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Tempesta di sabbia avvolge la Striscia di Gaza, Emergency: “Ennesimo colpo a una popolazione già stremata” – Video
Una intensa tempesta di sabbia ha investito la Striscia di Gaza, avvolgendo completamente il territorio in una densa nube di polvere color argilla. Le immagini mostrano un paesaggio quasi monocromatico: cielo, edifici e strade appaiono immersi in una luce arancione, mentre il vento solleva grandi quantità di sabbia. Il fenomeno ha ridotto la visibilità in diverse zone inasprendo le condizioni già drammatiche in cui vivono gli sfollati negli accampamenti della zona. A lanciare l’allarme sono stati anche gli operatori di Emergency: “Erano anni che una tempesta così forte non si abbatteva sul Paese – raccontano – Anche la nostra clinica di assistenza primaria è stata colpita, con una parte del tendone della sala d’attesa divelto e sabbia che è entrata all’interno della struttura”. Questo, specificano, “è l’ennesimo colpo a una popolazione già stremata, costretta a vivere in tende costruite con mezzi di fortuna, con estrema difficoltà nell’accesso ai servizi igienici e senza poter accedere ai beni di prima necessità”. L'articolo Tempesta di sabbia avvolge la Striscia di Gaza, Emergency: “Ennesimo colpo a una popolazione già stremata” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le bombe tra un meme e un video di viaggi: le nuove generazioni e le nuove guerre nel “war feed”. “Valvola di sfogo e linguaggio comune per affrontare il trauma”
La guerra nel feed arriva tra un video di cucina e un reel di viaggio. Un bombardamento, poi un meme. Un’analisi geopolitica, poi un montaggio ironico con una soundtrack pop. Dal conflitto in Ucraina al massacro a Gaza, fino all’attacco israelo-americano all’Iran, sui social si moltiplicano contenuti che trattano la guerra con il linguaggio dei meme: clip sarcastiche, video ironici sul rischio di escalation globale, remix e parodie che trasformano il conflitto in contenuto virale. Un fenomeno che racconta molto del modo in cui le nuove generazioni vivono la guerra nell’era delle piattaforme. “Quando l’ansia collettiva sale, l’umorismo online funziona spesso come una valvola di sfogo e come una micro-pratica di controllo simbolico”, spiega a ilfattoquotidiano.it Giovanni Boccia Artieri, professore di Sociologia dei media digitali e di Comunicazione digitale e platform strategy all’Università di Urbino. “Nominare la paura in forma ironica la rende, per un attimo, maneggevole”. Nella ricerca sui meme questo fenomeno viene spesso definito “disaster-funny”. “Ridendo non si cancella il trauma”, dice Boccia Artieri, “ma si crea sollievo, connessione e un linguaggio comune per elaborarlo”. Per questo, spiega, è un meccanismo particolarmente diffuso tra i più giovani, che utilizzano l’ironia come forma di elaborazione collettiva di eventi percepiti come enormi e fuori controllo. Ma l’ironia non nasce soltanto dal basso. Sempre più spesso anche le istituzioni adottano linguaggi tipici dei social. “I linguaggi istituzionali stanno incorporando formati nativi del feed – montaggi rapidi, soundtrack pop, estetiche da short video – per rendere più digeribile e condivisibile la propria narrazione”. Un esempio recente è stato il video pubblicato dall’account ufficiale della Casa Bianca sugli attacchi militari, montato con la musica della Macarena. “Quando l’istituzione parla già in codice meme”, osserva il sociologo, “il pubblico giovane risponde intensificando quel lessico, tra riappropriazione, parodia e scarto critico”. A cambiare è anche il modo in cui la guerra viene percepita. “Rispetto alle generazioni precedenti la guerra arriva meno come notizia e più come esperienza del feed”, spiega Boccia Artieri. Non più un racconto lineare costruito dai media, ma una sequenza di frammenti: video brevi, volti, suoni, trend, POV e remix. Per descrivere questo fenomeno si parla sempre più spesso di “TikTok war”. “La testimonianza e la narrazione diventano performative e algoritmicamente mediate”, dice il sociologo. La comprensione del conflitto si costruisce così per clip virali più che per cornici interpretative stabili. Questo produce una percezione ambivalente: da un lato la guerra appare più vicina e immediata, dall’altro più discontinua e frammentata. Un video di bombardamenti può comparire accanto a un contenuto completamente diverso, dentro la stessa sequenza di scroll. L’esposizione continua a immagini e notizie di guerra ha effetti complessi. “Può produrre desensibilizzazione e stanchezza empatica, ma anche picchi d’ansia”, spiega Boccia Artieri. Non un effetto unico, ma “un alternarsi di iperattivazione e intorpidimento”. Le piattaforme digitali contribuiscono a questo processo. Gli algoritmi privilegiano ciò che trattiene l’attenzione: urgenza, shock, conflitto. Così l’utente finisce dentro “un ciclo di consumo automatizzato di negatività”, in cui il conflitto diventa presenza costante nel flusso dei contenuti. Trasformare la guerra in contenuto virale può avere effetti opposti. Da un lato può creare distanza emotiva, facendo apparire il conflitto come uno scenario lontano. Dall’altro può funzionare come un meccanismo di difesa generazionale. “L’ironia è anche un modo per stare nel dolore senza esserne travolti”, spiega il sociologo. “Serve a parlarne con i propri codici”. Studi sulle piattaforme come TikTok mostrano proprio queste funzioni psicologiche e sociali dell’umorismo durante eventi traumatici. Il rischio di banalizzazione però esiste. “Soprattutto quando l’ironia scivola nel cinismo o nella spettacolarizzazione”. Ma il meme può anche avere una funzione politica: una forma di commento compresso fatto di satira, critica o delegittimazione. “È un linguaggio che emerge con forza soprattutto quando i media tradizionali vengono percepiti dalle nuove generazioni come lontani, eccessivamente retorici o incapaci di intercettare la sensibilità del web “ spiega Boccia Artieri. Il cambiamento più radicale riguarda però il contesto in cui il conflitto viene visto. “Le piattaforme tendono a trattare tutto come un oggetto di engagement”, osserva Boccia Artieri. Così la guerra entra nello stesso flusso dell’intrattenimento, del lifestyle e della pubblicità. Nasce quello che il sociologo definisce “war feed”: “La guerra entra nello stesso flusso dell’intrattenimento e viene formattata in clip, trend, reaction e meme”. In questo contesto l’attenzione si sposta dal capire al guardare e scrollare. Il risultato è una guerra sempre visibile ma spesso frammentata, in competizione con qualsiasi altro contenuto. E con un ulteriore elemento di confusione: la difficoltà di distinguere realtà e simulazione. Ci muoviamo dentro quella che Boccia Artieri definisce una ‘fragile ecologia dell’autenticità’: “In queste settimane circolano anche video falsi o ricontestualizzati – immagini generate con l’intelligenza artificiale o spezzoni di videogiochi scambiati per footage reali – che accelerano confusione e distacco”. Nel feed globale dei social la guerra non scompare. Cambia forma. Da evento straordinario diventa presenza continua nel flusso digitale. E tra meme, ironia e clip virali diventa per molti giovani un linguaggio con cui provare a tenere insieme paura, distanza e quotidianità. L'articolo Le bombe tra un meme e un video di viaggi: le nuove generazioni e le nuove guerre nel “war feed”. “Valvola di sfogo e linguaggio comune per affrontare il trauma” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le organizzazioni umanitarie fanno ricorso all’Alta corte israeliana contro l’esplusione da Gaza e Cisgiordania decisa dal governo
A meno di settimana dal termine imposto da Tel Aviv per interrompere le attività nella Striscia di Gaza e nei Territori palestinesi, 37 organizzazioni umanitarie hanno deciso di rivolgersi all’Alta corte israeliana contro la sospensione ordinata dal governo. Si tratta di un ricorso congiunto che non ha precedenti, e che arriva dopo diversi tentativi di mediazione andati a vuoto e decine di appelli da tutto il mondo per chiedere che venga garantito l’aiuto umanitario a una popolazione devastata da bombardamenti e fame. Lo stop alle organizzazioni umanitarie risale al 31 dicembre 2025, quando il governo israeliano ha comunicato alle ong la scadenza delle loro registrazioni nel Paese. 37 le realtà messe al bando, tra cui anche molte consolidate a livello mondiale come Medici senza frontiere, Oxfam e Save the children. Due mesi il tempo concesso per cessare le attività in Palestina e lasciare non solo la Striscia, ma anche la Cisgiordania e Gerusalemme Est, interrompendo così progetti avviati da anni in realtà dove migliaia famiglie sopravvivono proprio grazie al supporto e ai servizi dati dalle realtà umanitarie. A Gaza, anche dopo il cessate il fuoco, bisogni della popolazione sono enormi. Più della metà della popolazione vive in campi senza acqua potabile e servizi di base. Il sistema sanitario è distrutto e mancano medicinali e attrezzature mediche. In questo contesto gli aiuti entrano con il contagocce e il lavoro degli operatori è essenziale per portare acqua e assistenza medica. Alla base dell’espulsione delle ong c’è il cambio di requisiti deciso da Israele per la registrazione nel Paese. Regole che il governo ha reso estremamente stringenti e che prevedono, tra le altre cose, l’obbligo di consegnare l’elenco completo dello staff insieme ai dati personali. L’imposizione, denunciano le ong, “comporta gravi rischi per la sicurezza e legali”, dal momento che “espone il personale locale a potenziali ritorsioni e mina le garanzie consolidate in materia di protezione dei dati e riservatezza”. Inoltre, “per le organizzazioni europee, il rispetto di tali obblighi creerebbe gravi responsabilità legali e contrattuali. In generale, tali requisiti creano un precedente che potrebbe indebolire l’impegno umanitario basato sui principi in contesti altamente politicizzati”. Prima di arrivare al ricorso, le ong hanno tentato altre strade e proposto ai rappresentanti del ministero israeliano soluzioni alternative per preservare la protezione del personale senza divulgare dati personali. Ad esempio sistemi indipendenti di screening e controllo verificati dai donatori. “A questo però – fanno sapere – non è stata fornita alcuna risposta sostanziale. Nel frattempo, l’applicazione delle nuove disposizioni da parte di Israele è iniziata nella pratica, con il blocco dell’ingresso degli aiuti e il rifiuto dei visti e dell’accesso al personale straniero”. Insieme alle agenzie delle Nazioni Unite e ai partner palestinesi, “le organizzazioni internazionali sostengono o sono responsabili direttamente della fornitura di oltre la metà di tutti gli aiuti alimentari a Gaza, del 60% delle operazioni degli ospedali da campo, di quasi tre quarti delle attività relative agli alloggi e ai beni non alimentari, nonché di tutte le cure ospedaliere per i bambini affetti da malnutrizione acuta grave e del 30% dei servizi educativi di emergenza, oltre a finanziare più della metà delle operazioni di bonifica dagli ordigni esplosivi”. La petizione alla Corte suprema chiede quindi “un provvedimento urgente per sospendere la scadenza delle registrazioni e impedire l’applicazione di ulteriori misure” in attesa della decisione del giudice, “prima che venga arrecato un danno irreparabile ai civili che dipendono dagli aiuti”. Insieme viene lanciato un appello ai governi, compreso quello italiano, perché faccia pressione e impedisca la sospensione delle ong. “La risposta umanitaria sarà ostacolata non perché le necessità siano diminuite, ma perché è stata resa facoltativa, condizionata o politicizzata. In un momento in cui i civili dipendono dagli aiuti per sopravvivere, tale scenario avrebbe conseguenze umanitarie terribili“. Nel frattempo alcune ong come Oxfam ed Action Aid continueranno a lavorare a Gaza e in Cisgiordania facendo valere la propria registrazione presso l’Autorità Palestinese. L'articolo Le organizzazioni umanitarie fanno ricorso all’Alta corte israeliana contro l’esplusione da Gaza e Cisgiordania decisa dal governo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gaza, l’inchiesta di Al Jazeera: “Migliaia di palestinesi ‘evaporati’ a causa dell’utilizzo di bombe termobariche”
Disintegrati. Cancellati senza che siano rimaste tracce: né un corpo da seppellire, né una salma da piangere. Le squadre della Protezione Civile della Striscia di Gaza hanno documentato l’uccisione di 2842 palestinesi “evaporati” a causa dell’utilizzo da parte di Israele di armi termiche e termobariche. Si tratta di una parte delle oltre 72mila vittime dei raid di Tel Aviv dal 7 ottobre 2023. Lo racconta un’approfondita inchiesta di Al Jazeera Arabic intitolata The Rest of the Story, che ha raccolto le testimonianze di soccorritori e di famiglie di Gaza, e consultato analisti ed esperti per capire il funzionamento delle cosiddette bombe a vuoto. Il portavoce della Protezione Civile di Gaza, Mahmoud Basal ha spiegato ai cronisti dell’emittente del Qatar come sono arrivati alla cifra di 2842. Un numero preciso, non una stima. “Entriamo in un’abitazione dove c’è stato un attacco e confrontiamo il numero noto di occupanti con i corpi recuperati”, ha detto Basal. “Se una famiglia ci dice che all’interno c’erano cinque persone e noi recuperiamo solo tre corpi intatti, consideriamo i restanti due come ‘evaporati‘ solo dopo che una ricerca approfondita non ha prodotto altro che tracce biologiche: schizzi di sangue sui muri o piccoli frammenti come scalpi”, ha aggiunto. Tra i racconti c’è quello di una donna di Gaza City, Yasmin Mahani. La mattina del 10 agosto 2024 è alla ricerca di suo figlio Saad tra le macerie della scuola al-Rabin. Trova suo marito disperato che urla, ma non il figlio. Per giorni cerca ovunque: ospedali, obitori. “Non abbiamo trovato nulla di Saad. Nemmeno un corpo da seppellire. Quella è stata la parte più difficile” dice. Suo figlio non esiste più. Secondo l’inchiesta, la causa è nell’utilizzo sistematico da parte dell’Idf delle bombe termiche o termobariche di fabbricazione Usa. Sono armi vietate dal diritto internazionale, in grado di generare temperature superiori a 3500 gradi Celsius. “A differenza degli esplosivi convenzionali, queste armi disperdono una nube di combustibile che si infiamma creando un’enorme palla di fuoco e un effetto vuoto”. Una potenza che riduce la materia in cenere in pochi secondi. L'articolo Gaza, l’inchiesta di Al Jazeera: “Migliaia di palestinesi ‘evaporati’ a causa dell’utilizzo di bombe termobariche” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Disunited Nations, evento speciale in 120 sale con il doc sulla crisi dell’Onu. A Milano dibattito con Francesca Albanese e Cecilia Strada
Un evento speciale con oltre 100 sale coinvolte, da nord a sud. Mercoledì 11 febbraio, alle ore 21, il documentario Disunited Nations del regista francese Christophe Cotteret sarà trasmesso all’Anteo City Life di Milano e in contemporanea in altre decine di cinema italiani che hanno aderito all’iniziativa (L’ELENCO COMPLETO DELLE SALE). Al termine della proiezione la relatrice speciale dell’Onu per la Palestina, Francesca Albanese e l’eurodeputata Cecilia Strada, collegate entrambe in streaming, dialogheranno con la giornalista del Fatto Quotidiano, Giulia Zaccariello. QUI TUTTI I DETTAGLI DELL’EVENTO E LE INDICAZIONI PER PRENOTARE UN POSTO IN SALA Distribuito da Mescalito film, il lungometraggio Disunited Nations racconta il fallimento del diritto internazionale e delle Nazioni Unite partendo da un fatto: la denuncia del genocidio nella Striscia di Gaza fatta da Francesca Albanese nel marzo 2024. Seguendo i passi della relatrice Onu, tra missioni, incontri istituzionali e pressioni politiche, il film mostra la profonda crisi dell’Onu, messo di fronte alla propria incapacità di impedire il massacro dei civili nella Striscia. Attraverso interviste, materiali d’archivio e il dietro le quinte del lavoro diplomatico, il film racconta il difficile equilibrio tra diritto internazionale, informazione e potere, mostrando come l’Onu e la comunità globale appaiano sempre più divise di fronte al conflitto. Le Nazioni Unite nacquero nel periodo in cui, nel 1947, venne deciso il Piano di Partizione della Palestina. Oggi la questione palestinese è la prova decisiva: l’Organizzazione saprà reggere, o ne uscirà irreversibilmente indebolita? L'articolo Disunited Nations, evento speciale in 120 sale con il doc sulla crisi dell’Onu. A Milano dibattito con Francesca Albanese e Cecilia Strada proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le persone anziane dimenticate nel genocidio di Gaza
Una ricerca condotta da HelpAge International e Amnesty International ha rivelato che nella Striscia di Gaza le persone anziane (il 5% della popolazione) sono vittime di una trascurata crisi di salute fisica e mentale nel contesto del blocco, tuttora in corso, degli aiuti e dei medicinali essenziali da parte di Israele e del recente divieto imposto alle organizzazioni umanitarie. Dal sondaggio effettuato da HelpAge International è emerso che, a causa della scarsità di cibo, le persone anziane sono costrette a saltare i pasti, anche per assicurare che altri familiari possano mangiare. Per via della mancanza d’accesso ai medicinali, le terapie continuative devono essere razionate. Le persone anziane sfollate più volte dall’ottobre del 2023 hanno riferito ad Amnesty International che non hanno accesso a cibo contenente sostanze nutrienti, ad alloggi e a cure mediche di livello adeguato. Il continuo blocco imposto dalle autorità israeliane procura loro gravi danni. HelpAge International ha intervistato 416 persone anziane della Striscia di Gaza e ha pubblicato i risultati nel rapporto “Spinte oltre i propri limiti: la sopravvivenza delle persone anziane nella Striscia di Gaza”. Tra la grave privazione di cibo e il collasso dei servizi essenziali, queste persone vanno incontro a rischi specifici della loro età e spesso trascurati. I loro bisogni rimangono ampiamente invisibili. Ecco i principali risultati del sondaggio di HelpAge International: – Le persone anziane vivono in rifugi in condizioni di estremo degrado: il 76% vive in tende spesso sovraffollate; l’84% afferma che tali condizioni di vita danneggiano la loro salute e la loro privacy; – Gli sfollamenti sono costanti e hanno un effetto destabilizzante: dall’ottobre 2023 il 79% è stato sfollato più di tre volte, con la conseguente interruzione del sostegno familiare e un crescente isolamento; – Le condizioni di salute sono generalmente cattive e ampiamente trascurate: nonostante l’alta prevalenza di malattie e dolori cronici, l’accesso ai medicinali è estremamente limitato tanto che il 42% li ottiene solo “qualche volta” e il 18% “raramente”. Complessivamente l’accesso alle cure mediche è basso e solo il 17% le dichiara interamente disponibili. Per il 31%, i trattamenti per le malattie croniche sono considerati il principale servizio sanitario mancante; – L’insicurezza alimentare è acuta e può minacciare la sopravvivenza: metà delle persone ha dichiarato che l’accesso all’assistenza è diventato più facile dal cessate il fuoco; l’11% non aveva mangiato affatto nelle ultime 24 ore; il 48% aveva ridotto l’assunzione di cibo per consentire ad altre persone di mangiare; – I problemi di salute mentale sono gravi e hanno un impatto diretto sull’alimentazione: il 77% dichiara che la tristezza, l’ansia, la solitudine o l’insonnia hanno ridotto l’appetito e avuto conseguenze sul benessere complessivo. Le conclusioni del sondaggio di HelpAge International trovano conferma nelle ricerche di Amnesty International, che ha intervistato 12 persone anziane provenienti da ogni zona della Striscia di Gaza e che si trovano tuttora in accampamenti per persone sfollate nella zona di Zawayda, in condizioni di vita estremamente dure. Le persone intervistate hanno dichiarato di essere state costrette a interrompere o a razionare le cure mediche per malattie croniche, perché indisponibili o diventate 3-4 volte più costose. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’ottobre del 2025, sì e no 14 dei 36 ospedali della Striscia di Gaza erano operativi, peraltro solo parzialmente, così come meno di un terzo dei servizi di riabilitazione. Alcune persone anziane hanno perso molto peso. La maggior parte di loro si affida alle cucine comunitarie che non sempre forniscono cibi con adeguati livelli di sostanze nutrienti. Il terreno nei campi per le persone sfollate, spesso irregolare e sabbioso, impedisce alle persone che usano sedie a rotelle o stampelle di muoversi liberamente, rendendole ancora più dipendenti dall’aiuto dei familiari. Mohammed Bili, 61 anni, è stato sfollato sette volte a partire dall’ottobre del 2023. Ha bisogno di dialisi tre volte alla settimana ma la struttura presso la quale si recava è stata distrutta. Ora fa due sedute di dialisi alla settimana, più brevi del necessario. Si muove a fatica sulla sua sedia a rotelle e ha perso quasi 20 chili: “Devo fare i conti con l’estrema rigidità delle mie braccia e con la debolezza muscolare, poiché non posso accedere alla dialisi quanto ne avrei bisogno”. Samira al-Shawa, 88 anni, usava un deambulatore per muoversi autonomamente. Ora vive in un campo per persone sfollate, dove il terreno sabbioso rende impossibile camminare. Passa la maggior parte del tempo su un letto arrangiato nella sua tenda. Le cucine comunitarie danno da mangiare alla sua famiglia ma il cibo è insufficiente e con scarse sostanze nutrienti. Dall’ottobre del 2023 ha perso una ventina di chili. Sadiqa al-Barrawi, circa 90 anni, è stata sfollata tre volte dall’ottobre 2023. Vive attualmente in una tendopoli per persone sfollate a Salam insieme al figlio, alla moglie di quest’ultimo e ai loro quattro figli. Una notte, nel gennaio del 2025, mentre si stava recando ai servizi igienici, è caduta e si è ferita. Ora non riesce a stare in piedi né tantomeno a camminare: “Da allora vivere è diventato ancora più miserabile”. Sadiqa soffre di diabete e di pressione alta. Ha perso circa 25 chili e riceve cibo attraverso le cucine comunitarie: “Eravamo contadini. Al villaggio avevamo la terra e i migliori prodotti freschi. Ora non abbiamo nulla”. L'articolo Le persone anziane dimenticate nel genocidio di Gaza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Israele blocca gli aiuti di Music for Peace, che ha agito come indicato dal governo: ora bisogna intervenire
Proviamo con sempre più difficoltà a raccontare che la popolazione della Striscia di Gaza vive in condizioni umanitarie disastrose: infrastrutture distrutte, accesso limitato a cibo, acqua potabile, cure mediche e beni essenziali, con un sistema di aiuti internazionali che procede a singhiozzo e non riesce a rispondere ai bisogni più urgenti. In questo contesto drammatico, ogni ritardo, ogni ostacolo burocratico o politico, ogni blocco logistico si traduce in vite messe ulteriormente a rischio. E Israele lo sa bene. Secondo le ultime notizie, oltre 1,7 milioni di persone sono in condizioni di emergenza umanitaria e la fame è un problema devastante: oltre il 70% della popolazione soffre di insicurezza alimentare grave. È in questo scenario che si inserisce la vicenda dei convogli umanitari raccolti da Music for Peace, destinati ai civili di Gaza. Come richiesto dal governo italiano nell’ambito del programma Food for Gaza, l’organizzazione ha consegnato tutto, adempiendo a tutte le procedure e agli impegni richiesti. Nonostante ciò, gli aiuti restano bloccati. In seguito ai fatti del 18 settembre 2025, Israele ha chiuso il valico di Allenby (King Hussein) al transito degli aiuti umanitari. Il 10 dicembre il valico è stato parzialmente riaperto, ma esclusivamente per il corridoio “Back to Back”, gestito dal Log Cluster. Questa procedura, economicamente meno onerosa, è però accessibile solo alle Ong registrate presso il Ministero israeliano della Diaspora e della Lotta all’Antisemitismo. La Direct Route — consigliata dalle stesse istituzioni italiane a Music for Peace e utilizzata dal programma Food for Gaza — rimane invece chiusa. Il blocco coinvolge tutte le organizzazioni, governative e non, che hanno inviato aiuti verso Gaza via Giordania attraverso questo corridoio gestito da Jhco (Jordan Hashemite Charity Organisation), che trasporta gli aiuti su camion dell’esercito giordano fino al valico assegnato dal Cogat (Kerem Shalom, Zekim o Kissufim). Le ultime richieste di permesso per gli aiuti di Music for Peace, presentate da Jhco al Cogat tramite la piattaforma UN2720, hanno ricevuto un diniego immediato con la motivazione: “Non esiste un corridoio giordano al momento”. Il risultato è che da mesi un convoglio di aiuti umanitari — raccolti grazie alla solidarietà dei cittadini — è fermo in Giordania. Le promesse del programma governativo e le rassicurazioni del Ministro non trovano riscontro nella realtà: gli aiuti non entrano, i costi aumentano e le persone in emergenza restano senza soccorso. Avs chiede al governo italiano di intervenire con urgenza e trasparenza. È inaccettabile che un progetto presentato come operativo rimanga di fatto bloccato. Le istituzioni devono chiarire, senza ulteriori ritardi, perché i convogli non vengono fatti entrare e quali ostacoli concreti — logistici, diplomatici o di sicurezza — impediscono la consegna degli aiuti. Se esistono problemi, vanno resi noti e affrontati con misure immediate, verificabili e pubblicamente rendicontate. Questa non è una questione privata di Music for Peace né una disputa di parte: è una responsabilità pubblica. La collettività ha il diritto di sapere come vengono spesi i soldi pubblici destinati a Food for Gaza e perché gli aiuti non raggiungono chi è in pericolo. Noi di Avs abbiamo depositato un’interrogazione al Ministro Tajani: il governo dica come intende procedere, perché il silenzio e la retorica non bastano più. Noi che abbiamo sostenuto la Global Sumud Flotilla sappiamo bene che esiste un embargo e un blocco militare da parte di Israele. Il governo, che ha sempre invitato a non forzare il blocco e consegnare ogni aiuto alla missione istituzionale italiana, vuole spiegarci perché anche il programma Food for Gaza è fantasma? L'articolo Israele blocca gli aiuti di Music for Peace, che ha agito come indicato dal governo: ora bisogna intervenire proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“A Gaza si continua a morire. Board of peace? Nulla a che vedere con la pace”: la proiezione di “Disunited Nations” con Oliva, Albanese, Germano e Nucci
“Quello che si sta tentando di fare a Gaza non ha niente a che vedere con la pace. Non si può ricostruire sulle fosse comuni e su quella che è la scena di un crimine, il crimine dei crimini, quello di genocidio“. A denunciare quanto continua ad avvenire in Palestina, non solo nella Striscia di Gaza, è Francesca Albanese, relatrice Speciale Onu per la Palestina e i Territori Occupati, nel corso della proiezione speciale a Roma del film documentario “Disunited Nations” di Cristophe Cottaret. Una serata introdotta dalla vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva, e conclusa con un dibattito con il pubblico alla quale hanno partecipato anche l’attore Elio Germano e lo scrittore Matteo Nucci. “Negli ultimi tre mesi abbiamo iniziato a parlare di tregua. Pochissimi di noi ci hanno creduto. È di due giorni fa la notizia di un nuovo raid israeliano, oltre 30 civili palestinesi uccisi, moltissimi bambini sotto le bombe, di nuovo hanno ripreso a camminare come fantasmi”, ha ricordato Oliva. “Si è realizzato quello che io prevedevo quattro mesi fa. I palestinesi a Gaza continueranno a morire di fame, di stenti, di malattie e di bombe. Imporre la parola pace col pugno è stato necessario per mettere a tacere la voce delle piazze, la mobilitazione che stava scuotendo i Paesi occidentali, soprattutto l’Italia, e che stava scuotendo dall’interno Paesi i cui governi sono a sostegno o alleati di Israele e degli Stati Uniti“, ha continuato Albanese. “Il Board of peace di Trump? Non ci può essere pace lì dove c’è usurpazione, c’è pace invece dove si rispetta il diritto internazionale. I palestinesi hanno diritto ad essere liberi dall’apartheid, dall’oppressione e dal genocidio ed è questo che chiede il diritto internazionale”, ha continuato la relatrice. E ancora: “Si tratta di un progetto di immobiliaristi americani, israeliani e di altre parti del mondo, incluso il mondo arabo. Non è possibile che chi ha finanziato, chi ha armato il genocidio, ovvero gli Stati Uniti, abbia il potere di decidere le sorti di un popolo. Credo che il governo italiano abbia fatto bene a non associarsi, invocando la Costituzione italiana. Auspicherei che l’esecutivo, al netto di tutto ciò che è stato fatto, cambiasse rotta e seguisse il dettato costituzionale”. “C’è molta distanza tra rappresentanti e popoli. Non tutti gli americani si riconoscono in Trump, come evidentemente non tutti gli italiani si riconoscono in Giorgia Meloni e nelle sue politiche, ma è proprio un distacco di cittadinanza che ha prodotto la vittoria di questi personaggi e quindi penso sia molto importante manifestare”, ha spiegato Germano. Per poi sottolineare: “Una volta che uno ha deciso che c’è un nemico e che quello è il responsabile della tua infelicità, allora si può commettere qualsiasi tipo di atrocità. E questa cosa è possibile con una modalità sola, è possibile grazie alla propaganda. E attenzione perché in questa propaganda ci siamo cascati tutti quanti quando le bombe le mettevamo noi, bombardavamo noi l’Afghanistan. La ragione ultima è arricchire le economie, le grandi industrie italiane sono le uniche che si arricchiscono con le guerre. Tutte le altre motivazioni sono propaganda”. Per Nucci invece a preoccupare è il fatto che “sotto attacco sia soprattutto la critica. Mi sconvolge che il suicidio del mondo occidentale si completi proprio con la distruzione dello spirito critico. Quindi in questi giorni tutti gli sforzi sono concentrati sul non parlare di quanto avviene ancora a Gaza”. Eppure, ricorda Albanese, nelle scorse settimane “mai tanta gente si è mobilitata contro un genocidio”: “Il potere non reagisce perché il potere fa questo da sempre, protegge se stesso. Ma questa per noi è un’opportunità di democratizzazione. Dobbiamo continuare a resistere” L'articolo “A Gaza si continua a morire. Board of peace? Nulla a che vedere con la pace”: la proiezione di “Disunited Nations” con Oliva, Albanese, Germano e Nucci proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Raid di Israele a Gaza: “Almeno 28 morti, un quarto sono bambini”. È uno degli attacchi più gravi dal cessate il fuoco
Israele torna a bombardare Gaza: le forze militari di Tel Aviv dalla mattinata di sabato 31 gennaio ha compiuto attacchi aerei in sette diverse località della Striscia. Nei raid, riferisce l’agenzia di protezione civile di Gaza, controllata da Hamas, sono morte almeno 28 persone. Un quarto delle vittime, quindi almeno 7, sono bambini. Ma ci sono ancora persone disperse sotto le macerie, come riporta il quotidiano israeliano Haaretz. Il ministero della Salute di Hamas segnala altri 30 feriti, alcuni in condizioni critiche. L’esercito israeliano ha attaccato quattro membri di Hamas e della Jihad Islamica a Gaza in risposta alla violazione del cessate il fuoco, quando otto militanti sono usciti da un tunnel sotterraneo nella parte orientale di Rafah, ha dichiarato l’Idf su Telegram. Nella dichiarazione si legge che l’esercito ha preso di mira anche un deposito di armi di Hamas, un sito di produzione di armi e due siti di lancio nella Striscia di Gaza centrale. La protezione civile di Gaza ha confermato che quattro vittime sono agenti della polizia di Hamas: gli altri però sono bambini, donne e un uomo anziano. Hamas definisce i raid invece “una nuova flagrante violazione” e ha esortato gli Stati Uniti e gli altri Paesi mediatori a spingere Israele a cessare gli attacchi. L’attacco è sicuramente uno dei più gravi tra quelli condotti da Israele da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco lo scorso ottobre. Secondo quanto dichiarato all’Afp dal direttore generale del ministero della Sanità di Gaza, Munir al Barsh, gli attacchi aerei sono stati “condotti dall’occupazione contro obiettivi civili in una tenda e un appartamento“. “Israele continua una serie di violazioni dell’accordo di cessate il fuoco, nel mezzo di una grave carenza di forniture ed equipaggiamento medico e medicinali“, ha aggiunto. Secondo le stime della Sanità di Gaza sono 509 le persone uccise nelle Striscia da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco il 10 ottobre. Il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti è entrato nella sua seconda fase a gennaio: questo passaggio dovrebbe includere il disarmo di Hamas, un graduale ritiro israeliano e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione. Israele e Hamas si sono ripetutamente accusati a vicenda di violare la tregua. L'articolo Raid di Israele a Gaza: “Almeno 28 morti, un quarto sono bambini”. È uno degli attacchi più gravi dal cessate il fuoco proviene da Il Fatto Quotidiano.
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