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Mattarella: “La Costituzione presidio di diritti e responsabilità. Nei conflitti Carta e Onu punti di riferimento”
La Costituzione come “autentico presidio dei diritti e delle responsabilità” che “definiscono la nostra comunità nazionale” e che, in questo contesto geopolitico, fornisce i “principi” – insieme alla Carta delle Nazioni Unite – da prendere come “saldo punto di riferimento”. Il monito arriva dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Giornata dell’Unità Nazionale: “In un contesto internazionale segnato da tensioni, conflitti e dal riemergere di dinamiche di contrapposizione e di aspirazioni egemoniche che turbano l’equilibrio mondiale, i principi che hanno ispirato la nascita della Repubblica – ha ricordato il capo dello Stato – e che trovano espressione nella nostra Carta costituzionale e si ancorano alla Carta delle Nazioni Unite sono saldo punto di riferimento”. La Giornata dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera richiama – ha ricordato Mattarella – “elementi fondanti dell’identità della Repubblica: indipendenza, sovranità popolare, libertà, giustizia e pace”. Valori che sono “maturati lungo un percorso storico complesso e non privo di afflizioni”, che “trova la sua più alta e compiuta espressione nella Costituzione, autentico presidio dei diritti e delle responsabilità che definiscono la nostra comunità nazionale”. L’unità, ha aggiunto, “non costituisce soltanto un assetto politico-istituzionale, bensì è un ideale profondo e condiviso, che attraversa e interpreta l’intera vicenda storica del nostro Paese”. Insieme all’inno e al tricolore, compone la triade di “simboli di una comunità fondata sulla partecipazione, sulla solidarietà e sul rispetto delle istituzioni democratiche e di ogni persona”. Un patrimonio di valori che la Giornata dell’Unità Nazionale “invita a rinnovare e a trasmettere, in particolare alle giovani generazioni, in un dialogo costante e aperto”. Proprio ai più giovani, ha insistito il presidente della Repubblica, le istituzioni “sono tenute a offrire orientamento, fiducia e responsabilità, affinché possano contribuire con piena consapevolezza alla costruzione del futuro del Paese” in un momento caratterizzato da “sfide globali di inedita complessità”. L'articolo Mattarella: “La Costituzione presidio di diritti e responsabilità. Nei conflitti Carta e Onu punti di riferimento” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Melania Trump presiede il Consiglio di Sicurezza dell’Onu: è la prima volta di una first lady
Melania Trump ha presieduto la riunione odierna del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dando seguito a un annuncio della settimana scorsa, prima che gli Usa attaccassero l’Iran. È prima volta che una first lady (o gentleman) presiede una riunione dell’ente, di cui gli Usa assumono la presidenza a rotazione nel mese di marzo. L’ufficio di Melania ha dichiarato che la first lady ha “fatto la storia alle Nazioni Unite, prendendo il martelletto mentre gli Stati Uniti assumono la presidenza del Consiglio di sicurezza per sottolineare il ruolo dell’istruzione nel promuovere la tolleranza e la pace nel mondo”. L'articolo Melania Trump presiede il Consiglio di Sicurezza dell’Onu: è la prima volta di una first lady proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ong e migranti, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite Mary Lawlor chiede al governo di ritirare il “blocco navale”
“Dall’Italia arrivano notizie molto preoccupanti”. Con queste parole Mary Lawlor, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori dei diritti umani, ha commentato l’ultima iniziativa del governo italiano. Al centro delle critiche c’è il nuovo disegno di legge che, nell’implementare il Patto UE sulla migrazione, contiene norme che contrasterebbero con il diritto internazionale, pensate per limitare ulteriormente l’azione delle navi umanitarie che assistono le persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale, che nel 2025 ha causato almeno 1.342 tra morti e dispersi. “Ho ricevuto notizie molto preoccupanti riguardo alla proposta di legge presentata in Italia per attuare il Patto europeo sulla migrazione. Sembra che le proposte siano in netto contrasto con il diritto internazionale e mirino nel limitare ulteriormente il lavoro di chi difende i diritti dei migranti in mare. Il governo dovrebbe rispettare il diritto internazionale e abbandonare il disegno di legge”, sono le parole pubblicate su X da Lawlor, che ha ricevuto il mandato dal Consiglio Diritti Umani dell’Onu nel 2020. In particolare si riferisce alle norme del ddl che il governo ha già rivendicato come il “blocco navale” promesso in campagna elettorale. Come il Fatto ha già scritto, ci sarebbe un problema di contrasto con il diritto internazionale e in particolare con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). Il ddl prevede la possibilità di interdire temporaneamente l’ingresso nelle acque territoriali per ragioni come la pressione migratoria eccezionale, le emergenze sanitarie o eventi internazionali di alto livello. Ma la Convenzione Unclos elenca già in modo tassativo i casi in cui il passaggio di una nave può essere considerato non inoffensivo e, sostengono molti giuristi, uno Stato non può aggiungere nuove eccezioni, specialmente se queste violano l’obbligo di soccorso. Chi è coinvolto in operazioni di soccorso in mare ha sempre il diritto di entrare nelle acque territoriali. Quello della Lawlor non è un richiamo isolato, ma segue le precedenti frizioni tra l’Onu e l’attuale governo italiano. Già nel maggio 2024, la Relatrice speciale, insieme ad altri esperti delle Nazioni Unite come Gehad Madi e Cecilia M. Bailliet, aveva inviato una missiva al governo esprimendo profonda preoccupazione per le detenzioni ingiustificate delle navi umanitarie Sea-Watch 5 e Geo Barents. In quell’occasione, i relatori avevano evidenziato come il decreto Piantedosi e la strategia di assegnazione di porti lontani rappresentassero una restrizione indebita della libertà di associazione e del diritto a promuovere i diritti umani, risultando incompatibili con i trattati internazionali come la Solas e la Convenzione sui diritti civili e politici. La difesa di Roma si era arroccata su ragioni logistiche e di gestione dei flussi. Attraverso una nota verbale, il governo aveva sostenuto che l’indicazione di porti nel Nord Italia servisse a decongestionare la Sicilia e la Calabria, sottolineando come in certi periodi dell’anno scarseggiassero persino i bus per i trasferimenti interni. Quanto ai fermi amministrativi delle navi, spesso per non aver accettato le indicazioni della cosiddetta guardia costiera libica, molti hanno continuato ad essere annullati dai tribunali che hanno più volte sollevato dubbi sulla legittimità costituzionale di norme che sembrano ignorare l’articolo 117 della Costituzione, che impone il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Più difficile stavolta parlare di ragioni logistiche, il ddl sembra già in rotta di collisione con le Nazioni Unite. L'articolo Ong e migranti, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite Mary Lawlor chiede al governo di ritirare il “blocco navale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli Stati che chiedono la rimozione di Francesca Albanese compiono una ripicca di basso livello
di Pietro Francesco Maria De Sarlo La Francia, la Germania, l’Italia e altri stati europei stanno chiedendo all’Onu la rimozione di Francesca Albanese dall’incarico di Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Ovviamente ci sono relatori speciali per la Cina, per la Corea del Nord, per gli Stati Uniti e ogni relatore dà fastidio a qualcuno. Ma chi li nomina? I Relatori Speciali non sono diplomatici né funzionari di carriera. Sono esperti indipendenti nominati dal Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu per monitorare singoli Paesi o temi specifici (tortura, libertà di espressione, territori occupati, ecc.). Del consiglio fanno parte 47 paesi: 13 per l’Africa, 13 per l’Asia, 6 per l’Est Europa, 8 per l’America del Sud, e 7 per l’Europa dell’Ovest. La maggioranza è parte del Sud Globale. Quando un mandato si libera – per scadenza o dimissioni – si apre una procedura pubblica di candidatura. Un gruppo consultivo interno al Consiglio esamina i profili e propone una short list. La decisione finale spetta al Presidente del Consiglio, con l’avallo dei 47 Stati membri. Non è un’elezione popolare né un voto dell’Assemblea generale. È una procedura tecnico-politica interna al Consiglio. Il mandato dura in genere tre anni, rinnovabile una sola volta. Nessun relatore può restare in carica oltre sei anni complessivi. Alla scadenza, il Consiglio può rinnovare l’incarico, scegliere un altro esperto, oppure non rinnovare affatto il mandato. Il mancato rinnovo non è una sanzione: è una decisione ordinaria. In ogni caso per Francesca Albanese, che è stata rinnovata nel 2025 ed è già nel suo secondo triennio, scadrà in via definitive nel 2028. Si può “destituire” un relatore? Sì, ma non per semplice dissenso politico. I relatori sono vincolati a un Codice di condotta che impone indipendenza, imparzialità e integrità. Una rimozione anticipata può avvenire solo in caso di violazioni formali di queste regole. Non esiste una soglia automatica di voti come in un parlamento. Serve una decisione del Consiglio basata su motivazioni procedurali, non su pressioni politiche. Ed è un evento rarissimo. Il Consiglio può anche decidere di chiudere o modificare il mandato stesso, attraverso una risoluzione votata dai suoi 47 membri. In quel caso non viene “cacciata” la persona, ma viene ridefinito il meccanismo. In sintesi: i Relatori Speciali non dipendono dai governi che criticano. Non vengono eletti dall’Assemblea generale. Non possono essere rimossi per semplice irritazione diplomatica. Ma il loro rinnovo dipende inevitabilmente dagli equilibri politici del Consiglio. A mio modo di vedere, nell’improbabile caso che si arrivi a un voto del Consiglio, voterebbero a favore Francia, Regno Unito, Italia, Repubblica Ceca, Estonia, Olanda. Poi ci saranno gli incerti e gli astenuti e poi la marea dei paesi del Sud del Mondo. Comunque questo è l’elenco degli altri paesi attualmente membri e ognuno può fare le proprie ipotesi: Islanda, Spagna, Svizzera, Angola, Benin, Burundi, Costa d’Avorio, Congo, Egitto, Etiopia, Gambia, Ghana, Kenya, Malawi, Mauritius, Sudafrica, Cina, Cipro, India, Indonesia, Iraq, Giappone, Kuwait, Isole Marshall, Pakistan, Qatar, Korea, Thailandia, Vietnam, Albania, Bulgaria, Macedonia del Nord, Slovenia, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Cuba, Repubblica Dominicana, Ecuador, Messico. A me pare molto improbabile, soprattutto avendo negli occhi l’immagine dei delegati Onu che lasciarono l’aula appena Netanyahu iniziò a parlare, che l’iniziativa europea abbia successo. Servirà solo a disgustare ulteriormente gli stati del mondo non occidentale, come se ce ne fosse ancora bisogno, perdendo sempre più autorevolezza e spessore morale. Rende solo evidente il tentativo di vendetta contro Albanese per aver denunciato la complicità in genocidio di molti Stati europei, tra cui Francia, Germania e Italia. Una ripicca di basso profilo che otterrà solo l’aumento delle indignazione popolare verso i propri governi complici di Netanyahu. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! 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L’Onu difende Francesca Albanese: “False le accuse su Israele, preoccupati per disinformazione e attacchi personali”
“Siamo molto preoccupati. Temiamo che i funzionari delle Nazioni unite, gli esperti indipendenti e gli operatori della giustizia siano sempre più soggetti ad attacchi personali, minacce e disinformazione che distraggono dalle gravi questioni relative ai diritti umani”. Marta Hurtado, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i Diritti umani (Unhcr), commenta così in conferenza stampa le accuse ricevute da Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i territori palestinesi occupati, di cui i ministri degli Esteri Francia, Germania e Italia hanno chiesto le dimissioni per presunte frasi contro il popolo israeliano (in realtà mai pronunciate). “La relatrice speciale ha chiarito ampiamente che le sue osservazioni descrivevano minacce più ampie e sistematiche per assicurare la protezione delle persone dall’apartheid e dal genocidio. Non ha mai definito nessuno Stato come “nemico dell’umanità“. Invito tutti a vedere e leggere le sue dichiarazioni”, ha sottolineato la portavoce. Hurtado ha poi ricordato le continue violazioni del cessate il fuoco a Gaza e le uccisioni quotidiane di palestinesi: “Questo è ciò di cui dovremmo parlare”, ha concluso. Albanese ha commentato su X: “Sono felice di vedere che il sistema Ue per i diritti umani difende il mio mandato”. L'articolo L’Onu difende Francesca Albanese: “False le accuse su Israele, preoccupati per disinformazione e attacchi personali” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le rivelazioni degli Epstein Files: Aidan, il diplomatico francese che era la “talpa” all’Onu del finanziere pedofilo
Negli Epstein Files il nome di un diplomatico francese che si ripete almeno 200 volte fa tremare il ministero degli Esteri a Parigi. Non un politico di primo piano, né una personalità nota, ma un profilo apparentemente tecnico: Fabrice Aidan, alto funzionario che, tra il 2010 e il 2017, stando alle inchieste dei media francesi, ha scambiato decine di mail “anche amichevoli” con Jeffrey Epstein, morto suicida in carcere nel 2019, mentre era detenuto con accuse di traffico sessuale di minori. Se non c’è nulla che stabilisca un coinvolgimento di Aidan nei crimini sessuali di Epstein, emerge invece che, mentre il diplomatico lavorava all’Onu, a New York, forniva regolarmente a Epstein informazioni, documenti e rapporti confidenziali dell’organizzazione internazionale. Il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha annunciato di aver segnalato il caso alla procura della Repubblica e ha aperto un’inchiesta amministrativa interna: “Quando ho appreso i fatti sono rimasto inorridito”, ha detto. Attualmente Aidan, che ha una carriera diplomatica di oltre venticinque anni alle spalle, è “segretario degli Affari esteri in congedo per motivi personali”. Lavora anche come responsabile delle relazioni internazionali per il gruppo energetico Engie, che lo ha “sospeso”. Stando alle ricostruzioni della stampa francese, Fabrice Aidan ha cominciato la carriera al ministero degli Esteri per la “sezione Oriente-Africa” nel 2001. Nel 2006 è stato distaccato alle Nazioni Unite. Qui lavorava formalmente come consigliere del diplomatico norvegese Terje Rod-Larsen, figura di peso negli anni ’90 nei negoziati che portarono agli Accordi di Oslo, e coordinatore ONU dei Territori Occupati, oggi finito a sua volta sotto inchiesta in Norvegia per presunti legami finanziari con Epstein. Rod-Larsen e la moglie Mona Juul, che si è dimessa alcuni giorni fa dal posto di ambasciatrice in Giordania e Iraq, sono sospettati di “corruzione aggravata”. Secondo i media norvegesi, Epstein avrebbe voluto lasciare 10 milioni di dollari in eredità ai due figli della coppia. È in quel contesto che si sviluppano i rapporti tra Aidan e il finanziere statunitense. Radio France e Mediapart ricostruiscono i legami tra i due. Dai file emergono scambi di favori e informazioni, richieste di intermediazioni, flussi finanziari. Aidan sembra svolgere un ruolo di valletto tutto fare per il faccendiere statunitense. Stando a Radio France, il diplomatico trasferiva regolarmente per mail a Epstein i rapporti interni dell’ONU. Nell’agosto 2011, gli trasferì un documento confidenziale in cui veniva trascritta una telefonata tra Ban-Ki Moon, l’ex segretario generale dell’Onu, e l’allora ministro degli Esteri turco. Stando a Mediapart, Epstein avrebbe versato 27.553 dollari per acquistare copie di un libro di Rod-Larsen sul Medio Oriente. In un’altra occasione, avrebbe disposto un pagamento da 250 mila dollari. Era stato Aidan a fornire le coordinate bancarie del norvegese ai collaboratori di Epstein. È emerso anche che, a fine 2010, Aidan era riuscito a far invitare Epstein al Sir Bani Yas Forum, in Arabia Saudita, e a procurargli una cena con lo sceicco Abdullah bin Zayed. Risulta anche che Aidan ha logisticamente organizzato più volte i soggiorni parigini di Rod-Larsen, che era ospite di Epstein nel suo lussuoso pied-à-terre vicino agli Champs-Elysées: l’appartamento fu perquisito nel 2019 e la polizia trovò centinaia di foto di giovani donne alle pareti di tutte le stanze. In uno scambio di mail, Epstein chiede persino a Aidan di fornirgli il numero di scarpe di Rod-Larsen per poter regalargli un paio di calzature di lusso, in un altro, sollecita un visto per una donna norvegese. Un fatto mette ulteriormente in imbarazzo il Quai d’Orsay. Mediapart ha rivelato che nel 2013 l’FBI aveva allertato le Nazioni Unite di un’indagine che avrebbe potuto coinvolgere il funzionario francese in servizio a New York, sospettato di aver consultato siti pedopornografici. L’informazione è stata confermata da fonti interne alle Nazioni Unite e al ministero francese degli Esteri. Tuttavia, prima che la procedura disciplinare si concludesse, Aidan lasciò l’incarico e “fu richiamato d’urgenza” in Francia. Non furono formulate accuse penali negli Stati Uniti e nessuna sanzione a Parigi. Aidan proseguì la sua carriera al ministero, passando anche per l’Unesco e per la banca Edmond de Rothschild, prima di approdare da Engie. L'articolo Le rivelazioni degli Epstein Files: Aidan, il diplomatico francese che era la “talpa” all’Onu del finanziere pedofilo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Disunited Nations, evento speciale in 120 sale con il doc sulla crisi dell’Onu. A Milano dibattito con Francesca Albanese e Cecilia Strada
Un evento speciale con oltre 100 sale coinvolte, da nord a sud. Mercoledì 11 febbraio, alle ore 21, il documentario Disunited Nations del regista francese Christophe Cotteret sarà trasmesso all’Anteo City Life di Milano e in contemporanea in altre decine di cinema italiani che hanno aderito all’iniziativa (L’ELENCO COMPLETO DELLE SALE). Al termine della proiezione la relatrice speciale dell’Onu per la Palestina, Francesca Albanese e l’eurodeputata Cecilia Strada, collegate entrambe in streaming, dialogheranno con la giornalista del Fatto Quotidiano, Giulia Zaccariello. QUI TUTTI I DETTAGLI DELL’EVENTO E LE INDICAZIONI PER PRENOTARE UN POSTO IN SALA Distribuito da Mescalito film, il lungometraggio Disunited Nations racconta il fallimento del diritto internazionale e delle Nazioni Unite partendo da un fatto: la denuncia del genocidio nella Striscia di Gaza fatta da Francesca Albanese nel marzo 2024. Seguendo i passi della relatrice Onu, tra missioni, incontri istituzionali e pressioni politiche, il film mostra la profonda crisi dell’Onu, messo di fronte alla propria incapacità di impedire il massacro dei civili nella Striscia. Attraverso interviste, materiali d’archivio e il dietro le quinte del lavoro diplomatico, il film racconta il difficile equilibrio tra diritto internazionale, informazione e potere, mostrando come l’Onu e la comunità globale appaiano sempre più divise di fronte al conflitto. Le Nazioni Unite nacquero nel periodo in cui, nel 1947, venne deciso il Piano di Partizione della Palestina. Oggi la questione palestinese è la prova decisiva: l’Organizzazione saprà reggere, o ne uscirà irreversibilmente indebolita? L'articolo Disunited Nations, evento speciale in 120 sale con il doc sulla crisi dell’Onu. A Milano dibattito con Francesca Albanese e Cecilia Strada proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sfida all’Onu
Sfida all’Onu – la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano in edicola oggi #onu #trump #vignette #natangelo #satira #ilfattoquotidiano L'articolo Sfida all’Onu proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Blitz in Venezuela e minacce alla Groenlandia, la finanza etica può ancora investire nei titoli Usa? Gestori spaccati: “C’è troppa discrezionalità”
L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela “ha minato un principio fondamentale del diritto internazionale”, ha detto l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani. È “una chiara violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite”, hanno aggiunto gli esperti Onu. In attesa degli eventi in Groenlandia e in altri Paesi minacciati da Trump – che ha detto di non curarsi del diritto internazionale perché gli basta la sua morale personale – gli Usa sono diventati uno “Stato canaglia”, almeno dal punto di vista della sostenibilità? Vale la pena chiederselo perché gli interventi militari hanno costi astronomici. E gli Stati li finanziano anche emettendo titoli sui mercati finanziari. Titoli soggetti non solo ai rating (valutazioni del merito di credito) tradizionali ma anche a quelli Esg, che valutano le dimensioni sociali, ambientali e di governance. I T-bond, le obbligazioni degli Stati Uniti, sono considerati i più sicuri al mondo, ma sono anche sostenibili? È coerente che investitori istituzionali che dichiarano di praticare la finanza sostenibile li tengano in portafoglio? Potrà stupire, ma c’è chi agli Usa aveva affibbiato l’etichetta di “Stato canaglia” della sostenibilità già da un pezzo. Lo spiega Aldo Bonati, Stewardship e Esg Networks Manager in Etica Sgr (Gruppo Banca Etica): “Per noi gli Usa non sono mai stati investibili. La nostra metodologia combina i dati di vari information provider, con decine di indicatori, ma assegna un peso molto importante soprattutto ad alcuni aspetti: pena di morte, libertà civili e diritti politici, libertà di parola e di stampa. Gli Usa, come il Giappone, sono out per la pena di morte. E per la mancata ratifica di convenzioni internazionali, come quella sulle mine anti-uomo (di cui Biden aveva autorizzato l’invio in Ucraina, ndr)”. Etica Sgr, che non a caso parla di finanza etica più che di Esg, considera non investibili circa il 20% degli Stati del mondo. La Russia, anche pre-invasione dell’Ucraina (oggi le sanzioni alla Russia vietano di investirvi), e Israele, anche prima di quello che a Gaza la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu sui Territori Palestinesi Occupati e non solo ha riconosciuto essere un genocidio, sono out: su questioni come il rispetto del diritto internazionale sono entrambi deficitari da lunga data. L’Italia è dentro, anche se su aspetti quali l’accesso ai servizi sanitari le tendenze non sono incoraggianti. “Le valutazioni – dice Bonati – dipendono da vari fattori: gli information provider che si utilizzano, il peso dato alle varie dimensioni, dove si mette la soglia della “sufficienza”. Lo vediamo con la retorica sulle armi, che in tanti oggi considerano investibili, noi no. Perché cerchiamo di tenere la barra dritta su valori, anche se come ogni gestore dobbiamo considerare l’aspetto del rendimento aggiustato per il rischio“. Non ci sono regole valide per tutti, insomma, e i livelli di discrezionalità sono ampi. Tra l’altro su temi scottanti come i diritti umani le agenzie di rating Esg sono sotto accusa perché non li considererebbero adeguatamente, come rivelato da recenti inchieste giornalistiche. Lo ricorda Daniela Carosio, fondatrice di Sustainable Value Investors (SVI), boutique di consulenza finanziaria Esg: “Ci sono investitori internazionali che praticano l’Esg sconcertati dal fatto che le grandi agenzie di rating Esg, sotto pressione del governo Usa, non coprono il rischio collegato al tema dei diritti umani negli Opt (Territori occupati Palestinesi, ndr)”. Almeno in risposta alle mire espansionistiche di Trump sulla Groenlandia, invece, qualcosa pare si stia muovendo: “Investitori nordeuropei, in particolare fondi pensione danesi – riprende Carosio -, stanno ragionando sul disinvestimento dai Treasury (i T-bond, ndr). Un po’ come accaduto per i war bonds israeliani, che comunque tanti investitori avevano acquistato”. Un altro problema è che col collasso del diritto internazionale cui stiamo assistendo, anche riferimenti giuridici che fino a poco tempo fa sembravano patrimonio comune ora sono saltati. Gianluca Manca, oggi ricercatore universitario su temi di sostenibilità applicata alla finanza e consulente per la sostenibilità delle Pmi, per anni è stato gestore di fondi sostenibili. Ai tempi dell’invasione Usa in Iraq, priva dell’ègida dell’Onu, disinvestì dai T-bond: fu lungo e complicato, ma alla fine riuscì a rispettare il regolamento del fondo che vietava in portafoglio i bond di Paesi responsabili di simili violazioni. “Oggi – dice Manca – vediamo navi attaccate in acque internazionali, personaggi incriminati dalla Corte penale internazionale che girano liberamente per il mondo, l’Onu non più ascoltata: lo Stato di diritto esiste ancora? Un gestore, anche ben intenzionato, non ha più riferimenti giuridici a cui aggrapparsi per giustificare di fronte ai suoi investitori certe scelte di portafoglio. L’unico modo che ha di uscire da questa impasse sarebbe riformulare la propria comunicazione nel contesto di un mondo completamente cambiato, dire shakerato, spiegando cosa fa, perché, e agendo di conseguenza. C’è comunque da chiedersi se l’investimento Esg interessi ancora. Le più grandi case d’investimento del pianeta, molte americane, hanno ormai voltato le spalle alla sostenibilità. L’impressione è che, sebbene non abbia mai funzionato in modo granitico, l’Esg sia piaciuto finché non dava fastidio“. Negli anni ’70-’80 del secolo scorso grandi investitori istituzionali come gli ordini religiosi ebbero un ruolo nella lotta contro il Sudafrica dell’apartheid. L’incompatibilità dell’apartheid con i principi etici cui ispiravano i loro investimenti portò a un’ondata di disinvestimenti dalle società in affari col Sudafrica. Altri tempi, un altro mondo, altri investitori. Oggi la finanza Esg non riesce, non sa o forse neppure ha voglia di provare a parlare con una sola voce. E finisce per sembrare un giochino ipocrita a cui nessuno crede più. L'articolo Blitz in Venezuela e minacce alla Groenlandia, la finanza etica può ancora investire nei titoli Usa? Gestori spaccati: “C’è troppa discrezionalità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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