SHAI GILGEOUS-ALEXANDER DA RECORD!
Sapete chi era Wilt Chamberlain? Semplicemente una delle più irreali
combinazioni di stazza, atletismo e talento cestitico mai sceso in campo da
quando James Naismith ha inventato questo gioco. Un 2.16 costruito come un
culturista di Venice Beach, che se avesse partecipato alle Olimpiadi anche nel
salto in alto e in lungo avrebbe dato grosso filo da torcere agli specialisti
della disciplina. Negli anni in cui ha giocato (dal 1951 al 1973) ha avuto sul
basket un effetto paragonabile al Victor Wembanyama di oggi. Chamberlain è anche
colui che vanta la più impressionante collezione di record, tuttora imbattuti.
Tra i quali, i 100 punti in una gara, in settimana “messi a rischio” dagli 83
punti di Bam Adebayo. Bene, Shai Gilgeous-Alexander stanotte nella vittoria
contro i Boston Celtics ne ha disintegrato uno: 20 o più punti in 127 gare
consecutive (Wilt si fermò a 126). Una continuità realizzativa senza precedenti.
Come lo scorso anno, il discorso MVP sarà una questione tra Jokic e la stella
degli Oklahoma City Thunder. Trattasi di serpente a sonagli con la palla in
mano, che conosce infiniti trucchetti per segnare in avvicinamento a canestro,
indipendentemente se la difesa sia schierata o meno. Realizzatore dalla media
come se ne vedevano pochi dai tempi di Michael Jordan, ha aggiustato la mira
anche da tre punti, dove la mette con un buon 38,3%. Ne sta segnando quasi 32 di
media, con un’efficienza dal campo in stile Shaquille O’Neal, solo con 20 cm di
meno di altezza. I Thunder? I primi della classe, avviati alla dinastia. Sempre
se le regole NBA lo permetteranno.
IL FATTORE KAWHI
I Clippers erano partiti davvero male. Inizio pessimo. Poi, lentamente, sono
risaliti fino a raggiungere l’agognato 50% di vittorie (sono ottavi a Ovest).
Uno dei motivi di questo stato di forma è senza dubbio Kawhi Leonard. Giocatore
per certi versi implacabile, se sano e motivato. Nelle ultime dieci gare,
“Robocop” Leonard si sta esprimendo anche lui su livelli MVP, con 30,6 punti di
media, il 56,5% dal campo, quasi il 40% da tre e una precisione ai liberi in
stile Steve Kerr in maglia Chicago Bulls (90%). Due giorni fa, contro i
Minnesota T-Wolves ne ha messi addirittura 45 con 6 su 9 da tre. Continua a
essere decisivo, nonostante un’età non più “verde” (34 anni) e acciacchi fisici
che negli ultimi tempi ne stanno condizionando la continuità. Per anni, quasi
nessuno è riuscito come lui a dare lo stesso livello di gioco e intensità sia in
attacco che in difesa. A livello offensivo, Kawhi Leonard è completo fino allo
sfinimento. Sa crearsi da solo la soluzione, perché tratta benissimo la palla.
Sa agire in spot-up come tiratore perimetrale. È un vero e proprio go-to-guy con
spalle large e occhi della tigre. È un killer silenzioso in transizione. Può
portare l’uomo in post-basso o tagliare dal lato-debole. Gioca benissimo il
pick-and-roll sia come palleggiatore che come rollante. Stella di primissima
grandezza.
LUKA DONCIC IN THE ZONE!
Pochi sanno servire il perimetro sul penetra e scarica come Luka Doncic. Pochi
possono vantare una facilità realizzativa così pura, lineare, senza fronzoli.
Peccato il tuo atteggiamento in difesa. E per la sua continua lagna rivolta agli
arbitri. Ma se ami vedere la palla che entra nel canestro, una partita come
quella di stanotte, in cui i Los Angeles Lakers hanno vinto contro i Chicago
Bulls, ti rimette in pace con la NBA. Doncic ha segnato 51 punti con 9 su 14 tra
tre, mettendola letteralmente da ogni parte del campo. E di certo anche DeAndre
Ayton (23 punti), al centro di più di una polemica negli ultimi tempi per alcune
dichiarazioni e una comprensione del gioco “analfabetica”, dovrebbe fargli una
statua per come lo sloveno lo ha servito. Doncic ha dei fondamentali di gioco
cristallini. Ecco perché, senza essere un vero e proprio fulmine sul primo
passo, nessuno riesce ad afferrarlo. Il suo step-back è un’arma micidiale perché
l’ultimo palleggio è sempre fatto nella posizione perfetta per caricare il tiro.
La penetrazione è al ferro, perché l’angolo del suo corpo copre perfettamente la
palla dalle grinfie dei difensori in area. Se va a sinistra sul pick and roll
centrale, poi, il tagliante in alley-oop lo trova pure bendato, perché gioca in
controllo, temporeggia in palleggio (un maestro nel frapporsi fra il difensore e
il canestro dentro la lunetta), osserva i movimenti e decide cosa fare.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
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Chamberlain: i Thunder avviati alla dinastia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Los Angeles Lakers
LAKERS IN GRANDE CONFUSIONE?
Troppi alti e bassi. Troppi problemi di roster. Troppe cose che non funzionano.
In alcune partite, il loro talento offensivo è talmente “debordante” che danno
l’impressione di poter dominare. Qualche partita dopo, come per esempio contro
Phoenix a fine febbraio, vanno in grande confusione, si sfaldano, gli ingranaggi
si ingrippano. Alcune considerazioni sparse. I Los Angeles Lakers sono i primi
della classe come percentuale di tiro dal campo (50%), sono settimi nella lega
per efficienza offensiva, ma ventiduesimi per efficienza difensiva. Una tale
discrepanza non è mai un buon segno. Luka Doncic è attualmente il miglior
attaccante della NBA a oltre 32 punti di media. “Jordaneggia” con la palla in
mano, tira in controtempo con un paio di uomini addosso e fa canestro con
nonchalance. È lento, ma nessuno è in grado di impedirgli di prendersi il tiro
che vuole, dove vuole e quando vuole. Tuttavia, difensivamente lo sloveno rimane
non classificabile per voglia e applicazione. In più, il suo lamentarsi con gli
arbitri più che un vezzo è ormai considerato una vera e propria barzelletta.
Austin Reaves ha tanti punti nelle mani (23,6 di media) e sa far canestro in
mille modi. LeBron James, anche a 41 anni, tiene botta e va al ferro meglio di
tanti venticinquenni di belle speranze. Tuttavia, quando Doncic, Reaves e James
sono in campo insieme l’efficienza dell’attacco dei gialloviola sprofonda senza
pietà. Sprofonda tra le peggiori della lega. Lo dicono le statistiche avanzate.
È ovvio che insieme stanno avendo dei problemi. Aggiungeteci l’essenza quasi
totale di protezione del ferro, rotazioni in difesa da bradipo, poca
pericolosità perimetrale (sedicesimi), e la scommessa persa DeAndre Ayton che
“magari fosse Clint Capela, i Lakers ci metterebbero la firma”. Sono sesti a
Ovest, il problema non sono certo i playoff, salvo clamorose scivolate. Ma se ci
si chiede se questi Los Angeles Lakers possano davvero puntare al titolo al
momento la riposta è più un “no” che un “forse”.
SOLIDI QUESTI NEW YORK KNICKS
Qui invece si parla di una squadra che ai playoff farà ballare la rumba a più di
qualche roster che punta molto in alto. Questi Knicks sono davvero solidi, ben
costruiti, anche divertenti da vedere. Intanto, New York difende, sono ottavi
per efficienza difensiva. Ma fanno ancora meglio in attacco, dove sono
addirittura terzi, dopo Nikola Jokic e “la sua piattaforma di gioco” e i Boston
Celtics che “se non torna Tatum forse va bene lo stesso”. Jalen Brunson è la
stella, l’uomo copertina, la fonte ispiratrice. Un giocatore che va oltre i
propri evidenti limiti fisici (a malapena 1.88 m, elevazione modesta…), che però
in campo conosce mille e cento modi per creare spazio tra sé e il difensore. Ha
un buon back up in Alvarado, ma è anche aiutato in attacco da tanta gente che sa
come prendersi le proprie responsabilità. Come Mikal Bridges che difende forte e
colpisce da tre con precisione (oltre il 38%), OG Anunoby che dà una mano con
più di 16 punti di media, oppure Karl-Anthony Towns che non sta avendo la
miglior stagione in carriera, ma sembra in ripresa e sta tirando da tre con il
46,7% nelle ultime dieci partite. Insomma, con i New York Knicks bisognerà prima
o poi fare i conti. E di certo non sarà sempre una eventualità piacevole.
EDWARDS ALLA MIGLIOR STAGIONE IN CARRIERA
Il suo cambio di direzione tra le gambe, chiuso indistintamente con un tiro da
fuori o con una penetrazione al ferro, è talmente esplosivo da poter distruggere
un paio di caviglie avversarie a partita. Tratta la sfera in modo eccellente, ha
un’esplosività alla Dominique Wilkins, anche se sembra ancora più forte
fisicamente. È costruito come un bulldog. Non è semplicemente un fenomeno
fisico, Anthony Edwards. Tecnicamente vale tanto oro quanto pesa. È migliorato
davvero tanto di anno in anno. E se non gli scema la voglia migliorerà ancora.
MVP dello scorso All Star Game, Edwards è la vera speranza americana dopo quella
selva di “geni” nati tra il Canada e il Vecchio Continente che hanno messo in
cattiva luce la scuola di basket a stelle e strisce. La stella dei Minnesota
T-Wolves è alla miglior stagione in carriera. Sta segnando quasi 30 punti di
media con il 40,6% dal perimetro. Se non è immarcabile uno che tira così e che
può vantare il suo primo passo a difesa schierata, allora chi può esserlo?
Questa notte ha passeggiato sui Toronto Raptors tirando 5 su 8 da tre punti,
come se fosse un Chuck Person qualsiasi. Minnesota (partita così e così) è terza
a Ovest, e sembra essersi scrollata di dosso la sindrome da “smantellamento
improvviso” della scorsa stagione. Molto bravo, Edwards. Bravo davvero.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
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James in campo l’attacco sprofonda proviene da Il Fatto Quotidiano.
AUSTIN REAVES CONTINUA A SORPRENDERE
Più lo vedi giocare, più ti chiedi: come è possibile? Da dove è arrivato questo?
Ma può davvero essere riuscito a fare quel cambio di mano dietro la schiena?
Austin Reaves è il pronostico impossibile che si realizza. È il “non
classificato” che diventa giocatore di alto livello. È il “chissà se riuscirà a
fare la squadra” che si trasforma in uno degli uomini di punta dei Los Angeles
Lakers. In difesa si impegna, ma può fare sicuramente di più. Diciamo che non è
il suo punto di forza. In attacco, badate bene, può essere considerato uno dei
top. Di Los Angeles? No, forse proprio della NBA. Almeno in questa prima parte
di stagione. Sembra non fare nulla in modo eccezionale, proprio per questo è
così temibile. Non è un tiratore, eppure nessuno può osare lasciargli spazio sul
perimetro. Non è un penetratore dal primo passo fulmineo, eppure nessuno può
marcarlo faccia a faccia con tranquillità. Non è un velocista sulle corsie
laterali, eppure se lo servi in contropiede sa essere sempre molto efficace. Non
è un vero e proprio assistman, eppure guai a lasciargli troppe linee di
passaggio aperte. Non è un atleta, un saltatore, eppure se entra in area è
capace di trovare il canestro in traffico con il giusto timing, assorbendo i
contatti con il corpo. Sta segnando 27,8 punti di media, con un 50,3% da campo
degno di nota e un discreto 36,9% da tre (però su tanti tentativi). Non dà veri
punti di riferimento agli avversari. Non sai mai come può colpirti. Eppure,
stanne certo, ti colpirà. Pescato davvero dal nulla, nemmeno scelto al Draft del
2021. Per questo i Lakers sono stati bravi e fortunati.
I THUNDER NON PERDONO MAI!
Titola oggi il Wall Street Journal: gli Oklahoma City Thunder sono la più grande
squadra della storia? Beh, dopo un inizio stagione con una sola sconfitta dopo
25 partite la domanda è più che legittima. Praticamente, non perdono mai.
Nemmeno per sbaglio. Ma la stagione è ancora lunga. Bisogna dimostrare
continuità non solo di risultati, anche emotiva. Soprattutto quando le cose
inizieranno ad andare meno bene. Capita in ogni stagione. È quello che fecero i
Chicago Bulls del 1996. Avevano Michael Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman,
Ron Harper, Toni Kukoc. Persero solo dieci partite in tutto il campionato.
Stessa cosa i Golden State Warriors del 2015 con Steph Curry e Klay Thompson,
che di sconfitte ne subirono addirittura appena nove. Detto ciò, questi Thunder
sono davvero attrezzati in modo incredibile. E fanno paura perché sono ancora
tutti giovani, motivati, reattivi, arrabbiati, e individualmente miglioreranno
ancora. Shai Gilgeous–Alexander, per dire, lo scorso anno tirava da fuori col
37%. In questo momento la mette col 45,4%. Praticamente, entra in campo in stile
Ray Allen, con tutto quello che già sa fare in avvicinamento a canestro e con la
palla in mano. Se guardate giocare, tra le altre cose, Chet Holmgren in questo
scorcio di stagione, appare sempre più maturo, più pulito nei movimenti, con una
mano migliore dalla media e da fuori, rispetto alla versione 2024-25. Il futuro
è loro, salvo stravolgimenti di roster o infortuni gravi. Forse non saranno
(ancora) la squadra migliore di sempre. Ma al momento per battere il loro
perfetto mix di pericolosità offensiva e grande difesa, serve qualcosa che non è
detto che le altre squadre troveranno mai.
DASMOND BANE È SOPRAVALUTATO?
C’è chi lo ha sempre amato, sin dai tempi di Memphis. Nessuno nega le sue
capacità difensive, condite da una mano da tre molto efficace (quando era ai
Grizzlies…). Però, tutto sommato, anche la nuova avventura a Orlando conferma
che Desmond Bane è un buon giocatore, certo, ma non sarà mai una stella, uno in
grado di cambiare le sorti di una squadra. Tecnicamente, non è mai riuscito a
migliorare fino a poter essere considerato uno dei top della lega. Non dotato di
grande apertura alare (tra le più basse della NBA), cosa che gli crea svantaggio
nelle entrate e in traffico, il giocatore dei Magic non ha mai mostrato un vero
miglioramento al capitolo “trattamento della palla”, tale da permettergli di
agire come eventuale opzione primaria in attacco (anche a tratti). È macchinoso
in traffico, è macchinoso quando vuole prendere iniziative on the ball. Una
scarsa fluidità che, a dirla tutta, si accoppia con una verve per il passaggio
non certo alla Pete Maravich. Sta segnando 19 punti di media, che non è niente
male. Ma con efficienza bassina, 44,8% dal campo. E sta sparacchiando da tre,
perché il suo 34,9% non è una cifra da tiratore scelto. Sopravvalutato?
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Che sorpresa per i Los Angeles Lakers: Austin Reaves
è il pronostico impossibile che si realizza proviene da Il Fatto Quotidiano.