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Murakami Ryū, Siang Lu e il collasso dell’Oriente contemporaneo: due libri per chi ha stomaco forte
Dimenticate i ciliegi in fiore, le sale da tè e quel minimalismo spirituale che tanto eccita i radical chic dell’Occidente, sempre pronti a scambiare il vuoto pneumatico per illuminazione zen. Dimenticate soprattutto l’altro Murakami, quello “buono”, che vi culla con gatti smarriti e malinconie jazz. Se cercate conforto, citofonate altrove. Qui siamo a Shinjuku, nel ventricolo sinistro del cuore nero di Tokyo, e l’unica musica che sentirete è il il rumore sordo dei corpi che si sfaldano. Atmosphere Libri riporta finalmente in libreria Tokyo Soup (In the Miso Soup). Lo fa affidandosi alla cura chirurgica di Gianluca Coci, capace di restituire intatto il fetore metallico e la ferocia di Murakami Ryū. La trama è un proiettile già in canna: Kenji è un giovane che sbarca il lunario facendo da guida ai turisti del sesso. Viene ingaggiato da Frank, un americano con la faccia di plastica e un corpo che sembra un ammasso di argilla mal modellata. Ma Frank non è un turista. Frank è un’entità, il Male puro che trasuda inquietudine da ogni poro mentre si muove tra i locali a luci rosse di Kabukicho, lasciandosi alle spalle una scia di sangue che neanche la pioggia acida di Tokyo può lavare via. Mentre leggevo Murakami Ryū, non ho potuto fare a meno di sentire il fiato pesante di Rex Miller sul collo. Se Frank fosse nato nelle paludi americane invece che nei sobborghi industriali, si chiamerebbe Daniel “Eichord” Bunkowski, l’indimenticabile protagonista di Slob. Entrambi sono macchine da guerra biologiche, esseri che hanno smesso di essere umani per diventare predatori terminali. Ma dove Miller sprofonda nel viscerale, Murakami Ryū usa il bisturi. La scena del karaoke in Tokyo Soup non è solo una mattanza: è sociologia pura, è la “zuppa di miso” del titolo, un ammasso di ingredienti indistinguibili bolliti in un brodo di solitudine globale. Tuttavia, il viaggio nel collasso orientale non finisce tra i cadaveri di Shinjuku. Se Murakami Ryū seziona la carne, Siang Lu – con la complicità della traduzione di Eva Allione per Carbonio Editore – ci consegna un altro tipo di ordigno: Le città impossibili. Qui il sangue lascia il posto ai pixel, ma l’orrore non è meno profondo. È il riflesso distorto di una modernità che ha smarrito la bussola della verità. Il libro è una Spoon River di cemento e algoritmi, una mappatura di luoghi che esistono solo perché un regista visionario o un imperatore paranoico hanno deciso di scambiare la finzione con la Storia. La vicenda di Xiang, licenziato per aver spacciato Google Translate per farina del proprio sacco e diventato virale con l’hashtag #PessimoCinese, è la discesa agli inferi della simulazione contemporanea. Siang Lu (vincitore del Miles Franklin Award 2025) seziona l’architettura dell’assurdo con la precisione di un patologo. Tra cittadini-attori e megalopoli deserte, veniamo catapultati in un gioco di specchi che ricorda la lezione di Calvino, ma con l’aggiunta di una satira feroce verso la globalizzazione e il culto della celebrità. Frank e Xiang sono, a modo loro, figli della stessa apocalisse. Se Murakami Ryū ci consegna un trattato filosofico sulla fine dell’empatia incartato nel cellophane sporco, Siang Lu ci ricorda che le città che abitiamo, fisiche o digitali, sono il riflesso esatto dei nostri mostri interiori. In un mondo dove la realtà si dissolve nella finzione dei social, l’unica resistenza possibile è il recupero della memoria. Leggete questi due libri se avete lo stomaco forte e se volete capire perché l’Oriente è oggi il laboratorio più folle del pianeta. L'articolo Murakami Ryū, Siang Lu e il collasso dell’Oriente contemporaneo: due libri per chi ha stomaco forte proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il destino di Lalleshwari, nuda nel nome di Dio
Quando si cerca Dio bisogna sciogliersi come neve all’acqua. E Lalleshwari voleva provarci davvero, iniziando a fare quello che nessuno fa: invece di migliorare la propria vita, ha messo in discussione l’idea stessa di averne una. Se esiste qualcosa come l’Assoluto, pensava, non può stare accanto al resto, ma deve mangiarselo. Nel linguaggio dei filosofi si parlerebbe di Uno, emanazione, ritorno. Lei non conosceva quelle parole. Aveva però i pozzi del villaggio, il freddo del Kashmir, il corpo che invecchiava, e li faceva passare nella lingua, nella fatica, nel respiro. Così, quando si è tolta i vestiti, si è tolta anche la paura di appartenere a qualcuno, che fosse un marito o una casta. Non ha più accettato che il nome di Dio servisse a tenere in piedi la sua gabbia. Guardava con sospetto il modo in cui si parlava del divino, le formule in sanscrito, le parole alte che dicevano tutto di Dio e molto poco della fame. Lalla aveva capito che quel linguaggio non la riguardava, non perché fosse atea, ma perché la fede, così, era diventata un muro. Ha scelto di tradire quella architettura. Ha preso il nome più grande, Dio, e lo ha portato in strada con la lingua dei campi. I suoi vakh sono nati come sabotaggio Brevi frasi in kashmiro, dette a voce, senza pergamene né autorizzazioni. La comunità l’ha sempre vista come una minaccia. Una donna che prega fuori dal tempio, che parla di Dio senza intermediari, che rifiuta l’ordine dell’obbedienza, era sicuramente un corpo sbagliato. Per questo veniva derisa, ma allo stesso tempo temuta e venerata. Lalla non ha cercato di convincere nessuno, ha semplicemente smesso di collaborare con l’idea che Dio coincida con le regole sociali. Ha cercato di smontare il linguaggio della mistica, le promesse di premio e le minacce del castigo. Ha iniziato un lavoro di disarmo, togliendo al pensiero ogni alibi, ogni tentativo di “capire” Dio diventava sospetto, come una pretesa di possesso. Il potere religioso ha imparato a chiamarla santa, poi poetessa. Ma la sua forza stava nel rifiuto di ogni appartenenza: era una brahmanica che tradiva la casta; una donna che rifiutava il copione femminile; una figura che parlava una lingua amata da induisti e sufi, senza diventare bandiera di nessuno. Lalla era un’infedeltà permanente. Il lascito di Lalleshwari è che la trasformazione spirituale non è un’esperienza consolante ma uno strappo. E non avviene quando troviamo le parole giuste, ma quando smettiamo di usarle per coprire ciò che non vogliamo vedere. Lei ha mostrato che non si può pronunciare il nome di Dio e, nello stesso tempo, continuare a difendere i propri privilegi. Ha dimostrato che una coscienza che ama sul serio il divino non si eleva, ma perde pezzi fino a diventare irricevibile per l’ordine comune. Lalla non è mai riuscita a sistemare Dio in un posto che la lasciasse tranquilla. Ha vissuto senza protezioni tra l’Uno e il fango, senza mai mettersi al sicuro. Bio – Lalleshwari, chiamata Lalla o Lal Ded, nasce nel XIV secolo nel Kashmir in una famiglia brahmanica. Sposa giovanissima, abbandona la vita domestica e intraprende un cammino spirituale legato allo Shaivismo kashmiro, in dialogo sotterraneo con la sensibilità sufi. I suoi vakh, canti brevi in lingua kashmira, circolano oralmente per secoli prima di essere raccolti: frammenti di una ricerca radicale sulla dissoluzione dell’io e sulla presenza del divino nella vita quotidiana. È oggi riconosciuta come una delle voci più potenti della mistica del Kashmir, venerata oltre i confini religiosi. L'articolo Il destino di Lalleshwari, nuda nel nome di Dio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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