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Sergej Aleksandrovic Esenin, l’usignolo russo (traduzione di Corrado Facchinetti)
Quest’anno cade il centenario della morte del poeta russo Sergej Aleksandrovic Esenin. Il poeta contadino, l’“usignolo russo”, la cui popolarità in patria è paragonabile soltanto al mito di Aleksandr Pushkin, ebbe una vita breve e tormentata. Era nato nel 1895 nel villaggio di Kostantinovo, nei pressi di Riazan e venne trovato impiccato in una stanza dell’hotel d’Angleterre di Leningrado il 28 dicembre 1925. Il suicidio (o l’omicidio – la questione è ancora dibattuta) si portò via un grande poeta, al quale toccò vivere in uno dei momenti tra i più sconcertanti del secolo scorso: la rivoluzione russa. Ed è interessante leggere la poesia di Esenin accostandola proprio alla rivoluzione d’ottobre. Quest’ultima ebbe un carattere fortemente proletario e urbano e ciò aveva comportato per il Paese un brusco cambiamento, col passaggio, avvenuto in pochi anni, dal mondo tradizionale contadino a un altro basato sullo sviluppo industriale e sulla modernizzazione forzata. Eppure questi mutamenti, per quanto profondi, non hanno mai cancellato lo spirito rurale e “animistico” della Russia. Ed è l’amore per la Russia contadina l’elemento principale della poesia di Esenin. Egli amava la patria “dal basso”, partendo dall’amore per gli animali e per la natura. E la nostalgia di quel mondo che stava scomparendo con la rivoluzione lo portò sempre più a rifugiarsi in un intimistico rimpianto per il passato. La sua poesia, dai toni a volte biblici a volte blasfemi, si basa sull’uso straordinariamente lirico delle immagini, che egli preleva dalla tradizione cristiana e contadina. E tali immagini vivono davvero nei suoi versi, hanno un’anima e un’identità che può essere intercambiabile. Così, la bianca betulla diviene, al tempo stesso, la bella ragazza che attende il poeta sulle rive dello stagno; la mucca è la Russia che ha figliato la Rivoluzione (non quella urbana, ma quella contadina e “cristiana” che voleva Esenin) ed è la Madre di Dio generatrice del vitello-Cristo Salvatore, che le hanno appena ammazzato e la cui pelle oscilla al vento su una pertica. C. F. Traduzioni tratte dalla raccolta antologica Sergej Esenin. Poesie, edizioni L’Arca di Noé S’è intessuta sul lago la scarlatta luce dell’alba. I galli cedroni piangon trillando sulla boscaglia. Piange chissà dove un rigogolo, riparandosi nella tana. Soltanto io non piango, che ho luminosità nell’anima. Lo so, da oltre l’anello stradale, verrai all’imbrunire, E sederemo sulla fresca paglia di un vicino fienile. Lì ti bacerò fino all’ebbrezza, fino a gualcirti qual fiore. Che maldicenze non vi sono per chi s’é inebriato d’amore. Tra le carezze tu stessa getterai il velo di trine, E ti condurrò ubriaca tra i cespugli fino al mattino. Lascia che trillino i galli cedroni, lascia che piangan. Che c’è una allegra tristezza nel rossore dell’alba. (1910) *** Non dormo. La notte è scura, Sul praticello al fiume voglio andare. Nei flussi schiumosi s’è tolto la cintura Un lontano lampeggiare. La betulla-candela sta sulla cima, Nell’argento delle piume lunari. Usciamo insieme, mia fragolina, Ad ascoltare i canti dei gusljari! Nell’incanto andrò ammirando La tua bellezza di fanciulla. E, in quella musica danzando, Ti strapperò il vel di tulle. E sull’erba serica, lungo il pendio, Nel cupo térem della boscaglia, Andremo insieme, tu ed io, Fino al papavero dell’alba. (1911) *** AUTUNNO A R.V. Ivanov Il folto del ginepro nel dirupo è taciturno. Si striglia il crine la cavalla saura dell’autunno. Lungo le sponde s’ode sul tappeto fluviale L’azzurro clangore del suo scalpitare. A passi attenti il vento, asceta severo, Accartoccia le foglie ai bordi del sentiero E al sorbo bacia tra i rami dell’arbusto Le rosse piaghe a un invisibile Cristo. (1914) *** LA VACCA Decrepita, coi denti caduti, Sulle corna l’età che le avanza. Un rozzo mandriano la colpisce Lungo i campi di transumanza. Il suo cuore non sente rumore, Mentre raschiano i topi in un canto. Essa è presa dal triste pensiero Di quel vitello dal piede bianco. Alla madre il figlio hanno tolto, Che la gioia prima non l’ebbe. A un palo al di sotto d’un pioppo Alla brezza ondeggiava la pelle. Presto, tra le distese di miglio, Una corda le porranno sul collo E, con lo stesso destino del figlio, Condurranno pure lei al macello. Fra lamenti, nausea e tristezza A terra si pianteranno le corna… Ma lei vede un bianco boschetto E di erbosi pascoli sogna. (1915) *** A L. I. Kashina Coi tuoi capelli verdi, Col tuo seno di fanciulla, Nello stagno cosa osservi, O mia esile betulla? Odi il vento che risponde E la sabbia riecheggiare? Nelle trecce delle fronde Vuoi tu il pettine lunare? Svelami, svelami il segreto Dei tuoi legnosi pensieri. Quel triste brusio ho amato Che ha l’autunno in fieri. Mi rispose la betulla: «O mio curioso amico, Da me, a pianger tra le stelle, Un pastore qui è venuto. Chiara luna nella notte, La verzura scintillava, Sulle nude mie ginocchia C’era lui che m’abbracciava. E al rumore d’una fronda, Profondamente sospirando, Disse: Addio, o mia colomba, Alle gru del nuovo anno». (1918) *** IL FIGLIO DELLA MIA CAGNA Escono gli anni dall’offuscamento, Facendo, come prati di camomilla, rumore. Mi è tornata quella cagna alla mente Che alla gioventù fu l’amica fedele. Ma la gioventù è svanita nel nulla, Come l’acero marcito al finestrino, Mi rammento della bianca fanciulla, Era per lei quella cagna il postino. Non tutti han vicino gli affetti, Lei era un’ode per me da cantare, Ma non prendeva però quei biglietti Che alla cagna mettevo al collare. La mia scrittura lei la ignorava, Nessun messaggio aveva mai letto, Ma a qualcosa lungamente sognava Al viburno oltre il giallo laghetto. Io soffrivo… Una risposta volevo… Non ricevendola, lontan sono andato… Ecco, anni dopo, poeta famoso, Sull’uscio paterno mi son ritrovato. Quella cagna è crepata da tanto, Ma, pazzamente, con selvaggio latrato, Col blu uguale riflesso nel manto, Il suo cucciolo incontro è arrivato. Madre Santa! Come son simili loro! Ancora emerge un dolore dal petto. Mi ringiovanisce questo martoro, Che voglio scrivere un nuovo biglietto. Vecchie canzoni mi piace ascoltare, Ma non latrare! Non latrar con furore! Se vuoi ti bacio, o mio tenero cane, Che m’hai risvegliato maggio nel cuore. Ti bacerò, ti stringerò a me accanto E ti porterò in casa come un amico… Sì, mi piacque la fanciulla in bianco, Ma ora l’amo in azzurro vestito. (1924) *** Ah, che bufera! Il demonio mi porti con se! Con bianchi chiodi mi va sigillando il tetto. Ma io non ho paura, nella mia sorte è detto Che lo sviato cuore mi sigillasse a te. (1925) L'articolo Sergej Aleksandrovic Esenin, l’usignolo russo (traduzione di Corrado Facchinetti) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Willem Kloos, nel profondo dei nostri pensieri (traduzione di Patrizia Filia)
Willem Kloos (1859-1938), poeta e iniziatore del movimento letterario innovatore “Tachtig” (Ottanta), sviluppatosi nei Paesi Bassi tra il 1880 e il 1894, debutta nel 1880 nella rivista letteraria Nederland con il dramma in versi Rhodopis. Nel 1885 fonda con altri giovani scrittori la rivista De Nieuwe Gids (La nuova Guida). Nel 1894 esce la sua prima raccolta di poesie Verzen (Versi), nel 1895 Nieuwe verzen (Nuovi versi) e nel 1902 Verzen II (Versi II). Nel 1896 riceve il Premio D.A. Thieme per la sua prima raccolta e nel 1918 il Premio Tollens per l’intera sua opera. Nel 1935 è proclamato dall’Università di Amsterdam dottore honoris causa in Lettere e Filosofia. Tra il 1914 e il 1928, il suo nome appare cinque volte sulla lista di candidati al Premio Nobel per la Letteratura. Cito una delle più conosciute affermazioni di Willem Kloos: “In poesia, forma e contenuto sono una cosa sola”, che potrebbe ricordare quella del giovane Samuel Beckett: “Forma è contenuto e contenuto è forma”. Per Kloos la nuova poesia non deve più essere guidata dalla morale e dalla letteratura borghese e subordinata a fattori come la religione e l’ideologia sociale, bensì essere mossa dalla passione e dall’emozione del singolo poeta. Non più al servizio della fede in Dio, l’arte poetica diventa essa stessa divina, come risulta anche dal verso di apertura della sua poesia più nota: Sono un Dio nel profondo dei miei pensieri. Egli è ancora considerato come colui che ha dato origine al completo rinnovamento nell’uso della lingua nederlandese in poesia e prosa, coadiuvato in questo dall’apporto dei poeti e prosatori aderenti al movimento letterario Ottanta. Nel 2013, il poeta e attore olandese Ramsey Nasr (1974) realizza, spinto dall’intento di avvicinare le giovani generazioni alla poesia e in veste allora di Poeta della Patria, la serie Dichter Draagt Voor (Il Poeta Recita): ventun filmati dedicati a poesie da lui scelte e recitate, che coprono un periodo che va dal XIV secolo fino al XXI. Sono le poesie di poeti, il primo della serie anonimo, che appartengono indissolubilmente alla storia della letteratura dei Paesi Bassi. La serie include anche la poesia di Willem Kloos Avond (Sera), ovvero: Appena visibili dondolano su una lieve brezza. La si può ascoltare recitata sul sito della serie. La foto che qui ritrae il poeta è del 1894, l’ha scattata il suo amico fotografo, pittore e scrittore olandese Willem Witsen, anche lui membro del movimento Ottanta. Il ritratto fotografico fa parte della collezione del Centro per la Fotografia dell’Università di Leida. P.F. Ik ben een God in ‘t diepst van mijn gedachten, En zit in ‘t binnenst van mijn ziel ten troon Over mij-zelf en ‘t al, naar rijksgeboôn Van eigen strijd en zege, uit eigen krachten, – En als een heir van donker-wilde machten Joelt aan mij op en valt terug, gevloôn Voor ‘t heffen van mijn hand en heldre kroon: Ik ben een God in ‘t diepst van mijn gedachten. En tóch, zoo eind’loos smacht ik soms om rond Úw overdierbre leên den arm te slaan, En, luid uitsnikkende, met al mijn gloed En trots en kalme glorie te vergaan Op úwe lippen in een wilden vloed Van kussen, waar ‘k niet langer woorden vond. * Sono un Dio nel profondo dei miei pensieri, E siedo nel cuore della mia anima regnando Su di me e su tutto, contando sui miei vigori, Rivolto al governo della mia lotta e vittoria, – E quando una massa d’oscuri poteri furiosi Mi grida contro e ripiomba, impreca Per la mia mano levata e chiara corona: Sono un Dio nel profondo dei miei pensieri. Eppure, a volte desidero ardentemente Cingere col braccio il vostro prezioso feudo, E, singultando forte, con tutto il mio fulgore Consumare la mia fierezza e calma gloria Sulle vostre labbra in un irruento flusso Di baci, sulle quali non trovavo più parole. *** Nauw zichtbaar wiegen op een lichten zucht De witte bloesems in de scheemring – ziet, Hoe langs mijn venster nog, met ras gerucht, Een enkele, al te late vogel vliedt. En ver, daar ginds, die zacht-gekleurde lucht Als perlemoer, waar ied’re tint vervliet In teerheid…, Rust – o, wonder-vreemd genucht! Want alles is bij dag zóó innig niet. Alle geluid, dat nog van verre sprak, Verstierf – de wind, de wolken, alles gaat Al zacht en zachter – alles wordt zoo stil… En ik weet niet, hoe thans dit hart, zoo zwak, Dat al zóó moê is, altijd luider slaat, Altijd maar luider, en niet rusten wil. * Appena visibili dondolano su una lieve brezza Le bianche fioriture nel crepuscolo – vedi, Come ancora davanti alla mia finestra vola, Con voce svelta, un uccello già troppo tardivo. E lontano lassù, quel cielo tenuamente tinto, Come madreperla, dove ogni sfumatura s’invola Delicata…, Riposo – oh mirabile strana delizia! Ché durante il giorno non è tutto così intimo. Ogni suono, che ancora da lontano parlava, Affievolito – il vento, le nuvole, già tutto va Piano e più piano – tutto diventa così silente… E non so perché ora questo cuore, così debole, Già talmente stanco, batta sempre più forte, Sempre più forte, e non voglia riposare. *** Ik wijd aan U dees verzen, zwaar geslagen Van Passie, en Verdoemenis, en Trots, In doods-bleek marmer of dooraderd rots, Al naar mijn kunstnaars-wil en welbehagen. Zij zijn doorleefd: ‘k heb daarin neêrgedragen, Rijk-handig, al wat, in den loop des Lots, Aan menschen-liefde of hooge Liefde Gods, Dit dood-arm Wezen heeft te voelen wagen. Ik, die mijn Leven uit-te-zeggen zoek, Heb al mijn lieve voelen, zoeken, tasten En weten in dit somber boek gevat. En ‘k bied, met dit mijn eerste en laatste boek, Een laatsten groet aan U, die met uw vasten Stap naast mijn àl te wankle schreden tradt. * Dedico a Voi questi versi, duramente scolpiti Con Passione, e Dannazione, e Fierezza, In un marmo cereo o in una roccia venata, Secondo il mio volere d’artista e i miei aggradi. Sono stati vissuti: con essi ho dato supporto, Abile dovizia, già tanta, nel corso del Destino, All’amore degli umani o all’alto Amore di Dio, Questo miserrimo Essere ha provato il rischio. Io, che cerco l’espressione della mia Vita, Ho inciso in questo libro triste tutto il mio Vivo sentire, cercare, sondare e sapere. E offro, con questo mio primo e ultimo libro, Un ultimo saluto a Voi, che col vostro fermo Passo affiancaste il mio già vacillante andare. *** Gij, Die mij de eerste waart in ‘t ver Verleên, Toen alles was één schoone somberheid, Gij zult mij de allerlaatste zijn. Ik wijd Dit stervend hart U, met zijn laatste beên. Want àl mijn dwalingen en àl mijn strijd, En wàt ik heb geliefd en heb geleên, Het waren allen slechts als zooveel treên Tot waar Gij eeuwig troont in Heerlijkheid. Eéne, één’ moet zijn aan Wie ik alles gaf, En leven kan ik niet, dan als ik kniel, ‘t Zij voor Mij-zelf, een Godheid of een Droom: De Godheid stierf… Ikzelf ben als Haar Graf: Kom Gij dan, nu ik val… Ziel van mijn Ziel Die niets dan droom zijt… ‘k roep u aan: 0, koom! * Voi, che foste la mia prima nel lontano Passato, Quando tutto era di una bella malinconia, Sarete per me l’ultima di tutte. A Voi dedico Questo cuore morente, con l’ultimo suo appiglio. Perché tutti i miei errori e tutte le mie lotte, E quanto ho amato e preso in prestito, Erano soltanto come tanti scalini da dove Voi troneggiate eternamente Gloriosa. Una, una dev’essere a Chi diedi tutto, E non posso vivere se non inginocchiandomi, Che sia davanti a Me, una Divinità o un Sogno: La Divinità spirò… Io stesso sono come la Sua Tomba: Allora venite, ora che cado… Anima della mia Anima Che altro non siete che sogno… Vi invoco: Oh, venite! *** Laat mij nog éénmaal, in gedachten, kussen Die warme lippen, door mijn kus ontbloeid; Laat mij nog éénmaal aan dien boezem sussen Mijn arme hoofd, waarin de koorts-pijn gloeit. Laat mij nog eens, klein kindje, rusten tusschen Die armen, waar mijn hart aan was geboeid, In dien zoo lieven tijd, toen, zonder blusschen, ‘t Vereend gelaat door passie werd verschroeid. Mijn lippen kussen wild, mijn oog staat droef – Niet waar? gij lief! nu er geen lief meer wezen, Geen arm zich om mijn hals bewegen zal: Maar ik heb haast: mijn trekken worden stroef, Als in de koû des doods, mijn armen vreezen In beven, hangende op hun laatsten val. * Lasciate che baci ancora una volta, rimembrando, Quelle labbra calde dal mio bacio sbocciate; Lasciate che acqueti ancora una volta su quel seno Il mio povero capo, in cui arde una pena febbrile. Lasciate che riposi, piccino, ancora un istante tra Quelle braccia nelle quali era stretto il mio cuore, In quel tempo così soave, allora, senza estinzione, Il congiunto volto arso dalla passione. Le mie labbra baciano aride, il mio occhio è mesto – Non è vero? amore! ora che non c’è più amore, Non un braccio si muoverà intorno al mio collo: Ma ho fretta: i miei lineamenti si irrigidiscono Come nel gelo della morte, le mie braccia temono Tremando, appese alla loro ultima caduta. 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Sokol Zekaj, la forma dell’acqua (Traduzione di Arben Dedja)
La poesia di Sokol Zekaj è laconica e suggestiva. I versi hanno tutta la limpidezza e il colorito della sua bellissima terra, che lui ha conosciuto a fondo anche grazie alla sua professione. I riflessi nell’acqua del lago e delle alpi ravvivano ancor di più i colori, sfumando ogni aggressività e dolore. A. D. Lo scioglimento della neve Adesso le montagne non sono bianche, e la neve è sparsa come gregge in cerca d’ombra, dopo aver pascolato nelle cime dei raggi del sole, e ora fa gocciolare il latte in ruscelli luccicanti e sorgenti azzurre, e, lasciando indietro pratoline, sale sempre di più, verso malghe profonde. *** Sulla dolcezza e sul cuore La vera dolcezza è sempre cuore, Il cuore purtroppo non è sempre dolcezza, Disse Goethe. Franz Kafka tacque. *** Fiume Le vedove lavano i panni Dove il fiume è più profondo Le cose che lì per caso cadono in acqua Non verrano a galla mai più. *** La vendetta Si deve credere a Verlaine che chiamò Rimbaud “l’uomo dalle suole di vento”. Voleva dire che il poeta non era come Anteo. E infatti, quando i suoi piedi toccarono il suolo una rete fatale gli aveva tessuto la terra. *** Contrappunto Questi vecchi libri Appartengono alla mia fanciullezza. *** Penelope a Ulisse Non ci sono luna né stelle. Un carro attraversò il ruscello. Denso il silenzio come la punta di un pugnale. Quasi non c’è giorno, solo mattina e sera, E un calice di vino vicino al fuoco. Le serve portano il fuoco nella camera da letto E lunga e piovosa è la notte. *** Luglio L’alba viene presto. Con dita di brezza Ci tocca per svegliarci. Appena apriamo gli occhi È andata! Sole con scure spartana! *** Ulisse Mezzanotte. Un po’ di vento. Il lago Scioglie l’argento della luna. Guardo l’argento dell’anello. Dubito. *** Ulisse sul prato Mi sdraio. Azzurro il cielo Come un sogno. Ma Sospetto che l’erba Di nascosto Parli con i miei sandali. *** Un ricordo Così tanto tempo! Non ricordo il giorno, e cose così. Eh, no, neanche l’anno! Niente. È calma la notte. Ma la dimenticanza salva per noi le cose preziose come il limo delle inondazioni un anello, o una spilla regale. So che era mattino, e terso, azzurro, ore otto meno due. Tutto qui! *** Storia Questa scalinata di pietra di questa casa silenziosa, ricordo che una volta si scendeva come fosse una cascata. *** Albero Se si affacciasse il sole mentre sto sotto l’albero sarei sotto l’ombra dell’albero, ma il tempo e nuvoloso e l’albero mi illumina sotto l’ombra delle nuvole. Sokol Zekaj è nato nel 1948 a Koplík, vicino al lago di Scutari, e vive a Tirana. Si è laureato nella Facoltà di Agraria di Tirana e ha lavorato come specialista agronomo e come bibliotecario. Scrive soprattutto poesia, ma è anche traduttore dei simbolisti francesi, autore di saggi e di un romanzo. Con la raccolta Vera fantastike [L’estate fantastica] del 2003 ha vinto il Premio Nazionale di poesia del Ministero della Cultura d’Albania. L'articolo Sokol Zekaj, la forma dell’acqua (Traduzione di Arben Dedja) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Deniz Durukan: corpo, musica e potere (Traduzione di Nicola Verderame)
Nell’ultimo quarto di secolo la poesia turca ha visto il moltiplicarsi di voci che rappresentano le molteplici identità e istanze della Turchia contemporanea: dalla componente curda alle rivendicazioni queer e femministe, fino alla poesia di stampo religioso e conservatore, in un vero e proprio caleidoscopio letterario. Deniz Durukan (1966) è una delle autrici più attente alla riflessione tra corpo e potere. Nei suoi versi si innestano elementi pulp e ironici su un substrato lirico, in una trasgressione straniante che punta a minare il senso del pudore di stampo patriarcale, proprio partendo dalla corporeità. N. V. *** ognuno ha un’ombra che si allunga su di sé tante donne sono entrate nella mia vita le ho ammazzate tutte con un amore fascista nei capelli rossi di una diciassettenne sono avvenute esplosioni nelle sue vene hanno trovato frecce miste a sangue bisogna camminare, anzi correre nelle vie miste alle fogne come strumenti ad arco allungarsi avanti e indietro non ti ho dimenticato, dici con voce ostinata nascondi il tuo respiro traversiamo strade lastricate di pietra – di verde non ce n’è – le ragazze che hanno superato i trenta lasciano penzolare le gambe nel vuoto è tutto qui. *** come come le persiane delle case dagli alti soffitti sbatti sul mio muro ed esplode il mio ultimo pudore sul sedile posteriore di un’auto faccio sogni in frammenti ad esempio parliamo di rose e candelieri d’argento di una donna che si piega a sistemarsi le calze… moriamo dalla paura della solitudine passo con vergogna, con timore la strada svolto per una vita nera e irsuta un uomo cinese dalla pelle nuda si stende in me, e altipiani dritti, cervi scarlatti un piombo bagnato che esce dalla canna… abbiamo una paura folle di essere dimenticati parliamo di gerani non ci interessano il profumo delle violette la biancheria intima appesa al filo… ieri è ormai un faro spento; ai piani bassi di case strette tra loro, ci stringiamo come boccioli più si invecchia, più ci si concede una chance *** morso in te c’è l’odore dell’alga un ramo capovolto la fitta profonda che cela le incrinature eppure la primavera è colma di fiori sono venuta a te con una cesta avevo tagliato il ramo su cui ero salita infranto la monotonia delle strade corri, vieni a me dalle vie dove si allineano solenni dimore spiccano il volo tendaggi a due ali nemmeno i barattoli resistono all’ozio rotolano nella loro ristrettezza la tua carne non entra nell’alveare del buco nero come una schiuma bianchissima agli angoli di marciapiede si allineano uomini piccoli e ordinari spalla a spalla, come per un ballo accogliamo lo squallido odore dell’aria ecco, io amo le ragazze, le donne venditrici il raccoglitore di carta che cammina di lato io amo quel morso sulle tue labbra carnose *** fantasia epica ho la possibilità di germogliare conservate i miei semi o gettateli via dal mio gambo non appartengo più al bouquet cammino su me stessa con la miseria di questo quartiere, di questi pavimenti lucidi mi espando esaurendomi forse provo interesse per me stessa, ti bacio persino in quella parte di me come un drago di komodo ho indossato la tunica romana lunga sei metri esatti avvolgendola dalla vita alle spalle su questo letto povero il parlamento pagherà forse o farà pagare il suo tesoro con un pugnale di rame? di’ un po’, chi ci ha infilato in testa questa grammatica chi ha scritto questo testo sullo specchio di bronzo? guarda, tocco me stessa ormai non sono più una sola sono molte cose che dicano quel che vogliono non c’è una lista di cose da fare cioè possiamo cadere nel buco nero con un suono che viene dall’ignoto possiamo perdere l’equilibrio la vita non è acciaio inox è arte di carte ciò che scrivi è ciò che rimane *** Deniz Durukan è nata nel 1966 a Istanbul, dove vive. Ha pubblicato il suo primo libro di poesie, Şakağına Daya Beni (Appoggiami sulla tua tempia) nel 2005 e il suo secondo libro, Rugan (Cuoio), nel 2009. La sua terza silloge, Dokuz Katlı Sıdıka (I nove piani di Sıdıka) è uscita nel 2016.
Deniz Durukan è anche saggista e critica musicale: nei primi anni Duemila ha pubblicato due volumi sul rock turco, oltre a scrivere numerosi articoli sulla scena punk. Nel 2012 ha curato per la casa editrice Everest un’ampia raccolta di saggi sull’immagine della donna nella poesia turca contemporanea. Tra il 2015 e il 2016 ha diretto la rivista di cultura femminista Pulbiber. Nel 2021 è stata pubblicata la raccolta di poesie complete dal titolo Yakın Temas (Contatto ravvicinato) dalla prestigiosa casa editrice Kırmızı Kedi. Deniz Durukan continua la sua attività giornalistica per numerosi quotidiani e portali culturali. L'articolo Deniz Durukan: corpo, musica e potere (Traduzione di Nicola Verderame) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I miei aforismi delle Feste: “a Natale siamo tutti più vuoti, per questo tendiamo a riempirci di regali”
A Natale siamo tutti più vuoti, per questo tendiamo a riempirci di regali. * Se Cristo è l’Unto, Maria è necessariamente extra-vergine. * Credi a tutto quello che ti dicono e il mondo ti sembrerà meraviglioso. * Aveva una disonestà limpida, sapevi perfettamente che di lui non potevi fidarti. * Ogni amnesia ti ricorda che la memoria non è tutto. * Soffro di timidezza ontologica, divento rosso di vergogna non appena mi accorgo di essere. * E’ il sesso a essere cieco, non l’amore, il sesso senza tatto non esiste. * Tutti che tirano fuori l’amore per avere la scusa di tirare fuori i genitali. * La vecchiaia sarà il mio peccato di gioventù. * Illuminare male dei quadri è come ascoltare la musica con uno stereo scarso. * Nel futuro saremo tutti morti per miracolo. * Era un utopista: voleva mettere a tacere il silenzio. * Non essere sciocco, non avvertire un dolore, che poi si organizza, fatti furbo, avverti solo la felicità. * Anche fare male solo a una mosca significa essere ragionevolmente buoni. * “Ora tutto mi è chiaro” disse l’uomo diventato cieco. * M’innamorai di lei durante una tempesta: un colpo di fulmine. * Il niente accade. * Era sempre un passo avanti agli altri: precipitò. * Il Natale è una festa consumistica, la più vera delle feste: tutti ci consumiamo. * La morte ci perdona sempre mettendoci una pietra sopra. * Guerre, ustioni, lacerazioni, macerie. Una carezza come ultima utopia. L'articolo I miei aforismi delle Feste: “a Natale siamo tutti più vuoti, per questo tendiamo a riempirci di regali” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Da Maddamma alla poesia: cinque scrittici non convenzionali da leggere durante le vacanze
Puntualmente, mi viene richiesto di partecipare a liste di consigli di lettura e classifiche di fine anno. Stavolta, ho deciso di concentrarmi in particolare sulla letteratura femminile italiana contemporanea, segnalando autrici radicalmente diverse, dallo sguardo poetico non convenzionale. Anime diverse: sapienza esoterica, spontanea sensualità, profondità introspettiva, in rare, felici pagine questi tre movimenti interiori attraversano contemporaneamente l’ispirazione. Iniziamo con il ritorno di Manuela Maddamma, scrittrice dalla rarefatta eleganza risonante di sapienza arcana; come ho già scritto più diffusamente in una recensione su L’Indiscreto, L’affascino (Fandango Libri), fedele al titolo, è un romanzo che avvince il lettore come un filtro magico: ma al di là della fitta trama di riferimenti esoterici, mistici e letterari, al di là della magica ambientazione in una Roma spettrale, al di là della seduzione fatale del Sud Magico, colpisce la sprezzatura con cui si dipana il progressivo disvelarsi (quasi come nel finale di Shining, per tacere di Henry James) di un nodo karmico. Un’intuizione che ci riconduce (l’autrice, esperta di Giordano Bruno ne è ben consapevole) al legame antico tra filosofia orfico-pitagorica e conoscenza spirituale indiana. Cambiamo atmosfera, stile e visione: sono felice di tornare a parlare di Angelica Grivel Serra e del suo nuovo romanzo, L’anello debole (Haper&Collins). Rispetto a L’estate della mia rivoluzione (Mondadori, 2020), è evidente (quanto ovvia) la maturazione stilistica: non c’è più l’entusiasmo, nell’eloquio forbito e nel palpito emotivo, dell’enfant prodige pressoché ventenne, i cinque anni di distanza si sentono profondamente nella struttura e nella profondità dei personaggi. Parimenti, si sente l’eredità consapevole delle scrittrici sarde più importanti (non solo Michela Murgia, “madre d’anima” dell’autrice), nella presenza, variata con originale personalità, dei grandi temi di Deledda (colpa ancestrale, famiglia come rifugio e prigione, fascino e peso della tradizione, amore e rivolta verso). Angelica Grivel Serra rende la sua scrittura a sua immagine, ovvero fiera, severa quanto brillante, non facile ma seducente: i suoi riferimenti (dalla gravitas delle saghe familiari di Thomas Mann allo stile prezioso e all’indipendenza intellettuale di Virginia Woolf) emergono a uno sguardo più attento. Ne riparleremo presto. Passiamo alla poesia, tre voci completamente distinte. Un canto al tempo che mi assolva di Giorgia Mastropasqua (Les Flâneurs Edizioni), una delle più vivaci tra le Streghe Postmoderne (titolo di un suo libro del 2016 per Alter Ego Edizioni) ci offre un dettato poetico che scaturisce dal cesello novecentesco, ovvero verso libero ma vincolato a una necessaria musicalità. L’aspetto più interessante dei versi di Mastropasqua è l’intreccio, stilisticamente risolto, tra intimismo e ricerca esoterica: riferimenti a Kremmerz e Ioan Petru Culianu rendono l’idea dello spessore ermetico, eppure i suoi versi possono parlare a chiunque, per chiarezza espressiva: ci siamo riconosciuti molto nella percorso poetico dell’autrice lungo “i tortuosi percorsi del risveglio”. Diverso il caso di Extrareale (Edizioni Prufrock), d’Imperatrice Bruno. Fin dallo splendido nome (quasi un incantesimo della junghiana “magica autorità del Femminile”), ma anche per il suo spontaneo carisma, la giovane autrice s’impone all’attenzione: per contrasto, l’elegante portamento e il fascino spigliato si riversano in una scrittura poetica semplice, diretta, immediata. Bruno ci parla di esperienze quotidiane senza essere banale, affronta le confessioni sensuali con disarmante innocenza, sa giocare con equilibrio e interrogarsi con serietà. I titoli delle raccolte precedenti sembrano delineare un percorso interiore: Caratteri interi (2021), Volontà nobili (2022), Materia verticale (2024) e ora Extrareale. La dialettica fra carne e spirito, in un’ascesa continua. In conclusione, non posso che insistere: Flavia Cidonio. Mi ripeto dall’anno scorso: La città fantasma (Edizioni Ensemble), ma anche le sue prove precedenti, rivelano una voce poetica potente nella sua delicatezza: leggete i versi di Proscenio (oppure ascoltateli nel trailer della docuserie Desiderio curata da Francesco Esposito), smarritevi nella danza di immagini, allusioni, visioni che vi condurrà, con sommo pudore, in un Altrove dove decadono maschere e infingimenti, al cospetto dello splendore nudo della verità interiore. Davvero brava. L'articolo Da Maddamma alla poesia: cinque scrittici non convenzionali da leggere durante le vacanze proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Peter Semolič, un calderone poetico tra il metafisico e il paradosso (Traduzione di Michele Obit)
Nella sedicesima raccolta poetica intitolata Žalostinke za okroglo Zemljo’ (Lamenti per la terra rotonda) Peter Semolič – che debuttò sulla scena letteraria nel 1991, anno dell’indipendenza della Slovenia, ed è senza dubbio uno degli autori sloveni più importanti delle generazioni che iniziarono a esprimersi in quel periodo – ci mette di fronte a reti associative fittamente intrecciate, estremamente suggestive e purificate, ma spesso completamente libere, che si estendono da un punto di partenza concreto fino all’astratto, al presagio, al paradossale o al completamente inespresso. Continuando il percorso espressivo delle ultime raccolte, Semolič tesse poesie che assomigliano a un calderone in cui associazioni archetipiche, metafisiche ed effimere turbinano, serpeggiano e rimbalzano sullo stesso piano, e dove è sempre presente il taciuto, l’indefinito, il relativo. Una poesia che, come ebbe a dire lui stesso, «è un messaggio estremamente complesso che ci parla con la sua immagine visiva e sonora, ma anche con ritmo, pause, silenzi, illogicità e forse solo in ultima analisi con il significato, mettendo in discussione quelli già consolidati». M. O. *** Riscaldamento La gatta è sdraiata proprio in modo che la soglia tra l’anticamera e lo studio le faccia da tavolino, dove adagia le zampette e sulle zampette la testa, sospira, la vita è dura anche per i gatti, e si volta verso di me – ricordo una scena di Betty Blue il sesso non era mai stato così meravigliosamente sporco – l’amore mai così concesso una sensualità elevata, la ragazza è morta il ragazzo sta seduto alla macchina da scrivere, sul tavolino c’è la gatta che con la voce della defunta gli chiede scrivi, lui le ricambia lo sguardo e dice, sto riflettendo *** I resti del giorno Tra i resti del giorno anche un uomo dall’aspetto triste Un sentiero battuto, bordato dalla forsizia, si snoda attraverso gli uliveti sino alla spiaggia e a un uomo sulla soglia dei trenta, lui fissa un ciottolo sul palmo della mano – all’orizzonte il cielo tocca il mare con la tiepida passione dell’amante appassito Così ognuno per sé e allo stesso tempo uniti al sentiero se ne stanno immobili, mentre io vago ai bordi della scogliera e chiedo a qualcuno fuori dall’inquadratura se è tutto vero e se non c’è un’altra strada che mi possa portare via dalla vita come una malattia dalla vita per la morte, e la mia angoscia aumenta di una spanna quando la voce da dietro la cinepresa, simile a quella del film Otto e mezzo, con la erre moscia dice che quella porta è solo per me *** Evoluzione È la terza volta stanotte che vado al bagno stanotte come a metà strada in mezzo alla cucina per la terza volta sento come nello scantinato s’accende la stufa, uno scarico letale di fuoco che ci mantiene vivi Esistono esseri che i creazionisti possono spiegare solo con il tedio È la terza volta stanotte che vado al bagno Stanotte come a due terzi del cammino, dopo che rabbrividisco per lo scarico letale del fuoco, quando la stufa s’accende nello scantinato, già per la terza volta m’imbatto in un bellissimo orribile essere, ricoperto da una peluria marrone con lunghe antenne nere si fa strada attraverso l’anticamera e già per la terza volta si rizza come una gatta quando mi avvicino a lui con un dito del piede nudo Penso che i creazionisti potrebbero giustificare la sua esistenza solo con il tedio che si diffonde un venerdì pomeriggio attraverso il cosmo Stanotte per la terza volta incontrando un bellissimo orribile essere mi riprometto che lo cercherò in rete, mi informerò su come si chiama, stanotte, mentre per la terza volta vado al bagno e per la terza volta rabbrividisco quando con un rumoroso scarico di fuoco la stufa s’accende nello scantinato e ci prolunga la vita per ancora qualche giorno e qualche notte d’inverno, per la terza volta sorrido pensando che l’essere ricoperto da una peluria marrone, che si rizza quando mi avvicino a lui con un dito del piede nudo, probabilmente nemmeno esiste, il nome con cui si potrebbe richiamarlo dal nulla è stata la gente a conferirlo, e dopo tutto con noi non è molto diverso Peter Semolič è nato nel 1967 a Lubiana, presso la cui Facoltà di Lettere e filosofia ha studiato linguistica generale e sociologia della cultura. È autore di sedici raccolte poetiche. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Premio Jenko e il Premio del Fondo Prešeren. Nel 1998 ha ottenuto il Cristallo di Vilenica e nel 2016 il Premio Velenjica per i suoi dieci anni di eccezionale opera poetica. Scrive anche testi teatrali, letteratura per bambini, critica, inoltre traduce dall’inglese, dal francese, dal serbo e dal croato. È co-fondatore della rivista di poesia online slovena «Poiesis». L'articolo Peter Semolič, un calderone poetico tra il metafisico e il paradosso (Traduzione di Michele Obit) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Apollonio Rodio, La lunga notte di Medea (Traduzione di Stella Sacchini)
Le Argonautiche sono un poema epico alessandrino in quattro libri, 6000 versi e tre proemi. Rievocano l’antichissimo mito degli Argonauti e la spedizione: Giasone, per rientrare in possesso del regno del padre usurpato dallo zio, è costretto a recarsi nella lontana Colchide per riportare di là il vello d’oro; dopo aver radunato il fior fiore degli eroi, salpa da Iolco a bordo della famosa nave Argo; arrivato in Colchide, il re Eeta si dichiara pronto a cedergli il vello, a patto che superi una prova difficilissima, quasi impossibile; ma niente è impossibile all’amore – Medea, figlia di Eeta, maga ed esperta erborista, si innamora follemente dell’eroe greco e decide di aiutarlo a superare la prova, tradendo così il padre e la famiglia. La Medea di Apollonio è una Medea molto più giovane rispetto alle altre varianti del mito, un’eroina in formazione che non ha ancora oltrepassato il confine sottile, a senso unico, tra l’adolescenza e la giovinezza, tra il suo mondo d’origine, barbaro, dominato dalla magia e dall’irrazionale, e un mondo nuovo, quello greco, patria del logos. L’amore, come nella migliore tradizione platonica, è spinta, anelito, impulso all’attraversamento. E Giasone, suo malgrado, incarnazione inconsapevole e passiva di questo slancio. Il Giasone di Apollonio appare statico, privo di quella ferocia vitale che contraddistingueva l’eroe omerico, teso all’isolamento più che all’auto-affermazione, senza ambizioni di gloria. S.S. Argonautiche, dal libro III Fitto e denso era il sonno che scioglieva le pene a Medea, stesa sul letto. Ma sogni infausti messaggeri di inganni e morte – sogni di anime in pena – non le davano tregua. Tutta tremante e spaventata saltò dal letto – all’intorno soltanto i muri della sua stanza – a stento riprese fiato, l’anima intanto le tornava nel petto, e poi gridò forte: “Povera me, che sogni terribili mi danno il tormento! Temo che il viaggio degli eroi porterà gravi sciagure. Per lo straniero il cuore nel petto batte come impazzito”. Disse e s’alzò di scatto a spalancare le porte alla stanza, scalza e mezza nuda. Passò la soglia del cortile, davanti casa si fermò a lungo, a fissare il vestibolo, paralizzata dalla vergogna. Apriva un fitto viavai: fuori dalla sua stanza e poi dentro di corsa pentita. Poveri piedi, persi appresso a mille vani andirivieni. Quando partiva, la vergogna la costringeva a fermarsi; stretta dalla vergogna, la rendeva ardita il desiderio. Tre volte andò, altre tre volte indietro tornò. La quarta volta presa da svenimento cadde sul letto, tutta sconvolta. Tenebre sopra la terra portava e spargeva la notte: marinai in mare miravano l’Orsa e le stelle d’Orione, viandanti in viaggio e guardiani sognavano il sonno soave. Come una spessa coltre, il sonno avvolgeva pure la madre orfana dei propri figli. Cessati i latrati dei cani, niente più echi di suoni e frastuoni. A regnare il silenzio: solo avvinghiava la notte, notte nera sempre più nera. Ma la notte non distillava sonno di miele a Medea, presa tra mille pensieri e il desiderio dello straniero, stretta da folle paura dei tori e di un destino crudele che l’avrebbe distrutto, mentre lottava sul campo di Ares. Dentro al suo petto il povero cuore batteva impazzito. Lacrime di compassione sgorgavano a fiotti dagli occhi; dentro una pena la corrodeva senza darle mai tregua, sotto pelle a fuoco lento la consumava, fino ai nervi, quelli sottili, all’osso basso del collo, negli interstizi dove il dolore si insinua pungente quando gli Amori ficcano frecce di patimenti dentro al petto dell’uomo. Ora pensava di consegnargli il filtro che doma i tori; ora pensava di non farlo più, ma di morire anche lei. Subito corse a cercare il cofanetto che custodiva tutti i suoi filtri – filtri che uccidono e filtri che curano. Sulle ginocchia lei l’appoggiava, mentre afflitta versava lacrime a fiotti sui seni – dei fiumi gonfi e senza freni –, stretta da tristi pensieri sulla sua misera sorte. Solo un desiderio: scegliere i filtri mortali e inghiottirli. Povera donna, smaniosa di tirarli fuori, scioglieva già i lacci del cofanetto. Ma tutto d’un tratto la strinse dentro un terrore tremendo dell’odioso regno dei morti. Muta restò a lungo, e piena d’orrore. Davanti ai suoi occhi come visione sfilava la vita, e i suoi dolci piaceri; e ricordava bellezza e gioia, le delizie dei vivi. Quando poi si levò, il sole le apparve più dolce di prima. Apollonio Rodio (Alessandria 290-215 a.C.) fu il più illustre – e infedele – allievo di Callimaco. Fece parte del gruppo di intellettuali alessandrini del Museo, fu direttore della Biblioteca e precettore del futuro Tolomeo III Evergete, terzo sovrano della dinastia tolemaica. L'articolo Apollonio Rodio, La lunga notte di Medea (Traduzione di Stella Sacchini) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il destino di Lalleshwari, nuda nel nome di Dio
Quando si cerca Dio bisogna sciogliersi come neve all’acqua. E Lalleshwari voleva provarci davvero, iniziando a fare quello che nessuno fa: invece di migliorare la propria vita, ha messo in discussione l’idea stessa di averne una. Se esiste qualcosa come l’Assoluto, pensava, non può stare accanto al resto, ma deve mangiarselo. Nel linguaggio dei filosofi si parlerebbe di Uno, emanazione, ritorno. Lei non conosceva quelle parole. Aveva però i pozzi del villaggio, il freddo del Kashmir, il corpo che invecchiava, e li faceva passare nella lingua, nella fatica, nel respiro. Così, quando si è tolta i vestiti, si è tolta anche la paura di appartenere a qualcuno, che fosse un marito o una casta. Non ha più accettato che il nome di Dio servisse a tenere in piedi la sua gabbia. Guardava con sospetto il modo in cui si parlava del divino, le formule in sanscrito, le parole alte che dicevano tutto di Dio e molto poco della fame. Lalla aveva capito che quel linguaggio non la riguardava, non perché fosse atea, ma perché la fede, così, era diventata un muro. Ha scelto di tradire quella architettura. Ha preso il nome più grande, Dio, e lo ha portato in strada con la lingua dei campi. I suoi vakh sono nati come sabotaggio Brevi frasi in kashmiro, dette a voce, senza pergamene né autorizzazioni. La comunità l’ha sempre vista come una minaccia. Una donna che prega fuori dal tempio, che parla di Dio senza intermediari, che rifiuta l’ordine dell’obbedienza, era sicuramente un corpo sbagliato. Per questo veniva derisa, ma allo stesso tempo temuta e venerata. Lalla non ha cercato di convincere nessuno, ha semplicemente smesso di collaborare con l’idea che Dio coincida con le regole sociali. Ha cercato di smontare il linguaggio della mistica, le promesse di premio e le minacce del castigo. Ha iniziato un lavoro di disarmo, togliendo al pensiero ogni alibi, ogni tentativo di “capire” Dio diventava sospetto, come una pretesa di possesso. Il potere religioso ha imparato a chiamarla santa, poi poetessa. Ma la sua forza stava nel rifiuto di ogni appartenenza: era una brahmanica che tradiva la casta; una donna che rifiutava il copione femminile; una figura che parlava una lingua amata da induisti e sufi, senza diventare bandiera di nessuno. Lalla era un’infedeltà permanente. Il lascito di Lalleshwari è che la trasformazione spirituale non è un’esperienza consolante ma uno strappo. E non avviene quando troviamo le parole giuste, ma quando smettiamo di usarle per coprire ciò che non vogliamo vedere. Lei ha mostrato che non si può pronunciare il nome di Dio e, nello stesso tempo, continuare a difendere i propri privilegi. Ha dimostrato che una coscienza che ama sul serio il divino non si eleva, ma perde pezzi fino a diventare irricevibile per l’ordine comune. Lalla non è mai riuscita a sistemare Dio in un posto che la lasciasse tranquilla. Ha vissuto senza protezioni tra l’Uno e il fango, senza mai mettersi al sicuro. Bio – Lalleshwari, chiamata Lalla o Lal Ded, nasce nel XIV secolo nel Kashmir in una famiglia brahmanica. Sposa giovanissima, abbandona la vita domestica e intraprende un cammino spirituale legato allo Shaivismo kashmiro, in dialogo sotterraneo con la sensibilità sufi. I suoi vakh, canti brevi in lingua kashmira, circolano oralmente per secoli prima di essere raccolti: frammenti di una ricerca radicale sulla dissoluzione dell’io e sulla presenza del divino nella vita quotidiana. È oggi riconosciuta come una delle voci più potenti della mistica del Kashmir, venerata oltre i confini religiosi. L'articolo Il destino di Lalleshwari, nuda nel nome di Dio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Oriente
Jan van der Haar e le apocalissi della vita (Traduzione di Patrizia Filia)
Jan van der Haar (Paesi Bassi, 1960) è poeta e traduttore letterario. Ha pubblicato finora tre raccolte di poesie: nel 2012 Vrolijk scheppen (Creare con allegria), nel 2014 Ouderliefde (Amore genitoriale) e nel 2019 Eerst de bries, daarna de bomen (Prima la brezza, poi gli alberi). Nel 2011 vince il premio Poëzie-award per la poesia “De ruil” che apre la raccolta Vrolijk scheppen, nell’ambito del festival Utrecht su Utrecht. Nel 2015 tre sue poesie, tradotte da Gandolfo Cascio, escono in Italia nel terzo numero di «Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea». Nel 2022 altre tre sue poesie, sempre tradotte da Gandolfo Cascio, escono nel quarto numero della rivista italiana «Letteratura e Pensiero». Ha tradotto in nederlandese raccolte poetiche di Giorgio Bassani (Epitaffio), Elsa Morante (Alibi) e Eugenio Montale (Altri versi), nonché circa settanta opere in prosa quali, tra altre, Solus ad solam e Notturno di Gabriele d’Annunzio; Kaputt, La Pelle e altre cinque opere di Curzio Malaparte; Il giardino dei Finzi-Contini, Gli occhiali d’oro e Dentro le mura di Giorgio Bassani; Giù la piazza non c’è nessuno di Dolores Prato; Le piccole virtù, Lessico famigliare e Mai devi domandarmi di Natalia Ginzburg; la pentalogia M di Antonio Scurati e Prima di noi di Giorgio Fontana. Prima di conoscerlo personalmente, mai mi sarei immaginata che questo infaticabile traduttore olandese di molti autori italiani di gran peso potesse essere anche poeta, e poeta di tanta leggerezza e ironia, presenti sia quando scrive di sé o del mondo che lo circonda. Si potrebbe dire che è la leggerezza e l’ironia della disperazione, scaturite da una vita intensamente vissuta, a volte tribolata, dall’infanzia fino alla maturità, quest’ultima bellamente immortalata nella foto di Saar Rypkema. Allora, traducendolo non posso fare a meno di sorridere con affetto a quell’adolescente in vacanza in Zelanda, confrontato con la sua incerta identità e con la voglia e il timore di scoprire in cosa consistono davvero le apocalissi. Traducendolo ritrovo l’adolescente che sono stata, altrettanto incerta e in ricerca. P.F. *** Zomer in Zeeland I Streekromans lezen op je buik zoals Een nest vol tuinfluiters op het tapijt in de pronkkamer. Je laten afleiden door minder leeslustigen die je Bloody Mary lieten horen en je plooiden naar de schrik der zee. Het was zomer en dit was je grote logeervakantie. Je leefde want je wist niet beter en de wereld wilde jou doen uitvinden. Misschien lag er wat verborgen in de vette worstenballen bij het ontbijt. Je was al voorgelicht in de wonderen van het Zwarte Woud die scholen in een pengetekende gevarendriehoek. Je snapte er geen bal van vond het allerminst alarmerend er was zoveel wat je niet snapte en je was niet bang. Je verheugde je op de zondagse bolus. * Estate in Zelanda I Leggere romanzi regionali come Un nido pieno di beccafichi disteso prono sul tappeto del soggiorno. Lasciarti distrarre dalla meno voglia di leggere che Mary la Sanguinaria ti suscitava e che ti piegava al dominatore dei sette mari. Era estate ed era la tua grande vacanza da ospite. Vivevi perché non sapevi fare altro e il mondo voleva che tu scoprissi. Forse c’era qualcosa di nascosto negli unti polpettoni a colazione. Eri già informato delle meraviglie Della Foresta Nera figurate in un triangolo di avvertimento disegnato a penna. Non ci capivi un tubo senza trovarlo per niente allarmante e c’era così tanto che non capivi e non avevi paura. Ti rallegravi pensando al dolce domenicale. *** Zomer in Zeeland II Je was op zoek zonder te weten waarnaar. Je sloop hun kamer in deed hun kledingkast op een kier bevoelde lingerie het ondergoed van de heer en vrouw des huizes: Chick was een dame op een man die aan haar vastgeangeld oogde. Je wist het wereldraadsel gestuit maar hoe moest dit nu afgehecht? Je bladerde angst en zucht door in een poedergeel licht van buiten dat je bij je positieven bracht. Tot de dochter des huizes tongde helle- kringen hemelsferen explosieven openden Avondsterren openbaarden apocalyptische tienerhersenspinsels die via de aorta en de kransslagaders je hart bereikten en er een potje van maakten worstelend met de janboel. * Estate in Zelanda II Eri in cerca senza sapere dove. Ti intrufolasti nella loro camera socchiudesti il loro armadio palpasti la biancheria intima del signore e della signora di casa: la rivista con una madama su un uomo come inchiodato a lei. Sapevi di esserti imbattuto nell’enigma del mondo ma cosa dovevi fare per scioglierlo? Sfogliasti angosce e sospiri nella luce di fuori giallognola che ti fecero tornare in te. Finché la figlia di casa non si mise a slinguare aprendo bolge infernali esplosive sfere celesti svelando stelle serali spiattellanti apocalissi adolescenziali che attraverso l’aorta e le arterie coronarie avrebbero raggiunto il tuo cuore provocando un tumulto in lotta con il caos che era il tuo. *** Zomer in Zeeland III Het platenmeubel was een toverdoos op poten die Sophietje ranja liet drinken met een rietje. En zo was alles nieuwer dan je nieuw wist. Boven stond de kaptafel van de gastvrouw met twee zijspiegels die onbekende slinkse kanten boden van je onvermoede profiel. IJzend viel je blik op een wit piepschuimen dameshoofd met een krullentooi: de pruik van je onechte tante voelde je. Hij glansde aubergine en geurde zacht naar sandelhout. Met trillende handen pakte je het wonder op en misschien is daar je zelfspot wel ontstaan. Je greep met een ruk naar een lipstick bracht die naar je mond. Hij maakte fiere felle vegen die je nog meer deden gruwen van je eigen ik en je mijmerde waarom ben ik ook geen vrouw dan kon ik iemand anders wezen iemand die zich van zichzelf zou weten te verlossen. Mocht de ultieme, tomeloze verlossing bestaan. * Estate in Zelanda III Il mobile dei dischi era una scatola magica su gambe che faceva bere a Ninuccia cedrate con la cannuccia. E così tutto era più nuovo di quanto tu trovassi nuovo. Al piano di sopra c’era la toletta della signora con due specchietti laterali che riflettevano lati sconosciuti del tuo inaspettato profilo. Il tuo sguardo cadde aborrito su una testa di donna di polistirolo bianco con sopra un copricapo ricciuto: era la parrucca della tua finta zia. Scintillava color melanzana e odorava leggermente di legno di sandalo. Con mani tremanti prendesti la meraviglia ed è forse proprio allora che nacque la tua autoironia. Con uno scatto afferrasti un rossetto e te lo portasti alle labbra. Impresse fieri sfregi sgargianti che ti fecero ancora più inorridire di te stesso e riflettesti sul perché non eri anche tu una donna nel qual caso avresti potuto essere qualcun altro in grado di liberarsi di se stesso. Fosse mai esistita l’ultima e smodata redenzione. *** Zomer in Zeeland IV De juunlucht zinnenprikkelde je wangen en de zilte kreten van de zwaluwen boven je hielden de verwachtingen laag gestemd. Het eten was telkens een dringende massa om doorheen te werken zonder morren met beschaafde ellebogen zonder smakken. Het Onze Vader van onechte tante was inmiddels uitgejengeld: ‘Uw naam worde hegeiligd…’ en dat hebeurde in de gemelen. O de gebakken eieren met spek sputterden in de pan en knisperden op je tarweboterham. Om de beurt klonk: ‘Here zehen deze spijze.’ De dochter des huizes gaf je goede bekomst: ‘Jananne zumme hen vrieje?’ Je schrok helegans. Het klonk alsof je mee moest naar het stadhuis. De trap op naar de hanenbalken naar het hokje met veel houtbetimmering en daar vlijde je de Zeeuwse Jacoba neer op een paardendeken om kuis en koninklijk over haar heen te buigen. * Estate in Zelanda IV L’aria cipollosa ti pizzicava le guance e le grida saline delle rondini sopra di te tenevano accordate basse le aspettative. Il pasto era ogni volta una massa pressante da ingollare senza brontolare masticando a bocca chiusa e con gomiti ben educati. Il Padre nostro della finta zia cominciava intanto a gragnolare: “Sia santificato il tuo nome…” e quello accadeva nei cieli. Oh le uova fritte in padella con la pancetta e sfrigolanti sulla tua fetta di pane. A turno risuonava: “Signore benedici questo cibo.” La figlia di casa ti dava più che a sufficienza: “Jananne vieni con me?” Da rimanerci stecchito. Come se tu dovessi accompagnarla all’altare. Dalle scale fino alle travi portanti fino al gabbiotto con rivestimenti in legno e lì ti mettevi a coccolare la zelandese Jacoba stesa su una coperta per cavalli chinandoti su di essa casto e solenne. L'articolo Jan van der Haar e le apocalissi della vita (Traduzione di Patrizia Filia) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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