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Nazionale, attento Gattuso: il blocco Inter non sa reggere la pressione
Mettiamo da parte (ma fino a un certo punto) il campionato: è la settimana decisiva per il pallone italiano. Quella della semifinale contro l’Irlanda del Nord e – speriamo – della finale in Galles o Bonia: gli spareggi mondiali che decideranno se mancheremo la terza Coppa del mondo di fila sono le partite della vita per il nostro calcio. E ce le giochiamo con l’“ItalInter”: con tutto il rispetto parlando per i vari Bastoni, Barella, Dimarco, una nazionale di perdenti. In nazionale sono sempre esistiti i “blocchi”, gruppi di giocatori dello stesso club che arrivano in azzurro facendone le fortune, nel bene o nel male. Il periodo recente, forse il peggiore della storia della nazionale, coincide col blocco Inter: una constatazione che non vuol dire accollare interamente ai nerazzurri la crisi del movimento. Nel 2018, per fare un esempio, c’erano ancora le cariatidi dell’ItalJuve (i vari Buffon, Bonucci, Chiellini, ecc.) e le cose non andarono meglio. Tra i convocati, 23 su 28 provengono da altre squadre e sono uno più mediocre dell’altro. È indubbio però che l’ossatura sia formata dalla squadra egemone in Serie A nell’ultimo lustro, che ne determina le caratteristiche, lo spirito, persino il modulo: è fisiologico per certi versi che sia così (Spalletti agli ultimi Europei provò a fare di testa sua, mettendo tutti fuori ruolo, e si è visto il risultato), però significa anche affidarsi completamente a questo blocco. Il problema è che il gruppo nerazzurro non dà nessuna garanzia in vista dei playoff Mondiali, e quanto sta accadendo in Serie A lo dimostra. La definizione di “perdenti” è forse un po’ ingenerosa per giocatori che hanno fatto due finali di Champions in tre anni, battendo corazzate come Bayern e Barcellona in un panorama ormai proibitivo per le italiane (ce ne siamo accorti quest’anno), e vinto comunque due scudetti (anche se nel primo erano ancora telecomandati da Antonio Conte…). Magari vinceranno anche il prossimo, perché la classifica rimane favorevole nonostante la frenata delle ultime giornate. Il punto però è che con un vantaggio di 10 e addirittura 14 punti sulle inseguitrici non avrebbero dovuto nemmeno pensare di poterlo perdere. L’Inter è una squadra fragile, che in campo ha paura della propria ombra: sembrava aver superato il trauma degli zero titoli dello scorso anno, ma in realtà se lo porterà sempre con sé perché certi dolori non si dimenticano. E in questo sono proprio gli italiani, i leader tecnici ed emotivi di questa squadra, i più compromessi: non sono dei fenomeni, funzionano solo in un preciso meccanismo tattico (quello creato da Simone Inzaghi, che Chivu era riuscito solo temporaneamente a rivitalizzare nella prima parte della stagione) e non hanno nemmeno un cuor di leone. L’involuzione di Barella pare irreversibile, Bastoni dall’episodio di Juve-Inter non è stato più lo stesso. C’è anche, evidentemente, un tema fisico, perché la squadra è di nuovo arrivata cotta nel momento decisivo di stagione, e il più spompato di tutti è proprio Dimarco, tornato ad avere un’autonomia di un tempo scarso a partita. L’unico che sembra ribellarsi al copione è Pio Esposito, che infatti non appartiene al gruppo storico, non ne condivide le ferite, ha dalla sua l’incoscienza e l’energia dei 20 anni. Però nemmeno si può scaricare tutta questa pressione sulle spalle di un ragazzino. Vale per l’Inter, e di conseguenza per l’ItalInter. C’è anche pizzico di sfortuna nelle tempistiche. Perché se queste due partite fossero capitate in un altro momento in cui l’Inter volava, probabilmente le premesse sarebbero state diverse. Invece questi playoff ricordano sinistramente la sfida in Norvegia nel giugno 2025, partita a cui l’Italia arrivò dopo la disfatta dell’Inter in finale di Champions, incassando un sonoro 3-0 che ha compromesso l’intero girone di qualificazione. Onestamente, pensare di giocarci la partita della vita con questi giocatori, in questo stato di forma fisico e mentale, fa venire i brividi. Gattuso dovrebbe esserne consapevole. Ma d’altra parte, che alternative ha? Questo passa il convento, l’ItalInter è comunque la miglior nazionale, l’unica possibile. Con tutti i suoi limiti, speriamo basti almeno per battere Irlanda del Nord e Galles. X: @lVendemiale L'articolo Nazionale, attento Gattuso: il blocco Inter non sa reggere la pressione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I soldi aiutano ma non fanno la felicità: perché il Como in Champions sarebbe davvero una favola
Ma quale favola: con i soldi son bravi tutti a fare calcio! Uno degli argomenti più sentiti e inflazionati sul Como, che tende a sminuire lo straordinario campionato della squadra di Fabregas, fa capire quanto sia retrogrado e stantio il dibattito calcistico italiano, refrattario ad ogni novità, invidioso delle buone idee. Perché la storia del Como dimostra che anche nel calcio i soldi non fanno la felicità. Poi, certo, aiutano. Se la stagione finisse oggi, i lariani sarebbero in Champions League. Al momento occupano la quarta posizione, hanno un punto di vantaggio sulla Juventus, tre sulla Roma che soltanto un paio di giornate fa si giocava il match point e dopo quell’errore come previsto è scivolata indietro, le altre praticamente sono tagliate fuori. Incredibile se consideriamo che questa squadra soltanto due anni fa era in Serie B, cinque anni fa addirittura in C, e mancava nella massima serie da oltre due decenni. Ok, il Come non si può definire in senso stretto una favola: parliamo di un club che ha come presidente uno degli uomini più ricchi al mondo. La famiglia Hartono ha investito oltre 300 milioni nella società, con un passivo superiore ai 100 soltanto nell’ultimo bilancio. Senza una proprietà bilionaria e una disponibilità quasi illimitata nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile. Però poi questo Como è anche tanto altro. Il termine migliore per definirlo è progetto. Dietro l’ascesa repentina ci sono idee tattiche precise, scouting, un metodo di calcio moderno e innovativo insomma. Fabregas è stato sminuito, a tratti persino sbeffeggiato per la sua natura “giochista”, però ha costruito una squadra in grado di fare un calcio divertente e soprattutto efficace: ha battuto Roma, Juve, Napoli, fermato il Milan (e certo non si può dire che abbia una rosa dello stesso livello); rifilato lezioni severe a Allegri, Spalletti, Gasperini, quelli che consideriamo i mamma santissima della panchina italiana. La sua impronta è evidente, dentro e fuori dal campo. Si è parlato dei soldi spesi sul mercato, che sono tanti per carità, però il Como non ha mai pagato 40 o 50 milioni per un calciatore, come fatto in anni recenti dalle varie big del campionato: senza considerare la stella Nico Paz e il difensore Ramon arrivati a condizioni particolari grazie al canale privilegiato col Real Madrid, l’acquisto più caro è stato Jesus Rodriguez, 22 milioni dal Siviglia, Kuhn (per altro fin qui poco impiegato), Baturina, Perrone sotto costati meno di 20. Talenti che a quelle cifre erano alla portata di almeno 6-7 squadre in Serie A. Potevano prenderli quasi tutti, invece li hanno presi loro. E poi l’ossatura della squadra è fatta anche dai vari Butez (2 milioni), Smolcic (1,5), Da Cunha (appena 400mila euro); capitan Vojvoda era uno scarto del Torino prima di rinascere alla corte di Fabregas. Sono tutti giocatori che gli altri evidentemente non sanno cercare. E probabilmente non sarebbero nemmeno in grado di aspettare e far crescere. Perché se Inter, Milan o Juve prendessero nomi del calibro di Diao o Douvikas, la piazza storcerebbe il naso. E se i nuovi acquisti passassero mesi in panchina per una fase di adattamento fisiologica per un giovane arrivato da una realtà completamente diversa – com’è successo ad esempio a Baturina che oggi invece è uno dei protagonisti -, verrebbero già bollati come bidoni e rispediti al mittente. Prendere i giocatori giusti, funzionali al progetto, coltivare il talento e inserirli in un meccanismo che funziona a memoria, in cui si preferisce l’attacco alla difesa, il talento alla rendita, il ritmo al posizionamento. Questo è esattamente il modello verso cui il calcio italiano dovrebbe andare, che ha permesso di spendere bene i soldi (tanti) a disposizione. Cosa che non vale per tante altre società di Serie A. La prossima sfida per i lariani è l’Europa, intesa innanzitutto come qualificazione: guardando il calendario, e considerando l’attitudine a giocare sotto pressione, Juventus e Roma rimangono favorite per il quarto posto. E poi anche proprio come partecipazione: per il doppio impegno che una eventuale coppa porterebbe, ma anche per i paletti del fair-play finanziario della Uefa che la proprietà, fin qui abituata a spendere senza freni, sarebbe costretta a rispettare. Paradossalmente, proprio il salto diretto in Champions risolverebbe il problema, perché i ricavi raddoppierebbero il fatturato (oggi di soli 55 milioni), rendendo sostenibile il bilancio. Ma comunque, dal nuovo stadio al player trading, ci sono altri strumenti a disposizione: Fabregas &C. non si faranno trovare impreparati. Perché quello è un progetto. Poi se alla fine il Como dovesse davvero arrivare davanti a corazzate come Juventus e Roma, allora sarebbe pure una favola. X: @lVendemiale L'articolo I soldi aiutano ma non fanno la felicità: perché il Como in Champions sarebbe davvero una favola proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Segnali di crisi della Marotta League: il rigorino non dato all’Inter smonta la teoria del complotto
Minuto 94’ della sfida scudetto. Una palla che vaga in area di rigore. Un braccio che si allarga in maniera incongrua rispetto al corpo. Il tocco netto, magari ininfluente per l’azione, ma impossibile da non vedere al Var. Insomma, l’occasione ideale per la Marotta League di indirizzare il derby di Milano e l’intero campionato, in questo caso senza nemmeno destare troppi sospetti visto che nessuno avrebbe potuto dire nulla contro l’eventuale rigore. Solo che la Marotta League, semplicemente, non esiste. O quantomeno sta perdendo colpi. L’epilogo concitato di Milan-Inter, con i nerazzurri che si sentono penalizzati dalla scelta di Doveri &C. (peggio di lui, il Var Abisso), smonta una volta per tutte l’assurdo teorema del gran burattinaio Marotta. Talmente potente da aver già perso l’anno scorso uno scudetto all’ultima giornata per un paio d’episodi controversi (curiosamente, il famoso penalty fischiato a Bisseck in Inter–Lazio somiglia tanto al mani di Ricci), e oggi da rimettere in discussone più o meno allo stesso modo un campionato già vinto. Cose che non succedevano neanche per sbaglio ai tempi d’oro di Calciopoli. La malafede nel calcio italiano, per fortuna, non esiste più. Le cause dell’ennesima polemica, che rovina il già modesto spettacolo del nostro campionato (la partita regina, Milan-Inter, è stata di una pochezza rara), vanno ricercate altrove. Nella classe arbitrale, scarsa e destabilizzata, diretta da Rocchi, che manca completamente di omogeneità e chiarezza interpretativa, con episodi simili giudicati in maniera opposta. Chissà, forse anche un po’ nel polverone sollevato da Inter-Juve e dal caso Bastoni, questo genere di situazioni ha sempre un rimbalzo. Di sicuro, e per paradosso, nella designazione di Doveri, l’arbitro migliore che abbiamo, designato come garanzia della regolarità del derby: e invece proprio per questo il Var, che tante volte si è intromesso in maniera pedante e invasiva, stavolta non se l’è sentita di correggere il numero uno, affidandosi al suo giudizio di campo (che però in questo caso era sbagliato, o meglio era proprio mancato, visto che Doveri era coperto e molto probabilmente non ha potuto valutare il tocco di Ricci, quindi avrebbe dovuto essere richiamato al monitor per poi decidere liberamente). State pur certi che con qualsiasi altro arbitro, il Var sarebbe intervenuto e probabilmente avremmo avuto un rigore. Anzi, un rigorino. Perché poi, se guardiamo lo spirito del gioco, non c’è dubbio che sia più giusto così. Che una partita, un campionato o una coppa non dovrebbero essere decisi da un rimbalzo su un braccio (oggi Ricci, ieri Bisseck in Inter-Lazio e il famoso mani di Taylor in Siviglia-Roma i primi episodi che vengono in mente). A volte non sono stati fischiati, molto più spesso sì. Le recriminazioni dei nerazzurri sono comprensibili ma non spostano di una virgola la prestazione imbarazzante fornita nel derby: l’ennesimo scontro diretto perso dimostra l’inconsistenza caratteriale di questa squadra. L’Inter non avrebbe meritato il pareggio, e ha perso anche perché sfavorita. Almeno adesso la smetteremo con la storia della Marotta League. Forse X: @lVendemiale L'articolo Segnali di crisi della Marotta League: il rigorino non dato all’Inter smonta la teoria del complotto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Atalanta, ecco la prova: gli applausi e la gloria non bastano, le italiane non possono più permettersi le coppe
Belli gli applausi. Ma la gloria nelle coppe non basta, purtroppo. Prendiamo l’Atalanta: in settimana era stata protagonista di una rimonta storica contro il Borussia Dortmund, che rimarrà negli annali. Di gran lunga la miglior prestazione italiana in Europa quest’anno. Ma cosa le è rimasto di questo capolavoro. Tanti complimenti, sicuramente. Anche un po’ di soldini: nel ricco formato della nuova Champions, il passaggio del turno frutta un bonus di 11 milioni, a cui aggiungere un altro milioncino per l’incasso della prossima gara casalinga. Però a che prezzo: sono molti di più i soldi a cui la Dea rischia ora di dover rinunciare. Il contraccolpo infatti è stato immediato: la squadra ha pagato le fatiche fisiche e forse ancor più mentali in campionato, perdendo addirittura in superiorità numerica contro il Sassuolo. Una sconfitta sanguinosa, che interrompe la striscia di nove risultati utili, in una giornata favorevole visto il pareggio tra Roma e Juventus. L’Atalanta avrebbe potuto ulteriormente accorciare le distanze dal preziosissimo quarto posto e invece scivola a meno sei, in maniera quasi definitiva. L’impresa col Borussia è stata epica, però in Europa la corsa probabilmente si fermerà agli ottavi (quel lato di tabellone pare proibitivo), mentre costerà caro in campionato. Nel momento cruciale, la squadra di Palladino si ritroverà con due gare in più da giocare contro il Bayern Monaco (a cui va aggiunta pure la semifinale di Coppa Italia), che bruceranno inevitabilmente energie preziose per una rimonta in classifica già di per sé complicata vista la partenza ad handicap con Juric. Discorso simile, ma solo con risultato diverso e non a caso, per la Juventus. Anche i bianconeri, sfibrati dallo sforzo titanico in settimana col Galatasaray, sono stati in balia della Roma per quasi 75 minuti. Sono riusciti a salvarsi al 90’, innanzitutto per demeriti altrui (la banda di Gasperini ha letteralmente buttato una vittoria decisiva), e forse anche perché l’eliminazione in Champions, a differenza dell’Atalanta, aveva lasciato rabbia e non appagamento, quantomeno le forze mentali per reagire alla difficoltà. Non cambia di molto la sostanza. La verità è che oggi le coppe sono un lusso che tante squadre in generale, e le italiane in particolare, non possono più permettersi. O sei una corazzata. O giochi un campionato poco competitivo. Oppure il doppio impegno si rivela insostenibile alla lunga, specialmente in un torneo molto livellato come la Serie A. Gli sforzi settimanali possono portare via anche una decina di punti che a meno di vantaggi in classifica abissali e sempre più rari si rivelano alla fine decisivi, qualsiasi sia l’obiettivo. Che si tratti dello scudetto – l’Inter ne sa qualcosa, e infatti l’impressione è che si sia fatta eliminare quasi scientemente anzitempo dalla Champions, per non rischiare il bis dello scorso anno –, o anche solo del quarto posto. In quest’ultimo caso, poi, il paradosso – uno dei tanti del calcio moderno – è che sono le stesse coppe a disincentivare a giocare le coppe, perché per una società arrivare in Champions (e garantirsene i ricavi) è molto più importante di essere competitivi nella coppa a cui ci si è qualificati. Il prossimo esempio lo avremo presto con la Roma. Che all’Olimpico ha sprecato un match point contro la Juventus e adesso dovrà rituffarsi nell’Europa League: un trofeo prestigioso che rappresenterebbe il punto più alto della storia del club a livello internazionale (la Conference meglio non considerarla). E che i giallorossi hanno tutto per vincere, se non sono i favoriti poco ci manca. Però si ritroveranno a giocarsela con la Juve (e forse pure il Como) alle calcagna e il quarto posto mai così a portata di mano: un obiettivo vitale che la proprietà insegue da anni e non può fallire ancora. Contro un avversario, il Bologna agli ottavi, che invece non ha più molto da chiedere al campionato e potrà concentrarsi interamente sulla doppia sfida. Anche lì ci sarà una scelta da fare: puntare a tutto col rischio di non ottenere nulla, o rinunciare a qualcosa. Alla fine da noi contano i risultati, e pazienza per i complimenti. Anche perché poi in Italia (vedi il trattamento riservato all’Inter di Simone Inzaghi) spesso non arrivano manco quelli. X: @lVendemiale L'articolo Atalanta, ecco la prova: gli applausi e la gloria non bastano, le italiane non possono più permettersi le coppe proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Inter-Juve, un calcio ai nostalgici: è la dimostrazione che serve più Var e non meno Var
Adesso forse ve lo ricordate com’era il calcio di una volta, in cui tante partite sono state falsate, altrettanti campionati indirizzati da sviste arbitrali, decisioni apparse subito a tutti ingiuste eppure ormai irrimediabili perché non c’era uno strumento che le potesse correggere. Inter–Juve, con l’espulsione di Kalulu, la simulazione di Bastoni e la svista di La Penna, al di là delle polemiche come sempre ingigantite quando c’è di mezzo il derby d’Italia, è stata soprattutto un salutare salto nel passato. È sempre così, ci accorgiamo che una cosa ci manca solo quando la perdiamo. In questo caso, il Var: che tanti criticano, qualcuno vorrebbe addirittura abolire, poi però alla prima occasione in cui non è disponibile tutti a piangere. Sul match di San Siro è stato detto tutto e più di tutto, forse persino troppo. Hanno ragione i tifosi della Juventus – e pure quelli delle altre rivali dell’Inter – a sentirsi penalizzati. In parte, ha ragione anche Chivu quando ricorda che Kalulu è stato molto ingenuo a mettere una mano su un avversario in ripartenza, da ammonito si è preso un rischio che non avrebbe dovuto, anche se ciò ovviamente non cambia l’errore. Non c’è dubbio che la topica dell’arbitro La Penna, tratto in inganno dalla dinamica e dalla simulazione di Bastoni, abbia condizionato la partita, c’è chi dice persino il campionato (per quanto possa farlo un singolo episodio ad ancora 13 giornate dalla fine). Stavolta però non ci sono troppi sospetti o retropensieri, perché non c’è dubbio che se avesse potuto rivedere l’azione il direttore di gara sarebbe tornato subito sui suoi passi: qui si è trattato semplicemente della valutazione affrettata di un arbitro mediocre (a proposito, prima o poi il designatore Rocchi dovrà spiegare anche perché ha scelto La Penna e non un nome più quotato, invece di prendersela con i calciatori…), che non avuto la bravura di riconoscere la simulazione in un contatto che in presa diretta sembrava a tutti fallo. Una semplice svista, su cui è innescato un baco regolamentare, ovvero l’impossibilità (perché il protocollo non lo prevede in caso di seconda ammonizione) di rivolgersi al Var. Rimane il peso specifico dell’errore, altissimo perché arrivato proprio nel derby d’Italia, la partita delle partite che trabocca di storia e risentimenti, per giunta decisiva nella corsa scudetto. Ma se vogliamo è molto meno grave di altri casi – e ce ne sono stati tanti, in questa stagione e nelle precedenti – in cui abbiamo visto arbitri negare l’evidenza di fronte al video o persino mentire in mondo visione pur di avallare fischi inspiegabili. È assurdo che in un calcio che ormai controlla pure le unghie poi non si possa intervenire per correggere un errore marchiano. È chiaramente una falla, che ad essere onesti non dipende nemmeno dagli arbitri italiani o dalla Figc ma da organismi internazionali, e che infatti verrà sanata a breve (manco a farlo apposta già nella prossima riunione l’Ifab dovrebbe includere la doppia ammonizione nel protocollo Var, in modo che sia applicabile probabilmente già al Mondiale in estate). Ma proprio per questo Inter-Juve ci ha ricordato come non si possa più fare a meno del Var: un bel monito per i nostalgici che predicano il ritorno all’antico e altre bestialità del genere. La tecnologia è imprescindibile: sabato, se fosse stata disponibile, avrebbe salvato la gara, come lo ha fatto in tante occasioni simili. Poi per carità anche il Var ha i suoi problemi: ci sono alcune derive perniciose, come la tendenza a vivisezionare ogni azione fotogramma per fotogramma, smarrendo a volte lo spirito del gioco, oppure la remissività degli arbitri che se chiamati al monitor si sentono sempre in dovere di cambiare la decisione. Ma questi sono difetti collaterali, correttivi da adottare necessari per andare avanti: perché indietro, invece, c’è il calcio di una volta, quello che si è rivisto per un attimo a San Siro, dove l’incompetenza degli arbitri ha condizionato molte più partite e campionati. Se a qualcosa è servita Inter-Juve, è a dimostrare a tutti che ci vuole più Var. E non meno Var. X: @lVendemiale L'articolo Inter-Juve, un calcio ai nostalgici: è la dimostrazione che serve più Var e non meno Var proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il portiere deve correre al bagno: l’arbitro mosso a compassione sospende la partita, tra le risate | Domeniche Bestiali
“Impedimento oggettivo”, lungi da noi invocare il burocratese dell’elite pallonara per il mondo sostanzioso e sostanziale delle Domeniche Bestiali. Tuttavia solo come concetto l’impedimento oggettivo diventa parte integrante di questo mondo: ad esempio, se c’è da andare in bagno e bisogna lasciare il proprio posto in campo…e viceversa, perché sì, nelle Domeniche Bestiali c’è sempre un viceversa. Oppure, metti che correndo sulla tua fascia di competenza ti ritrovi un bidone dell’immondizia, o uno step on foot…anche quando sei l’arbitro: ecco che gli impedimenti oggettivi si palesano aggiungendo bestialità. IL BIDONE, SEMPRE LUI Già, da quando Gigi Buffon sdoganò il bidone della spazzatura rendendolo parte integrante del mondo pallonaro, in perenne associazione al mondo arbitrale, gli episodi in cui veri bidoni entrano in resoconti calcistici si moltiplicano. Tipo quello che arriva da Brusciano, società di Promozione Campania, multata di 600 euro perché “Propri sostenitori: al min. 1′ del primo tempo facevano esplodere un petardo di grosse dimensioni nel campo per destinazione; nei primi minuti del secondo tempo, come relazionato dall’AA2, gettavano petardi, fumogeni ed una bottiglia d’acqua in campo. Inoltre, lanciavano sulla fascia di competenza dell’AA2, un bidone dei rifiuti e tentavano di attingerlo con sputi. Infine, insultavano l’AA2 e lo toccavano volontariamente in testa con la bandiera”. STEP ON FOOT Altro concetto con cui ahinoi ci siamo ritrovati a fare i conti troppo spesso: lo step on foot, tradotto, il pestone. È rigore o non è rigore? Fallo o non fallo. E se poi al solito, nelle Domeniche Bestiali rivoluzioniamo il tutto, con l’allenatore che fa step on foot sull’arbitro? È accaduto in Prima Categoria Lazio, con l’allenatore del Campo di Carne squalificato fino al 2028, tra le altre cose perchè: “rientrava sul terreno di gioco, protestando e nel contempo, avvicinava l’Arbitro e gli calpestava con violenza entrambi i piedi. All’invito a fare attenzione su cosa stava facendo, l’Antonelli persisteva nel suo comportamento, aumentando maggiormente la pressione sui piedi del Direttore di gara, il quale accusava forte dolore, e gli rivolgeva espressione minacciosa”. MOMENTO DEL BISOGNO Lasciare il proprio posto per andare in bagno. Già, è accaduto in Brasile, dove il portiere del Cruzeiro, Cassio Ramos, a un certo punto della gara contro il Bètim ha iniziato ad avvertire crampi alla pancia, ha chiesto all’arbitro dunque di fermare il gioco per andare in bagno: permesso accordato, partita sospesa, con Cassio che per circa tre minuti è stato fuori…riaccolto dai sorrisi dei compagni e del pubblico per l’originalità del momento. …E VICEVERSA Già, come dicevamo, nelle Domeniche Bestiali un determinato fatto può assumere i contorni opposti. Se in Brasile il portiere ha dovuto lasciare il suo posto in campo per andare in bagno il percorso opposto lo ha fatto il protagonista di questo capitoletto al Camp Nou di Barcellona: un topo. Già, il nuovissimo stadio ha visto in tribuna il muride, forse scocciato dall’acquazzone che si era abbattuto sullo stadio prima della gara contro il Copenaghen. Per lui, a differenza che per Cassio in Brasile, nessun sorriso e nessun coro. L'articolo Il portiere deve correre al bagno: l’arbitro mosso a compassione sospende la partita, tra le risate | Domeniche Bestiali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Doveva tornare alla Juve: il rimpianto di Antonio Conte (e forse pure di De Laurentiis)
Almeno una volta gli sarà passato per la testa, mentre il suo (?) Napoli affondava malamente contro quella che un tempo era stata davvero la sua Juventus, e la curva bianconera lo prendeva in giro, dedicandogli il solito coro di sempre, ma stavolta di scherno e non d’amore. Chi gliel’ha fatto fare? Antonio Conte doveva tornare a Torino. Juventus-Napoli è stato uno snodo importante del campionato, e non soltanto per il risultato, che ha tagliato fuori – forse in maniera definitiva – i campioni d’Italia dalla corsa scudetto, risucchiandoli pericolosamente in quella per il quarto posto, dove in quattro (Napoli, Juve, Roma e forse persino il Como) si giocheranno i due slot in Champions a disposizione alle spalle delle milanesi. Ancora più suggestivo gli incroci di personaggi, sentimenti, storie di vita. Luciano Spalletti che seduto sulla panchina della Juve col tatuaggio del Napoli sul braccio – già questo un ossimoro – si è preso lo sfizio di togliersi la rivincita contro tutto l’ambiente (presidente, calciatori, tifosi), che gli avevano dedicato pensieri non proprio carini dopo il burrascoso addio post scudetto. E poi Conte, appunto, da avversario nel suo stadio, sconsolato e quasi umiliato, alla guida di una squadra irriconoscibile, che pare averlo già rigettato. Inevitabile tornare alla sliding door della scorsa estate, che avrebbe potuto cambiare le loro storie e quella della Serie A. La Juventus ha inseguito per settimane Conte, che sembrava pronto al ritorno: poi il tecnico si è lasciato convincere da De Laurentiis e ha scelto di rimanere a Napoli, lasciando col cerino in mano i bianconeri, che si sono ritrovati a confermare Tudor per mancanza di alternative, compromettendo l’ennesima stagione. Col senno di poi, facile dire che la scelta è stata sbagliata. Attenzione, non perché Napoli oggi valga meno di Torino come piazza, anzi: la squadra è più forte, il bilancio più solido, le prospettive di investimento maggiori come ha dimostrato anche l’ultimo mercato, benché i 200 milioni messi sul piatto da De Laurentiis siano stati letteralmente dilapidati su giocatori che apparivano da subito inadeguati (ma questo è un altro discorso). Conte ha sbagliato a non tornare alla Juve perché lì avrebbe potuto fare l’unica cosa che sa fare bene veramente. Trovare una squadra ridotta in macerie e ricostruirla. Partire da sfavorito, senza pressioni o obblighi di ben figurare nelle coppe (lì nessuno gli avrebbe detto nulla se avesse collezionato appena due vittorie su sette partite in Champions). Poter usare ed abusare la stucchevole retorica della squadra che sta facendo “qualcosa di straordinario”, “degli altri che sono obbligati a vincere mentre noi siamo lì solo per dar fastidio”, ecc. ecc.. Rimanendo a Napoli, invece, è stato costretto a confrontarsi con le responsabilità a cui qualsiasi manager moderno deve far fronte: le indicazioni sul mercato, le fatiche nelle coppe, la gestione di una rosa allargata. E sono emersi tutti i suoi limiti. A dicembre il Napoli sembrava essere rinato, poi a San Siro nello scontro diretto contro l’Inter ha giocato la miglior partita stagionale,rilanciando la sua candidatura per il titolo. Ma appena sono ricominciati gli impegni infrasettimanali, è sprofondato fra infortuni (che non sono mai solo casuali) e prestazioni inadeguate. Tanto che adesso la stagione rischia di trasformarsi in un fallimento, se non riuscirà a inventarsi qualcosa per dare una sterzata alla squadra. Conte alla Juve avrebbe risolto i problemi di tutti. Dei bianconeri, che hanno compromesso un’altra stagione, ma ora finalmente hanno trovato un nuovo riferimento in Spalletti. Di Conte, ovviamente. E del Napoli, che sarebbe potuto ripartire con un altro tecnico. Questo è il rimpianto di Conte. E forse pure di De Laurentiis. X: @lVendemiale L'articolo Doveva tornare alla Juve: il rimpianto di Antonio Conte (e forse pure di De Laurentiis) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Rocco Commisso e i vuoti che lascia: adesso la Fiorentina è rimasta orfana, ma anche un po’ la Serie A
Se n’è andato da lontano, nella sua America, con l’omaggio dei tifosi che alla fine gli hanno voluto davvero bene, e un regalo sul campo anche della squadra, che l’aveva fatto soffrire di recente. Con l’addio di Rocco Commisso si capiscono tante cose della Fiorentina, che prima non si potevano raccontare apertamente, per rispetto della persona e di dati medici sensibili. Le sue condizioni erano ormai note da tempo nell’ambiente, si sapeva che non sarebbe più tornato in Italia. Questo distacco è stato un fattore probabilmente decisivo nel tracollo della squadra: già dopo la morte di Joe Barone, il braccio operativo di Commisso, il club era rimasto senza la figura di riferimento a livello gestionale; la lontananza anche del proprietario, ormai impossibilitato a seguire da vicino la sua creatura, ha fatto il resto. La Fiorentina negli ultimi tempi aveva dato proprio l’impressione di essere una barca alla deriva, senza più timoniere. Magari l’affetto per il presidente scomparso contribuirà a destare la squadra, che già aveva dato segnali di risveglio nelle ultime giornate, e dare la sterzata definitiva al campionato, come si è visto anche a Bologna. Metabolizzato il lutto, però, il difficile per la Fiorentina verrà adesso. A prescindere dalla salvezza ancora da conquistare in questa disgraziata stagione (anche se la classifica si è aggiustata non bisogna dare nulla per scontato), il futuro viola oggi è un’incognita. La Fiorentina era la passione personale di Rocco. Complicato immaginare che la famiglia possa raccoglierne l’eredità, che gli amministratori riescano a trovarle una collocazione all’interno dell’impero Mediacom. Più verosimile che il club finisca in vendita, come già avevano raccontato a più riprese indiscrezioni fin qui sempre smentite dalla proprietà (addirittura si dice fosse già stato conferito il mandato a un legale che segue la società nelle sue vicende calcistiche). In questo senso, cruciale sarà la figura di Fabio Paratici, l’uomo forte di cui il club aveva bisogno da tempo. Paratici è sicuramente un manager apicale, ma è reduce dalla squalifica per il noto scandalo plusvalenze della Juve (non proprio la migliore delle referenze) e non ha fatto benissimo anche al Tottenham. A Firenze devono sperare nel suo rilancio per attraversare questa fase di transizione, in cui non è detto che la proprietà continui a garantire lo stesso apporto economico di quando c’era Commisso. Bisognerà capire le intenzioni della famiglia e, eventualmente, mettersi alla ricerca di un acquirente serio. Operazione non banale per una squadra italiana. A maggior ragione una squadra che non ha e a questo punto non avrà mai – visto come sono andate le cose per il Franchi – uno stadio di proprietà, la prospettiva di business che più interessa gli investitori stranieri nel pallone (c’è il Viola Park, altro gioiellino creato da Commisso, ma non è la stessa cosa). A Firenze – come tutti – sognano gli arabi o lo sceicco di turno, ma è più facile che al club possano interessarsi fondi speculativi nella migliore delle ipotesi, faccendieri o opportunisti nella peggiore. Insomma non sarà così semplice trovare un nuovo patron. Soprattutto trovarne uno all’altezza di Commisso. Perché Commisso, a suo modo, è stato un grande presidente. I tifosi ogni tanto gli hanno riservato anche delle critiche, per qualche cessione di troppo e mercati non sempre all’altezza delle ambizioni forse un po’ esagerate della piazza. Sicuramente ha raccolto meno di quanto seminato, ma non si può dire che si sia risparmiato (recentemente La Gazzetta dello Sport aveva quantificato in circa mezzo miliardo l’investimento complessivo nel club), e comunque ha raggiunto due finali di Conference e una di Coppa Italia, è mancato giusto un trofeo che avrebbe meritato. Anche per il calcio italiano è stato una ventata, o meglio un ciclone d’aria fresca: un presidente vecchio stampo e profondamente innovativo al contempo. Ha ricordato alla Serie A i patron sanguigni, quelli che ci mettono la faccia e pure il proprio portafoglio, in un’epoca di proprietà distanti e invisibili, con sempre più squadre gestite da manager asettici, più o meno capaci. Seppur con modi non sempre ortodossi, le sue crociate contro la burocrazia italica, i furbetti del quartierino e la politica del pallone, persino certa stampa sportiva, sono state largamente condivisibili. Commisso mancherà tanto alla Fiorentina. E un po’ anche alla Serie A. X: @lVendemiale L'articolo Rocco Commisso e i vuoti che lascia: adesso la Fiorentina è rimasta orfana, ma anche un po’ la Serie A proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fiorentina
Si veste da idraulico e finge di riparare i bagni: il trucco del tifoso che è riuscito a entrare gratis allo stadio | Domeniche Bestiali
Capacità, ci vogliono le capacità. Nel pallone vero basta quella di calciare discretamente, o quella di correre, forse di più oggi. Nelle domeniche bestiali invece devi industriarti e fare un po’ di tutto: non solo il tifoso, ad esempio, ma pure il bartender e dosare bene il ghiaccio, che pure sugli spalti può sempre servire, o magari in categorie e zone più rustiche lasciar perdere mixer e pestelli ed essere esperti di essenze tipiche locali. Cari vecchi mestieri manuali dunque, sì barista (magari con due r) o bartender, ma vuoi mettere saper fare l’idraulico invece? E pure per gli arbitri, mica si può solo conoscere a memoria il regolamento? Servono acrobazie, break dance, roba alla Neo di Matrix… NEO Chi di voi non ricorda la scena dei proiettili con Keanu Reeves che scansa le traiettorie assumendo le pose più improbabili nello svolazzare del suo impermeabile nero? Ecco, togliete Neo dalla scena e inseriteci un arbitro delle categorie minori italiane, poi togliete i proiettili e metteteci gli sputi e il gioco è fatto. Matrix però è costato bei soldini, questo scenario 150 euro di multa al Panchina Calcio, società di Prima Categoria Ligure: “Per la condotta di un tifoso il quale rivolgeva espressioni minacciose ed ingiuriose nei confronti del ddg, quindi a fine gara tentava di colpirlo con uno sputo senza riuscirci per l’abilità del ddg medesimo”. Chissà se l’arbitro si chiamasse Signor Anderson. SUPER MARIO Che faceva nella vita Super Mario? L‘idraulico. Ebbene sì, quel mestiere è un passepartout per supereroi, tifosi e non solo. Per quanto attiene ai tifosi e tralasciando il non solo, ecco che una dimostrazione arriva da Aberdeen: un tifoso dei Rangers ha finto, con tanto di attrezzatura e divisa, di essere un idraulico lì per riparare bagni. Ci si è nascosto dentro e poi all’arrivo dei suoi compari si è confuso con loro per gustarsi la gara nel settore ospiti. MOJITO Cocktail ormai universale e desiderabile in ogni frangente, anche in pieno inverno, anche sui campi delle categorie inferiori, anche a domicilio. Racchiude un po’ tutte queste caratteristiche l’episodio accaduto ad Apice, società di Eccellenza Campania, multata di 80 euro perché: “per aver alcuni sostenitori della società Apice Calcio, nel corso del primo tempo di giuoco, colpito con acqua e ghiaccio l’AA2”. No, il concetto di “Mojito a volo” è stato travisato. TRADIZIONE E la risposta ai cocktail arriva dall’Abruzzo, con la pagina amica “Abruzzo Calcio Ignorante” che regala ancora una volta una chicca: durante la partita della squadra “Amatori Capelli” ecco sugli spalti comparire, forse a causa del freddo di Gennaio, una bellissima e rustica fiaschetta e due bicchierini di liquore: genziana, sì, e non a volo come il mojito di sopra, che rende il tutto molto bello. Foto da “Abruzzo Calcio Ignorante” L'articolo Si veste da idraulico e finge di riparare i bagni: il trucco del tifoso che è riuscito a entrare gratis allo stadio | Domeniche Bestiali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ti ricordi… Igor’ Netto, il calciatore russo diventato leggenda per il massimo gesto di fair play
“Hai giocato alla Netto“. Nel caso siate in Russia – o che vi capiti di sentirvelo dire da un russo, o da un appassionato del calcio di Mosca e dintorni, dopo una partitella tra amici – ebbene: è un grande complimento. Non significa soltanto che si è giocato bene. Significa che si è giocato giusto. Perché Igor’ Aleksandrovič Netto non è stato solo un grande centrocampista. È stato, prima ancora, un’idea di calcio. E forse anche un’idea di uomo. Netto, che non sa poi tanto di russo. Infatti Igor ha sangue italiano nelle vene: nasce sì, il 9 gennaio del 1930 a Mosca, ma la famiglia Netto è marchigiana, emigrata nel regno zarista alla fine del ‘700. Per le strade di Mosca si appassiona al calcio e all‘hockey, nel primo sport è davvero bravo: piede sinistro sublime, intelligenza fuori dal comune che gli permette di capire dove va il gioco, suo e degli avversari. Lo chiamano “L’oca”, per quel suo collo lungo e la sua postura particolare, anche se l’aspetto fisico passa in secondo piano quando lo si vede giocare: “Ruba i palloni con la testa, non con i piedi”, dicono di lui. Una capacità sviluppata anche grazie alla “korobka”, una sorta di calcio nello stretto che si giocava nei cortili di Mosca, dove di campi adatti a giocare all’epoca ce n’erano pochi. Quando il calcio diventa una cosa seria per lui, Netto sceglie lo Spartak quando scegliere lo Spartak non era comodo. In un calcio sovietico diviso per apparati – l’esercito, la polizia, i servizi – lo Spartak era la squadra del popolo. E Netto volle restarci sempre, rifiutando scorciatoie e protezioni. Anche questa, a modo suo, era una dichiarazione. Con la Russia vince le Olimpiadi a Melbourne nel ’56 e gli Europei in Francia nel ’60. L’episodio che lo ha consegnato alla leggenda arriva ai Mondiali. Una partita tesa, una di quelle in cui il risultato pesa come un macigno e ogni dettaglio può cambiare la storia. Un gol viene convalidato all’Unione Sovietica, ma qualcosa non torna: il pallone è entrato da un buco laterale della rete, non dalla porta. L’arbitro non se ne accorge. Tutti tacciono. Tutti, tranne uno. Netto, il capitano, si avvicina al direttore di gara e dice la verità. Quel gol non è regolare. Va annullato. Non è una posa, non è una morale esibita. È semplicemente il suo modo di stare al mondo. Il gol viene tolto, l’URSS rinuncia a un vantaggio prezioso e Netto diventa, da quel giorno, qualcosa di più di un calciatore: un caso di studio, un esempio tramandato nelle scuole sportive, un nome che si pronuncia quando si parla di fair play senza virgolette. Poi va dai suoi e dice: “Tanto la vinciamo lo stesso”, così fu. Lo vorrebbe il Real Madrid, ma non si può, non vuole il partito. Lascia il calcio nel ’66, subentra la depressione, spettri mostruosi che però vengono spazzati via ancora dal pallone: “Comandare è facile. Educare è difficile”, diceva. E infatti, finita la carriera, non cercò potere né ribalte. Preferì insegnare, formare, spiegare il gioco ai giovani. Non conservava trofei in casa. Non amava parlare di sé. Considerava il calcio un servizio, non un palcoscenico. È il primo allenatore sovietico ad uscire dai confini: nel 1967 a Cipro, poi diventa l’allenatore dell’Iran, poi del Panionios per finire con le giovanili della sua Spartak Mosca, dove resterà fino al 1990 quando l’Alzheimer gli renderà impossibile andare avanti. Resta un mito in patria: la sua immagine è stata anche trasmessa sugli schermi dello stadio prima di una partita di qualificazione della Russia a Euro 2016, quella decisiva contro la Svezia. Scorrono il volto di Netto, di Yashin e di altri campioni russi con lo slogan “Siate degni della nostra storia”. Resta un mito Netto, perché le reti, a volte, hanno dei buchi. E non sempre c’è un arbitro che se ne accorge. L'articolo Ti ricordi… Igor’ Netto, il calciatore russo diventato leggenda per il massimo gesto di fair play proviene da Il Fatto Quotidiano.
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