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“Celle saldate nel carcere di Evin per evitare la fuga dei prigionieri”, la denuncia della resistenza iraniana
La denuncia arriva dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI), ma si inserisce in un quadro ben più ampio e inquietante, segnato dall’escalation militare e dalla crescente repressione interna in Iran. La storia delle “celle saldate” nel carcere di Evin – destinato dalle autorità di Teheran ai prigionieri politici – non è solo l’ennesimo capitolo di violazioni dei diritti umani: è il simbolo di un sistema che, in tempo di guerra, sembra disposto a trasformare le proprie carceri in trappole mortali. LE CELLE SIGILLATE: UNA MISURA ESTREMA Secondo quanto riportato dal comitato femminile dell’NCRI, le autorità penitenziarie avrebbero iniziato a saldare le porte metalliche delle celle per prevenire rivolte, evasioni o disordini. Una decisione che, in condizioni normali, sarebbe già gravissima; ma che diventa potenzialmente catastrofica nel contesto attuale. Con il conflitto riesploso e il rischio di nuovi bombardamenti, i detenuti si troverebbero intrappolati senza alcuna possibilità di fuga in caso di incendio, crolli o attacchi aerei. Dalle testimonianze che filtrano dall’interno di Evin emerge un’immagine ancora più drammatica. Con la riduzione del personale penitenziario e l’assenza di assistenza, il carcere sarebbe in parte abbandonato. “Vogliamo uscire da dietro queste porte e queste mura”, è l’appello riportato dagli attivisti. La prigione di Evin, già colpita in passato da raid, potrebbe trasformarsi — secondo la denuncia — in una vera e propria tomba. La stessa pratica, secondo il sito IranNewsWire, sarebbe stata adottata anche nel carcere di Fashafouyeh, sempre a Teheran, segno che non si tratta di un caso isolato ma di una strategia più ampia. UN CARCERE SIMBOLO DELLA REPRESSIONE La prigione di Evin è da decenni il cuore del sistema repressivo iraniano. Qui sono stati detenuti oppositori politici, attivisti, giornalisti e figure di rilievo internazionale come la premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi e la giornalista italiana Cecilia Sala. Le accuse mosse dalle organizzazioni per i diritti umani sono costanti: torture, isolamento, abusi sessuali, percosse. A queste si aggiungono oggi condizioni materiali sempre più degradate: mancanza di beni essenziali, assistenza medica ridotta e sovraffollamento. Il contesto attuale è determinante. Secondo una commissione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, dopo l’operazione militare israelo-americana del 28 febbraio, le autorità iraniane potrebbero intensificare ulteriormente la repressione interna, anche attraverso un aumento delle esecuzioni. Gli esperti Onu – nei giorni scorsi – hanno inoltre definito il precedente raid israeliano contro Evin un possibile crimine di guerra, sottolineando il rischio che strutture detentive vengano coinvolte direttamente nel conflitto. In questo scenario, la scelta di sigillare le celle appare come una misura che tiene insieme due obiettivi del regime: impedire qualsiasi forma di rivolta interna e mantenere il controllo assoluto anche in condizioni di caos bellico. Parallelamente starebbe crescendo il numero delle condanne a morte. Secondo organizzazioni come Iran Human Rights, decine di sentenze capitali sarebbero già state emesse e molte altre potrebbero seguire. Alcune esecuzioni recenti hanno colpito anche persone arrestate durante le proteste, inclusi giovani e figure sportive. DETENUTO GIAPPONESE RILASCIATO Intanto Teheran ha rilasciato uno dei due cittadini giapponesi detenuti nel Paese, che è ora in viaggio di ritorno verso il Giappone. Il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi, parlando a un programma televisivo, ha spiegato che la persona era detenuta dallo scorso anno ed è stata liberata mercoledì. Il rientro è previsto domenica, con un volo partito dall’Azerbaigian. Un secondo cittadino giapponese, arrestato all’inizio di quest’anno in Iran, resta invece in custodia. Il ministro ha dichiarato di essere al lavoro per ottenerne al più presto il rilascio, dopo aver sollevato più volte la questione con le autorità iraniane. Secondo il Committee to Protect Journalists, il cittadino arrestato a gennaio sarebbe un giornalista dell’emittente pubblica Nhk, fermato dai Guardiani della Rivoluzione e successivamente trasferito proprio nel carcere di Evin. L'articolo “Celle saldate nel carcere di Evin per evitare la fuga dei prigionieri”, la denuncia della resistenza iraniana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Guerra di sette mesi, una celebrità colpita da un fulmine, uno sciame di api mortali e la Svizzera bagnata di sangue”: dibattito sulle previsioni di Nostradamus
Tornano a far discutere in questi giorni le criptiche quartine del profeta del XVI secolo, Nostradamus. In particolare quelle che predicono “una guerra di sette mesi, una celebrità colpita da un fulmine, uno sciame di api mortali e la Svizzera intrisa di sangue”. L’oracolo del XVI secolo ha previsto numerosi eventi agghiaccianti che si sarebbero poi verificati. Nostradamus ha scritto tutte le sue predizioni in misteriose quartine, che contenevano il destino di monti eventi mondiali. Molte di queste sono presenti nel suo classico del 1555 “Le Profezie”, che contiene ben 942 quartine, secondo il Times of India. La quartina specifica sulla guerra recita: “Sette mesi di grande guerra, gente morta per il male / Rouen, il re Evreux non fallirà”, riporta il Mirror. È facile collegare questo verso alla guerra in corso tra Russia e Ucraina. Alcuni sostengono che Nostradamus avesse predetto la guerra in precedenza, con il verso “Entro due città, ci saranno flagelli come non se ne sono mai visti”. Si presume che questa frase preannunciasse le armi nucleari che gli Stati Uniti scatenarono sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sul grande sciame d’api, tra le predizioni più bizzarre di Nostradamus, questo passo afferma “Un grande sciame d’api si leverà in un’imboscata notturna”. Alcuni ritengono che ciò potrebbe accadere l’anno prossimo, poiché il passo corrisponde al numero 26. Rimane un mistero cosa possano rappresentare le api. Secondo il 26esimo verso del Secolo I, Nostradamus proclama “un grande uomo sarà colpito in pieno giorno da un fulmine”. Questa figura di spicco potrebbe simboleggiare chiunque, da un membro della famiglia reale a un leader mondiale o una celebrità. Infine sulla Svizzera che “sarà intrisa di sangue”. Questa previsione è agghiacciante e può essere collegata a una specifica località attuale. Il suo sinistro verso dichiara: “A causa del favore che la città mostrerà… il Ticino traboccherà di sangue...”. Il sangue potrebbe simboleggiare un incidente con numerose vittime, una pestilenza che si abbatte sulla zona o qualche tipo di disastro naturale. L'articolo “Guerra di sette mesi, una celebrità colpita da un fulmine, uno sciame di api mortali e la Svizzera bagnata di sangue”: dibattito sulle previsioni di Nostradamus proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Italia e altri 5 Paesi “pronti a contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz”. L’Iran replica: “Chi aiuta gli Usa sarà complice dell’aggressione”
Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone sono pronti a contribuire a un piano per garantire la navigazione commerciale dello strategico Stretto di Hormuz, chiuso dall’inizio della guerra in Iran. L’annuncio è arrivato con un comunicato diffuso da Downing Street nel quale i sei Paesi condannano con forza i missili e i droni lanciati da Teheran. La risposta iraniana non si fa attendere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, secondo quanto riporta la Cnn, fa sapere che gli alleati degli Usa che aiutano Washington a riaprire lo Stretto si renderebbero “complici” dell’aggressione. Durante una telefonata con il suo omologo giapponese Toshimitsu Motegi, Araghchi ha affermato che l’attuale situazione a Hormuz è stata causata da Stati Uniti e Israele, e ha avvertito che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano costituirebbe “complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori”. Nella dichiarazione congiunta i leader dei sei Stati esprimono la “disponibilità” a “contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto” accogliendo “con favore l’impegno delle nazioni che si stanno impegnando nella pianificazione preparatoria“. Nella nota inoltre i firmatari condannano “con la massima fermezza i recenti attacchi dell’Iran contro navi mercantili disarmate nel Golfo, gli attacchi contro infrastrutture civili, tra cui impianti petroliferi e del gas, e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane” ed esprimono “profonda preoccupazione” per l’escalation del conflitto. “Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le sue minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, e di conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”, si legge nella nota. “Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire sulle persone in tutto il mondo, soprattutto sui più vulnerabili”, insistono ancora i leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone. “In linea con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sottolineiamo che tale interferenza con la navigazione internazionale e l’interruzione delle catene globali di approvvigionamento energetico costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali“. “A questo proposito – concludono – chiediamo una moratoria immediata e completa sugli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e del gas”. Sull’argomento è intervenuto, a margine del Consiglio Europeo a Bruxelles, anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres facendo presente che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu “ha condannato gli attacchi” dell’Iran contro gli Stati vicini “e ne ha ordinato la cessazione, come ha ordinato l’apertura dello Stretto di Hormuz”. Per Guterres, “la prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz causa immense sofferenze a moltissime popolazioni in tutto il mondo, che non hanno nulla a che fare con questo conflitto. È tempo che la forza della legge prevalga sulla legge della forza. È tempo che la diplomazia prevalga sulla guerra”, conclude. L'articolo L’Italia e altri 5 Paesi “pronti a contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz”. L’Iran replica: “Chi aiuta gli Usa sarà complice dell’aggressione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Modifica l’articolo sul missile”: giornalista israeliano minacciato a causa delle scommesse su Polymarket
Una piattaforma in cui spopolano scommesse su qualsiasi cosa, dallo sport alla politica. Incluso la guerra. Negli ultimi anni Polymarket, piattaforma che permette di puntare sugli esiti di ogni tipo di evento del mondo utilizzando le criptovalute, è tornata alla ribalta con enormi speculazioni legate ai conflitti in corso. Con poste in gioco talmente elevate da rappresentare un minaccia per chi, ad esempio, li racconta. È successo al giornalista del Times of Israel Emanuel Fabian, corrispondente militare che è stato minacciato pesantemente dopo aver riportato una notizia su un missile iraniano caduto in Israele. Fabian, un un articolo, ha spiegato di aver denunciato le minacce alla polizia israeliana, arrivate dopo la pubblicazione di un suo breve articolo su un missile balistico iraniano caduto lo scorso 10 marzo in un’area disabitata vicino a Beit Shmesh, senza causare feriti. Secondo il giornalista, la notizia ha attirato l’interesse degli scommettitori su Polymarket, che avevano puntato sul fatto che il 10 marzo l’Iran non fosse riuscito a colpire con un attacco missilistico il territorio israeliano. Le regole della piattaforma stabiliscono che un missile intercettato non venga considerato valido per l’esito della scommessa. Diverse persone hanno inviato messaggi a Fabian chiedendogli di modificare l’articolo per indicare che il missile era stato intercettato e che l’esplosione era stata causata dai detriti. Al suo rifiuto, le minacce sono aumentate, culminando in messaggi via WhatsApp da parte di un individuo che si è identificato come Haim: “Subirai tutte le conseguenze per il tuo atto irresponsabile”. Il contratto di Polymarket relativo a un attacco iraniano in Israele il 10 marzo ha registrato un volume di scambi di circa 14,5 milioni di dollari, con alcune puntate di decine di migliaia di dollari, secondo i dati della piattaforma. Secondo alcuni membri del Congresso Usa ed esperti del settore, il sito consente a persone con accesso a informazioni riservate di speculare e ricavare enormi profitti anche da azioni militari cha causano morti e vittime. Ma che cos’è Polymarket e chi l’ha fondata? È stata lanciata nel 2020 da Shayne Coplan, che all’epoca aveva 22 anni. Coplan, un giovane imprenditore di New York con un background in informatica e una forte passione per la crittografia, ha concepito Polymarket come un modo per sfruttare l’intelligenza collettiva. La sua idea era che i mercati finanziari, dove le persone rischiano i propri soldi, potessero fornire previsioni più accurate dei sondaggi o degli esperti televisivi. Sotto la sua guida, Polymarket è passata dall’essere una startup di nicchia nel mondo crypto a diventare un punto di riferimento globale per le previsioni sugli eventi politici e geopolitici. Per lo sviluppo della piattaforma, Peter Thiel – miliardario fondatore di Palantir e Paypal che nei giorni scorsi era a Roma per una conferenza sull’Anticristo – svolge un ruolo cruciale principalmente come investitore strategico di primo piano e partner tecnologico. Attraverso la sua società di venture capital, Founders Fund, Thiel ha guidato importanti round di finanziamento. Nel maggio 2024, ne ha guidato uno da 70 milioni di dollari, a giugno 2025 un altro da 200 milioni di dollari. Nella piattaforma è entrato anche Donald Trump Jr.: dall’agosto dell’anno scorso, il figlio del presidente Usa fa parte del consiglio consultivo (Advisory Board) di Polymarket e il suo compito è quello di aiutare l’azienda a navigare nel panorama politico e regolatorio degli Stati Uniti. Partecipa anche finanziariamente tramite la sua società di venture capital, 1789 Capital, che ha effettuato un investimento strategico in Polymarket stimato in decine di milioni di dollari. Denaro che ha contribuito a spingere la valutazione della società verso i 9 miliardi di dollari nel 2026. Posizione ambivalente: Donald Trump Jr. è l’unica figura di rilievo a sedere contemporaneamente nei board dei due principali concorrenti del settore: è infatti anche consulente di Kalshi, il principale rivale regolamentato di Polymarket negli Usa. L'articolo “Modifica l’articolo sul missile”: giornalista israeliano minacciato a causa delle scommesse su Polymarket proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump convitato di pietra, l’inquieta industria degli Oscar 2026 finalmente premia Paul Thomas Anderson
“Sarete voi la generazione del buon senso, della dignità e della decenza”. Esce dalla bocca del pluri-vincitore Paul Thomas Anderson la frase chiave della Notte degli Oscar 2026, consumatasi nel mezzo della guerra della presidenza Trump. “Voi” — i suoi figli a cui dedica il premio alla miglior sceneggiatura adattata — siete l’unica nostra speranza perché – leggiamo tra le righe – qui mancano totalmente buon senso, dignità e decenza. Parole forti in una serata hollywoodiana assai meno esplosiva delle bombe che tiravano i French 75, i sovversivi protagonisti del suo Una battaglia dopo l’altra, ribelli all’establishment, al potere vessatorio sui deboli, a mostri lobbisti capaci di eliminare in una camera a gas gli epigoni da loro stessi generati. Insomma, Hollywood non è mai stata dalla parte di Trump, il vero convitato di pietra, e ancor meno può esserlo ora, in piena furia bellica. Chissà, forse c’era anche imbarazzo da parte dei candidati statunitensi, inconsciamente portatori di una nazionalità di cui è impossibile oggi andar fieri. Ecco perché la libertà di espressione (pro Palestina e contro la guerra) giace sulla giacca di Javier Bardem, quasi “ambasciatore” di quella Spagna dal premier più temerario d’Europa. E poi compare Jimmy Kimmel, il genio censurato dall’inquilino che alterna Mar-a-Lago alla Casa Bianca: “Ci sono alcuni Paesi i cui leader non sostengono la libertà di parola. Non posso dire quali. Diciamo solo che si tratta della Corea del Nord e della CBS”. Politica a parte, resta il cinema a trionfare, che non è poco. E che cinema. È infatti oltremodo consolatorio, quasi entusiasmante, vedere che finalmente il talento assoluto di Paul Thomas Anderson sia stato riconosciuto. Ricordando che i grandi festival ci misero un nanosecondo a celebrarlo: Orso d’oro alla Berlinale nel 2000 per il folgorante Magnolia, Premio alla regia a Cannes nel 2002 per Ubriaco d’amore, per dirne solo alcuni. Hollywood è lenta, talvolta non ci arriva proprio a capire i geni, Kubrick docet. All’edizione degli Oscar del “war time” è arrivata la gloria di sei statuette per PTA con il suo film — forse — più politico e militante (insieme a Il Petroliere), e l’Academy non poteva più svicolare. “Solo” tre per il titolo record di nomination, I peccatori, e va bene così: la sovrastima era evidente a tutti gli analisti. Senza sciorinare la già enunciata lista dei premiati dove, per chi scrive, è purtroppo mancato il brasiliano Agente segreto tra i candidati internazionali, è bello applaudire la vittoria del documentario Mr Nobody Against Putin del danese David Borenstein, con riprese del maestro russo Pavel Talankin, arrivato rocambolescamente e segretamente in Occidente. Del resto questo è il mondo in cui viviamo. L'articolo Trump convitato di pietra, l’inquieta industria degli Oscar 2026 finalmente premia Paul Thomas Anderson proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sembravano genialate: così delocalizzazioni e Ai stanno trasformando il mondo del lavoro
Sembrava una genialata. Perché produrre in Italia per esportare all’estero? La logistica costa, e la manodopera, in “certi paesi”, costa meno che da noi. Produciamo direttamente lì: si risparmia. Seconda genialata: conviene trasferire “lì” anche le produzioni delle merci da vendere “qui”: niente scioperi e leggi che difendono l’ambiente. Un sogno per i produttori: libertà di sfruttare e di inquinare, da un’altra parte. Con le delocalizzazioni, chi lavorava qui perde il lavoro. Una parte dei lavoratori va in pensione, un’altra in cassa integrazione: gradualmente, si smantella la classe operaia. A spese dello stato, che paga pensioni e sussidi. La prima fase delle delocalizzazioni apre spazio per i lavori intellettuali. Ora un’altra rivoluzione, dopo le delocalizzazioni, sta sconvolgendo il mondo del lavoro, la terza genialata: le aziende ad alto contenuto tecnologico stanno licenziando migliaia di lavoratori (intellettuali), sostituiti dall’Intelligenza Artificiale, e si ripete quel che avvenne con la sostituzione delle braccia con le macchine che, ora, sostituiscono i cervelli nei compiti creativi, tipo quelli degli sceneggiatori di Hollywood, o i giornalisti, dopo i bancari. Qualcuno deve progettare l’Intelligenza Artificiale, fare manutenzione ai server, aggiornare i programmi, ma si tratta di compiti che si sta già cercando di affidare all’Ai stessa. La ricchezza, un tempo in via di redistribuzione a seguito di lotte sindacali, si sta nuovamente concentrando nelle mani di pochi, e si moltiplicano le file di chi vive al margine, pedalando 150 km al giorno, per quattro soldi, ma presto saranno i droni a consegnare. Assieme al lavoro si perde il reddito, e quindi sempre meno persone comprano “come prima”. I negozi chiudono, proliferano i discount e i negozi “dei cinesi” che vendono paccottiglia a buon mercato: le uniche cose che ci possiamo permettere. Impoverire enormi masse di persone è pericoloso, qualcosa dovranno pur fare. Chi si sta impoverendo nei paesi più privilegiati (Europa e Stati Uniti), però, non viene da situazioni di eterna povertà. Si guarda indietro e vede che un tempo si stava meglio, c’era un futuro e funzionava l’ascensore sociale: i figli avevano prospettive migliori dei genitori. Trovarsi su un ascensore che si avvia verso il seminterrato invece che nell’attico non si sopporta facilmente. Ed ecco la quarta genialata: al popolo si offre “lavoro” nell’esercito. Perdere la speranza porta a un’aggressività che va direzionata. Ci pensano le destre a canalizzare l’odio. Non bastano gli immigrati e i piccoli delinquenti a soddisfare la voglia di menar le mani. Spostiamo l’attenzione verso nemici esterni, dai disperati che ci invadono con i barconi, ai nemici crudeli che ci vogliono distruggere con i loro missili (come predica Cingolani). Gli operai diventano soldati, e le fabbriche producono armi. La Cina era la fabbrica dell’occidente, che progettava le merci per poi affidarle la produzione. Oggi progetta direttamente, e innova. E lo fa verso un “dove” che l’Occidente non ha capito: la sostenibilità. I cinesi puntano su auto elettriche, pannelli solari, pale eoliche; noi fabbrichiamo missili, droni e aerei da bombardamento. E qualche atomica in più. Armi che vengono usate. Fare previsioni è rischiosissimo, soprattutto se riguardano il futuro. Gli storici non prevedono: descrivono il passato e cercano di trovare le cause che lo hanno determinato. Provate a chiedere a uno storico di prevedere il futuro, magari con un modello matematico, o con l’intelligenza artificiale. Quel che è certo è che non ci sono più “altri posti” dove trasferirci, se non invadendoli militarmente. Non ci sono nuove frontiere di lavoro dove migrare quando una tecnologia rende obsoleto un modo di lavorare, perché l’automazione e l’intelligenza artificiale trasformano non solo i lavori manuali ma anche molti compiti cognitivi, con cambiamenti strutturali che prevedono sempre meno umani nel mercato del lavoro. L’automazione ci ha “liberato” dal lavoro manuale e, ora, da quello intellettuale. In passato, rivoluzioni tecnologiche e produttive hanno generato nuove occupazioni e spazi occupazionali; oggi la velocità e la profondità dei cambiamenti fanno sì che non ci sia un altrove già pronto dove “andare”, a parte la guerra. Per evitare che una quota crescente di persone resti disoccupata o marginalizzata, l’alternativa alla guerra andrebbe progettata con protezioni sociali, formazione continua, sistemi di reddito minimo e ridistribuzione delle ricchezze generate dall’automazione. Si vanno affermando idee di redistribuzione tipiche di una nuova forma di socialismo adattata all’era dell’Ai. In altre parole: l’“altrove” non è più un luogo, è una trasformazione sociale e politica da costruire, perché senza strutture collettive e deliberazione pubblica c’è il rischio concreto che milioni di persone restino senza uno spazio dignitoso in cui lavorare e contribuire (a parte la guerra). Lo stanno capendo in Usa, eleggendo sindaci definiti “socialisti” nelle città più importanti, come New York e Seattle, e anche in Uk, a Manchester. Per ora sono risposte locali, mentre i leader nazionali pare siano convinti che le crisi si risolvano con le armi. Intanto, a fronte della crisi energetica dovuta alla nuova guerra, le destre chiedono di abbandonare il green deal, l’unico modo con cui potremmo liberarci dalla schiavitù delle forniture di combustibili fossili, riorganizzando i sistemi di produzione e consumo. Lo stanno facendo i cinesi, perché hanno capito che è un buon affare. Noi abbandoniamo il welfare e transitiamo nel warfare. L'articolo Sembravano genialate: così delocalizzazioni e Ai stanno trasformando il mondo del lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Roma, proiezione speciale del film iraniano candidato agli Oscar “Scalfire la roccia” con Maddalena Oliva
Dopo l’impegno degli ultimi mesi del Fatto Quotidiano sul genocidio in corso a Gaza anche attraverso proiezioni speciali di film come “La voce di Hind Rajab”, “Put your soul in your hand and walk” e “Disunited Nations”, vogliamo dare il nostro contributo per mantenere alta l’attenzione su quanto sta avvenendo in Iran, con l’inizio di questa ultima scellerata operazione militare congiunta targata Usa-Israele. Per questo, in collaborazione con Wanted, vi invitiamo a una nuova proiezione-evento, un’iniziativa patrocinata da Amnesty International e ActionAid. Lunedì 16 marzo, alle ore 21.00, al Cinema Farnese di Roma, proietteremo “Scalfire la roccia – Cutting Through Rocks”, il documentario candidato all’Oscar firmato dai due registi iraniani Sara Khaki e Mohammadreza Eyni, che racconta la storia di Sara Shahverdi, la prima consigliera comunale eletta in un villaggio rurale dell’Iran. Il film segue per 7 anni l’impegno e la tenacia quotidiana di questa donna e la sua rivoluzione per la libertà che sfida un sistema profondamente conservatore e patriarcale. A presentare il film in sala la vicedirettrice del Fatto Quotidiano Maddalena Oliva e l’attivista del movimento “Donna Vita Libertà” Parisa Nazari. Per gli abbonati al Fatto Quotidiano abbiamo riservato, anche questa volta, 10 biglietti omaggio per assistere alla proiezione. I primi dieci che scriveranno a f.cucino@ilfattoquotidiano.it entro lunedì 16 marzo alle ore 12 riceveranno 1 biglietto gratuito, valido per un solo ingresso, da ritirare direttamente la sera dell’evento. Cutting Through Rocks Un film di Sara Khaki e Mohammadreza Eyni Candidato agli Oscar 2026 come Miglior Film documentario Vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2025 SINOSSI Prima consigliera eletta del suo villaggio iraniano profondamente conservatore, Sara Shahverdi – divorziata, motociclista ed ex ostetrica – spicca tra la popolazione. Tenace e non facilmente intimidibile, Sara è determinata a migliorare la sua comunità e a porre fine alle promesse vuote e alla pigrizia perpetuate negli anni dai consiglieri locali. Ma è proprio come sostenitrice delle ragazze e delle donne del suo villaggio che incontra la maggiore opposizione. Tra le altre cose, mira a rompere le tradizioni patriarcali di lunga data insegnando alle ragazze adolescenti a guidare le motociclette e mettendo fine ai matrimoni infantili. Quando sorgono accuse che mettono in dubbio le intenzioni di Sara di emancipare le ragazze, la sua identità viene messa in discussione e dovrà sfoderare tutto il suo carisma per affermare i propri principi. L'articolo Roma, proiezione speciale del film iraniano candidato agli Oscar “Scalfire la roccia” con Maddalena Oliva proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Oscar 2026, l’FBI teme un possibile attacco di droni iraniani: “L’Iran potrebbe vendicarsi così, l’allerta per la sicurezza è massima”
I droni iraniani fanno paura agli Oscar. Dopo decenni di guerre statunitensi scatenate in mezzo mondo, e con ogni possibile ritorsione militare durante la cerimonia dell’assegnazione delle ambite statuette, quest’anno all’Academy temono per la loro incolumità. Poche ore fa, come rivelano le testate americane, l’FBI ha diramato un avviso alle forze dell’ordine californiane della possibilità di un attacco di droni come rappresaglia da parte dell’Iran. Secondo un avviso riportato da ABC News, l’FBI ha notificato alle forze dell’ordine in tutta la California negli ultimi giorni che l‘Iran potrebbe potenzialmente vendicarsi per le azioni militari americane lanciando droni verso la costa occidentale. I funzionari del dipartimento dello sceriffo della contea di Los Angeles non hanno commentato il promemoria, ma in una dichiarazione al Los Angeles Times hanno spiegato che il dipartimento di sicurezza sta continuando a operare a un “alto livello di prontezza e sta mantenendo una maggiore vigilanza”. Durante la conferenza stampa di mercoledì con il team creativo della 98esima edizione degli Oscar, il produttore esecutivo Raj Kapoor ha affrontato una domanda sulla sicurezza dei partecipanti e degli ospiti. “Sento che in questo spettacolo, abbiamo una delle migliori squadre del settore sicurezza sotto ogni aspetto. Abbiamo il sostegno dell’FBI e della polizia di Los Angeles, ed è una stretta collaborazione”, ha spiegato Kapoor. “Questo spettacolo deve funzionare come un orologio, ma vogliamo che tutti quelli che vengono a questo spettacolo, che stanno assistendo allo spettacolo, che sono persino fan dello spettacolo, quando sono in piedi fuori dalle barricate si sentano al sicuro, protetti e benvenuti”. Secondo Variety al lancio del red carpet, la sicurezza sarà quantitativamente aumentata ma non sarà apertamente visibile. La 98a edizione degli Academy Awards si terrà al Dolby Theatre di Ovation Hollywood nella notte (italiana) tra il 15 e 16 marzo, e alla diretta saranno collegati più di 200 territori in tutto il mondo. L'articolo Oscar 2026, l’FBI teme un possibile attacco di droni iraniani: “L’Iran potrebbe vendicarsi così, l’allerta per la sicurezza è massima” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Microsoft sostiene Anthropic contro Trump: “No all’intelligenza artificiale per la sorveglianza di massa e l’uso bellico autonomo”
La guerra di Donald Trump all’intelligenza artificiale di Anthropic preoccupa Microsoft. Il colosso di Redmond si è schierato al fianco della multinazionale guidata da Dario Amodei, nel chiedere lo stop all’ostracismo della Casa Bianca: il 5 marzo Anthropic è stata designata dall’amministrazione Trump come una minaccia per la catena di approvvigionamento. Il 6 marzo, stando all’emittente americana Cbs, il Pentagono ha notificato ufficialmente ai vertici dell’esercito di rimuovere quei prodotti di intelligenza artificiale, entro 180 giorni. Anthropic ha fatto causa contro l’amministrazione Trump dopo che l’azienda è stata inserita nella lista nera. IL RICORSO DI MICROSOFT CONTRO LA LO STOP DELLA CASA BIANCA AGLI APPALTI PER ANTHROPIC Microsoft, intanto, ha presentato un ricorso in un tribunale federale contro lo “stigma” del governo Usa ai danni della start-up. Il Pentagono ha ritenuto inaccettabile il rifiuto dei fondatori (i fratelli italo-americani Dario e Daniela Amodei) di allentare le limitazioni militari per Claude, il modello di intelligenza artificiale targato Anthropic. Sul tavolo, in particolare, la possibilità di usare l’algoritmo all’interno di scenari di guerra senza la supervisione umana. Ma anche l’uso in patria per la sorveglianza di massa dei cittadini. Richieste del governo Usa rispedite al mittente per motivi etici e di sicurezza. Ma la rappresaglia di Trump non si è fatta attendere, con l’esclusione dagli appalti pubblici e le commesse del governo. Eppure, Claude ha contribuito all’operazione militare in Venezuela con la cattura di Nicolas Maduro, secondo il Guardian. Ma anche alla pianificazione degli attacchi in Iran, stando al Wall street journal. Microsoft, dal canto suo, ha fornito all’esercito israeliano il pacchetto software Azure utilizzato anche per bombardare Gaza. “NO ALL’IA PER LA SORVEGLIANZA DI MASSA E ALL’USO MILITARE SENZA LIMITAZIONI” Microsoft, generalmente prudente negli affari di governo, nella memoria legale consegnata in tribunale si è schierata al fianco di Anthropic condividendo le sue linee rosse: no alla sorveglianza e all’uso bellico autonomo. “L’uso della designazione di rischio per la catena di approvvigionamento per risolvere una controversia contrattuale può comportare gravi effetti economici che non sono nell’interesse pubblico”, ha affermato Microsoft. Il colosso di Redmond critica le regole del Pentagono per aggiudicarsi le commesse pubbliche, ritenute vaghe e mal definite, per giunta mai applicate ad aziende americane. Il primo caso è proprio Anthropic: lo stigma della “minaccia alla sicurezza nazionale” di solito era riservato ad aziende tecnologiche cinesi, come Huawei. L’ATTACCO DI TRUMP CONTRO ANTHROPIC E L’IA IN VERSIONE WOKE: “RADICALI DI SINISTRA FUORI CONTROLLO” Al fianco di Anthropic si sono schierate organizzazioni sensibili ai diritti digitali come Cato Institute e l’Electronic Frontier Foundation. Ma anche gruppi di informatici che lavorano per Google e OpenIa. Dopo il ban contro del governo contro Anthropic, il colosso guidato da Sam Altman aveva subito chiuso un contratto con il Pentagono accettando buona parte delle condizione, salvo ingranare una mezza retromarcia dopo un’ondata di proteste. Tra OpenIa e Anthropic si muove Microsoft: legata a doppio filo con Sam Altman, si è avvicinata ad Anthropic integrando i suoi modelli Ia. Ma Trump ha già scelto. “SIAMO NOI a decidere il destino del nostro Paese, NON qualche azienda di intelligenza artificiale fuori controllo e di sinistra radicale, gestita da persone che non hanno idea di cosa sia il mondo reale”, ha scritto il presidente su Truth, la sua piattaforma social. E’ noto come Trump cerchi di imprimere il marchio Maga all’intelligenza artificiale usata negli States. Con l’ordine esecutivo del 23 luglio 2025, il presidente ha intimato lo stop degli appalti pubblici per gli algoritmi costruiti sui principi della cultura Woke. Si legge nel comunicato della Casa Bianca: “Il presidente sta proteggendo gli americani dai risultati distorti dell’intelligenza artificiale, guidati da ideologie come diversità, equità e inclusione (DEI), a scapito dell’accuratezza”. L'articolo Microsoft sostiene Anthropic contro Trump: “No all’intelligenza artificiale per la sorveglianza di massa e l’uso bellico autonomo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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