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LUISA BECCARIA FW26 (6)
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Quello che succede alla Fashion Week rimane alla Fashion Week. Il primato del
made in Italy ce lo siamo lasciati scippare dai francesi e siamo scesi dal trono
di cartapesta. Il made in France avanza e noi non abbiamo più la forza, né le
risorse per combatterlo. Per farlo ritornare agli antichi fasti ci vorrebbe solo
una Rivoluzione. Di costume. Per il momento assistiamo solo al malcostume, sotto
il vestito l’ego distorto di cui Trump è il Global Ambassador.
I big della moda sono stati venduti, svenduti, trasferiti all’estero, alcuni
chiusi definitivamente (vedi Krizia, Ferrè). Meno male che Prada ha comprato
Versace e lo ha riportato in Italia. Il mercato del fashion made in Italy è in
picchiata, vale oggi all’incirca 12 miliardi di euro, in calo dell’8,1% rispetto
al 2019. Il mondo del lusso invece in Francia è una potenza globale, con un
valore complessivo stimato intorno ai 150 miliardi di euro. I colossi francesi,
il gruppo Lvmh di Bernard Arnault (il numero uno in assoluto) e il gruppo Kering
di François Pinault si sono praticamente divisi il bottino delle eccellenze made
in Italy (e ne cito solo alcuni: Fendi, Bulgari, Loropiana, Emilio Pucci, Gucci,
Bottega Veneta, Pomellato, Brioni, Richard Ginori, Acqua di Parma…). 429 imprese
italiane passate in mani straniere in un anno, ci informa Milena Gabanelli.
Vengono dall’India, dal Qatar e dalla Thailandia non per comprare marchi
consolidati. Loro si fanno il loro made in Italy. Lo producono qui nelle nostre
filiere ma lo vendono nei loro paesi e non solo.
In prima fila nella galoppata verso l’alta artigianalità c’è Christopher, un
affermato family business diversificato in diversi settori con fatturato in
India di oltre 400 milioni di dollari e 5000 dipendenti. E Christopher ha anche
inaugurando un flagship store di 180mq in Via della Spiga, nel cuore del
Quadrilatero della moda. Per abbattere confini culturali e lanciare un ponte tra
Medio Oriente e Occidente la principessa Afraa Al Noaimi, di statuaria bellezza,
imprenditrice del Qatar, ha debuttato nel calendario ufficiale della striminzita
(come un pullover messo in lavatrice) Milano Fashion Week con una collezione di
alto artigianato. Resistono, resistono a non cedere ai luccichii di capitali
stranieri, brand storici come Luisa Beccaria che vende i suoi favolosi abiti da
un emisfero all’altro, dagli Emirati Arabi a Palm Beach.
Ermanno Scervino, inconfondibile il suo stile rock chic: “Mantenere la nostra
identità è la nostra priorità”. Un premio alla resilienza va anche ad Antonio
Riva: apre a Tokyo ma rimane fedele alla sua milanesità. Buone notizie anche da
Napoli: il brand Fracomina, in mani salde alla seconda generazione di Pinetta e
Daniela Prisco under-thirty, salvano dalla chiusura piccoli laboratori
sartoriali del Vesuviano e una storica fabbrica di jeans. Piccoli segnali di un
made in Italy che non si vuole arrendere.
Ma che tristezza una via Montenapoleone vuota e svuotata, una volta era un
viavai di buyers stranieri e fashionisti. Alberghi e bnb mezzi vuoti, stesso
copione per le Olimpiadi, malgrado il ricco medagliere dei nostri atleti.
Malgrado il sindaco Sala sbandieri: “Milano ha vinto la sua scommessa…” La
designer Chichi Meroni nel teatro magico che è il suo concept store L’Arabesque
anticipa la Design Week ispirandosi alle infinite moltiplicazioni di luce di
Fortunato Depero. Ci salverà la Design Week, la nostra vetrina globale? Ma ci
stanno rosicando pure quella. E per il Design ancora non c’è il sold out degli
anni passati.
Note stonate pure al Festival di Sanremo, il più ingessato della storia, un
vuoto di emozioni dietro un marketing artificiale. Posso dire che non mi è
piaciuto. E non solo a me, visto lo share in calo rispetto alle edizioni
passate. Sullo sfondo c’è il fantasma di Pippo, il padre simbolico. Li ha
scoperti tutti e per questo gli hanno fatto un altarino. Si guarda Sanremo per
passare il tempo aspettando un coup de theatre. Invece solo noia, la Pausini
inguainata in pelle nere aveva un look che sembrava Morticia, facciamola cantare
(e lo fa da dio) ma non condurre. L’unica nota divertente: mangiava mortadella
dietro le quinte. Bianca Balti era bellissima e innamoratissima ma non basta.
Conti sembrava l’animatore da villaggio turistico che faceva battere a comando
le mani alla platea. Le canzoni non brillavano, invece brillava il collier di
opaline bianche e diamanti dal prezzo da capogiro, griffato Damiani, indossato
da Achille Lauro. Quando è entrato Nino Frassica a co-condurre la finale e ha
fatto la battuta su “Tali e Squali”, in riferimento al programma condotto da
Conti, ho cambiato canale.
di Guido Ciompi
Un’altra prova dei “buchi” (come un formaggio a groviera) del Sistema Italia è
quello che sta succedendo a Napoli. Tutti d’accordo nello spartirsi la torta
dell’American Cup 2027. Ma a Bagnoli nell’area dismessa dell’ex Italsider la
bonifica ambientale promessa non avanza e i residenti protestano soffocati dalle
polveri sottili e ultrasottili sottoforma di nuvole basse. “Cosa vuoi che sia! È
il vento del libeccio che le porta dall’Africa…”, dicono i diretti interessati.
E il sindaco Manfredi, anche Commissario Straordinario per la bonifica di
Bagnoli, dice che i manifestanti sono disinformati e “bloccano un processo
storico di rigenerazione”. Io che sono napoletana ho sempre saputo che l’amianto
è insabbiato sotto la colmata di scarico siderurgica su una delle baie più belle
del mondo. E va tolto, non nascosto sotto il tappeto. Fin che la barca va
cantava a Sanremo Orietta Berti, ma adesso non va più. Vittoria annunciata (?)
di Sal Da Vinci “Per sempre sì”. Pardon, ma non frequento i matrimoni dei
neomelodici.
L'articolo Il Sistema Italia è pieno di buchi: qualche esempio tra moda,
Olimpiadi, Sanremo e le bonifiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Made in Italy
Non solo il nuovo Ponte sullo stretto, ora la mafia punta dritto anche al grande
progetto della transizione digitale finanziato con i fondi del Pnrr e cioè il
Piano strategico banda ultra larga (Bul). E’ uno inedito assoluto a livello
nazionale quello che emerge dall’indagine della Dia di Milano coordinata dal
colonnello Giuseppe Furciniti. Ed è un inedito che se pur non coinvolgendole
direttamente apre uno squarcio sulle modalità di controllo delle società
partecipate dal governo italiano che sono garanti del piano strategico per il
paese.
Per quattro anni, infatti, a partire dal 2022 la Semis srl controllata di fatto
dal messinese Mario Aquilia, condannato per mafia e per aver favorito il clan di
Barcellona Pozzo di Gotto, seppur già interdetta in via definitiva ha incassato
4,5 milioni di lavori da due società, la Telebit spa e la Inpower Group
Consorzio Stabile, che a loro volta avevano ricevuto l’appalto dalla non
indagata Open Fiber spa, partecipata per il 60% dal ministero dell’Economia e
delle Finanze. “Interdittiva antimafia – scrive il pm – che avrebbe dovuto
precludere ogni possibilità di partecipare all’esecuzione di opere pubbliche
secondo la normativa vigente sugli appalti pubblici. Così non è stato”. E così a
finire in amministrazione giudiziaria per un anno da oggi sono Telebit e Inpower
dopo una serrata indagine della Dia milanese coordinata dal pm Silvia Bonardi.
Alle quali si aggiunge un sequestro preventivo per 1,5 milioni. Ma il dato che
inquieta è ben sottolineato dalla Procura di Milano quando spiega che la Siemis
il cui titolare è legato alla potente frangia di Cosa nostra della provincia di
Messina “lavora sul territorio lombardo e ha rapporti di fornitura e
collaborazione con società che operano per conto del governo italiano in appalti
pubblici sul territorio nazionale per il posizionamento della fibra ottica”.
Ora, per come ricostruito dall’antimafia, la Infratel Italia spa, partecipata al
100% dal ministero dell’Impresa e del Made in Italy, “ha presentato tre bandi di
gara per la costruzione e la gestione in concessione della rete pubblica a banda
ultra larga. Tutti e tre i bandi sono stati aggiudicati dalla società Open Fibre
spa”, quest’ultima, come detto, controllata dal Mef. Questo general contractor
ha così “sub-appaltato i lavori per il Lotto 3 Lombardia alla società Inpower
Group, che, a sua volta, si è avvalsa della Semis srl per la materiale
esecuzione di alcune opere in numerose cittadine della provincia di Lecco, di
Como, di Monza Brianza e di Pavia”.
L’unico espediente adottato da Aquilia è quello di aver intestato l’azienda alla
moglie. Un escamotage, l’intestazione fittizia, piuttosto elementare. Annota la
Dia: “In questo modo Aquilia ha architettato una schermatura della titolarità
dell’impresa, del relativo compendio aziendale e dei profitti generati a seguito
dell’impiego della Semis negli appalti pubblici, malgrado la società fosse già
destinataria, a partire dal 17 maggio 2022 di un’interdittiva antimafia emessa
dalla Prefettura di Milano”. Le due società sono accusate non penalmente di non
aver controllato. Non solo, dal provvedimento della Sezione misure di
prevenzione del Tribunale di Milano emerge che lo stesso Aquilia, vero regista
della società, ha avuto interlocuzione con gli stessi manager di Inpower e
Telebit. Tanto che il pm rileva “un’evidente inadeguatezza delle regole
cautelari, che con riferimento al rischio di commissione di reati di criminalità
organizzata (…). non individuano procedure specifiche. Risulterebbe, altrimenti,
del tutto singolare la presenza, tra i fornitori della Inpower della Semis,
posto che, il suo effettivo titolare, soggetto, tra l’altro, con cui gli stessi
dirigenti della committente hanno intrattenuto rapporti diretti nelle trattative
circa la fissazione del prezzo e della tipologia delle prestazioni, risulta
condannato per associazione mafiosa”.
Del resto il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico “ha illustrato come le
società connesse alla cosca mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto utilizzassero
le aziende del Nord come maschera per le proprie società, assumendo
sostanzialmente la forma, mentre nella sostanza restavano ditte controllate dai
mafiosi”.
L'articolo Le mani di Cosa nostra anche sul piano della banda ultra larga. Due
spa in amministrazione giudiziaria proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dolce&Gabbana, Prada, Versace, Gucci, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent,
Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia, Off-White
Operating.
Dall’alba fino alla sera di mercoledì il pubblico ministero Paolo Storari ha
lavorato con i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro: ha notificato 13
ordini di consegna documenti ad altrettante case di moda. Tutte spuntate nei
fascicoli sugli opifici cinesi clandestini nel ruolo di committenti, che
affidano la produzione ad appaltatori e subappaltatori, che operano violando le
leggi sul lavoro e la sicurezza.
Da anni denuncio – anche su queste pagine – l’esistenza di una vera e propria
alleanza criminale tra grandi marchi del lusso e il sistema del caporalato che
infetta le filiere del Made in Italy.
Oggi, grazie al lavoro della Procura di Milano, abbiamo l’ennesima conferma:
tredici nuovi brand, da Versace a Gucci, da Prada a Dolce&Gabbana, sono stati
raggiunti da ordini di esibizione documentale per il loro coinvolgimento,
diretto o indiretto, in una catena produttiva fondata sullo sfruttamento.
Non si tratta di casi isolati. È un sistema. Un sistema che appalta e subappalta
fino a sette livelli; che chiude gli occhi davanti a laboratori-dormitorio
gestiti illegalmente, dove lavoratori e lavoratrici – spesso migranti – sono
costretti a turni massacranti, senza diritti, senza sicurezza, senza dignità.
È lì che nascono le borse da migliaia di euro, prodotte a pochi spiccioli, con
ricarichi fino al 10.000%. I brand si rifugiano dietro al loro prestigio,
talvolta deridendo il lavoro della magistratura che lo sporcherebbe; si
nascondono dietro alle leggi ad hoc apparecchiate dal Governo, dietro agli audit
interni e a modelli organizzativi di facciata.
Tuttavia, la realtà è che in questi opifici si sanguina, si suda sfruttamento e
ogni tanto si muore, come accaduto a quel giovane del Bangladesh, morto nel 2023
a Trezzano sul Naviglio durante il suo primo giorno di lavoro. Come tanti altri
invisibili, sacrificati sull’altare del profitto.
Impossibile parlare ancora di “onore” dei marchi. Non basta più difendere
l’immagine buona del Made in Italy, dei “ricchi brava gente”. Serve verità.
Serve giustizia. Serve una riforma radicale delle filiere produttive. E serve il
coraggio di dire i nomi. Perché chi produce lusso sulla pelle degli ultimi non
può più nascondersi. La dignità del lavoro non è negoziabile e il vero prestigio
dell’Italia non sta nei loghi cuciti sulle etichette, ma nei diritti garantiti a
chi quelle etichette le cuce.
L'articolo Da anni denuncio un’alleanza criminale nella moda tra brand di lusso
e caporalato: si tratta di un sistema proviene da Il Fatto Quotidiano.