Tag - Csm

Referendum, Nordio accusa il Csm di non punire abbastanza i magistrati. Ma lui ha impugnato solo 6 sentenze su 176
“Una giustizia domestica e correntizia che fa da stanza di compensazione“. Così, alla presentazione del suo libro alla Camera il 14 gennaio, il ministro Carlo Nordio ha definito la giustizia disciplinare dei magistrati. Solo l’ultimo dei tanti attacchi del Guardasigilli contro l’apposita sezione del Consiglio superiore della magistratura, accusata di eccessiva morbidezza nel sanzionare le violazioni deontologiche: tanto che la sua riforma la vuol sostituire con una nuova Alta Corte, in cui i componenti magistrati saranno selezionati per sorteggio e ci sarà un maggior numero di membri scelti dalla politica. Ma ancora una volta gli anatemi di Nordio si schiantano contro fatti e numeri, e in questo caso, in particolare, contro il suo stesso comportamento. Il ministro della Giustizia infatti ha il potere autonomo di impugnare le sentenze disciplinari che non gli piacciono, chiedendo una decisione diversa alle Sezioni unite civili della Corte di Cassazione (il massimo organo giudicante del Paese). Eppure nel corso di questa consiliatura, iniziata a febbraio 2023, l’ha fatto appena sei volte sulle 176 sentenze di merito emesse dal Csm: cioè nel 3,5% circa dei casi. I DATI SU CONDANNE E SANZIONI Il dato emerge da un’analisi a cura di Roberto Fontana, giudice disciplinare e consigliere indipendente di palazzo Bachelet, pubblicata sulla rivista online Questione Giustizia. Al 31 dicembre scorso, la Sezione disciplinare dell’attuale Consiglio superiore aveva emesso 199 sentenze: 23 di “non doversi procedere”, cioè che non entrano nel merito (si pronunciano ad esempio se l’incolpato è morto o si è dimesso), 82 condanne (il 41%) e 94 assoluzioni (il 47%). Assimilando alle condanne i 15 casi in cui il magistrato sotto accusa si è dimesso prima della sentenza, si raggiunge quota 97, cioè il 49% del totale contro il 47% di assoluzioni. Tra le sentenze di condanna, due hanno inflitto l’ammonimento (la sanzione meno grave), 46 la censura (che impedisce di ottenere incarichi direttivi per i successivi dieci anni), 17 la perdità di anzianità, 9 la sospensione dalle funzioni (sempre accompagnata dal trasferimento di sede) e 8 la sanzione massima, la rimozione dall’ordine giudiziario. LE IMPUGNAZIONI? SOLO IL 16% Insomma, non proprio un giudice accomodante come lo descrive Nordio. Ma ancora più interessanti sono appunto i numeri delle impugnazioni, che possono essere promosse in autonomia dal ministro o dalla Procura generale della Cassazione. In generale, le sentenze impugnate sono una netta minoranza: 29 su 176 decisioni di merito, il 16% circa. Considerando solo le assoluzioni, le impugnazioni sono il 17%: 16 su 94. E il dato scende sensibilmente limitando l’analisi alle assoluzioni per “scarsa rilevanza del fatto“, quelle più contestate dai sostenitori del Sì: dal 2023 a oggi sono state impugnate quattro sentenze su 43, il 9%. L’IPOCRISIA DEL MINISTRO Ma di tutte queste impugnazioni, quante vengono dal ministro? Come abbiamo detto all’inizio, appena sei: cinque contro assoluzioni (di cui tre per “scarsa rilevanza”), una contro una condanna. Se non è soddisfatto delle decisioni del Csm, dunque, se la dovrebbe prendere innanzitutto con se stesso (o con i suoi uffici che studiano le sentenze per lui). Ma la spiegazione forse è più semplice: come sottolinea il consigliere Fontana, i dati mostrano un alto “tasso di condivisione” delle decisioni disciplinari da parte del ministro e della Procura generale, il che “non offre il benché minimo riscontro alla tesi di un esercizio dell’attività giurisdizionale condizionato da logiche di giustizia domestica”. In sostanza, per spingere la riforma, Nordio accusa di lassismo un organo di cui invece mostra (nella sua qualità di ministro) di condividere quasi tutte le decisioni. LA QUERELLE SUI NUMERI I numeri forniti da Fontana sono stati contestati da Enrico Costa, deputato di Forza Italia e “falco” anti-pm della maggioranza: citando la relazione appena depositata dal procuratore generale della Cassazione, Costa sostiene che il tasso medio di condanne negli ultimi tre anni sia in realtà solo del 26,8%. Per farlo considera nel conteggio anche le ordinanze di non luogo a procedere, cioè i provvedimenti con cui, su richiesta della Procura generale, la Sezione disciplinare “archivia” l’accusa senza nemmeno aprire il processo. Fontana però replica rivendicando la correttezza della sua analisi: “Le ordinanze di non luogo a procedere rappresentano in sostanza l’equivalente dei decreti di archiviazione del gip in sede penale e in nessuna elaborazione statistica si confondono tali decreti con le sentenze che definiscono il processo penale”. Peraltro il ministro può opporsi alla richiesta di archiviazione della Procura generale, obbligando il Csm ad aprire il processo: lo ha fatto, ad esempio, nel caso dei tre giudici milanesi finiti sotto accusa per la liberazione dell’oligarca russo Artem Uss. Insomma, anche in questo caso, i presunti colpi di spugna dei magistrati potrebbero essere facilmente sventati dal governo. Che però, nella maggior parte dei casi, non ha nulla da ridire. L'articolo Referendum, Nordio accusa il Csm di non punire abbastanza i magistrati. Ma lui ha impugnato solo 6 sentenze su 176 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Carlo Nordio
Csm
Consiglio Superiore della Magistratura
Referendum, in gioco non c’è la terzietà del giudicante ma l’indipendenza del magistrato inquirente
Voterò NO alla separazione delle carriere perché credo nell’indipendenza della magistratura e nell’equilibrio del processo penale tra accusa e difesa. Quest’affermazione farà storcere il naso a qualcuno, ma se sostenere la riforma è un diritto, e noi avvocati del diritto ne siamo i primi cultori e difensori, lo è altrettanto contestarne il principio con consapevolezza, provando a spiegare, in brevi battute, cosa si può celare dietro una riforma che non separerebbe semplicemente due funzioni. Attraverso le domande che mi pongono alcuni amici, riconosco l’assenza, nel dibattito pubblico, di un’analisi giuridica, tradotta in termini semplici, attraverso la quale la politica dovrebbe parlare alla gente comune, per spiegarle anche quali assetti costituzionali potrebbero essere modificati con questa riforma. Nel nostro ordinamento abbiamo già, di fatto, due funzioni separate: c’è un pubblico ministero che rappresenta l’accusa e un giudice terzo che giudica. Non vi è alcuna promiscuità tra i due ruoli. È vero che per accedere alla magistratura il percorso è unico ed è anche vero che il passaggio da una funzione all’altra è ancora possibile, ma con gli anni è divenuta una prassi residuale e la selezione è molto rigorosa: può avvenire una sola volta ed entro un breve limite temporale, stabilito dalla legge, dall’ingresso in magistratura. Inoltre, il Consiglio Superiore della Magistratura prima valuta il curriculum, la competenza professionale e l’idoneità del richiedente. Il Csm, l’attuale organo di autogoverno della magistratura, secondo l’articolo 104 della Costituzione, è formato da tre membri di diritto: Presidente della Repubblica, Presidente della Corte di Cassazione, Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione. Inoltre, da ventiquattro membri elettivi che rimangono in carica per quattro anni. Sedici dei quali sono magistrati togati che provengono da diverse funzioni. Otto membri laici eletti dal Parlamento, tra i quali vi sono professori universitari e avvocati. Tra i membri del Csm, i magistrati togati sono la maggioranza perché è fondamentale evitare il controllo diretto da parte della politica. Se dovesse passare questa riforma gli organi di autogoverno della magistratura saranno due ma nella sostanza cambierà la loro composizione. È previsto, ad esempio, lo strumento del sorteggio per la quota dei magistrati. Ciò significa indubbiamente lasciare al caso la professionalità e la competenza dei suoi componenti. A ben vedere, il punto centrale di questa riforma non è la terzietà del giudicante, quella è già garantita. In gioco c’è soprattutto l’indipendenza del magistrato inquirente. C’è chi potrebbe sollevare delle obiezioni, contestandomi che nel testo della riforma non c’è un articolo che confermi questa mia preoccupazione. In realtà, non trovo una espressa previsione che sia in grado di sottrarre, in futuro, l’organo inquirente da un potenziale indirizzo politico. L’articolo 101 della Costituzione prevede che “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Questa garanzia, oggi, si estende anche al pubblico ministero in forza dell’unità della magistratura e del collegamento tra gli articoli 104, 105, 107, 108 e 112 della nostra Costituzione. Finché pubblici ministeri e giudici fanno parte dello stesso ordine costituzionale, condividono le stesse garanzie di indipendenza. Ottenuta la separazione delle due funzioni per il pubblico ministero verrebbe meno il suo inserimento in quel sistema di tutele costituzionali. La riforma sulla separazione delle carriere si limita a delineare l’esistenza e la struttura essenziale dei due organi di autogoverno: Consiglio Superiore della magistratura giudicante e requirente, senza blindarne l’architettura interna. Non sono fissate in Costituzione le regole decisive sul numero dei magistrati e sui meccanismi di selezione che vengono invece demandati alla legge ordinaria. Non intendo dire che il pubblico ministero diventi formalmente dipendente dal governo, ma che la sua indipendenza non sia più una garanzia costituzionale diretta. È questo uno dei rischi reali della riforma: spostare l’asse delle garanzie del pubblico ministero dal livello costituzionale a quello legislativo, rendendo possibile un condizionamento indiretto attraverso, ad esempio, regole su carriere, incarichi, uffici e progressioni professionali. In sostanza, sebbene nella forma i doveri del pubblico ministero rimarranno gli stessi, la sua indipendenza non sarà più blindata e a quel punto non servirà violarla, basterà condizionarla. L'articolo Referendum, in gioco non c’è la terzietà del giudicante ma l’indipendenza del magistrato inquirente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Blog
Csm
Referendum Giustizia
Il ritorno alla politica di David Ermini: l’ex vicepresidente del Csm corre da sindaco per il Pd nella sua Figline
Da Palazzo Bachelet a Palazzo Pretorio. Il primo, sede del Csm, di cui David Ermini, 66 anni, è stato vice presidente per cinque anni dal 2018 al 2023, il secondo, che si trova a Figline Valdarno, in provincia di Firenze, potrebbe diventare il luogo del suo prossimo incarico di sindaco. Incarico al quale lo ha candidato il Pd locale per le prossime elezioni di primavera in cui sarà rinnovato il consiglio comunale di Figline e Incisa Valdarno, un paesone di oltre 23 mila abitanti dell’area metropolitana fiorentina. Ermini si è detto lusingato dalla proposta. Che gli consente di tornare nell’agone politico, costretto a lasciare quando Matteo Renzi, di cui Ermini è stato uno dei collaboratori più stretti, lo candidò alla vice presidenza del Csm. Lasciato palazzo Bachelet dopo cinque anni di ribalta e tensioni, Ermini , nel luglio del 2024, diventa presidente della Spininvest, holding di Aldo Spinelli, le cui attività sono molto legate al porto di Genova. La nomina suscita un vespaio di polemiche politiche perché Ermini è stato, su nomina di Renzi, commissario politico del Pd per la Liguria. Così Ermini è costretto a scegliere tra Spinelli e la Schlein, sceglie il primo e decide di lasciare la direzione nazionale del Pd. Ma ora torna in politica. A partire dalla sua Figline. Dice: “Arriva un momento nella vita in cui è giusto servire e restituire quanto si è avuto, in cui chi ha avuto l’onore di ricoprire incarichi di grande prestigio come ho avuto l’onore di ricoprire io, può dimostrare che le istituzioni, le proprie idee e i propri valori si possono servire, provando a mettersi al servizio e a disposizione della comunità di cui sei figli“. Comunità in cui Ermini, figlio di una delle famiglie più in vista del paese, frequenta il liceo classico (è compagno di scuola dell’allenatore Maurizio Sarri), si laurea in giurisprudenza e diventa avvocato penalista sulle orme del padre. E nel contempo si dà alla politica, prima nella Dc, poi nella Margherita, diventa presidente del consiglio provinciale di Firenze e si lega a Renzi e al suo cerchio magico e nel 2013 approda in parlamento. I rapporti con Renzi però in seguito si rompono. A Ermini non vanno giù le ricostruzioni che l’ex premier descrive nel libro Il Mostro, edito da Piemme , sul caso dell’avvocato Piero Amara, al centro di varie inchieste giudiziarie e autore di dichiarazioni – mai riscontrate – sulla Loggia Ungheria, una presunta loggia massonica segreta. Volano insulti e persino una querela. Renzi definisce Ermini “una persona mediocre”. Da candidato a sindaco di Figline e Incisa Valdarno Ermini ha fatto sapere che intende riprendere il filo interrotto della sua amicizia con Renzi. Anche perché per vincere le elezioni punta “alla coalizione che guida la Regione Toscana”, un campo largo in cui un forte peso è ricoperto da Italia Viva. L’obiettivo è quello di far diventare Figline e Incisa un paese modello sul piano amministrativo e politico. Con un occhio rivolto a Renzi e l’altro a Elly Schlein. L'articolo Il ritorno alla politica di David Ermini: l’ex vicepresidente del Csm corre da sindaco per il Pd nella sua Figline proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Elly Schlein
Archivio
PD
Matteo Renzi
Software-spia nei pc dei magistrati, il Csm scrive a Nordio: “Chiarire sulla sicurezza”. Chiesta una pratica urgente
Aprire una pratica urgente “volta a verificare quali siano stati e siano attualmente i presidi di sicurezza adottati al fine di scongiurare il rischio di accessi anonimi e illeciti alle postazioni di lavoro dei magistrati e del personale di cancelleria”. La richiesta arriva da 12 membri del Consiglio superiore della magistratura, all’indomani delle anticipazioni dell’inchiesta di Report – in onda domenica sera su Rai 3 – sul software installato nei pc in dotazione agli uffici giudiziari italiani, che consentirebbe di spiare le attività di giudici e pm da remoto e a loro insaputa. Nell’atto indirizzato al Comitato di presidenza si cita “la notizia divulgata da numerosi organi di informazione, secondo la quale il programma informatico Ecm, installato nei personal computer distribuiti dal ministero della giustizia agli operatori giudiziari, tra cui i magistrati, consentirebbe la possibilità di accedere da remoto – all’insaputa dell’utente e senza lasciare tracce dell’accesso – anche a qualsiasi soggetto con permesso di amministratore“. A firmare la richiesta i sei consiglieri togati del gruppo progressista di Area (Marcello Basilico, Francesca Abenavoli, Tullio Morello, Antonello Cosentino, Maurizio Carbone e Genantonio Chiarelli), Mimma Miele di Magistratura democratica e gli indipendenti Roberto Fontana e Andrea Mirenda, nonché i laici Roberto Romboli (in quota Pd) Michele Papa (M5s) ed Ernesto Carbone (Italia viva). In parallelo alla richiesta di aprire una nuova pratica, però, l’organo di autogoverno della magistratura ha preso un’iniziativa più immediata: chiedere spiegazioni al ministero della Giustizia nell’ambito di una pratica già esistente sulla sicurezza informatica, aperta nel 2024 dopo l’arresto di Carmelo Miano, l’hacker che aveva violato i server di via Arenula e degli uffici giudiziari di mezza Italia. Nella seduta di giovedì mattina, la Settima Commissione (competente sull’informatica giudiziaria) ha deliberato all’unanimità di scrivere al ministero guidato da Carlo Nordio per sapere ufficialmente se il programma “consente intrusioni abusive o il tracciamento degli utenti”. Le prime risposte ufficiali, dunque, arriveranno da qui. Per questo alcuni consiglieri – tra cui quelli del gruppo “moderato” di UniCost – hanno scelto di non aderire alla richiesta di apertura di una nuova pratica, ritenuta un inutile doppione. Secondo i firmatari, però, la gravità della vicenda denunciata da Report esigeva un’iniziativa autonoma. L'articolo Software-spia nei pc dei magistrati, il Csm scrive a Nordio: “Chiarire sulla sicurezza”. Chiesta una pratica urgente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Report
Csm
Consiglio Superiore della Magistratura
Riecco Cosimo Maria Ferri, dall’hotel Champagne con Palamara alla platea per il libro di Nordio per una “nuova giustizia”
Presentazione in pompa magna alla Camera dei Deputati per l’ultima fatica letteraria del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Una nuova giustizia, con la presenza in sala dei presidenti delle Camere, di ministri, parlamentari di centrodestra e di molti addetti del ministero di via Arenula. Tra questi anche Cosimo Maria Ferri, ex parlamentare renziano, ex sottosegretario alla Giustizia, ex segretario di Magistratura indipendente, tra i protagonisti degli incontri con Luca Palamara all’Hotel Champagne. Oggi Ferri lavora al ministero della Giustizia, fa parte dello staff del capo Dipartimento affari di giustizia. Palamara è un nome che torna spesso nella propaganda referandaria dei sostenitori della riforma di Nordio e del sì al referendum. “Mai più casi Palamara” dicono spesso dal centrodestra. “Con la riforma di Nordio, chi sbaglia paga” è un altro refrain. Eppure – come ha ricordato ieri il direttore Marco Travaglio durante Otto e mezzo, su La7 – Palamara essendo magistrato è stato punito tanto da essere stato radiato dalla magistratura per effetto di una decisione del Csm. Ferri, magistrato che però all’epoca di quegli incontri era politico, lavora invece al ministero. “C’è una legge” risponde Ferri intercettato da ilfattoquotidiano.it al termine della presentazione del libro. Ferri – oggi come in passato – non risponde alla domanda su cosa si dicesse con Palamara e Luca Lotti, all’epoca braccio destro di Matteo Renzi, all’hotel Champagne. Lo stesso fa – anzi non fa – il ministro Nordio quando gli viene chiesto del paradosso della differenza di trattamento tra Ferri e Palamara. L'articolo Riecco Cosimo Maria Ferri, dall’hotel Champagne con Palamara alla platea per il libro di Nordio per una “nuova giustizia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Referendum
Politica
Carlo Nordio
Csm
Caso Almasri, archiviata la pratica contro Lo Voi al Csm. I consiglieri progressisti: “Era un avviso ai magistrati sgraditi”
Come da attese, il Consiglio superiore della magistratura ha archiviato la pratica di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale aperta nei confronti del procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi in relazione al caso Almasri. La proposta di archiviazione della commissione competente (la Prima) è stata approvata dal plenum a maggioranza, con sei astensioni. La pratica era una delle iniziative adottate un anno fa dai consiglieri laici di centrodestra contro Lo Voi, dopo che il pm aveva iscritto nel registro degli indagati la premier Giorgia Meloni, i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano, denunciati dall’avvocato ed ex politico Luigi Li Gotti per la liberazione e il rimpatrio di Osama Almasri, generale libico accusato di torture. Come prevede la legge, la denuncia era stata trasmessa senza indagini al Tribunale dei ministri (lo speciale collegio competente a indagare sui reati ministeriali) che mesi dopo ha archiviato la posizione di Meloni, chiedendo invece l’autorizzazione a procedere – negata dalla Camera – per gli altri tre membri del governo. I laici di centrodestra, però, hanno sostenuto che l’iscrizione da parte di Lo Voi non fosse un atto dovuto ma una precisa scelta politica contro l’esecutivo, depositando al Csm un esposto in cui si chiedeva l’allontanamento coatto del procuratore da Roma, possibile solo quando un magistrato non può esercitare le funzioni in una determinata sede “con piena indipendenza e imparzialità“. Un’iniziativa già presa più volte per “bastonare” i magistrati sgraditi, che però non ha mai raggiunto l’obiettivo per l’assenza dei presupposti giuridici. Questo caso non è stato diverso: il Csm ha archiviato la pratica affermando che dall’istruttoria non è emerso “alcun profilo di anomalia, abnormità o comunque di patologica deviazione o sviamento rispetto all’iter” previsto dalla legge. La decisione di Lo Voi, quindi, non è stata dettata da un qualche “intento persecutorio“, ma “fondata su una legittima e plausibile interpretazione della normativa” sulle indagini a carico dei ministri. Ad astenersi nel voto, com’è ovvio, sono stati solo i sei laici di centrodestra, i cinque che avevano firmato l’esposto più il nuovo arrivato Daniele Porena, eletto lo scorso agosto. In un comunicato, i togati del gruppo progressista di Area definiscono la pratica “l’ennesima iniziativa strumentale, un “avviso” a tutti i magistrati che adottano decisioni sgradite ai potenti“. E ricordano come a sottoscriverla siano state anche le consigliere Isabella Bertolini e Claudia Eccher, rispettivamente in quota Fratelli d’Italia e Lega, “non a caso le stesse che, per quanto si apprende dalla stampa, sono entrate nel comitato promotore del Sì al referendum” costituito dai partiti di governo. “Non contestiamo certo il diritto – anzi il dovere – dei componenti del Csm di partecipare in prima persona alla dialettica politico-culturale che anima la campagna referendaria; ma assumervi un ruolo di organizzazione e direzione attiva implica una esposizione politico-mediatica che non fa il bene dell’istituzione e snatura il ruolo di chi, in quanto designato dal Parlamento a camere riunite, dovrebbe rappresentarne le diverse sensibilità, senza però assumere direttamente ruoli politici organici”, scrivono i consiglieri di Area, Francesca Abenavoli, Marcello Basilico, Maurizio Carbone, Genantonio Chiarelli, Antonello Cosentino e Tullio Morello. Un’accusa a cui le due consigliere rispondono poco dopo: “Stupisce parecchio il maldestro tentativo di censura messo in atto da chi non sì è mai fatto problemi a esondare dal proprio ruolo”, scrivono Bertolini ed Eccher. “Se questo è l’inizio di quello che dovrebbe essere un confronto improntato su un franco e costruttivo dibattito c’è poco da stare allegri. Il referendum sulla giustizia chiamerà tutti gli italiani ad esprimersi su una riforma attesa da anni che da piena attuazione alla Carta costituzionale. La campagna referendaria vede già impegnati i consiglieri del Csm, specialmente quelli togati, che vogliono che non cambi assolutamente nulla. Come è logico che sia, ci sono anche consiglieri che invece sono per il Sì alla riforma. Per fortuna, alla fine, saranno gli italiani a decidere e non le correnti della magistratura”. L'articolo Caso Almasri, archiviata la pratica contro Lo Voi al Csm. I consiglieri progressisti: “Era un avviso ai magistrati sgraditi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Giorgia Meloni
Csm
Procura di Roma
Caso Almasri, il Csm archivia la pratica contro Lo Voi: “Nessuna anomalia nell’iscrizione di Meloni e dei ministri”
Nessuna “anomalia“, meno che mai ispirata da un qualche “intento persecutorio“, ma “una decisione fondata su una legittima e plausibile interpretazione della normativa”. Così la Prima Commissione del Consiglio superiore della magistratura definisce la scelta fatta a gennaio da Francesco Lo Voi, procuratore capo di Roma, di iscrivere nel registro degli indagati la premier Giorgia Meloni, i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano, denunciati dall’avvocato ed ex politico Luigi Li Gotti in relazione al caso del generale libico Osama Almasri, arrestato in Italia su mandato della Corte penale internazionale e liberato dal governo. Nella seduta di mercoledì, il Csm voterà l’archiviazione della pratica di trasferimento d’ufficio di Lo Voi per incompatibilità ambientale, aperta ormai quasi un anno fa su iniziativa dei consiglieri laici di centrodestra (Isabella Bertolini, Claudia Eccher, Daniela Bianchini, Enrico Aimi e Felice Giuffrè). Ricevuta la denuncia di Li Gotti e verificata la sua non manifesta infondatezza, il procuratore, come prevede la legge, lo aveva trasmesso “omessa ogni indagine” al Tribunale dei ministri (lo speciale collegio competente a indagare sui reati ministeriali) notificando ai membri del governo l’iscrizione formale nel registro degli indagati. Per questo atto dovuto, Lo Voi – magistrato di noto orientamento conservatore – era finito nel mirino del governo, che lo ha accusato di aver usato la sua funzione a scopo politico. Così i rappresentanti della maggioranza al Csm avevano presentato nei suoi confronti un esposto disciplinare chiedendo allo stesso tempo l’apertura di una pratica di trasferimento: iniziative già prese più volte in questa consiliatura per “bastonare” i magistrati sgraditi, ma sempre rimaste prive di effetti in quanto giudicate del tutto prive di fondamento. Questo caso non ha fatto differenza: la Prima Commissione di palazzo Bachelet ha proposto a maggioranza l’archiviazione della pratica, con l’unica astensione della consigliera Isabella Bertolini, eletta in quota Fratelli d’Italia. Nell’esposto i laici di centrodestra sottolineavano che l’iscrizione nel registro degli indagati di un soggetto denunciato non è automatica, ma dev’essere “ponderata” e oggetto di “valutazione nel merito“, soprattutto quando si tratta di reati ministeriali. Per la Commissione, però, nella condotta di Lo Voi non c’è “alcun profilo di criticità suscettibile di dare adito a profili di incompatibilità ambientale”: le decisioni prese dal magistrato, infatti, rientrano “nell’alveo delle sue valutazioni giudiziarie“, indiscutibili dal Csm ai fini di un eventuale trasferimento d’ufficio (che presupporrebbe l’impossibilità di svolgere le funzioni a Roma con indipendenza e imparzialità). Dall’istruttoria, si legge, non è emerso “alcun profilo di anomalia, abnormità o comunque di patologica deviazione o sviamento rispetto all’iter” previsto dalle norme. Anzi, a escludere ogni presunto “intento persecutorio” c’è la richiesta del procuratore, una volta conclusa l’istruttoria del Tribunale dei ministri, di archiviare l’accusa di peculato per tutti gli indagati e quella di favoreggiamento per Mantovano: una richiesta che però i giudici hanno disatteso, archiviando solo la posizione di Meloni e chiedendo l’autorizzazione a procedere per Nordio, Piantedosi e Mantovano, negata poi dalla Camera. L'articolo Caso Almasri, il Csm archivia la pratica contro Lo Voi: “Nessuna anomalia nell’iscrizione di Meloni e dei ministri” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Governo Meloni
Csm
Consiglio Superiore della Magistratura
Il surreale scherzo del pm di Cassazione: lascia al collega un “pizzino” con finte minacce anarchiche. E arriva la Digos
Voleva fare uno scherzo divertente al suo collega e compagno di stanza, con cui “erano soliti canzonarsi a vicenda“. Così, mentre fuori dalla Cassazione un gruppo di anarchici manifestava in favore di Alfredo Cospito, il sostituto procuratore generale della Suprema Corte Luca Tampieri ha avuto una brillante idea: infilare in un fascicolo del vicino di scrivania – in quel momento impegnato in udienza – un “pizzino” anonimo con gli slogan gridati dai manifestanti. “Fuori Alfredo dal 41-bis! Il 41-bis è tortura, lo Stato stragista non ci fa paura. Galere e tribunali non ne vogliamo più, colpo su colpo li tireremo giù“, le frasi stampate sul foglio. Peccato che la vittima della bravata, il sostituto pg Ettore Pedicini, si fosse occupato poche settimane prima proprio dell’anarchico al carcere duro, depositando tre requisitorie sul suo caso. Scoprendo il messaggio il giorno successivo, quindi, Pedicini ha preso sul serio la finta minaccia: temendo che un malintenzionato si sia introdotto nel suo ufficio, allerta subito i vertici del Palazzaccio, mentre un’altra collega presente, spaventata, chiama direttamente il capo della Digos di Roma, i cui funzionari si precipitano sul posto e iniziano a svolgere accertamenti prima di scoprire la burla. La surreale vicenda, datata ottobre 2023, è costata a Tampieri l’apertura di un procedimento disciplinare da parte del suo diretto superiore, il procuratore generale della Suprema Corte: il Consiglio superiore della magistratura ha però archiviato l’accusa con un’ordinanza depositata di recente, parlando di “una scorrettezza dovuta a un gesto goliardico, che andava sì evitata”, ma “si è risolta in un comportamento privo del carattere di gravità“. Una decisione che fa infuriare il deputato di Forza Italia Enrico Costa, fustigatore del presunto lassismo della Sezione disciplinare del Csm: “Se non fosse tutto nero su bianco non ci si potrebbe credere”, scrive su X. Nella sua memoria difensiva, incolpato si è scusato e ha ammesso di aver agito “scriteriatamente“, sottolineando però di non essere stato a conoscenza del fatto che il collega si fosse occupato del caso Cospito. Ad alimentare l’equivoco i messaggi scambiati sulla chat dell’ufficio subito dopo la scoperta del messaggio: in un primo momento, infatti, Tampieri è convinto che gli altri magistrati abbiano capito la sua gag, e quindi reagisce in modo ironico alle loro (comprensibili) preoccupazioni. “Ho chiuso la stanza”, scrive Pedicini. Tampieri lo sfotte: “Fai indagini?“. L’altro insiste: “Sta arrivando la Digos nella nostra stanza. Forse prelevano il mio computer“. Ma il collega continua a ironizzare: “Spero non il mio portatile nuovo“. Solo un’ora dopo il pm burlone viene contattato dalla vice segretaria generale della Cassazione, che gli chiede se anche lui sia a conoscenza della vicenda. E a quel punto capisce di averla combinata grossa: “Ragazzi scusate era uno scherzo! Era quello che martellavano gli anarchici ieri mattina durante la manifestazione, non pensavo che si potesse prendere sul serio“, scrive in chat. Per la Sezione disciplinare del Csm, però, il suo comportamento non è punibile “per l’occasionalità dell’atto, l’esiguità temporale della vicenda” e “l’esistenza di spiacevoli e obiettive coincidenze”. “Digos, timore di minacce, ufficio in allarme, vertici allertati: tutto risolto, procedimento disciplinare dissolto nel nulla“, accusa Costa. “Chissà se questo provvedimento fa parte di quelli conteggiati nelle percentuali di condanne/assoluzioni sbandierate dall’Anm o se, come immagino, ne sta fuori”, scrive. L'articolo Il surreale scherzo del pm di Cassazione: lascia al collega un “pizzino” con finte minacce anarchiche. E arriva la Digos proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Cassazione
Csm
Alfredo Cospito
Processo telematico, a breve la “App” di Nordio sarà obbligatoria per intercettare. Il Csm: “Rinviare o spariranno le prove”
Un sistema instabile e ancora in gran parte inaffidabile che tra meno di un mese dovrebbe gestire le attività più delicate delle indagini: le intercettazioni e le misure cautelari. Per il terzo anno di fila, all’avvicinarsi del 1° gennaio, tra i magistrati cresce il panico per la programmata estensione dell’obbligo di usare App, l’ormai famigerato software per il processo penale telematico sviluppato dal ministero della Giustizia, oggetto di continui crash e malfunzionamenti che paralizzano le attività di tribunali e procure. Già dal 1° aprile, almeno in teoria, App è diventato obbligatorio (dopo una disastrosa falsa partenza a gennaio) per depositare tutti gli atti dei processi di primo grado e per l’iscrizione delle notizie di reato, anche se in moltissimi uffici, viste le difficoltà pratiche, si è scelto di prorogare il “doppio binario” cartaceo-digitale. Con l’anno nuovo, però, il cronoprogramma prevederebbe l’estensione più temuta dalle toghe: il software dovrebbe essere usato anche per gli atti delle indagini preliminari, comprese le richieste di intercettazioni o di arresti avanzate dai pm e i relativi provvedimenti di autorizzazione del gip. Una prospettiva talmente rischiosa che lo stesso ministero guidato da Carlo Nordio ha già deciso di rinviare in parte la scadenza: una bozza di decreto inviato al Consiglio superiore della magistratura prevede il prolungamento fino al 30 giugno del “doppio binario” per le intercettazioni, mentre per le misure cautelari (custodia in carcere o ai domiciliari, sequestri e così via) la proroga è fissata al 31 marzo, ma riguarda solo le impugnazioni delle misure di fronte al Tribunale del Riesame, e non il procedimento “base” tra pm e gip. Una toppa del tutto insufficiente secondo il Csm, che nel parere obbligatorio approvato nella seduta di mercoledì – relatori i consiglieri togati Roberto Fontana e Marco Bisogni – chiede al governo “un differimento temporale maggiore e, comunque, complessivo“: i termini proposti da Nordio, infatti, garantiscono un margine “troppo ristretto in considerazione dello stato assolutamente embrionale delle funzionalità di App finora sviluppate per gli slot delle intercettazioni e delle impugnazioni di competenza del Tribunale del Riesame. Va ricordato”, sottolineano i consiglieri, “che si tratta di attività processuali sottoposte a termini perentori, rispetto alle quali un men che perfetto funzionamento dell’applicativo, allo stato tutt’altro che da escludere, comporterebbe la perdita irrimediabile di elementi di prova (nel caso delle intercettazioni) o la decadenza da facoltà delle parti (nel caso delle impugnazioni)”. Per scendere nel concreto: se un pm trasmette un decreto urgente di intercettazione al gip e quello “scompare” dal sistema (come successo di recente in tutta Italia), il giudice non lo potrà convalidare in tempo e le prove raccolte saranno inutilizzabili. Un’ipotesi per niente astratta: il parere, pur riconoscendo i miglioramenti degli ultimi mesi, sottolinea che App presenta ancora “diverse criticità”, in particolare “la frequente instabilità del sistema, che talvolta “rallenta” sensibilmente il suo funzionamento comunicando all’utente improvvisi messaggi di errore”. Inoltre, spesso “gli atti e i documenti trasmessi da un utente abilitato interno all’altro non risultano visibili al destinatario e sono necessari interventi tecnici ad hoc per rimediare ai “bug” dell’applicativo”. La “gestione mista” delle misure cautelari, con la prima fase digitalizzata e le impugnazioni ancora consentite in cartaceo, secondo i consiglieri è invece una scelta “poco razionale sia da un punto di vista pratico sia da un punto di vista sistematico”, che rischia di avere effetti negativi “sugli uffici del gip e del pubblico ministero, con l’impossibilità di gestione unitaria del fascicolo digitale degli atti della misura cautelare e con conseguenti problematiche anche per la gestione tempestiva e la verifica delle scadenze“. Per questo si chiede a Nordio di “disporre un differimento complessivo” dell’obbligo di usare App per le misure cautelari: in questo modo, viene aggiunto, si potrebbe “effettuare una preliminare e progressiva sperimentazione del flusso”, limitata alle misure cautelari reali, cioè ai sequestri, “in modo da non incidere sulla libertà personale in caso di iniziali prevedibili malfunzionamenti del sistema”. Il parere critico è stato approvato con l’astensione dei “laici” di centrodestra, i membri eletti dal Parlamento su indicazione dei partiti di governo: in particolare, la consigliera in quota Lega Claudia Eccher (ex avvocata di Matteo Salvini) ha detto di non voler assecondare “atteggiamenti di resistenza” alla novità da parte delle toghe (un’argomentazione usata in passato anche da Nordio). Opposto il punto di vista dei consiglieri togati, cioè magistrati: persino il procuratore generale della Cassazione Pietro Gaeta (membro di diritto dell’organo) è intervenuto per sottolineare come, a suo modo di vedere, il Csm avrebbe dovuto essere ancora più netto nel segnalare l’inadeguatezza di App per gestire procedimenti così delicati. L'articolo Processo telematico, a breve la “App” di Nordio sarà obbligatoria per intercettare. Il Csm: “Rinviare o spariranno le prove” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Carlo Nordio
Csm
Ministero della Giustizia
Bertolini (Csm) al vertice FdI, condanna di toghe e opposizioni: “Separazione dei poteri a rischio, ecco perché votare No”
“Il caso Bertolini dimostra con chiarezza perché al referendum sulla legge Nordio bisogna votare No“. Enrico Grosso, presidente onorario del Comitato per il No alla separazione delle carriere fondato dall’Associazione nazionale magistrati, commenta così la notizia del Fatto sulla partecipazione della consigliera del Csm al vertice sulla campagna referendaria nella sede di Fratelli d’Italia, insieme ad Arianna Meloni e ai responsabili giustizia dei partiti di maggioranza. Per Grosso, professore di Diritto costituzionale all’Università di Torino, “che una componente del Consiglio superiore della magistratura partecipi a un incontro di un partito di maggioranza è un fatto oggettivamente inopportuno. Ma oggi, grazie alla Costituzione, questo non altera l’equilibrio tra i poteri dello Stato perché i membri togati del Csm sono eletti dai magistrati e rappresentano un contrappeso autorevole e forte al potere politico”, sottolinea. Con la riforma, invece, “succederebbe l’esatto contrario”: “I laici scelti dalla maggioranza parlamentare diventerebbero ancora più influenti, mentre i magistrati, scelti per sorteggio, sarebbero più deboli e privi di una legittimazione interna. Il risultato sarebbe un Csm inevitabilmente più esposto alla maggioranza di governo. Il caso Bertolini è un campanello d’allarme: ciò che oggi è solo una sgrammaticatura istituzionale e una caduta di stile diventerebbe la normalità. L’indipendenza della magistratura è un valore e un presidio essenziale dello Stato costituzionale. Per questo è necessario votare No”, conclude. Sulla stessa linea il giudice della Corte d’Appello di Roma Giovanni Zaccaro, segretario della corrente progressista di Area. “Ho letto stamane che una componente del Csm, la laica Isabella Bertolini, ha participato ad una riunione in una sede di partito. Forse pensa che la riforma Nordio sia già in vigore e che la politica debba entrare direttamente nel Csm, mi pare un’altra buona ragione per votare No al referendum”, ironizza. Mentre il Movimento 5 stelle si esprime con una nota dei suoi eletti nelle Commissioni Giustizia di Camera e Senato: “Questo episodio è l’antipasto di quello che attende l’Italia se passa la riforma, è l’ennesima dimostrazione di quale sia l’intento del governo Meloni: aumentare in modo esponenziale l’influenza ed il controllo della politica sulla magistratura e in particolare all’interno dei suoi organi di autogoverno. Se vincesse il Sì al referendum verrebbe costituzionalizzato il controllo dei partiti politici sul potere giudiziario, carriere e provvedimenti disciplinari dei magistrati verranno decisi nelle sedi dei partiti di maggioranza. L’episodio denunciato oggi non ha bisogno di ulteriori commenti, con il governo Meloni stanno crollando tutti i capisaldi della separazione dei poteri, della correttezza istituzionale e anche del bon ton che si richiede a chiunque ricopra cariche pubbliche”, accusano Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato. Dal mondo della politica interviene il leader di Europa Verde Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra: “Fratelli d’Italia utilizza gli organismi indipendenti e di garanzia dello Stato per i suoi fini politici. Dopo l’Autorità per la privacy oggi è il turno del Csm”, afferma in riferimento al caso di Agostino Ghiglia, membro del Garante per la protezione dei dati personali in quota FdI, presente in via della Scrofa subito prima di votare per la maxi-multa a Report. “Se Csm e Autorità di garanzia mostrano prossimità politica con chi governa, la loro funzione di equilibrio viene meno. La democrazia italiana si fonda sull’autonomia dei poteri e sul rispetto rigoroso dei ruoli istituzionali. Il vicepresidente del Csm dovrebbe richiamare la consigliera Bertolini e questa vicenda ci fa capire come la riforma della separazione delle carriere sia uno strumento per la destra per mettere sotto controllo politico la magistratura”. Per Luana Zanella, capogruppo di Avs alla Camera, la presenza di Bertolini alla riunione della sede di FdI “è uno scandalo“: “Il Csm è un delicatissimo organo di autogoverno della magistratura, non una emanazione del partito pigliatutto della destra”. Anche per il presidente del gruppo Misto del Senato, Peppe De Cristofaro, la vicenda raccontata dal Fatto è “gravissima”: “Quella era una riunione politica, non istituzionale o un convegno. Se sei componente dell’organo che dovrebbe tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non puoi partecipare a una riunione politica sulle strategie per il prossimo referendum sulla giustizia. Ma per i rappresentanti della destra non è così, loro svolgono un ruolo politico alla faccia dell’autonomia e dell’indipendenza. Una sottomissione politica inaccettabile. Questa destra è senza ritegno“. L'articolo Bertolini (Csm) al vertice FdI, condanna di toghe e opposizioni: “Separazione dei poteri a rischio, ecco perché votare No” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Referendum
Politica
Csm
Consiglio Superiore della Magistratura