Alle categorie dei “giochisti” e “risultatisti”, nelle quali sono stati
incasellati negli ultimi anni gli allenatori italiani, è giunto il momento di
aggiungere quella dei “lamentoni”, versione più elaborata e sofisticata dei
“piagnoni”. È una specie trasversale, nella quale si ritrovano tutti insieme
appassionatamente, giochisti e risultatisti, in nome di un sentimento molto
italiano: protestare, accusare, gemere.
I “lamentoni” hanno alzato la voce, anche in questo caso rispettando un copione
consolidato, a metà stagione, quando l’incrocio diabolico mercato-spremuta di
partite ha scosso i nervi dell’ambiente. L’inverno, il manto erboso non sempre
in condizioni irreprensibili, la stagione che avanza, il calendario che non dà
tregua, l’usura inevitabile, le questioni di classifica, gli errori arbitrali
purtroppo ancora elevati, nonostante la moviola: un frullatore che alimenta il
serbatoio della protesta. Il rappresentante più illustre, per curriculum (10
trofei, una promozione, 5 Panchine d’oro, 12 premi personali compreso quello di
allenatore dell’anno in Premier) e lignaggio – ha guidato Juventus, Inter,
Napoli, Chelsea, Tottenham e nazionale azzurra – è Antonio Conte. Il suo
j’accuse è stato scagliato contro l’elevato numero di partite, a suo giudizio
causa principale della valanga di infortuni che hanno travolto i campioni
d’Italia in carica. Lunedì, a Coverciano, dove ha ricevuto la quinta panchina
d’oro – record –, Conte è tornato sull’argomento: “Tutti parlano del problema e
si lamentano, ma nessuno fa niente. C’è una certa difficoltà a prendere
posizione, mentre la federazione tedesca, come ho letto da qualche parte, sta
esaminando la questione”.
Premesso che il numero dei guai fisici dei campioni d’Italia è davvero
impressionante ed ha indubbiamente condizionato la stagione azzurra – il
quotidiano Il Mattino ha certificato che 23 giocatori hanno saltato almeno un
turno per infortunio -, s’impongono però due riflessioni. La prima chiama in
causa i carichi di lavoro del Napoli. Come scrive sul suo account “Palla
Avvelenata” il giornalista Paolo Ziliani “il Napoli ha giocato lo stesso numero
di partite degli altri 107 club impegnati nelle coppe europee, il numero dei
giocatori in lista è uguale per tutti, ma solo a Napoli, sotto la guida di Conte
e del suo staff stile Full Metal Jacket, è avvenuto lo sterminio sotto gli occhi
di tutti”. Che i metodi di allenamento di Conte siano tosti, è certificato dalla
storia. Ai tempi del Tottenham, un giorno Harry Kane, giocatore esemplare – mai
una polemica, mai un atteggiamento fuori posto, raro esempio di calciatore
inglese che durante la stagione non beve un goccio d’alcol -, vomitò per la
fatica. Ci sono sport – nuoto, atletica, ciclismo, sci nordico – in cui i
carichi sono superiori a quelli del calcio, ma se un giocatore sta male alla
fine di una seduta, qualcosa non quadra. Conte, come dimostra il suo percorso
professionale, dà il meglio di sé nelle stagioni in cui può concentrarsi su un
unico obiettivo: i campionati vinti con Chelsea e Napoli, per dire, sono
maturati in un’annata senza coppe europee tra i piedi. Questo dato potrebbe
essere uno spunto di riflessione e spingere magari a cambiare qualcosa per
gestire i due fronti, anche per superare quell’ostacolo che ha finora frenato
Conte in campo internazionale (mai oltre i quarti in Champions e con la
nazionale, dove però nell’europeo 2016 fece un miracolo a trascinare alla soglia
delle semifinali una squadra modesta).
L’altra questione chiama in causa non solo Conte, ma anche gli altri
“lamentoni”. Il calcio è entrato in questa spirale di overdose di partite perché
giocare fino allo sfinimento è necessario per foraggiare il business (a
cominciare dalle sfere altissime, basta scorrere il bilancio Fifa). Il circolo è
vizioso: più partite uguale maggiori passaggi televisivi, uguale maggiori
introiti dalla biglietteria, uguale migliori contratti con gli sponsor, uguale
maggiori incassi dal commerciale. Giocare di meno significa ridurre il giro
d’affari e per non compromettere ulteriormente i bilanci di un sistema già
impantanato nei debiti – non solo la serie A, ma anche la Premier -, tutti
dovrebbero rinunciare a qualcosa. Non solo i giocatori, che sono poi quelli che
espongono pubblicamente la faccia e il fisico, ma anche gli allenatori. Proprio
Conte, secondo le classifiche, sarebbe il coach più pagato della Serie A,
seguito da Allegri, Gasperini e Italiano. La domanda, pertinente, è questa: in
nome di un minore numero di partite, Conte e chi accusa il sistema di sistema di
aver ingolfato il calendario, è pronto a rinunciare a una fetta dei suoi
guadagni?
L'articolo Conte e gli altri “lamentoni”: quei troppi infortuni correlati ai
suoi metodi, l’ipocrisia delle critiche sul calendario proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Napoli Calcio
Non è mai facile commentare il calciomercato invernale. Figuriamoci farlo.
Soprattutto quando i soldi sono pochi e, a questo, si aggiungono i blocchi di
mercato che nemmeno si pensava sarebbero arrivati. Basti chiedere al Napoli, per
avere conferma: ha liquidità il club campione d’Italia di De Laurentiis, ma per
una questione di ammortamenti del bilancio, il costo del lavoro allargato (il
lordo, cioè, degli stipendi di tutta la prima squadra, staff incluso) supera
quello dei ricavi. Tradotto? Operazioni solo in prestito, che devono essere
creative. E quindi eccoli, Giovane e Alisson. Prestiti dall’onere alto, resi
possibili grazie alle cessioni di Lucca e Lang (che gravavano sul bilancio ma
soprattutto sul rendimento della squadra), con diritti di riscatto a bonus tutti
da confermare la prossima estate. Ma al di là del Napoli, il mercato di gennaio
è stato difficile. Più difficile del previsto. I botti? Solo quelli di
capodanno…
Perché grandi acquisti, va detto, non ce ne sono stati. Sorpassi e
controsorpassi sì, ma quelli sono abbastanza all’ordine del giorno. Il più
avvincente è stato quello dell’Atalanta, che ha spiazzato tutti con l’acquisto
di Raspadori. L’ex Napoli sembrava a un bivio: Roma da un lato (la più avanti),
proprio il Napoli dall’altro. Alla fine hanno vinto i nerazzurri, che rispetto
alle altre candidate hanno preso l’attaccante a titolo definitivo, accontentando
sia lui (che non voleva sentirsi di passaggio), sia l’Atletico, che ha evitato
la minusvalenza dopo soli sei mesi dall’acquisto. Quello dei Percassi è stato il
blitz più sorprendente e vincente, dettato dal fatto che probabilmente già
sapevano che Lookman, alla fine, sarebbe partito (che sarebbe andato proprio a
Madrid, però, non si poteva proprio prevedere). Conti a posto e un giocatore da
rilanciare anche in ottica Mondiale, senza dimenticare che con Scamacca al
Sassuolo fece benissimo.
Le altre? Hanno aspettato. E hanno anche preso, per carità. Ma senza riuscire
davvero ad accendere le fantasie dei tifosi. Forse ce l’ha fatta un po’ di più
la Roma, che ha fatto arrivare Malen per cui Gasperini stravede, Zaragoza (anche
lui richiesto dall’allenatore) e il giovane ma molto interessante Robinio Vaz
dal Marsiglia. Del Napoli si è già detto. Compreso, velatamente, il fatto che
sia stato sconfessata buona parte del mercato estivo: via Lucca, Lang e
Marianucci.
Il Milan ha provato a sorprendere tutti con Mateta ma alla fine si è dovuto
‘accontentare’ del solo Fullkrug. Il tedesco è arrivato benissimo e si è
integrato alla grande, sia chiaro. Ma il francese sembrava un acquisto per il
presente e il futuro, non fosse stato per quel ginocchio che non convinceva e
che dopo i supplementi di visite mediche ha fatto stoppare all’ultimo le
trattative. Probabilmente ricordandosi anche tutti i dubbi che, questa estate,
avevano portato a interrompere l’acquisto ormai definito di Boniface
dall’Eintracht.
Manca il colpo, come è mancato alla Juve, che cercava un attaccante e si è
trovata, a sorpresa, con un vice Yildiz come Boga e un esterno come Holm
(arrivato dal Bologna al posto del deludente Joao Mario). Kolo Muani, alla fine,
non è tornato nonostante avesse provato a far capire al Tottenham quanto avrebbe
preferito un trasferimento in bianconero. E soprattutto non è arrivato Zirkzee,
che volevano un po’ tutti ma è rimasto allo United, di nuovo.
L’olandese è stato l’oggetto del desiderio di Juve, Napoli e, di nuovo, Roma, ma
tempistiche e costi gli hanno remato contro. E a proposito, quello che doveva
sembrare il mercato delle punte (con anche Ferguson e Dovbyk in uscita) si è
dimostrato essere quello delle mezze punte o degli esterni offensivi. Perché gli
attaccanti costano, e in un mercato senza tanti soldi non è facile riuscire ad
arrivarci. Meglio cambiare, quindi, con buona pace di allenatori e tifosi che
forse si sarebbero aspettati qualcosa di più. Ma ora si tira una riga e si
ricomincia. Fino al prossimo giugno.
Non aveva bisogno di attaccanti l’Inter, che come spesso capita da anni si muove
solo se arriva l’occasione giusta. Non è successo quest’anno, non fosse per il
giovanissimo Jakirovic. Ma la classifica parla da sé: i colpi arriveranno in
estate. Quando i nerazzurri daranno via a una grandissima opera di rinnovamento.
Anche se numericamente e qualitativamente c’erano tre potenziali operazioni da
fare: un portiere, un difensore, un esterno.
L'articolo Pochi soldi e nessun botto. Si chiude il calciomercato invernale:
Juve e Milan si “accontentano”, assente l’Inter proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zero operazioni in quasi un mese, tre negli ultimi due giorni. La Juventus è
scatenata sul mercato in queste ultime ore e sta puntellando la rosa in tutti i
reparti. Da Boga a Holm, passando per la suggestione Mauro Icardi o comunque un
nove vero. Il telefono del ds Ottolini è bollente in queste ore. Ma non è
l’unica big a muoversi: il Napoli vuole chiudere Alisson, esterno dello
Sporting, in prestito, mentre l’Inter pensa già al prossimo anno e ha bloccato
Yanis Massolin del Modena per la fascia e tenta l’ultimo disperato assalto a
Diaby.
E il Milan? Riflette se portare Jean-Philippe Mateta a Milano subito o a luglio.
E poi c’è il caso Romagnoli–Lazio: parte, non parte, poi di nuovo sì, le
presunte firme sul contratto e il mancato deposito per la chiusura del mercato
arabo. Insomma, come ogni anno gli ultimi giorni di mercato sono frenetici e con
diversi colpi di scena tra idee last minute e trattative lampo.
BOGA, HOLM E QUEL TENTATIVO PER ICARDI: JUVE PROTAGONISTA
Silente per tutto il mese di gennaio, la Juventus è la vera protagonista di
queste ultime ore di calciomercato. Il club bianconero ha accolto Jeremie Boga,
già a Torino e pronto a iniziare la sua avventura italiana, la terza dopo quelle
con Sassuolo e Atalanta. Una scelta mirata. La Juventus cercava un giocatore con
quelle caratteristiche: brevilineo, capace di creare superiorità numerica, che
non pretende la titolarità e che a partita in corso può dare a Spalletti quella
soluzione in più per sbloccare un match complicato. Diversi i nomi emersi nelle
ultime settimane, ma la Juventus alla fine con una trattativa lampo ha chiuso
per Boga dal Nizza.
Poche ore dopo il club bianconero ha trovato l’accordo con il Bologna per Emil
Holm, esterno a tutta fascia. Anche in questo caso i bianconeri cercavano un
esterno che fornisse garanzie e affidabilità tattiche. Arriverà in prestito con
diritto di riscatto, con Joao Mario che farà il percorso inverso in prestito
secco. Operazione vantaggiosa per entrambi i club: la Juve accoglie un esterno
che conosce già la Serie A, il Bologna un altro che tatticamente ha ancora tanto
da imparare, ma di grande gamba e tecnica.
E poi c’è la suggestione Mauro Icardi. La Juve ci ha provato fino alla fine per
Kolo Muani: un suo ritorno era la soluzione preferita dei bianconeri. Ma non c’è
stata apertura. Ed ecco che l’ultima idea è quell’Icardi che Spalletti ha già
avuto all’Inter e con cui nel 2019 litigò. Robe vecchie. Ora i due potrebbero
incontrarsi ancora, con una Wanda Nara in meno.
L’INTER PENSA AL FUTURO: È FATTA PER MASSOLIN
Chi invece silente era e silente (tranne qualche piccolo sussulto) è rimasta è
l’Inter di Beppe Marotta. Si è parlato a lungo di un esterno destro nel corso di
questo calciomercato: da Perisic a Norton–Cuffy, sono stati diversi i nomi
accostati ai nerazzurri. Perisic era la soluzione preferita, ma come nel caso di
Kolo Muani, non c’è stata apertura del Psv. Norton-Cuffy è un investimento
importante, ci sarà tempo per pensarci. Nel frattempo è arrivato Yanis Massolin.
O meglio, accordo chiuso ma rimarrà a Modena fino a fine anno.
Esterno di 23 anni, ha giocato 14 partite con il club modenese, segnando un gol
e due assist. Un investimento per il futuro prossimo. Ha grande corsa, ottima
tecnica di base e quella freschezza che l’Inter cerca sulle fasce. Certo, non ha
mai giocato in Serie A, quindi ogni giudizio è rimandato al prossimo anno.
Intanto i nerazzurri tentano l’ultimo disperato assalto per Moussa Diaby.
IL MILAN RIFLETTE SU MATETA, IL CASO ROMAGNOLI-LAZIO
Mateta arriverà al Milan. Questo è sicuro. Ma i rossoneri stanno adesso
riflettendo se accogliere adesso l’attaccante 28enne del Crystal Palace o
rimandare a luglio. Il Milan stava spingendo per averlo subito, ma la permanenza
di Nkunku ha frenato tutto. Perché in attacco a oggi ci sono: Leao, Pulisic,
Nkunku, Fullkrug, tornerà Gimenez (anche se servirà tempo). Il reparto sembra
completo, forse Mateta oggi sarebbe troppo.
Non partirà nemmeno Alessio Romagnoli. Il capitano biancoceleste era diretto
all’Al Sadd di Roberto Mancini, in Qatar. Prima il giro di campo dopo il match
contro il Como a salutare i suoi tifosi, poi – quando l’addio sembrava cosa
certa – la Lazio ha frenato tutto con una nota ufficiale: “Non si vende“. Poi la
trattativa riaperta e saltata perché non c’erano più i tempi tecnici per
chiuderla entro le 22 del 31 gennaio, quando scadeva il mercaro qatariota. Anche
se secondo il Corriere dello Sport l’ex Milan ne ha fatta una questione di
principio, non accettando – come gli chiedeva la Lazio – di rinunciare alle
mensilità di novembre, dicembre e gennaio.
L'articolo Il finale di calciomercato si infiamma: Boga e Holm per la Juve (che
sogna il tris), l’Inter chiude per Massolin, salta Romagnoli-Al Sadd | Gli
ultimi affari proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo le parole di Antonio Conte, tutti pensavano che la stagione di Giovanni Di
Lorenzo fosse da considerare conclusa. Dagli esami svolti oggi sono invece e
fortunatamente arrivate notizie rassicuranti: il capitano del Napoli ha avuto un
trauma distorsivo di secondo grado del ginocchio sinistro. Nessuna rottura del
legamento crociato anteriore, come invece aveva ipotizzato Conte in una
conferenza stampa velenosa dopo la vittoria per 2 a 1 contro la Fiorentina. Di
Lorenzo dovrebbe stare fuori al massimo due mesi, ma potrebbe in realtà già
provare a rientrare in tempo per giocare con la Nazionale gli spareggi decisivi
verso i prossimi Mondiali, in programma il 26 e il 31 marzo.
Di Lorenzo si era fatto male al 30esimo del primo tempo della sfida contro la
Fiorentina per una torsione innaturale del ginocchio. L’esito degli esami a cui
il giocatore si è sottoposto al Pineta Grande Hospital di Castel Volturno
segnalano una grave distorsione, ma nessuna rottura. Adesso, il prossimo passo è
“una consulenza specialistica per determinare l’iter riabilitativo” fa sapere il
club in una nota. Che normalmente in queste situazione porta al pieno recupero
dopo 6-8 settimane. Nulla in confronto a quanto aveva paventato Conte, che aveva
già dichiarato che probabilmente Di Lorenzo avrebbe saltato anche i Mondiali di
giugno, nel caso di qualificazione dell’Italia.
“Questa è una cosa molto brutta. Sapete cosa rappresenta per noi. Noi abbiamo
avuto infortuni gravi dove poi fai fatica a mettere una pezza. Oggi abbiamo
perso un pezzo da novanta che le ha giocate tutte visto che non avevamo
soluzioni”, ha dichiarato Conte nel post-gara. Per poi aizzare la polemica
contro i calendari troppi fitti: “C’è poco da dire, torniamo sempre allo stesso
discorso: mettiamo partite su partite su partite, facendo giocare calciatori che
dovrebbero riposare. Così facendo si ammazzano i ragazzi”. E ancora: “Ribadisco,
non capiscono che è come il cane che si morde la coda. Partecipare a
competizioni che mettono più partite per prendere più soldi, in quello momento
prendi più soldi, però poi devi spendere di più per ingaggi e comprare
giocatori. Se vogliamo fare 60-70 partite l’anno, le rose si devono allargare.
Non sto parlando del Napoli, ma in favore dei calciatori in generale e mi
dispiace che l’associazione calciatori sia d’accordo con tutti quanti e si giri
dall’altra parte“. Un anno fa, quando erano le rivali Inter e Juventus ad avere
problemi di infortuni per il doppio impegno, Conte commentava: “Se qualcuno ha
voluto la bicicletta ora deve iniziare a pedalare“.
L'articolo Napoli, per Di Lorenzo un trauma distorsivo al ginocchio. Scongiurate
le ipotesi di Conte, che aveva gridato allo scandalo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Conduzione palla con tanti tocchi in pochi metri, ruleta a eludere l’intervento
di un difensore e sinistro incrociato a prendere in controtempo Robert Sanchez.
Il primo gol con il Napoli di Antonio Vergara nella sfida di Champions League
contro il Chelsea non è stato per niente banale. Per il contesto, per
l’avversaria, per la qualità della giocata. E il trequartista ha deciso di
rifarlo contro la Fiorentina. Non uguale, ma altrettanto bello. Scatto in
profondità a bruciare la difesa, poi sinistro secco a incrociare e lasciare De
Gea immobile.
Quasi come a dire: “Con il Chelsea non è stato un caso“. Napoli, il Napoli e in
generale l’Italia intera scoprono Antonio Vergara, 23enne tutto estro e fantasia
che si sta facendo spazio nell’undici di Antonio Conte, esploso anche e
soprattutto per i tanti infortuni che stanno colpendo la squadra napoletana.
Piede educatissimo, cresciuto calcisticamente a Frattamaggiore, brevilineo,
arrivato al Napoli in adolescenza. No, non è Lorenzo Insigne, ma Vergara sogna
di ripercorrerne gli anni in azzurro.
Con Insigne condivide la fantasia negli ultimi 20 metri, la rapidità, i tiri a
giro sul secondo palo. Ma Vergara è più strutturato fisicamente (è alto 20 cm in
più) ed è mancino. Per ripercorrere la carriera di Insigne con il Napoli servirà
tempo e serviranno i numeri, ma dopo la crescita nel settore giovanile e le
esperienze nei campionati minori, ora Vergara è pronto a ritagliarsi un ruolo da
protagonista anche nella formazione campione d’Italia. Anche se confermare il
rendimento delle ultime quattro partite (Sassuolo, Juventus, Chelsea e
Fiorentina) non sarà facile.
Prima di questi ultimi 14 giorni di gennaio, Vergara aveva giocato 17 minuti
totali in Serie A, 10 in Champions League, 2 in Supercoppa Italiana e 74 in
Coppa Italia (con assist per il gol di Lucca). Il Napoli e Conte (che in estate
aveva espresso parole d’apprezzamento nei suoi confronti) hanno deciso di
inserirlo gradualmente nelle rotazioni, salvo poi accelerarne il percorso a
causa dei tanti infortuni che hanno colpito il club. Ma Vergara ha anche fatto
quella che comunemente viene chiamata “gavetta”, con non poche difficoltà.
Nella stagione 2022–2023, a 19 anni, viene girato in prestito alla Pro Vercelli,
in Serie C, con cui gioca 34 partite in campionato, segnando 3 gol e 4 assist.
Nell’estate del 2023 si trasferisce ancora in prestito, questa volta alla
Reggiana, in Serie B. La sua stagione in maglia granata termina prestissimo per
la rottura del legamento crociato anteriore, il 16 settembre nella partita di
campionato contro la Cremonese. Nonostante ciò, l’1 febbraio 2024 viene
ufficializzato il rinnovo del prestito anche per la stagione 2024–2025, in cui
torna in forma e totalizza 33 presenze complessive, con 5 gol e 6 assist.
Quest’anno è tornato alla base e dopo aver pazientato nei primi mesi della
stagione, ha avuto la sua occasione e ha risposto presente, prima in Coppa
Italia, poi in Champions League e adesso anche in campionato. Certo, è presto
per trarre conclusioni. Ma una cosa è chiara: il talento non gli manca e il
coraggio nemmeno. Dopo la gavetta, l’infortunio, l’attesa silenziosa e le
occasioni col contagocce, si è fatto trovare pronto nel momento più complicato,
quando il Napoli aveva bisogno di nuove soluzioni e di un po’ di fantasia.
L'articolo Conte e l’Italia hanno scoperto Vergara: il talento del Napoli in gol
anche contro la Fiorentina proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’arbitro Mariani non aveva visto il contatto tra Bremer e Hojlund in area e
aveva chiesto al Var di fare un controllo. Doveri e Di Paolo però da Lissone gli
hanno comunicato di far proseguire il gioco. È questo il retroscena che emerge
da Open Var su Dazn riguardo all’episodio più discusso dell’ultima giornata: il
calcio di rigore non fischiato al Napoli contro la Juventus. Doveri è un arbitro
esperto, internazionale, che fischierà ai prossimi Mondiali. Il suo metro
arbitrale è spesso all’inglese, certi contatti anche duri non vengono
considerati fallosi. Dall’Aia però la vedono diversamente e Dino Tommasi,
componente della Can A e B, lo ha fatto capire chiaramente: “Per il fatto che
Bremer cinge il collo di Hojlund fino a portarlo a terra, l’intervento è
sicuramente falloso e c’è un parametro evidente nella trattenuta”. Secondo i
vertici arbitrali, era un calcio di rigore e Mariani andava chiamato all’on
field review.
Già era trapelata l’irritazione di Gianluca Rocchi nel lunedì post gara. Ora
Tommasi a Open Var ricostruisce così il tutto: “Mariani comunica alla Sala Var,
quindi a Doveri e Di Paolo, che non ha visto la situazione di Bremer su Hojlund,
perché probabilmente stava guardando a destra e perde la priorità sul centro
dell’area di rigore in quel momento. Premettiamo che Mariani ha arbitrato molto
bene la gara”. Quindi cosa succede? “Lui non vede il primo contatto, il secondo
contatto (Kalulu-Vergara) è effettivamente leggero, c’è un piccolo appoggio.
Diciamo che non ci sono parametri chiari per un intervento falloso“. Sul primo,
l’azione di Bremer che fa cadere a terra Hojlund, la valutazione è diversa:
“Cinge il collo con tutte e due le mani, lo trattiene col braccio sinistro e lo
trattiene a terra”. La conclusione di Tommasi è netta: “Mariani chiede appunto
(al Var) perché non ha potuto valutare l’intervento e quindi questo è un calcio
di rigore mancante e manca una Ofr per farlo rivedere a Mariani”.
Secondo i vertici arbitrali, era un calcio di rigore chiaro da assegnare al
Napoli. Così come c’è un errore nel’altro episodio controverso di giornata, il
rosso a Skorupski in Genoa-Bologna. “Se guardiamo i parametri Dogso non si
tratta di chiara occasione da gol. Ci sono tre difendenti oltre Vitinha e ce n’è
uno sulla linea di porta si derubrica il giallo come fallo pericoloso. Era
doveroso il giallo e non il cartellino rosso”, ha spiegato Tommasi. Bocciata
quindi la scelta di Fabio Maresca, che non ha cambiato cartellino neanche dopo
essere stato richiamato dal Var. Promossa invece la decisione di Andrea Colombo
di assegnare il rigore alla Roma contro il Milan per il mani di Bartesaghi: “Il
calciatore del Milan ha il braccio molto largo, è un rigore codificato: copre il
passaggio del pallone. Giusto assegnare il penalty alla Roma”.
L'articolo “Mariani comunica alla Sala Var che non ha visto la situazione
Bremer-Hojlund, questo è un calcio di rigore mancante” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Una frase infelice perché anzitutto noi abbiamo ancora lo scudetto sulla maglia
e bisogna portare rispetto. Deve stare un po’ più attento quando parla”. Antonio
Conte torna nella sua versione “battagliera” e attacca Luciano Spalletti.
L’allenatore del Napoli, che nel corso di questo anno e mezzo sulla panchina
azzurra ha sempre mostrato il suo lato da combattente, spavaldo e con diverse
frecciate ai colleghi, dopo la netta sconfitta contro la Juventus per 3-0
sembrava quasi essersi arreso e rassegnato.
E invece no. Alla vigilia della sfida decisiva di Champions League contro il
Chelsea al “Maradona”, il tecnico ha parlato in conferenza stampa ed è passato
di nuovo all’offensiva nei confronti del collega bianconero, che in precedenza
aveva definito il Napoli “la squadra ex campione d’Italia“.
Frase che a Conte non è piaciuta, come ha sottolineato in conferenza stampa:
“Non lo sapevo. Se l’ha detta questa è una frase infelice perché anzitutto noi
abbiamo ancora lo scudetto sulla maglia e bisogna portare rispetto. Spalletti è
un bravissimo allenatore, ma se ha detto questo, deve stare un po’ più attento
quando parla“, ha tuonato Conte, che ha poi fatto la morale al collega: “Io non
mi sarei mai permesso di dire una cosa del genere. Innanzitutto perché mancano
ancora sedici partite. Poi magari lui ci ha visti male e ci ha tolto già lo
scudetto, dispiace perché abbiamo fatto tanto per cucirlo e serve rispetto. Gli
auguro buona fortuna”.
Successivamente Conte ha voltato pagina, chiudendo la parentesi Juventus–Napoli
e parlando di Chelsea e dell’emergenza infortuni: “Al peggio non c’è mai fine,
però dobbiamo essere ottimisti – ha sottolineato sorridendo -. Non possiamo
sapere se ci saranno situazioni peggiori. Pensavamo di aver visto tutto a
dicembre e invece no. Lo dicevo quando stava emergendo Neres ed eravamo già in
crisi numerica”.
Alla lunga lista composta da De Bruyne, Gilmour, Politano, Rrahmani, Anguissa,
Milinkovic–Savic e Mazzocchi, si è aggiunto David Neres, che si è operato alla
caviglia. “Credo di avere esperienza, quanto accaduto quest’anno ha
dell’inspiegabile. Ogni anno tutte le squadre hanno degli infortuni, di solito
sono muscolari, due settimane, tre settimane, poi rientrano. Avere infortuni da
operazione, articolari, lì è difficile da spiegare”, ha concluso Conte.
L'articolo “Deve portare rispetto e stare attento quando parla, ha detto una
frase infelice”: Conte durissimo contro Spalletti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’ultima giornata di campionato di gennaio, la numero 22, ha prodotto
l’unanimità dei commenti nei giornali principali: Inter in fuga, grazie anche ai
rallentamenti e alle cadute degli avversari. Il concetto sul quale tutti
concordano è che la vera vincitrice di questa domenica, in cui c’erano due
scontri diretti tra secondo e quinto posto (Juventus-Napoli e Roma–Milan), è
infatti l’Inter, che si è goduta in poltrona il 3-0 dei torinesi e l’1-1
dell’Olimpico. Morale, nerazzurri a + 5 sul Milan e a +9 sulla coppia
Roma-Napoli. La Juventus è a – 10. Tradotto: il titolo è una vicenda milanese e
l’Inter può solo perderlo.
“È stata una grande domenica di scontri diretti in vetta alla classifica –
l’editoriale della Gazzetta – e, alla fine, la vittoria più pesante l’ha
ottenuta l’unica squadra che non ha giocato: l’Inter. Ora ha cinque punti di
vantaggio sull’inseguitrice più vicina, il Milan. L’Inter non ha ancora vinto il
campionato, ma dopo questa giornata si è capito chi non potrà conquistare lo
scudetto: il Napoli si è aggiunto a Juventus e Roma”. “Adesso c’è luce fra
l’Inter e le altre – l’opinione del Corriere della Sera -. Cinque punti per
scendere fino al Milan, unico realisticamente autorizzato a mantenere qualche
ambizione top, altri 4 per calarsi a meno 9 al livello di Roma e Napoli. Il dato
forte di questa 22ª giornata è l’uscita del Napoli dal discorso scudetto. È
chiaro che a questo punto la contesa per i posti in Champions assume
un’importanza centrale. Se diamo per acquisito quello dell’Inter, e probabile
quello del Milan, i due che rimangono hanno una nuova candidata nel Como,
distante ormai tre soli punti dal quarto posto”. “Il tedoforo Chivu può
percorrere i suoi 200 metri olimpici in tuta Armani e in tranquillità – il
commento del Corriere dello Sport -. L’unico, piccolo fastidio glielo potrebbero
procurare i selfie dei tifosi più intraprendenti e la schiena. Di certo, non il
Milan, né il Napoli, che hanno lasciato sul campo due e tre punti”.
Lo scenario del campionato sembra ormai delineato: solo la pazzia storica
dell’Inter potrebbe rompere lo schema. È importante ricordare che venerdì sera,
al Meazza contro il Pisa, i nerazzurri al 23esimo si sono ritrovati sotto di due
gol. Risalita la corrente, hanno spiccato il volo: passare dallo 0-2 al 6-2 non
è cosa da poco, ma ci ricorda sempre la capacità dell’Inter di complicarsi la
vita. Il primato e la minifuga non posso sorprendere più di tanto. Da quattro
anni la squadra nerazzurra ha una base solida di giocatori. Le due finali di
Champions (2023 e 2025) hanno regalato delusioni, ma hanno anche permesso di
aggiustare il bilancio. Nel 2025, c’è stato il boom dei ricavi – complice il
Mondiale per club – con 583 milioni di incassi. Un grande exploit, anche se
nell’ultima classifica Deloitte l’Inter è undicesima, tanto per ribadire quanto
sia tosta in Europa oggi la concorrenza.
L’Inter ha costruito il suo primato vincendo 17 delle 22 partite a disposizione.
Ha perso negli scontri diretti con Milan, Juventus e Napoli, si è lasciata
sorprendere alla seconda giornata dall’Udinese e ha pareggiato nel ritorno
contro il Napoli. Ha lasciato per strada 14 punti su 66 e ha una differenza reti
di +31. Considerato che ospiterà al Meazza Juve, Roma e Atalanta, ha anche un
calendario favorevole. Il derby dell’8 marzo sarà quasi sicuramente lo snodo
decisivo nel testa a testa con il Milan. In questo duello tutto milanese,
l’Inter ha l’aggravante della Champions – gli eventuali playoff sottrarranno
ulteriori energie -, mentre i rossoneri, imbattuti in campionato da 21 partite,
con questa stagione fuori dalle coppe possono concentrarsi sulla Serie A.
Il cortomuso allegriano ha finora pagato, ma il merito principale è del
portiere. Maignan è stato il protagonista numero uno dell’annata milanista: ha
portato a casa punti fondamentali per restare sulla scia dell’Inter, anche se
dopo l’1-1 dell’Olimpico la schiena nerazzurra è più lontana. Allegri è stato
frenato dai pareggi (8), dalla fragilità dell’attacco e dalle lune di Leao: a
Roma il portoghese ha offerto un’altra prestazione sbiadita.
Il Napoli è a corto di uomini, ma al netto di eventi traumatici, andrebbe fatta
una riflessione più approfondita. Il dato lampante, sebbene a Conte questi
discorsi provochino un’irritazione profonda, è che quando l’allenatore leccese
gestisce una stagione senza coppe internazionali, come l’anno scorso con il
Napoli e come nel 2016-2017 al timone del Chelsea, c’è l’exploit. Il doppio
fronte crea puntualmente sempre problemi ed è forse pure questa una ragione dei
problemi fisici dei campioni d’Italia. Un conto è spingere sull’acceleratore con
una gara settimanale, altra storia quando devi misurarti anche in Europa.
La Roma, tolti i picchi di rendimento dell’Inter, è la squadra dei piani
superiori che mostra il calcio più spettacolare. Lo show non si traduce però
sempre nei risultati. Gennaio ha messo a disposizione di Gasperini un attaccante
“fatto” come Malen – contro il Milan l’olandese ha però sprecato troppo – e
altri giovani di prospettiva. Contro il Milan, la Roma ha chiuso con Ghilardi e
Wesley (2003), Pisilli (2004), Venturino (2006), Robinio Vaz (2007). Il più
“anziano”, Cristante, 31 anni il 3 marzo. Gasp dice che sta lavorando con
un’Under 20, ma la certezza è che la Roma è la squadra più fresca e anche quella
con i migliori orizzonti tecnici: molto, se non tutto, passerà per la
qualificazione alla Champions, competizione dalla quale i giallorossi sono fuori
dal 2019.
La Juventus ha cambiato passo con Spalletti: bocciata senza appello la scelta di
proseguire con Tudor dopo l’emergenza – esonero di Motta – della scorsa
stagione. L’ex ct della nazionale ha puntato su Yildiz – mossa scontata -, ha
rivitalizzato Locatelli, ha trovato in McKennie e Thuram due approdi sicuri, sta
insistendo su David e ha ritrovato Miretti. L’obiettivo in casa bianconera è la
conferma in Champions, poi si vedrà.
In tutto questo, occhio al Como, a – 3 da Roma e Napoli. I numeri dicono che in
ballo, per l’Europa più importante, c’è anche la banda di Fabregas, 9 gol
rifilati a Lazio e Torino.
L'articolo Inter in fuga, il derby con il Milan diventa lo snodo scudetto.
Napoli-Roma-Juve: l’analisi sulla lotta per la Champions proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Almeno una volta gli sarà passato per la testa, mentre il suo (?) Napoli
affondava malamente contro quella che un tempo era stata davvero la sua
Juventus, e la curva bianconera lo prendeva in giro, dedicandogli il solito coro
di sempre, ma stavolta di scherno e non d’amore. Chi gliel’ha fatto fare?
Antonio Conte doveva tornare a Torino.
Juventus-Napoli è stato uno snodo importante del campionato, e non soltanto per
il risultato, che ha tagliato fuori – forse in maniera definitiva – i campioni
d’Italia dalla corsa scudetto, risucchiandoli pericolosamente in quella per il
quarto posto, dove in quattro (Napoli, Juve, Roma e forse persino il Como) si
giocheranno i due slot in Champions a disposizione alle spalle delle milanesi.
Ancora più suggestivo gli incroci di personaggi, sentimenti, storie di vita.
Luciano Spalletti che seduto sulla panchina della Juve col tatuaggio del Napoli
sul braccio – già questo un ossimoro – si è preso lo sfizio di togliersi la
rivincita contro tutto l’ambiente (presidente, calciatori, tifosi), che gli
avevano dedicato pensieri non proprio carini dopo il burrascoso addio post
scudetto. E poi Conte, appunto, da avversario nel suo stadio, sconsolato e quasi
umiliato, alla guida di una squadra irriconoscibile, che pare averlo già
rigettato.
Inevitabile tornare alla sliding door della scorsa estate, che avrebbe potuto
cambiare le loro storie e quella della Serie A. La Juventus ha inseguito per
settimane Conte, che sembrava pronto al ritorno: poi il tecnico si è lasciato
convincere da De Laurentiis e ha scelto di rimanere a Napoli, lasciando col
cerino in mano i bianconeri, che si sono ritrovati a confermare Tudor per
mancanza di alternative, compromettendo l’ennesima stagione. Col senno di poi,
facile dire che la scelta è stata sbagliata.
Attenzione, non perché Napoli oggi valga meno di Torino come piazza, anzi: la
squadra è più forte, il bilancio più solido, le prospettive di investimento
maggiori come ha dimostrato anche l’ultimo mercato, benché i 200 milioni messi
sul piatto da De Laurentiis siano stati letteralmente dilapidati su giocatori
che apparivano da subito inadeguati (ma questo è un altro discorso). Conte ha
sbagliato a non tornare alla Juve perché lì avrebbe potuto fare l’unica cosa che
sa fare bene veramente. Trovare una squadra ridotta in macerie e ricostruirla.
Partire da sfavorito, senza pressioni o obblighi di ben figurare nelle coppe (lì
nessuno gli avrebbe detto nulla se avesse collezionato appena due vittorie su
sette partite in Champions). Poter usare ed abusare la stucchevole retorica
della squadra che sta facendo “qualcosa di straordinario”, “degli altri che sono
obbligati a vincere mentre noi siamo lì solo per dar fastidio”, ecc. ecc..
Rimanendo a Napoli, invece, è stato costretto a confrontarsi con le
responsabilità a cui qualsiasi manager moderno deve far fronte: le indicazioni
sul mercato, le fatiche nelle coppe, la gestione di una rosa allargata. E sono
emersi tutti i suoi limiti. A dicembre il Napoli sembrava essere rinato, poi a
San Siro nello scontro diretto contro l’Inter ha giocato la miglior partita
stagionale,rilanciando la sua candidatura per il titolo. Ma appena sono
ricominciati gli impegni infrasettimanali, è sprofondato fra infortuni (che non
sono mai solo casuali) e prestazioni inadeguate. Tanto che adesso la stagione
rischia di trasformarsi in un fallimento, se non riuscirà a inventarsi qualcosa
per dare una sterzata alla squadra.
Conte alla Juve avrebbe risolto i problemi di tutti. Dei bianconeri, che hanno
compromesso un’altra stagione, ma ora finalmente hanno trovato un nuovo
riferimento in Spalletti. Di Conte, ovviamente. E del Napoli, che sarebbe potuto
ripartire con un altro tecnico. Questo è il rimpianto di Conte. E forse pure di
De Laurentiis.
X: @lVendemiale
L'articolo Doveva tornare alla Juve: il rimpianto di Antonio Conte (e forse pure
di De Laurentiis) proviene da Il Fatto Quotidiano.
La rivoluzione del Napoli parte da Giovane. Nessun gioco di parole, questa
volta, ma un’operazione conclusa che fa sorridere Conte e fa arrabbiare Sarri,
sempre meno a suo agio da questa gestione del mercato della Lazio. Perché
l’attaccante più che eclettico del Verona, brasiliano, giovane (con la g
minuscola: ha 22 anni), capace di giocare sia da punta, sia da esterno, sia da
trequartista, alla Lazio avrebbe fatto comodo. Ma il celeste della Capitale è
stato superato da quello di Napoli, con un blitz davvero efficace di Manna,
abile a muoversi in un complicatissimo mercato a saldo zero. Quello che De
Laurentiis ha cercato di far sbloccare durante un’assemblea straordinaria di
Lega ma per cui alcune società (Juve, Inter, Roma e Milan, di fatto, su tutte)
gli hanno detto di no.
Un colpo non basso, ma comunque duro inferto dalle rivali alla lotta Champions e
scudetto. A cui il Napoli ha risposto come meglio ha potuto. Prima, con le
cessioni. Sono andati via Lucca e Lang, di fatto bocciati dopo sei mesi
inconsistenti e non senza polemiche: il primo in prestito a 2 milioni con
diritto di riscatto a 35 in favore del Nottingham Forest; il secondo al
Galatasaray, per 2 milioni di prestito e 30 di riscatto. Poi, gli acquisti.
Perché quei soldi incassati (e i relativi stipendi risparmiati) hanno
rappresentato la liquidità perfetta per arrivare all’accordo con il Verona, con
cui i rapporti sono ottimi (anni fa arrivò, anche se senza particolare successo,
Ngonge): operazione a titolo definitivo per 20 milioni di euro complessivi tra
parte fissa e bonus, ultimi dettagli da limare prima della partenza per Roma,
dove farà le visite mediche a Villa Stuart, e le firme a Napoli, dove abbraccerà
Conte.
L’allenatore, a differenza del suo omologo laziale, può sorridere dopo la
fortissima arrabbiatura per il pareggio in Champions contro il Copenaghen. Il
giocatore è un rinforzo necessario per un reparto spuntatissimo: è vero che
Lukaku è in fase di recupero, ma sulle fasce Neres ne avrà per più tempo del
previsto e il giovane – un altro – Vergara non ha l’esperienza e forse nemmeno
la condizione per giocare tutte le partite. Il brasiliano serviva. Come
serviranno altri giocatori per quel ruolo. Il tentativo per Cambiaghi del
Bologna è andato a vuoto (è incedibile per gli emiliani, così come Dominguez
che, pur non giocando, Italiano ha tolto dal mercato), mentre si cercano di
capire le condizioni per Maldini dell’Atalanta, trattato da tempo, Boga del
Nizza e un vecchio pallino di Conte, quel Sancho ora all’Aston Villa ma in
prestito dal Manchester United che l’allenatore ha corteggiato invano per tutta
la sessione del mercato estivo.
Se ne riparlerà. Se ne riparlerà di certo. Ma il segnale che il Napoli ha dato
sul mercato è certamente importante. In attesa di altre operazioni che a 10
giorni dalla fine della finestra invernale sono più che possibili.
L'articolo Blitz del Napoli: Conte soffia Giovane a Sarri. E il mercato azzurro
continua: tre nomi per la fascia proviene da Il Fatto Quotidiano.