello stesso periodo le vendite sono
passate dai 2,19 milioni di copie stampate al giorno nel 2000 a 423 mila a fine
2025, un calo dell’80,6%. Secondo il “Entertainment, Media & Telecommunications
Outlook in Italy 2025-2029” di PwC, complessivamente, in Italia i ricavi dei
quotidiani nel 2019 erano pari a 1,47 miliardi. Il consolidato 2024 si attesta a
1,17 miliardi: in cinque anni un quinto è andato perduto. Nello stesso arco
temporale i ricavi editoriali sono passati da 903 a 741 milioni (-17,9%), quelli
derivanti dalla raccolta pubblicitaria calano da 563 a 431 milioni (-23,4%).
Anche il futuro si prospetta nero: tra il 2024 e il 2029 i ricavi pubblicitari
dei giornali, secondo quanto prevede PwC, caleranno da 431 a 354 milioni. Una
flessione del 17,9% nonostante una crescita dei ricavi online/digitali del
9,75%. Nello stesso arco temporale i ricavi editoriali, che nel 2024 pesavano
per il 63,2% del totale, sono previsti passare da 741 a 641 milioni, in calo del
13,5%, anche se quelli digitali aumenteranno, secondo le previsioni, del 24,4%.
La mazzata però sta nel fatto che i ricavi editoriali della versione stampata
dei giornali continuano, e continueranno ancora, a essere la principale voce di
ricavo dei giornali. Se nel 2019 erano pari a 823 milioni (56,1% del totale),
PwC prevede che saranno 473 milioni nel 2029, il 47,5% del totale ma quasi
dimezzati, con un calo del 42,5%. Insomma, i ricavi della carta stampata
continueranno il loro calo, ma il digitale/online non riuscirà a compensare tale
calo.
Il che è paradossale: il numero di lettori di notizie resta pressocché costante
se si analizzano tutte le piattaforme disponibili mentre il numero delle copie
vendute in un ventennio è passato da 7 a 1 milione di copie al giorno. Il tutto
mentre la trasformazione delle edicole in punti multiservizi (offerte di giochi,
e-commerce, servizi locali) ha ampliato le funzioni di queste attività e
l’impegno di chi vi lavora ma non è stata sinora sufficiente a garantirne la
sostenibilità economica. Gli incentivi pubblici, pur apprezzabili, non risolvono
alla radice le fragilità del sistema.
Ecco perché la ricerca di DataMediaHub e Stampa Romana propone alcune soluzioni.
Innanzitutto l’analisi degli elementi essenziali per l’ottimizzazione e la
modernizzazione della filiera editoriale, attraverso l’informatizzazione delle
edicole. Sono poi identificate ulteriori aree di “new business”, nuove aree di
ricavi che possano in prospettiva sostenere la sopravvivenza della rete dei
punti vendita, oggi seriamente a rischio. Viene realizzata una “marketing map”
delle edicole che, appunto, mappa i diversi segmenti di business delle edicole,
in riferimento sia a quelli esistenti che a quelli ipotizzati. Infine, vengono
suggeriti una serie di interventi a medio – lungo termine. Interventi che
riguardano l’immagine complessiva del canale, oggi in balia di se stesso. Perché
la salvezza dell’informazione, e quindi lo stato di salute della democrazia,
passano ancora dalla carta stampata.
L'articolo Il paradosso dei giornali: in 20 anni 15mila edicole in meno, eppure
i lettori non sono scomparsi. Le contromisure per il settore proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il produttore cinematografico Andrea Iervolino ha formalizzato un’offerta da
22,5 milioni di euro per l’acquisto de La Stampa, lo storico quotidiano
torinese, da settimane al centro di trattative incrociate e ancora incerte. La
proposta è contenuta in una lettera datata 12 gennaio 2026, indirizzata al
presidente John Elkann e all’amministratore delegato di Gedi Paolo Ceretti, e
inviata per conto di TAIC Funding LLC, società riconducibile allo stesso
Iervolino. Un’offerta formale, subordinata a due diligence, con cui manifesta
l’interesse a perfezionare l’acquisto “in tempi brevi”.
È la prima volta che compare una cifra esplicita. Finora erano circolate solo
stime e indiscrezioni – una forchetta tra i 15 e i 25 milioni – mentre le
valutazioni più alte emerse sui giornali, intorno ai 140 milioni, riguardavano
la possibile cessione complessiva di Gedi o di altri asset come Repubblica, non
il quotidiano torinese preso singolarmente. In questo senso, i 22,5 milioni di
Iervolino diventano un parametro di riferimento in una partita che fino a oggi
si era giocata soprattutto sul terreno delle manifestazioni di interesse.
Raggiunto dal Fatto, Iervolino conferma l’offerta e rivendica la portata della
mossa: “Vogliamo entrare nell’editoria in modo serio. Il nostro obiettivo è
costruire uno dei più grandi gruppi editoriali italiani”. E aggiunge che
l’offerta è stata deliberata dal consiglio di amministrazione di TAIC Funding,
una cordata che – spiega – riunisce “fondi privati, investitori e banche”, senza
però entrare nei dettagli. Iervolino, 44 anni, è un produttore italo-canadese
con una filmografia che include nomi come Al Pacino, Johnny Depp e Robert De
Niro, arriva a questo appuntamento con un profilo controverso.
Negli ultimi anni è stato coinvolto in una guerra societaria e legale con l’ex
socia Monika Bacardi sul controllo di Sipario Movies, società poi finita in
insolvenza con pesanti perdite. Sul fronte pubblico, nel luglio 2025 il
Ministero della Cultura gli ha revocato 66 milioni di euro di tax credit,
provvedimento contestato dall’imprenditore e dallo stesso commissario nominato
dal Tribunale, tuttora oggetto di perizie contrapposte. Su i fondi per il
cinema, è in corso anche un’indagine della Procura di Roma.
A pesare nelle valutazioni potrebbe essere anche il precedente torinese del polo
cinematografico di Mirafiori, progetto affidato alla Tuscany Film Studios
riconducibile a Iervolino e interrotto dopo pochi mesi tra contenziosi civili e
risoluzioni anticipate dei contratti. Un’iniziativa nata con grandi ambizioni e
visibilità internazionale, ma conclusa prima del previsto, che suggerisce
cautela anche nel valutare l’operazione editoriale.
Parallelamente al tentativo su La Stampa, Iervolino è impegnato nel lancio di
una nuova testata online, “La Sintesi”, annunciata con Rocco Casalino come
direttore. Il debutto, previsto inizialmente per il 15 gennaio, è però già
slittato di qualche settimana, dettaglio che alimenta lo scetticismo di chi
guarda all’offerta come a una mossa più politica e mediatica che realmente
decisiva.
Non è comunque la prima volta che sul dossier La Stampa circolano cifre di
questo ordine. Nelle settimane scorse, l’imprenditore italo-americano Salvatore
Palella aveva messo sul tavolo circa 25 milioni di euro per un pacchetto
comprendente La Stampa e Huffington Post. Una proposta respinta da Gedi non solo
per ragioni economiche, ma anche per i tempi lunghi legati alle verifiche
Antitrust e per il profilo editoriale del proponente.
Nonostante l’irruzione di Iervolino e Palella, la partita vera resta però ancora
tra altri due soggetti. SAE – Sapere Aude Editori, il gruppo guidato da Alberto
Leonardis, è oggi in pole position. Leonardis ha già acquisito da Gedi testate
come Il Tirreno e La Nuova Sardegna e si prepara a presentare una proposta
formale – ma non vincolante – accompagnata da un piano industriale che prevede
la creazione di una nuova società. L’operazione coinvolgerebbe fondazioni
bancarie piemontesi, tra cui la Fondazione CRT e la Fondazione Cassa di
Risparmio di Biella, garanzia di radicamento territoriale e stabilità
istituzionale.
Il terzo incomodo è NEM – Nord Est Multimedia, il gruppo guidato dal banchiere
Enrico Marchi. Il 7 gennaio il consiglio di amministrazione di NEM ha deliberato
all’unanimità la presentazione di un’offerta non vincolante per arrivare a una
trattativa in esclusiva. La cordata veneta, che controlla già numerose testate
ex Gedi nel Nord-Est, punta a espandersi nel Nord-Ovest per costruire un polo
editoriale interregionale.
Nel frattempo, la redazione de La Stampa chiede garanzie chiare: tutela dei
livelli occupazionali, rispetto degli accordi aziendali e autonomia editoriale.
Intanto il film della vendita aggiunge una nuova scena, anche se non è detto che
sia quella decisiva.
L'articolo La Stampa in vendita, Iervolino scrive a Elkann: “Pronti a comprarla
per 22,5 milioni”. L’offerta formalizzata due giorni fa proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il 16 dicembre scorso, per la quarta volta negli ultimi due mesi, il quotidiano
Il Tirreno non è arrivato in edicola. A bloccare la pubblicazione dello storico
giornale toscano è stato un nuovo sciopero proclamato dai redattori: l’ennesimo
atto di protesta messo in campo dai lavoratori contro la proprietà del gruppo
Sae (Sapere Aude Editori) e la direzione della testata. “Ancora una volta –
scrive il Comitato di redazione, l’organo di rappresentanza dei giornalisti –
l’assemblea dei redattori si è ritrovata unita e compatta su un percorso da
seguire: quello della difesa del giornale, del suo futuro, della sua
territorialità, della sua storia e dei posti di lavoro”.
La crisi de Il Tirreno va avanti da anni, ma si è acuita negli ultimi mesi. A
fine novembre la redazione ha sfiduciato il direttore Cristiano Marcacci, per
una scelta editoriale. I giornalisti hanno contestato alla direzione la
decisione di non pubblicare una notizia di rilievo regionale: il caso che ha
coinvolto l’allora capa di gabinetto del presidente della Toscana Eugenio Giani,
poi assessora alla Cultura, Cristina Manetti, a cui è stata ritirata la patente.
Una notizia ripresa dal resto della stampa nazionale e locale, ma assente dalle
pagine del Tirreno. “La rimozione di una notizia di quel valore costituisce
l’esplicitazione di una linea editoriale”, scrive il Comitato di redazione,
parlando di un “silenzio narrante” destinato a pesare sulla credibilità della
testata. “Si è scelto, cioè, di non dare la notizia politica dell’anno in
Toscana. E allo stesso tempo, nello stesso giorno, di pubblicare un’intervista
al presidente Giani. Un’intervista che, a posteriori, appare apologetica e
danneggia perfino il collega che l’ha scritta, al quale non è stata data la
possibilità di riaggiornarla, almeno tentando di porre al governatore una
domanda sul caso”.
La sfiducia arriva al termine di una lunga stagione di conflitto con l’editore.
Già da ottobre la redazione è in stato di agitazione dopo l’avvio di un
procedimento disciplinare – una sospensione di cinque giorni – comminato a un
componente del Cdr, accusato dall’azienda di aver diffuso messaggi interni
durante una riunione sindacale. Per i giornalisti e per la Federazione nazionale
della stampa si tratta invece di una ritorsione antisindacale.
Sul fondo resta una questione strutturale. Da cinque anni, da quando il Tirreno
è passato da Gedi al gruppo Sae, il giornale vive tra cassa integrazione,
prepensionamenti, stati di crisi, tagli ai costi e chiusura o ridimensionamento
di redazioni locali. I giornalisti rivendicano di aver garantito la
sopravvivenza del quotidiano attraverso sacrifici economici e carichi di lavoro
crescenti, senza che a questi sia mai corrisposto un vero piano di rilancio.
“Chiediamo da tempo un progetto editoriale e industriale che dia una prospettiva
al giornale”, spiega il Cdr.
“Finora abbiamo visto solo tagli e un aumento insostenibile dei carichi di
lavoro”. I giornalisti lamentano di aver accettato “di lavorare tra le nove e le
undici ore al giorno senza ricevere straordinari. Lo stesso sforzo che ci
piacerebbe vedere nelle mosse imprenditoriali dell’editore, che finora non ha
dimostrato la volontà di investire per tentare un rilancio, guardando invece
soltanto al bilancio, appianato anche con la vendita degli immobili del
quotidiano, compresa la storica sede di Livorno”. Vendita che, raccontano i
giornalisti a ilfattoquotidiano.it, “abbiamo scoperto solo perché un collega si
è imbattuto in un annuncio immobiliare online. Nessuno ce l’aveva comunicato”.
“Prima – proseguono – c’era la fila di giornalisti che volevano essere assunti
al Tirreno. Da cinque anni a questa parte, invece, almeno 12 colleghi si sono
licenziati”.
Il tutto in un clima lavorativo che i redattori definiscono “irrespirabile”,
fatto anche di atteggiamenti ritenuti irrispettosi. Come nel caso delle
espressioni usate da un manager del gruppo Sae che, a un tavolo ufficiale
davanti ai vertici di Associazione stampa toscana, Federazione nazionale della
stampa e Comitato di redazione, ha paragonato la maternità di una giornalista
alla “gestazione di un elefante”. Una maternità che aveva portato la collega a
più ricoveri, situazioni di cui l’azienda era a conoscenza.
A questo si è aggiunta, in estate, la chiusura della storica redazione di
Viareggio per motivi di costi. Una decisione presa improvvisamente, che ha
scatenato proteste, scioperi e presidi, e per cui i sindacati hanno aperto una
vertenza con l’azienda. Il 13 ottobre è arrivata anche la sentenza del Tribunale
del lavoro di Livorno, che ha sancito la condotta antisindacale dell’azienda per
quanto concerne il mancato rispetto degli incontri periodici previsti dal
contratto nazionale con il Comitato di redazione, ma non per quanto riguarda la
chiusura della sede viareggina.
Nei giorni successivi sono quindi proseguite le mobilitazioni: scioperi, blocchi
degli straordinari e lo stop alla produzione degli inserti. “La crisi non è solo
economica, ma anche culturale e politica – spiega il Cdr -. Il giornalismo viene
marginalizzato e l’informazione ridotta a un calcolo finanziario. Mancano
strategie industriali che valorizzino il lavoro e il sacrificio dei giornalisti
è dato per scontato. I tagli migliorano i conti solo a breve, ma impoveriscono
il prodotto. Un giornale impoverito perde lettori, credibilità e funzione
sociale. E allora, viene spontaneo chiedersi: perché un lettore dovrebbe alzarsi
la mattina, fare la caccia al tesoro per trovare l’edicola e scegliere Il
Tirreno?”.
L'articolo La crisi de Il Tirreno tra tagli e “ritorsioni antisindacali”.
Direttore sfiduciato perché “non ha pubblicato la notizia sulla capa di
gabinetto di Giani” proviene da Il Fatto Quotidiano.