Processare per direttissima e mandare subito in carcere i ragazzini trovati con
un coltello addosso. È l’input arrivato dal ministero della Giustizia in una
riunione con i presidenti dei Tribunali per i minorenni di tutta Italia, tenuta
giovedì scorso in videoconferenza dalla capo di gabinetto del ministro Carlo
Nordio, Giusi Bartolozzi, e dal capo dipartimento della Giustizia minorile
Antonio Sangermano. Un vertice operativo convocato dopo l’entrata in vigore
dell’ultimo decreto Sicurezza, che inasprisce in modo estremo le norme sul porto
di armi da taglio: da un lato, infatti, moltiplica le pene per chi porta “senza
giustificato motivo” lame superiori agli otto centimetri (si rischieranno fino a
sei anni di carcere); dall’altro mette del tutto fuorilegge i coltellini
pieghevoli con lama sopra i cinque centimetri, per cui non sarà più ammesso
nemmeno il “giustificato motivo” (nonostante migliaia di persone li usino
quotidianamente per lavoro). La stretta è stata decisa sull’onda di alcuni casi
di cronaca che hanno riguardato minori o neo-maggiorenni, in primis l’omicidio
di uno studente di scuola superiore a La Spezia. Così, per rafforzare l’impatto
della nuova legge, il governo ha chiesto la collaborazione dei magistrati:
nell’incontro il ministero ha sondato la possibilità di applicare in tutta
Italia un protocollo già in vigore a Napoli, in base al quale i minori che
portano coltelli devono essere processati per direttissima, cioè subito, usando
una speciale norma antimafia approvata dopo le stragi. Un modo per arrivare il
prima possibile a una condanna e magari al carcere, mostrando il pugno duro
dello Stato contro la violenza giovanile.
Una breve premessa tecnica: normalmente la direttissima si può fare solo entro
48 ore da un arresto in flagranza, che però per questo tipo di reati è
facoltativo e di solito non viene applicato (specialmente coi minori). In base a
un decreto antimafia del 1992 (approvato subito dopo la strage di Capaci) il
giudizio rapido è però sempre possibile “per i reati concernenti le armi e gli
esplosivi“, in questo caso entro trenta giorni dalla notizia di reato. Una norma
pensata come strumento eccezionale in un momento di crisi della Repubblica,
finora mai applicata al porto di coltelli e meno che mai ai ragazzini. E invece,
da qualche settimana, a Napoli questa applicazione inedita è diventata la
regola: “Al fine di arginare il dilagante e pericoloso utilizzo da parte di
ragazzi minorenni che, in occasione della movida del fine settimana, escono in
strada armati di coltelli, d’accordo con la locale Procura per i minorenni e con
il Servizio sociale ministeriale, si è convenuto di procedere col rito
direttissimo, anche fuori dai casi previsti dall’articolo 449 del Codice di
procedura penale, utilizzando la previsione (…) che consente il ricorso a
giudizio direttissimo per i reati concernenti le armi”, si legge nell’accordo
datato 14 gennaio, firmato dalla presidente del Tribunale per i minorenni Paola
Brunese e dalla procuratrice minorile Patrizia Imperato. A questo scopo è stato
istituito “un collegio straordinario” presieduto dalla stessa presidente del
Tribunale, che tiene udienza ogni primo venerdì del mese.
Al governo questo esperimento è piaciuto molto, tanto che la capo gabinetto
Bartolozzi e il capo dipartimento Sangermano, la settimana scorsa, hanno
chiamato a raccolta i 26 presidenti dei Tribunali per i minori proprio per
manifestare il desiderio di vederlo replicato in tutta Italia. Ma la risposta
dei magistrati è stata una metaforica porta in faccia, dovuta – spiegano – a due
ordini di problemi che rendono sconsigliabile applicare ovunque il “protocollo
Napoli”. Il primo è la mancanza di risorse: celebrare regolarmente processi per
direttissima implica una disponibilità di magistrati che quasi tutti gli uffici
minorili non hanno (su questo, chiamata in causa, Bartolozzi ha glissato). Ma
c’è anche un tema di sostanza: il processo minorile, a differenza di quello
degli adulti, deve tendere alla rieducazione più che alla punizione. E le
direttissime vanno nel senso diametralmente opposto, tanto che in quest’ambito
non si fanno praticamente mai: il processo lampo, infatti, rende impossibile
coinvolgere adeguatamente i servizi sociali e i genitori e quindi imbastire un
percorso di messa alla prova con sospensione del giudizio (l’esito più frequente
dei reati commessi dai minori). Insomma, esercitando la propria autonomia e
indipendenza i magistrati hanno rispettosamente declinato l’invito del
ministero, spiegandone le ragioni. Ma il messaggio è chiaro: il governo si
aspetta pene rapide ed esemplari per i ragazzini armati di coltelli, e ogni
decisione in questo senso sarà gradita. Un antipasto di quella che, in caso di
vittoria del Sì al referendum, potrebbe diventare la dinamica standard dei
rapporti tra politica e potere giudiziario.
L'articolo “Subito in carcere i minori con i coltelli”: ora il governo chiede ai
giudici processi lampo (usando una norma antimafia) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Ci sono il “fenomeno”, il “genio” e anche un “candidato garibaldino”. Con loro
appaiono il “graziato sul commerciale” e il “salvato sul civile” ma anche uno
che “secondo Carmelo uomo per me donna”. Insomma, ci sono degli appunti sospetti
nel documento caricato – e poi rimosso – sul sito del Consiglio nazionale dei
notai relativo all’elenco di coloro che hanno superato le prove scritte nel 2024
e che dovrebbero affrontare l’orale in questi giorni. Soprattutto c’è un elenco
di “santi” associato ad alcuni candidati che pare essere una sorta di
protezione, tutt’altro che divina.
È destinata a far discutere ma non solo, questa lista, messa online per errore.
Il tentativo di cancellare le impronte digitali, tuttavia, non è andato a buon
fine: quando l’errore è stato rettificato, caricando la lista senza appunti, in
molti avevano già scaricato il file in Pdf che ha iniziato a fare il giro della
chat provocando polemiche e proteste perché le annotazioni sembrano superare il
giudizio di merito ed entrare nel campo della discrezionalità delle scelte della
commissione.
Le prove scritte, infatti, dovrebbero essere valutate in maniera sostanzialmente
anonima: l’identità del candidato, grazie alle buste separate, non dovrebbe
essere nota alla commissione d’esame, nominata dal ministero della Giustizia e
composta da 9 magistrati, 9 notai e 6 docenti universitari. Da qui lo sconcerto
dei partecipanti. Una reazione che potrebbe portare anche a una mossa ufficiale,
come una denuncia che aprirebbe le porte a un’inchiesta penale. Senza contare
che il ministero potrebbe decidere di annullare il concorso che dovrebbe
selezionare 400 nuovi notai.
Resta, in ogni caso, l’inopportunità dei commenti: c’era una candidata “carina”,
il che apre già alle porte alla violazione dell’anonimato, c’è un candidato
“fenomeno” e un altro “graziato”. Un aspirante notaio è, secondo chi ha redatto
gli appunti finiti per sbaglio online, una “donna” ma per “Carmelo” –
probabilmente un altro commissario, tra i quali compare il notaio in pensione
Carmelo Ceraolo – è un “uomo”.
Ma soprattutto c’è una sfilza di santi associati ad alcuni candidati che neanche
in una novena. Ecco comparire “Santa Caterina di Svezia”, “Sant’Emanuele”, “San
Beniamino”, “San Giovanni Battista de la Salle”, “San Bernadette Soubirous” e
ancora “Santa Matilde di Hackeborn”. Alcuni, come “Annunciazione del Signore”,
si ripetono in più occasioni. Il sospetto di molti è che dietro l’associazione
tra candidato e santo si celi sostanzialmente una “segnalazione” da parte di
pezzi grossi.
L'articolo Concorso notai nella bufera: “santi” e appunti sospetti nella lista
degli ammessi all’orale proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Procura di Milano indaga per accesso abusivo a sistema informatico il tecnico
del ministero della Giustizia che aveva mostrato a Report come il software Ecm
consenta di entrare da remoto nei computer dei magistrati senza che se ne
accorgano. La notizia si presta a letture diverse, non per forza favorevoli al
Ministero. Finora via Arenula ha sempre negato l’esistenza stessa del problema,
tacendo anche sull’esposto depositato due giorni prima della messa in onda del
servizio, nonostante la questione fosse da anni al centro di confronti interni
tra tecnici, e tra la Procura di Torino e ministero. Più che chiudere la
vicenda, la mossa la riapre: non a caso la Procura ha subito delegato la Polizia
postale a verificare se i pc dei magistrati possano essere controllati a loro
insaputa e senza lasciare tracce. Un punto, evidentemente, tutt’altro che
pacifico. Ma andiamo con ordine.
Il fascicolo è stato aperto venerdì 24 gennaio, dopo un esposto del ministero
presentato all’indomani dell’anticipazione di giovedì della puntata di Report e
prima della messa in onda di domenica 25 gennaio. L’ipotesi di reato è accesso
abusivo a sistema informatico e l’indagato è un tecnico ministeriale del
distretto di Torino: lo stesso che, in un’intervista in anonimato prima a Report
e poi a Il Fatto Quotidiano, aveva raccontato di aver dimostrato al gip del
tribunale di Alessandria Aldo Tirone, con il consenso del magistrato e sul suo
computer d’ufficio, che il software ministeriale Ecm può essere utilizzato da
remoto senza lasciare tracce nei sistemi degli amministratori centrali. Secondo
il racconto, l’operazione consentiva di osservare lo schermo del pc del giudice
e di intervenire come se si fosse fisicamente alla tastiera, a sua insaputa.
Con l’esposto firmato dal capo dipartimento Antonella Ciriello, il Ministero ha
trasmesso alla Procura anche il carteggio intercorso con gli uffici di Torino
nel biennio 2024-2025. In questo modo ha di fatto individuato Milano come
ufficio competente, prospettando il gip Tirone come “parte offesa”
dell’intrusione: nei casi in cui la persona offesa sia un magistrato in servizio
in un ufficio del distretto torinese – come l’Ufficio gip del tribunale di
Alessandria – la competenza spetta infatti alla Procura di Milano.
Nelle interviste, il gip aveva confermato senza ambiguità che il tecnico aveva
agito con il suo consenso. Il Ministero, e in questa fase iniziale anche la
Procura, muovono però dal presupposto che tale consenso sarebbe irrilevante
qualora l’accesso non fosse avvenuto, come sostenuto dal tecnico in tv, tramite
le sole credenziali ordinarie, ma attraverso ulteriori “forzature” tecniche
della rete ministeriale. Secondo il dicastero, quella specifica funzione di Ecm
non potrebbe operare senza una preventiva autorizzazione dei magistrati.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore Marcello Viola con i pm Francesca Celle
(del pool dell’aggiunto Paolo Ielo competente sui magistrati piemontesi) ed
Enrico Pavone (pool cyber e terrorismo), vede anche l’applicazione da parte del
procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo del sostituto Eugenio Albamonte.
Alla Polizia postale è affidato il compito di verificare l’affidabilità e le
reali capacità di Ecm, il software Microsoft utilizzato dal Ministero – come da
molte grandi organizzazioni private – per la gestione centralizzata di
installazioni, aggiornamenti e sicurezza su migliaia di computer.
I quesiti sono tre:
1) se un tecnico accreditato possa accedere ai pc dei magistrati senza la loro
approvazione e a loro insaputa;
2) se tali accessi lascino traccia nei file di log, come sostiene il Ministero;
3) se sia tecnicamente possibile cancellare o alterare quelle tracce.
Sul punto, venerdì il ministro Nordio è tornato a intervenire, affermando di
“trovare persino irriguardoso soffermarmi a smentire alcune ripugnanti
insinuazioni diffuse in questi giorni sull’ipotesi di interferenze illecite da
parte nostra nell’attività esclusiva e sovrana della magistratura”.
L'articolo Software dei magistrati, esposto del ministero a due giorni dalla
puntata: indagato il tecnico del test di Report proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un sistema instabile e ancora in gran parte inaffidabile che tra meno di un mese
dovrebbe gestire le attività più delicate delle indagini: le intercettazioni e
le misure cautelari. Per il terzo anno di fila, all’avvicinarsi del 1° gennaio,
tra i magistrati cresce il panico per la programmata estensione dell’obbligo di
usare App, l’ormai famigerato software per il processo penale telematico
sviluppato dal ministero della Giustizia, oggetto di continui crash e
malfunzionamenti che paralizzano le attività di tribunali e procure. Già dal 1°
aprile, almeno in teoria, App è diventato obbligatorio (dopo una disastrosa
falsa partenza a gennaio) per depositare tutti gli atti dei processi di primo
grado e per l’iscrizione delle notizie di reato, anche se in moltissimi uffici,
viste le difficoltà pratiche, si è scelto di prorogare il “doppio binario”
cartaceo-digitale. Con l’anno nuovo, però, il cronoprogramma prevederebbe
l’estensione più temuta dalle toghe: il software dovrebbe essere usato anche per
gli atti delle indagini preliminari, comprese le richieste di intercettazioni o
di arresti avanzate dai pm e i relativi provvedimenti di autorizzazione del gip.
Una prospettiva talmente rischiosa che lo stesso ministero guidato da Carlo
Nordio ha già deciso di rinviare in parte la scadenza: una bozza di decreto
inviato al Consiglio superiore della magistratura prevede il prolungamento fino
al 30 giugno del “doppio binario” per le intercettazioni, mentre per le misure
cautelari (custodia in carcere o ai domiciliari, sequestri e così via) la
proroga è fissata al 31 marzo, ma riguarda solo le impugnazioni delle misure di
fronte al Tribunale del Riesame, e non il procedimento “base” tra pm e gip.
Una toppa del tutto insufficiente secondo il Csm, che nel parere obbligatorio
approvato nella seduta di mercoledì – relatori i consiglieri togati Roberto
Fontana e Marco Bisogni – chiede al governo “un differimento temporale maggiore
e, comunque, complessivo“: i termini proposti da Nordio, infatti, garantiscono
un margine “troppo ristretto in considerazione dello stato assolutamente
embrionale delle funzionalità di App finora sviluppate per gli slot delle
intercettazioni e delle impugnazioni di competenza del Tribunale del Riesame. Va
ricordato”, sottolineano i consiglieri, “che si tratta di attività processuali
sottoposte a termini perentori, rispetto alle quali un men che perfetto
funzionamento dell’applicativo, allo stato tutt’altro che da escludere,
comporterebbe la perdita irrimediabile di elementi di prova (nel caso delle
intercettazioni) o la decadenza da facoltà delle parti (nel caso delle
impugnazioni)”. Per scendere nel concreto: se un pm trasmette un decreto urgente
di intercettazione al gip e quello “scompare” dal sistema (come successo di
recente in tutta Italia), il giudice non lo potrà convalidare in tempo e le
prove raccolte saranno inutilizzabili. Un’ipotesi per niente astratta: il
parere, pur riconoscendo i miglioramenti degli ultimi mesi, sottolinea che App
presenta ancora “diverse criticità”, in particolare “la frequente instabilità
del sistema, che talvolta “rallenta” sensibilmente il suo funzionamento
comunicando all’utente improvvisi messaggi di errore”. Inoltre, spesso “gli atti
e i documenti trasmessi da un utente abilitato interno all’altro non risultano
visibili al destinatario e sono necessari interventi tecnici ad hoc per
rimediare ai “bug” dell’applicativo”.
La “gestione mista” delle misure cautelari, con la prima fase digitalizzata e le
impugnazioni ancora consentite in cartaceo, secondo i consiglieri è invece una
scelta “poco razionale sia da un punto di vista pratico sia da un punto di vista
sistematico”, che rischia di avere effetti negativi “sugli uffici del gip e del
pubblico ministero, con l’impossibilità di gestione unitaria del fascicolo
digitale degli atti della misura cautelare e con conseguenti problematiche anche
per la gestione tempestiva e la verifica delle scadenze“. Per questo si chiede a
Nordio di “disporre un differimento complessivo” dell’obbligo di usare App per
le misure cautelari: in questo modo, viene aggiunto, si potrebbe “effettuare una
preliminare e progressiva sperimentazione del flusso”, limitata alle misure
cautelari reali, cioè ai sequestri, “in modo da non incidere sulla libertà
personale in caso di iniziali prevedibili malfunzionamenti del sistema”. Il
parere critico è stato approvato con l’astensione dei “laici” di centrodestra, i
membri eletti dal Parlamento su indicazione dei partiti di governo: in
particolare, la consigliera in quota Lega Claudia Eccher (ex avvocata di Matteo
Salvini) ha detto di non voler assecondare “atteggiamenti di resistenza” alla
novità da parte delle toghe (un’argomentazione usata in passato anche da
Nordio). Opposto il punto di vista dei consiglieri togati, cioè magistrati:
persino il procuratore generale della Cassazione Pietro Gaeta (membro di diritto
dell’organo) è intervenuto per sottolineare come, a suo modo di vedere, il Csm
avrebbe dovuto essere ancora più netto nel segnalare l’inadeguatezza di App per
gestire procedimenti così delicati.
L'articolo Processo telematico, a breve la “App” di Nordio sarà obbligatoria per
intercettare. Il Csm: “Rinviare o spariranno le prove” proviene da Il Fatto
Quotidiano.