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Altro che toghe “impunite”: alla vigilia del referendum il Csm radia il nono magistrato in tre anni. E ne sospende due
Un magistrato radiato e altri due sospesi dalle funzioni e dallo stipendio in via cautelare. La Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, che la riforma Nordio vorrebbe sostituire con l’Alta Corte, emette in un colpo solo tre provvedimenti pesantissimi alla vigilia del referendum, quasi una risposta allo slogan del Sì secondo cui le toghe inadeguate “non pagano mai“. All’udienza di giovedì – l’ultima prima del voto – il tribunale interno ha espulso dall’ordine giudiziario l’ex giudice di Tempio Pausania Vincenzo Cristiano, colpevole di aver ricevuto “agevolazioni, utilità e vantaggi” da un indagato a cui aveva imposto una misura cautelare. Si tratta del nono magistrato radiato in tre anni da questo Csm, insediato a inizio 2023: un numero mai visto prima. Lo stesso giorno, poi, sono state depositate due ordinanze di sospensione cautelare, cioè di allontanamento temporaneo dal servizio in attesa dell’esito del processo disciplinare: una a carico del giudice della Corte d’Appello di Messina Michele Alajmo, l’altra di Ida Perrone, pm a Castrovillari. La radiazione del giudice Cristiano arriva a sua volta dopo una lunghissima sospensione cautelare, scattata in automatico con l’arresto del magistrato nel 2016. Cristiano era accusato di corruzione per aver ricevuto, tra il 2015 e il 2016, vari regali e favori da Umberto Galizia, un imprenditore indagato per estorsione e usura, a cui lui stesso, nel 2014, aveva inflitto il divieto di dimora in qualità di gip. In particolare, Galizia – che puntava alla revoca della misura cautelare – aveva concesso al magistrato e alla sua compagna ucraina l’uso gratuito di un appartamento a Olbia, gli aveva fatto ottenere una Smart a metà prezzo (sempre per la compagna) e gli aveva regalato una fornitura di stoviglie e una macchina del ghiaccio per il ristorante di cui era socio a San Teodoro. Nel processo penale il giudice era stato assolto, per mancanza della prova che i regali fossero legati all’esercizio della sua funzione. Ma poiché i fatti sono stati accertati, la Sezione disciplinare ha deciso di punirlo comunque con la sanzione massima, la rimozione dalla magistratura. In attesa della sanzione, è stato invece sospeso Michele Alajmo, giudice d’Appello a Messina: per tutto lo scorso anno, si legge nel capo d’accusa, “ometteva di esaminare gli atti dei procedimenti o comunque li esaminava con estrema superficialità e grave negligenza, in tal modo creando problemi al funzionamento della sezione” a cui era assegnato. Durante un’udienza, in particolare, “incorreva in clamorosi errori nella narrazione dell’iter processuale” svolgendo la relazione sul caso, e , “a seguito delle osservazioni del difensore, si giustificava ammettendo pubblicamente di non aver preso visione del fascicolo processuale”. Sospesa in via cautelare anche Ida Perrone, pm a Castrovillari, sottoposta a quattro diversi procedimenti disciplinari, già condannata più volte per “comportamenti gravemente scorretti” nei confronti dei volleghi e per questo trasferita di sede già tre volte: il Csm ha risposto alle ripetute segnalazioni del procuratore di Castrovillari e del procuratore generale di Catanzaro, che segnalavano atteggiamenti aggressivi e paranoici tali da “creare un clima intollerabile nell’ufficio“. L'articolo Altro che toghe “impunite”: alla vigilia del referendum il Csm radia il nono magistrato in tre anni. E ne sospende due proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Votate Sì”: l’appello “imparziale” di Paladini, il nuovo presidente della Scuola della magistratura voluto da Fdi
“Al prossimo referendum voterò Sì e penso che debbano votare Sì tutti coloro che vogliono una magistratura autonoma e indipendente, estranea ai condizionamenti politici e ideologici”. Parole di Mauro Paladini, da ieri al vertice della Scuola superiore della magistratura, contenute in un video tuttora visibile sulla pagina Facebook del Comitato Sì riforma, presieduto dal costituzionalista ed ex vice presidente della Consulta Nicolò Zanon. Ma andiamo per ordine. Dalle 12 e 40 di mercoledì 18 marzo Mauro Paladini è il nuovo presidente della Scuola della magistratura. Lui stesso, pochi minuti prima, ha presentato la sua candidatura in alternativa a quella dell’ormai ex presidente, e anche dimissionaria dal Comitato direttivo, Silvana Sciarra, a sua volta ex presidente della Consulta con Zanon come vice. Lo stesso Paladini, già mentre annunciava le sue intenzioni ai colleghi, aveva postato su Facebook il video in cui, per tre minuti, invita i cittadini italiani a votare Sì e affronta una delle questioni più controverse della legge costituzionale, e cioè la disparità di sorteggio per i componenti togati e per quelli laici del Csm. I primi estratti a sorte dall’urna tra tutti gli aventi diritto (oltre la sesta valutazione di professionalità), gli altri votabili da una rosa di nomi formata dagli stessi parlamentari. Che ci sia un palese squilibrio è evidente. Ma sentiamo il Paladini, che mentre si prepara a presiedere la Scuola di tutte le toghe italiane, quelle giovani e quelle già in carriera, quelle conservatrici e quelle progressiste, nonché quelle per così dire “indifferenti”, non avverte un disagio nel porsi già come un uomo di parte. Proprio Paladini, oltre a far parte del Centro studi Rosario Livatino – creatura del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, da sempre di Magistratura indipendente, nonché ex deputato di Alleanza nazionale, già sottosegretario al ministero dell’Interno, sempre con la toga addosso – figura tra i “fondatori” del Comitato Sì riforma. È sufficiente consultare la pagina del Comitato sul web per averne conferma. Ma sentiamo “in voce” lo stesso Paladini. “Sono un professore universitario di diritto privato. Prima di entrare in università sono stato anche magistrato per circa dieci anni e ho svolto le funzioni di giudice civile e penale”. E qui dice subito come voterà: “Al prossimo referendum voterò Sì e penso che debbano votare Sì tutti coloro che vogliono una magistratura autonoma e indipendente, estranea ai condizionamenti politici e ideologici”. Ovviamente libero il professore di esprimere la sua intenzione di voto, ma può il presidente in pectore di una Scuola per magistrati, a poche ore da una candidatura su cui sono già stati fatti i conti dei votanti (è finita 6 a 4), in un clima in cui ogni giorno la premier Giorgia Meloni e il Guardasigilli Carlo Nordio rimproverano alle toghe di essere iscritte alle correnti, schierarsi ideologicamente da una parte mentre infuria la campagna elettorale? Conviene documentare le parole di Paladini su Facebook. A partire proprio dall’annuncio su come voterà: “Al prossimo referendum voterò Sì e penso che debbano votare Sì tutti coloro che vogliono una magistratura autonoma e indipendente, estranea ai condizionamenti politici e ideologici”. Poi eccolo pronto a vantare le meraviglie del sorteggio che “spezza quel vincolo che oggi lega i magistrati eletti al Csm con i colleghi che li hanno votati. Fa sì che gli avanzamenti di carriera e la designazione negli incarichi direttivi non avvengano più secondo logiche di appartenenza correntizia, ma esclusivamente sulla base del merito”. Grazie al sorteggio, secondo Paladini, “il componente del Csm non deve rispondere a una sua base elettorale e non è vero quanto affermano i sostenitori del No quando dicono che il sorteggio dei magistrati avverrà su una base amplissima, mentre i laici saranno scelti dalla politica”. Qui Paladini interpreta la legge costituzionale a suo piacimento. Eccolo definire “assolutamente identico” il sorteggio per togati e laici. Conviene riportare le sue parole: “La riforma introduce un sistema di sorteggio sia per i magistrati sia per i laici assolutamente identico perché in entrambi i casi la legge ordinaria stabilirà i criteri oggettivi basati su titoli di professionalità per essere inseriti nell’elenco dal quale avverrà l’estrazione a sorte”. Non sappiamo ancora quale formula ci sia nei cassetti di Nordio, ma le parole della legge costituzionale sono chiare. L’articolo 3 recita: “Gli altri componenti sono estratti a sorte, per un terzo, da un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo 15 anni di esercizio, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione, e, per due terzi, rispettivamente tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti, nel numero e secondo le procedure previste dalla legge”. Professori e avvocati non saranno estratti a sorte tra tutti quelli esistenti, ma da “un elenco” che sarà frutto di accordi politici. Quindi la parità tra componenti togati e laici del Csm non ci potrà essere. Ma Paladini la pensa all’opposto. Per lui il metodo del sorteggio “è lo stesso che la Costituzione prevede per la scelta dei cittadini che integrano la Corte costituzionale nei giudizi di accusa contro il presidente della Repubblica, per la scelta dei magistrati che compongono il tribunale che giudica il presidente del Consiglio e i ministri per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni”. Dunque, a suo dire, si tratta di “un sistema che la Costituzione ha scelto per l’esercizio di funzioni di altissima responsabilità e che finalmente viene esteso anche alla composizione del Csm”. Non si sofferma, il professore, sull’evidente disparità di selezione tra togati e laici, sorteggio secco per i primi, da una lista preconfezionata politicamente per i secondi. E arriviamo pure all’appello finale: “Chi vuole un’autogoverno della magistratura libero dai condizionamenti ideologici e dalle correnti deve votare sì al referendum del 22 e del 23 marzo”. Ha parlato così, prima di essere eletto, il nuovo presidente della Scuola superiore della magistratura. L'articolo “Votate Sì”: l’appello “imparziale” di Paladini, il nuovo presidente della Scuola della magistratura voluto da Fdi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Concorso magistrati, il prof accusa: “Tracce votate dalle correnti”. Il presidente della commissione smentisce: “Falso, lo querelo”
Non ha dubbi, il Dubbio, il quotidiano del Consiglio nazionale forense, portavoce della linea degli avvocati, soprattutto di quelli schierati per il Sì al referendum. Ed ecco, nell’edizione cartacea e in quella online, il racconto fatto in un convegno e diffuso in un video su Facebook, di un professore di diritto civile, al secolo Fabrizio Criscuolo, che insegna alla Sapienza di Roma, e che con toni drammatici, fa questo racconto: “Io ho fatto parte della commissione del concorso in magistratura e adesso vi dico una cosa che raramente ho confidato, ma ormai son passati tanti anni. Le tracce, dico le tracce dei temi del concorso, venivano votate per correnti. Adesso voi mi dovete spiegare qual è la ragione per la quale una corrente si deve aggregare nella scelta di una traccia di un tema, se non la peggiore delle ipotesi possibili. E cioè che quell’opera di reclutamento cominci addirittura prima della selezione dei magistrati”. Peccato che non sia la verità. Tant’è che Pietro Sirena, oggi toga in pensione ed ex presidente titolare della quarta sezione penale della Cassazione, nel 2015 presidente di quel concorso bandito un anno prima, già in allarme per il video di Criscuolo che circolava su Facebook, piglia carta e penna e butta giù un comunicato durissimo in cui innanzitutto annuncia l’intenzione di agire in sede civile e penale “a tutela del proprio onore e della propria professionalità”. Non solo contro Criscuolo che ha fatto quelle affermazioni, ma anche contro la magistrata Annalisa Imparato che ne ha ripreso il contenuto. Quest’ultima toga, come ha raccontato Il Fatto Quotidiano, è un volto del Sì al referendum che la destra voleva stipendiare con un incarico da 2.300 euro bloccato dal Csm. Pietro Sirena, al telefono, non nasconde la sua sorpresa, la meraviglia, lo sconcerto per una narrazione che contrasta vivacemente con quello che è avvenuto ormai 11 anni prima. “C’è tutto nel nostro comunicato. Non voglio aggiungere nulla” dice subito. Ed è un racconto che viene confermato anche da altri componenti di quella commissione di concorso. Tutti quanti, 17 magistrati, sei professori e un avvocato, hanno sottoscritto la furibonda nota di “smentita e di diffida” contro il professor Criscuolo. Per ragioni molto semplici. Innanzitutto Criscuolo ha fatto parte della commissione per pochissimi giorni, in uno di questi venivano decise e scritte le tracce dei temi. Ma anche quel giorno è stata seguita la regola abitudinaria. Come la racconta uno dei protagonisti: “Tra le 6 e trenta e le 7 del mattino, in gran segreto, senza telefoni a disposizione lasciati rigorosamente all’ingresso, perché questa è una regola ferrea nelle commissioni di concorso, magistrati, avvocati, professori universitari hanno ragionato su una ventina di temi proposti che poi sono stati votati. Tre di questi sono stati proposti pubblicamente ai candidati, e ne è stato estratto a sorte uno divenuto poi la traccia dell’esame”. Questa procedura, come ricorda chi in quelle mattine ha partecipato a questo “rito abitudinario”, si ripete per tre volte per le tre materie oggetto della prova scritta, il penale, il civile, l’amministrativo. Va detto che i componenti della commissione non si conoscono tra di loro, si sono incontrati solo una volta al Csm, al momento della nomina. “È mai possibile tecnicamente che 28 persone, giusto quella mattina si mettano d’accordo per giunta per correnti? È un’ipotesi semplicemente pazzesca” dice uno dei componenti della commissione di concorso. Soprattutto perché non si capisce perché i professori e gli avvocati dovrebbero ‘compromettersi’ con le presunte correnti dei magistrati”. Tra i protagonisti di quel concorso adesso c’è indignazione e fastidio per il racconto di Criscuolo che è rimasto in carica qualche giorno e si è dimesso dopo le prove scritte. Le sue accuse vengono definite “farneticanti”. La nota del presidente Sirena parla di affermazioni “oggettivamente false”, “logicamente e proceduralmente insostenibili” proprio per le modalità rigide previste nei concorsi. Tant’è che la nota annuncia l’intenzione “di agire in sede civile e penale a tutela del proprio onore e della propria professionalità” nei confronti di Criscuolo e della magistrata Annalisa Imparato, autori entrambi di “affermazioni diffamatorie”. L’invettiva ai danni del professore si conclude con una “diffida” dal proseguire “la campagna di disinformazione sull’operato della commissione esaminatrice volta esclusivamente a screditare le istituzioni della Repubblica”. L'articolo Concorso magistrati, il prof accusa: “Tracce votate dalle correnti”. Il presidente della commissione smentisce: “Falso, lo querelo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nordio rinnega i suoi poteri disciplinari: “Li abolirei, il ministro non intervenga”. Ma lui lo fece nel caso Uss (e non solo)
“Se fosse per me, abolirei il potere di iniziativa disciplinare del ministro, attribuendola al solo procuratore generale della Cassazione”. All’ultima curva della campagna referendaria, in un’intervista al Sole 24 ore, Carlo Nordio spariglia le carte per replicare a uno degli argomenti più efficaci usati contro di lui dal fronte del No: lo scarso utilizzo dei suoi poteri disciplinari. Per legge, infatti, il ministro della Giustizia può mettere sotto accusa i magistrati ritenuti responsabili di illeciti professionali, un potere che il Guardasigilli esercita in parallelo alla Procura generale della Cassazione. Non solo: il ministro può opporsi alle archiviazioni degli esposti che arrivano alla Procura generale, obbligandola a svolgere indagini nei confronti delle toghe denunciate, e può persino (un po’ come un gup nel processo penale) imporre di tenere il processo di fronte alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, se la Procura insiste a chiedere l’archiviazione. Inoltre, può impugnare le sentenze disciplinari del Csm che non gli piacciono, chiedendo una decisione diversa alle Sezioni unite della Cassazione. Tutto questo, però, Nordio lo fa ben poco: il Guardasigilli ha esercitato l’azione disciplinare contro i magistrati in media 28 volte l’anno, contro le 52 della Procura generale. E non ha impugnato quasi mai le decisioni dell’organo di autogoverno: in tutta l’attuale consiliatura l’ha fatto appena sei volte su 176 sentenze di merito. Difficile quindi per il ministro tuonare contro la presunta “giustizia domestica” dei magistrati, quando lui non interviene mai per “raddrizzarla”. Nell’intervista al quotidiano di Confindustria, il giornalista Giovanni Negri gli fa una domanda chiara sul punto: “Sul disciplinare perché il ministro non impugna quasi mai pronunce di assoluzione o blande condanne? Perché non sollecita l’incolpazione coatta in caso di esposti archiviati infondatamente da parte della Procura generale della Cassazione?”. Ovviamente Nordio non può rispondere che non lo fa perché le assoluzioni e le archiviazioni sono quasi sempre corrette. E quindi butta la palla in tribuna facendone una questione di principio, quasi di eleganza istituzionale: “Secondo me l’iniziativa del ministro della Giustizia, in questo ambito delicato, dev’essere estremamente limitata, proprio per evitare il sospetto che vi siano interferenze politiche che vulnerino la sacrosanta indipendenza della magistratura”, afferma. Una convinzione mai esplicitata prima, così come quella contenuta nella frase successiva: “Aggiungo che, fosse per me, abolirei il potere di iniziativa disciplinare del ministro”. Insomma, dopo tre anni e mezzo di mandato, grazie al referendum scopriamo che Nordio non crede nell’iniziativa disciplinare del ministro della Giustizia. Non si capisce allora perché l’abbia comunque esercitata oltre ottanta volte, anche rispetto a vicende giudiziarie dal chiaro peso politico: l’esempio più clamoroso è il caso di Artem Uss, l’oligarca russo in attesa di estradizione negli Stati Uniti fuggito dall’Italia nel 2023 dopo essere stato spostato dal carcere ai domiciliari. Per coprire le proprie responsabilità nella vicenda, il Guardasigilli esercitò l’azione disciplinare nei confronti dei tre magistrati di Milano che avevano attenuato la misura cautelare, accusandoli di “grave e inescusabile negligenza“. Un’iniziativa del tutto fuori dai canoni, visto che il governo non può chiedere di punire i magistrati per una decisione non condivisa, se quella decisione, come in questo caso, è stata assunta nel rispetto delle leggi. Al termine dell’istruttoria, com’era scontato, la Procura generale della Cassazione chiese l’archiviazione del procedimento: ma Nordio si oppose imponendo il processo di fronte al Csm, concluso, senza sorprese, con l’assoluzione piena. Ma molte altre volte il ministro ha minacciato di usare i propri poteri disciplinari a scopo politico: da ultimo contro i magistrati che si sono occupati del caso della “famiglia del bosco”, diventato terreno della guerra del governo alle toghe, ma ancor prima contro il sostituto procuratore generale della Cassazione Raffaele Piccirillo, che si era “permesso” (testuale) di mettere in luce le sue incongruenze sul caso Almasri. Insomma, finora il Guardasigilli non aveva mai fatto intendere di “ripudiare” il proprio potere disciplinare, anzi. Ma in campagna referendaria, evidentemente, vale tutto. L'articolo Nordio rinnega i suoi poteri disciplinari: “Li abolirei, il ministro non intervenga”. Ma lui lo fece nel caso Uss (e non solo) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Annalisa Imparato, la pm volto del Sì che la destra voleva “stipendiare”: l’incarico da 2.300 euro al mese bloccato dal Csm
È diventata uno dei volti più in vista del fronte del Sì al referendum, oggetto di ritratti trionfali sui giornali di destra: “Quella magistrata del Sì che manda in tilt il No”. Annalisa Imparato, 41enne sostituta procuratrice a Santa Maria Capua Vetere, in questi giorni fa il giro dei talk show accusando i suoi colleghi di opporsi alla riforma Nordio per puro spirito di casta: “Il caso Palamara ci ha svelato un sistema che con il sorteggio verrebbe meno. Per questo i sostenitori del No non lo vogliono”, ha arringato mercoledì a Porta a porta, in un intervento rilanciato con enfasi sui social di Forza Italia e del comitato di governo “Sì Riforma”. Eppure la pm non è esattamente una testimonial disinteressata: negli ultimi anni ha collezionato vari incarichi professionali da parte del governo e dalla maggioranza di centrodestra, con cui ha un rapporto consolidato (nel 2024 è stata ospite ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia). Come risulta dal suo profilo sul social network LinkedIn, dal 2024 Imparato è consulente del ministero della Difesa con il ruolo di “docente formatore” del personale militare “nelle materie inerenti il diritto internazionale umanitario”, mentre per un anno, fino al settembre 2025, è stata consulente anche della Commissione parlamentare di inchiesta sulle ecomafie, presieduta dal deputato leghista Jacopo Morrone. La consulenza più prestigiosa e meglio retribuita, però, la magistrata avrebbe dovuto svolgerla presso il Comitato per la legislazione del Senato, l’organismo che esprime pareri sulla qualità dei testi normativi. A nominarla, lo scorso giugno, era stata un’altra leghista, la senatrice Daisy Pirovano, appena diventata presidente del Comitato (carica che spetta a turno a tutti i componenti). Ad agosto Imparato, come previsto dalla legge, chiede al Consiglio superiore della magistratura l’autorizzazione a svolgere l’incarico. Ma a saltare subito all’occhio dei consiglieri è il compenso mai visto prima: 2.336,55 euro al mese (in aggiunta allo stipendio da magistrato) per svolgere 160 ore in un anno, cioè circa 175 euro all’ora. Ritenendo la somma esagerata, la commissione competente – la Prima – propone di non autorizzare l’incarico. Il 5 novembre la pratica viene inserita d’urgenza all’ordine del giorno del Consiglio, in quanto tre giorni dopo sarebbe maturato il silenzio-assenso per mancata risposta nei temrini previsti. Ma il consigliere laico Felice Giuffré, in quota Fratelli d’Italia, chiede di rinviare l’esame, “non ritenendo rispettoso” – si legge nel verbale – trattare con questa modalità una pratica relativa a una richiesta del Senato. Così il silenzio-assenso scatta l’8 novembre, consentendo a Imparato di iniziare a svolgere l’incarico e di percepire l’emolumento. Ma dura poco: il 17 dicembre, dopo una nuova istruttoria in Commissione, il Csm annulla l’autorizzazione in autotutela, ritenendo che “la corresponsione di un compenso in misura fissa e apparentemente forfettaria erogato mensilmente” sia “idonea a pregiudicare, o comunque a mettere a rischio, anche solo sotto il profilo dell’immagine, i valori dell’indipendenza e dell’imparzialità del magistrato, oltre che il prestigio dell’ordine giudiziario“. Insomma, per un magistrato non è accettabile essere stipendiato da un organismo politico. Raggiunta dal Fatto, Imparato afferma di non aver mai esercitato l’incarico né ricevuto il compenso, nemmeno nel periodo (circa un mese e mezzo) in cui era stata autorizzata per silenzio-assenso: “Ho ricevuto il preavviso di rigetto il 25 novembre, non ho avuto l’opportunità di fare nulla. E il compenso non si può ricevere se l’attività non viene esercitata”, spiega. Ma non contesta le motivazioni con cui è arrivato il diniego: “Finché si tratta di una decisione terza e indipendente, io la rispetto, tanto che non ho presentato osservazioni. Se avessi ritenuto che le motivazioni fossero errate o non congrue, mi sarei difesa”. L'articolo Annalisa Imparato, la pm volto del Sì che la destra voleva “stipendiare”: l’incarico da 2.300 euro al mese bloccato dal Csm proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gifuni si schiera per il no al referendum. La decisione dell’attore che interpreta Tortora, simbolo dei sostenitori del Sì
La sua ultima interpretazione è quella di Enzo Tortora, il popolare conduttore televisivo divenuto uno dei simboli della campagna elettorale per il Sì al referendum. Ma Fabrizio Gifuni, protagonista della serie Portobello, si schiera invece convintamente per il No. Con un post sui propri profili social, l’attore prende posizioni spiegando le ragioni della sua contrarietà alla riforma Nordio: “Voterò convintamente No perché mi è del tutto chiaro che il vero oggetto di questa riforma non è la separazione delle carriere, già esistente di fatto, ma l’indebolimento di un organo costituzionale, il Csm, voluto da chi ha scritto la nostra Costituzione per garantire l’indipendenza della magistratura”. In quattro slide Gifuni ragiona sulla legge costituzionale: “Voterò No perché quell’unico passaggio residuo, dalla magistratura requirente a quella giudicante e viceversa, consentito dalle leggi attuali, viene ormai richiesto da un numero infinitesimo di magistrati; e inoltre perché temo che una separazione totale rischierebbe di trasformare il pm in un accusatore votato all’ottenimento di una condanna a tutti i costi anziché alla ricerca di prove da valutare con equilibrio”. E ancora: “Voterò No perché i toni assunti e i contenuti prodotti, in queste settimane, da chi si è espresso a favore del Sì, che non ho mai smesso di ascoltare con attenzione, lasciavano troppo spesso trasparire una chiara insofferenza nei confronti di un’intera categoria che si vorrebbe controllare, più che un motivato spirito di riforma. Voterò No perché, dopo aver ascoltato le argomentazioni di un numero importante di avvocati e di giuristi che si sono espressi per il No, la mia scelta si è ulteriormente rafforzata”. L’ultimo riferimento è al contesto in cui questa riforma si colloca e ai pericoli per la Costituzione: “Infine voterò No perché la riforma proposta, che per inciso non risolverebbe nessuno dei grandi problemi della giustizia, mi sembra si inserisca perfettamente in un disegno politico che sta erodendo progressivamente molti dei paletti posti nella nostra Costituzione a garanzia delle libertà di ogni cittadino (cito ad esempio il diritto di manifestare ed esprimere liberamente le proprie opinioni). E a me questa Costituzione, nata dall’antifascismo e costruita da menti sapienti su un sistema di pesi e contrappesi, va benissimo così com’è”. L'articolo Gifuni si schiera per il no al referendum. La decisione dell’attore che interpreta Tortora, simbolo dei sostenitori del Sì proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Raffaele Cantone verso la Procura di Salerno, c’è l’unanimità in commissione Csm
Si avvicina l’arrivo di Raffaele Cantone alla guida della Procura di Salerno. La V commissione Csm ha proposto all’unanimità il nome del magistrato napoletano per la guida dell’ufficio scoperto dall’estate scorsa, quando Giuseppe Borrelli si è insediato al timone della Procura di Reggio Calabria. L’esito del plenum appare a questo punto solo una formalità. Non è una sorpresa, ma l’esito scontato di un percorso delineato a novembre, quando Cantone, ex presidente dell’Anac e attualmente procuratore di Perugia, ha ritirato la domanda per Napoli Nord, lasciando campo libero alla nomina del suo competitor Domenico Airoma. I due si erano proposti per entrambe le procure. Con l’insediamento di Airoma nell’ufficio giudiziario di Aversa, campo libero per Cantone a Salerno, che a questo punto non aveva più rivali in grado di impensierirlo. Cantone sarebbe rimasto in carica a Perugia sino al 2028. Nel corso del mandato, ha affrontato inchieste e processi scottanti, dal caso Palamara ai dossier di Striano (vicenda poi finita nella competenza della procura di Roma). A Salerno coordinerà una Dda impegnata in casi di notevole rilievo giudiziario e mediatico, a cominciare dal processo per l’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, se il Gup dovesse ordinare il rinvio a giudizio degli imputati, tra i quali il colonnello del carabinieri Fabio Cagnazzo. La decisione è attesa a fine marzo. Cantone ha iniziato la sua carriera inquirente da pm della Dda di Napoli, lavorando sui boss del clan dei Casalesi. Ha scritto saggi sulla corruzione, nel 2011 il Pd napoletano e nazionale fece pressing per candidarlo a sindaco di Napoli, ma lui declinò l’invito. Nel 2014 il premier Matteo Renzi lo propose alla presidenza dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, incarico che ha ricoperto sino al 2019, l’anno prima della sua nomina a procuratore di Perugia. L'articolo Raffaele Cantone verso la Procura di Salerno, c’è l’unanimità in commissione Csm proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’appello di Mattarella ad abbassare i toni non è un gesto qualsiasi: ignorarlo ha un significato
di Raffaele Galardi Quando il Capo dello Stato invita ad abbassare i toni, non è mai un gesto ornamentale. È un segnale istituzionale, un richiamo alla misura, un avvertimento che il conflitto politico sta superando la soglia fisiologica. In Italia quel ruolo oggi è affidato a Sergio Mattarella, custode di un equilibrio che non è neutrale, ma costituzionale. L’abbassare i toni non è un vezzo retorico. È una richiesta di responsabilità. Significa ricordare che le parole, soprattutto quando pronunciate da chi governa o aspira a governare, non restano sospese nell’aria: producono effetti, legittimano comportamenti, orientano il clima civile. La storia repubblicana insegna che le fasi di maggiore fragilità democratica sono sempre state precedute da una degradazione del linguaggio pubblico. Alzare i toni in risposta a un invito alla moderazione non è soltanto una scelta comunicativa. È un atto politico consapevole. È la decisione di trasformare il conflitto in scontro permanente, di sostituire l’argomentazione con la contrapposizione frontale, di parlare alla parte più radicalizzata del proprio elettorato anziché al Paese nel suo complesso. È una strategia che può portare consenso nell’immediato, ma che spesso tradisce una difficoltà più profonda: la perdita di terreno, l’erosione della credibilità, la necessità di ricompattare i propri attraverso l’esasperazione del linguaggio. Definire “eversivo” questo atteggiamento è un passaggio ulteriore. In senso tecnico, l’eversione implica la volontà di sovvertire l’ordine costituzionale. Non ogni polemica aspra rientra in questa categoria. La democrazia è conflitto regolato, non silenzio imposto. Tuttavia, quando la delegittimazione sistematica delle istituzioni diventa metodo, quando il bersaglio non è l’avversario politico ma l’architettura stessa delle garanzie, il confine si assottiglia. Ignorare l’appello del Capo dello Stato significa anche assumersi una responsabilità simbolica. Vuol dire suggerire che la funzione di garanzia sia irrilevante o, peggio, ostile. È un messaggio che incide sul rapporto tra cittadini e istituzioni, alimentando sfiducia e polarizzazione. In un contesto già attraversato da tensioni sociali, economiche e internazionali, la scelta di alzare ulteriormente il volume può apparire come un gesto di forza. Ma spesso è l’opposto: è il sintomo di una leadership che percepisce l’avvicinarsi di una sconfitta, personale prima ancora che politica. La sconfitta personale è la perdita della misura. È l’incapacità di distinguere tra fermezza e aggressività, tra critica e delegittimazione. La sconfitta politica è l’isolamento progressivo, la riduzione dello spazio di mediazione, l’incapacità di costruire consenso oltre la propria cerchia. Le democrazie mature si riconoscono anche da questo: dalla capacità di accogliere un richiamo istituzionale senza trasformarlo in un pretesto polemico. Abbassare i toni non significa arretrare sulle proprie posizioni. Significa riconoscere che il conflitto ha limiti, e che quei limiti sono il fondamento stesso della convivenza civile. Superarli può offrire un vantaggio immediato. Ma nel medio periodo espone a un prezzo che raramente resta confinato a chi ha scelto di pagarlo. L'articolo L’appello di Mattarella ad abbassare i toni non è un gesto qualsiasi: ignorarlo ha un significato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sergio Mattarella
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Referendum Giustizia
Mattarella al Csm, Conte: “Visita dall’alto valore simbolino”. Boccia (Pd): “Riporta confronto sui binari corretti”
Sono numerose le reazioni del mondo politico alla decisione del presidente della Repubblica di presiedere a sorpresa la seduta ordinaria del mercoledì del Consiglio superiore della magistratura, con tanto di condanna agli attacchi al Csm: “Le altre istituzioni rispettino il Consiglio”, ha detto Sergio Mattarella nel suo discorso con evidente riferimento (senza mai nominarlo) al ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha definito “para-mafiosi” i metodi usati dall’organo di autogoverno per le sue decisioni. “Una visita di alto valore simbolico che segnala un forte rigore istituzionale”, l’ha definita il leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte: “Come ha detto Mattarella – ha aggiunto – è la prima volta in 11 anni che presiede i lavori ordinari del Consiglio Superiore della Magistratura. Le polemiche, gli attacchi al Csm avevano superato il livello di guardia, addirittura avevano coinvolto anche il ministro Nordio e quindi oggi c’è un invito da parte del presidente Mattarella a rispettare l’autogoverno della magistratura e a rispettare un invito a tutte le istituzioni per abbassare i toni”. “Il Csm è quello che oggi è stato raccontato dal Presidente della Repubblica nel suo breve intervento di stamattina. Un organo di autogoverno che ha un ruolo di rilievo costituzionale. Nei confronti del quale serve, nell’ambito della separazione dei poteri sancito dalla nostra Carta, il rispetto delle altre istituzioni“, dichiara il presidente dei senatori del Pd, Francesco Boccia: “Non è un caso che, per la prima volta in 11 anni, il Capo dello Stato abbia presieduto un Csm ordinario e sentito la necessità di intervenire. Ringraziamo il Presidente della Repubblica – conclude Boccia – per aver riportato il dibattito dentro i corretti binari di un confronto che non può mai esondare nell’offesa degli organismi costituzionali che reggono il nostro ordinamento democratico”. Per Angelo Bonelli parlamentare Avs e co- portavoce di Europa Verde, si tratta di “un atto di grande rilievo istituzionale”. “Richiamare al ‘rispetto vicendevole’ tra le istituzioni significa esercitare pienamente il ruolo di garante dell’equilibrio tra i poteri, soprattutto dopo attacchi e delegittimazioni gravi contro il Csm”, aggiunge Bonelli. Reazioni positive arrivano anche da esponenti del centrodestra, da Forza Italia in particolare. Il Presidente della Repubblica “penso abbia fatto benissimo a presiedere il Csm se questo serve a smorzare i toni di questo referendum perché sia da una parte sia dall’altra” ci vuole “un po’ più di volontarietà di spiegare il referendum invece che lanciare colpi di scimitarra al vento, gli italiani non hanno bisogno di tutto questo vogliono capire perchè votare a questo referendum”, dice il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto. Sempre dagli azzurri arriva il commento di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei deputati e responsabile della campagna del sì al referendum per Forza Italia, che parla di “parole sagge e misurate del presidente della Repubblica” che “riportano nel giusto alveo la contesa sul referendum del 22 e 23 marzo”. “L’ombrello aperto dal Capo dello Stato affinché il Csm rimanga estraneo a temi o controversie di natura politica è il miglior viatico, se accolto, affinché la campagna rimanga sul quesito sottoposto ai cittadini”, conclude. L'articolo Mattarella al Csm, Conte: “Visita dall’alto valore simbolino”. Boccia (Pd): “Riporta confronto sui binari corretti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Sergio Mattarella
Csm
Mattarella a sorpresa al plenum del Csm: “Mai partecipato ai lavori ordinari in 11 anni. Necessario sottolineare il suo ruolo di rilievo”
“Sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni. Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del CSM”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parlando a sorpresa al plenum del Csm. “Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione”, ha aggiunto. L'articolo Mattarella a sorpresa al plenum del Csm: “Mai partecipato ai lavori ordinari in 11 anni. Necessario sottolineare il suo ruolo di rilievo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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