Da un appello apocrifo di Aldo Palazzeschi. Amici poeti, bando ai pudori: ne va
del futuro di noi rimatori! L’onorevole Grandi, in un discorso solenne, ha
dichiarato che non dovrà più esserci un’Italia di letterati e poeti. Conosco da
tempo Dino Grandi, non l’ho mai sentito parlare che non avesse ragione; ma
questa volta ha torto, finalmente! In Italia tutto è poesia, e così dev’essere.
Grandi considera l’arte poetica un ozioso perditempo? Bene: rendiamola pratica.
Procederei per gradi, cominciando con l’elenco degli abbonati al telefono.
Quando la rete telefonica milanese non andava oltre Lecco, Rho, Como, Monza e
Brunate, proposi alla direzione dei telefoni di stampare sull’elenco questo
titolo in versi: “Degli abbonati or ecco / l’elenco qui vi do: / Milano, Como,
Lecco, / Monza, Brunate e Rho”. La direzione d’allora non accettò la proposta.
Ebbene, oggi mi rivolgo alla Stipel, proponendone un altro: “Signori utenti di
dovunque sia / questo è l’elenco della Lombardia”. Attendo risposta.
Un altro onorevole ha ordinato: “Via le parole straniere dalle insegne
italiane!” Ci aggiungerei: “Al loro posto, insegne poetiche!” Escludiamo
“Coiffeur pour dames”? Benissimo, ma sostituiamolo con due italici ottonari:
“Qui c’è gusto, arte e amore / Parrucchiere per signore”.
E fin qui non siamo che al punto di partenza. Se in Italia tutto è canto, perché
non debbono essere melodici anche i regolamenti? Per esempio negli uffici
ministeriali: “In questo luogo ognun stia bene attento / ch’è vietato sputar sul
pavimento”. La regola sarebbe più accetta se la si redigesse poeticamente. In un
giardino pubblico: “Chi qui passa o un po’ dimori, / lasci stare piante e
fiori”, “Il Comune si riserba / di punir chi pesta l’erba”. Faccio inoltre
formale proposta al Reale Automobile Club di adottare senz’altro cartelli in
versi, per leggere i quali l’automobilista, costretto a rallentare, eviterà
scontri, investimenti, disgrazie e altro materiale per la cronaca nera: “Da
questa parte, onde evitar pericoli, / non si permette ingresso di veicoli”,
“Frena la corsa ansiosa: / svolta pericolosa!”.
Perché non bandire un concorso tra i poeti d’Italia? L’avvertimento rimato
carezza l’orecchio, si imprime più presto nella memoria e non lo si dimentica
più. Noi italiani siamo sempre un po’ riluttanti agli ordini bruschi e recisi,
ma chi oserebbe trasgredire un monito premuroso come questo: “Son pregati i
signori e le signore / di non parlare col manovratore”? È questione di
psicologia! Tutti siamo disposti a accettare sorridendo una quartina ben
composta e civettuola; e la ripeteremmo a noi stessi e agli altri così come
cantiamo un motivetto orecchiabile, con vantaggio generale. “Si sale dalla parte
posteriore e si scende dalla parte anteriore”: sentite come è brutto? E anche
volgare.
Quale diversa armonia, invece, nel seguente buffetto: “S’eluder vi cale / le
multe e l’ammende / di dietro si sale, / davanti si scende”. O in questi altri,
succinti e compendiosi: “Non scendere o salir se il tram è in moto: / cader non
vuoi, né spenzolar nel vuoto”, “Colui che igiene e buon costume cura / non deve
mai sputar nella vettura”. Anche il recipe del medico, in metrica, s’aggrazia:
“Sale inglese alla mattina, / dieta liquida, aspirina”. È un sollievo, già ti
senti meglio.
E gli avvisi sacri nelle chiese? “Per quei che molto alla cassetta danno /
indulgenza plenaria tutto l’anno”. Pian piano arriveremo a una tale diffusione
dei versi che l’orario ferroviario diventerà un poema: “Va il direttissimo / con
la sua soma: / Torino-Genova, / Livorno-Roma. / Quando si muove / sfrecciar lo
senti, / parte alle 9, / giunge alle 20”.
A noi, dunque, poeti! L’idea è lanciata, l’ora è propizia. Il gioco è fatto. E
il dado? E’ tratto.
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Tag - Poesia
di Pietro Fucile
Il 21 marzo non segna solo il risveglio della natura, è anche la Giornata
Mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 per celebrare la parola
poetica come custode della diversità linguistica e ponte universale tra i
popoli. In Francia, l’iniziativa “Le Printemps des Poètes” trasforma le città in
palcoscenici a cielo aperto, portando i versi fin nelle metropolitane e nelle
scuole come un bene pubblico essenziale. Per portata e partecipazione, è
considerato il più importante evento poetico al mondo. In Italia, sebbene la
giornata si animi con letture e incontri nelle biblioteche, la ricorrenza non
gode ancora del rilievo che meriterebbe. Una carenza che invita a una seria
riflessione.
In un’epoca dominata dall’utilitarismo, dalle performance e dalle skills, lo
spazio per la poesia tende a contrarsi. Tuttavia, quando a questo scenario si
aggiungono arroccamenti identitari e dispute territoriali, tali spazi rischiano
di ridursi a “riserve per reietti”. È opportuno ricordare che la storia
letteraria italiana ha talvolta sofferto di una parzialità geografica persino
nelle sedi istituzionali. Emblematico è il caso delle linee guida ministeriali
del 2010, quando l’elenco degli autori suggeriti per i programmi scolastici
escluse paradossalmente le grandi voci del Mezzogiorno, anche se premi Nobel
come Quasimodo.
Eppure, di poesia c’è bisogno. Non di una poesia “istituzionale”, non di
esercizi di stile, ma di “un pane quotidiano” che ci faccia sentire il battito
del vicino e il respiro della terra. Franco Arminio ci ricorda che la poesia è
“l’arte di fare attenzione”, un modo per riparare le crepe del mondo partendo
dai margini, dai paesi abbandonati, dai silenzi che nessuno vuole più ascoltare.
Non è un lusso per pochi, ma una misura di igiene spirituale necessaria per
restare umani quando tutto intorno ci spinge a diventare algoritmi.
In Francia lo hanno capito bene, hanno anche le “Village en poésie”. Lì la
poesia non è chiusa nelle accademie, per tutto il mese di marzo, abita le
strade. Durante il Festival “Printemps des Poètes”, i versi diventano affissioni
pubbliche, occupano i vagoni del metrò, si mescolano al rumore del traffico. È
una poesia civile che si sporca le mani con la realtà.
Proprio da questa terra è fiorito uno dei gesti poetici più necessari del secolo
scorso, quello di Boris Vian. La sua canzone “Le Déserteur” è una poesia che si
fa atto di disobbedienza d’amore. Scritta nel 1954, nel pieno della guerra
d’Indocina, Vian scrive a “Monsieur le Président” per urlare che la vita è sacra
e che non ha intenzione di uccidere povera gente. C’est actuel, n’est ce pas?
È questa la forza che manca oggi: una poesia che sia ponte e non muro, che ci
dia il coraggio di disertare l’odio e di riscoprire la meraviglia. Insegnare
Quasimodo o ricordare Vian – come ha fatto, con sensibilità rara e alla sua
maniera, Dargen D’Amico all’ultimo Festival di Sanremo – non è un dovere
burocratico, ma l’unico modo che abbiamo per non morire di solitudine in mezzo
alla folla.
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L'articolo Di poesia c’è bisogno. In Francia lo hanno capito bene proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Insieme a Bertolt Brecht e Alfred Andersch, Erich Fried (Vienna 1921 – Londra
1988) è stato il mio poeta di riferimento da quando l’ho ascoltato per la prima
volta a Gießen, nel 1977. Poeta di riferimento perché mi sono sempre potuto
fidare della sua lingua. Una lingua ridotta all’essenziale ma scaltra
nell’evitare i risucchi della tradizione e i vicoli ciechi dell’auto
rappresentazione che hanno determinato tanta poesia europea di fine secolo. In
uno dei nostri incontri, dopo una sua serata a Francoforte, non so per quale
motivo egli sentì il bisogno di confidare a un suo lettore, qual io ero, che
dopo decenni di poesia impegnata si dispiaceva di avere scritto pochissime
poesie d’amore per la sua compagna e sull’amore come principio esistenziale.
G. C.
Prima che io muoia
Parlare ancor una volta
del calore della vita
affinché almeno alcuni sappiano:
Non è calda
ma potrebbe essere calda
Prima che io muoia
parlare ancor una volta
d’amore
affinché almeno alcuni dicano:
C’era
deve esserci
parlare ancor una volta
della felicità di una speranza di felicità
affinché almeno alcuni chiedano:
Cosa era
quando ritorna?
***
Essere pronti era tutto
Per prepararmi
agli assedianti
imparai
a ristringere sempre di più
il mio cuore
Ci volle molto tempo
Adesso dopo anni di esercizio
mi si arresta il cuore
e morendo vedo la mia terra
come se mi fossi
assediato da solo
dall’interno
e avessi vinto:
Vuoto assoluto
In lungo e in largo
nessuna scala per l’assalto
nessun nemico
***
Autunno
La presi per una foglia appassita
in ascesa
Dopo sulla mia mano:
una farfalla gialla
Non durerà più a lungo
di una foglia
che deve cadere
in questo grande autunno
(e io non più a lungo
di una falena gialla
nel tuo amore di grande flusso
e riflusso)
e pur palpita
e mi accarezza la mano
su cui si muove
e non lo sa
***
L’amore e noi
Che ci deve l’amore?
Quale aiuto
ci ha recato l’amore
contro la disoccupazione
contro Hitler
contro l’ultima guerra
o ieri e oggi
contro la nuova paura
e contro l’atomica?
Quale aiuto
contro tutto
quello che ci distrugge?
Proprio nessun aiuto:
l’amore ci ha traditi
Che ci deve l’amore?
Che dobbiamo noi all’amore?
Quale aiuto
gli abbiamo recato
contro la disoccupazione
contro Hitler
contro l’ultima guerra
o ieri e oggi
contro la nuova paura
e contro l’atomica?
Quale aiuto
contro tutto
quello che lo distrugge?
Proprio nessun aiuto:
Abbiamo tradito l’amore.
***
L’ultimo buon consiglio
Dietro la siepe se ne stanno
vita e morte
Entrambe mi chiamano
entrambe vogliono darmi un consiglio
Dietro la siepe
sento le loro voci
non devo attraversare la siepe
non le devo vedere
“Smettila di amare la tua infelicità
e ama la tua felicità!
Ancora oggi! Non ti resta più tanto tempo!”
esclama una delle voci
L’altra dice:
“Abbi caro quel che ami
Anche amarne l’infelicità può essere felicità
e cambiare l’amore reca infelicità”
Poi insieme dicono: “Va’!”
e io vado sapendo che
una è la mia morte
e una la mia vita
L'articolo Erich Fried, una lingua ridotta all’essenziale (traduzione di Gino
Chiellino) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Hélène Swarth (1859-1941) è stata una poetessa, novellista e traduttrice
olandese, autrice di innumerevoli poesie pubblicate e le più vendute nel periodo
tra il 1880 e il 1940. Nata ad Amsterdam, aveva trascorso gran parte della sua
infanzia in Belgio. Le prime poesie le aveva scritte in francese, sotto
l’influsso del poeta Alphonse de Lamartine, per poi passare alla lingua materna.
A partire dalla sua raccolta d’esordio in nederlandese nel 1884, Eenzame bloemen
(Fiori solitari) fino al 1920, tutte le sue raccolte pubblicate furono
ristampate più volte. Dopo quell’anno, l’interesse per le sue nuove opere
diminuirà sensibilmente, ma le antologie delle sue opere precedenti
continueranno ad avere successo presso i lettori, almeno fino all’invasione
tedesca dei Paesi Bassi.
Swarth è l’unica autrice accolta nel movimento letterario innovatore “Tachtig”
(Ottanta), sviluppatosi nei Paesi Bassi tra il 1880 e il 1894. All’inizio della
sua carriera, allora lei ventenne, i critici letterari e i poeti legati al
movimento l’avevano subito considerata una di loro. Il critico e poeta Pol de
Mont l’aveva elogiata definendola “la prima tra tutte le poetesse olandesi del
passato e dell’avvenire” e non meno fece Willem Kloos (1859-1938), poeta nonché
iniziatore del movimento, considerandola “il cuore canoro della nostra
letteratura”. Per inciso, quando nel 1892 uscì di Swarth l’antologia Poëzie, di
Kloos non era ancora uscita la prima raccolta. Ma anni dopo, la tanto apprezzata
poetessa venne ricoperta di critiche negative, con l’accusa di non rinnovare
abbastanza la sua poesia e quindi di non essere più annoverabile nel movimento.
Chissà, forse certi suoi colleghi poeti erano rimasti contrariati dal fatto che
avesse più successo di loro e anche che non partecipasse di buon grado alle loro
mondanità.
Quando muore in tarda età nel paese di Velp, nell’Est dei Paesi Bassi, del
grande interesse che le sue poesie avevano suscitato vi era rimasto pressoché
nulla. Era caduta di colpo nell’oblio, al punto tale che la si pensava scomparsa
da tempo. Due anni dopo la sua morte uscirà l’ultima delle sue tante raccolte,
Zus (Sorella), che passerà inosservata.
Ma del tutto dimenticata non lo è: molte città olandesi hanno una via che porta
il suo nome, poeti contemporanei connazionali la rievocano, tra altri Gerrit
Komrij, che ha incluso sette poesie di Swarth nel suo ampio florilegio dedicato
alla poesia nederlandese dal 19mo al 20mo secolo, e Ramsey Nasr, che le ha
riservato un posto nella serie di ventun filmati “Dichter Draagt Voor” (Il Poeta
Recita), dedicata a poesie da lui scelte di poeti olandesi dal 14mo al 21mo
secolo. Di Swarth ha scelto la poesia Sterren (Stelle), che si può ascoltare
recitata da lui sul sito della serie:
https://dichterdraagtvoor.nl/videos/sterren/
La foto che qui ritrae Hélène Swarth è del fotografo, litografo e editore
belga-francese Jules Géruzet, è stata scattata il giorno del ventesimo
compleanno della poetessa, e fa parte della collezione dell’Archivio Nazionale
belga a Bruxelles.
P.F.
Stelle
Oh, le sante stelle immortali, alte sopra il mio capo mortale,
Dove la fede con la sua fiducia infantile un tempo mi aveva promesso un cielo,
Quando questi occhi si chiuderanno per sempre e questo corpo sarà portato alla
tomba,
Oh, le stelle silenti e incomprensibili! oh, la misteriosa schiera della notte!
Caro, il giorno è così frugale e frenetico, per piccole e materiali cose
soltanto,
E gli umani negano la propria anima e nessuno a chiedere la vita eterna.
Vieni con me dove la santa notte chiama con i suoi occhi stellati,
Dove un soffio d’amore ci aleggia intorno e la Speme con la sua coppa ci beve.
Caro, un giorno moriremo entrambi, insieme o ognuno di noi da solo,
E la tomba è così fonda e il cielo così alto e se Dio esiste nessuno lo sa.
E non ho altro che la voce del mio cuore, che mi promette la vita eterna,
E le sante stelle immortali, alte sopra il mio capo mortale.
***
Rosso autunnale
In un cupo verdognolo una vivace macchia di rosso:
Un tetto che si arrossa, una fiamma di gladiolo,
Una mela carnicina o una cresta di gallo,
Mi conforterà per la morte dell’estate?
Oh, la tragica e lenta caduta dal tronco
Foglie scarlatte nel fossato brunastro
La vitacea selvatica, o in sollecito scorrere
Il suo sangue, rassegnato agnello sacrificale d’autunno.
Una paura tremebonda mi afferra e mi spinge in avanti,
Mi afferra per la gola e mi toglie il coraggio di vivere.
Ad Ovest risplende un portale cremisi,
Dietro il quale sospetto un crimine, strano e crudele.
L’ottobre spietato ha ucciso il Sole;
La sua spada è rossa, il suo mantello gocciola di sangue.
***
Albero d’autunno
Conosco un albero che se ne sta solo a morire,
Con i suoi rami sottili allargati nell’aria,
Come le ali di un uccello gigantesco: – vuole
Rifuggire la terra dovendo rinunciare alla gioia.
Oh, albero tenero, che sdegna i frutti pesanti
E l’arancione sgargiante e le tinte incarnate!
Luce eterea, come piumaggio sbiancato, la tua
Fragile fronda che vaga sui sospiri del vento.
Oh, albero! sento le tue foglie cadenti fremere
I miei sogni azzurrini, come tristi ricordi.
Sento un legame tra la tua esistenza e la mia.
Allargo come te le braccia in un saluto,
Mai posso raggiungere il cielo con esse:
Sono radici oscure a soggiogare il mio volere.
***
Ho consumato il mio giorno
Ho consumato il mio giorno; così faccio con la mia vita.
Gli uccelli cantavano forte i loro lugliatici canti mattutini,
Il mio cuore cantava con loro, pieno di mestizia e desiderio.
Ho ascoltato – e la mia pagina è rimasta bianca.
Ho racchiuso però i suoni nella mia anima,
Vedo ancora i raggi del sole fluttuare sull’erba,
Odo ancora la melodia, – ma non ho scritto una parola.
Lascio la mia triste arpa appesa alla fronda del salice.
Oh uccelli, cantate soli! la vostra voce mi tiene avvinta.
I freschi rami verdi farciti col vostro gorgheggio.
Il mio orecchio è instancabile, ma le mie labbra tacciano!
Voglio parlare – sento il mio occhio offuscato da una lacrima.
E non sarebbe crudele pretendere da me un canto?
Lasciate che nascondi il mio volto nel muschio vellutato!
***
L’ombra del mio cane
Giacevo in attesa, salma silente nella mia tomba,
E pregavo il sonno di venire fresco a benedire.
Giacevo pensando al mio cane fedele,
Che ora dormiva solo nella terra fredda.
Di colpo udii la porta del giardino aprirsi piano –
Giacevo paralizzata, tremando per la paura.
Oh, fai silenzio! è il passo familiare
Di zampette lanuginose che salgono le scale.
E di nuovo una porta, che si richiude misteriosa –
Oh, è il mio cane, sgusciato fuori dalla sua tomba.
Il freddo della tomba deve averlo di certo spinto
Nel posticino sicuro, dove c’era la sua cuccia.
L’arsura della tomba deve averlo di certo spinto
Nella sua stanza, dove trovava l’acqua.
– “Oh, dolce anima! oh, piccola anima! sei lì?
La tua cuccia non c’è più, neppure l’acqua.
È che non sapevo che saresti tornato,
O avrei avuto cura di farti trovare tutto come prima.
Non riesco ad alzarmi, giaccio paralizzata dalla paura,
Ma voglio aiutarti, attendi – un attimino soltanto.
Non sia mai che non sormonti il mio abbattimento!” –
Ma udii chiaramente il mio cane bere.
Bevette – e sospirò – e scese le scale –
E tornò a dormire dolcemente nella sua tomba.
L'articolo Hélène Swarth e le stelle immortali (Traduzione di Patrizia Filia)
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pierre de Ronsard (castello della Possonnière, Vendôme, 1524 –
Saint-Cosme-en-l’Isle, Tours, 1585) venne educato all’amore per le lettere.
Destinato tuttavia alla carriera diplomatica, già a 12 anni fu introdotto a
corte ma, dopo una serie di viaggi, una malattia che lo rese sordo lo indusse a
orientare la propria vita verso gli studi e la poesia, scegliendo la sicurezza
materiale derivatagli dai benefici ecclesiastici.
Con un piccolo gruppo di giovani sodali dette vita alla Pléiade, la scuola
poetica della Rinascenza francese. Ronsard pubblicò la dotta raccolta intitolata
Le Odi, ma non pago della lezione classica e alla ricerca di nuove formule
espressive cui adattare la lingua francese, fu petrarchista nella raccolta Gli
Amori, ispirati dall’amore per Cassandra Salviati. Grazie alla poesia cosmica e
filosofica degli Inni ottenne la nomina a poeta di corte. I nuovi doveri di
cortigiano aggiunti alle drammatiche vicende delle guerre di religione
incanalarono la sua voce nell’alveo della poesia politica e dell’eloquenza di
parte a fianco dei cattolici intransigenti.
L’interruzione al IV libro della Franciade segnò la fine dell’ambizioso progetto
di dotare la letteratura francese di una grande epopea nazionale, in coincidenza
con la morte del re che l’aveva commissionata. Pur deluso e infermo, il poeta
trovò una nuova fonte d’ispirazione nell’amore per una dama di compagnia di
Caterina de’ Medici, Hélène de Surgères, che gli fece ritrovare la grazia dei
primi poemi d’amore nei Sonetti per Elena.
Dalla vastissima produzione di Ronsard ho scelto alcuni testi che da un lato
offrono un assaggio della tematica amorosa, assai presente nella sua opera, e
che dimostrano quanto profondamente sia la cultura classica che il petrarchismo
abbiano ispirato il poeta; e dall’altro (mi permetto di azzardare quest’ipotesi
interpretativa) esprimono il rapporto appunto erotico con la lingua francese e
con la poesia stessa: la mia traduzione è ben lontana, infatti, dal saper
rendere la bellezza, l’armonia, la musicalità dei testi originali, ma i
sentimenti appassionati espressi sono rivolti anche alla Donna-poesia, alla
Signora-lingua francese, alla Bellezza tout court.
A.D.
L’altro giorno (stavo in alto su di un gradino)
passando ti sei accorta di me e, volgendo lo sguardo,
hai abbagliato i miei occhi, tanto commossa la mia anima
nel vedermi (sussultai!) guardato dai tuoi occhi.
Il tuo sguardo mi è entrato nel cuore, nel sangue,
lampo che fende una nuvola:
ho sentito persistente la febbre fredda e calda,
mortalmente sopraffatto da uno sguardo sì penetrante.
E se la tua bella mano, passando, non mi avesse fatto cenno,
mano bianca che si vanta di essere figlia di un Cigno,
sarei morto, Elena, nei raggi dei tuoi occhi;
ma il tuo cenno ha trattenuto la mia anima quasi rapita,
il tuo occhio s’è contentato della vittoria,
la tua mano s’è rallegrata nel ridarmi la vita.
***
Madrigale
Se questo è amore, Signora, sia di giorno che di notte
sognare, meditare, pensare a come compiacervi,
dimenticare tutto e non voler fare altro
che adorare e servire la bellezza che mi nuoce –
se questo è amore inseguire una felicità che mi sfugge,
perdermi ed essere solo,
soffrire molto dolore, temere molto e tacere,
piangere, invocare grazie ed essere respinto –
se questo è amore vivere in voi più che in me stesso,
nascondere dietro un viso gioioso estremo languore,
sentire nel profondo dell’anima una lotta impari,
caldo e freddo così come mi tormenta la febbre d’amore –
vergognoso io, parlandovi, di confessare il mio dolore…
Se questo è amore: furiosamente vi amo:
vi amo e so bene che il mio dolore è fatale:
il mio cuore lo dice a sufficienza, ma la lingua è muta.
***
L’amore mi uccide – e se non voglio dire
del bel male ch’è per me il morire
è per il timore grande che qualcuno voglia alleviare
quel male per cui dolcemente sospiro.
È ben vero che il mio languore desidera
che col tempo io possa essere guarito:
ma non voglio chiedere aiuto alla mia signora
per la mia salute – tanto mi aggrada il mio martirio.
Taci, languore, sento arrivare il giorno
che la mia signora, dopo così lungo stare,
vedendo la preoccupazione che mi rode i pensieri,
tenendomi giocosamente tra le braccia tutta una notte,
generosamente ripagherà
gli interessi del mio protratto dolore.
***
Angelo divino, che lenisci le mie ferite,
interprete e araldo degli dei
per quale porta sei sceso dal cielo
ad alleviare i dolori della mia anima?
Tu, quando la notte m’infiamma di pensieri,
avendo pietà del mio ansioso soffrire,
ora tra le mie braccia, ora davanti ai miei occhi,
fai librare l’immagine della mia Signora.
Resta, Sogno, indugia ancora un po’!
Ingannatore, aspetta che mi sia saziato
di questo bel seno l’appetito del quale mi divora,
e di questi fianchi che mi fanno svenire:
se non nella realtà, almeno consentimi
di abbracciarli – in sogno – per tutta la notte.
***
Chi beve, come cantava Nicandro,
l’aconito, ha la mente turbata,
tutto ciò che vede sembra raddoppiato,
e la notte si distende sui suoi occhi.
Chi beve dell’amore di Cassandra,
che scorre dai suoi occhi al cuore,
perde la ragione, impazzisce,
cento volte al giorno la Parca viene a prenderselo.
Ma l’aria calda, o la ruggine, o il vino
o l’oro fuso possono ben porre fine
al crudele male che infligge l’aconito:
solo la morte ha il potere di guarire
i cuori di coloro che Cassandra avvelena,
ma felice è davvero chi può morir così.
***
Cielo, aria e venti, pianure e montagne aperte,
colline ricoperte di vigneti e foreste verdeggianti,
rive tortuose e sorgenti increspate,
boscaglie disboscate e voi, verdi boschi,
grotte muschiose dall’imbocco appena schiuso,
prati, gemme, fiori ed erbe rossicce,
valli tortuose e spiagge dorate,
e voi, rocce, ospiti dei miei versi,
poiché, al momento della partenza, consumato dall’ansia e dalla rabbia,
a quell’occhio bello non ho potuto dire “addio”,
(esso mi sconvolge da vicino e da lontano)
vi prego, cielo, aria, venti, montagne e pianure,
boschi, foreste, rive e fontane,
grotte, prati, fiori: diteglielo per me.
L'articolo Pierre de Ronsard, ovvero l’erotismo della parola poetica (Traduzione
di Antonio Devicienti) proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Abbiamo un paese che è fatto di parole”, scrive il grande poeta palestinese
Mahmoud Darwish in Come gli altri viaggiamo. Parole che non sono solo quelle
della letteratura, dei romanzi di Ghassan Kanafani (1936-1972) e dei racconti di
Samira Azzam (1927-1967), che hanno gettato le “fondamenta” dei “motivi
ricorrenti della letteratura palestinese”, come ha scritto l’arabista e
traduttrice Elisabetta Bartuli, o di tutte le poetesse, i poeti, gli autori e le
autrici dei decenni seguenti – ma anche quelle pronunciate ogni giorno da
uomini, donne, bambine e bambini nei luoghi più disparati: da Gerusalemme, Gaza,
Ramallah, Haifa, a Beirut, Amman, Damasco, Il Cairo, e poi Londra, Parigi,
Berlino, Roma, e ancora New York, Chicago, Detroit, Toronto.
Oggi i palestinesi vivono ovunque nel mondo, e il racconto della loro terra
passa attraverso la letteratura e le parole spese dal suo popolo: tra le mura
domestiche in terra straniera per figlie e figli che nascono come palestinesi e
lo saranno sempre, pur non avendo mai conosciuto la loro patria, così come
fuori, nel mondo, per i popoli ospitanti più o meno disposti ad ascoltarli.
“E tu parla, parla perché il mio cammino posi su pietra solida”, continua
Darwish in quella stessa poesia: il racconto della Palestina – attraverso i
versi dei suoi più grandi poeti e di uomini e donne in esilio forzato – non è
solo memoria. È decisa e risoluta testimonianza, l’affermazione di un fatto
semplice e incontrovertibile: la Palestina esisteva ed esiste ancora.
E così come la patria palestinese è molto più della terra martoriata soggetta
alle continue offensive israeliane, i palestinesi sono molto più delle “vittime
perfette” che Mohammed El-Kurd descrive nel suo saggio di recente pubblicazione:
“o siamo vittime o siamo terroristi”. Se è vero che Darwish è stato identificato
con la causa del suo popolo ma è stato molto di più, è anche vero che questo,
forse, è stato uno dei suoi più grandi insegnamenti. “Fermi qui. Seduti qui.
Permanenti qui – scrive in Stato d’assedio – Eterni qui. Abbiamo un obiettivo
soltanto: / essere”
E. F.
Le poesie che seguono sono state tradotte dall’arabo da Sarah Wattad e Khadija
Mekroud dell’IC Pagani di Pedaso durante “Il traduttore in classe”, progetto che
porta la traduzione tra i banchi di scuola, curato e diretto da Stella Sacchini
Su questa terra, ciò che merita la vita
Su questa terra, ciò che merita la vita:
aprile che torna, l’odore del pane
all’alba, le opinioni di una donna sugli uomini,
gli scritti di Eschilo,
il primo amore, l’erba su una pietra,
madri in piedi sul soffio di flauto,
la paura degli invasori: i ricordi.
Su questa terra cosa, ciò che merita la vita:
la fine di settembre,
una signora che supera i quarant’anni con tutte le sue albicocche,
l’ora del sole in prigione,
una nuvola che imita uno stormo di creature,
il plauso commosso di un popolo per coloro che ascendono
alla morte sorridendo,
la paura dei tiranni: i nostri canti.
Su questa terra, ciò che merita la vita:
su questa Terra la Signora della Terra,
la Madre degli inizi, la Madre della fine.
Si chiamava Palestina.
Si chiama Palestina.
Mia signora: io merito,
perché sei la mia Signora, io merito la vita.
La Terra si chiude su di noi
La Terra si chiude su di noi: siamo stipati nell’ultimo varco, ci strappiamo le
membra per [attraversarlo, la terra ci schiaccia.
Se solo fossimo il suo grano per poter morire e rinascere.
Se solo fosse nostra madre così avrebbe pietà di noi.
Se solo fossimo immagini sulle rocce che come specchi il nostro sogno porterà
con sé.
Abbiamo visto i volti di coloro verranno uccisi dall’ultimo di noi nell’ultima
difesa [dell’anima.
Abbiamo pianto alle feste dei loro bambini, e abbiamo visto i volti di coloro
che lanceranno [i nostri dalle finestre di quest’ultimo spazio.
Specchi che la nostra stella affiggerà.
Dove andremo dopo l’ultima frontiera? Dove volano le rondini dopo l’ultimo
cielo?
Dove dormiranno gli alberi dopo l’ultimo respiro? Scriveremo i nostri nomi con
vapore [scarlatto.
Interromperemo il canto affinché la nostra carne possa completarlo.
Qui moriremo.
Qui e nell’ultimo varco.
Qui o lì,
il nostro sangue pianterà i suoi ulivi.
***
Mahmoud Darwish (1941-2008) è considerato il più grande poeta palestinese e uno
dei maggiori poeti arabi del Novecento. Nato nel paese di al-Birwa, cancellato
dalla carta geografica dopo la Nakba del 1948, ha vissuto gran parte della sua
vita in esilio tra Medio Oriente, Europa, Russia e Stati Uniti. Estremamente
prolifico, ha attraversato varie fasi, da quella politica alla cosiddetta
“lirico-epica”. Tra le opere tradotte in italiano: Undici pianeti (1992), Perché
hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (1995), Stato d’assedio (2002),
Vorrei che questa poesia non finisse mai (postuma, 2009) e le antologie Una
trilogia palestinese (prose, 1973–2009) e L’effetto farfalla (prose e versi,
2006–2007). Ha ricevuto numerosi premi internazionali, tra cui il Lenin Peace
Prize (1983), il Prince Claus Award (2004) e il Cairo Prize for Arabic
Literature (2007).
L'articolo Mahmoud Darwish: le parole per esistere (traduzione di Sarah Wattad e
Khadija Mekroud, a cura di Enrica Fei) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Poeta polacco, uno degli esponenti più autorevoli del Novecento europeo. La sua
scrittura si fonda su un equilibrio teso tra rigore etico, lucidità razionale e
una profonda diffidenza verso ogni forma di retorica ideologica. Segnato
dall’esperienza del totalitarismo e della guerra, Herbert rifiuta sia il lirismo
intimistico puro sia l’enfasi propagandistica. Sceglie una parola sobria,
ironica e insieme tragica, una parola che si fa strumento di resistenza morale
per dire l’orrore della storia e per rendere comprensibile il vero in un’epoca
di menzogna. Orrore che si ripete oggi come ieri, in una Polonia che può essere
ovunque. E quindi, come si chiede anche Adam Zagajewski: “Da dove viene Herbert?
E da dove viene la sua poesia? La risposta più semplice è: non lo sappiamo. Come
non sapremo mai da dove viene ogni grande artista, indipendentemente da dove sia
nato”.
Le poesie presentate fanno parte della raccolta del 1974 Pan Cogito (Il signor
Cogito), personaggio alter ego della coscienza moderna: disincantato,
vulnerabile ma fedele a un rigore etico. Il nome stesso rimanda a Cartesio, ma
il “cogito” herbertiano non è trionfante, non è un eroe, bensì un testimone
fragile, esitante e proprio per questo moralmente credibile. Ne emerge una
poesia civile non urlata, che affida alla misura e alla responsabilità della
parola il compito di salvare la dignità dell’uomo.
C.
L’abisso del Signor Cogito
A casa è sempre al sicuro
ma appena varcata la soglia
quando al mattino il signor Cogito
esce per la sua passeggiata
incontra – l’abisso
non è l’abisso di Pascal
non è l’abisso di Dostoevskij
è un abisso
a misura del signor Cogito
la sua caratteristica peculiare
non è né la profondità
né il terrore che suscita
lo segue come un’ombra
si ferma davanti al panificio
al parco alle spalle del Signor Cogito
legge con lui il giornale
fastidioso come un eczema
fedele come un cane
troppo superficiale per inghiottirlo
testa braccia e gambe
un giorno forse
l’abisso crescerà
l’abisso maturerà
e diventerà serio
se solo sapesse
quale acqua beve
con quale grano nutrirlo
ora
il signor Cogito
potrebbe raccogliere
alcune manciate di sabbia
e riempirlo
ma non lo fa
e così quando
torna a casa
lascia l’abisso
appena fuori dalla porta
coprendolo con cura
con un pezzo di stoffa vecchia
Il signor Cogito legge il giornale
In prima pagina
la notizia dell’uccisione di 120 soldati
la guerra è durata a lungo
ci si può abituare
proprio accanto a questa notizia
di un crimine sensazionale
con il ritratto dell’assassino
lo sguardo del signor Cogito
scivola indifferente
sull’ecatombe dei soldati
per immergersi desideroso
nella descrizione della macabra quotidianità
un agricoltore trentenne
in preda a una depressione nervosa
ha ucciso la moglie
e i due figli piccoli
è stata riportata con precisione
la dinamica dell’omicidio
la posizione dei corpi
e altri dettagli
120 caduti
inutile cercarli sulla mappa
una distanza troppo grande
li ricopre come una giungla
non parlano all’immaginario
sono troppi
il numero zero alla fine
li trasforma in astrazione
un argomento su cui riflettere:
l’aritmetica della compassione
***
Zbigniew Herbert nasce a Leopoli (allora Polonia, oggi Ucraina) nel 1924. Vive
la giovinezza prima sotto l’occupazione nazista e poi nel contesto oppressivo
del regime comunista, esperienze che segnano profondamente la sua visione etica
e civile. Dopo la guerra studia diritto, economia e filosofia tra Cracovia e
Varsavia. Esordisce negli anni Cinquanta ma la fama internazionale arriva con
raccolte come Ermete, il cane e la stella e soprattutto Il signor Cogito. Tra
gli anni Settanta e Ottanta Herbert vive a lungo all’estero (Francia, Germania,
Stati Uniti, Italia) e diviene una voce simbolo dell’opposizione morale ai
totalitarismi. Le sue poesie circolano clandestinamente nella Polonia comunista
e solo dopo il 1989 viene pienamente riconosciuto in patria. Rientra
definitivamente a Varsavia nel 1992, dove muore nel 1998.
L'articolo Zbigniew Herbert, la parola contro la menzogna della storia
(traduzione di Annalisa Carlevaro) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel Novecento poetico italiano si stagliano figure che sembrano nascere già
circondate da una tragica luce caravaggesca, come se la loro vita fosse stata
sceneggiata da dèi annoiati per delineare una rocambolesca predestinazione.
Amelia Rosselli occupa, nella letteratura italiana, un luogo marginale e insieme
cruciale, come accade alle voci poetiche che non si lasciano ridurre a una
scuola, a un’etichetta, a una categoria. La sua opera rappresenta un unicum
difficilmente assimilabile, non solo per la irriducibile originalità stilistica,
ma soprattutto per la densità mercuriale di esperienze storiche e personali che
la attraversano.
Nata a Parigi nel 1930, già in condizione di esule, figlia del grande Carlo
Rosselli (la cui visione socialista liberale sembra unico antidoto
all’impazzimento del capitalismo agonizzante) e dell’inglese Marion Cave
(coraggiosa militante antifascista londinese), Amelia porta nella sua infanzia
le stimmate del martirio politico. Nel 1937, a Bagnoles-de-l’Orne, il padre e lo
zio Nello vennero trucidati a coltellate da sicari fascisti. La storia entrò
così nella sua mente bambina in tutta la sua brutalità: un trauma che negli
ultimi anni piagati dalla malattia mentale assumerà i tratti inquietanti della
paranoia ossessiva.
La sua giovinezza è una continua fuga inquieta: Francia, Svizzera, Stati Uniti,
Inghilterra, Italia. Non un grand tour intellettuale, ma la condanna imposta
dalla condizione di rifugiata. Pasolini, che primo ne colse la voce unica, la
definì “cosmopolita”, lei rispose con fermezza: non si sceglie di essere senza
patria. Questo abitare l’esilio, questa frattura interiore diventa la musa
dilaniata di una scrittura necessariamente plurilingue. L’italiano, l’inglese,
il francese confliggono armoniosamente nei suoi versi, creando una partitura
sonora in cui ogni parola testimonia la condizione di esule perenne. Citazioni,
echi, paradossi, rovesciamenti di senso: una lingua che si spezza mentre si
ricompone, illuminata da epifanie il cui senso si smarrisce in un labirinto di
variazioni.
Una poesia ardua da leggere, ma ipnotica da ascoltare.
Nella scena intellettuale di Roma, dove vive dagli anni Cinquanta, Rosselli è
insieme protagonista per la forza evidente della sua personalità poetica, eppure
risospinta ai margini dalla sua stessa schiva timidezza. Frequenta Pasolini,
Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Carmelo Bene. Rapporti di stima, di passione, di
confronto, di conflitto. Rosselli ha il dono pericoloso di una mente
straordinaria, traboccante di memoria ed erudizione, ma che crolla fragilmente
sotto troppa sapienza e sensibilità. Le malattie che la colpiscono, la paranoia,
il Parkinson, la depressione, trasformano l’introversione in isolamento. Nei
suoi versi la tensione torce la lingua creativa, che oscilla pericolosamente tra
lucidità e vertigine psichica.
La sua scrittura, segnata dal duplice dramma dell’esilio e della malattia, è
tutta rivolta a restituire il ritmo incessante di una mente vulcanica in
procinto di esplodere. La sua peculiare musicalità testimonia poeticamente i
segni strazianti della storia novecentesca.
In questo contesto di rinascita critica si inseriscono le iniziative romane
dedicate al trentennale della sua scomparsa. Nelle parole di Andrea Cortellessa:
“L’11 febbraio 1996 si toglieva la vita la più grande poetessa italiana del
Novecento. Dagli anni Cinquanta viveva a Roma ma era nata in esilio, a Parigi
nel 1930, dove sette anni dopo suo padre Carlo e suo zio Nello vennero uccisi da
una banda al soldo del regime fascista. L’anniversario della sua scomparsa viene
ricordato dal convegno Un echeggiare violento. Trent’anni con Amelia Rosselli,
curato da Andrea Cortellessa, Sonia Gentili e Monica Venturini a Palazzo
Valentini e alle Università La Sapienza e Roma Tre, da mercoledì 11 a venerdì
13. In ricordo non solo della sua voce verticale e inimitabile, ma anche del
‘secolo barbaro’ che la fece e la disfece, la sera dell’11 al Teatro Palladium
si terrà la prima esecuzione assoluta del brano L’inferno, tessuto da mani
perfette, composto per l’occasione da Fabrizio De Rossi Re”.
Questa azione musicale, con la presenza di Andrea Cortellessa, Maria Chiara
Forte, Diletta Masetti e le video installazioni di Lorenzo Letizia, entra nel
complesso linguaggio poetico rosselliano non per “spiegarlo”, ma per farne
risuonare l’incanto sfuggente della sua musicalità.
Iniziative di grande interesse, che raccomando non solo agli appassionati di
poesia, ma a tutte le menti in ricerca.
L'articolo Amelia Rosselli, una poetessa dalla luce caravaggesca: Roma la
celebra a trent’anni dalla morte proviene da Il Fatto Quotidiano.
Jacques Robinet, nato nel 1937 da madre spagnola e padre francese, durante la
giovinezza vive tra Parigi e la Spagna. Studia alla Sorbona e presso il
Seminario Universitario dell’Istituto Cattolico. Divenuto sacerdote, dopo la sua
prima psicoanalisi personale decide di lasciare il sacerdozio per entrare alla
Scuola freudiana di Parigi fondata da Jacques Lacan e divenire psicoanalista,
professione che praticherà per cinquant’anni.
Solo nell’ultimo periodo della sua vita comincia a scrivere brevi testi che
sembrano nutrirsi del flusso del subconscio, espressione dell’interiorità di una
comune umanità. Dall’incessante dialogo con l’inafferrabile altro sorgono poesie
minime, la cui intensità ricorda quei grandi maestri della pittura giapponese
che risolvono il tutto con una sola pennellata.
Ritiratosi dopo il pensionamento in un villaggio sulla Loira, Robinet muore nel
giugno 2024.
S.G.
Tout poème se doit
d’arracher la parola
au silence
pour la rendre
au silence
*
Ogni poesia deve
strappare la parola
dal silenzio
per restituirla
al silenzio
***
De toi à moi
le hasard où la grâce
d’une feuille tombée
sur l’eau
Le nuit respire
ton silence
Dire: c’est trop tard
offense ta venue
*
Da te a me
il caso o la grazia
di una foglia caduta
sull’acqua
La notte respira
il tuo silenzio
Dire: è troppo tardi
offende la tua venuta
***
Confie ton savoir
à la spirale d’une
feuille qui tombe
Déchiffre
ce que griffonne
la branche sur le ciel nu
Rien – peut-être
la chute d’un oiseau
dans le vide
Écoute – le silence
se prépare à chanter
*
Affida il sapere
allo spiraglio di una
foglia che cade
Leggi
quello che scarabocchia
il ramo nel nudo cielo
Niente – forse
la caduta di un uccello
nel vuoto
Ascolta – il silenzio
si prepara a cantare
***
Le ciel hésite
entre pluie et neige
Un oiseau tombe
les ailes glacées
L’herbe crisse
l’attente demeure
tout est silence
Le vent froisse
la première neige
*
Il cielo esita
tra pioggia e neve
Un uccello cade
con ali ghiacciate
L’erba fruscia
l’attesa continua
tutto è silenzio
Il vento turba
la prima neve
***
Saurais-je m’endormir en toi
o nuit du grand silence?
M’endormir sans crainte
hors du bercail déserté
M’endormir accablé
de ces années recluses
où je me suis trop protégé
des colères de ce monde
Glisser de rêve en rêve
vers tes portes sans ombres
où nul ne frappe en vain
*
Potrei addormentarmi in te
o notte di grande silenzio?
Addormentarmi senza paura
fuori dalla casa deserta
Addormentarmi esausto
da anni di clausura
troppo mi sono protetto
dalle ire del mondo
Scivolare di sogno in sogno
verso le tue porte senza ombre
dove nulla bussa invano
***
La nuit est encore là
nul oiseau ne chante
J’ouvre la fenêtre
laisse entrer l’air frais
son parfum d’arbres
secoués par le vent
C’est l’heure où les morts
plient bagage sans laisser
de traces sur la rosée
Le silence répand
ses prières e ses songes
Sur cette frange indécise
où tout s’inscrit
où tout s’efface
la joie timidement s’invite
*
La notte è ancora là
nessun uccello canta
Apro la finestra
lascio entrare l’aria fresca
il suo profumo di alberi
scossi dal vento
È ora che i morti
levino le tende senza lasciare
tracce nella rugiada
Il silenzio diffonde
le sue preghiere e i suoi sogni
In quello spazio indeciso
dove tutto si inscrive
dove tutto si cancella
timidamente si invita la gioia
L'articolo Jacques Robinet, Tutto il mondo è poesia (traduzione di Stefanie
Golisch) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quest’anno cade il centenario della morte del poeta russo Sergej Aleksandrovic
Esenin. Il poeta contadino, l’“usignolo russo”, la cui popolarità in patria è
paragonabile soltanto al mito di Aleksandr Pushkin, ebbe una vita breve e
tormentata. Era nato nel 1895 nel villaggio di Kostantinovo, nei pressi di
Riazan e venne trovato impiccato in una stanza dell’hotel d’Angleterre di
Leningrado il 28 dicembre 1925. Il suicidio (o l’omicidio – la questione è
ancora dibattuta) si portò via un grande poeta, al quale toccò vivere in uno dei
momenti tra i più sconcertanti del secolo scorso: la rivoluzione russa.
Ed è interessante leggere la poesia di Esenin accostandola proprio alla
rivoluzione d’ottobre. Quest’ultima ebbe un carattere fortemente proletario e
urbano e ciò aveva comportato per il Paese un brusco cambiamento, col passaggio,
avvenuto in pochi anni, dal mondo tradizionale contadino a un altro basato sullo
sviluppo industriale e sulla modernizzazione forzata. Eppure questi mutamenti,
per quanto profondi, non hanno mai cancellato lo spirito rurale e “animistico”
della Russia. Ed è l’amore per la Russia contadina l’elemento principale della
poesia di Esenin. Egli amava la patria “dal basso”, partendo dall’amore per gli
animali e per la natura. E la nostalgia di quel mondo che stava scomparendo con
la rivoluzione lo portò sempre più a rifugiarsi in un intimistico rimpianto per
il passato.
La sua poesia, dai toni a volte biblici a volte blasfemi, si basa sull’uso
straordinariamente lirico delle immagini, che egli preleva dalla tradizione
cristiana e contadina. E tali immagini vivono davvero nei suoi versi, hanno
un’anima e un’identità che può essere intercambiabile. Così, la bianca betulla
diviene, al tempo stesso, la bella ragazza che attende il poeta sulle rive dello
stagno; la mucca è la Russia che ha figliato la Rivoluzione (non quella urbana,
ma quella contadina e “cristiana” che voleva Esenin) ed è la Madre di Dio
generatrice del vitello-Cristo Salvatore, che le hanno appena ammazzato e la cui
pelle oscilla al vento su una pertica.
C. F.
Traduzioni tratte dalla raccolta antologica Sergej Esenin. Poesie, edizioni
L’Arca di Noé
S’è intessuta sul lago la scarlatta luce dell’alba.
I galli cedroni piangon trillando sulla boscaglia.
Piange chissà dove un rigogolo, riparandosi nella tana.
Soltanto io non piango, che ho luminosità nell’anima.
Lo so, da oltre l’anello stradale, verrai all’imbrunire,
E sederemo sulla fresca paglia di un vicino fienile.
Lì ti bacerò fino all’ebbrezza, fino a gualcirti qual fiore.
Che maldicenze non vi sono per chi s’é inebriato d’amore.
Tra le carezze tu stessa getterai il velo di trine,
E ti condurrò ubriaca tra i cespugli fino al mattino.
Lascia che trillino i galli cedroni, lascia che piangan.
Che c’è una allegra tristezza nel rossore dell’alba.
(1910)
***
Non dormo. La notte è scura,
Sul praticello al fiume voglio andare.
Nei flussi schiumosi s’è tolto la cintura
Un lontano lampeggiare.
La betulla-candela sta sulla cima,
Nell’argento delle piume lunari.
Usciamo insieme, mia fragolina,
Ad ascoltare i canti dei gusljari!
Nell’incanto andrò ammirando
La tua bellezza di fanciulla.
E, in quella musica danzando,
Ti strapperò il vel di tulle.
E sull’erba serica, lungo il pendio,
Nel cupo térem della boscaglia,
Andremo insieme, tu ed io,
Fino al papavero dell’alba.
(1911)
***
AUTUNNO
A R.V. Ivanov
Il folto del ginepro nel dirupo è taciturno.
Si striglia il crine la cavalla saura dell’autunno.
Lungo le sponde s’ode sul tappeto fluviale
L’azzurro clangore del suo scalpitare.
A passi attenti il vento, asceta severo,
Accartoccia le foglie ai bordi del sentiero
E al sorbo bacia tra i rami dell’arbusto
Le rosse piaghe a un invisibile Cristo.
(1914)
***
LA VACCA
Decrepita, coi denti caduti,
Sulle corna l’età che le avanza.
Un rozzo mandriano la colpisce
Lungo i campi di transumanza.
Il suo cuore non sente rumore,
Mentre raschiano i topi in un canto.
Essa è presa dal triste pensiero
Di quel vitello dal piede bianco.
Alla madre il figlio hanno tolto,
Che la gioia prima non l’ebbe.
A un palo al di sotto d’un pioppo
Alla brezza ondeggiava la pelle.
Presto, tra le distese di miglio,
Una corda le porranno sul collo
E, con lo stesso destino del figlio,
Condurranno pure lei al macello.
Fra lamenti, nausea e tristezza
A terra si pianteranno le corna…
Ma lei vede un bianco boschetto
E di erbosi pascoli sogna.
(1915)
***
A L. I. Kashina
Coi tuoi capelli verdi,
Col tuo seno di fanciulla,
Nello stagno cosa osservi,
O mia esile betulla?
Odi il vento che risponde
E la sabbia riecheggiare?
Nelle trecce delle fronde
Vuoi tu il pettine lunare?
Svelami, svelami il segreto
Dei tuoi legnosi pensieri.
Quel triste brusio ho amato
Che ha l’autunno in fieri.
Mi rispose la betulla:
«O mio curioso amico,
Da me, a pianger tra le stelle,
Un pastore qui è venuto.
Chiara luna nella notte,
La verzura scintillava,
Sulle nude mie ginocchia
C’era lui che m’abbracciava.
E al rumore d’una fronda,
Profondamente sospirando,
Disse: Addio, o mia colomba,
Alle gru del nuovo anno».
(1918)
***
IL FIGLIO DELLA MIA CAGNA
Escono gli anni dall’offuscamento,
Facendo, come prati di camomilla, rumore.
Mi è tornata quella cagna alla mente
Che alla gioventù fu l’amica fedele.
Ma la gioventù è svanita nel nulla,
Come l’acero marcito al finestrino,
Mi rammento della bianca fanciulla,
Era per lei quella cagna il postino.
Non tutti han vicino gli affetti,
Lei era un’ode per me da cantare,
Ma non prendeva però quei biglietti
Che alla cagna mettevo al collare.
La mia scrittura lei la ignorava,
Nessun messaggio aveva mai letto,
Ma a qualcosa lungamente sognava
Al viburno oltre il giallo laghetto.
Io soffrivo… Una risposta volevo…
Non ricevendola, lontan sono andato…
Ecco, anni dopo, poeta famoso,
Sull’uscio paterno mi son ritrovato.
Quella cagna è crepata da tanto,
Ma, pazzamente, con selvaggio latrato,
Col blu uguale riflesso nel manto,
Il suo cucciolo incontro è arrivato.
Madre Santa! Come son simili loro!
Ancora emerge un dolore dal petto.
Mi ringiovanisce questo martoro,
Che voglio scrivere un nuovo biglietto.
Vecchie canzoni mi piace ascoltare,
Ma non latrare! Non latrar con furore!
Se vuoi ti bacio, o mio tenero cane,
Che m’hai risvegliato maggio nel cuore.
Ti bacerò, ti stringerò a me accanto
E ti porterò in casa come un amico…
Sì, mi piacque la fanciulla in bianco,
Ma ora l’amo in azzurro vestito.
(1924)
***
Ah, che bufera! Il demonio mi porti con se!
Con bianchi chiodi mi va sigillando il tetto.
Ma io non ho paura, nella mia sorte è detto
Che lo sviato cuore mi sigillasse a te.
(1925)
L'articolo Sergej Aleksandrovic Esenin, l’usignolo russo (traduzione di Corrado
Facchinetti) proviene da Il Fatto Quotidiano.