Sfida all’Onu – la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano in edicola oggi
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L'articolo Sfida all’Onu proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela “ha minato un principio
fondamentale del diritto internazionale”, ha detto l’Alto Commissario Onu per i
Diritti Umani. È “una chiara violazione dell’articolo 2 della Carta delle
Nazioni Unite”, hanno aggiunto gli esperti Onu. In attesa degli eventi in
Groenlandia e in altri Paesi minacciati da Trump – che ha detto di non curarsi
del diritto internazionale perché gli basta la sua morale personale – gli Usa
sono diventati uno “Stato canaglia”, almeno dal punto di vista della
sostenibilità? Vale la pena chiederselo perché gli interventi militari hanno
costi astronomici. E gli Stati li finanziano anche emettendo titoli sui mercati
finanziari. Titoli soggetti non solo ai rating (valutazioni del merito di
credito) tradizionali ma anche a quelli Esg, che valutano le dimensioni sociali,
ambientali e di governance.
I T-bond, le obbligazioni degli Stati Uniti, sono considerati i più sicuri al
mondo, ma sono anche sostenibili? È coerente che investitori istituzionali che
dichiarano di praticare la finanza sostenibile li tengano in portafoglio? Potrà
stupire, ma c’è chi agli Usa aveva affibbiato l’etichetta di “Stato canaglia”
della sostenibilità già da un pezzo. Lo spiega Aldo Bonati, Stewardship e Esg
Networks Manager in Etica Sgr (Gruppo Banca Etica): “Per noi gli Usa non sono
mai stati investibili. La nostra metodologia combina i dati di vari information
provider, con decine di indicatori, ma assegna un peso molto importante
soprattutto ad alcuni aspetti: pena di morte, libertà civili e diritti politici,
libertà di parola e di stampa. Gli Usa, come il Giappone, sono out per la pena
di morte. E per la mancata ratifica di convenzioni internazionali, come quella
sulle mine anti-uomo (di cui Biden aveva autorizzato l’invio in Ucraina, ndr)”.
Etica Sgr, che non a caso parla di finanza etica più che di Esg, considera non
investibili circa il 20% degli Stati del mondo. La Russia, anche pre-invasione
dell’Ucraina (oggi le sanzioni alla Russia vietano di investirvi), e Israele,
anche prima di quello che a Gaza la Commissione internazionale indipendente
d’inchiesta dell’Onu sui Territori Palestinesi Occupati e non solo ha
riconosciuto essere un genocidio, sono out: su questioni come il rispetto del
diritto internazionale sono entrambi deficitari da lunga data. L’Italia è
dentro, anche se su aspetti quali l’accesso ai servizi sanitari le tendenze non
sono incoraggianti.
“Le valutazioni – dice Bonati – dipendono da vari fattori: gli information
provider che si utilizzano, il peso dato alle varie dimensioni, dove si mette la
soglia della “sufficienza”. Lo vediamo con la retorica sulle armi, che in tanti
oggi considerano investibili, noi no. Perché cerchiamo di tenere la barra dritta
su valori, anche se come ogni gestore dobbiamo considerare l’aspetto del
rendimento aggiustato per il rischio“.
Non ci sono regole valide per tutti, insomma, e i livelli di discrezionalità
sono ampi. Tra l’altro su temi scottanti come i diritti umani le agenzie di
rating Esg sono sotto accusa perché non li considererebbero adeguatamente, come
rivelato da recenti inchieste giornalistiche. Lo ricorda Daniela Carosio,
fondatrice di Sustainable Value Investors (SVI), boutique di consulenza
finanziaria Esg: “Ci sono investitori internazionali che praticano l’Esg
sconcertati dal fatto che le grandi agenzie di rating Esg, sotto pressione del
governo Usa, non coprono il rischio collegato al tema dei diritti umani negli
Opt (Territori occupati Palestinesi, ndr)”. Almeno in risposta alle mire
espansionistiche di Trump sulla Groenlandia, invece, qualcosa pare si stia
muovendo: “Investitori nordeuropei, in particolare fondi pensione danesi –
riprende Carosio -, stanno ragionando sul disinvestimento dai Treasury (i
T-bond, ndr). Un po’ come accaduto per i war bonds israeliani, che comunque
tanti investitori avevano acquistato”.
Un altro problema è che col collasso del diritto internazionale cui stiamo
assistendo, anche riferimenti giuridici che fino a poco tempo fa sembravano
patrimonio comune ora sono saltati. Gianluca Manca, oggi ricercatore
universitario su temi di sostenibilità applicata alla finanza e consulente per
la sostenibilità delle Pmi, per anni è stato gestore di fondi sostenibili. Ai
tempi dell’invasione Usa in Iraq, priva dell’ègida dell’Onu, disinvestì dai
T-bond: fu lungo e complicato, ma alla fine riuscì a rispettare il regolamento
del fondo che vietava in portafoglio i bond di Paesi responsabili di simili
violazioni. “Oggi – dice Manca – vediamo navi attaccate in acque internazionali,
personaggi incriminati dalla Corte penale internazionale che girano liberamente
per il mondo, l’Onu non più ascoltata: lo Stato di diritto esiste ancora? Un
gestore, anche ben intenzionato, non ha più riferimenti giuridici a cui
aggrapparsi per giustificare di fronte ai suoi investitori certe scelte di
portafoglio. L’unico modo che ha di uscire da questa impasse sarebbe riformulare
la propria comunicazione nel contesto di un mondo completamente cambiato, dire
shakerato, spiegando cosa fa, perché, e agendo di conseguenza. C’è comunque da
chiedersi se l’investimento Esg interessi ancora. Le più grandi case
d’investimento del pianeta, molte americane, hanno ormai voltato le spalle alla
sostenibilità. L’impressione è che, sebbene non abbia mai funzionato in modo
granitico, l’Esg sia piaciuto finché non dava fastidio“.
Negli anni ’70-’80 del secolo scorso grandi investitori istituzionali come gli
ordini religiosi ebbero un ruolo nella lotta contro il Sudafrica dell’apartheid.
L’incompatibilità dell’apartheid con i principi etici cui ispiravano i loro
investimenti portò a un’ondata di disinvestimenti dalle società in affari col
Sudafrica. Altri tempi, un altro mondo, altri investitori. Oggi la finanza Esg
non riesce, non sa o forse neppure ha voglia di provare a parlare con una sola
voce. E finisce per sembrare un giochino ipocrita a cui nessuno crede più.
L'articolo Blitz in Venezuela e minacce alla Groenlandia, la finanza etica può
ancora investire nei titoli Usa? Gestori spaccati: “C’è troppa discrezionalità”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli Stati Uniti infliggono un nuovo, duro colpo all’approccio multilaterale con
cui dal 1945 la comunità internazionale gestisce le principali questioni
internazionali. Donald Trump ha firmato un memorandum presidenziale che sancisce
il ritiro di Washington da 66 organizzazioni internazionali, di cui 35 non
appartenenti al sistema delle Nazioni Unite e 31 direttamente collegate all’Onu.
Molti dei bersagli sono agenzie, commissioni e comitati consultivi che si
concentrano su clima, lavoro, migrazione e altre questioni che l’amministrazione
Trump ha classificato come orientate alla diversità e alle iniziative “woke“.
Secondo la Casa Bianca, si tratta di enti che “operano in contrasto con gli
interessi nazionali degli Stati Uniti”. Il provvedimento ordina quindi alle
agenzie federali di avviare le procedure per interrompere la partecipazione o il
finanziamento americano.
L’elenco mostra un disimpegno trasversale, ma con una concentrazione
particolarmente marcata nei settori del clima, dell’ambiente, della ricerca
scientifica e della governance globale. Tra le decisioni più rilevanti figura il
ritiro degli Stati Uniti dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui
cambiamenti climatici (UNFCCC), il trattato del 1992 che costituisce
l’architrave della cooperazione climatica internazionale e a cui aderiscono
praticamente tutti i Paesi del mondo. Gli Usa escono anche
dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il principale organismo
scientifico incaricato di valutare le evidenze sul riscaldamento globale, nonché
da numerose altre piattaforme ambientali ed energetiche, tra cui l’Agenzia
internazionale per le energie rinnovabili (IRENA) e l’International Solar
Alliance.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha difeso la scelta parlando di una
necessaria revisione dell’architettura multilaterale. “Quello che era iniziato
come un quadro pragmatico di organizzazioni internazionali per la pace e la
cooperazione si è trasformato in una vasta architettura globale, spesso dominata
da un’ideologia progressista e distaccata dagli interessi nazionali”, ha
dichiarato, sottolineando la volontà dell’amministrazione Trump di riallineare
la politica estera americana alle priorità interne.
Il ritiro non riguarda solo il clima. L’elenco include anche organismi impegnati
nella promozione dei diritti umani, dell’uguaglianza di genere e della
democrazia, come UN Women, il Fondo Onu per la democrazia e la Freedom Online
Coalition, oltre a strutture dedicate alla prevenzione dei conflitti e al
peacebuilding. Significativo anche il disimpegno da enti attivi nello sviluppo,
nel commercio internazionale e nella gestione delle migrazioni.
Dura la reazione dell’Unione europea, in particolare sul fronte climatico. “La
Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici sostiene
l’azione globale per il clima. La decisione della più grande economia mondiale e
del secondo maggiore emettitore di emissioni di dimettersi è deplorevole e
infelice”, ha dichiarato il commissario europeo al Clima, Wopke Hoekstra.
Bruxelles ha tuttavia ribadito che l’Ue continuerà “a sostenere la ricerca
internazionale sul clima, a impegnarsi nella cooperazione internazionale e a
perseguire il proprio programma di azione per il clima, competitività e
indipendenza”.
L'articolo Gli Usa si ritirano dalla convenzione alla base degli Accordi di
Parigi sul Clima. L’Ue: “Decisione deplorevole e infelice” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’amministrazione Trump conferma quanto evidenziato in passato: non si fida
dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per il sostegno ai rifugiati
palestinesi in Medio Oriente creata nel 1949, e medita di contrassegnarla – o di
individuare in modo specifico alcuni suoi funzionari – come organizzazione
terrorista per le sue infiltrazioni da parte di Hamas, a sua volta così
designata dal 1997.
Che questa dicussione sia in una fase avanzata lo hanno confermato due fonti
all’agenzia Reuters. Il punto di snodo è il massacro del 7 ottobre 2023 eseguito
dai miliziani che ha provocato 1.200 morti e la cattura di centinaia di ostaggi,
nella maggior parte dei casi civili. Israele alla fine di gennaio 2024 ha
presentato un rapporto con il quale indica una dozzina di dipendenti dell’Unrwa
come fiancheggiatori degli stragisti, sostenendo che sette di loro hanno
partecipato all’assalto in territorio israeliano, e due hanno avuto un ruolo nei
rapimenti degli ostaggi. Il dossier contiene anche la documentazione filmata del
rapimento del corpo di Jonathan Samerano, nel kibbutz Be’eri, e la testimonianza
di uno degli ostaggi rilasciato alla fine del novembre 2023, che ha raccontato
di essere stato tenuto nell’abitazione di un dipendente dell’Unrwa. Inoltre, un
ufficiale di Hamas dislocato in Libano e ucciso da Israele lo scorso settembre,
risultava impiegato nell’Unrwa.
Lo Stato ebraico ha denunciato l’utilizzo da parte di Hamas di scuole, strutture
e veicoli dell’organizzazione delle Nazioni Unite per nascondere miliziani, e
scorte di munizioni. Diversi Paesi occidentali hanno congelato i fondi
indirizzati all’Unrwa e l’Onu il 5 agosto 2024 ha presentato la sua indagine su
19 impiegati, che ha portato al licenziamento di nove dipendenti; ma, nel
complesso, le Nazioni Unite hanno continuato a sostenere l’Unrwa, che opera,
oltre che nella Striscia di Gaza, anche in Cisgiordania, Libano, Siria e
Giordania.
Gli Stati Uniti sono stati tra quei Paesi che hanno sospeso i finanziamenti da
gennaio 2024 e da quel momento la presa di posizione della Casa Bianca è stata
netta. Washington ha emanato un ordine esecutivo in cui afferma che “l’Unrwa
sarebbe infiltrata da membri di gruppi da tempo designati dal Segretario di
Stato come organizzazioni terroristiche straniere e che suoi dipendenti
sarebbero stati coinvolti nell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre
2023”. In aprile la Corte internazionale di giustizia ha chiesto a Israele di
collaborare con l’organizzazione delle Nazioni Unite, ma l’amministrazione Trump
ha nuovamente sostenuto il parere negativo dello Stato ebraico, Israele,
affermando che non aveva alcun obbligo di collaborare con l’agenzia e che aveva
“ampie ragioni per mettere in dubbio l’imparzialità dell’Unrwa”.
Si arriva così in ottobre, quando il Segretario di Stato, Marco Rubio ha
accusato l’agenzia di essere diventata una “sussidiaria di Hamas”. Come gli
Stati Uniti intendano procedere – se colpire l’intera agenzia o alcuni
funzionari – non è chiaro. La designazione di “organizzazione terroristica”,
utilizzata per gruppi che uccidono civili, come nei casi di Al Qaeda, Hamas, e
Isis, potrebbe essere convertita in un provvedimento del Dipartimento di Stato e
altre agenzie federali, mirato a congelare i beni o vietare spostamenti a
funzionari Unrwa.
L’agenzia delle Nazioni Unite non è l’unica a finire nel mirino di Trump. Ieri
la sua amministrazione ha sollecitato la Corte penale internazionale (Cpi) a
modificare il suo statuto per garantire che non indaghi sul presidente
repubblicano e i suoi collaboratori, interrompere le indagini sui leader
israeliani in merito al conflitto nella Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre e
porre fine a una precedente inchiesta sui militari americani per le loro azioni
in Afghanistan. Come ha riportato Reuters, se la Corte non darà seguito a queste
tre richieste, Washington potrebbe penalizzare funzionari della Cpi e sanzionare
la corte stessa.
L'articolo “Sussidiaria di Hamas”. Gli Stati Uniti valutano di contrassegnare
l’Unrwa come “organizzazione terrorista” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tom Fletcher, Sottosegretario Generale Onu per gli Affari Umanitari e
Coordinatore degli Aiuti d’Emergenza lancia il Global Humanitarian Overview 2025
in cui si sottolinea che “ il mondo è in fiamme” e per spegnerle non bastano più
proclami di buona volontá, ma servono più fondi per aiutare le centinaia di
milioni di persone che si trovano a vivere nelle tante aree di crisi sparse in
tutto il pianeta.
La realtà, a detta del Sottosegretario, e dell’evidenza, è, di conseguenza, un
intricato groviglio di crisi diverse che si alimentano a vicenda. Insomma una
policrisi a livello globale. “E sono le persone più vulnerabili del mondo a
pagarne il prezzo. Abbiamo a che fare con l’impatto di conflitti, conflitti
multipli e crisi di più lunga durata e di più intensa ferocia. Abbiamo a che
fare anche con gli impatti della crisi climatica. E sorvolando il Ciad la scorsa
settimana, ho potuto constatare di persona come le popolazioni già esposte alla
povertà siano ora esposte anche a inondazioni e siccità. In terzo luogo, stiamo
affrontando anche l’impatto della crescente disuguaglianza”. Questa combinazione
– conflitto, clima e disuguaglianza – crea la tempesta perfetta dentro cui ci
troviamo.
Nel rapporto dell’Ocha vengono analizzati tre dati: Il primo numero è 305
milioni. Si tratta del numero di persone in grave difficoltà che l’agenzia
ritiene abbiano bisogno di aiuto nel prossimo anno. Il secondo: 47 miliardi
ovvero i fondi che è necessario raccogliere e il terzo è 190 milioni, il numero
di persone da raggiungere con gli aiuti entro la fine dell’anno. “Credo che
dobbiamo reimpostare il nostro rapporto con chi ha più bisogno sul pianeta.
Credo che sia necessario un aumento della solidarietà globale, ed è per questo
che mi vergogno di questi numeri che, come comunità mondiale, come comunità
internazionale, abbiamo lasciato salire a questo livello. Ed è per questo che,
francamente, ho paura – e voi in questa sala lo sapete molto meglio di me – di
tornare l’anno prossimo su questa poltrona a dire le stesse cose, ma con numeri
leggermente più grandi. E questo mi riempie davvero di paura, perché dietro
ognuno di questi numeri c’è un individuo, una persona”, ha affermato in modo
accorato Fletcher.
Ma c’è anche speranza, spiega il neo Sottosegretario Generale e ERC
(Coordinatore degli Aiuti d’Emergenza): “ Speranza perché nell’ultimo anno
abbiamo sostenuto 116 milioni di persone”. Una cifra grande ma piccola per la
mole miliardaria di bisognosi. E la speranza, o l’illusione, il Sottosegretario
dice di averla appena provata grazie alle persone che ha incontrato in Sudan nel
corso della sua prima visita di ruolo nel luogo della più grande crisi
umanitaria del mondo. “Persone come Mama Nour, di cui ho visitato il centro, che
aiuta donne che hanno subito più volte le più orribili violenze sessuali e che
pensano che il mondo le abbia dimenticate”
Il messaggio di questa gente, riportato a noi da Fletcher è: “Non arrendetevi
con noi perché abbiamo ancora speranza”. Ma la loro attesa, per non appassire,
deve tradursi in aiuti concreti. La loro speranza deve essere basata su numeri e
su progetti. Non può essere puro idealismo e velleità. “Questa è la nostra
stella polare per il prossimo anno. Questa sarà la guida del nostro lavoro, non
solo come sistema umanitario, ma come movimento umanitario, come comunità
umanitaria. Perché questo lavoro è troppo grande perché la famiglia delle
Nazioni Unite possa affrontarlo da sola: abbiamo bisogno di una coalizione più
ampia che ci aiuti a rispondere a chi ne ha più bisogno”, si legge al termine
del rapporto.
L'articolo L’Onu: “Sono le persone più vulnerabili a pagare il prezzo delle
crisi globali. Servono 47 miliardi di fondi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La rapper Nicki Minaj è intervenuta martedì 18 novembre a un evento delle
Nazioni Unite organizzato dagli Stati Uniti per mettere in luce la “minaccia
mortale” per i cristiani in Nigeria. Il presidente Donald Trump ha affermato che
il cristianesimo si trova ad affrontare una “minaccia esistenziale” nella
nazione dell’Africa occidentale e ha chiesto al Pentagono di iniziare a
prepararsi per una possibile azione militare.
Esperti e residenti affermano che alcuni attacchi prendono di mira i cristiani,
ma la maggior parte sottolinea che nella diffusa violenza che affligge da tempo
la Nigeria, tutti sono potenziali vittime, indipendentemente dal background o
dal credo. La Minaj ha ringraziato Trump per aver chiesto un’azione urgente per
“fermare la violenza contro coloro che vogliono semplicemente esercitare il loro
diritto naturale alla libertà di religione o di credo”. E ancora “per difendere
i cristiani in Nigeria, combattere l’estremismo e porre fine alla violenza
contro coloro che vogliono semplicemente esercitare il loro diritto naturale
alla libertà di religione o di credo”.
La rapper è intervenuta a un panel della missione statunitense alle Nazioni
Unite, insieme all’ambasciatore statunitense Mike Waltz e ad alcuni leader
religiosi. L’evento è avvenuto dopo che la Minaj aveva risposto al post sui
social media di Trump sulla Nigeria all’inizio di questo mese, affermando:
“Nessun gruppo dovrebbe mai essere perseguitato per aver praticato la propria
religione”.
In un post di domenica su X, Papa Leone XIV ha affermato che “i cristiani
subiscono discriminazioni e persecuzioni in varie parti del mondo, indicando la
Nigeria e altri paesi come Bangladesh, Mozambico e Sudan”. Presentando la Minaj,
Waltz ha detto: “Sale su questo palcoscenico mondiale non come una celebrità, ma
come testimone per mettere in luce la Chiesa perseguitata della Nigeria ai suoi
milioni di follower sui social media”.
Affermando di essere “molto nervosa” all’idea di parlare davanti al panel, la
Minaj ha promesso di continuare a battersi “di fronte all’ingiustizia per
chiunque, ovunque, venga perseguitato per le proprie convinzioni. Purtroppo,
questo problema non è solo un problema crescente in Nigeria, ma anche in molti
altri paesi del mondo”.
Infine la Minaj ha affermato di voler chiarire che proteggere i cristiani in
Nigeria non significa schierarsi o dividere le persone. “Si tratta di unire le
persone – ha detto -. La Nigeria è una nazione meravigliosa con profonde
tradizioni religiose che non vedo l’ora di scoprire”. La star del rap ha fatto
un riferimento alla musica nel suo discorso, dicendo che l’ha portata in giro
per il mondo e ha visto come le persone ovunque si rianimano quando ascoltano
una canzone. Per poi concludere: “Libertà religiosa significa che tutti cantiamo
la nostra fede, indipendentemente da chi siamo, dove viviamo e in cosa
crediamo”. Applausi convinti al congresso per l’artista.
L'articolo “In Nigeria i cristiani sono presi di mira. Le chiese sono state
bruciate, famiglie sono state distrutte”: Nicki Minaj all’Onu sostiene le accuse
del presidente Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
La città più popolosa al mondo? Giacarta, poi seguono Dacca e Tokyo. Questo
afferma il rapporto World Urbanization Prospects 2025: Summary Results,
pubblicato di recente dal Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali delle
Nazioni Unite. In linea generale le città, ovvero quello che il rapporto
definisce “un ambiente tipicamente urbano”, ospitano il 45% della popolazione
globale ovvero 8,2 miliardi di persone. Dal 1950 il numero di persone che vivono
nelle città è più che raddoppiato e guardando in prospettiva le stime degli
esperti dicono che due terzi della crescita demografica globale sarà nelle
città. Il dato più interessante rimane però quello della classifica delle
megalopoli, le aree urbane con almeno 10 milioni di abitanti.
Nel 1975 le megalopoli erano 8, oggi 33, di cui 19 sono solo in Asia. Infatti la
città più popolosa sul pianeta Terra risulta Giacarta, in Indonesia, con quasi
42 milioni di residenti. Al secondo posto c’è Dacca, in Bangladesh, con quasi 40
milioni e terza Tokyo (Giappone) con 33 milioni. Tra le prime dieci megalopoli
la prima non asiatica è Il Cairo (Egitto). Mentre fanalino di coda – per modo di
dire – al 100esimo posto delle megalopoli c’è Jeddah, in Arabia Saudita, con
4,284 milioni di abitanti. Dulcis in fundo: entro il 2050, dicono ancora gli
esperti, è probabile che le megalopoli saliranno a 37 con l’inserimento di città
come Addis Abeba (Etiopia), Dar es Salaam (Tanzania), Hajipur (India) e Kuala
Lumpur (Malesia) pronte a varcare la fatidica soglia dei 10 milioni di abitanti.
L'articolo Quali sono le città più popolose al mondo? Tokyo nella top 3, ecco la
classifica completa dell’Onu proviene da Il Fatto Quotidiano.
“È un grande giorno per Netanyahu, Hamas e Trump, presidente-pregiudicato che
presiederà il ‘Consiglio di pace’. È un brutto giorno per la sicurezza a lungo
termine dello Stato di Israele, per l’autodeterminazione palestinese e più in
generale anche per le tante persone perbene che ci sono nel nostro mondo”. Con
questa frase icastica, Lorenzo Kamel, professore di Storia Internazionale
all’Università di Torino, adjunct professor alla Luiss School of Government e
finalista del premio nazionale per la divulgazione scientifica con il suo ultimo
saggio Israele-Palestina in 36 risposte (Einaudi), commenta la risoluzione 2803
su Gaza, approvata il 17 novembre dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con 13
voti favorevoli e l’astensione di Russia e Cina. Un voto che rimescola gli
equilibri della regione e affida a Donald Trump il controllo della Striscia per
due anni attraverso un organismo dai contorni indefiniti, il “Consiglio di
Pace”, i cui membri saranno scelti direttamente dal presidente statunitense.
Ospite di Effetto Giorno, su Radio24, Kamel mette in evidenza la natura
“talmente vaga e talmente arbitraria” del testo, privo di riferimenti alle
risoluzioni precedenti e agli accordi che negli ultimi decenni hanno definito il
quadro negoziale israelo-palestinese. Nessun cenno agli Accordi di Oslo, che
stabiliscono l’unità territoriale di Gaza e Cisgiordania; nessun richiamo alla
risoluzione 476 del 1980, con cui il Consiglio di Sicurezza aveva ribadito che
l’acquisizione di territori con la forza è inammissibile. La nuova risoluzione,
osserva lo storico, “va sostanzialmente in una direzione opposta”,
cristallizzando la separazione tra i due territori palestinesi e impedendo
all’Autorità nazionale palestinese di avere un ruolo nella Striscia.
L’orizzonte politico che ne risulta appare così indeterminato da offrire a Trump
e Netanyahu la possibilità di dichiarare insufficiente “qualsiasi sforzo della
controparte palestinese”, anche in una situazione ipotetica in cui i palestinesi
“divenissero la Norvegia del Medio Oriente”.
Kamel ricorda che i paesi arabi che hanno sostenuto la risoluzione sono guidati
da “leader corrotti e ricattabili”, a cominciare da Egitto, Emirati Arabi Uniti
e Arabia Saudita. Leader che, osserva, sanno che la loro sopravvivenza politica
ed economica “passa dal piegarsi a ciò che gli viene richiesto”, e che si
attendono concessioni sostanziali da parte di Trump.
Le astensioni di Mosca e Pechino aprono un altro capitolo: “vedremo a breve cosa
riceverà, ad esempio, la Russia in cambio del suo mancato veto”, afferma Kamel,
lasciando intendere che un ritorno politico non mancherà.
Alla domanda del conduttore Alessio Maurizi su come interpretare il via libera
dell’ANP e il rifiuto di Hamas, la spiegazione affonda nel quadro che ha dato
origine all’Autorità nazionale palestinese. L’ANP nasce dagli Accordi di Oslo
del 1993-1995: ne derivano i suoi poteri, la sua legittimità, il suo
finanziamento e la sua sopravvivenza amministrativa. Senza Oslo, semplicemente,
non esisterebbe.
Lo storico conferma questo punto: “L’Autorità nazionale palestinese è totalmente
dipendente dal processo di Oslo e il suo capo, Abu Mazen, è un leader totalmente
screditato e corrotto che non ha nessuna aderenza con la società palestinese,
dunque non ha alternativa se non quella appunto di piegarsi totalmente a quello
che gli viene richiesto”.
Scaturisce così la sintesi politica del professore: il voto rappresenta “un
grande giorno per Netanyahu”, che ottiene un margine di manovra e una via
d’uscita anche in caso di ripresa della guerra; “un giorno importante anche per
Hamas”, che vede consolidarsi il proprio potere nella parte di Gaza rimasta
sotto controllo palestinese; “un grande giorno per Trump”, destinato a
presiedere il Consiglio di pace nonostante la condanna inflitta dalla giustizia
americana.
Al contrario, è “un brutto giorno per ciò che resta di Gaza”, divisa e privata
della sua terra coltivabile, “un brutto giorno per la sicurezza a lungo termine
dello Stato di Israele”, “un brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese”
e “un brutto giorno” per chi ha a cuore la causa palestinese.
Sul futuro, Kamel intravede uno scenario che richiama quello della Cisgiordania
dopo il 1967: un’occupazione “temporanea, fra virgolette”, destinata a protrarsi
nel tempo. “Oltre il 50%, il 53% della Striscia di Gaza è occupato dalle
autorità israeliane”, spiega, e si tratta della parte più fertile e agricola. La
zona sabbiosa e meno produttiva rimane ai palestinesi.
Il professore lega questo quadro alle dinamiche in Cisgiordania, definite dagli
Accordi di Oslo II del 1995. Le aree A e B, frammentate in 165 isole
amministrative, rappresentano poco più del 40% del territorio e resterebbero
sotto controllo palestinese; l’area C, il restante 60%, è la porzione
strategica: risorse idriche, terra fertile, spazio per gli insediamenti.
Se figure come Bezalel Smotrich continueranno a guidare la linea del governo
israeliano, avverte Kamel, si tenterà di “smuovere il più possibile e di
espellere la popolazione palestinese dall’area C”. Il risultato sarebbe una
mappa in cui i palestinesi mantengono soltanto le aree A e B della Cisgiordania
e la parte sabbiosa costiera di Gaza, mentre la porzione vitale dal punto di
vista agricolo, idrico e strategico rimane sotto controllo israeliano.
L'articolo Lo storico Kamel stronca il sì dell’Onu al piano Usa su Gaza: “È un
brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato a favore del piano di
pace di Donald Trump per Gaza, che include in particolare il dispiegamento di
una forza internazionale, sotto la pressione degli Stati Uniti, che hanno messo
in guardia dal rischio di una nuova guerra. Tredici membri hanno votato a favore
del testo, che l’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha
descritto come “storico e costruttivo”. Russia e Cina si sono astenute. Il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha elogiato l’appoggio del Consiglio
al suo proposto definendolo “Consiglio per la Pace“, affermando al pubblico
durante un discorso a Washington che l’organismo, che a suo dire includera’ lui
stesso e i leader di “nazioni molto importanti e rispettate”, rappresenta “una
delle cose più importanti che le Nazioni Unite faranno mai”.
L'articolo L’Onu vota a favore del piano di Trump per Gaza. Waltz: “Risoluzione
storica. Inizio di un nuovo corso per il Medio oriente” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato ieri sera intorno
alle 23 il piano statunitense per Gaza. Prevede una forza internazionale di
stabilizzazione per garantire la sicurezza e – sulla carta – il disarmo di
Hamas, aprendo alla nascita di uno Stato palestinese indipendente. La Russia,
che aveva presentato una risoluzione concorrente, si è astenuta insieme alla
Cina nel voto conclusosi con 13 voti a favore e nessuno contrario. Gli Stati
Uniti e altri paesi speravano che Mosca non avrebbe usato il suo diritto di veto
nell’organo più potente delle Nazioni Unite per bloccare l’adozione della
risoluzione. Il voto è stato un passo cruciale per il fragile cessate il fuoco e
per gli sforzi volti a delineare il futuro di Gaza dopo due anni di guerra tra
Israele e Hamas. In un comunicato rilanciato dall’agenzia Wafa, l’Autorità
palestinese di Mahmoud Abbas ha sottolineato la necessità che la risoluzione
venga attuata “immediatamente sul terreno” allo scopo di garantire “il ritorno
alla normalità” e la protezione della “nostra popolazione nella Striscia di
Gaza”, facilitando la ricostruzione e “bloccando il processo di indebolimento
della soluzione dei due stati”.
GOVERNO TRANSITORIO IN VISTA DELLO STATO PALESTINESE
Il testo – modificato più volte durante i delicati negoziati tra i Quindici –
autorizza la formazione di un “board of peace”: un organo di governo transitorio
fino al 31 dicembre 2027, presieduto da Trump, in attesa della riforma
dell’Autorità Nazionale Palestinese. Con una rinnovata leadership politica e la
ricostruzione del territorio a buon punto, “potrebbero finalmente crearsi le
condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità
palestinese”. A premere per il rapido passaggio della risoluzione sono stati gli
Usa, l’Autorità Palestinese, oltre ai paesi arabo-musulmani più importanti:
Qatar, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Indonesia, Pakistan,
Giordania e Turchia. L’ambasciatore americano all’Onu Mike Waltz ha definito
“storica” la risoluzione Usa adottata dal Consiglio di Sicurezza, salutando
“l’opportunità di porre fine a decenni di spargimento di sangue e rendere realtà
una pace duratura”. Con il sì alla risoluzione, può iniziare la fase due del
piano di pace, quella più difficile, dopo la tregua: ovvero lo scambio dei
prigionieri e il parziale ritiro dell’Idf dalla Striscia.
L’ASTENSIONE DI RUSSIA E CINA
Sul voto pesava l’incognita del possibile veto della Cina e della Russia. Mosca
nei giorni scorsi aveva presentato una bozza alternativa che non menzionava la
smilitarizzazione di Gaza, si opponeva alla permanenza di Israele oltre la linea
gialla, non citava il Board of Peace per l’amministrazione transitoria
dell’enclave (presieduto dallo stesso Trump) e affidava al segretario generale
dell’Onu il compito di valutare le “opzioni per il dispiegamento della Forza
internazionale di stabilizzazione” (togliendole così a Washington). Ma dopo il
via libera alla risoluzione Usa, manifestato dall’Anp e ai dai Paesi arabi, per
Mosca e Pechino sarebbe stato difficile giustificare il voto contrario. Per
facilitare il voto di Mosca e Pechino, la bozza di risoluzione era stata
rinegoziata. Il testo afferma che gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza
possono partecipare al cosiddetto Board of Peace. Per la forza internazionale di
stabilizzazione, formata da Paesi prevalentemente musulmani, resta confermato il
compito di garantire un processo di smilitarizzazione di Gaza, incluso il
disarmo e la distruzione delle infrastrutture militari di Hamas.
HAMAS E ISRAELE CONTRARI ALLA RISOLUZIONE ONU
Un gruppo ombrello di fazioni palestinesi guidate da Hamas aveva pubblicato
domenica una dichiarazione contro la risoluzione, bocciandola come un passo
pericoloso verso l’imposizione di una tutela straniera. Respinta qualsiasi
clausola relativa al disarmo di Gaza o che leda “il diritto del popolo
palestinese alla resistenza”.
“La risoluzione impone un meccanismo di tutela internazionale sulla Striscia di
Gaza, che il nostro popolo e le sue fazioni rifiutano”, afferma il gruppo
islamista in una lunga dichiarazione su Telegram. “Assegnare alla forza
internazionale compiti e ruoli all’interno della Striscia di Gaza, tra cui il
disarmo della resistenza, la priva della sua neutralità e la trasforma in una
parte del conflitto a favore dell’occupazione” israeliana, prosegue la
dichiarazione. “Qualsiasi forza internazionale, se istituita, deve essere
dispiegata solo ai confini per separare le forze, monitorare il cessate il fuoco
e deve essere sotto la piena supervisione delle Nazioni Unite”, conclude.
Dal canto suo il premier Benjamin Netanyahu, sotto pressione dai ministri di
destra del suo governo, aveva ribadito il no di Israele a uno Stato palestinese
promettendo di smilitarizzare Gaza “con le buone o con le cattive”.
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Cina: governo transitorio in vista di uno Stato palestinese proviene da Il Fatto
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