L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela “ha minato un principio
fondamentale del diritto internazionale”, ha detto l’Alto Commissario Onu per i
Diritti Umani. È “una chiara violazione dell’articolo 2 della Carta delle
Nazioni Unite”, hanno aggiunto gli esperti Onu. In attesa degli eventi in
Groenlandia e in altri Paesi minacciati da Trump – che ha detto di non curarsi
del diritto internazionale perché gli basta la sua morale personale – gli Usa
sono diventati uno “Stato canaglia”, almeno dal punto di vista della
sostenibilità? Vale la pena chiederselo perché gli interventi militari hanno
costi astronomici. E gli Stati li finanziano anche emettendo titoli sui mercati
finanziari. Titoli soggetti non solo ai rating (valutazioni del merito di
credito) tradizionali ma anche a quelli Esg, che valutano le dimensioni sociali,
ambientali e di governance.
I T-bond, le obbligazioni degli Stati Uniti, sono considerati i più sicuri al
mondo, ma sono anche sostenibili? È coerente che investitori istituzionali che
dichiarano di praticare la finanza sostenibile li tengano in portafoglio? Potrà
stupire, ma c’è chi agli Usa aveva affibbiato l’etichetta di “Stato canaglia”
della sostenibilità già da un pezzo. Lo spiega Aldo Bonati, Stewardship e Esg
Networks Manager in Etica Sgr (Gruppo Banca Etica): “Per noi gli Usa non sono
mai stati investibili. La nostra metodologia combina i dati di vari information
provider, con decine di indicatori, ma assegna un peso molto importante
soprattutto ad alcuni aspetti: pena di morte, libertà civili e diritti politici,
libertà di parola e di stampa. Gli Usa, come il Giappone, sono out per la pena
di morte. E per la mancata ratifica di convenzioni internazionali, come quella
sulle mine anti-uomo (di cui Biden aveva autorizzato l’invio in Ucraina, ndr)”.
Etica Sgr, che non a caso parla di finanza etica più che di Esg, considera non
investibili circa il 20% degli Stati del mondo. La Russia, anche pre-invasione
dell’Ucraina (oggi le sanzioni alla Russia vietano di investirvi), e Israele,
anche prima di quello che a Gaza la Commissione internazionale indipendente
d’inchiesta dell’Onu sui Territori Palestinesi Occupati e non solo ha
riconosciuto essere un genocidio, sono out: su questioni come il rispetto del
diritto internazionale sono entrambi deficitari da lunga data. L’Italia è
dentro, anche se su aspetti quali l’accesso ai servizi sanitari le tendenze non
sono incoraggianti.
“Le valutazioni – dice Bonati – dipendono da vari fattori: gli information
provider che si utilizzano, il peso dato alle varie dimensioni, dove si mette la
soglia della “sufficienza”. Lo vediamo con la retorica sulle armi, che in tanti
oggi considerano investibili, noi no. Perché cerchiamo di tenere la barra dritta
su valori, anche se come ogni gestore dobbiamo considerare l’aspetto del
rendimento aggiustato per il rischio“.
Non ci sono regole valide per tutti, insomma, e i livelli di discrezionalità
sono ampi. Tra l’altro su temi scottanti come i diritti umani le agenzie di
rating Esg sono sotto accusa perché non li considererebbero adeguatamente, come
rivelato da recenti inchieste giornalistiche. Lo ricorda Daniela Carosio,
fondatrice di Sustainable Value Investors (SVI), boutique di consulenza
finanziaria Esg: “Ci sono investitori internazionali che praticano l’Esg
sconcertati dal fatto che le grandi agenzie di rating Esg, sotto pressione del
governo Usa, non coprono il rischio collegato al tema dei diritti umani negli
Opt (Territori occupati Palestinesi, ndr)”. Almeno in risposta alle mire
espansionistiche di Trump sulla Groenlandia, invece, qualcosa pare si stia
muovendo: “Investitori nordeuropei, in particolare fondi pensione danesi –
riprende Carosio -, stanno ragionando sul disinvestimento dai Treasury (i
T-bond, ndr). Un po’ come accaduto per i war bonds israeliani, che comunque
tanti investitori avevano acquistato”.
Un altro problema è che col collasso del diritto internazionale cui stiamo
assistendo, anche riferimenti giuridici che fino a poco tempo fa sembravano
patrimonio comune ora sono saltati. Gianluca Manca, oggi ricercatore
universitario su temi di sostenibilità applicata alla finanza e consulente per
la sostenibilità delle Pmi, per anni è stato gestore di fondi sostenibili. Ai
tempi dell’invasione Usa in Iraq, priva dell’ègida dell’Onu, disinvestì dai
T-bond: fu lungo e complicato, ma alla fine riuscì a rispettare il regolamento
del fondo che vietava in portafoglio i bond di Paesi responsabili di simili
violazioni. “Oggi – dice Manca – vediamo navi attaccate in acque internazionali,
personaggi incriminati dalla Corte penale internazionale che girano liberamente
per il mondo, l’Onu non più ascoltata: lo Stato di diritto esiste ancora? Un
gestore, anche ben intenzionato, non ha più riferimenti giuridici a cui
aggrapparsi per giustificare di fronte ai suoi investitori certe scelte di
portafoglio. L’unico modo che ha di uscire da questa impasse sarebbe riformulare
la propria comunicazione nel contesto di un mondo completamente cambiato, dire
shakerato, spiegando cosa fa, perché, e agendo di conseguenza. C’è comunque da
chiedersi se l’investimento Esg interessi ancora. Le più grandi case
d’investimento del pianeta, molte americane, hanno ormai voltato le spalle alla
sostenibilità. L’impressione è che, sebbene non abbia mai funzionato in modo
granitico, l’Esg sia piaciuto finché non dava fastidio“.
Negli anni ’70-’80 del secolo scorso grandi investitori istituzionali come gli
ordini religiosi ebbero un ruolo nella lotta contro il Sudafrica dell’apartheid.
L’incompatibilità dell’apartheid con i principi etici cui ispiravano i loro
investimenti portò a un’ondata di disinvestimenti dalle società in affari col
Sudafrica. Altri tempi, un altro mondo, altri investitori. Oggi la finanza Esg
non riesce, non sa o forse neppure ha voglia di provare a parlare con una sola
voce. E finisce per sembrare un giochino ipocrita a cui nessuno crede più.
L'articolo Blitz in Venezuela e minacce alla Groenlandia, la finanza etica può
ancora investire nei titoli Usa? Gestori spaccati: “C’è troppa discrezionalità”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Più chiarezza su categorie, nomi da utilizzare, soglie d’investimento. Una bella
spruzzata di semplificazione, che va tanto di moda a Bruxelles ed è (molto)
apprezzata dagli operatori. Ma, si sa, il diavolo sta nei dettagli, per cui è
probabilmente sui settori da escludere – senza se e senza ma, come chiedono in
molti – che si vedrà se nel trilogo si riuscirà a mantenere la barra dritta. In
estrema sintesi sono questi i punti salienti della proposta di revisione della
Sustainable Finance Disclosure Regulation (Sfdr) appena presentata dalla
Commissione Ue. È la regolamentazione sull’informativa sulla sostenibilità per
il settore finanziario in vigore da marzo 2021. Che ha rappresentato il primo
tassello andato a regime del piano d’azione sulla finanza sostenibile varato
dalla Commissione Ue a marzo 2018. Il cammino della Sfdr non è stato esente da
problemi, perché il mercato l’ha considerata un “bollino” mentre si tratta di
un’auto-certificazione sulle caratteristiche di sostenibilità di un prodotto
finanziario. Da qui la necessità di rivederla.
Nella proposta pubblicata il 20 novembre ci sono luci e ombre. Per i prodotti
finanziari va in soffitta la precedente distinzione tra gli articolo 8 (light
green, con caratteristiche sociali o ambientali) e gli articolo 9 (dark green,
più ambiziosi, con obiettivi di sostenibilità). A sostituirla è una
classificazione in tre categorie: “transizione”, “sostenibile” e “Esg basics”,
differenziate per obiettivi d’investimento e per settori e attività economici
esclusi. Ogni prodotto dovrà garantire che almeno il 70% degli investimenti sia
allineato con gli obiettivi dichiarati e solo quelli che rientreranno in queste
categorie potranno utilizzare terminologia di tipo Esg nei nomi e nel marketing.
Viene riconosciuto per la prima volta nell’ordinamento Ue l’investimento a
impatto (all’interno delle categorie “transizione” e “sostenibile”) come pratica
distinta di finanza sostenibile, il che ha fatto esultare le organizzazioni
europee che promuovono l’impact investing come Social Impact Agenda per
l’Italia.
Di contro viene eliminata la definizione di investimento sostenibile, che pur
farraginosa aiutava a comprendere di cosa si parla. Via anche una serie di
obblighi informativi, per alleggerire gli operatori e con la speranza di rendere
le informazioni più comprensibili a chi sceglie dove investire. Quanto alla
soglia del 70%, i prodotti “transizione” e “sostenibile” potranno by-passarla se
dimostreranno un allineamento del 15% alla tassonomia Ue sui settori e attività
considerati sostenibili (che include gas e nucleare).
Veniamo al nodo esclusioni, probabilmente il più rilevante. Tutte e tre le
categorie di prodotti devono escludere le società del tabacco, quelle che
violano standard internazionali (Onu, Ocse) e quelle coinvolte in attività
legate a armi controverse. Solo che il Parlamento Ue ha appena dato luce verde
alla proposta della Commissione di restringere il campo delle “armi vietate”,
aprendo le porte alla possibilità di investire in modo sostenibile in armi fino
a ieri bollate come “controverse”. Quanti saranno d’accordo? La Cei, ad esempio,
ha chiesto di prendere le distanze anche finanziariamente dalle aziende di
armamenti. E si sa che il ruolo degli investitori faith-based è sempre stato
centrale nella finanza sostenibile e prima ancora nella sua progenitrice, la
finanza etica.
Poi ci sono le fonti fossili. Di nuovo, tutt’e tre le categorie devono escludere
aziende legate al carbone. Ma solo i prodotti “transizione” e “sostenibile”
devono escludere anche aziende oil&gas, in particolare quelle che progettano di
espandere la produzione. Su questo si è concentrata la critica della Ong
francese Reclaim Finance, uno dei watchdog europei più inflessibili in materia.
Che nel complesso ha accolto positivamente la proposta della Commissione, ma che
insieme a oltre un centinaio di organizzazioni ed esperti aveva chiesto di
escludere da tutte le categorie le società che sviluppano nuovi progetti
fossili. Una richiesta allineata, ancora, agli investitori faith-based, che sono
i principali protagonisti – specie quelli cattolici, coordinati dal Movimento
Laudato Si’ – del movimento globale per il disinvestimento dalle fonti fossili.
Che la SFDR 2.0 abbia rimesso al centro le esclusioni è forse il suo elemento
più positivo. Del resto la finanza etica è nata così, dicendo dei “no” che
lanciano messaggi chiari al piccolo risparmiatore che vuole investire per
promuovere lo sviluppo sostenibile o affermare certi valori. E che di solito non
la prende bene se scopre che i suoi soldi vanno ad aziende che producono armi
all’uranio impoverito o trivellano a tutto spiano.
Non ci sono scadenze per raggiungere l’accordo politico sulla nuova
regolamentazione. È prevedibile che l’iter di negoziazione avrà una navigazione
agitata e prima del 2028 con ogni probabilità non cambierà nulla. Ma non bisogna
dimenticare le origini della Sfdr, che è figlia di un’altra epoca, risale a due
legislature europee fa, a ben prima della guerra in Ucraina e delle sue
conseguenze. Cioè a quando la credibilità della finanza sostenibile non era
stata ancora presa a martellate dal greenwashing dilagante, per aver in sostanza
spostato l’attenzione dai “no” ai “sì” allargando le maglie dei suoi criteri
ambientali, sociali e di governance al punto che ormai vi rientra tutto o quasi.
Se la Sfdr 2.0 si manterrà fedele all’impianto originario, per la finanza
sostenibile sarà una sorta di salutare ritorno alle origini.
L'articolo Finanza sostenibile, cosa c’è nella proposta di revisione delle
regole Ue. Il nodo delle armi controverse e delle aziende dell’oil&gas proviene
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