La Procura di Milano indaga per accesso abusivo a sistema informatico il tecnico
del ministero della Giustizia che aveva mostrato a Report come il software Ecm
consenta di entrare da remoto nei computer dei magistrati senza che se ne
accorgano. La notizia si presta a letture diverse, non per forza favorevoli al
Ministero. Finora via Arenula ha sempre negato l’esistenza stessa del problema,
tacendo anche sull’esposto depositato due giorni prima della messa in onda del
servizio, nonostante la questione fosse da anni al centro di confronti interni
tra tecnici, e tra la Procura di Torino e ministero. Più che chiudere la
vicenda, la mossa la riapre: non a caso la Procura ha subito delegato la Polizia
postale a verificare se i pc dei magistrati possano essere controllati a loro
insaputa e senza lasciare tracce. Un punto, evidentemente, tutt’altro che
pacifico. Ma andiamo con ordine.
Il fascicolo è stato aperto venerdì 24 gennaio, dopo un esposto del ministero
presentato all’indomani dell’anticipazione di giovedì della puntata di Report e
prima della messa in onda di domenica 25 gennaio. L’ipotesi di reato è accesso
abusivo a sistema informatico e l’indagato è un tecnico ministeriale del
distretto di Torino: lo stesso che, in un’intervista in anonimato prima a Report
e poi a Il Fatto Quotidiano, aveva raccontato di aver dimostrato al gip del
tribunale di Alessandria Aldo Tirone, con il consenso del magistrato e sul suo
computer d’ufficio, che il software ministeriale Ecm può essere utilizzato da
remoto senza lasciare tracce nei sistemi degli amministratori centrali. Secondo
il racconto, l’operazione consentiva di osservare lo schermo del pc del giudice
e di intervenire come se si fosse fisicamente alla tastiera, a sua insaputa.
Con l’esposto firmato dal capo dipartimento Antonella Ciriello, il Ministero ha
trasmesso alla Procura anche il carteggio intercorso con gli uffici di Torino
nel biennio 2024-2025. In questo modo ha di fatto individuato Milano come
ufficio competente, prospettando il gip Tirone come “parte offesa”
dell’intrusione: nei casi in cui la persona offesa sia un magistrato in servizio
in un ufficio del distretto torinese – come l’Ufficio gip del tribunale di
Alessandria – la competenza spetta infatti alla Procura di Milano.
Nelle interviste, il gip aveva confermato senza ambiguità che il tecnico aveva
agito con il suo consenso. Il Ministero, e in questa fase iniziale anche la
Procura, muovono però dal presupposto che tale consenso sarebbe irrilevante
qualora l’accesso non fosse avvenuto, come sostenuto dal tecnico in tv, tramite
le sole credenziali ordinarie, ma attraverso ulteriori “forzature” tecniche
della rete ministeriale. Secondo il dicastero, quella specifica funzione di Ecm
non potrebbe operare senza una preventiva autorizzazione dei magistrati.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore Marcello Viola con i pm Francesca Celle
(del pool dell’aggiunto Paolo Ielo competente sui magistrati piemontesi) ed
Enrico Pavone (pool cyber e terrorismo), vede anche l’applicazione da parte del
procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo del sostituto Eugenio Albamonte.
Alla Polizia postale è affidato il compito di verificare l’affidabilità e le
reali capacità di Ecm, il software Microsoft utilizzato dal Ministero – come da
molte grandi organizzazioni private – per la gestione centralizzata di
installazioni, aggiornamenti e sicurezza su migliaia di computer.
I quesiti sono tre:
1) se un tecnico accreditato possa accedere ai pc dei magistrati senza la loro
approvazione e a loro insaputa;
2) se tali accessi lascino traccia nei file di log, come sostiene il Ministero;
3) se sia tecnicamente possibile cancellare o alterare quelle tracce.
Sul punto, venerdì il ministro Nordio è tornato a intervenire, affermando di
“trovare persino irriguardoso soffermarmi a smentire alcune ripugnanti
insinuazioni diffuse in questi giorni sull’ipotesi di interferenze illecite da
parte nostra nell’attività esclusiva e sovrana della magistratura”.
L'articolo Software dei magistrati, esposto del ministero a due giorni dalla
puntata: indagato il tecnico del test di Report proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un sistema instabile e ancora in gran parte inaffidabile che tra meno di un mese
dovrebbe gestire le attività più delicate delle indagini: le intercettazioni e
le misure cautelari. Per il terzo anno di fila, all’avvicinarsi del 1° gennaio,
tra i magistrati cresce il panico per la programmata estensione dell’obbligo di
usare App, l’ormai famigerato software per il processo penale telematico
sviluppato dal ministero della Giustizia, oggetto di continui crash e
malfunzionamenti che paralizzano le attività di tribunali e procure. Già dal 1°
aprile, almeno in teoria, App è diventato obbligatorio (dopo una disastrosa
falsa partenza a gennaio) per depositare tutti gli atti dei processi di primo
grado e per l’iscrizione delle notizie di reato, anche se in moltissimi uffici,
viste le difficoltà pratiche, si è scelto di prorogare il “doppio binario”
cartaceo-digitale. Con l’anno nuovo, però, il cronoprogramma prevederebbe
l’estensione più temuta dalle toghe: il software dovrebbe essere usato anche per
gli atti delle indagini preliminari, comprese le richieste di intercettazioni o
di arresti avanzate dai pm e i relativi provvedimenti di autorizzazione del gip.
Una prospettiva talmente rischiosa che lo stesso ministero guidato da Carlo
Nordio ha già deciso di rinviare in parte la scadenza: una bozza di decreto
inviato al Consiglio superiore della magistratura prevede il prolungamento fino
al 30 giugno del “doppio binario” per le intercettazioni, mentre per le misure
cautelari (custodia in carcere o ai domiciliari, sequestri e così via) la
proroga è fissata al 31 marzo, ma riguarda solo le impugnazioni delle misure di
fronte al Tribunale del Riesame, e non il procedimento “base” tra pm e gip.
Una toppa del tutto insufficiente secondo il Csm, che nel parere obbligatorio
approvato nella seduta di mercoledì – relatori i consiglieri togati Roberto
Fontana e Marco Bisogni – chiede al governo “un differimento temporale maggiore
e, comunque, complessivo“: i termini proposti da Nordio, infatti, garantiscono
un margine “troppo ristretto in considerazione dello stato assolutamente
embrionale delle funzionalità di App finora sviluppate per gli slot delle
intercettazioni e delle impugnazioni di competenza del Tribunale del Riesame. Va
ricordato”, sottolineano i consiglieri, “che si tratta di attività processuali
sottoposte a termini perentori, rispetto alle quali un men che perfetto
funzionamento dell’applicativo, allo stato tutt’altro che da escludere,
comporterebbe la perdita irrimediabile di elementi di prova (nel caso delle
intercettazioni) o la decadenza da facoltà delle parti (nel caso delle
impugnazioni)”. Per scendere nel concreto: se un pm trasmette un decreto urgente
di intercettazione al gip e quello “scompare” dal sistema (come successo di
recente in tutta Italia), il giudice non lo potrà convalidare in tempo e le
prove raccolte saranno inutilizzabili. Un’ipotesi per niente astratta: il
parere, pur riconoscendo i miglioramenti degli ultimi mesi, sottolinea che App
presenta ancora “diverse criticità”, in particolare “la frequente instabilità
del sistema, che talvolta “rallenta” sensibilmente il suo funzionamento
comunicando all’utente improvvisi messaggi di errore”. Inoltre, spesso “gli atti
e i documenti trasmessi da un utente abilitato interno all’altro non risultano
visibili al destinatario e sono necessari interventi tecnici ad hoc per
rimediare ai “bug” dell’applicativo”.
La “gestione mista” delle misure cautelari, con la prima fase digitalizzata e le
impugnazioni ancora consentite in cartaceo, secondo i consiglieri è invece una
scelta “poco razionale sia da un punto di vista pratico sia da un punto di vista
sistematico”, che rischia di avere effetti negativi “sugli uffici del gip e del
pubblico ministero, con l’impossibilità di gestione unitaria del fascicolo
digitale degli atti della misura cautelare e con conseguenti problematiche anche
per la gestione tempestiva e la verifica delle scadenze“. Per questo si chiede a
Nordio di “disporre un differimento complessivo” dell’obbligo di usare App per
le misure cautelari: in questo modo, viene aggiunto, si potrebbe “effettuare una
preliminare e progressiva sperimentazione del flusso”, limitata alle misure
cautelari reali, cioè ai sequestri, “in modo da non incidere sulla libertà
personale in caso di iniziali prevedibili malfunzionamenti del sistema”. Il
parere critico è stato approvato con l’astensione dei “laici” di centrodestra, i
membri eletti dal Parlamento su indicazione dei partiti di governo: in
particolare, la consigliera in quota Lega Claudia Eccher (ex avvocata di Matteo
Salvini) ha detto di non voler assecondare “atteggiamenti di resistenza” alla
novità da parte delle toghe (un’argomentazione usata in passato anche da
Nordio). Opposto il punto di vista dei consiglieri togati, cioè magistrati:
persino il procuratore generale della Cassazione Pietro Gaeta (membro di diritto
dell’organo) è intervenuto per sottolineare come, a suo modo di vedere, il Csm
avrebbe dovuto essere ancora più netto nel segnalare l’inadeguatezza di App per
gestire procedimenti così delicati.
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intercettare. Il Csm: “Rinviare o spariranno le prove” proviene da Il Fatto
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