La Costituzione come “autentico presidio dei diritti e delle responsabilità” che
“definiscono la nostra comunità nazionale” e che, in questo contesto
geopolitico, fornisce i “principi” – insieme alla Carta delle Nazioni Unite – da
prendere come “saldo punto di riferimento”. Il monito arriva dal presidente
della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Giornata dell’Unità
Nazionale: “In un contesto internazionale segnato da tensioni, conflitti e dal
riemergere di dinamiche di contrapposizione e di aspirazioni egemoniche che
turbano l’equilibrio mondiale, i principi che hanno ispirato la nascita della
Repubblica – ha ricordato il capo dello Stato – e che trovano espressione nella
nostra Carta costituzionale e si ancorano alla Carta delle Nazioni Unite sono
saldo punto di riferimento”.
La Giornata dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera
richiama – ha ricordato Mattarella – “elementi fondanti dell’identità della
Repubblica: indipendenza, sovranità popolare, libertà, giustizia e pace”. Valori
che sono “maturati lungo un percorso storico complesso e non privo di
afflizioni”, che “trova la sua più alta e compiuta espressione nella
Costituzione, autentico presidio dei diritti e delle responsabilità che
definiscono la nostra comunità nazionale”. L’unità, ha aggiunto, “non
costituisce soltanto un assetto politico-istituzionale, bensì è un ideale
profondo e condiviso, che attraversa e interpreta l’intera vicenda storica del
nostro Paese”.
Insieme all’inno e al tricolore, compone la triade di “simboli di una comunità
fondata sulla partecipazione, sulla solidarietà e sul rispetto delle istituzioni
democratiche e di ogni persona”. Un patrimonio di valori che la Giornata
dell’Unità Nazionale “invita a rinnovare e a trasmettere, in particolare alle
giovani generazioni, in un dialogo costante e aperto”. Proprio ai più giovani,
ha insistito il presidente della Repubblica, le istituzioni “sono tenute a
offrire orientamento, fiducia e responsabilità, affinché possano contribuire con
piena consapevolezza alla costruzione del futuro del Paese” in un momento
caratterizzato da “sfide globali di inedita complessità”.
L'articolo Mattarella: “La Costituzione presidio di diritti e responsabilità.
Nei conflitti Carta e Onu punti di riferimento” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - ONU
Melania Trump ha presieduto la riunione odierna del Consiglio di sicurezza
dell’Onu, dando seguito a un annuncio della settimana scorsa, prima che gli Usa
attaccassero l’Iran. È prima volta che una first lady (o gentleman) presiede una
riunione dell’ente, di cui gli Usa assumono la presidenza a rotazione nel mese
di marzo. L’ufficio di Melania ha dichiarato che la first lady ha “fatto la
storia alle Nazioni Unite, prendendo il martelletto mentre gli Stati Uniti
assumono la presidenza del Consiglio di sicurezza per sottolineare il ruolo
dell’istruzione nel promuovere la tolleranza e la pace nel mondo”.
L'articolo Melania Trump presiede il Consiglio di Sicurezza dell’Onu: è la prima
volta di una first lady proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Dall’Italia arrivano notizie molto preoccupanti”. Con queste parole Mary
Lawlor, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori
dei diritti umani, ha commentato l’ultima iniziativa del governo italiano. Al
centro delle critiche c’è il nuovo disegno di legge che, nell’implementare il
Patto UE sulla migrazione, contiene norme che contrasterebbero con il diritto
internazionale, pensate per limitare ulteriormente l’azione delle navi
umanitarie che assistono le persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale, che
nel 2025 ha causato almeno 1.342 tra morti e dispersi.
“Ho ricevuto notizie molto preoccupanti riguardo alla proposta di legge
presentata in Italia per attuare il Patto europeo sulla migrazione. Sembra che
le proposte siano in netto contrasto con il diritto internazionale e mirino nel
limitare ulteriormente il lavoro di chi difende i diritti dei migranti in mare.
Il governo dovrebbe rispettare il diritto internazionale e abbandonare il
disegno di legge”, sono le parole pubblicate su X da Lawlor, che ha ricevuto il
mandato dal Consiglio Diritti Umani dell’Onu nel 2020. In particolare si
riferisce alle norme del ddl che il governo ha già rivendicato come il “blocco
navale” promesso in campagna elettorale. Come il Fatto ha già scritto, ci
sarebbe un problema di contrasto con il diritto internazionale e in particolare
con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). Il ddl
prevede la possibilità di interdire temporaneamente l’ingresso nelle acque
territoriali per ragioni come la pressione migratoria eccezionale, le emergenze
sanitarie o eventi internazionali di alto livello. Ma la Convenzione Unclos
elenca già in modo tassativo i casi in cui il passaggio di una nave può essere
considerato non inoffensivo e, sostengono molti giuristi, uno Stato non può
aggiungere nuove eccezioni, specialmente se queste violano l’obbligo di
soccorso. Chi è coinvolto in operazioni di soccorso in mare ha sempre il diritto
di entrare nelle acque territoriali.
Quello della Lawlor non è un richiamo isolato, ma segue le precedenti frizioni
tra l’Onu e l’attuale governo italiano. Già nel maggio 2024, la Relatrice
speciale, insieme ad altri esperti delle Nazioni Unite come Gehad Madi e Cecilia
M. Bailliet, aveva inviato una missiva al governo esprimendo profonda
preoccupazione per le detenzioni ingiustificate delle navi umanitarie Sea-Watch
5 e Geo Barents. In quell’occasione, i relatori avevano evidenziato come il
decreto Piantedosi e la strategia di assegnazione di porti lontani
rappresentassero una restrizione indebita della libertà di associazione e del
diritto a promuovere i diritti umani, risultando incompatibili con i trattati
internazionali come la Solas e la Convenzione sui diritti civili e politici. La
difesa di Roma si era arroccata su ragioni logistiche e di gestione dei flussi.
Attraverso una nota verbale, il governo aveva sostenuto che l’indicazione di
porti nel Nord Italia servisse a decongestionare la Sicilia e la Calabria,
sottolineando come in certi periodi dell’anno scarseggiassero persino i bus per
i trasferimenti interni. Quanto ai fermi amministrativi delle navi, spesso per
non aver accettato le indicazioni della cosiddetta guardia costiera libica,
molti hanno continuato ad essere annullati dai tribunali che hanno più volte
sollevato dubbi sulla legittimità costituzionale di norme che sembrano ignorare
l’articolo 117 della Costituzione, che impone il rispetto dei vincoli derivanti
dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Più difficile
stavolta parlare di ragioni logistiche, il ddl sembra già in rotta di collisione
con le Nazioni Unite.
L'articolo Ong e migranti, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite Mary Lawlor
chiede al governo di ritirare il “blocco navale” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Pietro Francesco Maria De Sarlo
La Francia, la Germania, l’Italia e altri stati europei stanno chiedendo all’Onu
la rimozione di Francesca Albanese dall’incarico di Relatrice speciale delle
Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Ovviamente ci sono relatori
speciali per la Cina, per la Corea del Nord, per gli Stati Uniti e ogni relatore
dà fastidio a qualcuno.
Ma chi li nomina? I Relatori Speciali non sono diplomatici né funzionari di
carriera. Sono esperti indipendenti nominati dal Consiglio per i Diritti Umani
dell’Onu per monitorare singoli Paesi o temi specifici (tortura, libertà di
espressione, territori occupati, ecc.). Del consiglio fanno parte 47 paesi: 13
per l’Africa, 13 per l’Asia, 6 per l’Est Europa, 8 per l’America del Sud, e 7
per l’Europa dell’Ovest. La maggioranza è parte del Sud Globale.
Quando un mandato si libera – per scadenza o dimissioni – si apre una procedura
pubblica di candidatura. Un gruppo consultivo interno al Consiglio esamina i
profili e propone una short list. La decisione finale spetta al Presidente del
Consiglio, con l’avallo dei 47 Stati membri. Non è un’elezione popolare né un
voto dell’Assemblea generale. È una procedura tecnico-politica interna al
Consiglio.
Il mandato dura in genere tre anni, rinnovabile una sola volta. Nessun relatore
può restare in carica oltre sei anni complessivi. Alla scadenza, il Consiglio
può rinnovare l’incarico, scegliere un altro esperto, oppure non rinnovare
affatto il mandato. Il mancato rinnovo non è una sanzione: è una decisione
ordinaria. In ogni caso per Francesca Albanese, che è stata rinnovata nel 2025
ed è già nel suo secondo triennio, scadrà in via definitive nel 2028.
Si può “destituire” un relatore? Sì, ma non per semplice dissenso politico. I
relatori sono vincolati a un Codice di condotta che impone indipendenza,
imparzialità e integrità. Una rimozione anticipata può avvenire solo in caso di
violazioni formali di queste regole. Non esiste una soglia automatica di voti
come in un parlamento. Serve una decisione del Consiglio basata su motivazioni
procedurali, non su pressioni politiche. Ed è un evento rarissimo. Il Consiglio
può anche decidere di chiudere o modificare il mandato stesso, attraverso una
risoluzione votata dai suoi 47 membri. In quel caso non viene “cacciata” la
persona, ma viene ridefinito il meccanismo.
In sintesi: i Relatori Speciali non dipendono dai governi che criticano. Non
vengono eletti dall’Assemblea generale. Non possono essere rimossi per semplice
irritazione diplomatica. Ma il loro rinnovo dipende inevitabilmente dagli
equilibri politici del Consiglio. A mio modo di vedere, nell’improbabile caso
che si arrivi a un voto del Consiglio, voterebbero a favore Francia, Regno
Unito, Italia, Repubblica Ceca, Estonia, Olanda. Poi ci saranno gli incerti e
gli astenuti e poi la marea dei paesi del Sud del Mondo. Comunque questo è
l’elenco degli altri paesi attualmente membri e ognuno può fare le proprie
ipotesi: Islanda, Spagna, Svizzera, Angola, Benin, Burundi, Costa d’Avorio,
Congo, Egitto, Etiopia, Gambia, Ghana, Kenya, Malawi, Mauritius, Sudafrica,
Cina, Cipro, India, Indonesia, Iraq, Giappone, Kuwait, Isole Marshall, Pakistan,
Qatar, Korea, Thailandia, Vietnam, Albania, Bulgaria, Macedonia del Nord,
Slovenia, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Cuba, Repubblica Dominicana,
Ecuador, Messico.
A me pare molto improbabile, soprattutto avendo negli occhi l’immagine dei
delegati Onu che lasciarono l’aula appena Netanyahu iniziò a parlare, che
l’iniziativa europea abbia successo. Servirà solo a disgustare ulteriormente gli
stati del mondo non occidentale, come se ce ne fosse ancora bisogno, perdendo
sempre più autorevolezza e spessore morale. Rende solo evidente il tentativo di
vendetta contro Albanese per aver denunciato la complicità in genocidio di molti
Stati europei, tra cui Francia, Germania e Italia. Una ripicca di basso profilo
che otterrà solo l’aumento delle indignazione popolare verso i propri governi
complici di Netanyahu.
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L'articolo Gli Stati che chiedono la rimozione di Francesca Albanese compiono
una ripicca di basso livello proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Siamo molto preoccupati. Temiamo che i funzionari delle Nazioni unite, gli
esperti indipendenti e gli operatori della giustizia siano sempre più soggetti
ad attacchi personali, minacce e disinformazione che distraggono dalle gravi
questioni relative ai diritti umani”. Marta Hurtado, portavoce dell’Alto
commissariato delle Nazioni unite per i Diritti umani (Unhcr), commenta così in
conferenza stampa le accuse ricevute da Francesca Albanese, relatrice speciale
Onu per i territori palestinesi occupati, di cui i ministri degli Esteri
Francia, Germania e Italia hanno chiesto le dimissioni per presunte frasi contro
il popolo israeliano (in realtà mai pronunciate).
“La relatrice speciale ha chiarito ampiamente che le sue osservazioni
descrivevano minacce più ampie e sistematiche per assicurare la protezione delle
persone dall’apartheid e dal genocidio. Non ha mai definito nessuno Stato come
“nemico dell’umanità“. Invito tutti a vedere e leggere le sue dichiarazioni”, ha
sottolineato la portavoce. Hurtado ha poi ricordato le continue violazioni del
cessate il fuoco a Gaza e le uccisioni quotidiane di palestinesi: “Questo è ciò
di cui dovremmo parlare”, ha concluso. Albanese ha commentato su X: “Sono felice
di vedere che il sistema Ue per i diritti umani difende il mio mandato”.
L'articolo L’Onu difende Francesca Albanese: “False le accuse su Israele,
preoccupati per disinformazione e attacchi personali” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L'articolo Conferenza di Monaco, Rubio vuole Bruxelles: “Serve Ue forte, nostri
destini sono legati”. E sull’Onu: “Va riformata, impotente di fronte a crisi”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Negli Epstein Files il nome di un diplomatico francese che si ripete almeno 200
volte fa tremare il ministero degli Esteri a Parigi. Non un politico di primo
piano, né una personalità nota, ma un profilo apparentemente tecnico: Fabrice
Aidan, alto funzionario che, tra il 2010 e il 2017, stando alle inchieste dei
media francesi, ha scambiato decine di mail “anche amichevoli” con Jeffrey
Epstein, morto suicida in carcere nel 2019, mentre era detenuto con accuse di
traffico sessuale di minori. Se non c’è nulla che stabilisca un coinvolgimento
di Aidan nei crimini sessuali di Epstein, emerge invece che, mentre il
diplomatico lavorava all’Onu, a New York, forniva regolarmente a Epstein
informazioni, documenti e rapporti confidenziali dell’organizzazione
internazionale.
Il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha annunciato di aver segnalato il
caso alla procura della Repubblica e ha aperto un’inchiesta amministrativa
interna: “Quando ho appreso i fatti sono rimasto inorridito”, ha detto.
Attualmente Aidan, che ha una carriera diplomatica di oltre venticinque anni
alle spalle, è “segretario degli Affari esteri in congedo per motivi personali”.
Lavora anche come responsabile delle relazioni internazionali per il gruppo
energetico Engie, che lo ha “sospeso”.
Stando alle ricostruzioni della stampa francese, Fabrice Aidan ha cominciato la
carriera al ministero degli Esteri per la “sezione Oriente-Africa” nel 2001. Nel
2006 è stato distaccato alle Nazioni Unite. Qui lavorava formalmente come
consigliere del diplomatico norvegese Terje Rod-Larsen, figura di peso negli
anni ’90 nei negoziati che portarono agli Accordi di Oslo, e coordinatore ONU
dei Territori Occupati, oggi finito a sua volta sotto inchiesta in Norvegia per
presunti legami finanziari con Epstein. Rod-Larsen e la moglie Mona Juul, che si
è dimessa alcuni giorni fa dal posto di ambasciatrice in Giordania e Iraq, sono
sospettati di “corruzione aggravata”.
Secondo i media norvegesi, Epstein avrebbe voluto lasciare 10 milioni di dollari
in eredità ai due figli della coppia. È in quel contesto che si sviluppano i
rapporti tra Aidan e il finanziere statunitense. Radio France e Mediapart
ricostruiscono i legami tra i due. Dai file emergono scambi di favori e
informazioni, richieste di intermediazioni, flussi finanziari. Aidan sembra
svolgere un ruolo di valletto tutto fare per il faccendiere statunitense. Stando
a Radio France, il diplomatico trasferiva regolarmente per mail a Epstein i
rapporti interni dell’ONU. Nell’agosto 2011, gli trasferì un documento
confidenziale in cui veniva trascritta una telefonata tra Ban-Ki Moon, l’ex
segretario generale dell’Onu, e l’allora ministro degli Esteri turco.
Stando a Mediapart, Epstein avrebbe versato 27.553 dollari per acquistare copie
di un libro di Rod-Larsen sul Medio Oriente. In un’altra occasione, avrebbe
disposto un pagamento da 250 mila dollari. Era stato Aidan a fornire le
coordinate bancarie del norvegese ai collaboratori di Epstein. È emerso anche
che, a fine 2010, Aidan era riuscito a far invitare Epstein al Sir Bani Yas
Forum, in Arabia Saudita, e a procurargli una cena con lo sceicco Abdullah bin
Zayed. Risulta anche che Aidan ha logisticamente organizzato più volte i
soggiorni parigini di Rod-Larsen, che era ospite di Epstein nel suo lussuoso
pied-à-terre vicino agli Champs-Elysées: l’appartamento fu perquisito nel 2019 e
la polizia trovò centinaia di foto di giovani donne alle pareti di tutte le
stanze. In uno scambio di mail, Epstein chiede persino a Aidan di fornirgli il
numero di scarpe di Rod-Larsen per poter regalargli un paio di calzature di
lusso, in un altro, sollecita un visto per una donna norvegese.
Un fatto mette ulteriormente in imbarazzo il Quai d’Orsay. Mediapart ha rivelato
che nel 2013 l’FBI aveva allertato le Nazioni Unite di un’indagine che avrebbe
potuto coinvolgere il funzionario francese in servizio a New York, sospettato di
aver consultato siti pedopornografici. L’informazione è stata confermata da
fonti interne alle Nazioni Unite e al ministero francese degli Esteri. Tuttavia,
prima che la procedura disciplinare si concludesse, Aidan lasciò l’incarico e
“fu richiamato d’urgenza” in Francia. Non furono formulate accuse penali negli
Stati Uniti e nessuna sanzione a Parigi. Aidan proseguì la sua carriera al
ministero, passando anche per l’Unesco e per la banca Edmond de Rothschild,
prima di approdare da Engie.
L'articolo Le rivelazioni degli Epstein Files: Aidan, il diplomatico francese
che era la “talpa” all’Onu del finanziere pedofilo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un evento speciale con oltre 100 sale coinvolte, da nord a sud. Mercoledì 11
febbraio, alle ore 21, il documentario Disunited Nations del regista francese
Christophe Cotteret sarà trasmesso all’Anteo City Life di Milano e in
contemporanea in altre decine di cinema italiani che hanno aderito
all’iniziativa (L’ELENCO COMPLETO DELLE SALE). Al termine della proiezione la
relatrice speciale dell’Onu per la Palestina, Francesca Albanese e
l’eurodeputata Cecilia Strada, collegate entrambe in streaming, dialogheranno
con la giornalista del Fatto Quotidiano, Giulia Zaccariello.
QUI TUTTI I DETTAGLI DELL’EVENTO E LE INDICAZIONI PER PRENOTARE UN POSTO IN SALA
Distribuito da Mescalito film, il lungometraggio Disunited Nations racconta il
fallimento del diritto internazionale e delle Nazioni Unite partendo da un
fatto: la denuncia del genocidio nella Striscia di Gaza fatta da Francesca
Albanese nel marzo 2024. Seguendo i passi della relatrice Onu, tra missioni,
incontri istituzionali e pressioni politiche, il film mostra la profonda crisi
dell’Onu, messo di fronte alla propria incapacità di impedire il massacro dei
civili nella Striscia. Attraverso interviste, materiali d’archivio e il dietro
le quinte del lavoro diplomatico, il film racconta il difficile equilibrio tra
diritto internazionale, informazione e potere, mostrando come l’Onu e la
comunità globale appaiano sempre più divise di fronte al conflitto. Le Nazioni
Unite nacquero nel periodo in cui, nel 1947, venne deciso il Piano di Partizione
della Palestina. Oggi la questione palestinese è la prova decisiva:
l’Organizzazione saprà reggere, o ne uscirà irreversibilmente indebolita?
L'articolo Disunited Nations, evento speciale in 120 sale con il doc sulla crisi
dell’Onu. A Milano dibattito con Francesca Albanese e Cecilia Strada proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Sfida all’Onu – la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano in edicola oggi
#onu #trump #vignette #natangelo #satira #ilfattoquotidiano
L'articolo Sfida all’Onu proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela “ha minato un principio
fondamentale del diritto internazionale”, ha detto l’Alto Commissario Onu per i
Diritti Umani. È “una chiara violazione dell’articolo 2 della Carta delle
Nazioni Unite”, hanno aggiunto gli esperti Onu. In attesa degli eventi in
Groenlandia e in altri Paesi minacciati da Trump – che ha detto di non curarsi
del diritto internazionale perché gli basta la sua morale personale – gli Usa
sono diventati uno “Stato canaglia”, almeno dal punto di vista della
sostenibilità? Vale la pena chiederselo perché gli interventi militari hanno
costi astronomici. E gli Stati li finanziano anche emettendo titoli sui mercati
finanziari. Titoli soggetti non solo ai rating (valutazioni del merito di
credito) tradizionali ma anche a quelli Esg, che valutano le dimensioni sociali,
ambientali e di governance.
I T-bond, le obbligazioni degli Stati Uniti, sono considerati i più sicuri al
mondo, ma sono anche sostenibili? È coerente che investitori istituzionali che
dichiarano di praticare la finanza sostenibile li tengano in portafoglio? Potrà
stupire, ma c’è chi agli Usa aveva affibbiato l’etichetta di “Stato canaglia”
della sostenibilità già da un pezzo. Lo spiega Aldo Bonati, Stewardship e Esg
Networks Manager in Etica Sgr (Gruppo Banca Etica): “Per noi gli Usa non sono
mai stati investibili. La nostra metodologia combina i dati di vari information
provider, con decine di indicatori, ma assegna un peso molto importante
soprattutto ad alcuni aspetti: pena di morte, libertà civili e diritti politici,
libertà di parola e di stampa. Gli Usa, come il Giappone, sono out per la pena
di morte. E per la mancata ratifica di convenzioni internazionali, come quella
sulle mine anti-uomo (di cui Biden aveva autorizzato l’invio in Ucraina, ndr)”.
Etica Sgr, che non a caso parla di finanza etica più che di Esg, considera non
investibili circa il 20% degli Stati del mondo. La Russia, anche pre-invasione
dell’Ucraina (oggi le sanzioni alla Russia vietano di investirvi), e Israele,
anche prima di quello che a Gaza la Commissione internazionale indipendente
d’inchiesta dell’Onu sui Territori Palestinesi Occupati e non solo ha
riconosciuto essere un genocidio, sono out: su questioni come il rispetto del
diritto internazionale sono entrambi deficitari da lunga data. L’Italia è
dentro, anche se su aspetti quali l’accesso ai servizi sanitari le tendenze non
sono incoraggianti.
“Le valutazioni – dice Bonati – dipendono da vari fattori: gli information
provider che si utilizzano, il peso dato alle varie dimensioni, dove si mette la
soglia della “sufficienza”. Lo vediamo con la retorica sulle armi, che in tanti
oggi considerano investibili, noi no. Perché cerchiamo di tenere la barra dritta
su valori, anche se come ogni gestore dobbiamo considerare l’aspetto del
rendimento aggiustato per il rischio“.
Non ci sono regole valide per tutti, insomma, e i livelli di discrezionalità
sono ampi. Tra l’altro su temi scottanti come i diritti umani le agenzie di
rating Esg sono sotto accusa perché non li considererebbero adeguatamente, come
rivelato da recenti inchieste giornalistiche. Lo ricorda Daniela Carosio,
fondatrice di Sustainable Value Investors (SVI), boutique di consulenza
finanziaria Esg: “Ci sono investitori internazionali che praticano l’Esg
sconcertati dal fatto che le grandi agenzie di rating Esg, sotto pressione del
governo Usa, non coprono il rischio collegato al tema dei diritti umani negli
Opt (Territori occupati Palestinesi, ndr)”. Almeno in risposta alle mire
espansionistiche di Trump sulla Groenlandia, invece, qualcosa pare si stia
muovendo: “Investitori nordeuropei, in particolare fondi pensione danesi –
riprende Carosio -, stanno ragionando sul disinvestimento dai Treasury (i
T-bond, ndr). Un po’ come accaduto per i war bonds israeliani, che comunque
tanti investitori avevano acquistato”.
Un altro problema è che col collasso del diritto internazionale cui stiamo
assistendo, anche riferimenti giuridici che fino a poco tempo fa sembravano
patrimonio comune ora sono saltati. Gianluca Manca, oggi ricercatore
universitario su temi di sostenibilità applicata alla finanza e consulente per
la sostenibilità delle Pmi, per anni è stato gestore di fondi sostenibili. Ai
tempi dell’invasione Usa in Iraq, priva dell’ègida dell’Onu, disinvestì dai
T-bond: fu lungo e complicato, ma alla fine riuscì a rispettare il regolamento
del fondo che vietava in portafoglio i bond di Paesi responsabili di simili
violazioni. “Oggi – dice Manca – vediamo navi attaccate in acque internazionali,
personaggi incriminati dalla Corte penale internazionale che girano liberamente
per il mondo, l’Onu non più ascoltata: lo Stato di diritto esiste ancora? Un
gestore, anche ben intenzionato, non ha più riferimenti giuridici a cui
aggrapparsi per giustificare di fronte ai suoi investitori certe scelte di
portafoglio. L’unico modo che ha di uscire da questa impasse sarebbe riformulare
la propria comunicazione nel contesto di un mondo completamente cambiato, dire
shakerato, spiegando cosa fa, perché, e agendo di conseguenza. C’è comunque da
chiedersi se l’investimento Esg interessi ancora. Le più grandi case
d’investimento del pianeta, molte americane, hanno ormai voltato le spalle alla
sostenibilità. L’impressione è che, sebbene non abbia mai funzionato in modo
granitico, l’Esg sia piaciuto finché non dava fastidio“.
Negli anni ’70-’80 del secolo scorso grandi investitori istituzionali come gli
ordini religiosi ebbero un ruolo nella lotta contro il Sudafrica dell’apartheid.
L’incompatibilità dell’apartheid con i principi etici cui ispiravano i loro
investimenti portò a un’ondata di disinvestimenti dalle società in affari col
Sudafrica. Altri tempi, un altro mondo, altri investitori. Oggi la finanza Esg
non riesce, non sa o forse neppure ha voglia di provare a parlare con una sola
voce. E finisce per sembrare un giochino ipocrita a cui nessuno crede più.
L'articolo Blitz in Venezuela e minacce alla Groenlandia, la finanza etica può
ancora investire nei titoli Usa? Gestori spaccati: “C’è troppa discrezionalità”
proviene da Il Fatto Quotidiano.