In Italia è emergenza influenza aviaria, un virus che colpisce uccelli selvatici
e polli e galline rinchiusi negli allevamenti. Non esiste una cura, e quindi
appena il virus entra in un allevamento, bisogna procedere all’abbattimento di
tutti gli animali.
Report, nel servizio di Giulia Innocenzi che andrà in onda domenica primo
febbraio dalle 20.30 su Raitre, manda in onda immagini esclusive raccolte da
Food For Profit di un allevamento di anatre colpito dall’influenza aviaria. Il
gas non funziona e sopravvivono all’incirca quattrocento anatre. Sotto la
supervisione del veterinario pubblico, gli operai uccidono le anatre a
bastonate, insieme a calci e lanci degli animali. Queste operazioni, per le
quali si configurerebbe il maltrattamento animale, vengono finanziate con i
soldi pubblici ed effettuate dalla Cooperativa del Bidente, già al centro di
un’inchiesta di Report per l’uccisione di diecimila maiali, affetti da peste
suina, con la pinza elettrica anziché col gas. E in ballo ci sono cifre monstre:
grazie a un accesso agli atti, Report può svelare che solo le regioni Veneto,
Lombardia ed Emilia-Romagna, dal 2020 al 2025, hanno destinato 266 milioni di
euro per gli abbattimenti e i ristori agli allevatori. Una cifra al ribasso,
perché la Lombardia non ha fornito tutti i dati richiesti.
L'articolo Anatre uccise a bastonate in un allevamento colpito da influenza
aviaria: la clip di anticipazione di Report proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dovrebbe essere un allevamento modello quello di Simone Menesello, presidente
degli avicoltori di Confagricoltura. E invece, grazie alle immagini di cui è
entrato in possesso Food For Profit e che Report può mostrare in esclusiva nel
servizio di Giulia Innocenzi domenica primo febbraio, dalle 20.30 su Raitre, si
vedono carcasse lasciate ovunque, alcune persino mummificate, topi, una melma in
cui si sprofonda, uova sporche, e condizioni di scarsa biosicurezza che
potrebbero favorire l’ingresso in allevamento del virus dell’influenza aviaria,
oggi una vera e propria emergenza.
L'articolo Carcasse ovunque e uova sporche: Report entra con Food for profit
nell’allevamento del presidente degli avicoltori di Confagricoltura proviene da
Il Fatto Quotidiano.
La Procura di Milano indaga per accesso abusivo a sistema informatico il tecnico
del ministero della Giustizia che aveva mostrato a Report come il software Ecm
consenta di entrare da remoto nei computer dei magistrati senza che se ne
accorgano. La notizia si presta a letture diverse, non per forza favorevoli al
Ministero. Finora via Arenula ha sempre negato l’esistenza stessa del problema,
tacendo anche sull’esposto depositato due giorni prima della messa in onda del
servizio, nonostante la questione fosse da anni al centro di confronti interni
tra tecnici, e tra la Procura di Torino e ministero. Più che chiudere la
vicenda, la mossa la riapre: non a caso la Procura ha subito delegato la Polizia
postale a verificare se i pc dei magistrati possano essere controllati a loro
insaputa e senza lasciare tracce. Un punto, evidentemente, tutt’altro che
pacifico. Ma andiamo con ordine.
Il fascicolo è stato aperto venerdì 24 gennaio, dopo un esposto del ministero
presentato all’indomani dell’anticipazione di giovedì della puntata di Report e
prima della messa in onda di domenica 25 gennaio. L’ipotesi di reato è accesso
abusivo a sistema informatico e l’indagato è un tecnico ministeriale del
distretto di Torino: lo stesso che, in un’intervista in anonimato prima a Report
e poi a Il Fatto Quotidiano, aveva raccontato di aver dimostrato al gip del
tribunale di Alessandria Aldo Tirone, con il consenso del magistrato e sul suo
computer d’ufficio, che il software ministeriale Ecm può essere utilizzato da
remoto senza lasciare tracce nei sistemi degli amministratori centrali. Secondo
il racconto, l’operazione consentiva di osservare lo schermo del pc del giudice
e di intervenire come se si fosse fisicamente alla tastiera, a sua insaputa.
Con l’esposto firmato dal capo dipartimento Antonella Ciriello, il Ministero ha
trasmesso alla Procura anche il carteggio intercorso con gli uffici di Torino
nel biennio 2024-2025. In questo modo ha di fatto individuato Milano come
ufficio competente, prospettando il gip Tirone come “parte offesa”
dell’intrusione: nei casi in cui la persona offesa sia un magistrato in servizio
in un ufficio del distretto torinese – come l’Ufficio gip del tribunale di
Alessandria – la competenza spetta infatti alla Procura di Milano.
Nelle interviste, il gip aveva confermato senza ambiguità che il tecnico aveva
agito con il suo consenso. Il Ministero, e in questa fase iniziale anche la
Procura, muovono però dal presupposto che tale consenso sarebbe irrilevante
qualora l’accesso non fosse avvenuto, come sostenuto dal tecnico in tv, tramite
le sole credenziali ordinarie, ma attraverso ulteriori “forzature” tecniche
della rete ministeriale. Secondo il dicastero, quella specifica funzione di Ecm
non potrebbe operare senza una preventiva autorizzazione dei magistrati.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore Marcello Viola con i pm Francesca Celle
(del pool dell’aggiunto Paolo Ielo competente sui magistrati piemontesi) ed
Enrico Pavone (pool cyber e terrorismo), vede anche l’applicazione da parte del
procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo del sostituto Eugenio Albamonte.
Alla Polizia postale è affidato il compito di verificare l’affidabilità e le
reali capacità di Ecm, il software Microsoft utilizzato dal Ministero – come da
molte grandi organizzazioni private – per la gestione centralizzata di
installazioni, aggiornamenti e sicurezza su migliaia di computer.
I quesiti sono tre:
1) se un tecnico accreditato possa accedere ai pc dei magistrati senza la loro
approvazione e a loro insaputa;
2) se tali accessi lascino traccia nei file di log, come sostiene il Ministero;
3) se sia tecnicamente possibile cancellare o alterare quelle tracce.
Sul punto, venerdì il ministro Nordio è tornato a intervenire, affermando di
“trovare persino irriguardoso soffermarmi a smentire alcune ripugnanti
insinuazioni diffuse in questi giorni sull’ipotesi di interferenze illecite da
parte nostra nell’attività esclusiva e sovrana della magistratura”.
L'articolo Software dei magistrati, esposto del ministero a due giorni dalla
puntata: indagato il tecnico del test di Report proviene da Il Fatto Quotidiano.
Presidente Mattarella, i tecnici informatici che hanno opposto una convinta
resistenza alla installazione permanente del software ECM nei computer del
Tribunale di Torino meritano una onorificenza, per l’altro senso delle
Istituzioni che hanno dimostrato. I fatti sono stati raccontati da Report
(sempre più assediato dal Governo Meloni) nella puntata di domenica scorsa, ma
vale la pena richiamarli ed inquadrarli nella cornice dovuta, prima che
scivolino via con la velocità di una goccia di pioggia sul parabrezza.
Quei tecnici informatici, dopo aver considerato la potenziale pericolosità del
software installato dal Ministero della Giustizia su tutti i terminali in uso
nei tribunali italiani, hanno fatto una cosa straordinariamente normale: l’hanno
disinstallato, garantendo comunque l’aggiornamento e quindi la sicurezza delle
macchine.
Nessuna prova che qualcuno avesse abusato di quel programma per spiare atti di
indagine segreti, nessun indizio che qualcuno lo avrebbe fatto, ma la semplice
certezza che lo si sarebbe potuto fare ha fatto prevale sul conformismo
burocratico, il principio di precauzione che fonda da sempre la ragion d’essere
stessa della burocrazia di uno Stato. Prudenza e precauzione impongono di
evitare di esporre una articolazione così sensibile della Repubblica al rischio
dell’abuso di potere e pazienza se a questi basilari principi di buon governo
sono sembrati quanto meno sordi tanto il Ministero della Giustizia quanto
l’evocata Presidenza del Consiglio, c’è stato chi, da semplice “ruota del
carro”, si è preso la briga di farli valere. Questi tecnici informatici hanno
obiettato alla burocrazia dell’adempimento, ampiamente praticata in chiave
difensiva, a prescindere dall’esito prodotto. Questi tecnici hanno esercitato
fino in fondo il mandato costituzionale della sovranità popolare e si sono
assunti la responsabilità di resistere, di avvertire, di ottenere una reazione
ministeriale, capitolando infine soltanto a fronte di un atto formale del
Ministero medesimo che confermava in maniera lapidaria e (per ora) indiscutibile
la ortodossia del software.
Lasciamo ai magistrati che stanno indagando la valutazione della eventuale
rilevanza penale di quanto sarebbe stato documentato dai tecnici informatici
stessi e rappresentato dalla puntata di Report relativamente a direttive precise
targate Presidenza del Consiglio finalizzate ad ottenere, con le buone o con le
cattive, la piena “controllabilità” dei computer dei magistrati, scenario questo
che qualora fosse confermato avrebbe una portata talmente eversiva dell’ordine
costituzionale da meritare una incriminazione per alto tradimento e
concentriamoci piuttosto sulla condotta dei tecnici informatici sostenuti in
questa nobile obiezione di coscienza da alcuni magistrati del distretto di
Torino. Quanto vale un comportamento del genere? Sembra di sentire le parole del
Presidente-partigiano Sandro Pertini “I giovani non hanno bisogno di discorsi,
ma di esempi!”, o quelle di Norberto Bobbio “la democrazia vive di buone leggi e
di buoni costumi”.
Tra i “buoni costumi” di cui si nutre la democrazia c’è proprio l’assunzione
intransigente di responsabilità a prescindere dal proprio tornaconto. Per dirla
con le parole del poeta Antonio Albanese, nel pase del “Fatti i ca..i toi”,
questi tecnici sono dei pericolosi sovversivi. La portata di questa rivoluzione
si comprende anche riflettendo sul dilagare impressionante dello spionaggio
informatico, sempre più praticato come nuova frontiera della lotta per il
potere. Per carità, il potere ha sempre avuto a che fare con la disponibilità di
informazioni riservate: chi sa, comanda. Ma oggi il potere dei segreti passa
dalla conquista di bit invisibili, classificati, crittografati. Niente più
inchiostro simpatico a base di succo di limone, ma caterve di microchip
miracolosi, veloci come la luce.
Pensiamo ad alcuni clamorosi casi di cronaca recente: l’agenzia Equalize a
Milano, la Squadra Fiore a Roma, le denunce del ministro Crosetto che stanno
facendo tremare palazzi e redazioni romane, il caso “Bellavia” con la ex
collaboratrice denunciata per essersene andata portandosi via quintali di
informazioni riservate, per non parlare di certi magistrati che non trovano
nulla di strano nel pubblicare il contenuto di intercettazioni ancora coperte da
segreto. Nel gran bazar delle informazioni questi tecnici informatici, accortisi
del pericolo, non hanno avuto esitazioni ed hanno tirato il freno senza nemmeno
essere sfiorati dalla tentazione di approfittare della scoperta, aprendo a loro
volta un bel banco al mercato. L’hanno fatto per precauzione che è quella cosa
che in un Paese evita tragedie come Vajont, Niscemi o Crans Montana.
Presidente, non li condanni all’anonimato, li illumini di onore repubblicano,
così che sia chiaro che a volte per ubbidire alla Costituzione bisogna avere il
coraggio di disubbidire ad un ministero.
L'articolo Mattarella dia un’onorificenza gli informatici del Tribunale di
Torino che hanno detto no al software spia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo tanto abbaiare sulla multa inflitta dal Garante per la privacy a Report per
aver trasmesso le intercettazioni dell’ex ministro Sangiuliano, il tribunale di
Roma ha annullato la sanzione, come era ovvio.
La nostra associazione, Articolo 21, confortata dal parere di costituzionalisti
e legali, aveva anticipato questa conclusione. Non perché i giudici siano “toghe
rosse” ma perché, come ha più volte sentenziato la Corte europea, qualsiasi
notizia di pubblica utilità e rilevanza sociale va immediatamente pubblicata,
anche perché in caso contrario il possessore delle intercettazioni potrebbe
invece farne un uso ricattatorio.
Per fortuna, anche degli intercettati, quei colloqui sono finiti alla redazione
di Report che ne ha fatto l’uso corretto: la pubblicazione. Sarà appena il caso
di ricordare che sono stati gli stessi protagonisti a mettere tutto in piazza.
L’ex ministro, assistito dal direttore del Tg1, concesse una intervista fiume,
trasmessa addirittura fuori spazio, neppure fosse una dichiarazione
straordinaria del presidente della Repubblica.
Quello che stupisce non è la decisione, ovvia e scontata, del tribunale di Roma,
ma quella della Autorità per la privacy. Ma forse “vuolsi così, colà dove si
puote ciò che si vuole e più non dimandar…”.
L'articolo Su Sangiuliano Report ha fatto la cosa giusta: pubblicare proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio, la multa da 150mila euro è
annullata. Il 22 gennaio scorso il Tribunale Ordinario di Roma (Sezione Diritti
della Persona) ha emesso una sentenza che segna la svolta sull’intera vicenda e
una sconfitta giudiziaria pesantissima per l’Autorità Garante della Privacy.
L’oggetto del contendere è il ricorso presentato dalla Rai contro il
provvedimento n. 621 del 23 ottobre 2025 con cui il Garante aveva sanzionato la
trasmissione per la messa in onda (l’8 dicembre 2024) dell’audio tra l’ex
Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, nei
quali si discuteva della revoca della nomina di Maria Rosaria Boccia.
Il Tribunale accoglie il ricorso e annulla la sanzione. Le motivazioni del
giudice Corrado Bile si basano su due pilastri fondamentali, uno di merito
(libertà di stampa) e uno procedurale (tempi scaduti). Il giudice smonta la tesi
del Garante secondo cui la diffusione di quei colloqui privati violava la
privacy senza aggiungere nulla alla notizia. La sentenza stabilisce che la
conversazione, pur essendo privata, aveva una “sostanziale rilevanza pubblica”
perché svelava come le decisioni istituzionali (la nomina o meno di una
consulente ministeriale) fossero influenzate da “questioni di natura
squisitamente personale” e dalle richieste della moglie del Ministro. La
diffusione dell’audio originale era necessaria per “veicolare il dato storico
nella sua immediatezza” ed evitare il sospetto di ricostruzioni faziose da parte
del giornalista. Viene ribadito che il giornalismo d’inchiesta gode di ampia
tutela e che la privacy cede il passo quando la notizia è essenziale per la
formazione dell’opinione pubblica.
Il Tribunale accoglie anche l’eccezione procedurale: il Garante ha impiegato
troppo tempo per sanzionare. Viene sancito che il termine di 9 mesi per la
conclusione del procedimento (art. 143 Codice Privacy) è perentorio e non
ordinatorio. Il giudice afferma che il mancato rispetto dei tempi pone
l’Autorità in una “posizione ingiustificatamente privilegiata” e lesiva del
diritto di difesa. Poiché il provvedimento è arrivato oltre i termini di legge,
la sanzione decade anche per questo motivo formale. In conclusione, la sentenza
stabilisce che Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio e che l’azione
sanzionatoria del Garante è stata sia infondata nel merito che tardiva nella
procedura. Il Garante è condannato a pagare le spese legali.
L'articolo Audio Sangiuliano su Report, lo schiaffo del tribunale al Garante:
annullata la multa da 150mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Torna in prima serata su Rai3, domenica 25 gennaio alle ore 20.30, il programma
condotto da Sigfrido Ranucci, Report. Nella clip in anteprima, uno stralcio
dell’intervista di Luca Bertazzoni all’ex avvocato di Silvio Berlusconi, Cesare
Previti (e ministro della Difesa nel governo Berlusconi I). “Come avrei risolto
il problema della giustizia? Se fossi stato ministro, avrei fatto le stesse cose
che sta facendo ora Carlo Nordio” ha detto Previti riferendosi alla riforma
della giustizia voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni e approvata dal
Parlamento alla fine dello scorso anno.
Di seguito, l’elenco dei servizi che andranno in onda stasera.
DIETRO LA CATTEDRA
Di Danilo Procaccianti
Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico
La scuola è sempre al centro di tutti i programmi politici, di scuola si parla
sempre con orgoglio e passione ma poi tutti fanno finta di non vedere cosa c’è
“dietro” le cattedre: migliaia di precari. I forzati dell’istruzione, i docenti
invisibili che tengono accesa, ogni giorno, la luce dell’istruzione italiana.
IL TROJAN DI STATO
di Carlo Tecce – Lorenzo Vendemiale
Un programma installato sui circa 40.000 computer dell’amministrazione giustizia
che può rendere potenzialmente spiabili le postazioni dei magistrati, gli
allarmi della procura di Torino al Ministero rimasti prima inascoltati e poi
sopiti, l’inchiesta di Report racconta le gravi falle che potrebbero esserci
nelle strutture informatiche della Giustizia. Con documenti inediti e
testimonianze esclusive, il servizio pone un caso che potrebbe essere di
sicurezza nazionale: i computer dei magistrati sono davvero inaccessibili?
AMAZON FILES
di Emanuele Bellano
Collaborazione Chiara D’Ambros, Goffredo De Pascale, Madi Ferrucci
Le stime più recenti dicono che ogni anno circa 38 milioni di persone in Italia
usano mensilmente il marketplace di Amazon e che il 96 per cento degli italiani
ha fatto almeno una volta un acquisto sulla piattaforma. Una rete di vendita e
distribuzione enorme sempre in crescita grazie al lavoro di migliaia di
magazzinieri e operai dal lavoro dei quali Amazon cerca di trarre il massimo del
profitto usando metodi controversi, al limite del dossieraggio. Rimane aperta la
questione sui controlli da parte delle autorità che dovrebbero tutelare i
lavoratori come Ispettorato Nazionale del Lavoro e Garante della privacy.
LAB REPORT: MADE IN ITALY?
di Luca Bertazzoni
Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano
Report ha seguito un blitz dei Carabinieri della Tutela del Lavoro all’interno
di un opificio cinese a Prato, dove erano presenti operai senza permesso di
soggiorno che lavoravano senza le dovute condizioni di sicurezza.
Video Rai
L'articolo Cesare Previti a Report: “Da ministro della Giustizia farei le stesse
cose che sta facendo Nordio”. La clip in anteprima proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Aprire una pratica urgente “volta a verificare quali siano stati e siano
attualmente i presidi di sicurezza adottati al fine di scongiurare il rischio di
accessi anonimi e illeciti alle postazioni di lavoro dei magistrati e del
personale di cancelleria”. La richiesta arriva da 12 membri del Consiglio
superiore della magistratura, all’indomani delle anticipazioni dell’inchiesta di
Report – in onda domenica sera su Rai 3 – sul software installato nei pc in
dotazione agli uffici giudiziari italiani, che consentirebbe di spiare le
attività di giudici e pm da remoto e a loro insaputa. Nell’atto indirizzato al
Comitato di presidenza si cita “la notizia divulgata da numerosi organi di
informazione, secondo la quale il programma informatico Ecm, installato nei
personal computer distribuiti dal ministero della giustizia agli operatori
giudiziari, tra cui i magistrati, consentirebbe la possibilità di accedere da
remoto – all’insaputa dell’utente e senza lasciare tracce dell’accesso – anche a
qualsiasi soggetto con permesso di amministratore“. A firmare la richiesta i sei
consiglieri togati del gruppo progressista di Area (Marcello Basilico, Francesca
Abenavoli, Tullio Morello, Antonello Cosentino, Maurizio Carbone e Genantonio
Chiarelli), Mimma Miele di Magistratura democratica e gli indipendenti Roberto
Fontana e Andrea Mirenda, nonché i laici Roberto Romboli (in quota Pd) Michele
Papa (M5s) ed Ernesto Carbone (Italia viva).
In parallelo alla richiesta di aprire una nuova pratica, però, l’organo di
autogoverno della magistratura ha preso un’iniziativa più immediata: chiedere
spiegazioni al ministero della Giustizia nell’ambito di una pratica già
esistente sulla sicurezza informatica, aperta nel 2024 dopo l’arresto di Carmelo
Miano, l’hacker che aveva violato i server di via Arenula e degli uffici
giudiziari di mezza Italia. Nella seduta di giovedì mattina, la Settima
Commissione (competente sull’informatica giudiziaria) ha deliberato
all’unanimità di scrivere al ministero guidato da Carlo Nordio per sapere
ufficialmente se il programma “consente intrusioni abusive o il tracciamento
degli utenti”. Le prime risposte ufficiali, dunque, arriveranno da qui. Per
questo alcuni consiglieri – tra cui quelli del gruppo “moderato” di UniCost –
hanno scelto di non aderire alla richiesta di apertura di una nuova pratica,
ritenuta un inutile doppione. Secondo i firmatari, però, la gravità della
vicenda denunciata da Report esigeva un’iniziativa autonoma.
L'articolo Software-spia nei pc dei magistrati, il Csm scrive a Nordio:
“Chiarire sulla sicurezza”. Chiesta una pratica urgente proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Report rivela che tutti i computer dei magistrati d’Italia sono resi vulnerabili
da un software installato su 40mila terminali che consente di accedere da remoto
ai pc senza che loro se ne accorgano. Il Ministero ammette che questo software
esiste, ma sostiene che non è attivato e che richiede il consenso. Lo scontro
diventa subito politico, con il Pd che chiede le dimissioni del ministro e Carlo
Nordio che nega ogni rischio e ribalta la questione: “Ci accusate di spiare i
magistrati, una cosa gravissima”. E rincara: “Ranucci crea allarme sociale”.
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Eppure la prova provata c’è, e l’ha fatta proprio un magistrato. con un test
autorizzato che ha dimostrato il contrario: un tecnico è entrato nel suo pc
senza alcun alert. Il giudice Aldo Tirone del tribunale di Alessandria ha
autorizzato un tecnico locale a intrufolarsi nel suo computer per verificare di
persona se il software ECM/SCCM di Microsoft consente davvero il controllo
remoto invisibile. Ha provato. Ha ottenuto accesso totale. Senza neanche una
notifica sullo schermo. Senza alcun alert che chiedesse il consenso. Sigfrido
Ranucci ha mostrato questa “prova pratica” in un video di anticipazione della
puntata che andrà in onda domenica sera su Rai3 alle 20.30.
Tirone cha accettato di mettere la faccia, raccontando in chiaro come un tecnico
si sia introdotto nel suo desktop mentre lui era seduto al tavolo di lavoro,
osservando ogni movimento sullo schermo, ogni file aperto, ogni operazione
compiuta. Nessun segnale visibile dell’accesso remoto. Nessun modo per il
magistrato di sapere che stava accadendo in tempo reale.
Non solo. Report raccoglie anche la testimonianza di un esperto di cyber
sicurezza indipendente che lavora con le procure. Mostrerà come funziona nella
pratica: qualsiasi tecnico con privilegi amministrativi può entrare nei setting
del software, riconfigurarlo, disabilitare gli alert in modo che non compaia
nessuna richiesta di autorizzazione all’utente. Le tracce dell’accesso rimangono
nei log solo per 10 minuti. Dopo si cancellano. Impossibile sapere a posteriori
se qualcuno è stato nel computer.
Il software è ECM/SCCM, un prodotto Microsoft per la gestione centralizzata dei
dispositivi: aggiornamenti software, configurazioni, manutenzione da remoto. Dal
2019 è installato su 40mila computer in procure e tribunali. Il Ministero della
Giustizia sostiene che il controllo remoto è disattivato come impostazione
predefinita e che se attivato chiederebbe il consenso. Ma gli esperti sentiti da
Report spiegheranno invece che è uno strumento pensato per i totem delle
metropolitane o i registratori di cassa dei supermercati: completamente inadatto
per computer che trattano fascicoli sensibili dello Stato e informazioni coperte
da segreto istruttorio.
Nel 2024 la Procura di Torino ha sollevato il problema direttamente al Ministero
della Giustizia. Cosa è successo? La questione è stata “archiviata” rapidamente.
Una testimonianza raccolta da Report racconta che un dirigente ministeriale
locale ha comunicato ai colleghi della Procura una direttiva precisa: “Non
devono rompere ” perché “questa cosa ce l’ha chiesta la Presidenza del
Consiglio“. Report ha chiesto chiarimenti a Palazzo Chigi sulla questione.
Il Ministero sostiene pubblicamente che la gestione del sistema è limitata a un
“ristretto nucleo di persone”. Non è così. I tecnici con accesso amministrativo
sono centinaia: i tecnici locali in ogni distretto giudiziario (Piemonte,
Lombardia, Lazio, ecc.), il personale del Dipartimento per i servizi tecnologici
a Roma, le ditte esterne in appalto per la manutenzione. Uno solo compromesso,
uno solo mosso da cattive intenzioni, avrebbe accesso ai computer di qualsiasi
magistrato della Repubblica.
Il Ministero non ha risposto alle richieste di chiarimenti di Report, dicendo
che i contratti con Microsoft sono coperti da “clausole di segretezza”. La
difesa ministeriale si regge sull’affermazione che il software è disattivato
nelle configurazioni standard, ma come spiegheranno gli esperti, chiunque con
privilegi di amministratore può riattivarlo senza lasciare tracce verificabili.
La cronologia dei fatti parla da sola: una Procura segnala il rischio nel 2024.
Il Ministero lo archivia. Un magistrato fa una prova autorizzata e scopre che il
rischio è reale. Il Ministero continua a negare. E aspetta che sia la
televisione a raccontare quello che lui non ha voluto dire. Report trasmette
l’inchiesta completa domenica alle 20.30 su Rai3.
L'articolo “È possibile spiare i pc dei magistrati”. Nordio nega: “Accuse
surreali”. Ma Report mostra la prova in diretta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre la politica rimestava sulla “centrale di spionaggio” di Giangaetano
Bellavia, Report porta alla luce un fronte decisamente più esplosivo: dal 2019
oltre 40mila computer in dotazione a procure e tribunali italiani possono essere
spiati grazie a un software comunemente installato negli uffici.
Una importante Procura aveva sollevato formalmente il problema segnalandolo
subito al Ministero ma – sempre secondo la ricostruzione di Report – la
questione venne rapidamente archiviata ai vertici del Ministero, dopo un
intervento attribuito – nel racconto di un dirigente – alla Presidenza del
Consiglio.
Documenti, testimonianze audio e video raccolti dalla trasmissione dimostrano
che su circa 40.000 postazioni dell’amministrazione giudiziaria – dai dipendenti
amministrativi fino a giudici e procuratori di ogni ordine e grado – è
installato un software in grado, almeno potenzialmente, di consentire forme di
controllo e videosorveglianza remota delle attività dei magistrati.
Il programma si chiama ECM/SCCM (Endpoint Configuration Manager, già System
Center Configuration Manager) ed è un prodotto di Microsoft, progettato per la
gestione centralizzata dei dispositivi informatici: installazione di software,
aggiornamenti, configurazioni da remoto. Uno strumento largamente utilizzato in
contesti aziendali, scuole, grandi reti commerciali, perfino per la gestione di
totem e chioschi automatici, ma del tutto inadeguato – secondo diversi esperti –
per postazioni che trattano atti giudiziari, segreti istruttori e fascicoli
sensibili dello Stato.
Dal 2019, secondo quanto emerge dall’inchiesta, il software è stato installato
in modo capillare dai tecnici del Dipartimento per i servizi tecnologici del
Ministero della Giustizia su tutti i dispositivi di procure, tribunali e uffici
giudiziari italiani. Nelle configurazioni ufficiali il controllo remoto risulta
disattivato, ma qualsiasi tecnico dotato di privilegi di amministratore può
riattivarlo senza che l’utente – il magistrato – ne venga informato e senza
lasciare tracce facilmente verificabili delle operazioni compiute.
“Il caso è stato sollevato da una importante Procura italiana nel 2024 e messo a
tacere dai dirigenti del Ministero su richiesta – secondo quanto raccontato da
un dirigente ministeriale -, della Presidenza del Consiglio, fornendo
rassicurazioni che però come dimostrerà Report con documenti e testimonianze
esclusive non corrispondono a verità”, spiega Sigfrido Ranucci sulla sua pagina
facebook.
“I procuratori, i magistrati, i giudici non sanno che mentre pensano di essere
da soli nelle loro stanze a lavorare su indagini e provvedimenti, c’è sempre un
occhio puntato sui loro computer. Qualcuno può osservare tutto, in ogni momento
della giornata, da quando accendono il pc a quando lo spengono”, racconta un
testimone chiave dell’inchiesta. Un’accusa pesantissima, che apre interrogativi
inquietanti sull’indipendenza della magistratura e sulla sicurezza delle
infrastrutture digitali dello Stato. L’inchiesta completa va in onda domenica su
Rai3 alle 20.30.
L'articolo Report: un software consente di spiare i pc dei magistrati. Ranucci:
“Il Ministero fu avvertito, Chigi silenziò il problema” proviene da Il Fatto
Quotidiano.