Ha a bordo, con ogni probabilità, un carico di 900 tonnellate di gasolio e due
serbatoi di gas liquefatto. A bordo non c’è nessuno. E si è inclinata di circa
30 gradi. I danni causati dai droni che l’hanno colpita, quasi sicuramente
lanciati dagli ucraini, mentre navigava a nord del Golfo di Sirte ne hanno
danneggiato struttura e stabilità. E vaga, alla deriva, sospinta dai venti e
dalle correnti, nel Canale di Sicilia. Si era avvicinata a Linosa, ora sembra
puntare verso Malta. Ma al cambiare delle condizioni del mare, potrebbe mutare
anche la sua direzione. A distanza di dieci giorni dal momento in cui la
petroliera russa Arctic Metagaz, considerata appartenente alla flotta fantasma,
cioè quella che contrabbanda carburanti aggirando le sanzioni europee, l’allarme
sul rischio di un rovesciamento del carico è arrivato anche a Palazzo Chigi.
L’alert riguarda il rischio inquinamento qualora il gigante del mare, 277 metri
di lunghezza, dovesse rovesciarsi o colare a picco. Mezzi della Marina militare
italiana – un rimorchiatore e, se dovesse servire, un mezzo antinquinamento –
restano vicini al relitto alla deriva pronti a intervenire, nel tratto di mare
fra le isole Pelagie e Malta, soltanto in caso d’emergenza. Per coordinare la
gestione del caso, si è tenuta una riunione a Palazzo Chigi, presieduta da
Giorgia Meloni, alla quale hanno partecipato anche i ministri Antonio Tajani,
Guido Crosetto, Gilberto Pichetto Fratin e Nello Musumeci, oltre al
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e al capo del
Dipartimento della Protezione civile Fabio Ciciliano.
Per Palazzo Chigi, al momento, il problema è comunque in capo a Malta poiché la
nave è all’interno della zona Sar maltese: “Ma il governo italiano ha assicurato
al governo de La Valletta la condivisione del monitoraggio avviato fin dal primo
momento”. L’Italia – viene spiegato – “ha inoltre confermato la propria
disponibilità a svolgere attività di supporto, in attesa delle determinazioni
delle autorità maltesi, con le quali rimane in costante contatto”.
Ma in questa vicenda – come ha ricordato il giornalista di Radio Radicale Sergio
Scandura – le zone Sar in realtà c’entrano ben poco, poiché il caso rientra nei
dettami delle convenzioni internazionali MARPOL (Marine Pollution) e della
convenzione di Barcellona BARCOM, entrambe dedicate alla gestione delle
emergenze di inquinamento del mare. Il Wwf sta seguendo l’evoluzione della
situazione e ricorda che la fuoriuscita del Gnl “potrebbe causare incendi, nubi
criogeniche letali per fauna marina, e inquinamento ampio e duraturo delle acque
e dell’atmosfera”.
L’area nella quale vaga la nave, aggiunge l’associazione ambientalista, è di
“eccezionale valore ecologico, con ecosistemi profondi fragili e una
biodiversità tra le più elevate del bacino Mediterraneo. Ospita, tra gli altri,
quasi tutte le specie marine protette del Mediterraneo, sia pelagiche che
bentoniche, ed è attraversata da grandi predatori pelagici come il tonno rosso e
il pescespada”. Il rischio ambientale, rimarca, è “elevatissimo e potenzialmente
irreversibile, con serie ricadute anche sulle economie delle isole Pelagie,
basate su pesca e turismo”.
L'articolo Petroliera fantasma russa alla deriva nel Canale di Sicilia, ora
Palazzo Chigi è preoccupato: “Monitoriamo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Sicilia
Un sistema che crea “grave allarme sociale e suscita sfiducia verso l’operato
delle istituzioni“, così scrive il giudice per le indagini preliminari di
Palermo, Filippo Serio. L’inchiesta, non a caso, è già un terremoto politico in
Sicilia, dove piovono le richieste di dimissioni, perfino nei confronti del
presidente della Regione, Renato Schifani: “Questa inchiesta è un macigno sul
governo Schifani”, tuona Antonio De Luca, portavoce del M5s in Sicilia. Al
centro dell’indagine c’è, infatti, il manager della Sanità, Salvatore Iacolino,
uomo a lui molto vicino, almeno fino a qualche tempo fa, quando poi Schifani ha
ceduto alle pressioni di Fdi, che non voleva Iacolino alla guida del
dipartimento regionale della Sanità. A quel punto, il manager e politico si è
avvicinato alla Lega.
IACOLINO E LE INTERMEDIAZIONI NELLA SANITÀ
Le sue intermediazioni nel mondo della Sanità erano a favore di Carmelo Vetro,
uomo d’onore di Favara, scarcerato nel 2019 dopo una detenzione di 9 anni per
mafia. Ma non c’è solo Cosa nostra: “Oltre alla pesante dote mafiosa di cui è
portatore alla luce dei trascorsi criminali già accertati (nonché quelli del
padre, già mafioso di vertice della provincia agrigentina), ha messo a frutto
consolidati, variegati e allarmanti rapporti derivanti dalla risalente e attuale
appartenenza alla massoneria, vero e proprio collante tra le più diverse
componenti della società”, così scrivono i magistrati palermitani.
MAFIA, MASSONERIA E APPALTI
Mafia e massoneria, appalti pubblici e sanità, da Favara passando da Palermo,
per arrivare all’Asp di Messina e al Policlinico. L’inchiesta della procura di
Palermo porta le lancette dell’orologio indietro nel tempo e restituisce una
Sanità pubblica pesantemente investita da interessi privati e pressioni
illecite. Una mafia che pare ancora “bianca” come ai tempi del Cuffarismo. Al
centro dell’inchiesta c’è il boss Vetro. Ad assecondare i suoi desiderata,
secondo quanto ricostruito dalla procura di Palermo, guidata da Maurizio de
Lucia, c’è Iacolino, ed è attraverso di lui che si creano una serie di contatti,
anche diretti con altri personaggi di spicco.
CHI È IACOLINO
Ma chi è Iacolino? In nuce uomo di Angelino Alfano, col quale inizia la sua
attività politica ad Agrigento, Iacolino, manager ed ex europarlamentare di Fi,
ha saputo navigare attraverso le ere politiche siciliane. Sebbene molto
contestato e addirittura licenziato dall’Asp di Siracusa, prima dei suoi ultimi
ruoli alla Regione, dove da ultimo era dirigente generale alla Pianificazione
strategica dell’assessorato alla Salute. Accusato anche di non avere fatto nulla
nel caso del ritardo per gli esami istologici dell’Asp di Trapani, dopo avere
ricevuto l’alert del dg di Trapani, Ferdinando Croce. Alla Sanità Iacolino
aspirava al ruolo di dirigente generale, ma le rivolte interne al centrodestra
hanno sbarrato la strada alle sue ambizioni alla guida del dipartimento più
scottante della Regione siciliana. Così il manager si è dovuto accontentare di
andare a guidare l’azienda ospedaliera del Policlinico di Messina. Dove però,
adesso, non andrà. Era stata la rettrice dell’università di Messina, Giovanna
Spatari, a indicarlo alla Regione come primo di una terna di nomi. Adesso è
costretta a intervenire: “Viste le notizie diffuse in queste ore dagli organi di
stampa in merito all’indagine in cui è coinvolto il dottore Salvatore Iacolino,
ritengo necessario che la questione della sua nomina a direttore generale del
Policlinico venga affrontata con decisione, nell’interesse dell’Azienda, della
sua piena funzionalità e della collettività”. Schifani, però, è intervenuto
ancora prima, convocando la Giunta per congelare l’insediamento di Iacolino a
Messina.
COINVOLGIMENTO DELL’ANTIMAFIA E DIRIGENTI PUBBLICI
Ed è proprio a Messina che le ingerenze si erano manifestate con più vigore
all’interno dell’Asp, e con il coinvolgimento addirittura della vicepresidente
dell’Antimafia regionale, la messinese Bernadette Grasso, che tramite il
contatto di Iacolino ha poi avuto rapporti diretti con Vetro. Perfino
l’Antimafia viene così colpita al cuore dell’inchiesta. I magistrati Bruno
Brucoli, Gianluca De Leo e Maria Pia Ticino, guidati dall’aggiunto Vito Di
Giorgio, hanno, infatti, scritto che la vicepresidente dell’Antimafia “ha poi
interloquito direttamente con il Vetro per l’indicazione delle persone da
assumere”. I magistrati della procura guidata da Maurizio De Lucia hanno
svelato, ancora, come Iacolino avesse agevolato “incontri e contatti con
pubblici amministratori, anche con funzioni apicali, tra cui il direttore
amministrativo dell’Asp di Messina Niutta Giancarlo, il direttore generale
dell’Asp di Messina Giuseppe Cuccì e il dirigente generale del dipartimento
della Protezione civile Salvatore Cocina”.
Altra figura chiave dell’inchiesta è Giancarlo Teresi, che nel suo ruolo da
dirigente del Servizio Infrastrutture Marittime agiva come il principale
facilitatore tecnico di Vetro. Teresi operava una vera e propria “segnalazione
vincolante” di Vetro alle ditte aggiudicatarie, costringendole ad avvalersi
dell’An.Sa. Ambiente per i servizi di trasporto e smaltimento. Iacolino metteva
invece a disposizione la sua influenza e la sua rete di relazioni politiche per
favorire gli interessi economici di Vetro nel settore sanitario, agevolando
accreditamenti per società amiche. E sono tante le immagini registrate proprio
all’interno dell’assessorato, che mostrano baci tra Vetro e Teresi e scambi di
buste. Secondo quanto ricostruito dalle indagini della Procura di Palermo, lo
scambio sarebbe arrivato fino a 40 mila euro.
TERESI, FAVORI E SCAMBI DI DENARO
Un impianto accusatorio, quello della procura di Palermo, che si fonda su un
solido reticolo di intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Le
carte dell’inchiesta, culminate nell’ordinanza cautelare e nel decreto di
perquisizione a carico del manager della sanità e del boss Carmelo Vetro,
documentano scambi di favori e consegne occulte, che hanno portato all’arresto
di Vetro e Teresi. Mentre oggi è stata perquisita la casa di Iacolino,
all’interno della quale sono stati trovati 90 mila euro in contanti.
Un’inchiesta che potrebbe rivelarsi uno tsunami sul governo Schifani: “Mentre i
siciliani aspettano mesi per una visita o un ricovero nelle strutture siciliane
– ha sottolineato Di Paola – una nuova pesante inchiesta giudiziaria svelerebbe
l’ennesimo caso di corruzione nei piani alti della sanità regionale. L’inchiesta
che coinvolge Iacolino, già eurodeputato di Forza Italia e oggi ai vertici della
sanità siciliana è un fatto gravissimo. Il presidente della Regione non
riferisce in aula su uno scandalo che ne scoppia subito uno nuovo. Il presidente
Schifani prenda atto del fallimento e si dimetta”.
L'articolo Mafia, massoneria e sanità: l’inchiesta sul manager vicino a Schifani
“terremota” la politica siciliana. Il Gip: “Suscita sfiducia verso le
istituzioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Salvatore Iacolino, direttore generale del Policlinico di Messina ed ex
parlamentare europeo del PdL, è indagato per concorso esterno in associazione
mafiosa e corruzione aggravata. Secondo i magistrati della Dda di Palermo,
guidati dal procuratore Maurizio de Lucia, il manager avrebbe messo a
disposizione del boss di Favara, suo compaesano, Carmelo Vetro, già condannato
per associazione mafiosa, l’influenza e la rete di relazioni costruite grazie al
suo ruolo. Sono finiti in manette sia Vetro sia un importante dirigente
regionale, Giancarlo Teresi. Quest’ultimo, già finito in cella per corruzione 6
anni fa e ancora sotto processo, è stato ritenuto “indispensabile” dai vertici
amministrativi regionali tanto da continuare a rivestire ruoli di vertice oltre
l’età pensionabile. Dalle indagini emerge come ben due direttori generali dei
dipartimenti inquadrati nell’assessorato Infrastrutture, Salvatore Lizzio e
Duilio Alongi, hanno sollecitato Teresi a presentare la domanda per la
permanenza in servizio.
Vetro, mafioso e massone, ha un profilo criminale “di tutto riguardo” e
conoscenze di alto livello. Nella sentenza di condanna a 9 anni subita e ormai
definitiva i giudici scrivono che “è un uomo a disposizione di Cosa Nostra fin
dalla tenera età, si muove abilmente all’interno della consorteria, forte della
storia familiare e desideroso di avanzare frettolosamente nella carriera
criminale”. Pur non avendo (e non potendo avere) alcuna carica nella società
sponsorizzata da Teresi, l’Ansa Ambiente, il boss interloquiva con gli uffici
regionali, dettava le regole per appalti in corso e da assegnare, consegnava
“tangenti” negli uffici comunali, “dimostrando che l’associazione mafiosa è
tutt’altro che respinta da chi deve occuparsi del bene pubblico”, scrivono gli
inquirenti.
Abitazioni e uffici di Iacolino sono stati perquisiti, su disposizione della
Procura di Palermo. L’ipotesi è che, da direttore generale della Pianificazione
strategica dell’assessorato alla Salute, avrebbe fatto pressioni sui vertici
amministrativi dell’Asp di Messina su procedimenti amministrativi, che
interessavano il favarese Vetro. Secondo l’accusa, Iacolino ha ricevuto in
cambio finanziamenti per campagne elettorali e promesse di assunzioni di
lavoratori in una società che operava nel Messinese. Il dirigente del
Policlinico di Messina avrebbe poi cercato di agevolare alcuni incontri tra
Vetro e funzionari di spicco della regione Sicilia come la vicepresidente della
commissione Antimafia siciliana Bernardette Grasso e il capo del Dipartimento
della Protezione civile siciliana, Salvatore Cocina. L’intento di tali rapporti
sarebbe da ricondurre all’obiettivo di Vetro di raccomandare alcuni suoi
protetti.
Ci sono poi due vicende sospette, indicate dai magistrati. Sono la procedura per
l’accreditamento regionale per prestazioni sanitarie della società Arcobaleno
s.r.l. riconducibile a Giovanni Aveni, imprenditore in affari con il boss
favarese e da questi segnalato al manager, e la revoca dell’accreditamento
regionale sempre nel settore sanitario alla Anfild Onlus di Messina,
appartenente a un concorrente di Vetro. Iacolino si sarebbe interessato e reso
disponibile per risolvere gli adempimenti amministrativi di competenza del suo
ufficio, avrebbe sollecitato più volte i direttori, generale e amministrativo,
dell’ASP di Messina e creato un canale diretto tra Vetro e Aveni. Anche Aveni
risulta indagato.
L'articolo Indagato per concorso esterno il direttore del Policlinico di Messina
Iacolino, ex eurodeputato Pdl. “Favori al boss di Favara” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In vista del referendum costituzionale, il governo di Giorgia Meloni ha ignorato
le migliaia di italiani fuorisede, che per studio, lavoro, salute e altri motivi
non potranno tornare nelle loro regioni o comuni di residenza per recarsi alle
urne. Ma PD e M5S hanno trovato la soluzione: grazie alla nomina di
rappresentante di lista, consentiranno a chi si trova fuori di poter esprimere
la propria preferenza il prossimo 22 e 23 marzo.
“Considerato che il governo nazionale e regionale non ha dato la possibilità di
votare ai fuorisede, il M5S nazionale si è attivato per far si che ogni
cittadino possa registrarsi nella regione in cui si trova, in modo da essere
scelto come rappresentate di lista e poter votare”, spiega il coordinatore
regionale M5S Sicilia, Nuccio Di Paola. Come funziona? “Il sistema è
semplicissimo, basta accedere al form online, che è già disponibile nelle pagine
social del M5S, si compila il modulo in base alla regione in cui ci si trova, in
seguito gli utenti saranno contattati e riceveranno le indicazioni e la delega
per essere rappresentanti di lista, pensiamo a tutto noi. Auspichiamo che le
registrazioni possano essere superiori a 40 mila in tutta Italia”.
Stesso meccanismo è stato messo in piedi dai dem. “Il Pd è già operativo per
consentire il voto ai fuorisede con i rappresentanti di lista. In Sicilia, i
giovani democratici e i nostri circoli stanno raccogliendo le richieste, siamo
già a circa 3 mila adesioni. Ci sono tanti siciliani e siciliane che per motivi
di studio e lavoro si trovano fuori regione, ma dobbiamo considerare anche chi,
all’interno dell’isola, non può rientrare nei propri comuni di residenza”,
afferma Sergio Lima, membro della direzione nazionale PD e componente della
segreteria regionale dem siciliana. La raccolta dei dem si muove su due binari
paralleli, quello “extra regionale”, ovvero chi si trova fuori dalla Sicilia, e
quindi può essere scelto come rappresentante di lista nel comune dove ha il
domicilio, per esempio uno studente residente a Palermo ma che studia a Torino.
A questo si aggiunge il “fuorisede regionale”, cioè chi ha il domicilio in un
altro Comune sempre all’interno dell’isola, per esempio uno specializzando
residente a Siracusa, ma che per lavoro si trova a Trapani.
“A breve sarà pubblicato un form online per registrare le richieste. Stiamo
provando a mettere una pezza ad una straordinaria ingiustizia perché nel 2026
non prevedere un sistema di voto per i fuorisede è assurdo ed ingiustificabile.
Si tratta di milioni di concittadini privati, di fatto, di un diritto
fondamentale. Ancora più grave e pesante la situazione per i siciliani che
devono anche sostenere la beffa di costi esorbitanti per rientrare nei propri
comuni di residenza”, conclude Lima.
Importante ricordare, per chi volesse fare il rappresentante di lista, che
quando si recherà alle urne, seppur residente in un’altra regione o comune,
dovrà avere la tessera elettorale, oltre ad un documento d’identità valido,
altrimenti non potrà esprimere la sua preferenza al referendum.
MOZIONE PD SICILIA
Inoltre, il PD Sicilia ha redatto una mozione, “Iniziativa di sensibilizzazione
per l’esercizio del diritto di voto a distanza per i cittadini temporaneamente
fuorisede”, in cui chiede al governatore Renato Schifani di invitare il governo
nazionale ad “adottare un provvedimento urgente volto a prevedere la possibilità
di voto a distanza per i fuorisede”, e un “provvedimento legislativo che regoli
in maniera definitiva e stabile il tema del voto dei fuori sede in ogni
consultazione elettorale, valutando di introdurre il voto elettronico e per
corrispondenza”.
“L’Italia è unico paese UE senza specifica legge per voto a distanza”, si legge
nell’iniziativa promossa dalla deputata regionale dem Valentina Chinnici e
firmata da tutto il gruppo parlamentare Pd dell’assemblea regionale siciliana.
In una paese dove “milioni di persone, soprattutto giovani, continuano a
spostarsi costantemente all’interno dei confini nazionali per motivi di studio e
di lavoro. A queste cittadine e cittadini è ingiusto e immorale imporre costi di
viaggio onerosi e la necessità di riorganizzare la propria vita per poter
esercitare il diritto di voto”. Inoltre, “nel 2024 si sono iscritti per votare
dal comune di domicilio circa 24 mila studenti fuorisede, nel 2025 la richiesta
è stata presentata da più di 67 mila cittadini, tra cui 38.105 studenti, 28.430
lavoratori e 770 soggetti che si trovavano fuori dal proprio comune per motivi
di cura”.
L'articolo Referendum, come far votare i fuorisede siciliani: Pd e M5S daranno
il ruolo di rappresentante di lista proviene da Il Fatto Quotidiano.
A X Factor 2025 Delia Buglisi ha tracciato un percorso segnato da una precisa
scelta d’identità: fare del siciliano il suo segno distintivo e di
riconoscimento. Di lei, molti hanno apprezzato la voce, la grinta,
l’attaccamento alla terra. Altri, invece, hanno criticato la sua decisione di
cantare in dialetto, ma “a me va bene così, non si può piacere a tutti”.
La cantautrice ha le idee chiare sulla strada artistica che vuole intraprendere:
“La Sicilia mi ha influenzato in primis nell’essere sincera. Ho l’istinto del
vulcano, sono molto spontanea – spiega a FqMagazine –. Dal punto di vista
musicale, la contaminazione viene da influenze arabe e sicule. E poi dagli
esempi di cantautori siciliani come Franco Battiato e Rosa Balistreri, che
omaggio nel mio concerto”. Dopo alcune date nella sua regione, il tour nei
teatri “Sicilia Bedda” (che prende il nome dal singolo pubblicato all’interno
del talent di Sky), ha fatto registrare il tutto esaurito il 13 febbraio al
Teatro degli Arcimboldi di Milano e continuerà toccando, tra le altre città,
anche Torino, Palermo, Roma e Napoli. Durante la serata delle cover al Festival
di Sanremo 2026, la cantautrice catanese classe 1999 sarà ospite di Serena
Brancale e canterà “Besame Mucho” insieme a lei e Gregory Porter. Per Delia, che
è cresciuta suonando il pianoforte e con la musica in casa fin da bambina, “il
coronamento di un sogno”.
Com’è nata la tua passione per la musica?
Sono cresciuta a casa con mio zio che è un pianista classico, già da piccola ho
avuto un contatto diretto con la musica: cantavo, ma non avevo mai approfondito
questo aspetto. Ho cominciato un po’ a suonare a orecchio e mia madre si è resa
conto che avevo una predisposizione innata. Ho preso lezioni e a un certo punto
non ho potuto smettere di ascoltare la vocina nella testa che mi diceva di
seguire questa passione.
Ed è arrivato X Factor 2025. Se dovessi fare un bilancio, cosa ti ha regalato il
programma?
Tanta consapevolezza, soprattutto della costruzione dello spettacolo: quando si
sale sul palco bisogna pensare solo alla musica e non a ciò che rimane dietro le
quinte. Io ero facilitata perché i professionisti di X Factor mi trattavano
davvero come una principessa, mi permettevano di concentrarmi solo
sull’esibizione. Questo aspetto l’ho traslato anche fuori dalla trasmissione,
riesco a essere consapevole.
L’esibizione di “Sei bellissima” è stata una di quelle che ti ha più emozionato.
Cosa significa per te questa canzone?
È un urlo di dolore, è una canzone così tanto iconica che a volte ci si
concentra solo sulla melodia. Io, purtroppo come tantissime altre donne, ho
sofferto a causa di un uomo: l’unica cosa a cui mi appigliavo era accontentarmi
dei suoi complimenti. Succede che facciamo passare la violenza psicologica o
fisica in secondo piano per amore. Ho cantato “Sei bellissima” per tutte le
donne che, come me, si sono accontentate di questa condizione. Sono situazioni
che non si superano e non devono essere cancellate, perché dimenticare non serve
a nessuno.
All’interno del programma con il tuo giudice Jake La Furia si è creata una bella
sintonia. Qual è stato il consiglio più prezioso che ti ha dato?
Io e Jake abbiamo instaurato un rapporto molto speciale. Sono una persona molto
ansiosa ed è un aspetto di me che, come le mie emozioni, tendevo a nascondere.
Lui se n’è accorto e mi ha fatto capire che le fragilità che celavo erano in
realtà la mia forza. Mi ha aiutato a essere me stessa e anche emotiva quando
serve.
Tu stessa hai dichiarato di sentirti spesso una “pecora nera”.
Mi è sempre piaciuto esserlo perché la pecora nera si distingue rispetto alle
altre. Non lo vedo come un difetto. Sono contenta che la mia diversità, sia
artistica che come persona un po’ sopra le righe sotto alcuni aspetti, sia
diventata un punto di forza. Ho sempre pensato che potesse esserlo. Ma finché
ero la sola, mi chiedevo se fossi pazza e visionaria. Quando mi sono resa conto
che la gente mi apprezzava proprio per questo, qualcosa nella mia testa è
cambiato e ho accolto me stessa.
Eppure, per la scelta di cantare in siciliano, sono arrivate anche diverse
critiche dal web. Ti hanno fatto male?
Nel momento in cui prendi una posizione netta, come ho fatto io cercando di
portare la lingua siciliana al pubblico, è normale che ci sia chi non apprezzi,
per gusto o altri motivi. A me va bene così, non lo soffro e non posso piacere a
tutti. Ci sono anche persone che stimano quello che faccio perché rivivono
situazioni in cui non si trovavano da tanto o si sentono più vicini alla loro
terra. Oppure, semplicemente, si sono appassionate per la mia personalità e
veracità.
Nel tuo singolo “Sicilia Bedda” canti “Chi me lo fa fare di andarmene senza
tornare”. Cosa manca perché l’esodo di siciliani si plachi?
Purtroppo la Sicilia è una terra che ha tanto passato ma al momento non un
futuro. Basterebbe investire e cercare di capire che non è destinata a morire. È
una regione capace di risorgere dalle proprie ceneri. È necessario dare
speranza, non ghettizzarla troppo o pensare che non abbia bisogno di essere
considerata.
Cosa ti piace della tua terra e cosa invece apprezzi di meno?
È una domanda difficile, sia di una visione che dell’altra potrei citare più
elementi. Mi piace molto il calore della gente, è il primo cambiamento di cui mi
accorgo quando vado fuori dalla Sicilia. Mi infastidisce, invece, che non ci
preoccupiamo abbastanza per la nostra regione. Siamo così presi dalla sua
bellezza che non ci rendiamo conto che la stiamo uccidendo con le nostre stesse
mani. C’è un po’ di strafottenza.
Su Instagram hai parlato di silenzio e abbandono delle regioni colpite
dall’uragano Harry e devolverai i proventi del merchandising venduto online alla
Protezione Civile. Cosa ti fa più male di questa situazione?
Mi molesta più di tutto che certe notizie finiscano sempre nel dimenticatoio e
nel silenzio. Però mi fa piacere vedere che il popolo siciliano, ma anche
calabrese e sardo, sia capace di rimboccarsi le maniche. Al contrario di ciò che
a volte dicono di noi, siamo figli di una terra di lavoratori. Ho sempre sognato
di poter dare dei contributi per questo tipo di situazioni e non riesco a
rimanere indifferente. Ora cerco di sfruttare la mia visibilità per aiutare
persone che in questo momento hanno bisogno di aiuto.
Tra pochi giorni duetterai con Serena Brancale a Sanremo su “Besame Mucho”. Cosa
significa per te salire sul palco dell’Ariston?
È il coronamento di un sogno. Per tutti i cantanti, Sanremo è uno dei palchi più
importanti del mondo. La gioia per me è doppia perché canterò con Serena, di cui
sono super fan da molto tempo. Mi ha dato fiducia: non è scontato ed è la
manifestazione della grandissima artista, ma soprattutto persona che è.
Il 13 febbraio a Milano hai cantato nella prima data del tour fuori dalla
Sicilia. Avevi aspettative?
Non mi aspettavo il sold out, come non immaginavo il tutto esaurito che ho
ottenuto negli altri teatri d’Italia. L’obiettivo è quello, ma nel pratico non
prevedi che succeda, soprattutto così tante volte. Per me, è l’opportunità di
poter portare in giro per l’Italia e l’Europa quella parte di Sicilia che per
motivi lavorativi non posso vivere. Creo un mio spazio in cui mostro come
percepisco la mia regione e come mi abbia influenzato sotto diversi aspetti.
L'articolo “Ho sofferto per un uomo. Facciamo passare la violenza psicologica o
fisica in secondo piano per amore. La Sicilia? Abbandonata e la stiamo
uccidendo”: parla Delia di X Factor proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sembrava una creatura uscita da un bestiario medievale o da un racconto
mitologico, con quella cresta rossa e il corpo d’argento, invece era un
visitatore reale e sfortunato degli abissi. Sulla spiaggia di Milazzo, giovedì
scorso, il mare ha restituito un rarissimo esemplare di Lophotus lacepede,
meglio noto come “pesce liocorno”. Un incontro eccezionale per il Mediterraneo,
che ha permesso agli studiosi di osservare da vicino un abitante della “zona
crepuscolare” oceanica, solitamente nascosto tra i 200 e i mille metri di
profondità.
IL RITROVAMENTO E LA DIFESA “ALL’INCHIOSTRO”
A intervenire sul posto è stato Carmelo Isgrò, biologo e direttore del MuMa
(Museo del Mare di Milazzo). L’animale era ancora vivo al momento dello
spiaggiamento, ma in condizioni critiche. Nonostante i tentativi di salvarlo
riportandolo in acqua, il pesce non è sopravvissuto. Tuttavia, negli ultimi
istanti di vita, ha mostrato un comportamento difensivo sorprendente: ha espulso
un getto di liquido denso e scuro da una sacca cloacale. Una strategia di difesa
che ricorda molto quella dei molluschi cefalopodi (come polpi e calamari) e che
serve a disorientare i predatori nelle profondità marine, raramente osservata in
diretta dagli esseri umani.
UN “UNICORNO” DAGLI OCCHI GIGANTI
“Il nome ‘liocorno’ richiama l’idea di un unicorno marino per via della
protuberanza presente sulla testa dell’animale che sembra un corno, come appunto
il mitico cavallo alato”, ha spiegato Isgrò analizzando la morfologia
dell’esemplare. L’aspetto è inconfondibile e alieno: il corpo è allungato e
nastriforme, quasi privo di pinna anale e caudale, ma sovrastato da una lunga
pinna dorsale rossa composta da raggi flessibili che parte proprio dalla
“cresta” frontale. Gli occhi sono enormi, una caratteristica evolutiva
necessaria per catturare la poca luce presente negli abissi, mentre la bocca
nasconde tre file di denti conici, appuntiti e irregolari. Armi perfette per
catturare pesci, mammiferi e plancton durante le migrazioni verticali notturne,
quando questi animali risalgono in superficie per nutrirsi dopo aver passato il
giorno al sicuro nel buio.
DALLA SPIAGGIA AL MUSEO
Dopo il decesso, la carcassa è stata trasferita alla Stazione Zoologica “Anton
Dohrn” di Messina. Qui, Isgrò ha lavorato insieme al ricercatore Pietro
Battaglia per effettuare le prime analisi scientifiche e biometriche su una
specie di cui si sa ancora molto poco, essendo definita “mesopelagica” (come il
pesce lanterna o il maurolico) e quindi difficilissima da studiare nel suo
ambiente naturale. L’esemplare non andrà perduto: è stato avviato il processo di
preparazione per essere musealizzato ed esposto presso il MuMa di Milazzo. Lì,
il “pesce liocorno” continuerà a raccontare ai visitatori il fascino e i misteri
della biodiversità sommersa del Mare Nostrum.
L'articolo “Un unicorno dagli occhi giganti”: spunta dal mare il rarissimo
“Pesce Liocorno”, la misteriosa creatura degli abissi spiaggiata in Sicilia
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli effetti della crisi climatica continuano a tormentare il Sud Italia che
ancora attende i ristori per il ciclone Harry che ha devastato molte regioni a
gennaio. Nella notte sono stati segnalati danni e criticità a causa del maltempo
in molte zone di Sicilia e Calabria.
In Sicilia i problemi peggiori si sono registrati nelle province di Messina e
Palermo. Notte terribile a Messina per la bufera e i venti oltre 100 km orari.
Sono cadute decine di alberi anche molto grandi, oltre a pali e cartelli. Molte
le strade allagate. A Santa Margherita un furgone si è ribaltato a causa delle
forti raffiche di Maestrale. Secondo le prime informazioni non c’era nessuno a
bordo.
Totalmente isolato dal tardo pomeriggio di ieri l’arcipelago eoliano.
L’intensificarsi del moto ondoso ha bloccato in porto a Milazzo anche la nave
che aveva garantito i collegamenti con Vulcano, Lipari e Salina. Isolate ormai
da oltre 48 ore le altre isole e il borgo di Ginostra.
Ennesima notte di apprensione nel borgo Acquacalda, a Lipari, dove i marosi,
sospinti dal forte vento, hanno invaso il lungomare. Le onde si sono spinte fino
alle abitazioni, creando paura tra i residenti. La situazione è particolarmente
critica lungo via Mazzini, attualmente impraticabile.
Per le forti raffiche di vento è stata chiusa anche l’autostrada tra Messina e
Giarre. A Palermo, invece, sono 132 gli interventi effettuati nelle ultime 24
ore dai Vigili del fuoco, a causa delle forti raffiche di vento. Ancora una
trentina gli interventi in coda. In città sono caduti alberi, pali della luce e
volate tettoie.
Non va meglio in Calabria, che deve fronteggiare gli effetti del ciclone Ulrike.
A Cosenza, l’ondata di maltempo che sta investendo la costa tirrenica calabrese
ha causato l’esondazione del fiume Busento in località Molino Irto, al confine
tra Dipignano e Cosenza, invadendo le aree circostanti e danneggiando diverse
autovetture parcheggiate. Numerose le famiglie isolate, che i soccorritori
stanno cercando di raggiungere. Anche il fiume Campagnano è esondato in alcuni
tratti tra Cosenza e Rende, riversando acqua e fango sull’asfalto. Sul posto
stanno operando i Vigili del fuoco, la Protezione civile regionale ed anche i
carabinieri forestali. Sono circa un centinaio gli interventi in coda. Le
piogge, tuttora in corso, hanno superato i 260 millimetri di accumulo nelle
ultime 48 ore. Su via Lungo Crati, sempre a Cosenza, è franata una porzione di
strada e il transito è stato interdetto.
Il forte vento a Reggio Calabria ha scoperchiato tetti e abbattuto alberi: due
voli provenienti da Barcellona e Milano Malpensa sono stati dirottati su
Catania. Nel corso della notte, nella provincia di Reggio Calabria si sono
contati 30 interventi dei Vigili del fuoco e altri 30 sono in corso.
All’aeroporto “Tito Minniti”, questa mattina, alcuni voli sono stati cancellati.
Frane e smottamenti stanno causando la chiusura di varie strade in diverse parti
della Calabria. Preoccupazione anche per le mareggiate. Sotto osservazione a
Paola, nel Cosentino, il lungomare su cui passa la linea ferroviaria. Nella
notte anche nel Catanzarese si sono registrate raffiche di vento oltre i 100
chilometri orari.
A causa del maltempo in corso sono state chiuse per frane i seguenti tratti
stradali in provincia di Cosenza: la Ss107 “Silana Crotonese” al km 37,300, in
entrambe le direzioni, mentre la Ss19 “Delle Calabrie” dal km 290,000 al km
292,000, in entrambe le direzioni. La Ss278 “Di Potame” al km 13,300, in
entrambe le direzioni, a Potame. Lo riferisce Anas.
L'articolo Crisi climatica, forte ondata di maltempo su Sicilia e Calabria:
frane, esondazioni e famiglie isolate proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 10 febbraio 1986 c’era freddo e qualche goccia di pioggia fuori dall’aula
bunker del carcere dell’Ucciardone. Il processo che iniziava in quelle ore
provava l’esistenza della Cosa nostra siciliana e dei suoi crimini. Oggi sembra
una banalità, siamo pieni di maxiprocessi, ma allora era una svolta nella storia
non solo giudiziaria italiana.
Fino a qualche anno prima Vito Ciancimino era stato sindaco di Palermo e ora, 10
febbraio ‘86, lui e altre 474 persone (tra cui Totò Riina, Luciano Liggio e
Bernardo Provenzano) erano imputati in quell’aula. Nei sei anni precedenti a
quel giorno avevano ucciso tutti quelli che, spesso in solitudine, lavoravano
per denunciare e cercare di dare un volto al potere politico della mafia: il
presidente della Regione che voleva stoppare gli appalti mafiosi; il procuratore
che indagava sui boss; al capo dell’ufficio istruzione che aveva formato il pool
di magistrati autori del maxiprocesso avevano messo una bomba sotto casa e un
intero isolato era saltato in aria, come a Beirut; al generale dei carabinieri
mandato in Sicilia come prefetto antimafia avevano sparato per strada; una
mitragliata sotto casa aveva ucciso il commissario che aveva fatto le indagini
sugli imputati del maxiprocesso e pochi giorni prima avevano sparato anche al
capo della catturandi che li aveva materialmente arrestati. Avevano ucciso anche
il leader dell’opposizione in Sicilia e avevano fatto fuori anche otto
giornalisti che scrivevano liberamente di mafia.
Ma non c’era internet e il mondo era lento. Fare la cronaca di quell’evento
giudiziario era importante. Oggi apri il cellulare e ci sono gli Epstein Files
che corrono sulla Rete, allora l’ordinanza del processo con le dichiarazioni di
Buscetta che descriveva per la prima volta nomi, regole, riti e organizzazione
della mafia siciliana te la dovevi leggere su faldoni. Allora era tutto scritto,
cartaceo, lento.
C’erano tremila cronisti a seguire quell’evento, venivano da molte parti del
mondo. In mezzo c’ero anch’io, dovevo scrivere corrispondenze per Radio popolare
e per il manifesto. Due anni prima di quel giorno avevano ucciso anche il
direttore del giornale I Siciliani nel quale avevo imparato a fare il cronista.
Mi guardavo intorno e vedevo un sacco di cose in quella Palermo. Non solo quel
processo, la cronaca giudiziaria era dentro quel contesto. Qualche anno fa ho
ritrovato un mio taccuino di quei giorni; allora non c’erano computer e si
scriveva a penna, un caffè costava 500 lire e si dettavano i pezzi al giornale
imbucando un gettone da 50 lire in una cabina telefonica per strada o correndo a
casa e girando la ruota per formare il numero del giornale sui vecchi telefoni
analogici. Su quel vecchio taccuino ci ho trovato sopra il seguente appunto: “9
febbraio 1986. Domenica, sera, vigilia di maxiprocesso. Torno a casa e passo
davanti al teatro Politeama. C’è un ragazzo (uno dei duemila e cinquecento
tossici di Palermo) che arriva barcollando, si siede su una panchina e si alza
la manica della camicia. Poi tira fuori la siringa e un cucchiaio. Fiamma da un
accendino. Si buca e si stende per dieci minuti. Poi si scrolla, si rialza e va
via. Tra la folla. Il maxiprocesso non lo citerà mai ma parlerà anche di lui”.
Con la mia mazzetta dei giornali sottobraccio, in fila per entrare nell’aula in
quel primo giorno di Maxiprocesso pensavo a quel ragazzo. Oggi i ragazzi di
Palermo si fanno di crack e di processi alla mafia ce ne sono stati tanti. Ma
quello era il primo e provava che la mafia esisteva e uccideva e governava. Fin
a quel processo, insomma, la Cosa Nostra era “un’invenzione dei comunisti per
diffamare la Dc” (cit. cardinale Ernesto Ruffini, 1977) e dunque non esisteva.
Molti la negavano.
Nella mazzetta di giornali che quel 10 febbraio di 40 anni fa avevamo sotto
braccio, c’erano titoli datati. Sulla prima pagina del manifesto, l’allora
presidente del consiglio Craxi, governo detto del “pentapartito” con Andreotti
ministro degli Esteri e inflazione al 25 per cento, dichiarava: “La mafia è
sconfitta”. “Entra la corte, silenzio” avvertiva l’editoriale del Giornale di
Sicilia che invitava a non continuare le rumorose prime manifestazioni di
studenti e a “non strumentalizzare quel processo”. Nei mesi precedenti, quello
stesso giornale aveva definito “giudice sceriffi” i quattro giudici che avevano
istruito quel maxiprocesso.
Negli anni precedenti ero andato a conoscere Giovanni Falcone; era il 1982, in
un palazzo di giustizia dove si accedeva senza filtri o metal detector. Entravi,
giravi a sinistra nel corridoio a piano terra, facevi 50 metri senza essere
identificato da poliziotti. Suonavi alla sua porta e lui ti apriva. La sua
finestra, con vetro blindato da tre centimetri, aveva una indifesa vista sul
quartiere del Capo, dieci gradini di scale e poi il ventre di Palermo.
Falcone e Borsellino, è noto, saranno poi uccisi sei anni dopo quel ventoso
febbraio 1986, perché la mafia imputata per la prima volta quel giorno (e poi
condannata in via definitiva per la prima volta nella storia giudiziaria
italiana) non era riuscita ad “aggiustare” quel maxiprocesso. E ora, 40 anni
dopo e celebrati molti altri processi simili? Per fortuna, adesso, nessuno nega
l’esistenza della mafia diventata tuttavia “invisibile” e per fortuna in Italia
non si uccidono più magistrati né poliziotti o giornalisti. Ma solo da una
decina di anni Bankitalia calcola che gli affari delle mafie siano pari al 10
per cento del pil italiano, una “cosa loro” che vale circa 180 miliardi di euro
all’anno e mina dal di dentro la democrazia nel mondo.
Anche perché pochissimi seguono uno dei consigli più lungimiranti di Falcone che
40 anni fa invitava a “follow the money” e parlava di “mafia che investe in
borsa”. E lo diceva nell’anno, era proprio il 1986, in cui il governo Craxi
introdusse la seguente regola: inserire la voce “economia sommersa” nel calcolo
del pil nazionale. Trucco contabile che fece balzare l’economia italiana tra le
prime economie occidentali. Ma questa, forse, è tutta un’altra storia. O no?
L'articolo Ero tra i tremila cronisti a seguire la prima udienza del
Maxiprocesso: cosa vidi la sera prima proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Stephanie Brancaforte e Massimiliano Perna
Il ciclone Harry che ha colpito la Sicilia, provocando danni stimati in un paio
di miliardi di euro, è stato ignorato per giorni da media e governo nazionale.
L’incredibile furia distruttiva del vento, con raffiche di oltre 60 km/h, e del
mare, con onde che hanno raggiunto i 15 metri di altezza, ha lasciato una lunga
scia di danni, risparmiando le persone solo grazie al funzionamento dell’allerta
preventiva, diramata dalla protezione civile regionale.
L’assenza di vittime ha forse reso “poco attraente” la vicenda per il mainstream
nazionale e per il governo. Niente copertura mediatica, né trasmissioni o
“speciali”, nessun accenno da parte della premier, né solidarietà, in un Paese
che, sui social, ha invece vomitato razzismo nei confronti delle popolazioni
colpite.
La questione, allora, è un po’ più profonda e chiama in causa una atavica
indifferenza nei confronti del Meridione e, in particolare, della Sicilia,
un’isola che per il nostro Paese esiste solo da maggio a ottobre, quando
accoglie milioni di turisti. Un’indifferenza che muta poi in pregiudizio, ogni
volta che un evento climatico sferza il territorio dell’isola, già segnato, come
altre aree della Penisola, da un grave dissesto idrogeologico, come ci ricorda
l’emblematico caso di Niscemi.
Un pregiudizio che emerge con soddisfatta cattiveria dentro una parola ben
precisa: abusivismo. Peccato, però, che l’abusivismo c’entri fino a un certo
punto, perché la furia del mare ha invaso il centro di antichi borghi marinari,
colpito porti, ferrovie, abbattuto muri, frangiflutti, costoni di roccia.
Sicuramente, la natura si è ripresa anche spazi occupati da un’antropizzazione
incosciente e irregolare, spazzando via anche stabilimenti balneari permanenti e
costruzioni sorte senza regole, ed è per questo che è necessario, nel dibattito
sulla ricostruzione, pretendere che ci sia un cambiamento, che non si torni a
occupare gli stessi identici spazi. Insomma, c’è l’occasione per ripartire in
armonia con la natura e le sue leggi.
Al riguardo, è interessante quanto sostiene transistor, che propone di
trasformare questo disastro “in una possibilità di transizione ecologica
inclusiva”. Vale a dire, non ripristinare ciò che il mare ha spazzato via, ma
dar luogo a una “rinascita resiliente”, che preveda delle Nature-Based Solutions
(Nbs), soluzioni mirate a garantire la sostenibilità degli ecosistemi naturali.
Si parla di rinaturalizzazione delle coste, con l’integrazione di dune costiere,
praterie di Posidonia e zone umide, tutte cose che consentirebbero di ridurre
l’erosione del 50-70%, agendo come barriere naturali adattive contro
l’innalzamento dei mari. E poi la messa in sicurezza delle aree costiere, sempre
più soggette alla furia dei cicloni. Ricostruire seguendo principi di
sostenibilità permetterà di risparmiare sui disastri futuri.
Tornando al silenzio di Meloni&co. sugli effetti di “Harry”, c’è un altro
aspetto che può provare a spiegarlo. Riguarda l’imbarazzo di un governo
notoriamente scettico, spesso con toni derisori, sul cambiamento climatico, e
deciso a sprecare risorse preziose sul progetto del ponte sullo Stretto. Ecco,
davanti a un ciclone che mette a nudo lo sgretolamento di un’isola segnata da
problemi idrogeologici seri, forse gli alfieri del ponte hanno preferito tacere.
Ma non è tutto. In questi giorni, l’Italia ha votato, insieme a quasi tutti i
paesi europei, il regolamento che prevede lo stop di importazione di gas dalla
Russia di Putin, in guerra con l’Ucraina. Con il naturale risvolto di aumentare
le importazioni di gas dagli Usa, gli stessi che minacciano l’Europa con la
politica dei dazi e con le mire sulla Groenlandia e che stanno rilanciando il
fossile a svantaggio delle rinnovabili, rallentando o addirittura riportando
all’indietro la transizione ecologica. Quella transizione che, riducendo le
emissioni e l’impatto sul clima, eviterebbe il susseguirsi e l’aumento di eventi
climatici catastrofici.
Il ciclone Harry, dunque, dovrebbe essere di insegnamento: da un lato,
stimolando una ricostruzione virtuosa che non ripeta gli errori del passato,
facendo prevalere l’interesse pubblico su quello privato e tutelando
l’incolumità dei cittadini, attraverso un piano mirato a “curare” il dissesto
idrogeologico; dall’altro, offrendo uno sguardo lungimirante sul futuro, che
consideri prioritaria e non più rinviabile la lotta al cambiamento climatico,
attraverso l’abbandono del fossile e delle importazioni del gas e la transizione
energetica verso le rinnovabili.
L'articolo Ciclone Harry, il futuro passa da una ricostruzione sostenibile e
dalla transizione ecologica proviene da Il Fatto Quotidiano.
A cura di Giulio De Meo e Enzo Fasulo
Gran parte del Sud Italia è stato colpito nei giorni scorsi dal ciclone Harry,
un violento evento meteorologico che ha provocato gravi disagi e danni economici
che superano di gran lunga i 2 miliardi di euro. Tra il 19 e il 21 gennaio sono
state registrate raffiche di vento fino a 120 Km/h, piogge torrenziali e
mareggiate fino ai 9 metri che hanno messo in ginocchio il territorio, causando
allagamenti, frane e l’interruzione di numerosi servizi essenziali. Il fenomeno
ha richiesto l’intervento di ben 1600 vigili del fuoco e ha causato danni
pesantissimi: solo in Sicilia si stimano perdite per circa 2 miliardi di euro.
Il ciclone si è sviluppato come un intenso sistema di bassa pressione alimentato
da forti contrasti tra masse d’aria e da un Mediterraneo insolitamente caldo.
Secondo numerosi studi scientifici, infatti, l’aumento delle temperature globali
e marine sta rendendo i fenomeni atmosferici estremi sempre più frequenti e
intensi: mari più caldi forniscono maggiore energia alle perturbazioni, e quindi
favoriscono lo sviluppo di cicloni mediterranei capaci di produrre
precipitazioni violente e mareggiate distruttive.
Effetti devastanti si sono registrati anche a Niscemi, nell’entroterra
siciliano, che in questi giorni è vittima di una serie di frane e smottamenti
che hanno letteralmente squarciato il tessuto viario. Il fango ha reso
impraticabili le principali vie di comunicazione, isolando intere aree del
centro abitato e mettendo a rischio l’incolumità dei residenti.
L’antimeridionalismo però non si ferma nemmeno davanti alla crisi climatica: si
è assistito, infatti, ad un grande vuoto lasciato dallo Stato. A fronte di oltre
2 miliardi di danni, il Consiglio dei ministri ha stanziato solo 100 milioni,
diviso tra tre regioni. 33,3 milioni per regione, una cifra più che irrisoria
che non potrà mai tutelare lǝ lavoratorǝ, un numero che rappresenta più una
presa in giro che la reale volontà di aiutare la popolazione locale. La notizia
del Sud martoriato da una catastrofe climatica non ha nemmeno trovato spazio nei
media, i telegiornali hanno trattato la questione sbrigativamente, con un
minutaggio misero.
Sui social sono nate diverse iniziative di autofinanziamento, supportate da
artistǝ, organizzazioni e associazioni locali. Per quanto simili azioni siano
lodevoli, è evidente che da sole non possano bastare. Inoltre, nonostante la
drammaticità della situazione, le sezioni commenti di post, TikTok, reel o
articoli si riempiono di insulti e giudizi discriminatori che tendono a
colpevolizzare la popolazione locale. La maggior parte degli utenti tendono a
giustificare l’accaduto, brandendo il tema del presunto abusivismo che
infliggerebbe la totalità del Meridione. Viene da chiedersi: come mai quando
queste disgrazie accadono al Nord, la reazione non è mai quella di giudicare le
vittime ma mostrare empatia, invece ora si esprime giudizio a persone che si
sono ritrovate senza dimora? Evidentemente, parte della Nazione ritiene il Sud
indegno di empatia. Dov’è lo Stato quando il Meridione non serve a fini
propagandistici?
Il tema dell’abusivismo viene infatti usato come un’arma di distrazione di
massa, serve a deresponsabilizzare il governo centrale e a giustificare l’invio
di aiuti insignificanti rispetto a quanto stanziato in situazioni analoghe
avvenute in altre zone del Paese. È una retorica che uccide la solidarietà e
normalizza l’abbandono. Sussiste, nei fatti, un doppio standard che riserva
sostegno e solidarietà solo da Roma in su e colpevolizza le vittime meridionali.
Il ciclone non ha fatto altro che amplificare delle fragilità strutturali,
ovvero che dipendono dalle scelte politiche e dalle gerarchie che si sono
consolidate nel corso del tempo. Citando Gramsci, la questione meridionale è un
sistema di corresponsabilità tra il capitalismo settentrionale e le classi
dirigenti del Sud Italia. È così che il Mezzogiorno si è ridotto in una
posizione subalterna, a un terreno di scambio politico-economico rispetto al
Settentrione.
Questa subalternità è il risultato di una precisa volontà politica che si
manifesta oggi con la negligenza climatica. Il Mezzogiorno paga le conseguenze
di una crisi globale gestita con strumenti inadeguati e discriminatori. Non è
più accettabile parlare di unità nazionale solo quando si tratta di estrarre
risorse, voti o manodopera dal Meridione, per poi voltarsi dall’altra parte
quando lo stesso territorio è vittima di calamità naturali simili.
L'articolo Se i danni del clima sono al Sud la colpa è degli abitanti: così lo
Stato deresponsabilizza se stesso proviene da Il Fatto Quotidiano.