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“Il vero codice da Vinci esiste”: tracce del DNA del genio su un disegno a matita sanguigna intitolato “Bambino Santo”? Ecco cosa dicono gli studiosi
Potrebbe essere la svolta sia per il mondo della ricerca culturale che per la scienza. “Il vero codice da Vinci” a quanto pare potrebbe esistere. Si intitola così il lungo servizio dedicato su “Science” all’indagine che sta conducendo un collettivo internazionale di scienziati, ormai da anni. Una vera e propria caccia al DNA di Leonardo da Vinci, che adesso potrebbe aver raggiunto un primo importante traguardo: materiale genetico da analizzare a fondo, che sembra portare dritto in Toscana, dove nacque il genio italiano, scienziato-inventore-artista. È l’aprile del 2024. Il genetista Norberto Gonzalez-Juarbe è fermo davanti a un enigmatico disegno parte di una collezione privata di New York. Strofina delicatamente la superficie secolare, fronte e retro, con un tampone simile a quelli utilizzati per i test Covid. “Non capita tutti i giorni di poter toccare un Leonardo”, sorride. Realizzata a matita rossa, l’opera intitolata “Holy Child” (Bambino Santo) mostra la testa di un infante leggermente inclinata di lato, i lineamenti sono delineati con tratti leggeri. La luce si diffonde dolcemente intorno a guance e fronte, i contorni del volto pensieroso si perdono nello sfumato. Il defunto mercante d’arte Fred Kline, che acquistò il disegno all’inizio degli anni 2000, aveva affermato che caratteristiche stilistiche come il tratteggio sinistrorso, un marchio di fabbrica di Leonardo da Vinci, potessero collegare il disegno al maestro del Rinascimento. Ma la paternità dell’opera resta controversa ed esperti sostengono che potrebbe essere stata realizzata da uno dei suoi studenti. I tamponi di Gonzalez-Juarbe potrebbero ora aver catturato un indizio biologico. Il genetista dell’università del Maryland, insieme ai colleghi del Leonardo da Vinci Dna Project (Ldvp), iniziativa nata nel 2014, in uno studio pubblicato in questi giorni sulla piattaforma di preprint ‘BioRxiv’ spiega di aver recuperato Dna da quest’opera e da altri oggetti, alcuni dei quali potrebbero essere appartenuti allo stesso Leonardo. Gli autori del lavoro concludono che le sequenze del cromosoma Y presenti nell’opera d’arte e in una lettera scritta da un cugino di Leonardo riportano entrambe a un gruppo genetico di persone che condividono un antenato comune in Toscana, dove nacque Leonardo. I dati suggeriscono che il Dna sull’opera potrebbe essere di Leonardo, ma è ben lungi dall’essere una prova, afferma il genetista Charles Lee, il cui team, del Jackson Laboratory for Genomic Medicine, ha analizzato campioni del Santo Bambino. “Stabilire un’identità inequivocabile è estremamente complesso”, concorda David Caramelli di Ldvp, antropologo ed esperto di Dna antico dell’università di Firenze citato nel servizio di “Science”. Questo perché gli scienziati non possono verificare le sequenze con campioni di Dna noti per essere stati prelevati da Leonardo stesso. Il suo luogo di sepoltura fu violato all’inizio del XIX secolo e lui non aveva discendenti diretti. Prove circostanziali che i frammenti di Dna sono di Leonardo potrebbero provenire da altre ricerche del Leonardo da Vinci Project, come il campionamento del cromosoma Y di discendenti viventi del padre (Ser Piero da Vinci pare avesse avuto 23 figli con donne diverse) recentemente identificati. Nel dettaglio gli esperti sono arrivati a 15 discendenti maschi di cui 14 attualmente viventi ed entro fine mese si sequenzierà il Dna di diversi di loro. Altro binario che si segue sono i tentativi di estrarre il Dna dalle tombe in cui sono sepolti i parenti maschi del genio. Mentre il team di Caramelli si è concentrato su resti umani, Gonzalez-Juarbe, la biologa forense Rhonda Roby (anche lei parte di Ldvp) e i colleghi del J. Craig Venter Institute hanno perfezionato i protocolli per recuperare tracce di Dna dalle opere di Leonardo senza causare danni, esercitandosi su opere d’arte di minor valore. Il metodo, che consiste nel tamponare delicatamente con una punta inumidita, poi con un tampone asciutto, consente agli scienziati di raccogliere campioni intrappolati nelle fibre della carta. “La carta è porosa. Assorbe sudore, pelle, batteri, Dna. Rimane tutto rimane lì”, afferma Gonzalez-Juarbe. Ma identificare il Dna di Leonardo è “un obiettivo arduo” nella ricerca sul Dna antico, osserva S. Blair Hedges, biologo evoluzionista della Temple University. Nonostante l’entità della sfida, il preprint viene definito “un lavoro all’avanguardia” da Hedges, che ha sperimentato metodi per il campionamento del Dna su manoscritti medievali e non è affiliato al Ldvp. E alcuni indizi sembrano indicare che gli scienziati potrebbero essere sulla strada giusta. Il disegno del Santo Bambino è stato infuso con Dna dell’arancio dolce (Citrus sinensis) coltivato nei giardini medicei come simbolo di potere durante il Rinascimento. “Si può pensare a questa come a un’impronta digitale ambientale.- ragiona Gonzalez-Juarbe – Non è una prova del luogo in cui è stato realizzato il disegno. Ma ci dice qualcosa sul mondo che ha attraversato”. Il team ha poi recuperato una grande quantità di Dna umano, soprattutto dal retro del disegno. Il primo compito è stato dimostrare che non si trattasse di quello di Kline. Qui un colpo di fortuna: la socia del mercante d’arte, Angela Zimm, ha ricordato che 23andMe aveva sequenziato il Dna di Kline. Ad aprile ha inviato i dati a Gonzalez-Juarbe, e il team ha rapidamente escluso l’appartenenza a Kline. Poi si è concentrato sugli oggetti che potessero contenere tracce del Dna dei parenti maschi di Leonardo. Si arriva così alla lettera. L’Archivio di Prato, a Palazzo Datini in Toscana, conserva lettere vergate nel Quattrocento da Frosino di ser Giovanni da Vinci, cugino del nonno di Leonardo da Vinci, e gli archivisti pratesi hanno permesso al Ldvp di analizzarle. Una di queste “conteneva una tonnellata di Dna umano” incorporata nel sigillo di cera, spiega Gonzalez-Juarbe, oltre a parecchio Dna del parassita della malaria Plasmodium (la malattia era endemica in Toscana durante il Rinascimento). La ricerca del Dna di Leonardo diventa così un banco di prova di alto profilo per la cosiddetta “arteomica”, campo emergente che si basa sull’estrarre tracce biologiche dalle opere e che potrebbe trasformare il modo in cui il mondo dell’arte autentica e protegge i suoi tesori più preziosi. Oggi le decisioni sulla paternità di un’opera dipendono dal parere di esperti, ad esempio su come è stata realizzata una pennellata. Il Dna e altre tracce biologiche potrebbero presto integrare l’occhio dell’esperto. I membri del Ldvp, si legge su “Science”, sperano che le loro scoperte convincano i custodi delle opere e dei quaderni di Leonardo a consentire ulteriori campionamenti. “È noto che Leonardo usava le dita insieme ai pennelli mentre dipingeva”, afferma Jesse Ausubel, scienziato ambientale della Rockefeller University, “quindi potrebbe essere possibile trovare cellule dell’epidermide mescolate ai colori“. 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Leonardo produce il Michelangelo Security Dome: un trend che tocca vette di ipocrisia inarrivabili
C’è un ufficio marketing, da qualche parte nei palazzi della Difesa italiana guidata con mano ferma dal ministro Guido Crosetto, dove qualcuno ha deciso che perfino la guerra ha bisogno di un restyling culturale. Il mantra è: efficienza letale e “genio italiano”. In questa cornice i nomi non sono etichette neutre, ma connettori fra le cose e il loro senso. Per questo, mi colpisce leggere che un nuovo sistema missilistico integrato, una rete complessa di sensori e attuatori capaci di incenerire minacce ipersoniche, sia stato battezzato “Michelangelo Security Dome”. E a produrlo è Leonardo, il colosso nazionale degli armamenti. Michelangelo e Leonardo, due nomi che, nella nostra memoria collettiva, rimandano a cappelle affrescate, cupole, disegni visionari, bellezza. Vederli legati a un sistema d’arma nuovo di zecca, a radar, missili, “effettori” coordinati, disturba parecchio. Almeno me. Per cui mi chiedo: che cosa è andato così storto? È una questione di buon gusto e di coerenza simbolica. Abbiamo già digerito, quasi senza accorgercene, lo scandalo originale. Leonardo S.p.A. è da anni il marchio di un’azienda leader del settore delle armi che gioca su questa ambiguità. Il nome di Leonardo da Vinci, vegetariano convinto che comprava gli uccelli al mercato solo per liberarli dalle gabbie, è diventato sinonimo globale di elicotteri d’attacco, caccia addestratori e sistemi di puntamento. Certo, Leonardo disegnava macchine da guerra per Ludovico il Moro, ma lo faceva per finanziare la sua arte, con il disprezzo dell’intellettuale costretto a sporcarsi le mani. Oggi quel nome è un brand della più grande industria bellica d’Italia, fattura 18 miliardi l’anno ed è in crescita, ovviamente, per le logiche dilaganti della guerra permanente. È normale associare l’Uomo Vitruviano ai floridi bilanci di tale azienda? Propongo di cambiargli nome. L’operazione Michelangelo alza l’asticella della perversione culturale. Qui si gioca sull’evocazione. Chiamare “Michelangelo Security Dome” un sistema d’arma serve a pulire la coscienza dell’acquirente. Dalla cupola della Basilica da cui officia Papa Leone XIV, disegnata dal Buonarroti, alla cupola antimissile. È il “Made in Italy” che piace a Giuli, Santanché, Lollobrigida e Crosetto, applicato alle logiche della difesa contro la Russia di Putin e le sue voglie espansionistiche. Il radar di questo nuovo armamento si chiama Kronos: vabbè, è greco e significa “tempo”, ma qui almeno c’è coerenza, dato che Crono divora i suoi figli, metafora perfetta della guerra. Anche i francesi hanno chiamato le loro navi militari con i nomi di filosofi o matematici, vedi la classe “Descartes”, ma qui da noi il trend tocca vette di ipocrisia inarrivabili. Vero è che da anni le parole gestite dalla politica cercano di stravolgere i significati. E quindi le guerre diventano “operazioni di pace”, i bombardamenti “interventi umanitari”, i missili “peacekeeper”, le bombe “intelligenti”, le deportazioni forzate “zone umanitarie”. Nel settore civile, le aziende più inquinanti si tingono di “green“, “eco”, “planet”, mentre vendono l’esatto contrario. I nomi servono a costruire una narrazione in cui ciò che distrugge appare come qualcosa che protegge. Forse è il momento di dirlo, anche se nessuno ascoltasse. Ci sono nomi che dovrebbero restare legati alla vita, alla conoscenza, alla scienza, all’arte. Non per moralismo, ma per igiene simbolica e mentale. Perché il modo in cui chiamiamo le cose finisce, piano piano, per cambiare il modo in cui le pensiamo. E un Paese che usa i suoi geni del Rinascimento per battezzare armi rischia di dimenticare che la sua grandezza è nata dall’arte, dalla musica, dalla letteratura, non da radar e missili. L'articolo Leonardo produce il Michelangelo Security Dome: un trend che tocca vette di ipocrisia inarrivabili proviene da Il Fatto Quotidiano.
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