“Questa è una riforma che porta il mio nome e me ne assumo quindi la
responsabilità politica“. Ma né Andrea Delmastro né Giusi Bartolozzi si toccano.
Nel day after della sconfitta al referendum, Carlo Nordio parla a SkyTg24 e fa
mea culpa per l’esito del voto: “Se vi sono stati dei difetti di comunicazione o
impostazione ammetto che sono stati anche i miei”, dice il ministro della
Giustizia. Ma subito ributta la palla del campo opposto: “Però è anche vero che
la frase più contestata, che era quella sul cosiddetto sistema mafioso, non l’ho
mai detta: è stata una citazione che ho fatto della dichiarazione di un pubblico
ministero (Nino Di Matteo, ndr). È stata attribuita a me e da lì si è scatenata
una serie di polemiche, tanto che neanche le smentite più forti sono riuscite ad
arginare. Fa parte peraltro della politica e quindi non è che mi stupisca più di
tanto”, afferma.
Il Guardasigilli però blinda i suoi collaboratori al centro delle polemiche, a
partire dal sottosegretario di Fratelli d’Italia Andrea Delmastro, finito nella
bufera per i suoi rapporti con la famiglia prestanome del clan dei Senese: “Sono
certo che Delmastro riuscirà a chiarire. Se vai a cena in un ristorante non è
che puoi chiedere la carta d’identità del proprietario. Io non conosco quali
siano i termini di questa vicenda e di questa società perché mi sono occupato di
referendum. La vicenda sarà chiarita ma conoscendo Delmastro, al di là di
qualche eccesso di comunicazione, di lui tutto si può pensare tranne che abbia
qualche contiguità, conoscenza o simpatie mafiose. Lui è il più forte
sostenitore di tutti i provvedimenti contro la mafia, del 41-bis, io sono più
garantista”.
Blindatura anche per la capo gabinetto Giusi Bartolozzi, che in un dibattito tv
aveva invitato a votare Sì per “togliersi di mezzo la magistratura”: “No,
assolutamente”, risponde Nordio alla fomanda se la posizione della dirigente
fosse in discussione. “Per quanto riguarda le osservazioni fatte sia dagli
appartenenti del mio ministero, sia di altri della nostra coalizione, credo che
bilanciando le osservazioni sopra le righe fatte dai nostri e fatte dai loro, la
situazione algebrica sia equivalente. Quindi non credo che questo eccesso di
polemica, della quale ho sempre tenuto di tenermi lontano, abbia influito più di
tanto”, dice Nordio.
L'articolo Nordio: “Mi assumo la responsabilità politica della sconfitta”. Ma
blinda Delmastro: “Chiarirà”. E Bartolozzi “non è in discussione” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Carlo Nordio
“Una riforma radicale della giustizia dovrebbe essere adottata, ma io voterò No
a questo referendum e alle modifiche costituzionali proposte. Lo considero un
‘colpo di mano’ politico che stravolge i principi costituzionali della
Repubblica e indebolisce l’ordine giudiziario nel suo insieme e ne compromette
l’autonomia e l’indipendenza”. Chi parla è Giuseppe Melzi, uno degli avvocati
più noti di Milano, noto per aver difeso negli anni Settanta i piccoli
risparmiatori vittime del crac della Banca privata italiana di Michele Sindona,
fondatore della Casa della Carità di don Virginio Colmegna, amico di padre David
Turoldo, promotore nel settembre del 2023 di un convegno su don Milani, al quale
parteciparono, tra gli altri, Gad Lerner, Piercamillo Davigo, il frate Ermes
Ronchi, insomma una figura di spicco del cattolicesimo milanese progressista.
La sua dichiarazione di voto per il No non stride, appare scontata, se non fosse
che Melzi è stato protagonista – suo malgrado – di una storia che in qualche
appuntamento dei sostenitori del Sì – e non solo – sarebbe il prototipo della
storia di “malagiustizia”. “Si è trattato di un devastante procedimento durato
12 anni – racconta Melzi – 9 mesi di perdita della libertà, 3 anni e mezzo di
sospensione professionale. Riciclaggio e agevolazione mafiosa le imputazioni,
quale “regista” di una cosca mafiosa (Ferrazzo) inesistente, inventata. Tutto
falso. Tutto archiviato. Un’archiviazione che non mi è stata neppure notificata,
sono venuto a saperla per caso”. Quando Melzi venne arrestato, il 1 febbraio del
2008, il Corriere della Sera titolò: “Il legale anti Sindona in affari con i
boss”. Suo grande accusatore: Mario Venditti, il magistrato che scagionò Sempio
(per due volte) per il delitto di Garlasco, attualmente sotto indagine con
l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. “In un interrogatorio, in un momento
in cui eravamo soli, il mio avvocato Giuliano Pisapia si era momentaneamente
allontanato, mi mostrò una chiave e mi disse: o lei parla o io butto via la
chiave”, ricorda Melzi. La storia del procedimento è stata molto intricata,
anche con trasferimenti di competenze tra tribunali. Il risultato finale è che
dopo 12 anni dall’arresto (che fece molto scalpore, anche mediatio) è finito
tutto in un’archiviazione. “Una vita rovinata: il ruolo di avvocato identificato
con quello di sette indagati, anch’essi innocenti”, sottolinea con amarezza
l’avvocato.
Melzi, ci vuole coraggio, con quello che lei ha sofferto, a votare No?
Più che coraggio, la mia decisione risponde ad un’istanza civile. Il No è un
argine obbligato ad una deriva autoritaria (“utile anche alle opposizioni!”:
ministro Carlo Nordio) un progress pericoloso, che prelude a nuove leggi
eversive della maggioranza parlamentare dominante (elettorale, premierato…). Sia
chiaro, io sono fermamente convinto, dalla mia esperienza di inquisito ma anche
di avvocato, che la giustizia funziona male, che occorre una profonda riforma…
La riforma c’è. Perché votare No?
Perché quella del governo non è la riforma che serve per rinnovare profondamente
la giustizia. Serve solo al potere politico per controllare la magistratura. È
necessario, quindi, prevenire gli scandali quotidiani di “malagiustizia” (come
quella che ho subìto io) e la vergognosa gestione correntizia del Csm, ma il
rimedio proposto è peggiore del male.
I fautori del Si sbandierano il fatto che la riforma prevede la separazione
delle carriere. Cosa ne pensa?
Che si tratta di un marginale problema che potrebbe essere disciplinato con una
legge ordinaria, rispettando i principi costituzionali. Nel metodo, è stata
approvata con un blitz della maggioranza parlamentare, senza confronti con le
minoranze e con le categorie interessate (magistrati e avvocati) e anche con
esponenti della società civile. Non si cambia la Costituzione a colpi di
maggioranza.
Cosa altro non la convince della riforma?
La duplicazione delle carriere e del Csm, con un nuovo organo superiore
“monstre” l’Alta Corte Disciplinare e l’adozione per le nomine del sorteggio
secco (per i giudici), temperato (per i politici) è un’invenzione obbrobriosa e
subdola. E poi i pm, già strapotenti e quasi sempre impuniti, diventano
“superpoliziotti”, asserviti alla politica. Compito dei pm non è accusare sempre
e comunque, ma promuovere una giusta e corretta applicazione della legge, anche
a tutela degli indagati (purtroppo succede raramente).
Che riforma occorrerebbe invece?
La riforma della giustizia dovrebbe trattare i problemi reali dei cittadini: la
durata dei procedimenti (“la separazione delle carriere non accelera i
processi!”: ministro Carlo Nordio), l’organico dei Tribunali, le strutture
carcerarie, la tutela dei diritti alla salute e alla istruzione, alla sicurezza
urbana e sul lavoro. Per questo voto No, nonostante la mia esperienza
traumatica. Ma è necessario per impedire che le interferenze della politica
nella gestione della Giustizia divengano un “sistema” codificato e
irresponsabile. E per lasciare aperta alla speranza che prima o poi venga
approvata la riforma che veramente serve.
L'articolo “Io, arrestato e archiviato dopo 12 anni, voterò No al referendum: è
un colpo di mano politico”: intervista all’avvocato anti-Sindona Giuseppe Melzi
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 22 e 23 marzo si vota per il referendum costituzionale sulla riforma della
magistratura firmata dalla premier Giorgia Meloni e dal ministro della Giustizia
Carlo Nordio. La legge, che modifica sette articoli della Costituzione, è stata
approvata dal Parlamento con una maggioranza inferiore ai due terzi, e quindi
dovrà essere confermata o respinta dal voto popolare. Le urne saranno aperte
dalle 7 alle 23 di domenica 22 marzo e dalle 7 alle 15 di lunedì 23 marzo.
Trattandosi di un referendum confermativo, è importante ricordare che non è
previsto il quorum: la consultazione sarà valida a prescindere dall’affluenza.
Un motivo in più per andare a votare: non farlo significa far scegliere altri al
posto nostro. In questo articolo riassumiamo i contenuti della legge
costituzionale. A quest’altro link, invece, trovate la guida completa alle
ragioni del No: tutti i motivi di merito, di metodo e di contesto per opporsi
nelle urne a una riforma che indebolisce la magistratura a vantaggio della
politica (riassunte in questo volantino da 15 punti da scaricare e stampare).
SEPARAZIONE DELLE CARRIERE
La riforma introduce nella Costituzione il principio delle “distinte carriere”
tra i giudici, cioè i magistrati che decidono le cause, e i pubblici ministeri
(pm), cioè i magistrati che conducono le indagini e rappresentano l’accusa nel
processo penale. Attualmente giudici e pm fanno parte di un unico ordine:
sostengono lo stesso concorso e svolgono un tirocinio comune, dopodiché scelgono
quale dei due ruoli ricoprire. A certe condizioni possono anche “traslocare” da
una funzione all’altra: ma questa possibilità è stata sottoposta nel tempo a
limiti molto stringenti, tanto che ormai non si verifica quasi più. Con la
riforma, giudici e pm apparterrebbero a due corpi diversi – la magistratura
giudicante e la magistratura requirente – con concorsi e percorsi professionali
separati: ovviamente non sarebbe più consentito il passaggio da un ruolo
all’altro.
SEPARAZIONE DEI CSM
Attualmente le carriere di giudici e pm sono gestite da un unico organo, il
Consiglio superiore della magistratura (Csm), composto da venti magistrati
(cinque pm e 15 giudici) eletti dai colleghi e da dieci professori universitari
e avvocati eletti dal Parlamento, i cosiddetti “laici”. Il Csm garantisce
l’indipendenza dei magistrati occupandosi al posto del governo di tutti gli
aspetti della loro vita professionale: promozioni, trasferimenti, aspettative,
scatti di stipendio, sanzioni disciplinari. Il motivo è evidente: se a decidere
su questi aspetti fosse il ministero di appartenenza, come avviene per tutti gli
altri dipendenti pubblici, giudici e pm sarebbero continuamente esposti alle
ritorsioni del potere politico. Con la riforma i Csm diventerebbero due, uno per
i giudici e uno per i pm, sempre composti da due terzi di magistrati e un terzo
di “laici” (ma i numeri non sono specificati).
SORTEGGIO
A cambiare, però, è soprattutto il metodo di elezione dei futuri Csm: i
magistrati infatti non potranno più eleggere i propri rappresentanti, che
verranno selezionati con un sorteggio. Secondo i promotori della riforma, questo
serve ad abbattere il potere delle correnti, cioè i gruppi in cui i magistrati
si riuniscono sulla base dei loro orientamenti professionali e ideali (più o
meno progressisti, più o meno garantisti e così via). Tuttavia mentre i membri
magistrati saranno estratti a sorte, però, i membri “laici” continueranno a
essere scelti dal Parlamento; o meglio, saranno formalmente sorteggiati, ma
nell’ambito di un elenco votato dalle Camere, di cui non è specificata la
lunghezza.
ALTA CORTE DISCIPLINARE
Ai futuri Csm, poi, verrà sottratta una delle funzioni più importanti
attualmente svolte dal Csm unico: quella di sanzionare i magistrati che
commettono illeciti professionali, con misure variabili da un semplice
avvertimento all’espulsione dalla magistratura. Questo compito passerà a un
nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare, che si occuperà sia dei giudici sia dei
pm. L’Alta Corte sarà composta da 15 membri: nove magistrati (giudici e pm)
sorteggiati tra quelli che lavorano o hanno lavorato in Corte di Cassazione, il
massimo organo giudiziario italiano; e sei “laici”, sempre professori o
avvocati, di cui tre scelti dal Parlamento (con le stesse modalità dei laici dei
due Csm) e altri tre nominati dal presidente della Repubblica. Contro le
sentenze dell’Alta Corte i magistrati non potranno più ricorrere in Cassazione,
ma solo alla stessa Alta Corte: a decidere sarebbero dei giudici diversi da
quelli che si sono occupati del caso in primo grado.
L'articolo Referendum giustizia, quando si vota e cosa prevede la riforma
Nordio: la guida proviene da Il Fatto Quotidiano.
Domenica e lunedì si vota per il referendum sulla riforma costituzionale della
magistratura, approvata dal Parlamento e firmata dal ministro della Giustizia
Carlo Nordio e dalla premier Giorgia Meloni. In un altro articolo abbiamo
passato in rassegna i contenuti della legge voluta dal centrodestra. Qui invece
trovate, spiegate dal nostro punto di vista, tutte le ragioni di merito, di
metodo e di contesto (riassunte in questo volantino da 15 punti da scaricare e
stampare) per bocciare nelle urne un disegno che indebolisce la magistratura a
vantaggio della politica, e quindi utile al potere ma non ai cittadini.
LA TRUFFA DELLA SEPARAZIONE
* Iniziamo col dire che la separazione delle carriere è un falso problema. Da
qualche anno ormai – per la precisione dal 2022 – i percorsi professionali di
giudici e pm sono già di fatto separati: il passaggio da una funzione
all’altra è consentito una sola volta e solo nei primi dieci anni di
carriera, con l’obbligo di trasferirsi in un altro distretto giudiziario
(cioè in un’altra regione o comunque a centinaia di chilometri di distanza)
proprio per evitare di far sorgere dubbi sull’imparzialità. A causa di questi
limiti, dal 2019 al 2024, a “traslocare” dal ruolo di giudice a quello di pm
o viceversa sono stati in media una trentina di magistrati l’anno, lo 0,34%
del totale. Anche il presunto “appiattimento” dei magistrati giudicanti sulle
tesi dell’accusa è smentito dalle statistiche: secondo gli ultimi dati resi
noti dal ministero, il 54,8% dei giudizi ordinari termina con una sentenza di
assoluzione.
* La teoria secondo cui la difesa dev’essere “sullo stesso piano” dell’accusa è
un nonsenso: nel nostro sistema i pm, come i giudici, lavorano per cercare la
verità e non per ottenere una condanna (tanto che in fase d’indagine chiedono
l’archiviazione nel 40% dei casi). Se il pm trova una prova a favore
dell’imputato, ha il dovere di sottoporla al giudice; se emerge che
l’imputato è innocente, ha il dovere di chiedere l’assoluzione (se non lo fa
commette un illecito disciplinare). Per l’avvocato è il contrario: la
deontologia gli impone di lavorare solo nell’interesse del suo cliente, a
prescindere da quello di cui è convinto (anzi, se depositasse prove che lo
danneggiano commetterebbe un reato). “Parità delle parti”, quindi, non
significa che le due figure abbiano lo stesso ruolo, ma che devono
confrontarsi ad armi pari nel corso del processo, sulla base delle stesse
regole. E a vigiliare sull’applicazione di queste regole è il giudice, terzo
e imparziale.
* Per separare completamente le carriere di giudici e pm, in ogni caso, non
serviva affatto cambiare la Costituzione: bastava una legge ordinaria per
impedire definitivamente il passaggio da una funzione all’altra, o anche per
prevedere concorsi e tirocini differenziati. La riforma invece fa qualcosa in
più: divide la magistratura in due ordini, governati e tutelati da organi
diversi. Perché questa scelta? La motivazione di evitare che i pm “diano i
voti” ai giudici non sta in piedi: non si capisce allora perché riunire le
due categorie nell’Alta Corte disciplinare, permettendo ai pm addirittura di
far perdere il lavoro ai magistrati giudicanti. Peraltro, nessuno si
preoccupa quando a “dare i voti” ai giudici sono gli avvocati scelti dai
partiti: eppure è proprio ciò che succede nel Csm attuale e continuerà a
succedere nei due Csm futuri.
I RISCHI PER L’INDIPENDENZA DEI MAGISTRATI
* Spaccare in due la magistratura produrrà invece alcuni effetti più subdoli e
pericolosi. Intanto, trasformare i pubblici ministeri in un corpo a parte,
autogovernato da un proprio Csm, rischia di allontanarli dalla cultura
professionale condivisa con i giudici, trasformandoli in figure molto più
simili a poliziotti: meno attenti ai diritti degli indagati, più interessati
a ottenere arresti e condanne. Soprattutto, però, la separazione apre la
strada a differenziare le garanzie di indipendenza tra i magistrati
giudicanti e quelli dell’accusa, gettando le basi per un controllo politico
sulle indagini. D’altra parte, in tutti i Paesi occidentali in cui lo status
dei giudici è diverso da quello dei pm, questi ultimi rispondono in qualche
modo all’esecutivo: l’esempio di scuola è quello degli Usa, dove i
procuratori sono subordinati all’Attorney general, il nostro ministro della
Giustizia, e le indagini sgradite al governo (come quelle sulle violenze
dell’Ice) semplicemente non si fanno.
* Per spingere la riforma, i sostenitori del Sì ripetono che nella maggior
parte dei Paesi europei le carriere sono in qualche modo separate, e l’Italia
è un caso quasi unico. È vero: ma lo è in senso positivo. Il Consiglio
d’Europa, l’organizzazione per la democrazia e i diritti umani a cui
aderiscono 46 Stati del Vecchio continente, ha individuato il sistema
italiano come modello da imitare: “Gli Stati devono prendere provvedimenti
concreti al fine di consentire a una stessa persona di svolgere
successivamente le funzioni di pubblico ministero e quelle di giudice, o
viceversa”, una possibilità che “costituisce una garanzia anche per i membri
dell’ufficio del pubblico ministero” contro il rischio di ingerenze da parte
del potere politico, si legge in una raccomandazione del 2000.
* Per negare il rischio di un controllo politico sui pm, i sostenitori del Sì
ripetono che resterà intatto l’articolo 104 della Costituzione, in base al
quale la magistratura “costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni
altro potere”. Ma questo non vuol dire nulla: dichiarazioni simili si trovano
anche nelle Costituzioni dei peggiori regimi autoritari, dall’Iran alla Cina
fino alla Corea del Nord. D’altra parte, se bastasse affermare un principio
per renderlo effettivo avremmo probabilmente risolto ogni problema del mondo.
* La verità è che l’indipendenza dei magistrati, pur restando formalmente
garantita nella Carta, potrà tranquillamente essere svuotata con leggi
ordinarie dalla maggioranza del momento. Ad esempio, basta cambiare un
articolo del Codice di procedura penale per togliere al pm la direzione della
polizia giudiziaria durante le indagini: in questo modo le inchieste
sarebbero orienbtate dai vertici delle forze dell’ordine, che rispondono al
governo, e il ruolo del magistrato si limiterebbe a quello di “avvocato
dell’accusa” durante il processo (come d’altra parte lo lo ha definito
Nordio). Non solo: sempre modificando la legge ordinaria si può impedire al
pm di aprire indagini di sua iniziativa, obbligandolo a occuparsi solo di
quello che gli viene segnalato da altri (e in primis dalle forze
dell’ordine). Ancora, il governo e il Parlamento potranno decidere su quali
reati indagare con precedenza rispetto agli altri: glielo consente una legge
già in vigore, la riforma Cartabia del 2022, che finora non è stata ancora
applicata.
LA POLITICA E I NUOVI CSM
* Ma già con la riforma Nordio l’influenza della politica sulla magistratura è
destinata a crescere enormemente. Come abbiamo visto, infatti, i membri dei
nuovi Csm e dell’Alta Corte disciplinare saranno individuati con un sorteggio
asimmetrico: vero per i magistrati, pilotato – cioè finto – per i politici,
che continueranno di fatto a scegliere i propri rappresentanti. Da un lato,
quindi, avremo magistrati capitati per caso in un ruolo di grande
responsabilità, senza alcuna legittimazione da parte dei colleghi e senza
alcuna responsabilità elettorale nei loro confronti, quindi potenzialmente
più sensibili alle lusinghe del potere. Dall’altro, proprio come adesso, una
pattuglia di “laici” attentamente selezionati, spesso ex parlamentari di
grande esperienza e pelo sullo stomaco, a rappresentare gli interessi dei
partiti. Quale dei due gruppi avrà più facilità a orientare le scelte
dell’organo? La domanda è retorica.
* Il maggiore peso dei laici si farà sentire soprattutto nelle decisioni più
delicate sul piano politico: in primis quelle disciplinari, ma anche i pareri
sui disegni di legge del governo, le valutazioni di professionalità dei
magistrati più esposti, le “pratiche-manganello” per chiedere il
trasferimento d’ufficio di toghe sgradite alla maggioranza (in questa
consiliatura ne abbiamo vista più di una, tutte andate a vuoto). Il Csm
infatti non è solo un “ufficio di collocamento” che si occupa di nomine e
trasferimenti, ma ha una funzione anche – e forse soprattutto – politica. Per
questo non è vero che qualunque magistrato è in grado di fare il consigliere
perché tutti i giorni prende decisioni delicatissime nel suo lavoro: far
parte del Csm implica attitudini molto diverse e soprattutto presuppone di
aver conquistato la fiducia di centinaia di colleghi.
LE BUGIE SUL DISCIPLINARE
* Infine, è falso dire che i magistrati “non pagano mai“, come fanno Nordio e
Meloni per giustificare la creazione dell’Alta Corte. In questa consiliatura
la Sezione disciplinare del Csm ha emesso 82 sentenze di condanna su 199, il
41%. Solo in due casi è stato deciso per la sanzione meno grave,
l’ammonimento (sostanzialmente senza conseguenze); in 46 casi la censura, che
impedisce al giudice o pm sanzionato di concorrere per posti di vertice nei
dieci anni successivi; in 17 casi la perdita di anzianità, che influisce
sulle prospettive di carriera e di pensione; in nove casi la sospensione
dalle funzioni. Ben otto delle sentenze di condanna pronunciate, il 10%,
hanno invece inflitto la sanzione più grave, la rimozione dall’ordine
giudiziario. Numeri in proporzione molto più alti di quelli delle altre
categorie professionali (a partire dagli avvocati).
* Sul piano comparato, invece, l’ultimo rapporto ufficiale del Consiglio
d’Europa mostra che il nostro sistema disciplinare è più severo di quello dei
grandi Paesi europei: nel 2022 in Italia sono stati puniti 38 magistrati su
9.421, lo 0,4%, contro lo 0,39% della Spagna, lo 0,09% della Francia e lo
0,19% dei Paesi Bassi (Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati).
Allargando l’arco temporale, viene fuori un quadro ancora più netto: in un
dossier pubblicato online e consultabile qui, il consigliere del Csm Marco
Bisogni ha ricostruito che negli ultimi 15 anni in Italia sono stati
sanzionati 42 magistrati l’anno, lo 0,5%, contro lo 0,2% della Spagna (14
sanzioni l’anno) e lo 0,1% della Francia (appena nove).
* Le critiche del governo, inoltre, stridono con il comportamento del ministro
della Giustizia, che ha il potere di impugnare le sentenze del Csm di fronte
alla Cassazione: nell’attuale consiliatura l’ha fatto appena sei volte su 176
decisioni di merito. Con la creazione dell’Alta Corte, invece, il ricorso in
Cassazione non sarà più ammesso e i magistrati diventeranno l’unica categoria
di dipendenti a poter perdere il lavoro senza diritto di impugnare il
provvedimento di fronte a un giudice.
LA FORMA E IL METODO
* “Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi
del governo dovranno essere vuoti”, diceva uno dei nostri padri costituenti,
il giurista Piero Calamandrei. Un modo per dire che a scrivere la Carta
dovrebbe essere il Parlamento, espressione della sovranità popolare, e non il
governo. In questo caso è successo esattamente il contrario: per la prima
volta nella storia della Repubblica, una riforma costituzionale di questa
portata è stata approvata in Parlamento (con le quattro votazioni previste)
nello stesso identico testo in cui era uscita dal Consiglio dei ministri,
senza modificare neanche una virgola. Il dibattito è stato tagliato, gli
emendamenti delle opposizioni sono stati respinti in blocco senza
discussione, e persino i pochi di maggioranza – proposti da Forza Italia –
sono stati fatti ritirare perché, ha spiegato Nordio, il provvedimento doveva
essere “blindato”.
* Votare Sì significa di fatto consegnare un assegno in bianco alla politica
per riscrivere il governo della magistratura con legge ordinaria. Nella
riforma infatti non c’è scritto tutto, anzi: se passerà il Sì, moltissimi
aspetti centrali saranno decisi dalle leggi di attuazione, che verranno
scritte dal governo e approvate a maggioranza semplice. Ad esempio, bisognerà
stabilire quanto sarà lungo l’elenco nell’ambito del quale verranno
“sorteggiati” i laici, e se in questo elenco saranno garantite quote di
rappresentanza alle opposizioni oppure la maggioranza del momento si
approprierà di tutti i posti. Per quanto riguarda l’Alta Corte, invece, sarà
decisivo stabilire come saranno composti i singoli collegi giudicanti, quelli
di primo grado e quelli d’Appello: sulla carta infatti nulla impedisce che,
in un determinato collegio, i giudici di nomina politica possano essere la
maggioranza. E quindi avere, da soli, i numeri per punire i magistrati con
sanzioni fino all’espulsione.
IL CONTESTO POLITICO
* La separazione delle carriere di pm e giudici è una crociata antica di alcuni
settori della politica, di solito gli stessi che manifestano apertamente la
volontà di limitare l’azione della magistratura. A farne un totem, in
particolare, è stato Silvio Berlusconi, che la propose quando era premier
senza riuscire a realizzarla. Ma la riforma rappresentava anche uno dei punti
centrali del Piano di rinascita democratica, il programma della loggia
eversiva P2 guidata da Licio Gelli, che negli anni Settanta mirava a
trasformare la forma di Stato italiana in senso autoritario. In un’intervista
al Fatto il figlio di Gelli, Maurizio, ha fatto un endorsement postumo a nome
del padre al piano del governo: “Sono certo che avrebbe avuto un’opinione
molto favorevole su questa riforma”, ha detto. “La questione della
separazione delle carriere non è un tema nuovo, e il fatto che oggi sia al
centro di un referendum rispecchia la lungimiranza di mio padre”, le cui idee
“sono attuali e continuano a influenzare il dibattito pubblico”.
* La versione ufficiale del governo è che la riforma non è punitiva nei
confronti della magistratura, ma serve a migliorare il sistema giustizia.
Eppure la legge non incide in alcun modo sulle inefficienze della giustizia:
anzi, moltiplica i costi e la burocrazia, perché affida a tre diversi organi
le stesse funzioni adesso svolte da uno solo. E a “confessare” il vero
obiettivo, più o meno consapevolmente, sono stati i massimi esponenti del
governo: la premier Giorgia Meloni (“La riforma è la risposta più adeguata
all’intollerabile invadenza di certi magistrati”), il suo braccio destro
Alfredo Mantovano (“C’è un’invasione di campo che dev’essere ricondotta”), il
sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (“O si va fino in fondo e si
porta il pm sotto l’esecutivo, oppure gli si toglie il potere d’impulso sulle
indagini”). Ma i più espliciti di tutti sono stati gli autori materiali della
riforma: il ministro Nordio, secondo cui “gioverà a chiunque andrà al
governo” perché garantirà “libertà di azione” alla politica; e per ultima la
sua potente capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Vi lasciamo con le sue parole
pronunciate in pubblico qualche giorno fa: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo
la magistratura, che sono plotoni di esecuzione“. Se questo programma non vi
convince, è meglio votare No.
L'articolo La truffa delle carriere separate e i rischi per l’indipendenza della
magistratura: tutti i motivi per votare No al referendum sulla riforma Nordio
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“È scandaloso citare il caso Garlasco come esempio di inefficienza della
giustizia, o di sudditanza dei giudici verso i pm. Anzi, è esattamente il
contrario: in questo processo, anche se con tempi lunghi, si è arrivati a
stabilire la verità. E i giudici hanno mostrato autonomia sia rispetto
all’accusa, sia rispetto agli altri giudici”. Gian Luigi Tizzoni è l’avvocato
della famiglia di Chiara Poggi, la 26enne uccisa il 13 agosto 2007 nel paese
della Lomellina ad opera – secondo la sentenza definitiva – dell’allora
fidanzato Alberto Stasi. Un caso di cronaca nera tra i più mediatici della
storia d’Italia, riesploso di recente con la nuova indagine nei confronti di
Andrea Sempio e finito nel tritacarne della campagna referendaria: la premier
Giorgia Meloni ha esortato a votare Sì alla riforma Nordio “perché non ci possa
più essere una vergogna come quella di Garlasco”, alludendo a un presunto errore
giudiziario in realtà tutto da dimostrare. Ma Tizzoni, che in questa storia
difende le vittime, non è affatto d’accordo. E annuncia al Fatto il suo No al
referendum di domenica e lunedì: “Mi spaventa l’idea di un pubblico ministero
svincolato dal giudice, con un potere mediatico che sarebbe probabilmente ancora
più forte di adesso”.
Avvocato, molti suoi colleghi lamentano di essere penalizzati dal fatto che
giudici e pm siano colleghi. Lei come la vede?
Ho letto la vostra intervista al professor Coppi e condivido tutto quello che ha
detto. È dai tempi di Tangentopoli che si parla di questo presunto appiattimento
dei giudici rispetto alle Procure, ma io in tanti anni di carriera non l’ho mai
notato. E direi che a smentirlo, in generale, sono i numeri delle sentenze di
assoluzione. Come ha detto Coppi, se un problema di questo tipo esiste, riguarda
semmai singole persone e non si risolve con una riforma che impatta
profondamente sulla nostra Costituzione. In ogni caso, io non ho mai percepito
una minore attenzione dei giudici per la difesa rispetto all’accusa: la vicenda
di Garlasco se vogliamo lo dimostra.
Riassumiamo: in primo grado e in Appello i pm chiedono la condanna di Stasi, ma
i giudici lo assolvono. La Cassazione annulla l’assoluzione e rimanda il
processo ai giudici di secondo grado, che lo condannano a 16 anni con sentenza
poi diventata definitiva. Carlo Nordio, il ministro della Giustizia, ha detto:
“Trovo irragionevole che dopo due sentenze di assoluzione sia intervenuta una
condanna senza rifare l’intero processo”.
È una semplificazione completamente sbagliata, e dimostra un problema di
comprensione della vicenda. Nel caso Garlasco è successo proprio quello che dice
il ministro: nell’Appello bis non ci si è limitati a rileggere gli atti, ma sono
state disposte due perizie e ascoltati decine di nuovi testimoni. È stato quindi
un nuovo processo a tutti gli effetti, come dimostra il fatto che sia durato
otto mesi, da aprile a dicembre 2014, con una quindicina di udienze. E questo è
successo perché la Cassazione, annullando l’assoluzione di Stasi, ha evidenziato
le violazioni commesse dai giudici precedenti nel non acquisire le prove che io
avevo chiesto. La Cassazione è il giudice delle regole, non valuta il merito ma
la correttezza dello svolgimento del processo: l’idea che non possa intervenire
se ci sono state due assoluzioni mi sembra qualcosa di pericoloso.
Di recente la Procura di Pavia ha riaperto il caso con grande impatto mediatico,
arrivando a ipotizzare la corruzione di un magistrato che se ne occupò. Come può
influire la separazione delle carriere su vicende simili?
Questo secondo me è il cuore del problema: è stata fatta passare l’idea che
un’indagine in corso, per definizione segreta, abbia più credibilità di una
sentenza definitiva. Nel 2015, la conferma della condanna di Stasi è stata
pronunciata nell’aula magna della Cassazione, al termine di un contraddittorio
pubblico, da cinque magistrati autorevoli ed esperti. Oggi all’italiano medio è
dato credere che quella non sia la verità, ma la verità stia invece nella nuova
indagine. Con la separazione delle carriere rischiamo di avere pubblici
ministeri molto più potenti anche come capacità di convincimento dell’opinione
pubblica, e questo mi preoccupa molto.
Vede il rischio di un controllo politico sulle Procure?
Mi pare che Nordio l’abbia detto chiaramente: “Questa riforma servirà anche al
Pd quando sarà al governo”. Il concetto è chiaro: si portano i procuratori a
obbedire al governo, poi tocca una volta a uno e una volta all’altro. Ma così si
rischia di liberare il genio della lampada e non riuscire più a rimetterlo
dentro. La Costituzione è stata studiata perché nessun potere fosse
preponderante rispetto agli altri: con questa riforma si vorrebbe bilanciare la
magistratura al suo interno, ma si finirà per creare un gruppo di magistrati
troppo potente, non solo nei confronti degli altri magistrati, ma nei confronti
della società.
Secondo lei perché tanti suoi colleghi, soprattutto penalisti, fanno campagna
per il Sì?
Il concetto lo capisco e ha una sua ragionevolezza, anche se è un po’
semplicistico: se io sto da una parte e il pm dall’altra, il giudice dev’essere
terzo. Molti avvocati pensano che questa terzietà sia compromessa dal concorso
unico, dal Consiglio superiore della magistratura unico e dalla possibilità –
peraltro ormai utilizzata in uno sparuto numero di casi – di passare da una
funzione all’altra. Forse però dovremmo capire è che non sono questi i problemi
della giustizia, e le riforme necessarie sarebbero altre: ad esempio, servirebbe
una valorizzazione del ruolo del gip nella fase delle indagini. Con la
separazione delle carriere invece temo che quella fase, già difficoltosa per noi
avvocati, lo sarà ancora di più.
L'articolo L’avvocato della famiglia di Chiara Poggi: “Scandaloso usare Garlasco
per il Sì. Voterò No, temo pm troppo potenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A quattro giorni dal referendum, Meloni, Nordio e Mantovano inviano un segnale
ben preciso sul futuro delle toghe se per caso dovesse prevalere il Sì sulla
separazione delle carriere. Alla Scuola della magistratura, come aveva
anticipato il Fatto quotidiano, finisce l’era di Silvana Sciarra e inizia quella
di Mauro Paladini. Con un secco sei a quattro. Sciarra non ritira neppure la
scheda. Mentre Paladini annuncia la sua candidatura. Vincono i rappresentanti
mandati a Scandicci dal Guardasigilli Carlo Nordio. Perdono i togati eletti dal
Csm.
L’ex presidente della Corte costituzionale Sciarra, indicata dal Pd nel 2014,
viene bocciata dai giudici e dai laici di destra per il rinnovo della presidenza
della Scuola superiore della magistratura, dov’era stata votata due anni fa. Al
vertice le subentra Paladini, il professore di diritto privato a Milano Bicocca
che, nelle sue note biografiche presenti sul sito della stessa Scuola, non ha
solo la sua città di nascita, giusto Lecce, la stessa del sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che ha sponsorizzato fortemente la
sua candidatura, ma anche l’appartenenza alla più cara creatura dello stesso
Mantovano, il Centro studi Rosario Livatino. Paladini, in questi due anni di
Scuola, si è anche distinto per la sua impronta ideologica decisamente
conservatrice nella gestione dei corsi sia per i giovani magistrati in
tirocinio, sia per quelli già in ruolo. Una delle definizioni che più gli viene
attribuita è quella di aver parlato dei bambini che nascono con l’utero in
affitto qualificandoli come “corpi di reato”.
La “bocciatura” di Sciarra, come vedremo per due voti di differenza, è maturata
in un clima di fortissima conflittualità nel direttivo della Scuola. Ma
soprattutto segna una clamorosa rottura rispetto al passato e ai 14 anni di vita
della Scuola stessa. Quando, al vertice, si sono avvicendati tre presidenti, il
costituzionalista milanese Valerio Onida (purtroppo scomparso), l’ex presidente
dei costituzionalisti italiani Gaetano Silvestri, il giurista della Cassazione
Giorgio Lattanzi, tutti e tre ex giudici della Consulta, nonché ex presidenti
della medesima. Nelle tre riconferme del passato – obbligatorie per statuto al
bivio dei due anni – non si sono mai registrate polemiche, tensioni e scontri
come oggi.
Ma nell’era Meloni-Nordio tutto è diventato possibile, anche appropriarsi della
presidenza di una Scuola che gestisce una decina di milioni di euro l’anno e
rappresenta una potente macchina di formazione per i magistrati. Va da sé come
l’elezione odierna rappresenti un chiaro segnale di come anche la Scuola di
Scandicci, oltre alle altre due sedi di Roma e Napoli, debba virare decisamente
a destra. La Sciarra, giuslavorista allieva di Gino Giugni, non poteva andar
bene per quella che Mantovano e i suoi considerano la mission di trasformare le
toghe italiane in altrettante “bocche della legge”, che non discutono, ma
applicano meccanicamente le norme.
Ma eccoci alla cronaca della mattinata. È durata non più di una novantina di
minuti la riunione del direttivo. È iniziata alle 11, alle 12 Paladini ha
ufficializzato la sua candidatura alla presidenza alternativa a Sciarra, alle
12.30 il voto. Sciarra non ha neppure ritirato la scheda. L’esito ha visto da un
lato tutti e cinque i componenti scelti due anni fa dal Guardasigilli Carlo
Nordio, a partire dallo stesso Paladini. Con lui la toga in pensione Ines Maria
Luisa Marini, ex presidente della Corte d’Appello di Venezia, e stretta amica di
Nordio. Gli avvocati Federico Vianelli, da Treviso, cioè la città di Nordio, e
il fiorentino Pier Lorenzo Parenti, nonché il professore di diritto tributario
Stefano Dorigo, anche lui di Firenze. Con loro ha votato, dando la vittoria a
Paladini, Loredana Nazzicone, toga della Suprema corte in quota Magistratura
indipendente, nel 2024 votata dal Csm tra i sei componenti del direttivo, che in
più di un’occasione ha contestato la gestione Sciarra.
Si sono opposti gli altri componenti togati scelti dal Csm, dalla Cassazione
Gian Andrea Chiesi, Roberto Gianni Conti e Vincenzo Sgubbi, e il pm di Firenze
Fabio Di Vizio. Assente il quinto rappresentante perché è stato costretto a
rinunciare il procuratore di Viterbo Mario Palazzi, toga della sinistra di Area,
a cui il Csm non ha concesso il doppio incarico, procuratore con un 30 per cento
di lavoro per la Scuola, nonostante fosse rientrato in gioco, e inserito nel
direttivo dalla stessa Sciarra, dopo un ricorso alla giustizia amministrativa
che gli aveva dato ragione. Fuori anche il giudice milanese Roberto Peroni
Ranchet, di cui avrebbe preso il posto, che era stato rimesso in ruolo dopo la
nomina di Palazzi.
L'articolo La destra si “prende” la Scuola della magistratura: la presidenza a
Mauro Paladini, il candidato di Mantovano proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Questa è una riforma della giustizia che non serve ai cittadini, e che non
entrerà nel cuore dei problemi. Il cuore dei problemi è il ritardo nel ricevere
le sentenze”. Lo ha detto a Brindisi l’europarlamentare del Movimento 5 stelle
Giuseppe Antoci partecipando ad un incontro nell’ambito delle iniziative per la
campagna referendaria sulle ragioni del ‘No’, per la riforma della giustizia, in
vista del voto che si terrà il 22 ed il 23 marzo prossimi.
“Si tratta di una riforma per colpire la magistratura. A ricordarcelo è la
presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, uno giorno sì ed un giorno no, fa
le sue dirette contro i magistrati. Non sarà una riforma – ha sottolineato
l’eurodeputata M5s Valentina Palmisano – che toccherà la giustizia nel senso di
velocizzare o efficientare i processi”.
L'articolo “Referendum? Finalmente anche il centrodestra dice che la riforma
Nordio non servirà ai cittadini”: l’incontro M5s a Brindisi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Se il deputato di Avs Francesco Emilio Borrelli pubblica sui social un
fotomontaggio con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni travestita da
paziente psichiatrica, per Fratelli d’Italia “non è satira né critica politica”.
Anzi, per il deputato di Fratelli d’Italia Antonio Baldelli, quella immagine “è
semplicemente linguaggio da hater”. Se però la Camera penale di Cosenza
pubblica, sul suo profilo Facebook, una vignetta del ministro della Giustizia
Carlo Nordio con un’ascia in mano dopo aver tagliato in due, con tanto di
schizzi di sangue, il corpo di un magistrato, mezzo pubblico ministero e mezzo
giudicante, allora secondo il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera
Alfredo Antoniozzi “è una semplice vignetta espressione di libertà”.
Ma andiamo con ordine. L’occasione per l’ennesima dichiarazione “a corrente
alternata” la offre una polemica calabrese sollevata dal Partito Democratico che
ha puntato il dito contro la vignetta, raffigurante il ministro della Giustizia
con l’ascia in mano, pubblicata sulla propria rivista dalla Camera penale di
Cosenza in piena campagna referendaria. Per il senatore del Pd Nicola Irto è una
“vignetta violenta” che dimostra la “delegittimazione della magistratura”. Il
parlamentare – che è anche segretario regionale del partito – parla di “deriva
inquietante”. Per Irto è un “fatto grave” raffigurare magistrati “simbolicamente
colpiti con un’ascia” perché “evoca una violenza istituzionale che non può
trovare spazio nel dibattito pubblico di un Paese democratico”. Il confronto
sulle riforme della giustizia “deve tenersi sul piano delle idee, delle norme e
delle garanzie costituzionali – aggiunge il dem – Se, come in questo caso, si
ricorre a immagini sull’eliminazione simbolica di una parte della magistratura,
si supera il confine della satira e della campagna referendaria. È una
rappresentazione violenta, sbagliata e profondamente irresponsabile”.
“Da settimane – evidenzia il Pd Calabria – il dibattito sulla giustizia viene
spinto su un terreno di scontro frontale e di delegittimazione delle
istituzioni, anche attraverso parole durissime della presidente Giorgia Meloni,
che ha attaccato senza freni la magistratura, parlando di resistenze e ostacoli
alle riforme. In questo clima, la vignetta in questione alimenta tensioni e
soprattutto tocca il rapporto e il rispetto fra i poteri dello Stato. Il Partito
democratico della Calabria condanna con la massima fermezza questa immagine e
chiede che venga immediatamente ritirata. Si torni alla responsabilità
istituzionale”.
“La vignetta non si ritira”, ha replicato il presidente della Camera penale di
Cosenza Roberto Le Pera assieme al segretario Francesco Santelli e ai componenti
del consiglio direttivo che si dicono “indignati” per quella che definiscono una
strumentalizzazione. “Sulla nostra Rivista (in)Giustizia, – commentano gli
avvocati – abbiamo pubblicato l’inserto dal titolo ‘Compagni di referendum’, con
cui è stato espresso il rammarico rispetto a quella ‘Sinistra del No’ che, per
opportunismo politico o per sudditanza al potere di alcuni magistrati, ha scelto
di sfruttare l’occasione referendaria sulla pelle della giustizia. Un tema
evidentemente scomodo per quella parte della sinistra che, ieri orgogliosamente
promotrice della separazione del giudice dal pubblico ministero, oggi,
improvvisamente rinnega la propria storia e identità”.
“A questa nostra ‘chiamata’, il Pd regionale, purtroppo, non risponde con un
confronto sul piano delle idee, delle norme e delle garanzie costituzionali, ma
sposta il tema – continuano – Infatti, strumentalizza la vignetta in calce
all’inserto, con cui la forza dell’attuale riforma sottoposta a referendum è
satiricamente raffigurata dal ministro della Giustizia che, con un taglio netto,
separa la magistratura, giudicante dalla requirente. Stupisce che una caricatura
sulla separazione delle carriere sia, invece, eccentricamente interpretata come
‘l’eliminazione simbolica di una parte della magistratura’ finanche tale da
‘toccare il rapporto fra i poteri dello Stato’”.
Ai penalisti ha risposto anche il comitato “Giusto dire No” con il suo
presidente Antonio Diella secondo cui “rappresentare un magistrato fatto a pezzi
non è satira, in Calabria come nel resto d’Italia. Non pensiamo che affermare
che bisogna togliere di mezzo la magistratura sia semplicemente ‘libertà di
espressione’, in Sicilia come nel resto d’Italia”. Piuttosto, precisa il
comitato, “pensiamo che sia l’utilizzo di un linguaggio violento che inquina il
dibattito referendario nel presente e che corre il rischio di inquinare a lungo
il rapporto tra le istituzioni di questo Paese, a prescindere dall’esito del
voto”. Ma i penalisti insistono: “La satira, per sua natura, utilizza immagini
forti, provocatorie, talvolta anche disturbanti, per rendere immediatamente
percepibile il significato di una questione pubblica. È una forma di libera
manifestazione del pensiero che, in uno Stato democratico, merita particolare
tutela perché appartiene al cuore stesso del confronto pubblico, della critica
politica e della libertà di espressione”.
L'articolo Bufera sulla vignetta di Nordio che taglia i magistrati con l’ascia.
Pd: “Inquietante”. Fdl: “Espressione di libertà” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Spero che l’affluenza sia la più alta possibile, tra il 50 e il 60% almeno”.
Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio, nel confronto su SkyTg 24 con
Enrico Grosso, presidente onorario del comitato Giusto dire NO, parlando del
referendum di domenica e lunedì. “Mi aspetto un’affluenza intorno alla metà
degli aventi diritto. Se vincesse il Sì ci troveremmo di fronte ad un sistema
che continua a proclamare che la magistratura è indipendente ma mina
l’effettività di quel principio”, ha risposto Enrico Grosso.
Nel corso del confronto in diretta su SkyTg 24 sono stati diversi i temi toccati
da Nordio e Grosso, con il ministro della Giustizia che ha ribadito: “Ci saranno
più garanzie. I due Csm resteranno assolutamente indipendenti ed autonomi“, ha
precisato il ministro. “Credo nella sua buonafede ma leggo i testi: non c’è
scritto ovviamente dell’assoggettamento formale della magistratura alla politica
ma di fatto così potrà avvenire, ci saranno condizionamenti pesantissimi”,
replica Grosso. “Per questo i costituenti avevano creato il sistema che abbiamo.
Intervenendo sulla composizione del Csm e togliendogli la funzione disciplinare
oggettivamente si produrranno maggiori condizionamenti ai magistrati che si
sentiranno meno liberi, quindi non cambiamo”.
“Il tema centrale della riforma non è affatto la separazione delle carriere che
si poteva definitivamente concludere con una normalissima legge ordinaria, non
c’era bisogno di modificare la Costituzione”, ha proseguito poi Grosso. “Anche i
percorsi formativi separati si potevano prevedere per legge, pure che il Csm
lavorasse con al suo interno due sezioni separate; se si è voluto cambiare la
Costituzione è per una ragione diversa: modificare la struttura, la composizione
e le competenze del Csm prevedendo il sorteggio, dividendo in due l’organo e
togliendo al Csm la funzione disciplinare che è la più delicata”.
In merito al sorteggio, invece, Carlo Nordio ha sottolineato: “Eliminiamo il
vincolo che lega elettori ed eletti. Il sorteggio non avviene tra passanti
ignari ma nell’ambito di magistrati valutati due o tre volte, che appartengono a
un ordine superiore. Mi interessa che venga reciso questo vincolo con le
correnti”.
“Il sorteggio previsto in questa riforma è asimmetrico, i magistrati saranno
sorteggiati ma al momento non si dice come“, ha ribattuto invece il presidente
onorario del comitato Giusto dire NO. “Invece i rappresentanti laici,
espressione della politica, saranno scelti. Vogliamo sostituire le correnti
della magistratura a quelle della politica? Questo meccanismo è un po’ truccato,
il sorteggio poi è umiliante per chi è sorteggiato e per chi non è nemmeno
ritenuto degno di scegliere qualcuno che deve difendere la propria indipendenza
e l’autonomia. Il sorteggia mina alla base anche la legittimazione”, ha
concluso.
Il focus si è poi spostato sulle sanzioni per gli errori giudiziari, che Nordio
ha definito “puramente platoniche, dei buffetti che non hanno avuto conseguenza
nelle carriere dei magistrati. L’errore giudiziario è fisiologico – dice –
perciò esiste un processo di primo, secondo e terzo grado. Non sono d’accordo
che ci siano delle colpe gravi dei magistrati che restano impunite“.
“Non c’è alcun tipo di collegamento tra i casi di errore giudiziario e questa
riforma: gli errori sono una anomalia statisticamente inevitabile in tutte le
professioni, è fisiologico”, la risposta di Enrico Grosso che ha poi
approfondito il concetto: “Le riforme non fanno venire meno gli errori e non
sempre, anzi quasi mai, gli errori sono frutto di responsabilità colposa o
dolosa del magistrato e se lo sono esistono già gli strumenti normativi per
colpire quel magistrato. Non c’è nessun tipo di connessione tra gli errori e
questa riforma che ha a che fare con il Csm e quindi l’autonomia dei
magistrati”. Grosso ha poi rimarcato: “Se quelle sanzioni non vi piacciono, se
vi sembrano buffetti le può impugnare tutte ma non ne ha impugnato nessuna”.
Ma cosa succederebbe se vincesse il sì? “Faremo di tutto per ritrovare la
pacificazione che finora non c’è stata”, ha spiegato il ministro della Giustizia
Carlo Nordio. Poi l’attacco a Franceschini: “La politicizzazione l’ha fatta
l’onorevole Franceschini quando ha detto alla Camera che questo non è un voto a
favore o contro il referendum, ma a favore o contro il governo”. Se dovesse
vincere il sì al referendum sulla giustizia “cosa che auspico e che credo, la
parola d’ordine penso sia collaborazione: cioè sedersi a un tavolo assieme alla
magistratura e all’avvocatura per scrivere le leggi di attuazione, nel cui
ambito saranno disciplinati i criteri dei sorteggi, proprio per trovare quel
dialogo che è stato impossibile trovare agli inizi, quando la magistratura ha
risposto con un ‘niet’ definitivo alla nostra proposta”. La chiamata alle armi
non l’abbiamo fatta noi” ha concluso il ministro Nordio.
Se dovesse vincere il No, invece – spiega Nordio – “la vittoria non avrà alcun
effetto né sul governo né sul Parlamento. A mio avviso non sarà più possibile
continuare con quelle riforme che dovrebbero allinearci con l’Unione Europea e
con le grandi civiltà occidentali dove le carriere sono separate”.
“Io ho partecipato da tecnico alle audizioni su questo ddl e abbiamo cercato di
portare il nostro contributo dicendo quali erano i motivi del ‘no‘ ma ho notato
che non c’è stata alcuna disponibilità ad ascoltarci, c’è stato totale
disinteresse da parte di tutti”, la replica di Enrico Grosso. “Spero che il
giorno dopo scriverete le norme di attuazione tutti insieme ma la riforma è
stata blindata, senza essere discussa minimamente con alcuno, senza alcun
emendamento accolto: come facciamo a credere che tutti insieme scriveremo le
norme di attuazione? Anche se l’Anm non ha collaborato non importa, dovevate
chiedere il contributo dell’opposizione”.
Il presidente onorario del comitato Giusto dire NO ha poi proseguito: “Io quando
ho accettato di presiedere il comitato del ‘no’ ho detto che avrei trattato i
cittadini da adulti, facendo una campagna di informazione sui contenuti della
riforma; ho cercato di non indulgere a slogan e semplificazioni e quando ho
sentito frasi non adeguate anche nei toni l’ho sempre detto. Mi rammarico che ci
siano state modalità talvolta eccessive e temo il futuro indipendentemente da
come potrà finire perché ho notato da parte di alcuni alfieri del ‘sì’ una
sistematica opera di delegittimazione della giustizia: se si criticano tutte le
sentenze dei giudici si toglie legittimità ai magistrati agli occhi dei
cittadini. Ci saranno stati eccessi da parte di alcuni rappresentati del no ma
quando ho sentito dire dal suo capo di gabinetto ‘i magistrati devono essere
tolti di mezzo perché sono un plotone di esecuzione cosa devo pensare?”, ha
concluso Grosso.
L'articolo Referendum, Nordio: “Spero che l’affluenza sia la più alta possibile,
tra il 50 e il 60%”. Grosso: “Sorteggio è asimmetrico e umiliante” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Nel mio lavoro ho rappresentato tanti cittadini, associazioni, comitati vittime
di disastri ambientali e inquinamento. E oggi sono seriamente preoccupato che la
Riforma possa lasciare queste persone senza difesa e comunque indebolite”.
Matteo Ceruti, avvocato di Rovigo, è uno dei massimi esperti dei processi per la
tutela dell’ambiente e della salute. Nella sua carriera, tra l’altro, ha
rappresentato le persone offese nei processi per Porto Marghera, le centrali di
Porto Tolle e Vado Ligure, e più recentemente l’inquinamento da Pfas (le
sostanze perfluoroalchiliche, i cd. “inquinanti eterni”) che ha contaminato
centinaia di migliaia di veneti.
Avvocato, perché la Riforma Nordio potrebbe lasciare disarmate le vittime di
questi reati?
Vorrei fare una premessa generale. Io non sono pregiudizialmente contrario alla
separazione delle carriere dei magistrati che tuttavia poteva essere ottenuta
con una legge ordinaria invece di mettere mano a una riforma costituzionale
pesantissima. Ma le questioni in gioco sono altre.
Quali?
Prima di tutto ci sono i modi: è stata presentata una Riforma blindata, una
proposta del Governo che non è stata modificata di una virgola. Così si è
umiliato il Parlamento. Ma soprattutto si è scaricata la tensione del dibattito,
che doveva avvenire in aula, sull’opinione pubblica e sugli operatori giuridici.
Così si polarizzano le posizioni, si mettono i cittadini gli uni contro gli
altri. E si avvelenano anche i rapporti tra magistrati e avvocati. E poi…
E poi?
Una Riforma non va giudicata soltanto in se stessa, ma insieme a tutte le altre
norme che questo Governo ha approvato negli anni e che insieme contribuiscono a
capire quale sia il disegno. C’è quasi la sensazione che l’intento del testo
proposto da Nordio sia quello di rivalsa nei confronti della magistratura che si
ritiene abbia invaso gli spazi della politica.
Facciamo esempi concreti.
Sono tutte norme che sembrano mirare a sottrarre le responsabilità pubbliche al
controllo di legalità. Tanto per cominciare penso all’abolizione dell’abuso
d’ufficio che prevedeva sanzioni penali anche per chi non rispettava l’obbligo
di astensione in caso di conflitto di interessi. Sarebbe stato essenziale
conservarlo per punire comportamenti che continuano a rappresentare un disvalore
sociale nella coscienza comune, come già si vede in inchieste come quella
sull’urbanistica a Milano. Poi c’è l’ultima riforma devastante della Corte dei
Conti che avrà come conseguenza lo scasso del pubblico erario. E adesso arriva
questa Riforma. Fa tutto parte di un disegno unitario e va valutato insieme nel
momento del voto.
Che cosa la preoccupa di più, soprattutto in relazione ai reati legati
all’ambiente e alla salute pubblica di cui si occupa?
Mi preoccupa molto, per esempio, la composizione dell’Alta Corte che dovrà
valutare l’operato dei giudici.
Intende il peso della componente politica?
Certo, c’è uno squilibrio verso la politica a causa del sorteggio asimmetrico.
Ma anche la componente togata, cioè i magistrati, sarà limitata ai giudici di
Cassazione che avranno l’ultima parola sia per decidere le cause – com’è
naturale che avvenga – sia quando si tratterà di sanzionare i colleghi
magistrati di Tribunale e Corte d’appello che quelle cause hanno deciso.
Si preoccupa dei magistrati?
Penso anche al nostro lavoro di avvocati e soprattutto alle vittime dei reati.
Per questo noi legali e tutti i cittadini dovremmo essere molto attenti al
rischio che l’Alta Corte possa trasformarsi in strumento di pressione sui
magistrati di merito.
Ci spieghi…
Due cose: primo, la storia della magistratura e la prassi insegnano che i
magistrati di Cassazione per età media e per esperienza sono quelli più propensi
a interpretazioni conservatrici, salvo eccezioni ovviamente. Secondo, la legge
che regola la progressione in carriera dei magistrati indica già tra i fattori
di valutazione la percentuale di sentenze che hanno trovato conferma nei gradi
successivi di giudizio. Infine, il prossimo utilizzo dell’intelligenza
artificiale nelle decisioni giudiziali, anche di questo bisogna tenere conto,
comporterà l’uso di algoritmi che inevitabilmente guardano al passato. Ora con
l’Alta Corte il rischio di conformismo giudiziario rischia di essere
ulteriormente accentuato.
Me lo spieghi in soldoni, perché tutti possano capire…
Le grandi innovazioni giuridiche, soprattutto in temi di diritti, di lavoro, di
ambiente, di salute e anche di contrasto allo strapotere di soggetti forti
dell’economia, sono arrivate da sentenze coraggiose di giudici di merito che
hanno indicato strade nuove. Spesso in contrasto con la precedente
giurisprudenza consolidata. Cosa succederà, dopo la riforma, se un giovane
magistrato dovrà decidere sotto la spada di Damocle del rischio di non fare
carriera o, peggio, di essere sanzionato disciplinarmente, se la sua sentenza
non sarà confermata.
Mi faccia qualche esempio concreto.
Penso ai Pretori d’assalto degli anni Settanta in materia di inquinamento e
corruzione che hanno vissuto sulla loro pelle il timore delle sanzioni
disciplinari. È grazie a pronunce che hanno rotto con le decisioni precedenti,
che non sono state condizionate dalla pressione delle gerarchie se i cittadini
comuni hanno trovato finalmente una tutela.
Le leggi quindi devono adeguarsi ai tempi?
Proprio così. Facciamo esempi concreti per non limitarci a discorsi di
principio: le leggi a volte fanno elenchi di sostanze dannose per la salute, ma
i progressi scientifici dimostrano che ci sono altri inquinanti che ci fanno
male, ci uccidono. Proprio come i Pfas. Sono proprio i magistrati di primo
grado, più giovani, più attenti ai cambiamenti, più vicini al territorio, che
hanno permesso di ampliare le tutele in materia di nuovi inquinanti ambientali.
Per non dire delle azioni legali in materia climatica che alcune associazioni
stanno tentando di portare avanti contro i colossi dell’energia fossile.
Dobbiamo affrontare nuove sfide come le conseguenze di alcune attività
industriali sul cambiamento climatico cui anche la giustizia deve dare una
risposta. Catastrofi come il ciclone Vaia, come le inondazioni in Liguria o in
Emilia potrebbero avere delle risposte di tutela anche giudiziaria. Per questo
servono magistrati che possano decidere senza timore di conseguenze per la loro
carriera.
Teme giudici condizionabili?
Temo giudici timidi e indifesi di fronte a poteri forti.
La Riforma mina l’indipendenza e la libertà dei magistrati?
Vedo rischi esterni, cioè di condizionamenti da parte della politica. E rischi
interni, perché con il nuovo Csm e l’Alta Corte disciplinare ci sarà una
verticalizzazione pericolosa della magistratura, la restaurazione di una
gerarchia di tempi che pensavamo definitivamente superati. Invece la forza della
magistratura italiana era anche nel suo potere di tipo diffuso.
Eppure tanti avvocati sono favorevoli alla Riforma…
Non nego che esistono dei problemi. Capisco la frustrazione dell’avvocatura di
fronte a vicende di scarsa considerazione da parte dei giudici. A volte penso
però che la mia categoria rischi di smarrire il senso del proprio ruolo. E di
vederlo riconosciuto. Ma le strade per recuperarlo sono altre.
Quali, in concreto?
Penso a una riforma dell’articolo 24 della Costituzione dove non sia previsto
soltanto il diritto alla difesa, ma a una difesa tecnica, cioè svolta in
giudizio da un avvocato abilitato. Credo, poi, che sarebbe utile prevedere
finalmente una formazione unica per magistrati e avvocati. Una sola scuola di
formazione così che le due professioni crescano insieme e comprendano meglio le
reciproche esigenze. Così si ridurrebbe anche questa contrapposizione che nuoce
a tutti.
Che cosa direbbe ai suoi colleghi che sostengono la Riforma?
Che non devono decidere in base ad istinti che in parte comprendo, ma dobbiamo
valutare razionalmente gli effetti profondi di questa Riforma, che rischia di
privare di tutele i cittadini che difendiamo, siano essi accusati o vittime.
Che, se passasse, avrebbe l’effetto di rendere inefficace il nostro lavoro. E,
in fondo, di ridurre il nostro ruolo. Chi pensa che questa Riforma riguardi
soltanto i magistrati, sbaglia. Riguarda da vicino tutti.
L'articolo Referendum, l’avvocato esperto di processi ambientali: “La riforma
Nordio lascia indifese le vittime dei reati. A rischio le sentenze più
coraggiose” proviene da Il Fatto Quotidiano.