Almeno una volta gli sarà passato per la testa, mentre il suo (?) Napoli
affondava malamente contro quella che un tempo era stata davvero la sua
Juventus, e la curva bianconera lo prendeva in giro, dedicandogli il solito coro
di sempre, ma stavolta di scherno e non d’amore. Chi gliel’ha fatto fare?
Antonio Conte doveva tornare a Torino.
Juventus-Napoli è stato uno snodo importante del campionato, e non soltanto per
il risultato, che ha tagliato fuori – forse in maniera definitiva – i campioni
d’Italia dalla corsa scudetto, risucchiandoli pericolosamente in quella per il
quarto posto, dove in quattro (Napoli, Juve, Roma e forse persino il Como) si
giocheranno i due slot in Champions a disposizione alle spalle delle milanesi.
Ancora più suggestivo gli incroci di personaggi, sentimenti, storie di vita.
Luciano Spalletti che seduto sulla panchina della Juve col tatuaggio del Napoli
sul braccio – già questo un ossimoro – si è preso lo sfizio di togliersi la
rivincita contro tutto l’ambiente (presidente, calciatori, tifosi), che gli
avevano dedicato pensieri non proprio carini dopo il burrascoso addio post
scudetto. E poi Conte, appunto, da avversario nel suo stadio, sconsolato e quasi
umiliato, alla guida di una squadra irriconoscibile, che pare averlo già
rigettato.
Inevitabile tornare alla sliding door della scorsa estate, che avrebbe potuto
cambiare le loro storie e quella della Serie A. La Juventus ha inseguito per
settimane Conte, che sembrava pronto al ritorno: poi il tecnico si è lasciato
convincere da De Laurentiis e ha scelto di rimanere a Napoli, lasciando col
cerino in mano i bianconeri, che si sono ritrovati a confermare Tudor per
mancanza di alternative, compromettendo l’ennesima stagione. Col senno di poi,
facile dire che la scelta è stata sbagliata.
Attenzione, non perché Napoli oggi valga meno di Torino come piazza, anzi: la
squadra è più forte, il bilancio più solido, le prospettive di investimento
maggiori come ha dimostrato anche l’ultimo mercato, benché i 200 milioni messi
sul piatto da De Laurentiis siano stati letteralmente dilapidati su giocatori
che apparivano da subito inadeguati (ma questo è un altro discorso). Conte ha
sbagliato a non tornare alla Juve perché lì avrebbe potuto fare l’unica cosa che
sa fare bene veramente. Trovare una squadra ridotta in macerie e ricostruirla.
Partire da sfavorito, senza pressioni o obblighi di ben figurare nelle coppe (lì
nessuno gli avrebbe detto nulla se avesse collezionato appena due vittorie su
sette partite in Champions). Poter usare ed abusare la stucchevole retorica
della squadra che sta facendo “qualcosa di straordinario”, “degli altri che sono
obbligati a vincere mentre noi siamo lì solo per dar fastidio”, ecc. ecc..
Rimanendo a Napoli, invece, è stato costretto a confrontarsi con le
responsabilità a cui qualsiasi manager moderno deve far fronte: le indicazioni
sul mercato, le fatiche nelle coppe, la gestione di una rosa allargata. E sono
emersi tutti i suoi limiti. A dicembre il Napoli sembrava essere rinato, poi a
San Siro nello scontro diretto contro l’Inter ha giocato la miglior partita
stagionale,rilanciando la sua candidatura per il titolo. Ma appena sono
ricominciati gli impegni infrasettimanali, è sprofondato fra infortuni (che non
sono mai solo casuali) e prestazioni inadeguate. Tanto che adesso la stagione
rischia di trasformarsi in un fallimento, se non riuscirà a inventarsi qualcosa
per dare una sterzata alla squadra.
Conte alla Juve avrebbe risolto i problemi di tutti. Dei bianconeri, che hanno
compromesso un’altra stagione, ma ora finalmente hanno trovato un nuovo
riferimento in Spalletti. Di Conte, ovviamente. E del Napoli, che sarebbe potuto
ripartire con un altro tecnico. Questo è il rimpianto di Conte. E forse pure di
De Laurentiis.
X: @lVendemiale
L'articolo Doveva tornare alla Juve: il rimpianto di Antonio Conte (e forse pure
di De Laurentiis) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Se n’è andato da lontano, nella sua America, con l’omaggio dei tifosi che alla
fine gli hanno voluto davvero bene, e un regalo sul campo anche della squadra,
che l’aveva fatto soffrire di recente. Con l’addio di Rocco Commisso si
capiscono tante cose della Fiorentina, che prima non si potevano raccontare
apertamente, per rispetto della persona e di dati medici sensibili. Le sue
condizioni erano ormai note da tempo nell’ambiente, si sapeva che non sarebbe
più tornato in Italia. Questo distacco è stato un fattore probabilmente decisivo
nel tracollo della squadra: già dopo la morte di Joe Barone, il braccio
operativo di Commisso, il club era rimasto senza la figura di riferimento a
livello gestionale; la lontananza anche del proprietario, ormai impossibilitato
a seguire da vicino la sua creatura, ha fatto il resto. La Fiorentina negli
ultimi tempi aveva dato proprio l’impressione di essere una barca alla deriva,
senza più timoniere. Magari l’affetto per il presidente scomparso contribuirà a
destare la squadra, che già aveva dato segnali di risveglio nelle ultime
giornate, e dare la sterzata definitiva al campionato, come si è visto anche a
Bologna.
Metabolizzato il lutto, però, il difficile per la Fiorentina verrà adesso. A
prescindere dalla salvezza ancora da conquistare in questa disgraziata stagione
(anche se la classifica si è aggiustata non bisogna dare nulla per scontato), il
futuro viola oggi è un’incognita. La Fiorentina era la passione personale di
Rocco. Complicato immaginare che la famiglia possa raccoglierne l’eredità, che
gli amministratori riescano a trovarle una collocazione all’interno dell’impero
Mediacom. Più verosimile che il club finisca in vendita, come già avevano
raccontato a più riprese indiscrezioni fin qui sempre smentite dalla proprietà
(addirittura si dice fosse già stato conferito il mandato a un legale che segue
la società nelle sue vicende calcistiche).
In questo senso, cruciale sarà la figura di Fabio Paratici, l’uomo forte di cui
il club aveva bisogno da tempo. Paratici è sicuramente un manager apicale, ma è
reduce dalla squalifica per il noto scandalo plusvalenze della Juve (non proprio
la migliore delle referenze) e non ha fatto benissimo anche al Tottenham. A
Firenze devono sperare nel suo rilancio per attraversare questa fase di
transizione, in cui non è detto che la proprietà continui a garantire lo stesso
apporto economico di quando c’era Commisso. Bisognerà capire le intenzioni della
famiglia e, eventualmente, mettersi alla ricerca di un acquirente serio.
Operazione non banale per una squadra italiana. A maggior ragione una squadra
che non ha e a questo punto non avrà mai – visto come sono andate le cose per il
Franchi – uno stadio di proprietà, la prospettiva di business che più interessa
gli investitori stranieri nel pallone (c’è il Viola Park, altro gioiellino
creato da Commisso, ma non è la stessa cosa). A Firenze – come tutti – sognano
gli arabi o lo sceicco di turno, ma è più facile che al club possano
interessarsi fondi speculativi nella migliore delle ipotesi, faccendieri o
opportunisti nella peggiore. Insomma non sarà così semplice trovare un nuovo
patron. Soprattutto trovarne uno all’altezza di Commisso.
Perché Commisso, a suo modo, è stato un grande presidente. I tifosi ogni tanto
gli hanno riservato anche delle critiche, per qualche cessione di troppo e
mercati non sempre all’altezza delle ambizioni forse un po’ esagerate della
piazza. Sicuramente ha raccolto meno di quanto seminato, ma non si può dire che
si sia risparmiato (recentemente La Gazzetta dello Sport aveva quantificato in
circa mezzo miliardo l’investimento complessivo nel club), e comunque ha
raggiunto due finali di Conference e una di Coppa Italia, è mancato giusto un
trofeo che avrebbe meritato. Anche per il calcio italiano è stato una ventata, o
meglio un ciclone d’aria fresca: un presidente vecchio stampo e profondamente
innovativo al contempo. Ha ricordato alla Serie A i patron sanguigni, quelli che
ci mettono la faccia e pure il proprio portafoglio, in un’epoca di proprietà
distanti e invisibili, con sempre più squadre gestite da manager asettici, più o
meno capaci. Seppur con modi non sempre ortodossi, le sue crociate contro la
burocrazia italica, i furbetti del quartierino e la politica del pallone,
persino certa stampa sportiva, sono state largamente condivisibili. Commisso
mancherà tanto alla Fiorentina. E un po’ anche alla Serie A.
X: @lVendemiale
L'articolo Rocco Commisso e i vuoti che lascia: adesso la Fiorentina è rimasta
orfana, ma anche un po’ la Serie A proviene da Il Fatto Quotidiano.
Capacità, ci vogliono le capacità. Nel pallone vero basta quella di calciare
discretamente, o quella di correre, forse di più oggi. Nelle domeniche bestiali
invece devi industriarti e fare un po’ di tutto: non solo il tifoso, ad esempio,
ma pure il bartender e dosare bene il ghiaccio, che pure sugli spalti può sempre
servire, o magari in categorie e zone più rustiche lasciar perdere mixer e
pestelli ed essere esperti di essenze tipiche locali. Cari vecchi mestieri
manuali dunque, sì barista (magari con due r) o bartender, ma vuoi mettere saper
fare l’idraulico invece? E pure per gli arbitri, mica si può solo conoscere a
memoria il regolamento? Servono acrobazie, break dance, roba alla Neo di Matrix…
NEO
Chi di voi non ricorda la scena dei proiettili con Keanu Reeves che scansa le
traiettorie assumendo le pose più improbabili nello svolazzare del suo
impermeabile nero? Ecco, togliete Neo dalla scena e inseriteci un arbitro delle
categorie minori italiane, poi togliete i proiettili e metteteci gli sputi e il
gioco è fatto. Matrix però è costato bei soldini, questo scenario 150 euro di
multa al Panchina Calcio, società di Prima Categoria Ligure: “Per la condotta di
un tifoso il quale rivolgeva espressioni minacciose ed ingiuriose nei confronti
del ddg, quindi a fine gara tentava di colpirlo con uno sputo senza riuscirci
per l’abilità del ddg medesimo”. Chissà se l’arbitro si chiamasse Signor
Anderson.
SUPER MARIO
Che faceva nella vita Super Mario? L‘idraulico. Ebbene sì, quel mestiere è un
passepartout per supereroi, tifosi e non solo. Per quanto attiene ai tifosi e
tralasciando il non solo, ecco che una dimostrazione arriva da Aberdeen: un
tifoso dei Rangers ha finto, con tanto di attrezzatura e divisa, di essere un
idraulico lì per riparare bagni. Ci si è nascosto dentro e poi all’arrivo dei
suoi compari si è confuso con loro per gustarsi la gara nel settore ospiti.
MOJITO
Cocktail ormai universale e desiderabile in ogni frangente, anche in pieno
inverno, anche sui campi delle categorie inferiori, anche a domicilio. Racchiude
un po’ tutte queste caratteristiche l’episodio accaduto ad Apice, società di
Eccellenza Campania, multata di 80 euro perché: “per aver alcuni sostenitori
della società Apice Calcio, nel corso del primo tempo di giuoco, colpito con
acqua e ghiaccio l’AA2”. No, il concetto di “Mojito a volo” è stato travisato.
TRADIZIONE
E la risposta ai cocktail arriva dall’Abruzzo, con la pagina amica “Abruzzo
Calcio Ignorante” che regala ancora una volta una chicca: durante la partita
della squadra “Amatori Capelli” ecco sugli spalti comparire, forse a causa del
freddo di Gennaio, una bellissima e rustica fiaschetta e due bicchierini di
liquore: genziana, sì, e non a volo come il mojito di sopra, che rende il tutto
molto bello.
Foto da “Abruzzo Calcio Ignorante”
L'articolo Si veste da idraulico e finge di riparare i bagni: il trucco del
tifoso che è riuscito a entrare gratis allo stadio | Domeniche Bestiali proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Hai giocato alla Netto“. Nel caso siate in Russia – o che vi capiti di
sentirvelo dire da un russo, o da un appassionato del calcio di Mosca e
dintorni, dopo una partitella tra amici – ebbene: è un grande complimento. Non
significa soltanto che si è giocato bene. Significa che si è giocato giusto.
Perché Igor’ Aleksandrovič Netto non è stato solo un grande centrocampista. È
stato, prima ancora, un’idea di calcio. E forse anche un’idea di uomo.
Netto, che non sa poi tanto di russo. Infatti Igor ha sangue italiano nelle
vene: nasce sì, il 9 gennaio del 1930 a Mosca, ma la famiglia Netto è
marchigiana, emigrata nel regno zarista alla fine del ‘700. Per le strade di
Mosca si appassiona al calcio e all‘hockey, nel primo sport è davvero bravo:
piede sinistro sublime, intelligenza fuori dal comune che gli permette di capire
dove va il gioco, suo e degli avversari. Lo chiamano “L’oca”, per quel suo collo
lungo e la sua postura particolare, anche se l’aspetto fisico passa in secondo
piano quando lo si vede giocare: “Ruba i palloni con la testa, non con i piedi”,
dicono di lui.
Una capacità sviluppata anche grazie alla “korobka”, una sorta di calcio nello
stretto che si giocava nei cortili di Mosca, dove di campi adatti a giocare
all’epoca ce n’erano pochi. Quando il calcio diventa una cosa seria per lui,
Netto sceglie lo Spartak quando scegliere lo Spartak non era comodo. In un
calcio sovietico diviso per apparati – l’esercito, la polizia, i servizi – lo
Spartak era la squadra del popolo. E Netto volle restarci sempre, rifiutando
scorciatoie e protezioni. Anche questa, a modo suo, era una dichiarazione. Con
la Russia vince le Olimpiadi a Melbourne nel ’56 e gli Europei in Francia nel
’60.
L’episodio che lo ha consegnato alla leggenda arriva ai Mondiali. Una partita
tesa, una di quelle in cui il risultato pesa come un macigno e ogni dettaglio
può cambiare la storia. Un gol viene convalidato all’Unione Sovietica, ma
qualcosa non torna: il pallone è entrato da un buco laterale della rete, non
dalla porta. L’arbitro non se ne accorge. Tutti tacciono. Tutti, tranne uno.
Netto, il capitano, si avvicina al direttore di gara e dice la verità. Quel gol
non è regolare. Va annullato. Non è una posa, non è una morale esibita. È
semplicemente il suo modo di stare al mondo. Il gol viene tolto, l’URSS rinuncia
a un vantaggio prezioso e Netto diventa, da quel giorno, qualcosa di più di un
calciatore: un caso di studio, un esempio tramandato nelle scuole sportive, un
nome che si pronuncia quando si parla di fair play senza virgolette.
Poi va dai suoi e dice: “Tanto la vinciamo lo stesso”, così fu. Lo vorrebbe il
Real Madrid, ma non si può, non vuole il partito. Lascia il calcio nel ’66,
subentra la depressione, spettri mostruosi che però vengono spazzati via ancora
dal pallone: “Comandare è facile. Educare è difficile”, diceva. E infatti,
finita la carriera, non cercò potere né ribalte. Preferì insegnare, formare,
spiegare il gioco ai giovani. Non conservava trofei in casa. Non amava parlare
di sé. Considerava il calcio un servizio, non un palcoscenico. È il primo
allenatore sovietico ad uscire dai confini: nel 1967 a Cipro, poi diventa
l’allenatore dell’Iran, poi del Panionios per finire con le giovanili della sua
Spartak Mosca, dove resterà fino al 1990 quando l’Alzheimer gli renderà
impossibile andare avanti.
Resta un mito in patria: la sua immagine è stata anche trasmessa sugli schermi
dello stadio prima di una partita di qualificazione della Russia a Euro 2016,
quella decisiva contro la Svezia. Scorrono il volto di Netto, di Yashin e di
altri campioni russi con lo slogan “Siate degni della nostra storia”. Resta un
mito Netto, perché le reti, a volte, hanno dei buchi. E non sempre c’è un
arbitro che se ne accorge.
L'articolo Ti ricordi… Igor’ Netto, il calciatore russo diventato leggenda per
il massimo gesto di fair play proviene da Il Fatto Quotidiano.
Premessa. Il Napoli stecca contro il Verona e per la prima volta si allontana
dalla vetta, proprio alla vigilia della sfida scudetto contro l’Inter. Antonio
Conte e città come sempre piagnucolano per un paio di fischi arbitrali
sfavorevoli, qualcuno addirittura torna a blaterare di “vento del Nord” (cit.) e
macchinazioni simili, ma qui non c’è nessun complotto: per una volta non ha
sbagliato il Var, è proprio il regolamento – che è stato applicato in maniera
ineccepibile, soprattutto in occasione del gol annullato a Hojlund – ad essere
sbagliato.
Più del contestato arbitro Marchetti, probabilmente, ha pesato l’atavica
incapacità di Conte a gestire turnover e doppio impegno: la squadra, apparsa
ingiocabile nelle ultime uscite, è puntualmente inciampata non appena non ha
avuto una settimana piena per preparare la gara. Dopodiché ci sono stati anche
gli episodi: due falli di mano chiaramente involontari, sanzionati entrambi dopo
revisione al Var, che hanno portato al rigore dello 0-2 e all’annullamento del
momentaneo 2-2, che se convalidato avrebbe dato più tempo agli azzurri per
completare la rimonta (eravamo ancora al 72’). Sul primo non saremo mai tutti
d’accordo: il braccio di Buongiorno è in posizione innaturale ma anche
condizionato dal contrasto con l’avversario, qualsiasi scelta avrebbe suscitato
polemiche. Sul secondo invece nessun dubbio: Hojlund sfiora la palla col polso
prima di controllarla e scaraventarla in porta. Quel gol, regolamento alla mano,
era da annullare. Ma farlo significa la morte del calcio.
Le norme oggi sono chiare. In caso di tocco di mano involontario (se c’è
volontarietà ovviamente è sempre fallo), “è infrazione se la segnatura avviene
immediatamente dopo il contatto accidentale”. Hojlund segna subito dopo il
controllo, dunque la rete è irregolare. Il punto, però, qual è: che il polso è
attaccato al petto, forse nemmeno condiziona l’azione e, ammesso che lo faccia,
il movimento è congruo. Se si fosse trovato nell’altra area, non sarebbe mai
stato sanzionato con un rigore, giustamente. E allora perché lo stesso identico
tocco deve essere considerato regolare o irregolare a seconda della zona di
campo in cui avviene?
Siamo alle solite: alle prese con regolamenti cervellotici, che troppo spesso
sembrano dimenticarsi lo spirito del gioco. In questo caso l’origine era anche
encomiabile: la regola nasce nel tentativo di uniformare la casistica sui falli
di mano in area. Ma ancora non ci siamo. Il concetto di immediatezza è troppo
soggettivo, vedi il pasticcio giusto una decina di giorni fa in occasione del
pareggio a tempo scaduto di Davis dell’Udinese contro la Lazio, con l’azione
dell’attaccante partita da un controllo col braccio, e hai voglia a discutere su
quanti tocchi e secondi debbano trascorrere prima del tiro per configurare o
meno l’immediatezza. Per di più, è eccessivamente penalizzante, perché
l’annullamento di un gol può essere decisivo tanto quanto un rigore, entrambi le
decisioni non possono scaturire da un tocco involontario e magari in alcuni casi
anche ininfluente. Probabilmente il compromesso giusto sarebbe arrivare a
considerare irregolari soltanto i gol segnati “direttamente” con la mano (perché
poi parliamo sempre di calcio: sarebbe una stortura anche convalidare una rete
il cui ultimo tocco arriva con una parte non contemplata dal gioco). Bisogna
trovare regole chiare, la cui applicazione sia più meccanica e oggettiva
possibile, che sgombrino il campo dalle polemiche. Altrimenti ci ritroveremo di
nuovo qui alla prossima occasione, a ventilare complotti e parlare di campionato
falsato.
X: @lVendemiale
L'articolo Il gol annullato a Hojlund è la morte del calcio: non ha sbagliato il
Var, è sbagliato il regolamento proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cominciamo il nuovo anno con una bella proposta per la Lega Dilettanti: basta
pause natalizie che poi non troviamo materiali per scrivere Domeniche Bestiali,
e se non fosse per gli amici del Caf che ci vengono in soccorso, almeno ogni due
anni, con la Coppa d’Africa, sarebbe dura. Per fortuna ci sono loro, e anche
tanti altri amici che ci permettono di superare queste assurde difficoltà,
questo sentirci “nudi” di fronte all’incombenza, in scioltezza, quasi come fosse
Capodanno: affacciati al balcone, dopo aver mangiato prelibatezze. Basta non
scattare foto però, che le condizioni sono quelle che sono.
NO FOTO
Eh già, dopo le feste si sa, si arriva in condizioni non proprio ottimali, chi
ci tiene dunque rifugge quanto più possibile selfie e foto, a costo di beccare
una squalifica di due giornate, come accaduto in Serie D a Marco Antinori del
Flaminia Civitacastellana. “Per aver abbandonato la propria area tecnica
dirigendosi verso i fotografi presenti dietro la porta tenendo nei loro
confronti comportamento irriguardoso e cercando il contatto fisico”.
NO VESTITI
Capita pure questo, di ritrovarsi senza vestiti nelle vacanze natalizie, finendo
in grande difficoltà come Cedric Bakambu, forte centravanti della Repubblica
Democratica del Congo che in Marocco per la Coppa d’Africa oltre al completino
della nazionale non aveva nulla. Eh sì, al povero Bakambu hanno perso la valigia
quando è atterrato in Marocco, non riuscendo in alcun modo a ritrovargliela,
cosa che ha portato l’attaccante a protestare via social.
NO BRUCHI
Già, bruchi. Ognuno mangia quel che vuole a Capodanno senza doverne dare conto.
O no? No, vista la polemica che ha coinvolto lo Zambia, orfano nella gara contro
il Marocco del suo capitano, Fashion Sakala. Il motivo? Secondo Clifford
Mulenga, ex calciatore zambiano, Sakala avrebbe fatto indigestione di bruchi,
una prelibatezza locale chiamata “finkubala”, che peraltro il capitano avrebbe
assaggiato per la prima volta. Nient’affatto secondo il diretto interessato:
“Sono cresciuto in un villaggio”, ha risposto, chiarendo di aver già assaggiato
i bruchi e alludendo ad accuse dettate solo da rancori personali.
NO PANCHINA
Già, come fare se non si può andare in panchina per squalifica? La soluzione ce
la mostrano gli amici della pagina Facebook “Calcio Club” che segue il mondo
dilettantistico pugliese (e che ringraziamo per la concessione della foto):
mister Fabio Di Domenico, allenatore della Nuova Spinazzola, fermato per
squalifica ha deciso di seguire a modo suo la gara contro il Bitonto
(Eccellenza), ovvero sistemandosi su un balcone (con tanto di fili per stendere
i panni) di una delle case che circondano il campo “Alen Fasciano”. La sua
squadra ha vinto, chissà che il mister non decida di sistemarsi definitivamente
in balcone: se i suoi non lo ascoltano può sempre lanciargli le mollette per i
panni.
L'articolo Altro che sky box e auricolari: in Puglia l’allenatore squalificato
segue il match dal balcone di una casa | Domeniche Bestiali proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Cara Serie A ti scrivo”: alla fine dell’anno ci si guarda sempre allo specchio
insoddisfatti e ci si ripromette di essere più bravi, più belli e più buoni.
Magari vale anche per la Serie A: ecco la letterina di buoni propositi che il
calcio italiano dovrebbe scriversi per l’anno che verrà.
Nel 2026 assisteremo a un campionato appassionante e combattuto fino all’ultima
giornata, che possa coinvolgere i tifosi, tenere alte le presenze allo stadio e
gli ascolti in tv, rilanciando l’immagine del calcio italiano in patria e nel
mondo. Non è detto che non succeda per davvero.
Nel 2026 (e questo è molto più difficile) saremo ancora protagonisti in Europa:
ma le finali di Champions dell’Inter sono state un’anomalia che forse non
abbiamo apprezzato fino in fondo. Siamo sempre più marginali a livello
internazionale e il rischio di ritrovarci fuori fra poche settimane è concreto.
Soddisfazioni potrebbero arrivare da Europa o Conference League, ma ricordiamoci
che sono coppe di Serie B.
Dal 2026 cominceremo a fare un calcio più moderno, perché da questo si giudica
un movimento, molto più che da una vittoria o una sconfitta: ritmi alti,
valorizzare la tecnica di base anche a scapito un po’ della tattica, spazio ai
giovani, bilanci sostenibili e non solo sostenuti dai diritti tv che ormai si
sono sgonfiati. Questa è la direzione da seguire, mentre noi facciamo tutto il
contrario.
Nel 2026 appunto la Serie A produrrà i giovani di cui la nazionale ha bisogno.
Intanto però l’unica vera novità del campionato è stata Palestra (e infatti
magari se ne andrà presto altrove). Pio Esposito non sta facendo male ma ha
trovato poco spazio, Camarda ancor meno. E del “dieci” che ci manca da un paio
di decenni ancora non si vede l’ombra.
Nel 2026 avremo degli arbitraggi decenti: non perfetti, perché sbagliare è umano
e anche gli arbitri in campo o al Var lo sono. Sono certi errori al limite della
malafede, la mancanza di uniformità, la scarsa trasparenza, a non essere più
accettabili. Come la spocchia del designatore Rocchi, uno dei principali
artefici dello sfacelo arbitrale, che invece rimane intoccabile anche grazie
alle solite manovre di palazzo.
Il 2026 probabilmente sarà l’anno della riforma della giustizia sportiva, a
maggior ragione se la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si pronuncerà in
favore del ricorso di Andrea Agnelli. Indipendente da ciò che dirà la sentenza e
dagli accorgimenti che verranno presi, l’importante è che la giustizia sportiva
venga sottratta dal controllo delle Federazioni, e smetta di essere il
manganello del potere politico e dei presidenti federali.
Il 2026 è anche l’anno degli stadi. Dovrà esserlo per forza, perché entro il
prossimo ottobre dovremo comunicare alla Uefa i cinque impianti per gli Europei
2032, progetti già approvati, finanziati e cantierabili immediatamente, pena la
revoca della manifestazione. Peccato che del commissario nominato dal governo
mesi fa ancora non c’è traccia. E che da Milano a Firenze a Roma tutti i
progetti più importanti siano ancora un’incognita.
Nel 2026 ci libereremo finalmente di Gravina e di tutta l’imbarazzante cricca
che lo accompagna e che ha controllato il calcio italiano negli ultimi anni .
Purtroppo questo auspicio è direttamente collegato al prossimo.
Già, perché il 2026 dovrebbe essere anche e soprattutto l’anno del ritorno
dell’Italia ai Mondiali. I playoff di marzo contro Irlanda del Nord e la
vincente di Galles-Bosnia rappresentano davvero un crocevia per tutto il
movimento: anche se si tratta soltanto di due partite, il loro risultato va al
di là di tutte le dinamiche, perché se quest’anno poi passasse in un istante,
come diventa importante che in questo istante, in questo Mondiale ci sia anche
l’Italia. Ma questi sono solo buoni propositi. Fra un anno ci ritroveremo ancora
qui con la vecchia Serie A. Magari l’Italia di nuovo fuori dai Mondiali e di
sicuro i soliti dinosauri al potere.
X: @lVendemiale
L'articolo Stadi, mondiali e post-Gravina: i buoni propositi (che non
realizzeremo) del calcio italiano per il 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Jena non è soltanto una città universitaria: è uno dei crocevia fondamentali del
pensiero critico e della filosofia, un laboratorio intellettuale che ha
influenzato la Germania e il mondo. Da Marx a Hegel, da Schelling a Kant:
giganti del pensiero sono passati da qui. Avranno inciso, quegli insegnamenti,
anche su Georg Buschner, nato a Gera esattamente cento anni fa, il 26 dicembre
1925, e che ha legato il suo nome alla storia del calcio in quella che fu la
DDR, alla città di Jena e ovviamente alla sua Università.
Papà funzionario ferroviario, mamma casalinga, vive un’infanzia serena,
cominciando a giocare a calcio ed entrando già a dieci anni nelle giovanili
della squadra della sua città, l’SV Gera 04. Ma è il 1936, sono anni particolari
per la Germania e il giovane Georg, intanto diventato un buon difensore, deve
mettere il pallone da parte e servire nella Luftwaffe. A guerra finita si
ritrova in una città occupata dalle forze sovietiche: può fare poco e allora
comincia a lavorare come operaio edile.
Il richiamo del calcio però torna presto, non da solo: comincia a giocare nella
BSG Motor Gera e inoltre si iscrive all’Università. È qui che entra in scena
Jena. L’obiettivo di Georg, in linea con quelli che propone la Germania Est, è
insegnare e, se possibile, formare sportivi eccellenti. Lui si sente portato, e
allora studia pedagogia, assieme a scienze motorie, ma segue anche lezioni di
storia.
A Jena impara che non c’è eccellenza senza disciplina, che accanto alle doti
fisiche e tecniche serve metterci rigore e che il calcio, in particolare, deve
essere un percorso collettivo, mai un’esibizione individuale. Continua a giocare
nel Motor Jena, diventandone un veterano, e appese le scarpette al chiodo ne
diventa l’allenatore, proprio quando la squadra cambia nome e diventa Carl Zeiss
Jena.
È un cambiamento epocale: il club, con la sua guida, passa dall’avere una
dimensione prettamente regionale a diventare una delle forze calcistiche
principali nella DDR e non solo. Dopo un secondo posto arriva la vittoria della
Coppa nazionale e, in Coppa delle Coppe, il Carl Zeiss dà filo da torcere a
tutte, fermandosi in semifinale contro l’Atlético Madrid, che poi avrebbe vinto
il trofeo.
Forma calciatori come Peter Ducke, di cui dice: “Se fosse nato in Germania Ovest
avrebbe combattuto per un posto tra le leggende come Gerd Müller”. Questo al
netto di metodi di allenamento massacranti: corsa, sci di fondo, preparazioni
nel gelo del Baltico. Ma nonostante i metodi rigidi, Buschner godeva di grande
rispetto tra i suoi: lo chiamavano “Il Conte” per lo stile, ma era anche
empatico e pronto a risolvere problemi per i suoi ragazzi.
Negli anni successivi il Carl Zeiss, sotto la guida di Buschner, consolida il
proprio status. Non è più soltanto una bella realtà della DDR, ma un modello:
una squadra riconoscibile per identità, organizzazione e rigore. Arrivano altri
piazzamenti di vertice, presenze costanti nelle competizioni europee, una
reputazione che supera i confini della Germania Est. Jena diventa un laboratorio
calcistico, quasi una traduzione sul campo di ciò che l’Università è sempre
stata sul piano intellettuale: metodo, continuità, lavoro.
È proprio questa credibilità a portare Buschner, non senza resistenze personali,
sulla panchina della Nazionale della DDR. Lui, che avrebbe preferito restare
lontano dai riflettori politici, si ritrova alla guida di una squadra che lo
Stato considera uno strumento di rappresentanza. Accetta, più per necessità che
per ambizione, e applica anche lì la sua idea di calcio: essenziale, collettivo,
disciplinato.
Il punto più alto — e più noto — arriva nel Mondiale del 1974, l’unica
partecipazione della Germania Est a una Coppa del Mondo. Il destino, o la
storia, vuole che il torneo si giochi in Germania Ovest e che il girone metta di
fronte le due Germanie. L’1-0 firmato da Jürgen Sparwasser non è soltanto una
vittoria sportiva: è una scossa simbolica, un evento che travalica il calcio.
Buschner, però, resta fedele a sé stesso. Niente enfasi, niente retorica. Alla
fine della partita dichiara semplicemente: “Abbiamo vinto una partita
importante. Nient’altro”. Una frase che racconta più di mille discorsi il suo
rapporto con il potere e con il calcio.
Persino lo scambio di maglie, gesto naturale tra calciatori, diventa un
problema: avviene lontano dalle telecamere, nei corridoi degli spogliatoi, per
evitare immagini che possano sembrare troppo concilianti tra Est e Ovest. Anche
lì, Buschner osserva e tace, consapevole di trovarsi in un sistema dove il
pallone pesa sempre meno della politica. La sua nazionale, però, resta nella
storia. Non solo per quel risultato, ma perché sotto la sua guida la DDR
conquista anche il bronzo olimpico a Monaco 1972 e l’oro a Montréal 1976, il
vertice assoluto del calcio est-tedesco.
Quando l’esperienza in nazionale si chiude, non senza amarezze, Buschner esce
lentamente di scena. Il tempo, i sistemi politici, i confini cambiano. Resta
però un filo rosso che lega tutto il suo percorso: Jena. Perché se Jena è stata
la città del pensiero critico, della filosofia, dei grandi sistemi teorici,
Buschner ne è stato una versione concreta, terrena. Ha tradotto l’idea di
formazione dell’uomo in disciplina sportiva, ha portato il metodo dal libro al
campo, dalla cattedra allo spogliatoio. E forse è proprio questo il senso ultimo
della sua storia: in una città che ha insegnato all’Europa a pensare, Georg
Buschner ha insegnato a una squadra — e a un Paese — a stare in piedi, insieme,
dentro il gioco e dentro la Storia.
L'articolo Ti ricordi… Georg Buschner: l’uomo che guidò la DDR alla storica
vittoria contro la Germania Ovest proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quattro squadre ricoperte d’oro per andare in Arabia Saudita e le altre sedici
rimaste in Italia per il campionato che finisce oscurato da un trofeo che non
interessa quasi a nessuno. Poi, fra un mese, altre due (forse, ancora non si sa)
addirittura in Australia, con fuso orario diverso, arbitro straniero, parità di
condizioni a farsi benedire.
Partite giocate in stadi mezzi vuoti e per l’altra metà pieni di figuranti che
esultano ai gol della squadra avversaria. Disagi per i pochi, coraggiosi
italiani che si sono sobbarcati la trasferta e hanno avuto un rientro da incubo.
Da Riyadh a Perth, la Serie A in giro per il mondo sembra un circo per chi offre
di più.
Ogni anno, al momento della Supercoppa, ci ritroviamo a fare le stesse
riflessioni e stavolta si aggiunge il carico della controversa trasferta in
Australia di Milan-Como (se mai arriverà il via libera definitivo). Lo
spettacolo è piuttosto desolante nel complesso, ancor più grave il fatto che ci
vada di mezzo la regolarità della competizione, indubbiamente alterata fra
rinvii e condizioni di gioco differenti. Dopodiché ce lo siamo già detti: oggi
il calcio italiano è ridotto in queste condizioni, ha bisogno di andare a
raccattare soldi ovunque.
Se i sauditi – o chi per loro – offrono 20 milioni per due partite, i patron
fanno i bagagli senza nemmeno pensarci troppo. E lo stesso grosso modo vale per
l’Australia. Peraltro, con qualche piccola accortezza (un calendario pensato
meglio, perché sarebbe bastato far incontrare nello stesso turno le partecipanti
alla Supercoppa per rinviare solo due gare invece di quattro; rimborsi e
iniziative per tifosi e abbonati), queste trasferte poco digeribili agli occhi
dell’opinione pubblica sarebbero potuto diventare più presentabili. Ma si sa, la
nostra Serie A fa sempre le cose sbagliate e le fa pure male.
La trovata quasi autolesionistica di organizzare partite che nessuno vuole – non
i tifosi, nemmeno gli allenatori e i calciatori – va comunque contestualizzata.
In particolare, tutta quest’ostinazione sulla trasferta in Australia è soltanto
l’ennesima declinazione della grande guerra fra bande per il comando del
pallone, in questo caso fra leghe nazionali e associazioni internazionali.
L’iniziativa resta discutibile, ma la Serie A sta sfidando il potere della Uefa,
che è al contempo regolatore e organizzatore, e in quanto detentore della
Champions League avrebbe tutto l’interesse di impedire lo sviluppo di altri
tornei, che poi sul mercato dei diritti tv e degli sponsor vanno a contendere
gli stessi soldi. Poi magari non sarà questa la risposta giusta alla crisi, ma
la Serie A ha il diritto di provare a trovarla.
Riyadh e Perth sono due facce della stessa medaglia, piuttosto detestabile, ma
anche comprensibile. Su cui la cosa più intelligente l’ha detta probabilmente
Massimiliano Allegri, quando si è augurato che “non si tratti di un caso
isolato, altrimenti sarebbe un problema”. Per quanto non piaccia quasi a
nessuno, paradossalmente un’iniziativa del genere dev’essere replicata e
diventare una regola, per essere più accettabile.
Prendiamo ad esempio la Supercoppa: ormai si gioca da anni all’estero, col
format vecchio o nuovo, a due o quattro squadre, rimane un trofeo di Serie B
(infatti i giocatori di Inter e Milan non si sono proprio strappati i capelli
per l’eliminazione), però propone sfide di alto livello seguitissime sulla tv in
chiaro, e porta soldi nelle casse dei club. Tutto sommato ha trovato la sua
dimensione.
Stesso discorso per Perth. Se la Lega dovesse riuscire a portare all’estero una
partita, o addirittura un’intera giornata (progetto auspicato dal presidente
Simonelli, benché di difficile realizzazione) ogni anno, non ci troveremmo più
di fronte a una inutile e strampalata anomalia, ma a un progetto di marketing
con magari anche qualche ricaduta concreta e delle regole codificate per tutti.
Non ci piacerà ugualmente, un po’ come – per fare un esempio – la partenza del
Giro d’Italia dall’Ungheria o da Israele, però almeno avrebbe una sua logica.
Così invece la Serie A dall’altra parte del mondo non ha alcun senso. Ed è pure
un po’ patetica.
X: @lVendemiale
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per chi offre di più proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tutto di destro: prima il dribbling sull’avversario, poi il tiro imparabile alle
spalle di Sicignano. Un gol bellissimo, col piede sbagliato visto che l’autore,
André Luciano da Silva detto Pinga, è tutto sinistro e che regala la prima
vittoria in casa al Treviso a discapito del Lecce il 18 dicembre di 20 anni fa.
Numeri importanti per quel ragazzo brasiliano, ex promessa ai tempi del Treviso,
ultima stagione in Italia.
Nato ad Aracati, nella zona di Fortaleza: spiagge immense e paesaggi da
cartolina, e poi ci sono i “meninos” che sognano altri scenari giocando a
pallone sulla sabbia. Uno di quelli è Andrè: è forte ma piccolino, troppo, e per
questo gli appioppano il soprannome di “Pingo”. “Pingo” vuol dire goccia e la
persona che gli appiccica addosso quel soprannome vuol dire che il ragazzo è un
“pingo de gente”, una goccia di persona, per quanto è basso.
Pinga diventerà dopo, a opera di un’agente: vorrebbe dire “goccetto” con un
riferimento agli alcolici e in particolare alla cachaça, ma il calciatore ha
sempre respinto ogni collegamento: “Avevo otto anni quando mi hanno chiamato
così, non potevo certo bere del liquore”.
Le finte, quelle sì, sono ubriacanti: lo dimostra nel futsal, suo primo sport,
ma viene notato dallo Sporting di Cearà che lo porta nelle sue giovanili. Passa
al Vitoria e poi alla Juventus di San Paolo dove mostra già numeri da
campioncino: attira su di sé le attenzioni di tanti club europei, anche grazie a
Scolari che lo paragona a Rivaldo, e il Toro riesce ad accaparrarselo nel 1999
quando ha solo 18 anni.
Comincia dalla Primavera, accanto a lui c’è un altro ragazzo non male, pure lui
tutto mancino, che si chiama Emanuele Calaiò, mentre la punta di riserva si
chiama Fabio Quagliarella. Sulla panchina dei grandi c’è Emiliano Mondonico, uno
che problemi a far giocare un ragazzino, se forte, non se n’è mai fatti:
esordisce in Coppa Italia contro l’Atalanta, in Serie A un mese più tardi contro
il Perugia.
La prima da titolare col Parma ad aprile, ma è nella gara successiva che André
fa stropicciare gli occhi a tutti. Al “Delle Alpi” arriva il Milan campione
d’Italia che va in vantaggio con Ambrosini, Pinga in tuffo però si prende di
prepotenza un cross di Mendez e riporta il match in parità. Ma è quello che
avviene nel secondo tempo che di fatto “regala” Pinga al popolo granata: Pecchia
crossa dalla trequarti e trova Pinga però defilato e troppo vicino alla porta,
il brasiliano la controlla e non si lascia tradire dalla tentazione di chiudere
gli occhi e sparare forte ma tocca piano piano per una palombella deliziosa che
porta in vantaggio i granata.
Pareggerà Guglielminpietro, ma Pinga – già una sorta di mascotte per il nome
buffo e la giovane età – diventerà un mito, una speranza a cui aggrapparsi. Il
Toro però retrocede e Pinga resta in granata, proprio per alimentare quella
speranza di tornare subito a splendere in Serie A: ci riesce il Torino, un po’
meno il brasiliano che alterna ottime giocate a gare anonime, ma quanto di buono
fatto gli vale la convocazione ai mondiali Under 20, dove brilla con la maglia
verdeoro.
Ci sarebbero tutte le basi per fare bene, ma non trova spazio, e viene girato in
prestito al Siena in Serie B. In Toscana splende: 4 gol il primo anno, 7 il
secondo con il Siena promosso in Serie A. La festa però sarà amara: dopo la gara
contro la Salernitana l’auto su cui viaggiano Pinga e Taddei si ribalta e si
incendia, il fratello di Taddei muore, i due calciatori restano feriti.
Quell’incidente segna uno spartiacque. Il calcio, da promessa leggera come una
goccia, improvvisamente pesa come piombo.
Pinga rientra al Torino portandosi addosso cicatrici che copre con una bandana:
diventerà il suo marchio di fabbrica. Fa bene nella prima stagione dopo il
ritorno, fa benissimo nella seconda, con otto gol nella regular season e un gol
memorabile nei playoff contro l’Ascoli: vuole la A Pinga, finalmente. La
conquista, ma non la vedrà in granata, perché la squadra non sarà ammessa per
inadempienze finanziarie. Allora va a Treviso, ma la stagione non è positiva.
Torna in Brasile, all’Internacional, vincendo tutto e togliendosi quelle
soddisfazioni che avrebbe voluto togliersi in Europa, prima di girovagare tra
Qatar ed Emirati Arabi. Una luce intermittente, che a Torino ancora ricordano
con simpatia: un dribbling fatto col piede sbagliato, una palombella pensata
quando tutti avrebbero tirato forte. È stato, in fondo, quello che diceva il suo
primo soprannome: una goccia di calciatore. Piccola, sì. Ma capace di lasciare
il segno.
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morì il fratello di Taddei: copriva le cicatrici con una bandana proviene da Il
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