Dalla metà di dicembre si osserva una diminuzione della velocità di sollevamento
del suolo nell’area dei Campi Flegrei. A certificarlo è l’Osservatorio Vesuviano
dell’Ingv, nel consueto bollettino settimanale di sorveglianza pubblicato. Il
valore medio attuale del sollevamento è di circa 15 millimetri al mese, in calo
rispetto ai picchi registrati nei mesi precedenti, pur rimanendo indicativo di
una persistente fase di bradisismo. Una buona notizia per i residenti della zona
che anche oggi hanno avvertito le scosse di terremoto.
Nel corso dell’ultimo anno, la caldera flegrea — che interessa un’ampia area
della provincia di Napoli — ha mostrato una dinamica complessa. Dopo lo sciame
sismico del 15-19 febbraio 2025, la velocità di sollevamento del suolo aveva
raggiunto valori medi prossimi ai 3 centimetri al mese. A partire dagli inizi di
aprile il ritmo si era stabilizzato intorno ai 15 millimetri mensili, per poi
aumentare nuovamente dal 10 ottobre 2025, quando era stato registrato un valore
massimo di circa 25 millimetri al mese. Dalla metà di dicembre, infine, il dato
è tornato a diminuire, attestandosi sugli attuali 1,5 centimetri al mese.
Il sollevamento complessivo misurato dalla stazione Gnss del Rione Terra, nel
centro storico di Pozzuoli (dove oggi sono stati chiusi i siti del parco
archeologico), è pari a circa 22,5 centimetri a partire da gennaio 2025,
confermando l’entità del fenomeno in atto. Parallelamente alla deformazione del
suolo, continua anche l’attività sismica. Nella settimana compresa tra il 5 e
l’11 gennaio, nell’area dei Campi Flegrei sono stati localizzati 71 terremoti,
con una magnitudo massima di 3.1, registrata alle 3.23 del 6 gennaio. Ben 42
eventi si sono concentrati in tre distinti sciami sismici: il primo il 5 gennaio
nell’area di Pozzuoli Cigliano; il secondo, più intenso, tra Pozzuoli Gauro e la
Solfatara; il terzo l’8 gennaio, ancora nell’area di Pozzuoli.ù
Sul piano scientifico, un nuovo studio firmato da ricercatori dell’Ingv e
dell’Università di Ginevra fornisce un quadro di riferimento importante per
valutare il potenziale evolutivo del sistema vulcanico. Il lavoro, pubblicato
sulla rivista Communications Earth and Environment del gruppo Nature e
intitolato “Scenario-based forecast of the evolution of 75 years of unrest at
Campi Flegrei caldera (Italy)”, analizza l’evoluzione del bradisismo degli
ultimi 75 anni attraverso modelli termici e petrologici, adottando un approccio
basato sul cosiddetto “worst case scenario”.
Lo studio assume che il sollevamento del suolo osservato dal 2005, così come
quello degli anni Cinquanta, Settanta e Ottanta, sia legato a ripetute
intrusioni magmatiche a circa 4 chilometri di profondità. “Si è scelto di
partire da questa assunzione poiché è quella più cautelativa per gli abitanti
dell’area flegrea soggetti alla pericolosità vulcanica”, spiega Stefano Carlino,
ricercatore Ingv e co-autore dello studio. Secondo i risultati, pur in presenza
di magma potenzialmente eruttabile e di una pressione interna che potrebbe
teoricamente fratturare la crosta, le condizioni attuali non sono tali da
favorire un’eruzione. “Un’eruzione sarebbe ostacolata dalla combinazione di
diversi fattori”, osserva Luca Caricchi, dell’Università di Ginevra, tra cui il
ridotto volume del serbatoio magmatico e la deformazione viscosa della crosta.
Un’eventuale fuoriuscita di magma, spiegano Charline Lormand e Guy Simpson,
comporterebbe infatti una rapida caduta di pressione, insufficiente a sostenere
la risalita del magma fino in superficie.
Lo studio non esclude però scenari di lungo periodo. Se la dinamica di
sollevamento dovesse proseguire per alcune decine di anni con tassi simili a
quelli odierni, la sorgente magmatica potrebbe accumulare volumi comparabili a
quelli che alimentarono l’ultima eruzione del 1538. “Si tratta però di
un’ipotesi fondata su un’assunzione non facile da verificare”, precisa Carlino,
sottolineando che la natura profonda della sorgente del bradisismo resta oggetto
di dibattito scientifico. Anche Tommaso Pivetta, ricercatore Ingv e co-autore,
ribadisce che “le condizioni attuali non risultano idonee a un evento eruttivo”,
nonostante la presenza di fratture nella crosta. Proprio per ridurre le
incertezze, l’Ingv conferma che la priorità della ricerca resta l’integrazione
di dati geofisici, geochimici e geodetici, per comprendere meglio i meccanismi
che governano l’evoluzione della caldera.
Lo studio
L'articolo Campi Flegrei – Lo studio: “Diminuisce il sollevamento del suolo”.
Gli scienziati: “Eruzione ora sarebbe ostacolata da diversi fattori” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
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Non l’anno che verrà, ma quello che gli umani vivranno fra un quarto di secolo.
Un esercizio rischioso, ma anche molto ironico che ha spinto la rivista Nature a
un salto per immaginare il futuro: le previsioni spesso sbagliano, ma aiutano a
capire le direzioni possibili del cambiamento. Guardare al 2050 significa
spingersi oltre l’orizzonte politico immediato e interrogarsi su come scienza,
tecnologia e società potrebbero trasformarsi nei prossimi decenni. Le risposte
non sono univoche: il futuro appare diviso tra scenari allarmanti e possibilità
sorprendentemente ottimistiche. Ma in questo quadro la ricerca potrebbe non
essere più un affare umano: “È tempo di riconsiderare le vostre opzioni di
carriera, lettori di Nature!” si legge nell’incipit dell’articolo che apre
l’home page-
Uno degli elementi più destabilizzanti riguarda il ruolo dell’intelligenza
artificiale. Secondo alcuni studiosi, entro il 2050 la maggior parte della
ricerca scientifica potrebbe essere svolta da sistemi di IA superintelligenti.
Gli esseri umani continuerebbero a fare scienza, ma più come attività
intellettuale o creativa che come motore principale del progresso. Laboratori
completamente automatizzati, attivi giorno e notte senza la presenza di
ricercatori, potrebbero accelerare enormemente le scoperte, soprattutto in campi
come la biotecnologia. Questa prospettiva solleva però interrogativi profondi:
chi controllerà queste macchine? E come cambierà il ruolo dello scienziato?
Parallelamente, il cambiamento climatico resta la grande ombra sul futuro. Molti
modelli indicano che entro il 2040 il pianeta potrebbe superare la soglia
critica dei 2 °C di aumento della temperatura media rispetto all’era
preindustriale. Nel 2050, quindi, il dibattito potrebbe non essere più sulla
realtà del riscaldamento globale, ma su come affrontarne le conseguenze. Tra le
opzioni più controverse c’è la geoingegneria, come l’iniezione di particelle
riflettenti nell’atmosfera per ridurre l’irraggiamento solare. Una soluzione,
potenzialmente destabilizzante per i sistemi climatici e fonte di tensioni
geopolitiche, soprattutto se adottata unilateralmente da singoli Paesi o
aziende.
Esiste però anche uno scenario più positivo: la possibilità che la rimozione
dell’anidride carbonica dall’atmosfera diventi un settore economicamente
redditizio. Tecnologie capaci di trasformare la CO₂ in carburanti, materiali o
farmaci potrebbero ridurre i gas serra e allo stesso tempo creare nuove filiere
industriali. In questo caso, la lotta al cambiamento climatico non sarebbe solo
un costo, ma un’opportunità.
Guardando oltre la Terra, il 2050 è una data chiave anche per l’esplorazione
spaziale. Le agenzie spaziali pianificano missioni con decenni di anticipo: si
parla di robot su Mercurio, di campioni di comete riportati sulla Terra e,
naturalmente, di Marte. Tuttavia, l’idea di una missione umana sul pianeta rosso
resta controversa. I rischi biologici legati alle radiazioni cosmiche e alla
microgravità sono ancora poco compresi e spesso sottovalutati dall’entusiasmo
tecnologico.
Sul fronte della conoscenza fondamentale, le prospettive sono affascinanti.
Entro il 2050, nuove tecnologie quantistiche potrebbero aiutare a risolvere
enigmi cosmologici come la natura della materia oscura e dell’energia oscura.
Sensori sempre più sensibili, integrati nei rivelatori di onde gravitazionali,
potrebbero aprire una finestra su oggetti finora invisibili dell’Universo. Anche
l’energia da fusione nucleare, da decenni promessa ma mai pienamente realizzata,
potrebbe finalmente diventare una realtà operativa.
Non mancano, però, i fattori esterni che – si legge nell’articolo – rischiano di
frenare il progresso. Il calo del sostegno pubblico alla scienza, la crescita
del populismo e la richiesta di risultati immediati potrebbero penalizzare la
ricerca di base, che richiede tempo e pazienza. Inoltre, la gestione dei dati
emerge come uno dei principali colli di bottiglia: senza infrastrutture adeguate
e fiducia nella condivisione delle informazioni, anche le tecnologie più
avanzate rischiano di non esprimere il loro potenziale.
Il 2050, dunque, non è una profezia, ma uno specchio delle scelte presenti. Tra
crisi climatiche, rivoluzioni tecnologiche e nuove scoperte scientifiche, il
futuro resta aperto. E proprio per questo, immaginarlo oggi è un modo per
decidere che direzione vogliamo prendere.
L'articolo Il mondo nel 2050, la “non profezia” di Nature tra intelligenze
artificiali, clima estremo e nuove frontiere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un piccolo fungo, invisibile a occhio nudo, ma capace di seminare devastazione
nei reparti ospedalieri, potrebbe avere finalmente un punto vulnerabile. È la
Candida auris, chiamato anche il “fungo killer”, che ha fatto irruzione nelle
cronache mediche negli ultimi anni per la sua capacità di resistere a tutti i
principali farmaci antimicotici e provocare infezioni mortali, con un tasso di
mortalità del 45% tra i pazienti più fragili, soprattutto quelli sottoposti a
ventilazione meccanica.
Da quando è stata identificata per la prima volta nel 2008, la Candida auris ha
causato epidemie in oltre 40 Paesi, diventando una minaccia globale inserita
dall’Organizzazione mondiale della sanità tra i patogeni fungini di priorità
critica e da diversi anni monitorato dalle autorità sanitarie statunitensi. La
sua origine rimane misteriosa, ma alcune caratteristiche biologiche – come la
resistenza alle alte temperature e a elevate concentrazioni di sale – hanno
suggerito ai ricercatori un possibile legame con ambienti marini tropicali.
Ora, uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications Biology dal team
dell’Università di Exeter apre una nuova prospettiva. I ricercatori hanno
utilizzato le larve del pesce Arabian killifish, il cui sviluppo tollera la
temperatura corporea umana, per osservare come il fungo si comporta in un ospite
vivente. Hanno scoperto che la Candida auris può trasformarsi in filamenti
allungati per cercare nutrienti e hanno identificato quali geni vengono attivati
e disattivati durante l’infezione. Alcuni di questi geni sono coinvolti nella
ricerca e nell’acquisizione del ferro, suggerendo possibili vulnerabilità
sfruttabili dai farmaci.
“Finora non avevamo idea di quali geni fossero attivi durante l’infezione di un
ospite vivente – spiega Rhys Farrer, coautore dello studio – Conoscere questo ci
offre indizi sulla possibile origine del patogeno e, soprattutto, ci indica
potenziali bersagli per nuovi farmaci o per il riutilizzo di farmaci esistenti”.
Hugh Gifford, co-direttore del Centro di micologia medica di Exeter, sottolinea
l’urgenza di ulteriori ricerche: “Abbiamo identificato un possibile punto debole
del patogeno letale. Ora dobbiamo verificare se possiamo sviluppare trattamenti
che lo sfruttino e prevenire che continui a mietere vittime nei reparti
ospedalieri”.
Il modello delle larve di pesce, finanziato dal progetto, rappresenta
un’alternativa ai tradizionali modelli animali come topi e zebrafish. “Ci
permette di osservare eventi cellulari e molecolari in ospiti vivi, senza
precedenti”, commenta Katie Bates, responsabile dei finanziamenti per la ricerca
presso NC3Rs (National Center for Replacement, Reduction and Refinement). La
scoperta offre una prospettiva promettente per contrastare un microrganismo che,
fin dalla sua comparsa, ha messo in crisi le terapie intensive e le strategie
ospedaliere di controllo delle infezioni. Se confermata, potrebbe segnare
l’inizio di nuovi approcci terapeutici capaci di proteggere i pazienti più
vulnerabili e ridurre l’impatto negli ospedali di tutto il mondo.
Lo studio
L'articolo Svelato il punto debole del “fungo killer”, lo studio su Nature sulla
fatale Candida auris proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una strategia nutrizionale innovativa potrebbe presto affiancare le terapie
convenzionali contro il tumore al seno: si tratta della dieta “mima-digiuno”, un
regime alimentare a bassissimo contenuto calorico che imita gli effetti del
digiuno vero e proprio. Secondo uno studio internazionale coordinato
dall’Ospedale Policlinico San Martino e dall’Università di Genova, in
collaborazione con il Netherlands Cancer Institute di Amsterdam, questo
approccio potrebbe aumentare l’efficacia dei trattamenti ormonali nelle pazienti
affette da carcinoma mammario. I risultati della ricerca sono stati pubblicati
sulla rivista Nature.
Lo studio prende le mosse da una precedente indagine del 2020, in cui era stato
dimostrato che brevi periodi di digiuno controllato — concretizzati in una dieta
vegana a ridotto apporto di calorie, proteine e zuccheri — aumentavano la
sensibilità dei tumori della mammella alla terapia ormonale e ritardavano lo
sviluppo di resistenze. Come spiega Irene Caffa, del Dipartimento di Medicina
Interna e Specialità Mediche dell’Università di Genova, “questi effetti benefici
derivano dalla capacità della dieta mima-digiuno di aumentare i livelli di
cortisolo, l’ormone dello stress”.
Il cortisolo, una volta entrato nelle cellule tumorali, attiva il recettore dei
glucocorticoidi, una proteina che nei tumori mammari sensibili alla terapia
ormonale agisce come un “oncosoppressore”, rallentandone la crescita. Questa
scoperta ha suggerito ai ricercatori un’alternativa al digiuno: il desametasone,
un corticosteroide la cui azione è parzialmente sovrapponibile a quella del
cortisolo.
Gli esperimenti condotti su modelli animali hanno confermato l’ipotesi: quando
il desametasone è stato somministrato insieme alla terapia ormonale, i tumori
hanno mostrato un arresto della crescita, suggerendo un meccanismo simile a
quello osservato con la dieta mima-digiuno. Come sottolinea Alessio Nencioni,
professore ordinario di Medicina Interna all’Università di Genova e direttore
della Clinica Geriatrica dell’Irccs Ospedale Policlinico San Martino, “i
risultati di queste indagini forniranno presto la base per uno studio clinico
destinato ai pazienti con tumore della mammella metastatico”.
Lo studio rappresenta un passo importante verso approcci terapeutici più
integrati, in cui interventi nutrizionali mirati o farmaci specifici possano
potenziare l’efficacia delle terapie tradizionali, aprendo nuove prospettive nel
trattamento del carcinoma mammario. L’uso del desametasone potrebbe inoltre
offrire un’alternativa praticabile per pazienti che non possono seguire regimi
di digiuno controllato, mantenendo comunque i benefici biologici dell’aumento
del cortisolo e dell’attivazione dei recettori dei glucocorticoidi.
Lo studio su Nature
L'articolo La dieta “mima-digiuno” e il desametasone potenziano le terapie nel
trattamento del tumore al seno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un passo avanti straordinario nel campo della robotica e delle protesi: i
ricercatori dell’Università dello Utah hanno realizzato una mano bionica in
grado di “pensare” quasi da sola. La protesi è dotata di una propria “mente”
artificiale, che le permette di capire autonomamente come posizionare le dita e
quanta forza esercitare per afferrare oggetti e compiere azioni quotidiane.
Lo studio, pubblicato su Nature Communications, ha coinvolto nove persone con
arti intatti e quattro soggetti con amputazioni tra polso e gomito. I risultati
mostrano che la nuova protesi rende i movimenti più naturali e intuitivi, poiché
il controllo è condiviso tra l’Intelligenza Artificiale e l’utente, riducendo lo
sforzo mentale richiesto per coordinare ogni singola mossa.
Chi non ha perso un arto non deve ragionare coscientemente su dove posizionare
ogni dito per afferrare una tazza o stringere una mano correttamente. Chi
utilizza una protesi, invece, si trova spesso ad affrontare proprio questa
difficoltà.
Per affrontarla, i ricercatori guidati da Jacob George e Marshall Trout hanno
integrato nella punta delle dita sensori di pressione e vicinanza su una mano
protesica già in commercio. Una rete neurale artificiale è stata poi addestrata
a determinare come dovrebbero muoversi le dita per compiere ciascuna azione.
L’algoritmo è in grado di prevedere la distanza dell’oggetto e di muovere le
dita di conseguenza. Nonostante l’autonomia della mano, l’utente mantiene sempre
il controllo: il sistema combina continuamente l’azione dell’AI con i comandi
dell’utilizzatore, decodificati attraverso i segnali elettrici provenienti dalla
pelle e dai muscoli.
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L'articolo Mano bionica “intelligente”: l’Ai aiuta a muovere le dita in modo
naturale proviene da Il Fatto Quotidiano.