In venti anni i punti vendita che in Italia offrono prodotti editoriali sono
passati da 35 mila a 20 mila (-42,8%). E il loro giro di affari si è ridotto dal
picco massimo del 2005 (quando erano in gran voga i “collaterali” dei
quotidiani, come dvd o inserti) da 4,53 miliardi a 1,11 a fine 2024: un tracollo
di tre quarti. semplificando, sono circa 55 mila euro a punto vendita, che con
un aggio medio del 23,11% del prezzo di vendita, dunque al lordo dell’Iva, che
genera un margine lordo di circa 12.710 euro annui per punto vendita. Per stare
aperti 28/29 giorni su 30/31 al mese, pagare l’affitto del locale, o le imposte
se si tratta di un chiosco su suolo pubblico, e lavorare dalle 6 del mattino,
quando mediamente vengono consegnati giornali, periodici e altri
“prodotti”editoriali, alle 19 o alle 20 quando finalmente si chiude. Fanno 1.059
euro al mese, lordi, per circa 13 ore di lavoro. Ovvero 2,94 euro di
“retribuzione” oraria. Lorda. Questa è la paga media degli edicolanti italiani.
Facile capire quindi perché in Italia la strage delle edicole continua senza
soste: in pochi anni hanno chiuso sette su 10 e a oggi ne sopravvivono circa 20
mila, tra “pure” e miste, che vendono oltre ai giornali altri prodotti. Ma la
morte delle edicole sta portando alla crisi dei quotidiani e della stampa, che
dalla carta ottengono ancora la parte fondamentale dei loro ricavi. Per questo
motivo alla crisi delle edicole cerca di offrire una risposta propositiva lo
studio “Le edicole del futuro, il futuro delle edicole“, elaborato dalla società
di ricerca specializzata DataMediaHub e dall’associazione Stampa Romana, il
sindacato dei giornalisti del Lazio, per mano di Pier Luca Santoro, consulente
di marketing e comunicazione esperto del settore editoriale delle edicole e dei
giornali, Viviana D’Isa, giornalista professionista e consigliere nel direttivo
di Italia Nostra Roma, Stefano Ferrante, segretario di Stampa Romana, e Lazzaro
Pappagallo, cronista Tgr Lazio e membro della giunta della Federazione nazionale
della stampa italiana (Fnsi), il sindacato nazionale dei giornalisti.
I dati sono sconfortanti. Su 7.896 comuni in Italia ben 4.974, circa due terzi
del totale, non hanno più un’edicola. In Molise il 94,1% dei Comuni non ha
un’edicola. Seguono il Trentino Alto Adige (85,9%) e la Valle d’Aosta (82,4%).
Meno peggio di tutte le regioni l’Emilia-Romagna in cui “solo” un terzo dei
Comuni (32,1%) non ha un’edicola. Secondo lo studio “Commercio e servizi: le
oasi nei centri urbani” di Confesercenti, quasi 3,5 milioni di italiani non
possono più comprare giornali o riviste nel loro comune. Sono numeri che danno
una dimensione di quanto grave sia la situazione delle edicole, con quelle
“pure” in particolare che rischiano di fare la fine delle cabine telefoniche
scomparendo progressivamente dal paesaggio.
Una crisi che segue quella della carta stampata. Dall’inizio del millennio le
tirature dei quotidiani italiani sono passate da 3,07 milioni di copie a 881
mila copie a fine 2024: un calo del 75,8%. Nello stesso periodo le vendite sono
passate dai 2,19 milioni di copie stampate al giorno nel 2000 a 423 mila a fine
2025, un calo dell’80,6%. Secondo il “Entertainment, Media & Telecommunications
Outlook in Italy 2025-2029” di PwC, complessivamente, in Italia i ricavi dei
quotidiani nel 2019 erano pari a 1,47 miliardi. Il consolidato 2024 si attesta a
1,17 miliardi: in cinque anni un quinto è andato perduto. Nello stesso arco
temporale i ricavi editoriali sono passati da 903 a 741 milioni (-17,9%), quelli
derivanti dalla raccolta pubblicitaria calano da 563 a 431 milioni (-23,4%).
Anche il futuro si prospetta nero: tra il 2024 e il 2029 i ricavi pubblicitari
dei giornali, secondo quanto prevede PwC, caleranno da 431 a 354 milioni. Una
flessione del 17,9% nonostante una crescita dei ricavi online/digitali del
9,75%. Nello stesso arco temporale i ricavi editoriali, che nel 2024 pesavano
per il 63,2% del totale, sono previsti passare da 741 a 641 milioni, in calo del
13,5%, anche se quelli digitali aumenteranno, secondo le previsioni, del 24,4%.
La mazzata però sta nel fatto che i ricavi editoriali della versione stampata
dei giornali continuano, e continueranno ancora, a essere la principale voce di
ricavo dei giornali. Se nel 2019 erano pari a 823 milioni (56,1% del totale),
PwC prevede che saranno 473 milioni nel 2029, il 47,5% del totale ma quasi
dimezzati, con un calo del 42,5%. Insomma, i ricavi della carta stampata
continueranno il loro calo, ma il digitale/online non riuscirà a compensare tale
calo.
Il che è paradossale: il numero di lettori di notizie resta pressocché costante
se si analizzano tutte le piattaforme disponibili mentre il numero delle copie
vendute in un ventennio è passato da 7 a 1 milione di copie al giorno. Il tutto
mentre la trasformazione delle edicole in punti multiservizi (offerte di giochi,
e-commerce, servizi locali) ha ampliato le funzioni di queste attività e
l’impegno di chi vi lavora ma non è stata sinora sufficiente a garantirne la
sostenibilità economica. Gli incentivi pubblici, pur apprezzabili, non risolvono
alla radice le fragilità del sistema.
Ecco perché la ricerca di DataMediaHub e Stampa Romana propone alcune soluzioni.
Innanzitutto l’analisi degli elementi essenziali per l’ottimizzazione e la
modernizzazione della filiera editoriale, attraverso l’informatizzazione delle
edicole. Sono poi identificate ulteriori aree di “new business”, nuove aree di
ricavi che possano in prospettiva sostenere la sopravvivenza della rete dei
punti vendita, oggi seriamente a rischio. Viene realizzata una “marketing map”
delle edicole che, appunto, mappa i diversi segmenti di business delle edicole,
in riferimento sia a quelli esistenti che a quelli ipotizzati. Infine, vengono
suggeriti una serie di interventi a medio – lungo termine. Interventi che
riguardano l’immagine complessiva del canale, oggi in balia di se stesso. Perché
la salvezza dell’informazione, e quindi lo stato di salute della democrazia,
passano ancora dalla carta stampata.
L'articolo Il paradosso dei giornali: in 20 anni 15mila edicole in meno, eppure
i lettori non sono scomparsi. Le contromisure per il settore proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Editoria
Il produttore cinematografico Andrea Iervolino ha formalizzato un’offerta da
22,5 milioni di euro per l’acquisto de La Stampa, lo storico quotidiano
torinese, da settimane al centro di trattative incrociate e ancora incerte. La
proposta è contenuta in una lettera datata 12 gennaio 2026, indirizzata al
presidente John Elkann e all’amministratore delegato di Gedi Paolo Ceretti, e
inviata per conto di TAIC Funding LLC, società riconducibile allo stesso
Iervolino. Un’offerta formale, subordinata a due diligence, con cui manifesta
l’interesse a perfezionare l’acquisto “in tempi brevi”.
È la prima volta che compare una cifra esplicita. Finora erano circolate solo
stime e indiscrezioni – una forchetta tra i 15 e i 25 milioni – mentre le
valutazioni più alte emerse sui giornali, intorno ai 140 milioni, riguardavano
la possibile cessione complessiva di Gedi o di altri asset come Repubblica, non
il quotidiano torinese preso singolarmente. In questo senso, i 22,5 milioni di
Iervolino diventano un parametro di riferimento in una partita che fino a oggi
si era giocata soprattutto sul terreno delle manifestazioni di interesse.
Raggiunto dal Fatto, Iervolino conferma l’offerta e rivendica la portata della
mossa: “Vogliamo entrare nell’editoria in modo serio. Il nostro obiettivo è
costruire uno dei più grandi gruppi editoriali italiani”. E aggiunge che
l’offerta è stata deliberata dal consiglio di amministrazione di TAIC Funding,
una cordata che – spiega – riunisce “fondi privati, investitori e banche”, senza
però entrare nei dettagli. Iervolino, 44 anni, è un produttore italo-canadese
con una filmografia che include nomi come Al Pacino, Johnny Depp e Robert De
Niro, arriva a questo appuntamento con un profilo controverso.
Negli ultimi anni è stato coinvolto in una guerra societaria e legale con l’ex
socia Monika Bacardi sul controllo di Sipario Movies, società poi finita in
insolvenza con pesanti perdite. Sul fronte pubblico, nel luglio 2025 il
Ministero della Cultura gli ha revocato 66 milioni di euro di tax credit,
provvedimento contestato dall’imprenditore e dallo stesso commissario nominato
dal Tribunale, tuttora oggetto di perizie contrapposte. Su i fondi per il
cinema, è in corso anche un’indagine della Procura di Roma.
A pesare nelle valutazioni potrebbe essere anche il precedente torinese del polo
cinematografico di Mirafiori, progetto affidato alla Tuscany Film Studios
riconducibile a Iervolino e interrotto dopo pochi mesi tra contenziosi civili e
risoluzioni anticipate dei contratti. Un’iniziativa nata con grandi ambizioni e
visibilità internazionale, ma conclusa prima del previsto, che suggerisce
cautela anche nel valutare l’operazione editoriale.
Parallelamente al tentativo su La Stampa, Iervolino è impegnato nel lancio di
una nuova testata online, “La Sintesi”, annunciata con Rocco Casalino come
direttore. Il debutto, previsto inizialmente per il 15 gennaio, è però già
slittato di qualche settimana, dettaglio che alimenta lo scetticismo di chi
guarda all’offerta come a una mossa più politica e mediatica che realmente
decisiva.
Non è comunque la prima volta che sul dossier La Stampa circolano cifre di
questo ordine. Nelle settimane scorse, l’imprenditore italo-americano Salvatore
Palella aveva messo sul tavolo circa 25 milioni di euro per un pacchetto
comprendente La Stampa e Huffington Post. Una proposta respinta da Gedi non solo
per ragioni economiche, ma anche per i tempi lunghi legati alle verifiche
Antitrust e per il profilo editoriale del proponente.
Nonostante l’irruzione di Iervolino e Palella, la partita vera resta però ancora
tra altri due soggetti. SAE – Sapere Aude Editori, il gruppo guidato da Alberto
Leonardis, è oggi in pole position. Leonardis ha già acquisito da Gedi testate
come Il Tirreno e La Nuova Sardegna e si prepara a presentare una proposta
formale – ma non vincolante – accompagnata da un piano industriale che prevede
la creazione di una nuova società. L’operazione coinvolgerebbe fondazioni
bancarie piemontesi, tra cui la Fondazione CRT e la Fondazione Cassa di
Risparmio di Biella, garanzia di radicamento territoriale e stabilità
istituzionale.
Il terzo incomodo è NEM – Nord Est Multimedia, il gruppo guidato dal banchiere
Enrico Marchi. Il 7 gennaio il consiglio di amministrazione di NEM ha deliberato
all’unanimità la presentazione di un’offerta non vincolante per arrivare a una
trattativa in esclusiva. La cordata veneta, che controlla già numerose testate
ex Gedi nel Nord-Est, punta a espandersi nel Nord-Ovest per costruire un polo
editoriale interregionale.
Nel frattempo, la redazione de La Stampa chiede garanzie chiare: tutela dei
livelli occupazionali, rispetto degli accordi aziendali e autonomia editoriale.
Intanto il film della vendita aggiunge una nuova scena, anche se non è detto che
sia quella decisiva.
L'articolo La Stampa in vendita, Iervolino scrive a Elkann: “Pronti a comprarla
per 22,5 milioni”. L’offerta formalizzata due giorni fa proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il 16 dicembre scorso, per la quarta volta negli ultimi due mesi, il quotidiano
Il Tirreno non è arrivato in edicola. A bloccare la pubblicazione dello storico
giornale toscano è stato un nuovo sciopero proclamato dai redattori: l’ennesimo
atto di protesta messo in campo dai lavoratori contro la proprietà del gruppo
Sae (Sapere Aude Editori) e la direzione della testata. “Ancora una volta –
scrive il Comitato di redazione, l’organo di rappresentanza dei giornalisti –
l’assemblea dei redattori si è ritrovata unita e compatta su un percorso da
seguire: quello della difesa del giornale, del suo futuro, della sua
territorialità, della sua storia e dei posti di lavoro”.
La crisi de Il Tirreno va avanti da anni, ma si è acuita negli ultimi mesi. A
fine novembre la redazione ha sfiduciato il direttore Cristiano Marcacci, per
una scelta editoriale. I giornalisti hanno contestato alla direzione la
decisione di non pubblicare una notizia di rilievo regionale: il caso che ha
coinvolto l’allora capa di gabinetto del presidente della Toscana Eugenio Giani,
poi assessora alla Cultura, Cristina Manetti, a cui è stata ritirata la patente.
Una notizia ripresa dal resto della stampa nazionale e locale, ma assente dalle
pagine del Tirreno. “La rimozione di una notizia di quel valore costituisce
l’esplicitazione di una linea editoriale”, scrive il Comitato di redazione,
parlando di un “silenzio narrante” destinato a pesare sulla credibilità della
testata. “Si è scelto, cioè, di non dare la notizia politica dell’anno in
Toscana. E allo stesso tempo, nello stesso giorno, di pubblicare un’intervista
al presidente Giani. Un’intervista che, a posteriori, appare apologetica e
danneggia perfino il collega che l’ha scritta, al quale non è stata data la
possibilità di riaggiornarla, almeno tentando di porre al governatore una
domanda sul caso”.
La sfiducia arriva al termine di una lunga stagione di conflitto con l’editore.
Già da ottobre la redazione è in stato di agitazione dopo l’avvio di un
procedimento disciplinare – una sospensione di cinque giorni – comminato a un
componente del Cdr, accusato dall’azienda di aver diffuso messaggi interni
durante una riunione sindacale. Per i giornalisti e per la Federazione nazionale
della stampa si tratta invece di una ritorsione antisindacale.
Sul fondo resta una questione strutturale. Da cinque anni, da quando il Tirreno
è passato da Gedi al gruppo Sae, il giornale vive tra cassa integrazione,
prepensionamenti, stati di crisi, tagli ai costi e chiusura o ridimensionamento
di redazioni locali. I giornalisti rivendicano di aver garantito la
sopravvivenza del quotidiano attraverso sacrifici economici e carichi di lavoro
crescenti, senza che a questi sia mai corrisposto un vero piano di rilancio.
“Chiediamo da tempo un progetto editoriale e industriale che dia una prospettiva
al giornale”, spiega il Cdr.
“Finora abbiamo visto solo tagli e un aumento insostenibile dei carichi di
lavoro”. I giornalisti lamentano di aver accettato “di lavorare tra le nove e le
undici ore al giorno senza ricevere straordinari. Lo stesso sforzo che ci
piacerebbe vedere nelle mosse imprenditoriali dell’editore, che finora non ha
dimostrato la volontà di investire per tentare un rilancio, guardando invece
soltanto al bilancio, appianato anche con la vendita degli immobili del
quotidiano, compresa la storica sede di Livorno”. Vendita che, raccontano i
giornalisti a ilfattoquotidiano.it, “abbiamo scoperto solo perché un collega si
è imbattuto in un annuncio immobiliare online. Nessuno ce l’aveva comunicato”.
“Prima – proseguono – c’era la fila di giornalisti che volevano essere assunti
al Tirreno. Da cinque anni a questa parte, invece, almeno 12 colleghi si sono
licenziati”.
Il tutto in un clima lavorativo che i redattori definiscono “irrespirabile”,
fatto anche di atteggiamenti ritenuti irrispettosi. Come nel caso delle
espressioni usate da un manager del gruppo Sae che, a un tavolo ufficiale
davanti ai vertici di Associazione stampa toscana, Federazione nazionale della
stampa e Comitato di redazione, ha paragonato la maternità di una giornalista
alla “gestazione di un elefante”. Una maternità che aveva portato la collega a
più ricoveri, situazioni di cui l’azienda era a conoscenza.
A questo si è aggiunta, in estate, la chiusura della storica redazione di
Viareggio per motivi di costi. Una decisione presa improvvisamente, che ha
scatenato proteste, scioperi e presidi, e per cui i sindacati hanno aperto una
vertenza con l’azienda. Il 13 ottobre è arrivata anche la sentenza del Tribunale
del lavoro di Livorno, che ha sancito la condotta antisindacale dell’azienda per
quanto concerne il mancato rispetto degli incontri periodici previsti dal
contratto nazionale con il Comitato di redazione, ma non per quanto riguarda la
chiusura della sede viareggina.
Nei giorni successivi sono quindi proseguite le mobilitazioni: scioperi, blocchi
degli straordinari e lo stop alla produzione degli inserti. “La crisi non è solo
economica, ma anche culturale e politica – spiega il Cdr -. Il giornalismo viene
marginalizzato e l’informazione ridotta a un calcolo finanziario. Mancano
strategie industriali che valorizzino il lavoro e il sacrificio dei giornalisti
è dato per scontato. I tagli migliorano i conti solo a breve, ma impoveriscono
il prodotto. Un giornale impoverito perde lettori, credibilità e funzione
sociale. E allora, viene spontaneo chiedersi: perché un lettore dovrebbe alzarsi
la mattina, fare la caccia al tesoro per trovare l’edicola e scegliere Il
Tirreno?”.
L'articolo La crisi de Il Tirreno tra tagli e “ritorsioni antisindacali”.
Direttore sfiduciato perché “non ha pubblicato la notizia sulla capa di
gabinetto di Giani” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Si può giudicare nel peggiore dei modi o addirittura inaccettabile un punto di
vista di un editore, quale che esso sia, però la risposta più giusta è non
censurare e non assentarsi dal dibattito pubblico, fosse anche un dibattito che
si concretizza in una contestazione entro i limiti naturalmente dell’ordine e
delle regole, della legge”. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, è così
entrato a gamba tesa nel dibattito sulla partecipazione a Più libri più liberi
con la contestata presenza della casa editrice Passaggio al Bosco. “Contestare,
dibattere, discutere, ma mai rinunciare alla battaglia delle idee”, ha detto
Giuli dalla Nuvola dell’Eur a Roma in occasione dell’apertura della
manifestazione.
Martedì un gruppo di 80 tra autori, autrici, case editrici e personalità del
mondo della cultura aveva scritto un appello all’Associazione Italiana Editori
per chiedere spiegazioni sulla presenza tra gli stand della piccola casa
editrice il cui catalogo si basa “in larga parte sull’esaltazione di esperienze
e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita”. Tra i firmatari
Alessandro Barbero, Antonio Scurati, Zerocalcare, Carlo Ginzburg, Daria Bignardi
e Caparezza.
Il sindaco di Roma “ha fatto la sua scelta, io la penso come il padrone di casa
dell’Aie: è meglio contestare piuttosto che censurare o addirittura assentarsi”,
ha premesso il ministro. “Dopodiché – ha aggiunto- rispetto le scelte di
chiunque, se c’è chi ritiene inabitabile la Nuvola oggi è una sua scelta. Non la
condivido, però la rispetto”. Secondo il ministro la presenza della casa
editrice non va contro i principi della Costituzione “altrimenti non sarebbe
stata in grado di accedere alla Nuvola”.
“Esiste – ha proseguito Giuli- un filtro all’ingresso”, ovvero ”aderire ai
principi della Costituzione e della Carta internazionale dei diritti dell’uomo.
Io personalmente ho giurato sulla Costituzione in cuor mio molto prima di
giurare nelle mani del presidente della Repubblica Mattarella, il che dà la
misura di cosa penso di tutta la faccenda. Ciò detto, ribadisco che la posizione
che ritengo più ragionevole sia quella dell’Aie. Se devo citare una figura di
riferimento in particolare mi piace citare il professor Cacciari che è stato
molto chiaro al riguardo”, ha sottolineato.
L'articolo Giuli a Più libri più liberi attacca la fronda degli intellettuali
contro Passaggio al Bosco: “Non censurare” proviene da Il Fatto Quotidiano.