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“Nelle contee Usa più vicine alle centrali nucleari tassi di mortalità per cancro più elevati rispetto a quelle più lontane”
Quanto più si abita vicino a una centrale nucleare tanto più alto sembra essere il rischio di ammalarsi di cancro. Un nuovo studio della Harvard T.H. Chan School of Public Health, pubblicato sulla rivista Nature Communications, confermano i timori sui pericoli di vivere in prossimità di un impianto atomico proprio quando si sta iniziando a valutare il nucleare come possibile soluzione alla crisi climatica. Lo studio, il più vasto del ventunesimo secolo condotto negli Stati Uniti, ha analizzato ogni singola contea americana e ogni centrale nucleare operativa sul territorio. Il team di ricercatori, guidato dal professor Petros Koutrakis, ha passato al setaccio i dati di 18 anni. Gli scienziati hanno applicato un metodo chiamato “prossimità continua”, che valuta la vicinanza di ogni contea agli impianti nucleari e tiene conto dell’influenza combinata di più impianti vicini, anziché esaminarne uno solo. Le informazioni sull’ubicazione e le date di operatività degli impianti negli Stati Uniti, insieme ad alcuni impianti in Canada, provenivano dalla US Energy Information Administration. I dati sulla mortalità per cancro a livello di contea sono stati ottenuti dai Centers for Disease Control and Prevention. Le conclusioni non possono essere ignorate: il rischio cancro diminuisce man mano che ci si allontana dall’impianto. Secondo le stime dello studio, circa 115.000 decessi per cancro avvenuti nel periodo analizzato (circa 6.400 all’anno) potrebbero essere associati alla vicinanza con le centrali. Il dato più inquietante riguarda la popolazione anziana, dove il legame tra residenza e malattia appare ancora più marcato. I ricercatori hanno provato a “ripulire” i dati tenendo conto di altri fattori: fumo, obesità, reddito, istruzione e persino l’accesso alle cure mediche. Eppure, anche dopo aver bilanciato queste variabili, il legame con la distanza dalle centrali è rimasto lì, solido. “Il nostro studio suggerisce che vivere vicino a una centrale nucleare può comportare un rischio misurabile di cancro, che si riduce con la distanza”, afferma Koutrakis. “Raccomandiamo che vengano condotti ulteriori studi che affrontino la questione delle centrali nucleari e dell’impatto sulla salute, soprattutto in un momento in cui l’energia nucleare viene promossa come una soluzione pulita al cambiamento climatico”, aggiunge. Tuttavia, gli studiosi affermano che i risultati sottolineano la necessità di indagini più approfondite sui potenziali effetti dell’energia nucleare sulla salute. Lo studio non ha incluso misurazioni dirette delle radiazioni e ha invece considerato tutte le centrali nucleari come se avessero lo stesso potenziale impatto. Di conseguenza, sebbene la ricerca identifichi un’associazione significativa, non può determinare se le centrali nucleari abbiano causato direttamente l’aumento dei decessi per cancro. Valentina Arcovio Il link allo studio di Nature Communications L'articolo “Nelle contee Usa più vicine alle centrali nucleari tassi di mortalità per cancro più elevati rispetto a quelle più lontane” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un vaccino anti-Hiv induce anticorpi neutralizzanti già dopo una sola dose. “Risultato senza precedenti”
L’induzione di anticorpi neutralizzanti contro l’Hiv dopo una singola somministrazione vaccinale rappresenta un risultato senza precedenti nel campo della ricerca sui vaccini anti-Hiv. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature Immunology, che descrive lo sviluppo di un candidato vaccino capace di generare una risposta neutralizzante già dopo una sola dose nei primi test condotti su primati non umani. Il lavoro, guidato da Amelia Escolano, PhD, presso il Vaccine and Immunotherapy Center del Wistar Institute, introduce un approccio innovativo che potrebbe ridurre drasticamente il numero di somministrazioni necessarie per ottenere una risposta immunitaria efficace contro il virus dell’immunodeficienza umana. Un aspetto di particolare rilevanza, considerando che i protocolli vaccinali sperimentali anti-Hiv sviluppati finora hanno richiesto, nella maggior parte dei casi, numerose immunizzazioni prima di osservare segnali di neutralizzazione. Il candidato vaccino si basa su una proteina dell’involucro dell’Hiv ingegnerizzata, denominata Win332. La proteina dell’involucro rappresenta da anni uno dei principali bersagli della ricerca vaccinale contro l’Hiv, in quanto costituisce l’interfaccia attraverso cui il virus interagisce con le cellule dell’ospite. Tuttavia, l’elevata variabilità strutturale e la complessa glicosilazione di questa proteina hanno reso estremamente difficile l’induzione di anticorpi neutralizzanti efficaci mediante la vaccinazione. Il gruppo di ricerca ha concentrato il proprio lavoro su una regione specifica dell’involucro virale, nota come epitopo V3-glicano, progettando una versione antigenica modificata in grado di presentare in modo più efficace questo bersaglio al sistema immunitario. Attraverso un processo di ingegnerizzazione molecolare, i ricercatori sono arrivati allo sviluppo di Win332, un immunogeno progettato per stimolare selettivamente risposte anticorpali neutralizzanti. Nei modelli di primati non umani, una singola iniezione di Win332 ha indotto una neutralizzazione dell’Hiv bassa ma chiaramente rilevabile già dopo tre settimane, un intervallo temporale considerato eccezionalmente breve in questo ambito di ricerca. Alla somministrazione di una seconda dose, i livelli di anticorpi neutralizzanti sono aumentati in modo significativo, rafforzando l’evidenza dell’efficacia immunogena del candidato vaccino. “Abbiamo osservato una neutralizzazione già dopo una singola immunizzazione, che è ulteriormente aumentata con un richiamo, un risultato che non era mai stato riportato prima”, spiega Amelia Escolano. “Tradizionalmente, i protocolli vaccinali contro l’Hiv richiedono sette, otto o persino dieci iniezioni prima di iniziare a rilevare una neutralizzazione. Nel nostro caso, una sola iniezione di Win332 è stata sufficiente per osservare una risposta iniziale”. Secondo Ignacio Relano-Rodriguez, primo autore dello studio, questi risultati aprono prospettive concrete per la semplificazione dei futuri protocolli vaccinali. “Se questo approccio si dimostrasse efficace anche negli studi successivi, potremmo potenzialmente raggiungere il livello di immunità desiderato con sole tre iniezioni”, sottolinea. “Ciò renderebbe i programmi di vaccinazione contro l’Hiv più brevi, più semplici e più accessibili su scala globale”. Sebbene i dati siano ancora preliminari e limitati a modelli animali, lo studio rappresenta un avanzamento significativo nella ricerca di un vaccino efficace contro l’Hiv. La possibilità di indurre anticorpi neutralizzanti con un numero ridotto di somministrazioni potrebbe infatti superare uno dei principali ostacoli che, fino a oggi, hanno rallentato lo sviluppo di strategie vaccinali praticabili e sostenibili per la prevenzione dell’infezione da Hiv a livello mondiale. Lo studio L'articolo Un vaccino anti-Hiv induce anticorpi neutralizzanti già dopo una sola dose. “Risultato senza precedenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così le cellule CAR-T bloccano l’autoaggressione del sistema immunitario nei bambini con malattie autoimmuni
La remissione clinica completa in sette pazienti pediatrici su otto affetti da gravi malattie autoimmuni refrattarie ai trattamenti convenzionali. È l’incoraggiante risultato pubblicato in un studio coordinato dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma su Nature. Bambini e adolescenti coinvolti nello studio hanno potuto sospendere completamente le terapie immunosoppressive; sette di loro sono oggi in remissione clinica stabile, mentre l’ottavo paziente, affetto da sclerosi sistemica giovanile, mostra un miglioramento clinico significativo e progressivo nel tempo, con stabilizzazione del coinvolgimento d’organo e assenza di progressione di malattia. Questi risultati derivano dall’impiego di cellule CAR-T dirette contro l’antigene CD19 e sono riportati nei dati definitivi dello studio coordinato dall’ospedale e centro di ricerca romano in collaborazione con l’Università di Erlangen. LE MALATTIE AUTOIMMUNI A ESORDIO PEDIATRICO Le malattie autoimmuni – come spiega la nota del Bambino Gesù – sono caratterizzate da un’alterazione del sistema immunitario che porta all’attacco dei tessuti sani dell’organismo, innescando processi infiammatori cronici potenzialmente in grado di colpire qualsiasi organo o apparato. Rene, polmoni, sistema nervoso centrale, articolazioni, cute e vasi sanguigni sono tra i distretti più frequentemente coinvolti, con conseguenze cliniche spesso severe. Gli otto pazienti arruolati nello studio – sette femmine e un maschio, di età compresa tra 5 e 17 anni – presentavano forme particolarmente aggressive di malattia autoimmune a esordio pediatrico: quattro erano affetti da lupus eritematoso sistemico, tre da dermatomiosite giovanile e uno da sclerosi sistemica giovanile. Cinque pazienti sono stati trattati presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e tre presso l’Università di Erlangen. Tutti i bambini avevano una storia clinica complessa, caratterizzata da risposte parziali o solo temporanee a numerosi trattamenti immunosoppressivi, inclusi farmaci biologici diretti contro i linfociti B. In più casi era presente un grave coinvolgimento di organi vitali, come reni e polmoni, con episodi clinici potenzialmente letali. LA TERAPIA CON CELLULE CAR-T ANTI-CD19 La terapia con cellule CAR-T consiste nella modifica genetica dei linfociti T autologhi del paziente, affinché esprimano un recettore chimerico antigenico (CAR) in grado di riconoscere uno specifico bersaglio. Nelle applicazioni oncologiche consolidate, come le leucemie linfoblastiche acute e i linfomi non Hodgkin, il bersaglio è l’antigene CD19, espresso dalle cellule tumorali. Lo stesso antigene CD19 è espresso anche dai linfociti B, che svolgono un ruolo centrale nella patogenesi delle malattie autoimmuni B-mediate. L’eliminazione selettiva di questi linfociti consente di ridurre l’infiammazione e, soprattutto, di ripristinare un equilibrio funzionale del sistema immunitario. Questo aspetto è particolarmente rilevante in età pediatrica, in cui l’esposizione cronica agli immunosoppressori può compromettere la crescita, lo sviluppo e la funzione di organi critici, oltre a incidere significativamente sulla qualità di vita. “Con le cellule CAR-T anti-CD19 abbiamo applicato in modo innovativo un approccio di terapia genica già consolidato nelle leucemie e nei linfomi a un ambito completamente diverso, cioè quello delle malattie autoimmuni – spiega Franco Locatelli, responsabile dell’area di Oncoematologia e Terapia Cellulare e Genica del Bambino Gesù – In queste patologie il bersaglio non è una cellula tumorale, ma i linfociti B cosiddetti auto-reattivi che alimentano l’infiammazione e il danno d’organo. I risultati pubblicati oggi su Nature Medicine, ottenuti su otto pazienti seguiti nel tempo, dimostrano che questo approccio può portare a un controllo profondo e duraturo della malattia, con sospensione completa delle terapie immunosoppressive, un traguardo particolarmente importante in età pediatrica. Questa ulteriore pubblicazione scientifica conferma, grazie alla presenza di un’Officina Farmaceutica istituzionale, il ruolo pionieristico dell’Ospedale Bambino Gesù nell’ambito delle terapie avanzate e, in particolare, delle cellule CAR T”. Il follow up è stato di oltre 24 mesi. I RISULTATI CLINICI DELLO STUDIO I dati dello studio mostrano che tutti e otto i pazienti hanno interrotto completamente le terapie immunosoppressive. Sette hanno raggiunto una remissione clinica completa e sostenuta nel tempo. Nel paziente con sclerosi sistemica giovanile, patologia caratterizzata da un’evoluzione generalmente più lenta, è stata documentata una riduzione significativa e continua della gravità clinica, con stabilizzazione del danno d’organo. Nei pazienti con lupus eritematoso sistemico si è osservata una riduzione marcata e progressiva dell’attività di malattia, con remissione completa anche nelle forme più severe, incluse quelle associate a insufficienza renale avanzata. Nei pazienti affetti da dermatomiosite giovanile, la terapia CAR-T ha determinato un recupero della forza muscolare, la regressione delle manifestazioni cutanee e una netta riduzione di complicanze croniche e dolorose come la calcinosi cutanea, tradizionalmente difficili da trattare. Un aspetto di particolare interesse è che i benefici clinici si mantengono anche dopo la ricostituzione dei linfociti B. Questo dato suggerisce che la terapia CAR-T non si limiti a una soppressione temporanea dell’immunità, ma possa indurre un vero e proprio “reset” del sistema immunitario. A supporto di questa ipotesi, sono stati documentati segnali di regressione del danno d’organo attraverso biopsie renali di controllo e indagini radiologiche e funzionali polmonari. SICUREZZA E PROSPETTIVE FUTURE Dal punto di vista della sicurezza, gli eventi avversi osservati sono risultati lievi e transitori, senza infezioni gravi né complicanze a lungo termine. La terapia si è dimostrata ben tollerata anche in pazienti con condizioni cliniche estremamente complesse “I risultati sono stati straordinari, non avevamo mai visto una remissione clinica così profonda con le terapie tradizionali – aggiunge Fabrizio De Benedetti, responsabile dell’area di ricerca di Immunologia, Reumatologia e Malattie infettive dell’Ospedale – I dati sono particolarmente importanti perché le malattie autoimmuni in età pediatrica hanno un costo sociale altissimo in termini di qualità della vita del paziente e del nucleo familiare oltre a un costo economico rilevante per il sistema sanitario Questi risultati rafforzano la prospettiva di avviare studi clinici dedicati per offrire questa strategia a un numero più ampio di bambini con malattie autoimmuni gravi. Non a caso negli ultimi quattro mesi abbiamo trattato con le CAR-T altri 4 bambini e ragazzi”. Lo studio su Nature L'articolo Così le cellule CAR-T bloccano l’autoaggressione del sistema immunitario nei bambini con malattie autoimmuni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Campi Flegrei – Lo studio: “Diminuisce il sollevamento del suolo”. Gli scienziati: “Eruzione ora sarebbe ostacolata da diversi fattori”
Dalla metà di dicembre si osserva una diminuzione della velocità di sollevamento del suolo nell’area dei Campi Flegrei. A certificarlo è l’Osservatorio Vesuviano dell’Ingv, nel consueto bollettino settimanale di sorveglianza pubblicato. Il valore medio attuale del sollevamento è di circa 15 millimetri al mese, in calo rispetto ai picchi registrati nei mesi precedenti, pur rimanendo indicativo di una persistente fase di bradisismo. Una buona notizia per i residenti della zona che anche oggi hanno avvertito le scosse di terremoto. Nel corso dell’ultimo anno, la caldera flegrea — che interessa un’ampia area della provincia di Napoli — ha mostrato una dinamica complessa. Dopo lo sciame sismico del 15-19 febbraio 2025, la velocità di sollevamento del suolo aveva raggiunto valori medi prossimi ai 3 centimetri al mese. A partire dagli inizi di aprile il ritmo si era stabilizzato intorno ai 15 millimetri mensili, per poi aumentare nuovamente dal 10 ottobre 2025, quando era stato registrato un valore massimo di circa 25 millimetri al mese. Dalla metà di dicembre, infine, il dato è tornato a diminuire, attestandosi sugli attuali 1,5 centimetri al mese. Il sollevamento complessivo misurato dalla stazione Gnss del Rione Terra, nel centro storico di Pozzuoli (dove oggi sono stati chiusi i siti del parco archeologico), è pari a circa 22,5 centimetri a partire da gennaio 2025, confermando l’entità del fenomeno in atto. Parallelamente alla deformazione del suolo, continua anche l’attività sismica. Nella settimana compresa tra il 5 e l’11 gennaio, nell’area dei Campi Flegrei sono stati localizzati 71 terremoti, con una magnitudo massima di 3.1, registrata alle 3.23 del 6 gennaio. Ben 42 eventi si sono concentrati in tre distinti sciami sismici: il primo il 5 gennaio nell’area di Pozzuoli Cigliano; il secondo, più intenso, tra Pozzuoli Gauro e la Solfatara; il terzo l’8 gennaio, ancora nell’area di Pozzuoli.ù Sul piano scientifico, un nuovo studio firmato da ricercatori dell’Ingv e dell’Università di Ginevra fornisce un quadro di riferimento importante per valutare il potenziale evolutivo del sistema vulcanico. Il lavoro, pubblicato sulla rivista Communications Earth and Environment del gruppo Nature e intitolato “Scenario-based forecast of the evolution of 75 years of unrest at Campi Flegrei caldera (Italy)”, analizza l’evoluzione del bradisismo degli ultimi 75 anni attraverso modelli termici e petrologici, adottando un approccio basato sul cosiddetto “worst case scenario”. Lo studio assume che il sollevamento del suolo osservato dal 2005, così come quello degli anni Cinquanta, Settanta e Ottanta, sia legato a ripetute intrusioni magmatiche a circa 4 chilometri di profondità. “Si è scelto di partire da questa assunzione poiché è quella più cautelativa per gli abitanti dell’area flegrea soggetti alla pericolosità vulcanica”, spiega Stefano Carlino, ricercatore Ingv e co-autore dello studio. Secondo i risultati, pur in presenza di magma potenzialmente eruttabile e di una pressione interna che potrebbe teoricamente fratturare la crosta, le condizioni attuali non sono tali da favorire un’eruzione. “Un’eruzione sarebbe ostacolata dalla combinazione di diversi fattori”, osserva Luca Caricchi, dell’Università di Ginevra, tra cui il ridotto volume del serbatoio magmatico e la deformazione viscosa della crosta. Un’eventuale fuoriuscita di magma, spiegano Charline Lormand e Guy Simpson, comporterebbe infatti una rapida caduta di pressione, insufficiente a sostenere la risalita del magma fino in superficie. Lo studio non esclude però scenari di lungo periodo. Se la dinamica di sollevamento dovesse proseguire per alcune decine di anni con tassi simili a quelli odierni, la sorgente magmatica potrebbe accumulare volumi comparabili a quelli che alimentarono l’ultima eruzione del 1538. “Si tratta però di un’ipotesi fondata su un’assunzione non facile da verificare”, precisa Carlino, sottolineando che la natura profonda della sorgente del bradisismo resta oggetto di dibattito scientifico. Anche Tommaso Pivetta, ricercatore Ingv e co-autore, ribadisce che “le condizioni attuali non risultano idonee a un evento eruttivo”, nonostante la presenza di fratture nella crosta. Proprio per ridurre le incertezze, l’Ingv conferma che la priorità della ricerca resta l’integrazione di dati geofisici, geochimici e geodetici, per comprendere meglio i meccanismi che governano l’evoluzione della caldera. Lo studio L'articolo Campi Flegrei – Lo studio: “Diminuisce il sollevamento del suolo”. Gli scienziati: “Eruzione ora sarebbe ostacolata da diversi fattori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il mondo nel 2050, la “non profezia” di Nature tra intelligenze artificiali, clima estremo e nuove frontiere
Non l’anno che verrà, ma quello che gli umani vivranno fra un quarto di secolo. Un esercizio rischioso, ma anche molto ironico che ha spinto la rivista Nature a un salto per immaginare il futuro: le previsioni spesso sbagliano, ma aiutano a capire le direzioni possibili del cambiamento. Guardare al 2050 significa spingersi oltre l’orizzonte politico immediato e interrogarsi su come scienza, tecnologia e società potrebbero trasformarsi nei prossimi decenni. Le risposte non sono univoche: il futuro appare diviso tra scenari allarmanti e possibilità sorprendentemente ottimistiche. Ma in questo quadro la ricerca potrebbe non essere più un affare umano: “È tempo di riconsiderare le vostre opzioni di carriera, lettori di Nature!” si legge nell’incipit dell’articolo che apre l’home page- Uno degli elementi più destabilizzanti riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale. Secondo alcuni studiosi, entro il 2050 la maggior parte della ricerca scientifica potrebbe essere svolta da sistemi di IA superintelligenti. Gli esseri umani continuerebbero a fare scienza, ma più come attività intellettuale o creativa che come motore principale del progresso. Laboratori completamente automatizzati, attivi giorno e notte senza la presenza di ricercatori, potrebbero accelerare enormemente le scoperte, soprattutto in campi come la biotecnologia. Questa prospettiva solleva però interrogativi profondi: chi controllerà queste macchine? E come cambierà il ruolo dello scienziato? Parallelamente, il cambiamento climatico resta la grande ombra sul futuro. Molti modelli indicano che entro il 2040 il pianeta potrebbe superare la soglia critica dei 2 °C di aumento della temperatura media rispetto all’era preindustriale. Nel 2050, quindi, il dibattito potrebbe non essere più sulla realtà del riscaldamento globale, ma su come affrontarne le conseguenze. Tra le opzioni più controverse c’è la geoingegneria, come l’iniezione di particelle riflettenti nell’atmosfera per ridurre l’irraggiamento solare. Una soluzione, potenzialmente destabilizzante per i sistemi climatici e fonte di tensioni geopolitiche, soprattutto se adottata unilateralmente da singoli Paesi o aziende. Esiste però anche uno scenario più positivo: la possibilità che la rimozione dell’anidride carbonica dall’atmosfera diventi un settore economicamente redditizio. Tecnologie capaci di trasformare la CO₂ in carburanti, materiali o farmaci potrebbero ridurre i gas serra e allo stesso tempo creare nuove filiere industriali. In questo caso, la lotta al cambiamento climatico non sarebbe solo un costo, ma un’opportunità. Guardando oltre la Terra, il 2050 è una data chiave anche per l’esplorazione spaziale. Le agenzie spaziali pianificano missioni con decenni di anticipo: si parla di robot su Mercurio, di campioni di comete riportati sulla Terra e, naturalmente, di Marte. Tuttavia, l’idea di una missione umana sul pianeta rosso resta controversa. I rischi biologici legati alle radiazioni cosmiche e alla microgravità sono ancora poco compresi e spesso sottovalutati dall’entusiasmo tecnologico. Sul fronte della conoscenza fondamentale, le prospettive sono affascinanti. Entro il 2050, nuove tecnologie quantistiche potrebbero aiutare a risolvere enigmi cosmologici come la natura della materia oscura e dell’energia oscura. Sensori sempre più sensibili, integrati nei rivelatori di onde gravitazionali, potrebbero aprire una finestra su oggetti finora invisibili dell’Universo. Anche l’energia da fusione nucleare, da decenni promessa ma mai pienamente realizzata, potrebbe finalmente diventare una realtà operativa. Non mancano, però, i fattori esterni che – si legge nell’articolo – rischiano di frenare il progresso. Il calo del sostegno pubblico alla scienza, la crescita del populismo e la richiesta di risultati immediati potrebbero penalizzare la ricerca di base, che richiede tempo e pazienza. Inoltre, la gestione dei dati emerge come uno dei principali colli di bottiglia: senza infrastrutture adeguate e fiducia nella condivisione delle informazioni, anche le tecnologie più avanzate rischiano di non esprimere il loro potenziale. Il 2050, dunque, non è una profezia, ma uno specchio delle scelte presenti. Tra crisi climatiche, rivoluzioni tecnologiche e nuove scoperte scientifiche, il futuro resta aperto. E proprio per questo, immaginarlo oggi è un modo per decidere che direzione vogliamo prendere. L'articolo Il mondo nel 2050, la “non profezia” di Nature tra intelligenze artificiali, clima estremo e nuove frontiere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Svelato il punto debole del “fungo killer”, lo studio su Nature sulla fatale Candida auris
Un piccolo fungo, invisibile a occhio nudo, ma capace di seminare devastazione nei reparti ospedalieri, potrebbe avere finalmente un punto vulnerabile. È la Candida auris, chiamato anche il “fungo killer”, che ha fatto irruzione nelle cronache mediche negli ultimi anni per la sua capacità di resistere a tutti i principali farmaci antimicotici e provocare infezioni mortali, con un tasso di mortalità del 45% tra i pazienti più fragili, soprattutto quelli sottoposti a ventilazione meccanica. Da quando è stata identificata per la prima volta nel 2008, la Candida auris ha causato epidemie in oltre 40 Paesi, diventando una minaccia globale inserita dall’Organizzazione mondiale della sanità tra i patogeni fungini di priorità critica e da diversi anni monitorato dalle autorità sanitarie statunitensi. La sua origine rimane misteriosa, ma alcune caratteristiche biologiche – come la resistenza alle alte temperature e a elevate concentrazioni di sale – hanno suggerito ai ricercatori un possibile legame con ambienti marini tropicali. Ora, uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications Biology dal team dell’Università di Exeter apre una nuova prospettiva. I ricercatori hanno utilizzato le larve del pesce Arabian killifish, il cui sviluppo tollera la temperatura corporea umana, per osservare come il fungo si comporta in un ospite vivente. Hanno scoperto che la Candida auris può trasformarsi in filamenti allungati per cercare nutrienti e hanno identificato quali geni vengono attivati e disattivati durante l’infezione. Alcuni di questi geni sono coinvolti nella ricerca e nell’acquisizione del ferro, suggerendo possibili vulnerabilità sfruttabili dai farmaci. “Finora non avevamo idea di quali geni fossero attivi durante l’infezione di un ospite vivente – spiega Rhys Farrer, coautore dello studio – Conoscere questo ci offre indizi sulla possibile origine del patogeno e, soprattutto, ci indica potenziali bersagli per nuovi farmaci o per il riutilizzo di farmaci esistenti”. Hugh Gifford, co-direttore del Centro di micologia medica di Exeter, sottolinea l’urgenza di ulteriori ricerche: “Abbiamo identificato un possibile punto debole del patogeno letale. Ora dobbiamo verificare se possiamo sviluppare trattamenti che lo sfruttino e prevenire che continui a mietere vittime nei reparti ospedalieri”. Il modello delle larve di pesce, finanziato dal progetto, rappresenta un’alternativa ai tradizionali modelli animali come topi e zebrafish. “Ci permette di osservare eventi cellulari e molecolari in ospiti vivi, senza precedenti”, commenta Katie Bates, responsabile dei finanziamenti per la ricerca presso NC3Rs (National Center for Replacement, Reduction and Refinement). La scoperta offre una prospettiva promettente per contrastare un microrganismo che, fin dalla sua comparsa, ha messo in crisi le terapie intensive e le strategie ospedaliere di controllo delle infezioni. Se confermata, potrebbe segnare l’inizio di nuovi approcci terapeutici capaci di proteggere i pazienti più vulnerabili e ridurre l’impatto negli ospedali di tutto il mondo. Lo studio L'articolo Svelato il punto debole del “fungo killer”, lo studio su Nature sulla fatale Candida auris proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La dieta “mima-digiuno” e il desametasone potenziano le terapie nel trattamento del tumore al seno
Una strategia nutrizionale innovativa potrebbe presto affiancare le terapie convenzionali contro il tumore al seno: si tratta della dieta “mima-digiuno”, un regime alimentare a bassissimo contenuto calorico che imita gli effetti del digiuno vero e proprio. Secondo uno studio internazionale coordinato dall’Ospedale Policlinico San Martino e dall’Università di Genova, in collaborazione con il Netherlands Cancer Institute di Amsterdam, questo approccio potrebbe aumentare l’efficacia dei trattamenti ormonali nelle pazienti affette da carcinoma mammario. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Nature. Lo studio prende le mosse da una precedente indagine del 2020, in cui era stato dimostrato che brevi periodi di digiuno controllato — concretizzati in una dieta vegana a ridotto apporto di calorie, proteine e zuccheri — aumentavano la sensibilità dei tumori della mammella alla terapia ormonale e ritardavano lo sviluppo di resistenze. Come spiega Irene Caffa, del Dipartimento di Medicina Interna e Specialità Mediche dell’Università di Genova, “questi effetti benefici derivano dalla capacità della dieta mima-digiuno di aumentare i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress”. Il cortisolo, una volta entrato nelle cellule tumorali, attiva il recettore dei glucocorticoidi, una proteina che nei tumori mammari sensibili alla terapia ormonale agisce come un “oncosoppressore”, rallentandone la crescita. Questa scoperta ha suggerito ai ricercatori un’alternativa al digiuno: il desametasone, un corticosteroide la cui azione è parzialmente sovrapponibile a quella del cortisolo. Gli esperimenti condotti su modelli animali hanno confermato l’ipotesi: quando il desametasone è stato somministrato insieme alla terapia ormonale, i tumori hanno mostrato un arresto della crescita, suggerendo un meccanismo simile a quello osservato con la dieta mima-digiuno. Come sottolinea Alessio Nencioni, professore ordinario di Medicina Interna all’Università di Genova e direttore della Clinica Geriatrica dell’Irccs Ospedale Policlinico San Martino, “i risultati di queste indagini forniranno presto la base per uno studio clinico destinato ai pazienti con tumore della mammella metastatico”. Lo studio rappresenta un passo importante verso approcci terapeutici più integrati, in cui interventi nutrizionali mirati o farmaci specifici possano potenziare l’efficacia delle terapie tradizionali, aprendo nuove prospettive nel trattamento del carcinoma mammario. L’uso del desametasone potrebbe inoltre offrire un’alternativa praticabile per pazienti che non possono seguire regimi di digiuno controllato, mantenendo comunque i benefici biologici dell’aumento del cortisolo e dell’attivazione dei recettori dei glucocorticoidi. Lo studio su Nature L'articolo La dieta “mima-digiuno” e il desametasone potenziano le terapie nel trattamento del tumore al seno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mano bionica “intelligente”: l’Ai aiuta a muovere le dita in modo naturale
Un passo avanti straordinario nel campo della robotica e delle protesi: i ricercatori dell’Università dello Utah hanno realizzato una mano bionica in grado di “pensare” quasi da sola. La protesi è dotata di una propria “mente” artificiale, che le permette di capire autonomamente come posizionare le dita e quanta forza esercitare per afferrare oggetti e compiere azioni quotidiane. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, ha coinvolto nove persone con arti intatti e quattro soggetti con amputazioni tra polso e gomito. I risultati mostrano che la nuova protesi rende i movimenti più naturali e intuitivi, poiché il controllo è condiviso tra l’Intelligenza Artificiale e l’utente, riducendo lo sforzo mentale richiesto per coordinare ogni singola mossa. Chi non ha perso un arto non deve ragionare coscientemente su dove posizionare ogni dito per afferrare una tazza o stringere una mano correttamente. Chi utilizza una protesi, invece, si trova spesso ad affrontare proprio questa difficoltà. Per affrontarla, i ricercatori guidati da Jacob George e Marshall Trout hanno integrato nella punta delle dita sensori di pressione e vicinanza su una mano protesica già in commercio. Una rete neurale artificiale è stata poi addestrata a determinare come dovrebbero muoversi le dita per compiere ciascuna azione. L’algoritmo è in grado di prevedere la distanza dell’oggetto e di muovere le dita di conseguenza. Nonostante l’autonomia della mano, l’utente mantiene sempre il controllo: il sistema combina continuamente l’azione dell’AI con i comandi dell’utilizzatore, decodificati attraverso i segnali elettrici provenienti dalla pelle e dai muscoli. FOTO DI ARCHIVIO L'articolo Mano bionica “intelligente”: l’Ai aiuta a muovere le dita in modo naturale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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