Con un ritardo di due anni, è stata trasmessa alla Commissione Affari sociali
della Camera la Relazione sull’attuazione della legge n. 194 del 22 maggio 1978,
che presenta e analizza i dati relativi al 2023. Il documento non è ancora
pubblicato sul sito del Ministero della salute: la norma prevede che sia
presentato a febbraio dell’anno successivo e già l’anno scorso la scadenza era
stata ignorata, consegnando il testo a dicembre 2024.
Nel 2023 sono state notificate 65.746 interruzioni volontarie di gravidanza
(IVG). Rimane invariato rispetto all’anno precedente il tasso di abortività,
cioè il numero di IVG per 1.000 donne di età 15-49 anni residenti in Italia,
l’indicatore più accurato per valutare il ricorso all’IVG secondo le indicazioni
dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 2023, è stato pari a 5,6 IVG per
1.000. Il tasso varia per area geografica: è inferiore nelle Isole (4,5 per
1000) e al Sud (5,4 per 1.000) rispetto al Centro (6,0 per 1.000) e al Nord (5,9
per 1.000). Come nel 2022, la Regione Liguria mantiene il tasso più alto (8,3
per 1.000) e la Basilicata il più basso (4,0 per 1.000). La Relazione lo spiega
con il diverso peso della popolazione straniera, meno rappresentata al Sud. Il
numero di aborti in rapporto alla popolazione sarebbe correlato alla minore
presenza di donne straniere, considerando che le donne straniere di età compresa
tra 20-24 e 25-29 anni hanno rispettivamente tassi pari a 2,9 e 2,8 volte più
alti delle italiane (i dati raccolti riguardano solo le straniere residenti). Il
tasso di abortività tra le donne straniere è comunque in continua diminuzione
dal 2003, quando i tassi delle donne erano 5,3 volte superiori a quelli delle
donne italiane. Il Ministero non sembra prendere in considerazione eventuali
fattori culturali che potrebbero potenzialmente incidere, anche per le italiane,
sul tasso di abortività nel Sud e nelle Isole, come ad esempio una diversa
pressione sociale sulle donne rispetto all’assunzione del ruolo materno (il
tasso di natalità al Sud è ancora tra i più alti tra le ripartizioni
territoriali italiane), oppure i fattori legati alla disponibilità di servizi
IVG sul territorio e dalla loro accessibilità.
Aumenta il ricorso al metodo farmacologico, con una percentuale del 59,4% sul
totale, in aumento rispetto al 52,0% rilevato nel 2022. Anche su questo si
registra una forte variabilità per area geografica e per Regione, con valori
inferiori alla media nazionale nell’Italia insulare (46,3%) e meridionale
(56,3%) rispetto al Centro (60,4%) e al Nord (61,1%). Restano perlopiù disattese
le Linee di indirizzo promulgate nel 2020 dal Ministero della salute per
sollecitare la de-ospedalizzazione del metodo farmacologico, con la possibilità
di prendere il primo farmaco in consultorio o ambulatorio e il secondo a
domicilio. Nel 2023, solo il Lazio aveva formalizzato questa procedura con un
protocollo regionale (la Toscana consentiva la somministrazione di entrambi i
farmaci in ambulatorio e l’Emilia Romagna ha adottato un protocollo per la
somministrazione in consultorio ad inizio 2025).
Dal 1980, anno di inizio del sistema di rilevamento dei dati, sono costantemente
diminuite le IVG, mentre il numero di obiettori di coscienza è rimasto
mediamente stabile. Nel 2023 l’obiezione di coscienza era del 57,1% tra il
personale di ginecologia, in lieve diminuzione rispetto al 60,5% del 2022 del
(sono il 35,1% tra gli anestesisti e il 30,9% del personale non medico. Va
aggiunta la quota di obiezione di coscienza non dichiarata: il 10,6% (196 in
totale) di ginecologi e ginecologhe che, pur non presentando obiezione di
coscienza, non praticano l’IVG nelle strutture in cui il servizio è offerto.
Anche per l’obiezione di coscienza vi sono “notevoli differenze tra le Regioni”
sia nelle categorie del personale che presentano l’obiezione sia tra chi, pur
non presentandola, non è disponibile a praticare IVG.
Le case di cura autorizzate con reparto di ostetricia e/o ginecologia che
effettuano IVG sono 327 su 540, cioè in media 61,1% del totale. Un poco meno del
40% in media, dunque, non ha un servizio IVG. Non è indicato come sia
distribuita questa percentuale sul territorio. Se ne ha una rappresentazione
grazie alle mappature fatte dalle associazioni e dal volontario. Come nella
mappa di Laiga, dove, ad esempio, si può avere il colpo d’occhio sul territorio
siciliano, costellato dai pin rossi in cui il servizio non è disponibile, o da
quello delle aree interne tra Abruzzo, Basilicata e Molise, dove i punti che
indicano gli ospedali sono rarefatti. Varia da Regione a Regione anche il numero
assoluto di punti IVG e di punti nascita e il loro rapporto per 100.000 donne in
età fertile, come varia molto anche il carico di lavoro medio settimanale per
ogni ginecologa/o non obiettrice, compreso tra il minimo dell 0,3 in Valle
d’Aosta e il massimo dell’8,3 in Campania.
Rispetto alla mobilità tra una Regione e l’altra, ovvero lo scostamento tra
luogo dell’evento e luogo di residenza, la Relazione rileva che nel 2023 la
quota di IVG effettuata nella Regione di residenza è stata pari al 92,5%, di
queste l’87,3% è stato effettuato nella Provincia di residenza. Non sono
indicate le percentuali secondo aree geografiche (nord, centro, sud e Isole). La
Relazione, tuttavia, individua possibili criticità organizzative nell’offerta
delle prestazioni in alcune Regioni. Delle 3.451 IVG effettuate in regione
diversa da quella di residenza, il 26,4% è riferito a donne provenienti dalla
Basilicata, il 14,2% dal Molise e il 13,9% dall’Umbria. Un dato che può essere
letto alla luce della mancata disponibilità di servizi sul territorio.
L'articolo Legge 194, la relazione sui dati del 2023 consegnata con due anni di
ritardo: invariato il tasso di aborti, crescono quelli farmacologici proviene da
Il Fatto Quotidiano.
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“Sì, dopo il 7 ottobre i giovani che obiettano come noi sono aumentati, il
nostro movimento cresce, ma è troppo lento. Non si può aspettare che la società
israeliana cambi per fermare il genocidio e la pulizia etnica: la comunità
internazionale deve agire ora”. Hanno fatto 2.700 chilometri da Tel Aviv per
diffondere questo messaggio, ne faranno altre centinaia in giro per l’Italia per
essere sicuri che venga ascoltato, accompagnati in un tour da Assopace
Palestina. Ido Elam e Ella Keidar Greenberg sono due giovani di 19 anni,
obiettori di coscienza o refusenik, come si dice in Israele. Hanno rifiutato di
prestare servizio nell’esercito quando sono stati chiamati a farlo raggiunta
l’età della leva obbligatoria, come capita a tutti i ragazzi e ragazze
israeliane. “Sono attivista contro l’occupazione nei Territori palestinesi da
quando ho 14 anni, avendo conosciuto l’apartheid in West Bank mi è stato subito
chiaro che non potevo prendere parte alla politica di pulizia etnica messa in
pratica dal nostro governo a Gaza”, spiega al Fatto Ella Greenberg.
Il 19 marzo 2025, a 18 anni, mentre da quattro era già un’attivista transgender,
si è presentata al centro di reclutamento di Tel Hashomer con in mano la lettera
di chiamata, e ha dichiarato il suo rifiuto di partecipare al genocidio a Gaza,
l’opposizione all’occupazione e alla guerra in generale. La mossa le è costata
un mese di carcere, da cui è uscita l’11 aprile scorso. Aleggia la minaccia di
ulteriori misure penali, ma in realtà per Ella, come gli altri refusenik, il
trattamento è stato piuttosto lieve, se paragonato a quello riservato ai
cittadini e non di origine palestinese incarcerati nel Paese (quasi la metà in
detenzione amministrativa senza accuse formulate, secondo le ong dei diritti
umani di Israele). “Ora siamo persone libere”, continua Greenberg, “le punizioni
per gli obiettori sono piuttosto lievi perché le autorità ci tengono a evitare
di farci diventare dei martiri agli occhi degli altri israeliani”. Lei e Ido
Elam sono i volti più vista dell’associazione Mesarvot, ossia “noi rifiutiamo”
in ebraico, rete che si concentra sull’opposizione al servizio militare
obbligatorio e all’occupazione dei territori palestinesi.
Piuttosto, come capita a molti attivisti radicali israeliani che definiscono
fuori dai denti le politiche del governo di Gerusalemme come apartheid e pulizia
etnica, gli obiettori sono tacciati di essere dei traditori, in un Paese in cui
l’esercito è un pilastro portante (e visibile) della società, e il servizio
militare associato a un dovere morale. Venerdì i due attivisti di Mesarvot
saranno al circolo Arci Angelo Mai per un’ultima conferenza, accompagnata dalla
proiezione del film Innocence di Guy Davidi (regista noto per il documentario
Five broken cameras): “Non lo abbiamo visto neanche noi, ne parleremo”, spiega
Ido, intervistato a margine di un incontro al Senato della Repubblica a Roma,
ospitato da Alleanza verdi sinistra con, tra gli altri, Nicola Fratoianni e
Luisa Morgantini.
Il film Innocence è stato lanciato alla Mostra di Venezia nel 2022, ma in
Israele praticamente non è stato distribuito. È una critica frontale della
militarizzazione della società israeliana, e solleva il tema dei suicidi tra i
soldati e degli effetti devastanti del disturbo post traumatico da stress, una
sorta di tabù per la politica israeliana, soprattutto per la maggioranza che
sostiene Benjamin Netanyahu. In un contesto in cui il racconto pubblico di
sh’khol (il lutto per i figli caduti) nel dibattito pubblico prende
esclusivamente le forme della commemorazione patriottica dell’eroismo dei
caduti.
Davanti al pubblico internazionale, Ella e Ido non vogliono portare soltanto la
loro testimonianza. Cercano piuttosto di suscitare un ribaltamento di
prospettiva: non limitarsi ad ascoltare quella fetta minoritaria di israeliani
critici con le politiche più violente portate avanti contro i palestinesi, non
aspettare che Mesarvot diventi un’organizzazione di massa prima di agire, ma
piuttosto prendersela con i leader, pretendere la massima pressione sul governo
Netanyahu da parte della comunità internazionale, per il rispetto del diritto
internazionale. “Quello che facciamo non sarà mai sufficiente”, confessa Ella.
“Non illudiamoci che le politiche del governo israeliano cambieranno per via di
un cambio di mentalità degli israeliani. Se tante persone oggi giustificano il
genocidio è perché queste politiche sono reali, se la comunità internazionale si
adoperasse per fermarle, per renderle illegali e impossibili, allora vedrete che
anche la maggioranza silenziosa cambierà idea”.
L'articolo “Noi, obiettori israeliani, ci rifiutiamo di entrare in un esercito
accusato di crimini di guerra. La comunità internazionale fermi Netanyahu”
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