L’Orologio dell’Apocalisse avanza fino a 85 secondi dalla mezzanotte, cioè dalla
fine del mondo, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto dalla sua
creazione nel 1947. È il dato più allarmante mai registrato dal Doomsday Clock,
lo strumento simbolico aggiornato ogni anno dal Bulletin of the Atomic
Scientists per misurare quanto l’umanità sia vicina all’autodistruzione. Alla
base dello spostamento delle lancette, spiegano gli scienziati, ci sono il
rischio crescente di una guerra nucleare, l’aggravarsi della crisi climatica, il
potenziale uso improprio delle biotecnologie e l’integrazione dell’intelligenza
artificiale nei sistemi militari.
Di questo scenario parla a In altre parole, su La7, Giorgio Parisi, premio Nobel
per la Fisica nel 2021, rispondendo a una domanda di Massimo Gramellini che gli
chiede un giudizio “da scienziato” sulla reale attendibilità di quell’orologio.
Parisi conferma la gravità del messaggio, chiarendo che non si tratta di
un’astrazione: “La guerra nucleare, nonostante il fatto che a volte sembrerebbe
presa un po’ presa sotto gamba quando le persone cominciano a parlare di armi
atomiche tattiche da poter utilizzare, è una cosa assolutamente disastrosa.
Probabilmente non sarebbe la fine dell’umanità, ma sarebbe una cosa molto, molto
pesante”.
E ricorda che già studi passati hanno dimostrato conseguenze devastanti anche in
scenari limitati: “Per esempio, anni fa si è stimato che già una guerra
semplicemente tattica per l’Italia comporterebbe cinque milioni di morti“.
L’orologio, aggiunge, serve proprio a questo: indicare la distanza temporale e
politica da un evento che non è teorico, ma possibile.
Nel suo intervento, il fisico sottolinea che l’avanzamento delle lancette non è
frutto di allarmismo gratuito, sottolineando una regressione nei meccanismi di
controllo degli armamenti. Il Bulletin infatti non sposta le lancette con
leggerezza, e il fatto che ciò sia avvenuto poche volte nella storia, mai così
in avanti, è di per sé un segnale.
“La pericolosità di una guerra atomica – spiega – è legata a quello che sta
succedendo, perché, mentre dagli anni Sessanta agli anni Novanta, c’è stata una
grande stagione di trattati fra l’Unione Sovietica prima, e la Russia dopo, e
gli Stati Uniti, che hanno diminuito il rischio, in questi ultimi anni stiamo
andando nella direzione opposta“.
Quando Gramellini nota che il tema dell’atomica sembra ormai “sdoganato” nel
dibattito pubblico, Parisi conferma: “Non ci si rende conto intanto dei
pericoli. Quelle stime di cinque milioni di morti erano fatte supponendo un
attacco all’Italia con cinquanta bombe atomiche scagliate lontano dalle città
per non fare troppi danni. Quindi, un attacco per non fare troppi danni darebbe
solo cinque milioni di vittime. Figuriamoci poi un attacco per fare danni,
quello è un altro paio di maniche”.
L'articolo Il Nobel Parisi a La7 commenta l’inquietante aggiornamento
dell’orologio dell’Apocalisse: “Attacco nucleare tattico in Italia causerebbe 5
milioni di morti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Guerra
Al palasport di Torino, il professor Alessandro Barbero racconta il senso
dell’articolo 11 della Costituzione Italiana nel corso dell’incontro con il
professor Angelo D’Orsi. “Ho vissuto quasi tutta la mia vita credendo appunto
che l’idea che l’Italia facesse una guerra fosse una cosa talmente assurda come
il ritorno del feudalesimo – ha spiegato Barbero alle 3500 persone che hanno
riempito gli spalti – quindi solo di recente ho cominciato a interessarmi
all’articolo 11 della Costituzione“.
L'articolo “L’Italia ripudia la guerra”. La lezione di Alessandro Barbero:
perché è nato l’articolo 11 della Costituzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel 1983, nel pieno della precedente corsa agli armamenti, uscì anche in Italia
il film Wargames. Giochi di guerra nel quale attraverso la sfida al tris
digitale tra il giovane protagonista e il computer Joshua, programmato per
lanciare i missili nucleari, il cervellone elettronico avvia una serie di
simulazioni dalle quali comprende che nel gioco della guerra non ci possono
essere vincitori e che “l’unica mossa vincente è non giocare”. Oggi, in un
contesto globale di dilagante bellicismo, mentre vediamo violente scene di
guerra urbana provenienti da Minneapolis dove bande armate presidenziali
rapiscono ed uccidono civili – riproponendo nel cuore degli Stati Uniti lo
schema dell’esercito israeliano a Gaza e in Cisgiordania – abbiamo scoperto che
nel parco giochi di Magicland di Valmontone, autodefinito “la scuola senza
pareti più grande d’Italia”, sono previsti a maggio gli School Days rivolti a
classi dalle scuole dell’infanzia alle superiori, che prevedono, tra le altre
attività gestite da esercito e forze dell’ordine, anche un’esperienza di “metodo
di combattimento militare”, a cura della Scuola di Fanteria, la cui immagine
promozionale nel catalogo sembra provenire direttamente da Minneapolis o da
Gaza.
Poiché, dopo la protesta esplosa sui social a causa di un articolo dedicato da
la Repubblica, questa esperienza numero 7 del catalogo dei School Days risulta
al momento oscurata, è utile riportarne integralmente la presentazione.
“Dimostrazione dinamica e interattiva ispirata al metodo di combattimento
militare adottato in contesti urbani”, è scritto nella descrizione che prevede
il coinvolgimento del pubblico, che continua: “Gli studenti assisteranno a una
simulazione realistica di ingresso in un centro abitato con individuazione,
immobilizzazione e trasporto di un elemento ostile”. Tutto questo in un parco
giochi, luogo per definizione dell’intrattenimento civile, dove saranno portati
scolari e studenti di scuole che dovrebbero essere palestra di pensiero critico,
di esercizio di dialogo, di costruzione di relazioni disarmate.
Addestrare a tecniche di combattimento urbano nell’intersezione di questi
contesti significa produrre una miscela simbolica pericolosa: la guerra è resa
familiare, addomesticata, normalizzata, in una parola, inculcata come scenario
da preparare con il coinvolgimento diretto dei più giovani. Portati dagli
insegnanti ai quali sono affidati, ed a cui si affidano, per la loro crescita.
Inoltre, il combattimento urbano, nello specifico, è la forma contemporanea
della guerra totale, quella che si insinua nelle città, nei quartieri, nelle
case: è la guerra che cancella la distinzione tra fronte e retrovia, tra civili
e combattenti. Trasmetterla come un’insieme di procedure e di competenze
tecniche, spacciarla per un sapere come un altro, significa mistificarne la
tragica verità. La guerra, così presentata, smette di apparire per ciò che è
davvero: una sconfitta dell’umanità. Qui si innesta una questione pedagogica
decisiva: la scuola non ha il compito di preparare alla guerra, ma di rendere la
guerra impensabile perché ripugnante, come prescrive il solenne ripudio
costituzionale. Quando le forze armate entrano nello spazio sacro della
formazione – come accade sempre più spesso in tutto il Paese, per precisa
volontà governativa, come documenta l’Osservatorio contro la militarizzazione
delle scuole e delle università – veicolano invece un messaggio implicito: rende
accettabile in bambini e adolescenti l’idea di prepararsi a fare ciò che,
invece, deve diventare tabù.
La scuola – come hanno insegnato don Lorenzo Milani ed Aldo Capitini – non deve
addestrare all’obbedienza, ma educare alla responsabilità e, di fronte alla
guerra, alla disobbedienza. A questo scopo, già negli anni 60 del Novecento,
Aldo Capitini, occupandosi dello stato dell’insegnamento dell’educazione civica
nella scuola italiana, scriveva dell’esigenza di promuovere una nuova
educazione, portatrice di “un metodo nelle lotte che non sia di distruzione: il
metodo nonviolento, diffuso e insegnato dappertutto”, capace di “portare al
massimo orizzonte possibile l’educazione alla comprensione e collaborazione
internazionale”, al fine di muovere “anche l’animo a sentire l’unità con tutti”
(L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale, 1964).
Oggi che il Bulletin of the Atomic Scientist ha spostato ancora più vicino alla
mezzanotte l’Orologio dell’Apocalisse, da 89 a 85 secondi, ossia al momento più
prossimo alla catastrofe bellica mondiale che sia mai stato registrato – non
nella rappresentazione cinematografica ma nella realtà – anziché i “giochi di
guerra” nelle scuole e nei luoghi della formazione, vanno moltiplicati i giochi
di pace. Invece di affidare pezzi di educazione allo strumento militare, è
necessario investire massicciamente nella formazione di insegnanti ed educatori,
di studenti e studentesse, alla trasformazione nonviolenta dei conflitti. Su
tutte le scale, dalla dimensione interpersonale a quella internazionale: anche i
saperi e le tecniche della nonviolenza si insegnano e si apprendono. Con il
massimo beneficio per ciascuno e per Tutti.
L'articolo Il combattimento ‘per gioco’ a Magicland rende accettabile ai bambini
l’idea di prepararsi alla guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Articolo di Martina Bonali
Ilfattoquotidiano.it collabora dal 2022 con il blog studentesco “MyFermi”
dell’istituto Enrico Fermi di Mantova. Quello che segue è uno dei contenuti
realizzati per noi dalla redazione, composta da giornalisti e informatici (e dai
loro docenti).
Il piano di riarmo in Europa, chiamato ufficialmente ReArm Europe, presentato a
marzo 2025, prevede la mobilitazione di 800 miliardi di euro per la difesa
dell’Unione. Il progetto è nato principalmente in conseguenza all’attacco del
2022 della Russia all’Ucraina, ma le spese per le armi, seppur in scala minore,
hanno cominciato ad aumentare già prima. La storia ci insegna che le corse agli
armamenti sono seguite da grandi guerre e la prospettiva di un futuro distrutto
da bombe e missili sembra diventare di giorno in giorno più concreta. Si sta
creando un clima di paura e di incertezza.
Nonostante le disposizioni prevedano che i primi ad arruolarsi in caso di guerra
siano i militari di carriera, seguiti, in emergenza, dai civili dai 18 ai 45
anni, chi ci assicura che a essere chiamati al fronte, in situazione di grave
crisi, non possiamo essere anche noi adolescenti?
E siamo proprio noi a temere le scelte di altri. Non sappiamo cosa ci aspetta
nel futuro, ma certo è che il presente è connotato da conflitti in continua
espansione: il Medio Oriente non ha pace, gli Stati Uniti stanno attuando una
politica colonialista nei confronti di diversi Stati, non ultimo il Venezuela,
la Russia continua imperterrita con i suoi obiettivi sull’Ucraina… E l’Unione
Europea, alla quale dovremmo sentire di appartenere e percepire come casa
nostra, una casa sicura, costruita su solide alleanze, ha deciso di mettere in
atto una corsa agli armamenti, per difendersi da una potenziale enorme minaccia.
Spesso ci viene chiesto di essere positivi, che tempi migliori arriveranno.
Eppure ciò che vediamo è una società che sta collassando sempre di più, in cui i
governi della “nostra casa” hanno deciso che la priorità ora è prepararsi alla
guerra e che l’industria bellica è più importante dell’istruzione, della sanità,
del nostro futuro.
In Europa, infatti, il problema della carenza di insegnanti pesa in diversi
paesi, in particolare Francia, Portogallo, Belgio, Italia e Germania e ne mette
a rischio l’istruzione e di conseguenza il futuro delle generazioni sedute ora
tra i banchi. Anche il settore sanitario è messo in ginocchio dalla carenza di
personale medico e, tra gli Stati membri, da un problema strutturale legato
all’accessibilità economica della sanità. Non possiamo nemmeno dimenticare la
crisi climatica, di fronte alla quale non è ancora stata effettuata una vera
transizione energetica. Progetti come il Green Deal, che prevede il
raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050, non verranno
rispettati. Si preferisce invece finanziare l’industria bellica: i colossi delle
armi stanno guadagnando cifre astronomiche. E la minaccia di una nuova Grande
Guerra incrementa incertezza e frustrazione tra le persone, che finiscono per
affidarsi a governi autoritari e sempre meno democratici. La paura, seminando il
panico, spegne il dissenso e genera sudditanza. Ci sono in gioco le vite delle
persone, ma questo sembra un prezzo inevitabile da pagare.
Se viviamo ancora in Stati democratici come l’Italia, perché non è stato chiesto
ai cittadini di esprimersi sul riarmo? Le nostre costituzioni e i principi su
cui si fondano sia gli Stati nazionali sia le organizzazioni sovranazionali come
l’Unione Europea o l’ONU, affermano di ripudiare la guerra e di promuovere
risoluzioni pacifiche alle controversie.
Eppure la direzione presa è contraria a tutto ciò. Resta in noi giovani e in chi
crede ancora nella diplomazia un forte senso di impotenza. Perché per noi la
guerra non è la soluzione. Parlo di chi si informa, di chi ha maturato una
coscienza civica, di chi si pone delle domande. Certo, ci sono anche ragazzi
disinformati che si accontentano di leggere post superficiali sui social, che
non hanno alcuna consapevolezza delle conseguenze di un riarmo, che non sanno
nemmeno del piano ReArm Europe. Per questo è più che mai fondamentale dibattere
in classe, aiutare chi non sa a conoscere. Dobbiamo confrontarci, non rimanere
indifferenti, perché ne va del nostro futuro. Abbiamo il dovere di sviluppare
uno spirito critico e prepararci ad agire, facendo sentire la nostra voce.
Siamo giovani, abbiamo di diritto di pretendere di vivere in una società sicura,
che tuteli le nostre libertà e che ci permetta di sognare il nostro futuro.
L'articolo “Si parla di ritorno della leva, ma chi ci assicura che in caso di
crisi noi adolescenti non saremo chiamati al fronte? Facciamo sentire la nostra
voce” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Dieci anni fa la nostra era una misura preventiva, un atto lungimirante da
parte della società civile, che aveva capito che un giorno l’intelligenza
artificiale sarebbe stata integrata nel settore militare. Adesso quel momento è
arrivato, l’IA è già stata integrata nei dispositivi di molte forze armate ma il
settore vive una deregulation totale, come nessun’altra forma d’arma”. Prima di
diventare direttrice esecutiva della campagna internazionale Stop Killer Robots,
l’anno scorso, Nicole van Rooijen ha lavorato per anni per la Croce rossa
internazionale Ginevra, occupandosi dell’assistenza ai civili nei teatri di
guerra, come l’Afghanistan. Giovedì van Rooijen è sbarcata a Roma, al Senato
della Repubblica su iniziativa di Archivio Disarmo in collaborazione con Rete
Italiana Pace e Disarmo, per fare il punto sulla campagna internazionale che, da
dieci anni, cerca di raggiungere un consenso tra gli Stati per un trattato
regolamentazione dell’uso delle armi autonome (o robot killer), ossia tutti quei
dispositivi bellici che non richiedono il controllo umano per operare, dai cani
robot con la mitragliatrice ai software che usano l’intelligenza artificiale per
identificare i bersagli di raid aerei e missilistici. Strumenti che da qualche
anno sono passati dalla fantascienza alla realtà più cruda, sui campi di
battaglia più caldi come quello di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan, passando il
controllo dei confini e per tutte le repressioni del dissenso in giro per il
mondo. “La nostra proposta si articola su tre punti. Proibire le armi autonome
che agiscano in modo non prevedibile e senza un controllo umano significativo in
ultima istanza. Proibire i sistemi d’arma autonomi creati per mettere nel mirino
specificamente le persone. Imporre che qualunque tipo di arma autonoma preveda
un controllo umano di ultima istanza già in fase di produzione. L’obiettivo è
che la decisione di premere il grilletto sia sempre in capo alla decisione etica
e legale di un essere umano”.
Com’è portare avanti una campagna contro le armi autonome in una fase come
questa, in cui i conflitti non fanno che aumentare?
È molto difficile, non lo nascondo. Ma anche per questo la nostra campagna è
cruciale. Molti Paesi, soprattutto occidentali, si stanno riarmando in modo
massiccio, è diffusa la percezione che il multilateralismo sia sotto minaccia,
come anche il diritto internazionale. Sostenere oggi una campagna globale contro
le armi autonome è più impegnativo che dieci anni fa, quando abbiamo iniziato.
Ma siamo convinti sia necessario, quindi rimaniamo ottimisti: è nei momenti di
incertezza che il diritto internazionale è più utile, per tutelarci dalle
aggressioni.
Il 2026 è l’anno in cui si capirà se , alla conferenza mondiale delle armi
convenzionali (Ccw) fissa a Ginevra a novembre. Qual è lo stato dell’arte delle
adesioni della campagna?
Hanno già aderito oltre 125 Paesi del mondo. Siamo felici di aver trovato un
ampio ascolto nel Sud globale: abbiamo organizzato conferenze in Costa Rica, in
Sierra Leone. Ma la situazione attuale, bisogna dirlo, è che tutti gli sforzi
sono minati da una dozzina di attori internazionali che si oppongono a ogni tipo
di regolamentazione.
E sono però le principali potenze globali e regionali…
Parliamo di Stati Uniti, Russia, Cina, Israele, India, le due Coree, la
Bielorussia e la Polonia. Sono dodici in totale, finora si sono dimostrati
indisponibili a parlare di ogni forma di regolamentazione. In questa fase ci
stiamo concentrando per convincerli a modificare le loro posizioni. Siamo forti
della stragrande maggioranza degli Stati del mondo che, invece, . Ma certo, al
Ccw c’è il problema del veto, ma poi potremo anche portare la risoluzione
all’Assemblea generale dell’Onu, dove si vota a maggioranza… La fase attuale ci
mette davanti a grande sfide, che però si possono trasformare in opportunità.
Voglio dire, la postura attuale degli Stati Uniti nel mondo sta creando molta
insicurezza nei Paesi europei e della NATO, e questo può aiutare a spingerli a
rimodellare e ridefinire il diritto internazionale, insieme ad altri Paesi
emergenti. Il trattato sulle armi autonome è una buona occasione. In fondo la
questione è molto semplice: possiamo darci un regolamento adesso, oppure
possiamo aspettare che si verifichi una catastrofe di proporzioni enormi per
correre ai ripari, come è successo con il nucleare o con altri tipi di armamenti
in passato. La traiettoria è tracciata, non c’è un altro modo in cui può finire.
Negli ultimi due anni in cui abbiamo visto l’intelligenza artificiale dispiegata
attivamente sui terreni bellici, per esempio a Gaza ma anche in Ucraina, gli
attori statali e i produttori di armi hanno presentato queste innovazioni come
un modo per diminuire gli errori, per massimizzare gli effetti riducendo il
costo umano della guerra. Insomma, per renderla più “pulita”. Cosa pensa di
questi argomenti?
Che sono gli stessi argomenti usati per tutti i tipi di armi precedenti.
Ricordiamo il caso dei droni, il discorso sull’eliminare l’aspetto delle
reazioni emotive perché i piloti sono a chilometri di distanza dal campo di
battaglia. Avrebbero dovuto rendere i raid più razionali e precisi, mi sembra
superfluo dire che non è stato così. Sono stata in Afghanistan, ho visto come
sono stati utilizzati gli attacchi con i droni e tutti gli errori che hanno
commesso, la grande sofferenza umana che hanno causato. E non si può neanche
dire che quella guerra sia stata vinta.
Ora, è chiaro che le armi sono un business molto redditizio, e anche l’IA sta
portando molti soldi a un gruppo molto ristretto di persone, e questo spiega il
motivo per cui si sta accelerando tanto sulle armi autonome. La risposta alle
domande di sicurezza, però, non può essere la tecnologia, ma il diritto
internazionale. Il fatto è che il campo di battaglia è un ambiente altamente
mutevole, e inserire tecnologie che non si comprendono appieno, che non si
possono controllare appieno come l’intelligenza artificiale può portare a
commettere molti errori e molti danni, visto che ha la capacità di distruggere
esseri umani in massa. Inoltre, quando i governi parlano di riduzione delle
vittime civili spesso si riferiscono ai propri soldati e ai propri civili, non
considerano mai gli effetti sul nemico.
Che ruolo può avere l’Italia e quale l’Unione europea?
Penso che l’Italia svolga un ruolo importante anche all’interno delle
discussioni di Ginevra nell’ambito della Ccw, ma più in generale come attore con
un ruolo di primo piano nel garantire che si passi dalla proposta ai negoziati,
insieme ad altri Stati europei come Francia, Germania.
L’Italia è anche un produttore di armamenti importante, con aziende come
Leonardo…
È proprio ai Paesi produttori che dobbiamo chiedere di svolgere un ruolo di
primo piano. Voglio dire, tutti guardano a loro, no? I Paesi senza industrie
belliche significative possono aderire a un trattato, ma nessun regolamento sarà
efficace se quelli che producono armi autonome sono assenti dal tavolo. Quindi
sicuramente l’Italia come il Regno Unito, la Francia e la Germania, e
naturalmente gli Stati Uniti, Israele, India e Cina sono quelli che devono darsi
da fare più di tutti. Altrimenti sarà l’umanità a pagarne le conseguenze.
L'articolo IA e guerra, van Rooijen (Stop Killer Robots): “È una realtà senza
regole. Serve un trattato prima che accada una catastrofe” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Oltre le mosse muscolari di Donald Trump in Venezuela, Groenlandia e Medio
Oriente, c’è una guerra che in Europa stiamo già combattendo. La contesa
riguarda i nostri risparmi, che già da tempo subiscono un processo di
dollarizzazione. Ma la posta in gioco si sta facendo più alta: lo stato sociale,
che arretra mentre avanzano colossi come BlackRock, Vanguard e State Street.
Secondo Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa
e autore del libro La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo
globale (Laterza, 2025), la parola chiave è “finanziarizzazione”. Dagli Etf
(exchange-traded fund) all’enorme piano di riarmo, l’Ue potrebbe trasformare
ogni cittadino in un soggetto finanziario. Una scommessa che tra l’altro rischia
di perdere, come dimostra l’Italia che, dice Volpi, “è già una colonia Usa”.
Leggi anche: “Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva
un disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon
L'articolo “La guerra di Trump? Nelle nostre tasche: tra riarmo e finanza siamo
il bancomat di Wall Street”. L’intervista ad Alessandro Volpi proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Oggi c’è qualche maître à penser, categoria non particolarmente apprezzabile,
che ha rispolverato le vecchie concezioni della guerra: la guerra come pulizia
del mondo, bello è morire per la patria. No, bello è vivere per la patria, non
morire per la patria“. Sono le parole pronunciate a In altre parole, su La7, da
Gustavo Zagrebelsky, giurista e costituzionalista, professore emerito di Diritto
costituzionale all’Università di Torino, già giudice e presidente della Corte
costituzionale. Un intervento che si sviluppa come una riflessione severa sul
ritorno di un immaginario bellico e sull’indebolimento delle regole che
dovrebbero governare la convivenza internazionale.
Il giurista esordisce sottolineando il rapporto tra diritto e forza. “Il diritto
può valere a condizione che non ci sia una forza sola e straripante, perché a
quel punto evidentemente non sa che farsene delle regole”. Le regole, spiega,
“funzionano in quanto ci siano più soggetti internazionali, ciascuno dei quali è
interessato a mantenere fermo un quadro, il quadro delle regole, senza il quale
può venire il peggio per ciascuno di loro”.
In questo contesto, avverte, è “inutile invocare in astratto la legge, i
trattati, il diritto internazionale, l’Onu“. Il problema è strutturale: “il
vizio sta al fondo”. Il mondo costruito dopo la guerra fredda, osserva
Zagrebelsky, aveva un punto di equilibrio nel rapporto Est-Ovest, e in quel
quadro “i trattati in qualche modo valevano”. Oggi, invece, “abbiamo dei
soggetti che si ritengono ciascuno sovrano rispetto alle proprie politiche e non
gli importa niente delle regole di coesistenza tra tutti”.
L’Unione europea, in questo scenario, appare marginale. “L’Europa è messa fuori
da questo quadro perché non ha la potenza sufficiente“, afferma il
costituzionalista, aggiungendo però che “eppure potrebbe averla”.
Il nodo centrale viene riassunto in una formula sintetica: “il diritto senza
forza è impotente, la forza senza diritto è tirannica“. Il problema, sottolinea
Zagrebelsky, è “trovare il modo di far coesistere i due lati”, evitando sia
l’illusione di un diritto disarmato sia la deriva autoritaria della forza
sganciata da ogni limite.
Quanto all’insofferenza diffusa verso il diritto internazionale, Zagrebelsky
invita a guardare più lontano: “Faremo poi il bilancio alla fine di questa
storia: nelle cose umane non c’è nulla di eterno. La verità è che siamo oramai
troppo lontani dalla seconda guerra mondiale, cioè abbiamo perso la memoria di
che cosa vuol dire una guerra e tanto più in un’epoca come la nostra, dove gli
strumenti di distruzione sono imparagonabili a quelli che esistevano allora. In
Europa – conclude – all’epoca si sono fatti 50 milioni di morti più o meno,
nessuno li ha mai contati. Ma una guerra mondiale che cosa vorrebbe dire oggi
con gli armamenti che ci sono?“.
L'articolo Zagrebelsky a La7: “Bello è vivere per la patria, non morire. Abbiamo
perso la memoria di cosa vuol dire una guerra” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si susseguono dichiarazioni belliciste sempre più minacciose a destra e a manca:
quella del capo di stato maggiore inglese Richard John Knighton, che – per non
essere da meno di quello francese che aveva già avvisato i sindaci – avvisa le
famiglie britanniche di “essere pronte a mandare i loro figli in guerra contro
la Russia”; o del solito Mark Rutte per il quale dobbiamo essere “pronti alla
guerra come quella dei nostri nonni”, e alle contestuali abnormi spese per i
riarmi nazionali dei paesi europei – benedetti anche dal presidente Mattarella,
che pur essendo il garante della Costituzione che ripudia la guerra ne indica la
necessità, seppur “impopolare”.
Tutto ciò fa venire in mente l’opera di Karl Kraus sulla prima guerra mondiale
Gli ultimi giorni dell’umanità, nella cui premessa l’autore avvisa gli
spettatori che si accingono a vederne la rappresentazione teatrale che si tratta
di quei giorni e “di quegli anni in cui personaggi di operetta recitarono la
tragedia dell’umanità”.
Dieci anni fa, in occasione del centenario dell’ingresso del nostro paese
nell’“inutile strage”, partecipai ad una riduzione teatrale itinerante della
gigantesca opera di Karl Kraus, a cura della compagnia Archivio Zeta, nello
scenario del Cimitero militare germanico del Passo della Futa: una suggestiva
architettura integrata nel paesaggio che custodisce i corpi di otre 35.000
giovanissimi soldati della Wehrmacht, caduti sulle montagne tosco-emiliane tra
il ’43 e il ’45. Tra quelle tombe interrate furono rappresentate le sacre nozze
tra stupidità e potenza, raccontate da Karl Kraus, che portarono a quella
“grande guerra” che poi generò i fascismi, che provocarono la seconda guerra
mondiale da cui abbiamo in eredità le armi nucleari che incombono sulle nostre
teste.
Nel corso del 2015 sull’altare di quelle nozze erano stati sacrificati 1.800
miliardi di dollari in spese militari globali. Dieci anni dopo – in un
prepotente riarmo già in corso – ci avviciniamo ai 2.800. E non bastano ancora.
Una follia da ultimi giorni dell’umanità: “Perché non vi ribellate, voi che
ancora potete?” sembravano sussurrare 35.000 voci agli spettatori.
Ribellarsi a questi personaggi da operetta che stanno preparando la nuova
tragedia dell’umanità è la sola speranza di evitarla. Contro le obsolete accuse
di simpatia per nemico e relative censure, contro il sentimento di rassegnazione
che si sta diffondendo tra alcuni, contro il meccanismo di difesa della
rimozione del pericolo che prevale tra altri, contro la paura di essere chiamati
in prima persona in guerra che attraversa molti giovani, è necessario diventare
tutte e tutti attivisti di pace, con i mezzi della nonviolenza: è l’unica strada
che ci può salvare. Su questa via oggi abbiamo la certezza di un compagno di
strada: dopo papa Francesco anche papa Leone XIV, che nel messaggio per la
Giornata mondiale della pace della Chiesa cattolica del 1° gennaio 2026 scrive
parole che vorremmo ascoltare dai decisori politici nazionali e internazionali,
invece dei loro proclami bellicisti.
“Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il
fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a
rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul
piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una
destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità
e imprevedibilità – scrive Leone, disvelando l’irrazionalità della deterrenza
militare – Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le
scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la
giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della
potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di
un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia,
ma sulla paura e sul dominio della forza”.
Inoltre aggiunge: “Alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con
l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche
educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze
maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono
campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così
come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una
nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Dunque “occorre denunciare
le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno
sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se
contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del
pensiero critico”.
Il nutrimento del pensiero critico e la pratica dell’azione nonviolenta sono gli
elementi che i popoli possono mettere in campo per esercitare il potere di tutti
per il disarmo, bloccando il potere dei pochi per il riamo: sottrarsi a
qualunque forma di collaborazione con la guerra e impegnarsi per la costruzione
delle alternative civili. “Noi dobbiamo dire no alla guerra ed essere duri come
pietre – scriveva il mite Aldo Capitini ne Il potere di tutti – Oggi i governi,
con la decisione di fare le guerre e di usare le armi atomiche, sono
infinitamente più dannosi di qualsiasi disordine della popolazione, perché
un’ora di guerra atomica può distruggere la vita di tutto un popolo”.
Per scongiurare gli ultimi giorni dell’umanità è giunto il tempo di organizzare
il “disordine” nonviolento, ossia il potere di tutti disarmato e disarmante.
L'articolo Il Papa critica il riarmo, i leader preparano la guerra: così vanno
scongiurati gli ultimi giorni dell’umanità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trenta rubli – la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano oggi in edicola
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L'articolo Trenta rubli proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Nelle condizioni di incertezza e di sofferenza del mondo attuale sembrerebbe
impossibile la gioia. Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di
Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e
non di rado accusato di favorire avversari e nemici“. sono le parole di Papa
Leone nell’Angelus di Santo Stefano protomartire.
Il Pontefice torna a parlare di pace dopo il messaggio di Natale: “Giovani
costretti alle armi capiscono l’insensatezza della guerra e le menzogne di chi
li manda a morire”, aveva detto Papa Leone. “Il cristiano non ha nemici, ma
fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende”,
ricorda oggi aggiungendo che quello di Santo Stefano “è il volto di chi non se
ne va indifferente dalla storia, ma la affronta con amore”.
“Il Mistero del Natale – prosegue il Papa – ci porta questa gioia: una gioia
motivata dalla tenacia di chi già vive la fraternità, di chi già riconosce
attorno a sé, anche nei propri avversari, la dignità indelebile di figlie e
figli di Dio. Per questo Stefano morì perdonando, come Gesù: per una forza più
vera di quella delle armi“. “È una forza gratuita – sottolinea -, già presente
nel cuore di tutti, che si riattiva e si comunica in modo irresistibile quando
qualcuno incomincia a guardare diversamente il suo prossimo, a offrirgli
attenzione e riconoscimento. Sì, questo è rinascere, questo è venire nuovamente
alla luce, questo è il nostro Natale!”. Così il cristiano può opporre “la cura
alla prepotenza, la fede alla sfiducia”.
L'articolo Il Papa all’Angelus: “Chi oggi crede alla pace è spesso ridicolizzato
e spinto fuori dal discorso pubblico” proviene da Il Fatto Quotidiano.