“Per conto di chi?”. E soprattutto “per fare cosa?”. Mentre il ministro della
Giustizia Carlo Nordio si sbracciava in Parlamento per rassicurare magistrati e
opinione pubblica sull’assoluta inviolabilità dei computer della Giustizia,
bollando come “spazzatura” l’inchiesta di Report, nei sistemi informatici del
ministero di via Arenula si registrava una frenetica attività tecnica. Una
sequenza di operazioni concentrate proprio nelle ore successive alla messa in
onda del servizio che aveva sollevato dubbi sulla sicurezza delle postazioni
utilizzate dai magistrati.
A rivelarlo è stato lo stesso Sigfrido Ranucci durante la presentazione del suo
libro “Il ritorno della casta: assalto alla giustizia”, accanto al magistrato
Nino Di Matteo e al giornalista Andrea Vianello. Il conduttore di Report ha
anticipato nuovi elementi che, a suo dire, contraddirebbero la narrazione
rassicurante del ministero. “Il sospetto – secondo Ranucci – è che qualcuno
abbia voluto cercare di riparare qualcosa che non funzionava bene, quindi
avevamo ragione noi a denunciare l’anomalia o peggio ancora, ma questo non lo
possiamo dire, abbia voluto cancellare qualcosa di importante, togliere delle
tracce di azioni fatte o delle cose non lo sappiamo”.
Report – ha spiegato – dispone di prove documentali secondo cui, pochi minuti
dopo l’anticipazione dei contenuti dell’inchiesta e in maniera ancora più
intensa dopo la puntata andata in onda domenica 25 gennaio, si sarebbe
verificata “un’intensa e anomala attività di e su ECM”, il software installato
su circa 40mila postazioni dell’amministrazione giudiziaria. Nei registri
informatici delle macchine in uso ai magistrati – i cosiddetti file di log –
compaiono decine di eventi tecnici: operazioni, modifiche e attività del
software concentrate soprattutto nella mattinata di lunedì 26 gennaio.
Esattamente il giorno successivo alla messa in onda del servizio televisivo.
Il dato apre nuovi interrogativi. Se, come sostiene il ministero della Giustizia
in una nota firmata dal direttore generale De Lisi e come ribadito dall’Agenzia
per la cybersicurezza nazionale, il modulo di controllo remoto non sarebbe “mai
stato attivato” e non potrebbe operare senza il “consenso esplicito
dell’utente”, perché si registra una così intensa attività tecnica proprio la
mattina dopo la trasmissione? Secondo gli esperti informatici, un’attività
concentrata e improvvisa potrebbe indicare verifiche, aggiornamenti o interventi
di messa in sicurezza del software. Una circostanza che contrasterebbe con la
linea ufficiale secondo cui il sistema non avrebbe mai presentato criticità.
Per Ranucci, tuttavia, il problema non è il software in sé. ECM è un prodotto
commerciale diffuso a livello globale. Il punto critico riguarda piuttosto la
sua “governabilità e configurazione in un ambiente istituzionalmente critico
come quello della Giustizia”. Se i permessi di amministrazione – i cosiddetti
diritti “admin” – non sono rigidamente controllati, chi li possiede può aggirare
le notifiche all’utente e operare sui computer senza che il magistrato se ne
accorga. In teoria, spiegano gli specialisti, questo consentirebbe anche di
visualizzare in tempo reale lo schermo della postazione.
Da qui tornano le domande del conduttore di Report: “Per conto di chi?” e
soprattutto “cosa hanno cercato di fare i tecnici del Ministero dopo il servizio
di Report, e su ordine di chi?”. Interrogativi che si collegano a quanto
accaduto nella primavera del 2024, quando alcuni tecnici della Procura di Torino
avevano sollevato perplessità sull’installazione di ECM nelle postazioni della
magistratura, segnalando possibili rischi per la sicurezza informatica. Dubbi
che sarebbero stati superati da una valutazione tecnica interna al ministero.
Nel frattempo il ministero della Giustizia ha reagito presentando un esposto
alla Procura di Roma. Il bersaglio è il tecnico informatico whistleblower che ha
contribuito a far emergere la vulnerabilità del sistema effettuando un accesso
dimostrativo sul computer del gip Aldo Tirone.
La linea difensiva del ministero sostiene che l’accesso sarebbe avvenuto
attraverso “forzature” tecniche e modalità operative non ordinarie. Una
ricostruzione che, secondo diversi addetti ai lavori, rischia di trasformarsi in
un autogol: se qualcuno ha davvero violato il sistema comportandosi come un
hacker, perché i sofisticati strumenti di sicurezza informatica non hanno
rilevato immediatamente l’intrusione?
Per mesi, infatti, gli accessi dimostrativi effettuati sul computer del giudice
non avrebbero generato alcun allarme nei sistemi centrali di monitoraggio. Gli
sviluppi non finiscono qui. Sigfrido Ranucci ha annunciato che l’inchiesta
tornerà in onda con una nuova puntata quando Report riprenderà la stagione
televisiva primaverile, dal 12 aprile.
L'articolo Computer dei magistrati, Report: “Attività anomala sul software dopo
la puntata”. Ranucci: “Per conto di chi?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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C’è più di un mistero nel furto dei file dello studio di Gian Gaetano Bellavia,
il 71enne commercialista milanese consulente per quattro decenni di molte
procure italiane e da una ventina di anni anche di Report, la trasmissione di
inchiesta di Rai3. Lo studio di Bellavia e della sua socia Fulvia Ferradini tra
la fine del 2024 e i primi mesi del 2025 è stato vittima di un gigantesco furto
di dati riservati contenuti nell’archivio, che contenevano anche copie legittime
delle sue relazioni per numerose procure, compresi gli allegati, e del quale ha
presentato non una ma due denunce alla procura di Milano. Per quel furto il 17
dicembre la Pm Paola Biondolillo della Procura di Milano ha disposto la
citazione diretta a giudizio di Valentina Varisco, ex collaboratrice di
Bellavia. Secondo Bellavia i documenti ricevuti dalle procure non sono mai stati
usati per alcun “dossieraggio”, né per se stesso né per altri né tantomeno per
Report. Il consulente ora è indagato per violazione della legge sulla privacy e
trattamento illecito di dati: ieri, assistito dal suo legale Luca Ricci, è stato
a lungo interrogato dai pm Eugenio Fusco e Paola Biondolillo.
Nell’interrogatorio, secondo una nota del suo legale Luca Ricci, Bellavia “ha
ricostruito esaurientemente i fatti” e chiarito “la correttezza delle proprie
condotte“.
Secondo Ricci, “non vi è stato alcun trattamento indebito di dati personali: nel
computer dello studio Bellavia Ferradini, i cui contenuti sono stati
illecitamente copiati dall’ex collaboratrice Valentina Varisco, vi sono
relazioni di consulenza tecnica su casi complessi e fondate su allegati che – in
quanto oggetto del lavoro del commercialista – venivano tenute nell’archivio
storico. I professionisti non solo hanno l’obbligo di conservare i fascicoli e i
documenti per 10 anni, ma hanno anche pieno diritto di conservare l’archivio
storico della propria attività e dei propri scritti”. Inoltre, prosegue Ricci,
“sia nel computer di Bellavia che in quello dello studio in uso a Varisco non vi
erano assolutamente documenti non restituiti a termine di incarichi giudiziari,
perché tutto quello che veniva consegnato allo studio Bellavia per le consulenze
tecniche delle indagini, alla fine delle consulenze tecniche veniva poi
riconsegnato con verbale alla Procura. Per ciascuna pratica lo studio ha i
verbali di consegna e di riconsegna”. Quanto ai documenti oggetto di
appropriazione indebita, “sono quelli in formato digitale usati nonché allegati
alle relazioni di consulenza e tenuti – in quanto lavori dello studio –
nell’archivio storico professionale”. D’altronde, scrive Ricci, “la
conservazione dei dati era organizzata per evitare accessi dall’esterno e
dall’interno: ma gli illeciti” commessi contro Bellavia “descritti nelle
imputazioni” a carico di Varisco sono stati realizzati “proprio dalla
collaboratrice” Varisco “che aveva la delega ai sistemi informatici”. Infine, la
norma per la quale Bellavia è indagato “prevede che la condotta” contestata al
commercialista “sia posta in essere per trarre per sé o per altri profitto o per
recare ad altri un danno, circostanza del tutto esclusa, e che dal fatto derivi
nocumento, anche questo insussistente”, conclude l’avvocato Ricci secondo il
quale nella vicenda che vede Bellavia indagato mancano “gli elementi
costitutivi” del reato e “il fatto oggetto di incolpazione non sussiste”.
La ricostruzione di Bellavia e del suo avvocato arriva insomma come una macigno
sulle interpretazioni effettuate da Giornale, Tempo, Libero e pure dal Corriere
della Sera, secondo le quali Bellavia avrebbe effettuato “dossieraggi”,
trattenuto illecitamente materiali delle procure e pure “dati e audio anche non
pertinenti ai processi“, utilizzandoli in proprio e cedendoli a Report per le
inchieste della squadra di Sigfrido Ranucci. Ricostruzioni sulle quali la
destra, e in particolare Maurizio Gasparri di Forza Italia, hanno scatenato una
campagna contro la trasmissione di Rai3 accusata insieme a Bellavia di
effettuare una “dossieropoli”.
Quello che è certo è che il 17 dicembre Valentina Varisco è stata citata
direttamente a giudizio per accesso abusivo a sistema informatico e
appropriazione indebita aggravata dalla pm Biondolillo, che però secondo i
legali di Bellavia non ha condotto alcuna indagine né ha mai sentito Bellavia,
nonostante le sue numerose richieste. L’ex dipendente dello studio
Bellavia-Ferradini, che dopo aver lasciato lo studio ha collaborato con agenzie
di investigazioni private fondate da ex ufficiali dei servizi, è accusata di
essersi introdotta abusivamente nella posta elettronica di Fulvia Ferradini e,
tra il 18 giugno e il 25 settembre 2024, nell’archivio informatico (entrambi
protetti) per sottrarre oltre un milione di file dello studio per il quale ha
lavorato dal 2007 al 26 settembre 2024. Biondolillo accusa Varisco anche di
essersi appropriata di due hard disk con 285 gigabyte di dati “costituenti il
know how dello studio”. L’udienza è fissata per il prossimo 10 luglio.
Ma su questa vicenda pendono altri interrogativi. Ad esempio: chi ha rivelato al
Corriere della Sera l’esistenza di una seconda denuncia sinora segreta
presentata alla procura di Milano il 20 novembre scorso da Bellavia e dalla sua
socia Ferradini, che a fine maggio 2025 si erano accorti che da un armadio dello
studio erano spariti tutti gli hard disk con l’archivio storico sino a maggio
2020? Il 17 dicembre scorso la pm Biondolillo, ritenendola indeterminata, ha
chiesto l’archiviazione di questa seconda denuncia che non è mai stata rivelata
da Bellavia o dall’avvocato Ricci. Contro la richiesta di archiviazione Bellavia
ha presentato opposizione ed è in attesa della decisione di un Gip. Ma oggi il
Corriere riporta ampi stralci di quel documento, scrivendo di “nuovi e ancor più
vertiginosi numeri sfornati da Bellavia non nel comunicato, ma nel momento in
cui taccia Varisco d’aver trafugato dallo studio anche una massa di dati 25
volte più grande (del volume duplicato nel 2024) in alcuni hard disk fisici dove
Bellavia riversava il back-up di 41 anni d’archivio sui pc via via ammodernati
sino a maggio 2020: 10 milioni di files, 290 relazioni di 50.000 pagine, 106
pratiche giudiziarie con 630.000 allegati e 77.000 mail“.
E ancora: chi ha rivelato sempre al Corriere, prima dell’invito a comparire
datato 13 gennaio, che Bellavia era indagato? Come è riuscito il solito Corriere
a conoscere in diretta i contenuti dell’interrogatorio di ieri di Bellavia,
riportandoli estesamente già oggi? Chi sin dal 2 gennaio ha svelato al Corriere
la prima denuncia di Bellavia contro Varisco e pure l’esistenza di un appunto di
36 pagine di comunicazioni tra Bellavia e i suoi avvocati? Perché quell’appunto
è stato inserito nel fascicolo su Varisco senza timbri, senza firme di chi lo ha
depositato né canali di ricezione o alcun appunto utile?
Ma soprattutto: come ha fatto il Corriere il 19 gennaio a sintetizzare stralci
di almeno tre email riservatissime inviate tra giugno e il 23 luglio 2025 da
Bellavia e Ferradini al loro avvocato di allora, Gian Luigi Tizzoni? Bellavia e
Tizzoni assicurano che i contenuti di quelle email tra le vittime del furto di
dati e il loro legale sono sempre rimasti riservati e non sono mai stati
trasmessi alla procura. Dunque chi e come ne è venuto a conoscenza? Chi le ha
trasmesse al Corriere? Se c’è il boomerang di cui scrive oggi il Corriere, forse
non l’ha lanciato Bellavia denunciando il furto di cui è stato vittima ma chi
cerca di colpire lui e tramite lui anche Report.
L'articolo Bellavia, il consulente di Report interrogato tra fughe di notizie
riservate proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ultima puntata di Report dell’8 febbraio ha portato brevemente alla ribalta la
Fondazione Einaudi di Roma (che – è bene precisare subito – non ha nulla a che
fare con la Fondazione Luigi Einaudi Onlus di Torino), la quale è si è fatta
sostenitrice delle ragioni del “Sì” al referendum sulla separazione delle
carriere, promuovendo la campagna “SìSepara”. Sul sito internet dedicato
all’iniziativa per la verità più che ragioni per il Sì vengono enunciati i
soliti assiomi indimostrati (per esempio “Questa architettura si regge su un
doppio pilastro di garanzie: due Consigli superiori, uno per la magistratura
giudicante e uno per quella requirente” – perché two is megl che one). Peccato,
perché entrambe le scelte sono legittime, come dimostra l’esperienza di molti
civilissimi paesi che adottano l’uno o l’altro modello, ma le ragioni andrebbero
spiegate.
Posizioni einaudite
Inoltre, da una fondazione che pretende di ispirarsi a Luigi Einaudi mi aspetto
almeno uno sforzo: quello di considerare cosa pensasse Einaudi stesso sul punto.
Non perché debba necessariamente essere condiviso – dopotutto solo i cretini non
cambiano mai idea – ma quanto meno per contestualizzarlo. Su un fatto non
possono esserci dubbi: Einaudi era un integralista dell’indipendenza di tutta la
magistratura: “Se noi ci persuaderemo che a garanzia della libertà dei cittadini
sia necessario avere una magistratura completamente sottratta ad ogni ingerenza
dei poteri legislativo ed esecutivo, noi non dovremo esitare un istante a negare
al parlamento ed al governo ogni partecipazione al consiglio superiore della
magistratura od alla corte costituzionale”. E ancora: “Dare indipendenza alla
magistratura; epperciò abolire assolutamente ogni carriera nella magistratura
medesima. Questa è la prima fondamentale esigenza della nuova vita nazionale,
perché mai come oggi justitia fundamentum regni”.*
Si fa fatica ad immaginare che oggi approverebbe una riforma che aumenta il peso
della politica all’interno del CSM (anzi, dei tre organismi che lo
sostituirebbero) e spiana la strada a ciò che il ministro Nordio ha già
annunciato in un incontro il 5 febbraio scorso senza giri di parole: la riforma
del processo penale. Non che l’assoggettamento dei pm all’esecutivo sia una
blasfemia: dopotutto esiste in molti civilissimi paesi, a cominciare dalla
Germania. Ma qui viene a galla un altro equivoco nel quale Einaudi non cadrebbe
(vedere i suoi Scritti Sull’Europa per credere): esaminare altri sistemi è utile
ed istruttivo, ma copiarli “a pezzi” è da dilettanti: ci sono troppe
interdipendenze tra gli elementi di un sistema per poterne estrapolare solo
alcuni ed aspettarsi che funzionino.
In Germania, ad esempio, il pm non è solo soggetto al ministro della Giustizia –
tutta la funzione è diversa. Ad esempio, ha il potere di rinviare a giudizio
l’indagato, laddove invece il pm italiano può solo chiedere al giudice di farlo.
I due approcci sono in sé coerenti: il pm tedesco, controllato da un organo –
indirettamente – rappresentativo della volontà popolare ha poteri più incisivi,
quello italiano che è indipendente è più controllato (dal giudice). Cambiare
solo uno dei due elementi (che poi in realtà sono centinaia, non due) non può
funzionare: è come mettere il carburatore di una Mercedes CLA 220 in una Panda e
aspettarsi che poi funzioni come la Mercedes. E’ un ragionamento talmente
demenziale, che lo sanno anche i soliti liberaloni a targhe alterne, che infatti
quando si parla di altri temi – ad esempio la prescrizione – sono tutti un
distinguo. La prescrizione in Germania si ferma con la sentenza di primo grado
(in certi casi addirittura prima), e nessun riformista, foglio od altra tribuna
assortita ha mai pensato di proporla come modello.
Il mondo al contrario
Infine, quanto meno uno dovrebbe verificare cosa ne pensino i diretti
interessati, dei loro sistemi. Forse a qualcuno è sfuggito che proprio il
modello tedesco è da anni sotto pesante critica da parte di magistrati ed
avvocati, proprio perché troppo assoggettato al potere politico: “Tutto ciò
alimenta il timore che, proprio in un momento in cui la criminalità organizzata
e la criminalità economica minacciano di attaccare le istituzioni statali ed
economiche, le autorità giudiziarie tedesche non dispongano della necessaria
libertà d’azione per contrastare questa forma di criminalità, nuova per la
Germania”, scriveva l’avvocato, filosofo ed autore Raoul Muhm nel 1996, citando
– udite udite – proprio il sistema italiano come modello a cui ispirarsi.
Stessa posizione espressa nel 2019 dal prof. Thomas Groß sul Verfassungsblog (un
autorevole blog su tematiche costituzionali che tramite la WZB ha il patrocinio
del Land di Berlino e della Federazione): “I pm tedeschi non possono emettere
mandati d’arresto europei perché non sono considerati ‘indipendenti’. È quanto
afferma la Corte di giustizia dell’Unione europea […] Le norme vigenti in
Germania non pongono ostacoli sufficienti alla strumentalizzazione politica
della magistratura. Sviluppi come quelli avvenuti in Polonia o in Ungheria
sarebbero giuridicamente possibili anche in Germania. L’indipendenza
istituzionale della magistratura […] dall’esecutivo è considerata
indispensabile, ad esempio in Italia nella lotta contro la mafia”. Transparency
International critica l’assoggettamento ministeriale dei pm tedeschi da tempo
immemore, l’associazione nazionale dei giudici (non dei pm) tedeschi ne chiede a
chiare lettere dal 2024 l’abolizione.
E la politica si muove. Nel 2019 fu la FDP (partito liberale), evidentemente più
einaudiana dei sedicenti liberali nostrani, propose un progetto di legge poi non
approvato che mirava ad abolire il potere di controllo ministeriale sui pm. Nel
2024 l’allora ministro della giustizia Marco Buschmann (anche lui della FDP)
elaborò un progetto di legge che mirava non più ad abolirlo, ma a limitarlo
fortemente. Anch’esso passò in cavalleria a causa dalla caduta del governo
Scholz.
Vuoi vedere che, ancora una volta, siamo gli unici in direzione ostinata e
contraria?
* Tutti le citazioni di Luigi Einaudi sono tratte dagli “SCRITTI POLITICI E
SULL’EUROPA, III.2 (1943-1959)”, editi dalla Fondazione Luigi Einaudi Onlus e
reperibili integralmente e gratuitamente sul sito della stessa fondazione.
L'articolo L’Einaudi rivisto e corretto: due equivoci nel citare lui e la
Germania a sostegno del Sì al referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Italia è emergenza influenza aviaria, un virus che colpisce uccelli selvatici
e polli e galline rinchiusi negli allevamenti. Non esiste una cura, e quindi
appena il virus entra in un allevamento, bisogna procedere all’abbattimento di
tutti gli animali.
Report, nel servizio di Giulia Innocenzi che andrà in onda domenica primo
febbraio dalle 20.30 su Raitre, manda in onda immagini esclusive raccolte da
Food For Profit di un allevamento di anatre colpito dall’influenza aviaria. Il
gas non funziona e sopravvivono all’incirca quattrocento anatre. Sotto la
supervisione del veterinario pubblico, gli operai uccidono le anatre a
bastonate, insieme a calci e lanci degli animali. Queste operazioni, per le
quali si configurerebbe il maltrattamento animale, vengono finanziate con i
soldi pubblici ed effettuate dalla Cooperativa del Bidente, già al centro di
un’inchiesta di Report per l’uccisione di diecimila maiali, affetti da peste
suina, con la pinza elettrica anziché col gas. E in ballo ci sono cifre monstre:
grazie a un accesso agli atti, Report può svelare che solo le regioni Veneto,
Lombardia ed Emilia-Romagna, dal 2020 al 2025, hanno destinato 266 milioni di
euro per gli abbattimenti e i ristori agli allevatori. Una cifra al ribasso,
perché la Lombardia non ha fornito tutti i dati richiesti.
L'articolo Anatre uccise a bastonate in un allevamento colpito da influenza
aviaria: la clip di anticipazione di Report proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dovrebbe essere un allevamento modello quello di Simone Menesello, presidente
degli avicoltori di Confagricoltura. E invece, grazie alle immagini di cui è
entrato in possesso Food For Profit e che Report può mostrare in esclusiva nel
servizio di Giulia Innocenzi domenica primo febbraio, dalle 20.30 su Raitre, si
vedono carcasse lasciate ovunque, alcune persino mummificate, topi, una melma in
cui si sprofonda, uova sporche, e condizioni di scarsa biosicurezza che
potrebbero favorire l’ingresso in allevamento del virus dell’influenza aviaria,
oggi una vera e propria emergenza.
L'articolo Carcasse ovunque e uova sporche: Report entra con Food for profit
nell’allevamento del presidente degli avicoltori di Confagricoltura proviene da
Il Fatto Quotidiano.
La Procura di Milano indaga per accesso abusivo a sistema informatico il tecnico
del ministero della Giustizia che aveva mostrato a Report come il software Ecm
consenta di entrare da remoto nei computer dei magistrati senza che se ne
accorgano. La notizia si presta a letture diverse, non per forza favorevoli al
Ministero. Finora via Arenula ha sempre negato l’esistenza stessa del problema,
tacendo anche sull’esposto depositato due giorni prima della messa in onda del
servizio, nonostante la questione fosse da anni al centro di confronti interni
tra tecnici, e tra la Procura di Torino e ministero. Più che chiudere la
vicenda, la mossa la riapre: non a caso la Procura ha subito delegato la Polizia
postale a verificare se i pc dei magistrati possano essere controllati a loro
insaputa e senza lasciare tracce. Un punto, evidentemente, tutt’altro che
pacifico. Ma andiamo con ordine.
Il fascicolo è stato aperto venerdì 24 gennaio, dopo un esposto del ministero
presentato all’indomani dell’anticipazione di giovedì della puntata di Report e
prima della messa in onda di domenica 25 gennaio. L’ipotesi di reato è accesso
abusivo a sistema informatico e l’indagato è un tecnico ministeriale del
distretto di Torino: lo stesso che, in un’intervista in anonimato prima a Report
e poi a Il Fatto Quotidiano, aveva raccontato di aver dimostrato al gip del
tribunale di Alessandria Aldo Tirone, con il consenso del magistrato e sul suo
computer d’ufficio, che il software ministeriale Ecm può essere utilizzato da
remoto senza lasciare tracce nei sistemi degli amministratori centrali. Secondo
il racconto, l’operazione consentiva di osservare lo schermo del pc del giudice
e di intervenire come se si fosse fisicamente alla tastiera, a sua insaputa.
Con l’esposto firmato dal capo dipartimento Antonella Ciriello, il Ministero ha
trasmesso alla Procura anche il carteggio intercorso con gli uffici di Torino
nel biennio 2024-2025. In questo modo ha di fatto individuato Milano come
ufficio competente, prospettando il gip Tirone come “parte offesa”
dell’intrusione: nei casi in cui la persona offesa sia un magistrato in servizio
in un ufficio del distretto torinese – come l’Ufficio gip del tribunale di
Alessandria – la competenza spetta infatti alla Procura di Milano.
Nelle interviste, il gip aveva confermato senza ambiguità che il tecnico aveva
agito con il suo consenso. Il Ministero, e in questa fase iniziale anche la
Procura, muovono però dal presupposto che tale consenso sarebbe irrilevante
qualora l’accesso non fosse avvenuto, come sostenuto dal tecnico in tv, tramite
le sole credenziali ordinarie, ma attraverso ulteriori “forzature” tecniche
della rete ministeriale. Secondo il dicastero, quella specifica funzione di Ecm
non potrebbe operare senza una preventiva autorizzazione dei magistrati.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore Marcello Viola con i pm Francesca Celle
(del pool dell’aggiunto Paolo Ielo competente sui magistrati piemontesi) ed
Enrico Pavone (pool cyber e terrorismo), vede anche l’applicazione da parte del
procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo del sostituto Eugenio Albamonte.
Alla Polizia postale è affidato il compito di verificare l’affidabilità e le
reali capacità di Ecm, il software Microsoft utilizzato dal Ministero – come da
molte grandi organizzazioni private – per la gestione centralizzata di
installazioni, aggiornamenti e sicurezza su migliaia di computer.
I quesiti sono tre:
1) se un tecnico accreditato possa accedere ai pc dei magistrati senza la loro
approvazione e a loro insaputa;
2) se tali accessi lascino traccia nei file di log, come sostiene il Ministero;
3) se sia tecnicamente possibile cancellare o alterare quelle tracce.
Sul punto, venerdì il ministro Nordio è tornato a intervenire, affermando di
“trovare persino irriguardoso soffermarmi a smentire alcune ripugnanti
insinuazioni diffuse in questi giorni sull’ipotesi di interferenze illecite da
parte nostra nell’attività esclusiva e sovrana della magistratura”.
L'articolo Software dei magistrati, esposto del ministero a due giorni dalla
puntata: indagato il tecnico del test di Report proviene da Il Fatto Quotidiano.
Presidente Mattarella, i tecnici informatici che hanno opposto una convinta
resistenza alla installazione permanente del software ECM nei computer del
Tribunale di Torino meritano una onorificenza, per l’altro senso delle
Istituzioni che hanno dimostrato. I fatti sono stati raccontati da Report
(sempre più assediato dal Governo Meloni) nella puntata di domenica scorsa, ma
vale la pena richiamarli ed inquadrarli nella cornice dovuta, prima che
scivolino via con la velocità di una goccia di pioggia sul parabrezza.
Quei tecnici informatici, dopo aver considerato la potenziale pericolosità del
software installato dal Ministero della Giustizia su tutti i terminali in uso
nei tribunali italiani, hanno fatto una cosa straordinariamente normale: l’hanno
disinstallato, garantendo comunque l’aggiornamento e quindi la sicurezza delle
macchine.
Nessuna prova che qualcuno avesse abusato di quel programma per spiare atti di
indagine segreti, nessun indizio che qualcuno lo avrebbe fatto, ma la semplice
certezza che lo si sarebbe potuto fare ha fatto prevale sul conformismo
burocratico, il principio di precauzione che fonda da sempre la ragion d’essere
stessa della burocrazia di uno Stato. Prudenza e precauzione impongono di
evitare di esporre una articolazione così sensibile della Repubblica al rischio
dell’abuso di potere e pazienza se a questi basilari principi di buon governo
sono sembrati quanto meno sordi tanto il Ministero della Giustizia quanto
l’evocata Presidenza del Consiglio, c’è stato chi, da semplice “ruota del
carro”, si è preso la briga di farli valere. Questi tecnici informatici hanno
obiettato alla burocrazia dell’adempimento, ampiamente praticata in chiave
difensiva, a prescindere dall’esito prodotto. Questi tecnici hanno esercitato
fino in fondo il mandato costituzionale della sovranità popolare e si sono
assunti la responsabilità di resistere, di avvertire, di ottenere una reazione
ministeriale, capitolando infine soltanto a fronte di un atto formale del
Ministero medesimo che confermava in maniera lapidaria e (per ora) indiscutibile
la ortodossia del software.
Lasciamo ai magistrati che stanno indagando la valutazione della eventuale
rilevanza penale di quanto sarebbe stato documentato dai tecnici informatici
stessi e rappresentato dalla puntata di Report relativamente a direttive precise
targate Presidenza del Consiglio finalizzate ad ottenere, con le buone o con le
cattive, la piena “controllabilità” dei computer dei magistrati, scenario questo
che qualora fosse confermato avrebbe una portata talmente eversiva dell’ordine
costituzionale da meritare una incriminazione per alto tradimento e
concentriamoci piuttosto sulla condotta dei tecnici informatici sostenuti in
questa nobile obiezione di coscienza da alcuni magistrati del distretto di
Torino. Quanto vale un comportamento del genere? Sembra di sentire le parole del
Presidente-partigiano Sandro Pertini “I giovani non hanno bisogno di discorsi,
ma di esempi!”, o quelle di Norberto Bobbio “la democrazia vive di buone leggi e
di buoni costumi”.
Tra i “buoni costumi” di cui si nutre la democrazia c’è proprio l’assunzione
intransigente di responsabilità a prescindere dal proprio tornaconto. Per dirla
con le parole del poeta Antonio Albanese, nel pase del “Fatti i ca..i toi”,
questi tecnici sono dei pericolosi sovversivi. La portata di questa rivoluzione
si comprende anche riflettendo sul dilagare impressionante dello spionaggio
informatico, sempre più praticato come nuova frontiera della lotta per il
potere. Per carità, il potere ha sempre avuto a che fare con la disponibilità di
informazioni riservate: chi sa, comanda. Ma oggi il potere dei segreti passa
dalla conquista di bit invisibili, classificati, crittografati. Niente più
inchiostro simpatico a base di succo di limone, ma caterve di microchip
miracolosi, veloci come la luce.
Pensiamo ad alcuni clamorosi casi di cronaca recente: l’agenzia Equalize a
Milano, la Squadra Fiore a Roma, le denunce del ministro Crosetto che stanno
facendo tremare palazzi e redazioni romane, il caso “Bellavia” con la ex
collaboratrice denunciata per essersene andata portandosi via quintali di
informazioni riservate, per non parlare di certi magistrati che non trovano
nulla di strano nel pubblicare il contenuto di intercettazioni ancora coperte da
segreto. Nel gran bazar delle informazioni questi tecnici informatici, accortisi
del pericolo, non hanno avuto esitazioni ed hanno tirato il freno senza nemmeno
essere sfiorati dalla tentazione di approfittare della scoperta, aprendo a loro
volta un bel banco al mercato. L’hanno fatto per precauzione che è quella cosa
che in un Paese evita tragedie come Vajont, Niscemi o Crans Montana.
Presidente, non li condanni all’anonimato, li illumini di onore repubblicano,
così che sia chiaro che a volte per ubbidire alla Costituzione bisogna avere il
coraggio di disubbidire ad un ministero.
L'articolo Mattarella dia un’onorificenza gli informatici del Tribunale di
Torino che hanno detto no al software spia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo tanto abbaiare sulla multa inflitta dal Garante per la privacy a Report per
aver trasmesso le intercettazioni dell’ex ministro Sangiuliano, il tribunale di
Roma ha annullato la sanzione, come era ovvio.
La nostra associazione, Articolo 21, confortata dal parere di costituzionalisti
e legali, aveva anticipato questa conclusione. Non perché i giudici siano “toghe
rosse” ma perché, come ha più volte sentenziato la Corte europea, qualsiasi
notizia di pubblica utilità e rilevanza sociale va immediatamente pubblicata,
anche perché in caso contrario il possessore delle intercettazioni potrebbe
invece farne un uso ricattatorio.
Per fortuna, anche degli intercettati, quei colloqui sono finiti alla redazione
di Report che ne ha fatto l’uso corretto: la pubblicazione. Sarà appena il caso
di ricordare che sono stati gli stessi protagonisti a mettere tutto in piazza.
L’ex ministro, assistito dal direttore del Tg1, concesse una intervista fiume,
trasmessa addirittura fuori spazio, neppure fosse una dichiarazione
straordinaria del presidente della Repubblica.
Quello che stupisce non è la decisione, ovvia e scontata, del tribunale di Roma,
ma quella della Autorità per la privacy. Ma forse “vuolsi così, colà dove si
puote ciò che si vuole e più non dimandar…”.
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Il Fatto Quotidiano.
Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio, la multa da 150mila euro è
annullata. Il 22 gennaio scorso il Tribunale Ordinario di Roma (Sezione Diritti
della Persona) ha emesso una sentenza che segna la svolta sull’intera vicenda e
una sconfitta giudiziaria pesantissima per l’Autorità Garante della Privacy.
L’oggetto del contendere è il ricorso presentato dalla Rai contro il
provvedimento n. 621 del 23 ottobre 2025 con cui il Garante aveva sanzionato la
trasmissione per la messa in onda (l’8 dicembre 2024) dell’audio tra l’ex
Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, nei
quali si discuteva della revoca della nomina di Maria Rosaria Boccia.
Il Tribunale accoglie il ricorso e annulla la sanzione. Le motivazioni del
giudice Corrado Bile si basano su due pilastri fondamentali, uno di merito
(libertà di stampa) e uno procedurale (tempi scaduti). Il giudice smonta la tesi
del Garante secondo cui la diffusione di quei colloqui privati violava la
privacy senza aggiungere nulla alla notizia. La sentenza stabilisce che la
conversazione, pur essendo privata, aveva una “sostanziale rilevanza pubblica”
perché svelava come le decisioni istituzionali (la nomina o meno di una
consulente ministeriale) fossero influenzate da “questioni di natura
squisitamente personale” e dalle richieste della moglie del Ministro. La
diffusione dell’audio originale era necessaria per “veicolare il dato storico
nella sua immediatezza” ed evitare il sospetto di ricostruzioni faziose da parte
del giornalista. Viene ribadito che il giornalismo d’inchiesta gode di ampia
tutela e che la privacy cede il passo quando la notizia è essenziale per la
formazione dell’opinione pubblica.
Il Tribunale accoglie anche l’eccezione procedurale: il Garante ha impiegato
troppo tempo per sanzionare. Viene sancito che il termine di 9 mesi per la
conclusione del procedimento (art. 143 Codice Privacy) è perentorio e non
ordinatorio. Il giudice afferma che il mancato rispetto dei tempi pone
l’Autorità in una “posizione ingiustificatamente privilegiata” e lesiva del
diritto di difesa. Poiché il provvedimento è arrivato oltre i termini di legge,
la sanzione decade anche per questo motivo formale. In conclusione, la sentenza
stabilisce che Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio e che l’azione
sanzionatoria del Garante è stata sia infondata nel merito che tardiva nella
procedura. Il Garante è condannato a pagare le spese legali.
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annullata la multa da 150mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Torna in prima serata su Rai3, domenica 25 gennaio alle ore 20.30, il programma
condotto da Sigfrido Ranucci, Report. Nella clip in anteprima, uno stralcio
dell’intervista di Luca Bertazzoni all’ex avvocato di Silvio Berlusconi, Cesare
Previti (e ministro della Difesa nel governo Berlusconi I). “Come avrei risolto
il problema della giustizia? Se fossi stato ministro, avrei fatto le stesse cose
che sta facendo ora Carlo Nordio” ha detto Previti riferendosi alla riforma
della giustizia voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni e approvata dal
Parlamento alla fine dello scorso anno.
Di seguito, l’elenco dei servizi che andranno in onda stasera.
DIETRO LA CATTEDRA
Di Danilo Procaccianti
Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico
La scuola è sempre al centro di tutti i programmi politici, di scuola si parla
sempre con orgoglio e passione ma poi tutti fanno finta di non vedere cosa c’è
“dietro” le cattedre: migliaia di precari. I forzati dell’istruzione, i docenti
invisibili che tengono accesa, ogni giorno, la luce dell’istruzione italiana.
IL TROJAN DI STATO
di Carlo Tecce – Lorenzo Vendemiale
Un programma installato sui circa 40.000 computer dell’amministrazione giustizia
che può rendere potenzialmente spiabili le postazioni dei magistrati, gli
allarmi della procura di Torino al Ministero rimasti prima inascoltati e poi
sopiti, l’inchiesta di Report racconta le gravi falle che potrebbero esserci
nelle strutture informatiche della Giustizia. Con documenti inediti e
testimonianze esclusive, il servizio pone un caso che potrebbe essere di
sicurezza nazionale: i computer dei magistrati sono davvero inaccessibili?
AMAZON FILES
di Emanuele Bellano
Collaborazione Chiara D’Ambros, Goffredo De Pascale, Madi Ferrucci
Le stime più recenti dicono che ogni anno circa 38 milioni di persone in Italia
usano mensilmente il marketplace di Amazon e che il 96 per cento degli italiani
ha fatto almeno una volta un acquisto sulla piattaforma. Una rete di vendita e
distribuzione enorme sempre in crescita grazie al lavoro di migliaia di
magazzinieri e operai dal lavoro dei quali Amazon cerca di trarre il massimo del
profitto usando metodi controversi, al limite del dossieraggio. Rimane aperta la
questione sui controlli da parte delle autorità che dovrebbero tutelare i
lavoratori come Ispettorato Nazionale del Lavoro e Garante della privacy.
LAB REPORT: MADE IN ITALY?
di Luca Bertazzoni
Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano
Report ha seguito un blitz dei Carabinieri della Tutela del Lavoro all’interno
di un opificio cinese a Prato, dove erano presenti operai senza permesso di
soggiorno che lavoravano senza le dovute condizioni di sicurezza.
Video Rai
L'articolo Cesare Previti a Report: “Da ministro della Giustizia farei le stesse
cose che sta facendo Nordio”. La clip in anteprima proviene da Il Fatto
Quotidiano.