Kevin Kampl lascia il Lipsia per stare accanto alla famiglia. Nessun infortunio
grave, nessun litigio con la società, nulla di nulla. Il motivo è una situazione
familiare delicata, che ha segnato gli ultimi mesi del centrocampista del club
tedesco. “Questi ultimi mesi sono stati molto delicati per me e la mia famiglia,
segnati da un profondo dolore. Il dolore per la perdita improvvisa di mio
fratello mi ha mostrato quanto sia prezioso il tempo e quanto sia importante
trascorrerlo con le persone più care. Dopo tutti questi anni, ho capito che è
giunto il momento di tornare a casa, anche perché mio padre non sta bene e
voglio trascorrere più tempo con lui. Tempo che non si può più recuperare“, ha
dichiarato il centrocampista con una lettera sui social.
Kampl ha infatti perso il fratello Seki a soli 51 anni nei mesi scorsi e adesso
il padre è alle prese con una malattia. “Per quanto difficile sia per me questo
passo, alcune decisioni nella vita sono più importanti del calcio. Mi sarebbe
piaciuto giocare ancora una volta nel nostro stadio davanti a voi, i nostri
tifosi. Non è così che avevo immaginato il mio addio. Ma a volte la vita porta
con sé priorità diverse, e sono in pace con questa decisione”. 283 presenze, 10
gol, 23 assist, otto anni. La carriera di Kampl è legata principalmente al
Lipsia, club con cui ha svolto gran parte del suo percorso calcistico e con cui
ha vinto due volte la Coppa di Germania (2022, 2023) e la Supercoppa (2023),
oltre ad aver raggiunto la semifinale di Champions League.
“Porterò per sempre nel cuore gli otto anni e mezzo trascorsi al RB Lipsia. Fin
dal primo giorno, sono stato accolto con un calore incredibile. Insieme abbiamo
fatto la storia, vinto i primi trofei del club, vissuto momenti straordinari e
superato le fasi difficili come un gruppo unito”. Il lungo messaggio del
calciatore tedesco si è chiuso poi con ringraziamenti a club, tifosi e compagni
di squadra. “Ora mi concentrerò sulla mia famiglia a casa, come ho fatto negli
ultimi mesi. Non escluderei del tutto di tornare in campo un giorno, anche se al
momento mi sembra del tutto irrealistico, perché mi impegnerò a trascorrere del
tempo con le persone a me più vicine”.
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fratello è morto, mio padre sta male. Torno a casa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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“Sì, ‘abbè, uno ggol abbasta”. Pensi a questa frase, che confonde anche il
compianto Italo Khune, e pensi a Maurizio Gaudino. C’è molto di più però, dietro
al dialetto ereditato a mo’ di paisà, di quel calciatore che in quella finale di
Coppa Uefa diede filo da torcere a Maradona e ai suoi. Nato il 12 dicembre di 59
anni fa a Bruhl in Renania Settentrionale: “È la città di Steffi Graf” ricordava
spesso Maurizio, che in fondo la campionessa era lei, lui veniva dalla strada.
Già, non poteva essere altrimenti: papà di Orta di Atella, minatore, partito per
la Renania per fare il camionista. Mamma di Frattamaggiore, che in Germania va a
lavorare alla Henkel. E Maurizio, riccioluto e scugnizzello, gioca in strada:
mica facile quando sei figlio di emigranti. A volte essere più forte non basta,
specie quando per un gol fantasma o un fallo reclamato si finisce a botte: a
volte le prendi, a volte le dai. E con quella mentalità Gaudino cresce: piedi
buoni sì, ma senza pensare che bastino ad aprire tutte le porte. Dai campetti
improvvisati passa alle giovanili del Rheinau, tra calcio e scuola ci mette pure
un’altra passione: quella per le auto, possibilmente sportive e veloci, facendo
un apprendistato come meccanico. Passa al Waldhof Mannheim e qui trova il suo
padre calcistico, Klaus Schlappner, che lo fa debuttare a 17 anni in Bundesliga
contro l’Eintracht Braunschweig: dopo 30 minuti in campo, Gaudino viene espulso.
Tuttavia il ragazzo è forte: diventa titolare fisso e attira le attenzioni dei
grandi club. Nel 1987 passa allo Stoccarda, che l’anno successivo trascina in
finale di Coppa Uefa. Di fronte c’è proprio il suo Napoli, suo senza virgolette
visto che ad accoglierlo all’aeroporto, nella gara d’andata, ci sono i parenti
con ogni leccornia, e che la mamma intervistata prima della gara dichiara di
augurarsi due cose: che Maurizio segni, e va bene, ma che alla fine vinca il
Napoli, che è sempre il Napoli, pure di fronte a un figlio. Andrà proprio così,
con Gaudino che segnerà spaventando gli azzurri, bravi a ribaltarla al San Paolo
e a dominare la gara di ritorno in Germania portandosi a casa il trofeo.
Il mondo scopre allora quel numero 10 atipico e per la verità già noto ai club
italiani: lo avrebbe preso volentieri il Verona qualche stagione prima, ma non
se ne fece nulla, mentre a prescindere dai club sarebbe stato l’azzurro della
nazionale il sogno di Gaudino, che rifiuta per tre volte le chiamate dell’Under
21 tedesca, prima di rassegnarsi ed accettare, proprio nel 1989.
Calcio e auto, dunque, per quel ragazzo sempre in mise da rockstar: riccioli
lunghi, orecchino, catene d’oro, giacche in pelle e una passione per le Ferrari,
tale da fargli dichiarare apertamente di essere in grado di percorrere la
distanza tra Stoccarda e Monaco di Baviera in meno di un’ora. Una passione che
gli causerà anche qualche incidente: nel 1994 mentre è ospite di un noto talk
show viene arrestato, col conduttore che ci scherzerà anche su “di solito si
viene prima arrestati e poi si va ospiti nei talk show, non il contrario”.
L’accusa è di una presunta frode assicurativa: se la caverà con una multa e una
pena sospesa.
Dalla Germania in quel periodo passa in Inghilterra, in prestito al Manchester
City, offrendo sprazzi della sua classe, per poi tornare in patria, e poi in
Messico alla corte di Marcelo Bielsa al Club America, con tanto di preparazione
atletica a 3500 metri d’altezza, su di un vulcano. Torna ancora in Germania,
all’Eintracht, per poi dividersi tra Basilea, Bochum e Antalyaspor prima di
chiudere la carriera con una presenza nella squadra che l’aveva lanciato, il
Waldhof Mannehim, e diventare procuratore sportivo.
Resta quell’intervista e tutto quello che c’è dietro e attorno, ma forse il
segreto di Maurizio stava proprio lì: un ragazzo di Mannheim col Vesuvio nel
sangue, capace di tenere insieme romanticismo e ruvidezza. Non è diventato
un’icona, ma è rimasto una storia.
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fece tremare il Napoli di Maradona proviene da Il Fatto Quotidiano.