Per anni il dibattito sul talento è stato raccontato come una caccia. Le imprese
dovrebbero individuarlo, attrarlo, trattenerlo. Come se il talento fosse una
risorsa rara già pronta, nascosta da qualche parte nel mercato del lavoro, e il
problema fosse solo trovarla prima degli altri. Questa narrazione, però, smette
di funzionare appena la si cala nella realtà delle piccole imprese italiane. E
soprattutto non spiega perché molte PMI, pur cercando persone “brave”,
continuino a faticare a crescere.
Nella pratica quotidiana delle PMI emerge una verità meno comoda ma più
concreta. Il talento, inteso nel senso tradizionale del termine, spesso non
arriva proprio nelle piccole imprese. I profili più strutturati, più
certificati, più pronti all’uso vengono intercettati e assorbiti dalle grandi
aziende, che dispongono di stipendi più elevati, percorsi di carriera più
visibili e una capacità di attrazione fuori scala.
Per questo, prima ancora di chiederci come sviluppare il talento, occorre
chiarire cosa intendiamo per talento in una piccola impresa. Nelle PMI il
talento non coincide quasi mai con un pacchetto di competenze professionali già
completo e di elevato spessore. È piuttosto una combinazione di basi
professionali, attitudine all’apprendimento, capacità di adattamento e
consapevolezza di crescere dentro un contesto operativo reale.
Vale, in modo molto concreto, l’antica espressione Beati monoculi in terra
caecorum: nelle piccole imprese non serve essere fuoriclasse da McKinsey per
emergere. In contesti dove il livello medio delle competenze professionali e
manageriali è spesso basso, la differenza la fa chi vede un po’ meglio degli
altri, chi collega i problemi, chi porta metodo dove prima c’era solo abitudine.
Il talento, per una PMI, è soprattutto questo: non l’eccellenza assoluta, ma la
capacità di alzare l’asticella rispetto allo standard esistente e di far
crescere l’organizzazione insieme a sé.
È un talento meno appariscente, meno spendibile sul mercato, ma potenzialmente
molto più coerente con i bisogni dell’impresa. In questo senso, il talento non è
qualcosa che arriva già formato dall’esterno, ma qualcosa che prende forma nel
tempo, se l’organizzazione lo rende possibile. È un investimento meno visibile
immediatamente, ma molto più solido nel medio periodo.
Questo sposta radicalmente il punto di osservazione. Il tema non è più chi
assumo, ma come faccio crescere le persone una volta che sono dentro. Nelle
piccole imprese il talento non si manifesta al momento dell’ingresso, ma lungo
il percorso. E dipende in larga misura dal modo in cui il lavoro è organizzato,
dalle responsabilità assegnate, dal livello di autonomia concesso e dalla
qualità del confronto quotidiano con l’imprenditore o con le figure di
riferimento che, molto spesso, adottano modalità di on boarding tipiche del
nonnismo da caserma.
A differenza delle grandi organizzazioni, le PMI non hanno programmi strutturati
per gli high potential, né sistemi formali di sviluppo delle competenze. Ma
proprio questa apparente mancanza può trasformarsi in un vantaggio competitivo.
I ruoli sono meno rigidi, le funzioni si sovrappongono, le decisioni sono più
vicine all’operatività. Questo crea un ambiente in cui l’apprendimento è
continuo, concreto e direttamente legato ai problemi reali dell’azienda.
Il talento, in questi contesti, deve avere pazienza perché emerge quando le
persone comprendono il senso di ciò che fanno e l’impatto delle proprie scelte.
Quando vedono come il loro lavoro incide sui risultati economici, sui clienti,
sull’organizzazione nel suo complesso. Quando ricevono feedback chiari e
coerenti, non occasionali o emotivi. Senza queste condizioni, anche una persona
promettente resta un potenziale inespresso, destinato prima o poi a
disimpegnarsi o ad andare via.
C’è poi un elemento decisivo che nelle piccole imprese pesa più che altrove: il
clima psicologico. In organizzazioni di dimensioni ridotte, la qualità delle
relazioni conta più di qualsiasi procedura. Se l’azienda è governata dalla paura
dell’errore, dal controllo continuo o dall’arbitrarietà delle decisioni, il
talento si ritrae. Le persone smettono di proporre, di assumersi responsabilità,
di pensare soluzioni. Al contrario, quando esiste un minimo di fiducia e di
sicurezza psicologica, il talento emerge come risposta naturale ai problemi
dell’impresa.
Molte piccole imprese, in realtà, non inseguono affatto il talento. Non per
mancanza di bisogno, ma per una ragione più profonda e meno dichiarata: il
timore che l’ingresso di competenze più strutturate faccia emergere i vuoti
interni, i limiti organizzativi e, spesso, anche le carenze manageriali
dell’imprenditore stesso. Il talento diventa così una presenza scomoda, perché
pone domande, chiede metodo, rende visibili inefficienze che fino a quel momento
erano state normalizzate. Per questo molte PMI preferiscono circondarsi di
figure esecutive, fedeli e poco problematiche, rinunciando consapevolmente alla
crescita.
Il vero nodo, allora, non è dove trovare il talento, ma che tipo di
organizzazione si sta costruendo. Perché nelle piccole imprese il talento non è
una materia prima da acquistare sul mercato. È un processo. E questo processo
dipende direttamente dalle scelte quotidiane dell’imprenditore e del management.
L'articolo Se il talento non arriva nelle piccole imprese, allora bisogna
costruirlo. Ecco come proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Piccole e Medie Imprese
di Alberto Minnella
In Sicilia il credito alle PMI non riparte, e non per carenza di risorse nel
sistema. Gli istituti presenti sull’isola mostrano solidità patrimoniale,
raccolta stabile e margini che risentono meno del previsto della discesa dei
tassi. Eppure proprio nel territorio che avrebbe più bisogno di investimenti il
rubinetto resta solo parzialmente aperto. La regione diventa così un banco di
prova di quanto il sistema bancario italiano riesca davvero a sostenere
l’imprenditoria più fragile. Le cifre sono nette: solo il 27% delle microimprese
siciliane ottiene un finanziamento e il 22,8% delle richieste viene respinto,
contro una media nazionale del 13,5%.
Secondo l’ultimo rapporto L’economia della Sicilia (Banca d’Italia, 2025), la
contrazione dei prestiti alle imprese si è attenuata nei mesi estivi fino quasi
ad annullarsi. Un dato positivo, ma ancora ciclico e non strutturale: i flussi
restano deboli e il rimbalzo non modifica il quadro di fondo. La qualità del
credito mostra inoltre un leggero deterioramento, con il tasso di non performing
in crescita dall’1,8 al 2%. Un’evoluzione contenuta ma sufficiente a mantenere
prudente l’offerta bancaria.
Dal lato della domanda, molte PMI rimandano gli investimenti. La combinazione di
margini compressi, costi energetici rigidi e incertezza sugli ordinativi limita
la propensione a indebitarsi. Il ricorso al credito bancario resta basso anche
perché una parte dell’ecosistema produttivo preferisce autofinanziarsi o
ridimensionare i piani di crescita. In diversi comparti—manifatturiero leggero,
filiere agroalimentari, edilizia—la capacità di presentare business plan
bancabili rimane limitata.
Sul piano territoriale il divario è evidente. In Veneto il tasso di rigetto
sotto il 10% supporta un ciclo degli investimenti più stabile, mentre in Sicilia
una richiesta su quattro non supera la fase istruttoria. L’erosione della
presenza fisica degli istituti contribuisce al fenomeno: negli ultimi dieci anni
l’isola ha perso un numero di sportelli superiore alla media italiana. Meno
prossimità significa meno relazione e valutazioni di merito sempre più
quantitative, penalizzando chi non dispone di bilanci storici solidi.
La finanza alternativa potrebbe rappresentare una via d’uscita, ma la diffusione
resta marginale. Private debt, minibond e crowdfunding sono strumenti utilizzati
quasi esclusivamente da imprese strutturate. Le microimprese, che costituiscono
la maggioranza del tessuto produttivo siciliano, continuano a dipendere dal
canale bancario tradizionale e in misura crescente dalle garanzie pubbliche.
La regione si trova quindi davanti a un rischio duale: pochi attori capaci di
competere a livello nazionale e una larga base di piccole imprese che rischia di
rimanere esclusa dal ciclo del credito. Le associazioni imprenditoriali chiedono
un rafforzamento della garanzia pubblica e un coordinamento stabile tra Regione,
Confidi e sistema bancario per aumentare i progetti bancabili. Dal canto loro,
le banche evidenziano che la selettività non deriva da scarsità di liquidità, ma
dall’assenza di piani di investimento sostenibili.
Resta l’incognita più rilevante: se i flussi di credito non tornano a crescere
in modo strutturale, la Sicilia potrà agganciare la ripresa nazionale o resterà
ancorata a un ritmo inferiore al potenziale? La risposta dipenderà dalla
capacità delle imprese di rafforzarsi e da un’azione coordinata che riporti
capitali verso l’economia reale dell’isola.
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Nord-Sud è evidente proviene da Il Fatto Quotidiano.