“Quello che si sta tentando di fare a Gaza non ha niente a che vedere con la
pace. Non si può ricostruire sulle fosse comuni e su quella che è la scena di un
crimine, il crimine dei crimini, quello di genocidio“. A denunciare quanto
continua ad avvenire in Palestina, non solo nella Striscia di Gaza, è Francesca
Albanese, relatrice Speciale Onu per la Palestina e i Territori Occupati, nel
corso della proiezione speciale a Roma del film documentario “Disunited Nations”
di Cristophe Cottaret. Una serata introdotta dalla vicedirettrice del Fatto
Quotidiano, Maddalena Oliva, e conclusa con un dibattito con il pubblico alla
quale hanno partecipato anche l’attore Elio Germano e lo scrittore Matteo Nucci.
“Negli ultimi tre mesi abbiamo iniziato a parlare di tregua. Pochissimi di noi
ci hanno creduto. È di due giorni fa la notizia di un nuovo raid israeliano,
oltre 30 civili palestinesi uccisi, moltissimi bambini sotto le bombe, di nuovo
hanno ripreso a camminare come fantasmi”, ha ricordato Oliva.
“Si è realizzato quello che io prevedevo quattro mesi fa. I palestinesi a Gaza
continueranno a morire di fame, di stenti, di malattie e di bombe. Imporre la
parola pace col pugno è stato necessario per mettere a tacere la voce delle
piazze, la mobilitazione che stava scuotendo i Paesi occidentali, soprattutto
l’Italia, e che stava scuotendo dall’interno Paesi i cui governi sono a sostegno
o alleati di Israele e degli Stati Uniti“, ha continuato Albanese.
“Il Board of peace di Trump? Non ci può essere pace lì dove c’è usurpazione, c’è
pace invece dove si rispetta il diritto internazionale. I palestinesi hanno
diritto ad essere liberi dall’apartheid, dall’oppressione e dal genocidio ed è
questo che chiede il diritto internazionale”, ha continuato la relatrice. E
ancora: “Si tratta di un progetto di immobiliaristi americani, israeliani e di
altre parti del mondo, incluso il mondo arabo. Non è possibile che chi ha
finanziato, chi ha armato il genocidio, ovvero gli Stati Uniti, abbia il potere
di decidere le sorti di un popolo. Credo che il governo italiano abbia fatto
bene a non associarsi, invocando la Costituzione italiana. Auspicherei che
l’esecutivo, al netto di tutto ciò che è stato fatto, cambiasse rotta e seguisse
il dettato costituzionale”.
“C’è molta distanza tra rappresentanti e popoli. Non tutti gli americani si
riconoscono in Trump, come evidentemente non tutti gli italiani si riconoscono
in Giorgia Meloni e nelle sue politiche, ma è proprio un distacco di
cittadinanza che ha prodotto la vittoria di questi personaggi e quindi penso sia
molto importante manifestare”, ha spiegato Germano. Per poi sottolineare: “Una
volta che uno ha deciso che c’è un nemico e che quello è il responsabile della
tua infelicità, allora si può commettere qualsiasi tipo di atrocità. E questa
cosa è possibile con una modalità sola, è possibile grazie alla propaganda. E
attenzione perché in questa propaganda ci siamo cascati tutti quanti quando le
bombe le mettevamo noi, bombardavamo noi l’Afghanistan. La ragione ultima è
arricchire le economie, le grandi industrie italiane sono le uniche che si
arricchiscono con le guerre. Tutte le altre motivazioni sono propaganda”.
Per Nucci invece a preoccupare è il fatto che “sotto attacco sia soprattutto la
critica. Mi sconvolge che il suicidio del mondo occidentale si completi proprio
con la distruzione dello spirito critico. Quindi in questi giorni tutti gli
sforzi sono concentrati sul non parlare di quanto avviene ancora a Gaza”.
Eppure, ricorda Albanese, nelle scorse settimane “mai tanta gente si è
mobilitata contro un genocidio”: “Il potere non reagisce perché il potere fa
questo da sempre, protegge se stesso. Ma questa per noi è un’opportunità di
democratizzazione. Dobbiamo continuare a resistere”
L'articolo “A Gaza si continua a morire. Board of peace? Nulla a che vedere con
la pace”: la proiezione di “Disunited Nations” con Oliva, Albanese, Germano e
Nucci proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Striscia di Gaza
Israele torna a bombardare Gaza: le forze militari di Tel Aviv dalla mattinata
di sabato 31 gennaio ha compiuto attacchi aerei in sette diverse località della
Striscia. Nei raid, riferisce l’agenzia di protezione civile di Gaza,
controllata da Hamas, sono morte almeno 28 persone. Un quarto delle vittime,
quindi almeno 7, sono bambini. Ma ci sono ancora persone disperse sotto le
macerie, come riporta il quotidiano israeliano Haaretz. Il ministero della
Salute di Hamas segnala altri 30 feriti, alcuni in condizioni critiche.
L’esercito israeliano ha attaccato quattro membri di Hamas e della Jihad
Islamica a Gaza in risposta alla violazione del cessate il fuoco, quando otto
militanti sono usciti da un tunnel sotterraneo nella parte orientale di Rafah,
ha dichiarato l’Idf su Telegram. Nella dichiarazione si legge che l’esercito ha
preso di mira anche un deposito di armi di Hamas, un sito di produzione di armi
e due siti di lancio nella Striscia di Gaza centrale. La protezione civile di
Gaza ha confermato che quattro vittime sono agenti della polizia di Hamas: gli
altri però sono bambini, donne e un uomo anziano. Hamas definisce i raid invece
“una nuova flagrante violazione” e ha esortato gli Stati Uniti e gli altri Paesi
mediatori a spingere Israele a cessare gli attacchi.
L’attacco è sicuramente uno dei più gravi tra quelli condotti da Israele da
quando è entrato in vigore il cessate il fuoco lo scorso ottobre. Secondo quanto
dichiarato all’Afp dal direttore generale del ministero della Sanità di Gaza,
Munir al Barsh, gli attacchi aerei sono stati “condotti dall’occupazione contro
obiettivi civili in una tenda e un appartamento“. “Israele continua una serie di
violazioni dell’accordo di cessate il fuoco, nel mezzo di una grave carenza di
forniture ed equipaggiamento medico e medicinali“, ha aggiunto. Secondo le stime
della Sanità di Gaza sono 509 le persone uccise nelle Striscia da quando è
entrato in vigore il cessate il fuoco il 10 ottobre.
Il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti è entrato nella sua seconda fase a
gennaio: questo passaggio dovrebbe includere il disarmo di Hamas, un graduale
ritiro israeliano e il dispiegamento di una forza internazionale di
stabilizzazione. Israele e Hamas si sono ripetutamente accusati a vicenda di
violare la tregua.
L'articolo Raid di Israele a Gaza: “Almeno 28 morti, un quarto sono bambini”. È
uno degli attacchi più gravi dal cessate il fuoco proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Roberto Iannuzzi *
L’inaugurazione del Consiglio di Pace e la presentazione di un piano di
ricostruzione a Davos (Svizzera), in occasione dell’annuale riunione del World
Economic Forum, aprono una nuova pericolosa fase per Gaza.
Il Consiglio di Pace, presieduto dal presidente americano Donald Trump e
composto da paesi subordinati agli Usa o ideologicamente allineati all’inquilino
della Casa Bianca, ha la non troppo velata ambizione di proporsi come
alternativa alle Nazioni Unite. Tale organismo si prefigge di mediare conflitti
dal Venezuela all’Ucraina, scavalcando il mandato Onu (Risoluzione 2803) che
limita a Gaza il suo raggio d’azione.
All’interno del Consiglio, che ha una struttura essenzialmente illegale dal
punto di vista del diritto internazionale, il potere è concentrato nelle mani di
Trump, che lo presiede a vita, stabilisce quali paesi possono aderirvi e ne
decide l’agenda.
Il nuovo organismo è a sua volta composto da un consiglio direttivo che si
occuperà della gestione di Gaza. A tale riguardo, un piano è stato presentato a
Davos da Jared Kushner, membro del consiglio e genero di Trump.
I palestinesi non sono in alcun modo rappresentati nel Consiglio di Pace. Il
governo tecnocratico palestinese ad esso subordinato avrà un ruolo di mero
esecutore delle sue direttive.
La Striscia sarà il primo “laboratorio” dove testare il principio ispiratore del
Consiglio, che prevede l’abbandono del multilateralismo come approccio per la
risoluzione dei conflitti in favore di un modello basato sul capitale privato,
guidato dagli investimenti e dalla ricerca del profitto.
Azzerando le rivendicazioni politiche dei palestinesi, e ignorando i diritti di
proprietà e l’eredità culturale di generazioni di gazawi, il piano Kushner
prevede un progetto di ingegneria sociale e di sviluppo immobiliare che,
partendo da una tabula rasa, intende ridisegnare completamente il volto di Gaza,
previa demilitarizzazione e “deradicalizzazione” della Striscia.
L’intera zona costiera sarà dedicata al turismo. Nell’immediato entroterra
sorgeranno le aree residenziali per i palestinesi, intervallate da parchi e zone
agricole. Complessi industriali e data center saranno dislocati in prossimità
del perimetro interno, dipendenti da catene di fornitura e approvvigionamenti
energetici israeliani. Attorno all’intero perimetro di confine sarà ricavata una
zona cuscinetto controllata da Israele.
Il processo di ricostruzione sarà subordinato a quello di demilitarizzazione, il
più problematico. Teoricamente, il piano americano prevede, in cambio del
disarmo, l’amnistia per gli uomini di Hamas, il loro “trasferimento sicuro” in
altri paesi o, in alcuni casi selezionati, la loro integrazione nel governo
tecnocratico palestinese.
Perfino se Hamas dovesse accettare una simile soluzione, non è affatto scontato
che lo faccia Israele. Elliott Abrams, noto esponente dei neocon americani e
membro di spicco del Council on Foreign Relations, allude a un’alternativa più
cruenta per liquidare Hamas.
Egli ammette che nessun paese si è finora mostrato disposto a fornire truppe per
disarmare il gruppo palestinese nel quadro della forza di stabilizzazione che,
in base all’originario piano Trump per Gaza, avrebbe dovuto essere schierata
nella Striscia. Abrams afferma che esiste però la possibilità di ricorrere a
contractor privati per “bonificare” Gaza dai combattenti e dalle infrastrutture
militari di Hamas. Per facilitare l’operazione, la popolazione civile verrebbe
incoraggiata a trasferirsi nella zona della Striscia attualmente controllata da
Israele.
A Rafah, nel sud dell’enclave, dovrebbe sorgere la prima delle “comunità
recintate” che accoglieranno i palestinesi a seguito di un meticoloso “processo
di verifica” volto a escludere ogni possibile legame con Hamas. In questo
scenario, il ruolo della forza internazionale di stabilizzazione e della polizia
del governo tecnocratico palestinese alle dipendenze del Consiglio di Pace si
limiterà al controllo di queste comunità e delle aree già “bonificate” dalla
presenza di Hamas.
Il fatto che Trump abbia posto alla guida della forza di stabilizzazione il
generale americano Jasper Jeffers, già responsabile del Comando congiunto per le
operazioni speciali (JSOC), lascia presagire che si possa propendere per questa
soluzione. Jeffers è un veterano delle operazioni speciali in Iraq e
Afghanistan, e insieme ad altri ufficiali del JSOC potrebbe pianificare
l’impiego dei contractor e l’addestramento di commando composti da palestinesi
reclutati fra le bande armate da Israele per combattere Hamas.
Contractor privati, del resto, sono già stati utilizzati nella Striscia dalla
famigerata Gaza Humanitarian Foundation (GHF), responsabile dell’uccisione
indiscriminata di centinaia di palestinesi alla disperata ricerca di cibo presso
i suoi centri di distribuzione.
Uno degli ideatori della GHF, Aryeh Lightstone, è stato ora nominato da Trump
consulente del Consiglio di Pace.
Le incognite riguardanti il disarmo di Hamas e l’implementazione del piano
Kushner restano in ogni caso numerose. In primo luogo, l’accettazione del piano
da parte di Israele è tutt’altro che certa.
Le forze armate israeliane hanno costruito decine di avamposti militari nella
zona della Striscia sotto il proprio controllo, collegandoli al territorio
israeliano con nuove strade. E stanno trasformando la linea gialla che separa
tale zona da quella controllata da Hamas in un vero e proprio confine, con
trincee e terrapieni.
I vertici dell’esercito israeliano stanno inoltre pianificando una possibile
offensiva militare su Gaza City a marzo, qualora il piano di disarmo previsto
dagli Usa dovesse incontrare difficoltà.
*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i
punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
X: @riannuzziGPC; https://robertoiannuzzi.substack.com/
L'articolo Il Board of Peace e il piano Kushner sono totalmente illegali: per
Gaza si apre una nuova fase pericolosa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il ministero della Difesa israeliano ha formalmente riconosciuto come parametro
di riferimento le statistiche fornite dal ministero della Salute di Gaza
(controllato da Hamas), indicando che circa 71.700 palestinesi sono stati uccisi
dalle operazioni militari dal 7 ottobre 2023. E’ quanto riporta il quotidiano
israeliano Haaretz. Un riconoscimento che rappresenta un drastico cambiamento di
rotta per le autorità di Israele, che per tutta la durata del conflitto hanno
descritto i dati provenienti dalla Striscia come mera propaganda di guerra,
nonostante le agenzie delle Nazioni Unite e numerosi esperti di salute pubblica
avessero dichiarato che i sistemi di registrazione dei dati a Gaza fossero
storicamente robusti e credibili, e che nel corso del conflitto i dati fossero
stati esaminati da governi, organizzazioni internazionali, media e ricercatori.
Secondo fonti militari, però, la cifra terrebbe conto delle sole vittime di
attacchi militari diretti, lasciando fuori i dispersi, molti probabilmente
ancora sotto le macerie, i morti per fame, freddo, malattie e per la distruzione
dell’intero sistema sanitario.
La linea tenuta dai funzionari israeliani per oltre due anni è stata quella
dello scetticismo verso qualsiasi cifra prodotta sotto il governo di Hamas.
Secondo la posizione ufficiale di Tel Aviv, i dati erano da considerarsi
manipolati e privi di valore oggettivo poiché a Gaza la Sanità risponde
direttamente all’organizzazione militante che controlla l’enclave dal 2007. Uno
dei punti cardine dell’argomentazione israeliana riguardava l’incapacità, o la
volontà politica, del ministero della Salute di non distinguere tra civili e
combattenti all’interno dei suoi registri ufficiali. Poiché i membri delle
milizie non indossano uniformi formali né portano documenti di identificazione
separati sul campo di battaglia, Israele ha a lungo sostenuto che i numeri
totali fossero sospetti e non potessero servire a valutare in modo imparziale
l’impatto reale sulla popolazione. In diverse occasioni, infatti l’esercito
(IDF) ha ribadito che Hamas operasse deliberatamente in zone popolose e
utilizzasse strutture protette come scuole e ospedali come scudi umani,
complicando ulteriormente l’accertamento indipendente delle vittime. L’arrivo
del riconoscimento comporta dunque una revisione della portata del conflitto.
Oltre le vittime di attacchi militari diretti, poi, resta da fare il bilancio di
tutta la devastazione seguita all’offensiva israeliana, comprese le morti legate
alla malnutrizione o al collasso totale delle infrastrutture civili.
Al momento le forze armate israeliane sono impegnate nell’analisi dei database
palestinesi, che identificano oltre il 90% delle vittime con nome e numero di
documento, nel tentativo di determinare quanti tra i caduti fossero
effettivamente combattenti. Analisi che si inserisce in un contesto legale
internazionale estremamente teso, con lo Stato di Israele che affronta accuse di
crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio presso le corti
internazionali e lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu sotto processo per
queste accuse. La proporzione di civili uccisi è un elemento decisivo per i
giudici: lo scorso settembre, il capo di stato maggiore Herzi Halevi ha
dichiarato trionfalmente che “oltre il 10% della popolazione di Gaza è stata
uccisa o ferita”, che significa 230.000 vittime. “Questa non è una guerra soft,
abbiamo tolto i guanti fin dal primo minuto”, disse in quell’occasione. Ma alla
luce della devastazione e della crisi umanitaria seguite all’offensiva
israeliana, studi indipendenti pubblicati su riviste scientifiche come The
Lancet e basati sul confronto con conflitti precedenti, rapporti verificati e
metodologia epidemiologica, hanno suggerito cifre più elevate, tra i 300 mila e
i 600 mila morti. I 71 mila riconosciuti ora da Israele sarebbero dunque la
stima più prudente di un sistema di rilevamento anch’esso disintegrato
dall’offensiva.
L'articolo Israele conferma i numeri di Hamas: 71.000 uccisi dai soli attacchi
diretti. Il bilancio reale può arrivare a 600 mila proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Si trova già in Israele la salma di Ran Gvili, l’ultimo ostaggio che si trovava
nella Striscia di Gaza. L’esercito di Tel Aviv l’ha individuato e recuperato in
un’area sotto il controllo di Israele. Il ritrovamento è un passaggio chiave nel
percorso di pace nella Striscia iniziato con il cessate il fuoco di ottobre:
potrebbe essere il preludio all’inizio della fase due del piano di Trump e alla
riapertura del valico di Rafah, chiuso dal maggio del 2024, che il premier
israeliano Benjamin Netanyahu ha sempre vincolato al ritrovamento dei resti di
Gvili.
“Un risultato straordinario per il Paese” ha detto il primo ministro Benjamin
Netanyahu parlando con i media alla Knesset. “Abbiamo promesso, e io ho
promesso, di riportare tutti indietro, e abbiamo riportato tutti indietro fino
all’ultimo – ha aggiunto – Ran è un eroe di Israele. È entrato per primo, è
uscito per ultimo. È tornato”. Di “risultato straordinario” parla anche il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ne rivendica il merito. Mentre
secondo Hamas, il ritrovamento dell’ultimo ostaggio è una conferma del loro
“impegno a rispettare tutte le richieste dell’accordo per il cessate il fuoco
nella Striscia di Gaza”.
24 anni, agente dell’unità speciale Yasam della polizia israeliana, Ran Gvili
era stato rapito e ucciso il 7 ottobre nel kibbutz Alumim, durante l’attacco dei
miliziani di Hamas e del Jihad islamico. Il suo corpo era stato portato
all’interno della Striscia. Le informazioni di intelligence che hanno reso
possibile il ritrovamento nel cimitero nella parte orientale di Gaza City erano
note da tempo, ma una nuova raccolta di indizi e dati confermati da Hamas a
Israele tramite i mediatori hanno recentemente fornito nuove conferme. Oggi
quindi nessuno dei 251 ostaggi israeliani si trova a Gaza. Di quelli rapiti vivi
il 7 ottobre, 207 in tutto, ne sono sopravvissuti 166, 41 sono morti durante la
prigionia, inclusi tre uccisi per errore dall’esercito israeliano nel dicembre
2023.
Resta ora da capire quando sarà ripristinato il passaggio dal valico di Rafah,
al confine tra la Striscia e l’Egitto, e in quali modalità. L’ufficio stampa del
primo ministro ha fatto sapere che sarà limitato esclusivamente al traffico
pedonale e sotto un meccanismo di controllo israeliano. La riapertura è stata
richiesta a più riprese dall’Onu e dalle organizzazioni umanitarie di tutto il
mondo. Sono state decine gli appelli perché venissero tolte le restrizioni
all’ingresso degli aiuti, così da poter portare assistenza alla popolazione
martoriata da bombardamenti, fame e freddo. Durante il suo intervento per la
firma del Board of peace, Ali Shaath, il capo del comitato tecnico nominato da
Trump, aveva promesso per questa settimana la riapertura del valico in entrata e
in uscita. Ma ancora non ci sono informazioni sulla data ufficiale.
L'articolo Gaza, recuperata e rimpatriata in Israele la salma dell’ultimo
ostaggio Ran Gvili proviene da Il Fatto Quotidiano.
Secondo diversi media palestinesi un raid israeliano ha colpito un’automobile
nella zona centrale della Striscia di Gaza causando la morte di cinque persone,
tra cui tre giornalisti palestinesi. Secondo l’agenzia France Presse tra le
vittime ci sarebbe anche un freelance che in passato aveva collaborato con la
stessa Afp. Al momento le Forze di difesa israeliane (Idf) non hanno rilasciato
commenti sull’accaduto. Secondo quanto riportato dai media arabi, i giornalisti
uccisi sono i fotoreporter Abed Shaat e Anas Ghoneim e il corrispondente
Muhammad Qashta, che svolgeva anche attività per un’agenzia umanitaria
governativa egiziana. I tre stavano realizzando riprese di un accampamento
allestito dall’Egyptian Relief Committee nella zona di al-Zahra, nel centro
della Striscia.
Una fonte dello stesso comitato egiziano, citata dal quotidiano qatariota
Al-Araby Al-Jadeed, ha confermato la notizia, definendo l’attacco un “precedente
pericoloso”, soprattutto per le operazioni umanitarie e per il lavoro dei media
sul terreno. Secondo le fonti palestinesi, i giornalisti viaggiavano a bordo di
una jeep di proprietà dell’Egyptian Relief Committee. Un filmato diffuso da un
giornalista palestinese mostrerebbe il veicolo colpito con ben visibile
l’emblema del comitato umanitario, elemento che solleva interrogativi sulle
modalità e sugli obiettivi del raid. L’episodio si inserisce nel contesto di un
conflitto che continua a registrare un alto numero di vittime civili e a destare
allarme per la sicurezza di operatori umanitari e reporter presenti nella
Striscia di Gaza.
Reporter senza frontiere almeno 29 giornalisti sono stati uccisi a Gaza nel
corso del 2025. Nel corso di due anni di bombardamenti su Gaza, secondo
l’organizzazione, l’Idf “ha ucciso quasi 220 giornalisti nella Striscia di Gaza,
di cui almeno 65 sono morti a causa del loro lavoro”. L’organizzazione aveva
ricordato poi l’attacco israeliano all’ospedale Nasser, noto per ospitare uno
spazio di lavoro per giornalisti, del 25 agosto 2025. “Israele ha ucciso il
fotografo di Reuters Hossam al-Masri. La giornalista Mariam Abu Dagga — che
lavorava per diversi media, tra cui The Independent Arabia e Associated Press —
si trovava sul posto per documentare le operazioni di soccorso. Otto minuti dopo
il primo attacco, è stata uccisa da un secondo bombardamento insieme ad altri
due giornalisti: il freelance Moaz Abu Taha e il fotografo di Al Jazeera Mohamad
Salama“.
L'articolo Raid israeliano su Gaza, media: “Uccisi cinque palestinesi: tra le
vittime tre giornalisti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È un anonimo lo 007 israeliano autore del dossier che ha portato
all’incriminazione di Mohamed Hannoun, per ragioni di sicurezza nazionale. Ma il
suo nome se lo sono dimenticato in copia conoscenza nel fascicolo a cui hanno
accesso, oltre alla Procura, anche tutte le difese degli imputati. Il misterioso
“Avi”, autore del rapporto “Expert” che collega le associazioni benefiche
palestinesi finanziate da Hannoun che in realtà sarebbero legate ad Hamas, ha un
nome e cognome: si chiama Avi Abramson, ed è un esperto di antiterrorismo che
lavora per il National Bureau of Counter Terrorism Financing of Israel, branca
dei servizi di sicurezza di Tel Aviv che si occupa di intelligence finanziaria.
Sembra incredibile, ma un banale errore da comuni mortali poco avvezzi
all’informatica (non coprire la copia conoscenza di un’email) sembrerebbe aver
vanificato l’imponente apparato di sicurezza messo in piedi in questo insolito
canale di cooperazione giudiziaria internazionale, la “collaborazione spontanea”
offerta dai servizi di sicurezza israeliani, che ha velocizzato le vie ordinarie
saltando rogatorie o richieste di estradizione. A garantire per l’identità di
“Avi”, nella lettera di accompagnamento del rapporto, è una sua collega. Che
però sembrerebbe essersi dimenticata il nome dell’anonimo nell’email inviata
alle autorità italiane.
Il dossier in questione è quello che di fatto fornisce la prova fondamentale
delle accuse contestate dalla Procura di Genova ad Hannoun e agli altri
indagati: il collegamento fra le associazioni finanziate e Hamas. Un passaggio
contestatissimo dal collegio difensivo degli indagati, che domani farà valere
questa argomentazione davanti al tribunale del Riesame. Per i legali sarebbero
inutilizzabili quelle prove, sia perché provengono da un Paese estero impegnato
in un conflitto, sia perché sarebbe materiale di intelligence non vagliato da
un’autorità giudiziaria, sia perché sarebbe stato raccolto in contesti in cui
sono stati commessi presunti crimini di guerra. È lo stesso Avi, nel suo report,
a indicare che alcune prove sarebbero state raccolte durante operazioni, poi
ricollegate dai difensori a bombardamenti di ospedali e campi profughi. A questo
punto potrebbe diventare determinante, in caso di futuro processo, la
disponibilità a testimoniare in Italia da parte dell’agente israeliano. Il nome
di Avi Abramson compare in rete legato a due eventi specifici. Il primo riguarda
un incontro pubblico organizzato dalle autorità israeliane nel 2020, che ha come
tema centrale il collegamento fra ong e organizzazioni terroristiche. In quel
consesso Abramson interviene come “esperto di antiterrorismo con diciannove anni
di carriera alle spalle”. Il secondo è legato alla delegazione israeliana che
nel 2016 difese l’operato del governo di Tel Aviv di fronte alla Commissione Onu
contro la tortura. In quell’occasione Abramson risulta aver partecipato come
consigliere legale dell’allora primo ministro israeliano.
Stamattina comincerà la discussione delle misure cautelari di fronte al
tribunale del Riesame. Il collegio difensivo ne chiede l’annullamento. Oltre
all’inutilizzabilità delle prove israeliane, i difensori puntano anche su un
precedente, finora non noto, o perlomeno non citato nell’ordinanza del tribunale
di Genova. Non c’è solo il precedente della Procura e del tribunale ligure, che
nei primi anni Duemila archiviarono le vecchie indagini di Hannoun. Anche la
Procura di Roma, più di recente, aveva archiviato le accuse nei confronti di un
membro della stessa associazione. Per il pm di allora, Eugenio Albamonte, oggi
membro della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, finanziare
“associazioni che operano in territori governati da Hamas”, anche laddove il
sostegno riguardi “famiglie di attentatori suicidi”, “non integra il reato di
finanziamento al terrorismo”, se non è provato “un collegamento univoco fra
finanziamenti e azioni terroristiche”.
E ancora: “Sul punto non appare potersi attribuire rilievo al fatto che le
associazioni che ricevono i finanziamenti in Palestina siano comunque collegate
ad Hamas – scriveva ancora Albamonte – Infatti dal 2007 Hamas è strutturato
quale una sorta di partito-Stato che controlla la cosiddetta Striscia di Gaza
esercitando su di essa le prerogative sovrane, comprese quelle amministrative e
solidaristico sociali (assistenza, istruzione, sanità ecc.). In questo contesto
è quindi necessario operare un attento discernimento, al fine di onorare il
principio di necessaria offensività imposto da un’interpretazione della legge
che sia fedele al dettato costituzionale. E’ necessario cioè distinguere tra
finalità di tipo terroristico militare (pienamente riconducibili all’ipotesi di
reato) e finalità socio assistenziali dei finanziamenti (che devo essere
ritenute immuni da sanzione penale). Né può essere accettato il sillogismo che
vuole qualificare come terroristiche anche le finalità civili le quali,
comunque, sarebbero funzionali a conservare ed accrescere il prestigio di Hamas
nella popolazione palestinese e, conseguentemente a rafforzarne indirettamente
ed implicitamente l’azione terroristico – militare”. Un principio che invece, in
quest’ultima inchiesta, è stata ribaltato invece dal tribunale di Genova,
secondo cui i finanziamenti ad associazioni legate ad Hamas, anche quando
indirizzati ad associazione benefiche, avrebbero comunque accresciuto il potere
dell’organizzazione”.
La Procura di Roma nel 2018 aveva anche messo in guardia sull’utilizzazione di
prove di autorità estere: “Allo stesso modo non appare apprezzabile la
circostanza in base alla quale alcune associazioni palestinesi destinatarie di
fondi sarebbero state considerate terroristiche dallo Stato di Israele o
dall’Autorità nazionale palestinese proprio per il loro collegamento ad Hamas.
Infatti non può essere in alcun modo trasferita nel nostro sistema sanzionatorio
penale una determinazione assunta da altre autorità politiche, giudiziarie e di
polizia senza una approfondita valutazione degli elementi fattuali che
concretizzino condotte rilevanti penalmente poste in essere nel nostro Paese
alla luce dei principi giuridici qui vigenti. Le stesse considerazioni valgono
per simili determinazioni assunte dalle autorità statunitensi in relazione ad
associazioni apparentemente simili a quella qui ricostruita”.
L'articolo Caso Hannoun, ecco chi è il misterioso 007 israeliano che ha fornito
la prova che collega le associazioni finanziate e Hamas proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ancora morti a Gaza nei campi dove centinaia di migliaia di sfollati vivono in
condizioni di vita catastrofiche. Il forte vento ha fatto crollare le tende e
almeno tre persone sono morte e altre cinque sono rimaste ferite. Lo riporta il
Guardian citando fonti dell’ospedale Shifa a Gaza City. Mentre il ministero
della Salute di Gaza ha dichiarato che un altro bambino di un anno è morto di
ipotermia durante la notte.
A 100 giorni dal cessate il fuoco, i bisogni della popolazione rimangono
disperati. “A Gaza manca ancora l’acqua e i materiali per ricostruire a causa
del blocco imposto da Israele” denuncia Oxfam. L’organizzazione, alla quale
Israele ha negato la registrazione per continuare la sua attività nella
Striscia, sta continuando a lavorare. Seppure nell’incertezza legata ai nuovi
requisiti di registrazione imposti dalle autorità e tra continue interruzioni di
corrente e carenza di aiuti. Un’attività che si sta concentrando anche sul
tentativo di ripristino dei pozzi d’acqua vitali, setacciando persino le macerie
per recuperare e riutilizzare materiali danneggiati, comprese le lamiere. “I
pozzi ripristinati da Oxfam – fa sapere l’organizzazione in una nota – si
trovano a Gaza City e Khan Younis, e portano acqua ad almeno 156mila persone”.
Inoltre “sono in corso lavori su altri otto pozzi e due stazioni di pompaggio
che dovrebbero tornare operativi entro febbraio, garantendo acqua potabile ad
altre 175mila persone“.
Secondo le valutazioni della Coastal Municipalities Water Utility, il partner di
Oxfam, il costo totale per ricostruire tutte le strutture e le infrastrutture
idriche e igienico-sanitarie distrutte o danneggiate da Israele a Gaza sarà di
circa 800 milioni di dollari. “Tuttavia, la cifra potrebbe essere superiore
poiché alcune parti di Gaza rimangono inaccessibili e i costi di costruzione
sono raddoppiati a causa della mancanza di materiali autorizzati all’ingresso”.
Finché “persisteranno politiche sistematiche che impediscono alle agenzie di
soccorso di portare forniture essenziali a Gaza, i soccorritori dovranno
continuare a trovare modi alternativi per raggiungere la popolazione. Oxfam ha
oltre 2 milioni di dollari in attrezzature idriche e igienico-sanitarie pronte a
entrare a Gaza, ma queste forniture vengono ripetutamente respinte dal marzo
2025″.
L'articolo Gaza, 3 morti per il forte vento. Oxfam: “Popolazione ancora senza
acqua potabile. Per le infrastrutture idriche servono 800 milioni” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Nonostante il cessate il fuoco e le proteste di sindacati e associazioni,
Israele continua a sbarrare l’accesso alla Striscia di Gaza ai giornalisti
stranieri. Uno stop che va avanti dal 7 ottobre 2023 e che proseguirà anche in
questo inizio del 2026. Il governo di Tel Aviv infatti ha dichiarato alla Corte
Suprema che il divieto per i media internazionali deve rimanere in vigore per
motivi di sicurezza. Nel documento inviato al tribunale e riportato dall’Afp, il
procuratore rappresentante dell’esecutivo sostiene che la tregua a Gaza è
oggetto di “continue minacce” e per questo “non deve essere autorizzato”
l’ingresso di reporter senza scorta. Le conclusioni del governo non sono una
sorpresa: le aveva anticipate il ministro della difesa Israel Katz a fine anno,
parlando alla Knesset. Inoltre, secondo Israele, l’entrata dei giornalisti
potrebbe ostacolare le operazioni di ricerca dei resti di Ran Gvili, ultimo
ostaggio israeliano rimasto nella Striscia.
Il compito di testimoniare ciò che accade nell’enclave, dove più della metà
della popolazione è sfollata e vive in tende fatiscenti, senza servizi e acqua e
con aiuti umanitari insufficienti, rimane in capo ai giornalisti palestinesi.
Cronisti, fotoreporter e videomaker che in due anni di raid e bombardamenti
hanno pagato un prezzo altissimo per il loro lavoro: sono circa 300 gli
operatori dei media uccisi dall’esercito israeliano. Negli ultimi mesi si sono
moltiplicati gli appelli per aprire i confini della Striscia ai media
internazionali. Finora però Israele ha consentito l’entrata solo a un ristretto
numero di cronisti e sempre accompagnati dall’Idf. Nel 2024 la Foreign press
association (Fpa), di cui fanno parte centinaia di testate di tutto il mondo,
aveva presentato una richiesta alla Corte Suprema, chiedendo che venisse
revocato il divieto. Secondo la Fpa infatti rappresenta “un grave danno alla
libertà di stampa” e al “diritto all’informazione”. In seguito a questa
petizione, la Corte, dopo diverse proroghe, aveva stabilito al 4 gennaio il
termine ultimo entro cui il governo avrebbe dovuto presentare un piano per
l’accesso indipendente dei media a Gaza. Ora che il governo ha presentato la sua
relazione, rimane da capir quale decisione prenderà l’Alta corte.
Intanto l‘Fpa si è detta profondamente delusa dall’ultima decisione del governo.
“Invece di presentare un piano per consentire ai giornalisti di entrare a Gaza
in modo indipendente e di lavorare al fianco dei nostri coraggiosi colleghi
palestinesi, il governo ha deciso ancora una volta di chiuderci fuori. Questo
nonostante sia in vigore un cessate il fuoco” ha scritto in una nota riportata
da Al Jazeera.
Il nuovo stop va ad aggiungersi ad altri due provvedimenti estremamente
restrittivi presi da Israele: l’approvazione di un emendamento per prolungare la
cosiddetta legge Al Jazeera che permette di impedire la trasmissione di media
stranieri fino alla fine del 2027, e l’espulsione di 37 organizzazioni
umanitarie dalla Striscia di Gaza, incluse Msf, Oxfam e Actionaid. Su
quest’ultima decisione ieri si è espressa anche l’Alta rappresentante Ue per gli
Affari esteri, Kaja Kallas, e la commissaria Ue al Mediterraneo Dubravka Suica.
“Chiediamo a Israele di consentire alle organizzazioni non governative
internazionali di operare e fornire aiuti salvavita ai civili bisognosi in
Palestina” hanno scritto le due funzionarie europee. “La situazione umanitaria a
Gaza continua a peggiorare. Con l’arrivo dell’inverno, i palestinesi sono
esposti a forti piogge e al calo delle temperature, senza rifugi sicuri. I
bambini rimangono fuori dalle scuole. Le strutture mediche funzionano a
malapena, con personale e attrezzature minimi”. Per questo “le ong
internazionali devono poter operare in modo sostenuto e prevedibile”.
L'articolo Gaza, Israele blocca ancora i giornalisti stranieri: “Motivi di
sicurezza”. Stampa estera: “Delusi, continua a tenerci fuori” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Di fronte alla devastazione di Gaza, lo sguardo occidentale spesso si ritrae,
anestetizzato da una ripetizione del dolore che finisce per trasformare i
massacri in un sottofondo indistinto. Per incrinare questa corazza di apatia,
Gianluca Costantini, fumettista e attivista, ha scelto un espediente di forte
impatto: far scontrare l’immaginario pop della serie sudcoreana Squid Game con
il fango e il sangue della Striscia.
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Nella visione di Costantini, Gaza smette di essere soltanto un territorio
assediato e diventa un’arena letale, in cui la sopravvivenza è il risultato di
un gioco truccato. Se nella serie Netflix persone indebitate accettano prove
disumane per inseguire un premio in denaro, a Gaza la popolazione è costretta a
prendere parte a un “gioco” imposto, dove le regole sono arbitrarie, procurarsi
il cibo è un pericolo costante e vincere equivale semplicemente a restare vivi
fino al turno successivo. I soldati israeliani, in questa narrazione per
immagini, assumono il ruolo dei “guardiani” mascherati: ingranaggi di un sistema
che riduce la sofferenza a una statistica o, peggio, a uno strumento di
controllo assoluto. “Ho usato questo riferimento non per spettacolarizzare –
spiega l’artista a Ilfattoquotidiano.it -, ma per far capire la logica spietata
e ingiusta a cui sono sottoposte le persone sotto assedio”.
Il lavoro di Costantini, però, va oltre la metafora visiva. In collaborazione
con il Committee to Protect Journalists (Cpj), che difende la libertà di stampa
e i diritti dei giornalisti in tutto il mondo, l’illustratore ha intrapreso un
progetto imponente: restituire un volto a ogni reporter ucciso durante il
conflitto. In un’epoca segnata da fake news e intelligenza artificiale, il suo
segno a china si trasforma in una prova di esistenza. Ogni disegno restituisce
un nome, una biografia, una presenza concreta. Spesso la fase di documentazione
è stata dolorosa: “In molti casi non si trovava nemmeno una fotografia –
racconta Costantini – Era stata sterminata la famiglia, distrutta la casa,
cancellata la redazione. Senza l’aiuto di altri colleghi palestinesi (alcuni dei
quali sono poi finiti essi stessi in questa galleria di morti), non avremmo
potuto restituire loro la dignità dell’immagine”. Questo archivio visivo intende
strappare i testimoni all’anonimato dei numeri, evitando che chi ha raccontato
la guerra venga ucciso due volte: dalle bombe e dall’oblio.
Aver dedicato più di ventuno mesi alla crisi palestinese ha inciso profondamente
sull’opera di Costantini, costringendolo a confrontarsi con l’impotenza della
diplomazia internazionale. L’artista richiama con amarezza le parole del
ministro degli Esteri Antonio Tajani (“Il diritto internazionale conta fino a un
certo punto”), leggendole come la conferma di un ordine globale in cui la forza
ha ormai superato la legge. La riflessione conclusiva di Costantini assume i
toni di una denuncia senza attenuanti: “Ogni diritto è stato cancellato dal
governo israeliano e dai suoi alleati, gli Stati Uniti. Uccidere civili, ridurli
alla fame, bombardare altre nazioni come il Libano e l’Iran, etichettare come
antisemita chiunque protesti, attaccare l’Onu e distruggere la sua credibilità,
espellere le ong, sparare ai mezzi di soccorso, distruggere ospedali, uccidere
volontariamente giornalisti e molto altro ancora”.
Questa realtà ha messo a dura prova le convinzioni più profonde del disegnatore:
“Tutto questo ha messo in crisi ciò che mi spingeva a dedicarmi ai diritti
umani”, ammette. E tuttavia, proprio tra le macerie del diritto, il segno
grafico “umano” riacquista una centralità politica. Perché se le macchine si
limitano a riprodurre, l’artista continua a testimoniare. “Oggi, in un periodo
sempre più buio, credo che siano proprio gli artisti a dover far sentire con
forza la propria voce.” Il percorso di Costantini prosegue sul suo profilo
Channeldraw, dove le sue opere sono accessibili a tutti: da scaricare, stampare
e condividere per tenere viva, attraverso il disegno, l’ultima scintilla di
umanità.
L'articolo La ‘Squid Game’ Gaza e i volti dei reporter uccisi da Israele: il
massacro nella Striscia nella penna del fumettista Gianluca Costantini proviene
da Il Fatto Quotidiano.