La guerra commerciale di BYD a Stellantis deve fermarsi. Anzi, si è già fermata.
Su ordine del Giurì dell’Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria il colosso
cinese delle auto elettriche ha dovuto fermato la campagna “Operazione
Purefication”, lanciata a inizio anno per promuovere la rottamazione di vetture
con la cinghia a bagno d’olio. Traduzione: un attacco frontale a uno specifico
gruppo di auto di Peugeot, marchio di Stellantis, e al motore Puretech 1.2.
VIOLATI TRE ARTICOLI DEL CODICE
Il Giurì, presieduto dal vicepresidente Mario Libertini, ordinario di Diritto
industriale e commerciale a La Sapienza, ha intimato a BYD di cancellare da ogni
piattaforma la pubblicità, rimuovendola anche da ogni concessionaria, perché ha
violato 3 articoli del codice relativamente alla comunicazione ingannevole, alla
comparazione e alla denigrazione di altri operatori del mercato. “La tua cinghia
dà i numeri? Te ne diamo un po’ anche noi”, chiedeva ironicamente BYD
promettendo incentivi fino a 10.000 euro a chi rottamava un’autovettura con
cinghia a bagno d’olio.
I PROBLEMI DEL PURETECH E IL RICHIAMO DEI VEICOLI
In passato, alcune vetture con motore Puretech che montano la cinghia di
distribuzione a bagno d’olio hanno rilevato problemi legati a una contaminazione
l’olio dovuta allo sfaldamento della cinghia stessa con conseguente consumo
anomalo di lubrificante e rotture del motore. Tra il 2019 e il gennaio dello
scorso anno, Psa – diventata Stellantis dopo la fusione con Fca – ha dovuto
affrontare il richiamo di centinaia di migliaia di veicoli per controlli e ha
aperto una piattaforma per indennizzare chi aveva dovuto affrontare riparazioni
a guasti prima di dieci anni o di 180mila chilometri percorsi. Il gruppo
franco-italiano ha sempre parlato di un problema che ha interessato circa il 6%
dei veicoli venduti.
STELLANTIS: “IMPORTANTE RICONOSCIMENTO”
Dopo la decisione del Giurì, Stellantis si è detta soddisfatta parlando di un
“importante riconoscimento della necessità di tutelare i consumatori ed i
concorrenti da messaggi pubblicitari scorretti” e annunciando che “continuerà a
promuovere una competizione basata sulla qualità dei prodotti e su una
comunicazione chiara, completa e trasparente sulle caratteristiche degli
stessi”. BYD non ha commentato e già eseguito la decisione del Giurì.
LE CAMPAGNE DI BYD GUIDATA DALL’EX FCA
Quella del costruttore cinese non è la prima campagna aggressiva degli ultimi
mesi. A settembre aveva lanciato una propria promozione, anticipando gli
incentivi statali che in quel momento non erano ancora stati attivati
chiamandola “CASI-NO Incentivi Statali”: l’offerta era fino a 10.000 euro a
privati e partite IVA senza limiti di reddito o attese. Lo Special Advisor per
il mercato europeo dell’azienda cinese di auto elettriche è Alfredo Altavilla,
una vita in Fiat ed Fca. Il manager tarantino ha trascorso oltre vent’anni alla
corte della famiglia Agnelli ed è stato braccio destro di Sergio Marchionne,
ricoprendo il ruolo di leader delle operazioni europee del gruppo. È a capo del
comparto continentale di BYD dal settembre 2024. Tra gennaio e dicembre del
2025, il marchio cinese ha immatricolato in Italia 23.621 auto. Nei dodici mesi
precedenti erano state poco più di 2mila.
L'articolo Il Giurì ferma la guerra commerciale di BYD a Stellantis: “Stop alla
pubblicità sulla rottamazione del motore Puretech” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Lobby
“Noi siamo ben felici di far parte di una storia completamente diversa rispetto
alla saga del risiko bancario del 2025. E la nostra espansione si concretizzerà
fuori dai confini italiani”. Il numero uno di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha
ribadito il concetto anche in sede di presentazione dei conti del 2025 e del
nuovo piano industriale della prima banca italiana. “Ogni eventuale integrazione
o fusione dei nostri concorrenti, che al momento non si sono ancora realizzate,
non cambierà la solida leadership di Intesa Sanpaolo in Italia e possiamo
attrarre sempre più private banker e consulenti finanziari”, ha aggiunto il
banchiere a proposito delle attese del mercato su un riposizionamento di banche
e assicurazioni, a partire da Unicredit e Generali. A esplicita domanda di un
analista del gruppo Generali, poi, Messina, si è spinto un po’ più in là del
solito: “Per Intesa Sanpaolo non c’è alcuna minaccia dal collegamento tra Mps e
Generali”, ha detto chiarendo che a suo parere il potenziale del risparmio
gestito dal leone di Trieste in Italia, per intenderci lo stesso per cui il
governo Meloni lo scorso inverno ha fatto fuoco e fiamme, “oggi sia un po’
sopravvalutato”. Generali, chiarisce il banchiere a scanso di equivoci, “è
chiaramente un best player in campo assicurativo, ma per quanto riguarda il
risparmio gestito in Italia ritengo che le sue dimensioni non siano diverse da
quelle di Bpm“. Dunque con Monte dei Paschi di Siena il Leone “potrà accelerare
il collocamento di prodotti assicurativi, ma ancora una volta non
dimentichiamoci che il primo player in Italia anche per quanto riguarda le
riserve di Assicurazione vita è Intesa Sanpaolo, non Generali”, ha concluso
auspicando “un approccio più rilassato tra i diversi attori coinvolti nella
saga” del risiko del 2025.
Intesa ha chiuso il 2025 con 9,3 miliardi di euro di utili netti, in crescita
del 7,6% rispetto agli 8,7 miliardi del 2024. Il conto economico consolidato del
2025 del primo gruppo bancario italiano registra interessi netti per 14,796
miliardi, in diminuzione del 5,9% sul 2024. Le commissioni nette sono state di
9,98 miliarid, in crescita del 6,3% sul 2024. In dettaglio, si registra una
diminuzione del 2,2% delle commissioni da attività bancaria commerciale e una
crescita del 10% delle commissioni da attività di gestione, intermediazione e
consulenza, nel cui ambito si registra un aumento del 34,5% per la componente
relativa a intermediazione e collocamento di titoli, del 3,2% per la componente
relativa al risparmio gestito (con commissioni di performance pari a 119 milioni
nel 2025 e a 85 milioni nel 2024) e del 4,9% per quella relativa ai prodotti
assicurativi. Il risultato dell’attività assicurativa in particolare ammonta a
1,815 miliardi (l’anno prima era stato di 1,734 miliardi) e i proventi operativi
netti sono stati di 27,27 miliardi (+0,6%), mentre i costi operativi sono scesi
dello 0,6% a 11,5 miliardi a seguito di una diminuzione del 2,3% per le spese
del personale e di un aumento dell’1,6% per le spese amministrative e del 3,3%
per gli ammortamenti. Conseguentemente, il risultato della gestione operativa
ammonta a 15,77 miliardi (+1,5%). Il cost/income ratio nel 2025 è pari al 42,2%,
rispetto al 42,7% del 2024, mentre le rettifiche di valore nette su crediti sono
state di 1,745 miliardi contro gli 1,274 miliardi del 2024.
“Per il 2026 ci attendiamo un risultato netto di circa dieci miliardi di euro.
Questo grazie all’aumento dei ricavi principalmente trainato dalle commissioni e
dall’attività assicurativa”, ha spiegato Messina agli analisti. “Intesa Sanpaolo
intende creare circa 500 miliardi di euro di valore per tutti gli stakeholder,
sostenendo l’economia reale nei prossimi quattro anni”, ha poi aggiunto. Il
nuovo piano d’impresa 2026-2029 della banca punta a un utile netto superiore a
11,5 miliardi di euro nel 2029 e prevede una distribuzione complessiva di circa
50 miliardi di euro nel periodo 2025-2029. Per ciascun anno dal 2026 al 2029 il
payout ratio sarà pari al 95%, di cui 75% sotto forma di dividendi cash e 20%
tramite buyback, con eventuali ulteriori distribuzioni valutate anno per anno a
partire dal 2027. Per famiglie e imprese è previsto nuovo credito a medio-lungo
termine per circa 374 miliardi di euro, di cui 260 miliardi in Italia.
Il gruppo prevede inoltre 28 miliardi di spese del personale, 17 miliardi di
acquisti e investimenti verso i fornitori, 26 miliardi di imposte a favore del
settore pubblico e circa un miliardo di euro per i bisogni sociali, mentre il
sustainable lending rappresenterà il 30% del nuovo credito erogato. Al 2029 il
numero di clienti è atteso in aumento di circa 2,5 milioni, a circa 24 milioni,
grazie soprattutto a Isybank e alla Divisione International Banks. Gli impieghi
alla clientela saliranno di 46 miliardi a 471 miliardi di euro, mentre il nuovo
credito a medio-lungo termine nel periodo 2026-2029 raggiungerà 374 miliardi, in
crescita del 26% rispetto al quadriennio precedente. Sul fronte del risparmio,
Intesa prevede un incremento di circa 200 miliardi delle attività finanziarie
della clientela, fino a 1.700 miliardi, un aumento del risparmio gestito di 101
miliardi a 663 miliardi e una forte crescita dell’assicurativo danni, con premi
a 2,3 miliardi di euro nel 2029 da 1,6 miliardi. Nell’ambito della strategia di
riduzione strutturale dei costi, il piano punta anche a un’accelerazione del
ricambio generazionale “senza impatti sociali”. È prevista una riduzione di
circa 6.100 persone del gruppo entro il 2029, che si aggiunge al taglio di circa
3.900 dipendenti nel 2025, con risparmi di costo pari a circa 570 milioni di
euro a regime (2030). Il percorso prevede circa 12.400 uscite complessive, di
cui 9.750 in Italia tramite uscite volontarie e turnover naturale, 2.650 uscite
nette per turnover naturale nelle controllate internazionali e circa 6.300
assunzioni di giovani in Italia entro il 2030, di cui circa 2.300 come Global
Advisor, in aggiunta alle circa 1.300 assunzioni già effettuate nel 2025,
prevalentemente nella stessa figura professionale.
“Nel nuovo piano d’impresa continueremo a confermare la nostra posizione ai
vertici mondiali per impatto sociale. Prevediamo un contributo di 1 ulteriore
miliardo di euro per contrastare la povertà e ridurre le disuguaglianze nel
periodo 2026-2029″, ha poi aggiunto Messina che sottolinea “i solidi
fondamentali dell’Italia” a supporto della “resilienza dell’economia: questo
conferma la forza del Paese”.
L'articolo Carlo Messina (Intesa Sanpaolo): “Risparmio gestito in Italia da
Generali è un po’ sopravvalutato. Non temiamo nuovi concorrenti” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Mentre da mesi il ministro delle Imprese Adolfo Urso insiste sulla necessità di
inserire i biocarburanti nel programma di transizione green del settore auto,
c’è un potenziale aiuto che – secondo le aziende del settore – il governo
continua a ignorare, a differenza di altri Paesi europei. Insomma, da un lato
l’esecutivo critica la postura europea riguardo al processo di elettrificazione
e si dice in prima linea per ammorbidire le regole; dall’altro non muove un dito
sul bioetanolo nonostante rappresenti una soluzione immediata per una parziale
defossilizzazione dei trasporti.
L’ITALIA RESTA INDIETRO: “FORTI INTERESSI IN GIOCO”
A suonare la sveglia è Assodistil, l’associazione che raggruppa i produttori di
distillati: “L’Italia continua a non sfruttarne il potenziale. Mentre nella
maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea è da anni parte integrante delle
strategie di decarbonizzazione, il mercato italiano resta fermo, frenato da
presunti vincoli logistici e da un quadro regolatorio insufficiente”, lamentano
i produttori. Per Assodistil, il governo fa “incomprensibilmente fatica” a
diffondere l’uso del bioetanolo in miscela con la benzina e la causa,
sostengono, è da ricercare nei “forti interessi in gioco”.
IN 19 PAESI EUROPEI, IL BIOETANOLO È GIÀ REALTÀ
Tra i 27 Paesi dell’Unione europea – ricorda l’associazione di categoria – sono
ben 19 quelli che “utilizzano già alla pompa la benzina E10, una miscela al 10%
di etanolo”. In Italia, invece, “si resta formalmente all’E5, che tuttavia nella
pratica equivale a un contenuto di etanolo prossimo allo zero”. Tra i Paesi più
avanzati c’è la Francia dove è disponibile il carburante E85, composto all’85%
di etanolo e con un costo inferiore rispetto alla benzina tradizionale. Una
diffusione che è stata incentivata, sottolinea Assodistil, “grazie a una
politica fiscale mirata che riduce le accise su questo carburante rinnovabile”.
ASSODISTIL: “SERVE UN CAMBIO DI PASSO NORMATIVO”
Il bioetanolo – attacca l’associazione – “non è una tecnologia del futuro, ma
una soluzione disponibile oggi” e quindi “continuare a ignorarla significa
rinunciare a un’opportunità concreta per ridurre le emissioni, rafforzare la
filiera industriale nazionale e allineare l’Italia alle migliori pratiche
europee”. Da qui la richiesta al governo: “Per sbloccare il mercato del
bioetanolo è necessario un deciso cambio di passo sul piano normativo.
AssoDistil chiede politiche capaci di stimolare la domanda attraverso obblighi
di miscelazione più ambiziosi, una revisione del regime fiscale che oggi
equipara inspiegabilmente il bioetanolo alla benzina fossile e l’adozione reale
dello standard E10, con un contenuto di etanolo superiore al 5%”, afferma Maria
Giovanna Gulino, presidente della sezione Bioetanolo di AssoDistil.
“LA NOSTRA FILIERA È GIÀ AVANZATA”. URSO SI DIFENDE
Il leader dell’associazione di categoria, Antonio Emaldi, ricorda che l’Italia
“dispone già oggi di una filiera industriale avanzata, ma la produzione
nazionale di bioetanolo, interamente di seconda generazione, viene destinata da
più di dieci anni quasi esclusivamente ai mercati esteri dove viene miscelato
con la benzina, a causa dell’assenza di una domanda interna. Una situazione che
penalizza lo sviluppo industriale del settore e priva il Paese di uno strumento
efficace e immediatamente disponibile per la decarbonizzazione”. Dal canto suo,
il ministro Urso sostiene che il governo stia “implementando azioni concrete per
accelerare lo sviluppo e l’adozione del bioetanolo e dei biocarburanti in
genere, sostenendo la domanda, sia nel settore agricolo che nel parco
circolante, e l’offerta, con fondi dedicati alla trasformazione dei siti
tradizionali di raffinazione in moderne bioraffinerie”.
L'articolo AssoDistil suona la sveglia al governo sui biocarburanti: “L’Italia
non sfrutta il potenziale, a differenza di altri Paesi Ue” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Guerre, tensioni commerciali e crisi climatica non li hanno sfiorati. Il 2025 è
stato un anno di bonanza per i miliardari globali, che hanno superato per la
prima volta quota 3mila e tra novembre 2024 e novembre 2025 hanno visto
esplodere la propria ricchezza netta di 2.500 miliardi di dollari, a un totale
di 18.300: fa +16,2%, un tasso tre volte superiore alla crescita media
registrata tra 2020 e 2024. I primi 12 nella classifica delle fortune globali,
da Elon Musk a Bernard Arnault passando per Jeff Bezos e Mark Zuckerberg,
possiedono oggi quanto la metà più povera dell’umanità. E l’aumento della
concentrazione della ricchezza, scrive Oxfam nel suo annuale rapporto sulla
disuguaglianza globale, non fa che alimentare un circolo vizioso ben noto: la
“cattura” della politica da parte dei super ricchi. Il risultato? Regole che
rafforzano i privilegi e allargano ulteriormente i divari, a esclusivo beneficio
di una nuova élite oligarchica nelle cui mani si concentra il potere economico.
“Progressivo deterioramento dei principi democratici”, traduce il report Nel
baratro della disuguaglianza – Come uscirne e prendersi cura della democrazia,
pubblicato come sempre in occasione del forum di Davos che riunisce in Svizzera
l’élite politica e finanziaria globale. Perché a ogni enorme patrimonio si
associa una probabilità enormemente superiore di ottenere cariche politiche: un
miliardario ha 4mila volte più probabilità di ricoprire un ruolo elettivo
rispetto a un comune cittadino. Ma questo, insieme alle “porte girevoli” tra
posizioni apicali nel settore privato e incarichi pubblici, non è che il canale
di influenza più visibile. La politica si può anche comprare con lauti
finanziamenti, lobbying e controllo dei media, fino a sovvertire il principio
fondamentale del suffragio universale sostituendolo con il più prosaico “un
dollaro, un voto”.
Il panorama dei media globali conferma plasticamente la tesi: sette delle
maggiori corporation del settore hanno proprietari miliardari e una manciata di
ultra-ricchi controlla testate storiche (vedi il Washington Post, acquistato da
Bezos) e social network (X di Musk) centrali per il dibattito pubblico. Ogni
giorno 11,8 miliardi di ore vengono trascorse sui social fondati o posseduti da
miliardari, con quel che ne deriva per la loro capacità di influenzare ciò che
le persone vedono e credono. L’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa
moltiplica i rischi, perché facilita la diffusione di notizie false e la
manipolazione su larga scala. Per Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam
Italia, “siamo letteralmente di fronte alla legge del più ricco che sta portando
al fallimento della democrazia”.
Sul fronte opposto, la riduzione della povertà globale si è fermata. Dopo
decenni di lento miglioramento, i livelli sono oggi fermi ai valori pre-pandemia
e in Africa quella estrema è di nuovo in aumento. Nel 2022, secondo i dati
aggiornati della Banca Mondiale citati nel rapporto, 3,83 miliardi di persone
(il 48% della popolazione mondiale) vivevano in condizioni di indigenza: 258
milioni in più rispetto alle stime precedenti. Non aiutano il taglio degli aiuti
da parte dei paesi ricchi e le politiche di austerità ancora imposte dalle
istituzioni internazionali o rese necessarie dall’esplosione del debito
pubblico: secondo l’Onu, 3,4 miliardi di persone vivono in Stati che spendono
più per il servizio del debito che per sanità e istruzione. Mentre la copertura
sanitaria universale è in una fase di stallo.
L’inflazione ha fatto la sua parte: dopo il Covid la stagnazione dei salari,
mentre i prezzi del cibo si impennavano, ha peggiorato l’insicurezza alimentare,
che nel 2024 riguardava 2,3 miliardi di persone: 335 milioni in più rispetto al
2019. Inevitabile, dunque, che le disparità siano peggiorate o al massimo si
siano cristallizzate: oggi l’1% più ricco possiede il 43,8% della ricchezza
globale, mentre la metà più povera si ferma allo 0,52% e oltre il 77% della
popolazione mondiale vive in Stati dove la distanza di ricchezza tra l’1% più
ricco e il 50% più povero è rimasta invariata o è aumentata tra 2022 e 2023.
Le conseguenze sulle istituzioni che sulla carta potrebbero intervenire per
favorire la redistribuzione sono evidenti. I Paesi ad alta disuguaglianza sono
fino a sette volte più esposti al rischio di erosione democratica rispetto a
quelli più egualitari. E uno studio su 136 Stati ha mostrato che l’aumento della
disparità nella distribuzione delle risorse va a braccetto con quello del potere
politico e tende a sfociare in una riduzione delle libertà civili dei più
poveri. Questo può spiegare, argomenta il rapporto, perché non vengano adottate
misure che sarebbero accolte con favore da gran parte della popolazione. Tra
queste le imposte sui grandi patrimoni, la cui introduzione stando ai sondaggi
ha ampio sostegno. Eppure oggi solo il 4% delle entrate fiscali globali proviene
da tasse sulla ricchezza, mentre l’80% del gettito grava su lavoratori e
consumatori: è l’esito di decenni durante i quali, ricorda il report, le élite
economiche hanno sfruttato la propria influenza politica per bloccare riforme
fiscali progressiste. L’ultimo caso è la campagna martellante di Bernard
Arnault, uomo più ricco di Francia e patron del polo del lusso LVMH, contro la
proposta di tassazione minima a carico dei molto abbienti teorizzata
dall’economista Gabriel Zucman e fatta propria dal Partito socialista francese.
Ma “la libertà politica e l’estrema disuguaglianza non possono coesistere a
lungo”, tira le somme il rapporto, evocando Joseph Stiglitz. La povertà politica
– scarsa partecipazione e quindi possibilità di esercitare influenza – che tende
ad andare di pari passo con quella economica sfocia in proteste sociali: oltre
142 quelle registrate negli ultimi dodici mesi. In prima linea, spesso, la Gen
Z. La risposta della politica? “Le ricette che hanno fin qui generato
disuguaglianze insostenibili necessitano sempre più spesso di strumenti
coercitivi e autoritari per mantenere lo status quo”, spiega Mikhail Maslennikov
policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam. E “il conto che presentano”
comprende non solo “l’erosione di istituzione democratiche e la compressione
delle libertà” ma anche la criminalizzazione del dissenso e un’ipertrofia
repressiva. Non bisogna cadere nell’inganno: le forze politiche populiste ed
estremiste che guidano la deriva autoritaria fanno leva sul disagio delle
persone e sulla perdita di opportunità e di riconoscimento in luoghi a lungo
trascurati da classi dirigenti indifferenti. Ma le proposte di cambiamento che
portano sono illusorie. Continuano a favorire gruppi sociali e territori già
avvantaggiati”.
Gli Usa sono insieme motore e caso paradigmatico di queste dinamiche. Nell’anno
del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump i miliardari statunitensi hanno
sperimentato la crescita di ricchezza più marcata al mondo (quella dei 10 più
ricchi è aumentata di 698 miliardi di dollari). In parallelo il Congresso ha
approvato misure che produrranno la più grande redistribuzione alla rovescia
degli ultimi decenni, accompagnata da tagli alla protezione sociale e
restrizioni dei diritti dei lavoratori. Milioni di persone hanno reagito
scendendo in piazza sotto lo slogan “no kings” contestando le politiche
autoritarie del presidente e le misure a favore degli ultra ricchi. Migliaia
stanno protestando a Minneapolis contro le violenze dell’agenzia per il
controllo dell’immigrazione. Le elezioni di midterm diranno se la voglia di
cambiamento avrà la meglio sulle ricette populiste nel 2024 hanno convinto la
maggior parte degli americani.
L'articolo 2025 da record per i miliardari. “Nuovi oligarchi che manipolano
democrazia e regole dell’economia per avvantaggiare i propri interessi” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Contro la liberalizzazione del mercato: i tassisti tornano a scioperare dalle 8
alle 22 nella giornata del 13 gennaio, con “partecipazione pressoché totale”,
viene annunciato. Gli aderenti alla mobilitazione appartengono a una ventina di
sigle sindacali e hanno deciso di manifestare in segno di protesta per
l’ingresso di piattaforme come Uber. La categoria dei tassisti, ancora una volta
molto compatta, chiede al governo Meloni delle regole chiare per evitare “lo
strapotere degli algoritmi“. Uiltrasporti afferma: “Chiediamo con forza al
governo la riapertura del tavolo di confronto sui decreti attuativi che la
categoria aspetta ormai dal 2019″. I sindacati chiedono anche la conclusione
dell’iter dei decreti attuativi della legge contro l’abusivismo e la tutela del
servizio taxi come servizio pubblico locale.
La Cgil accusa l’esecutivo di non aver mantenuto gli impegni nei confronti dei
tassisti, “che hanno pagato per una licenza rilasciata da un comune e che
operano secondo turni e orari stabiliti dal comune”, denuncia il coordinatore
nazionale di Unica taxi del sindacato, Nicola Di Giacobbe, che non usa mezzi
termini: “Questo governo o è connivente delle multinazionali o non è nelle
condizioni di far rispettare la legge”. Uri e itTaxi vanno controcorrente e
criticano le voci in rivolta. Il presidente della Cooperativa radiotaxi 3570 di
Roma, Lorenzo Bittarelli, ricorda che furono le stesse sigle sindacali a
chiedere la modifica alla legge quadro creando così un vuoto regolatorio dalle
conseguenze negative per i tassisti: “Chi promuove questa astensione dovrebbe
protestare contro se stesso”.
Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha convocato le associazioni a una
riunione fissata per domani, mercoledì: “Non ho voluto interferire, quindi è
giusto che ognuno rivendichi quello che ritiene di rivendicare”. Il vicepremier
ha definito le riunioni per i taxi come “le più impegnative” e “delle belle
avventure”.
A Roma, oltre ai presidi, è stato organizzato un corteo con partenza da
Fiumicino, tappa a Piazza Bocca della Verità e l’arrivo a Montecitorio. A
partire dalle 11, davanti alla Camera dei deputati, il corteo statico, a cui non
hanno aderito Controcorrente unione radiotaxi d’Italia e il consorzio itTaxi. In
piazza Capranica ci sono stati momenti di tensione all’arrivo di Matteo
Hallissey, presidente di +Europa e dei Radicali italiani: negli ultimi mesi, il
politico ha organizzato delle iniziative contro la cosiddetta lobby dei tassisti
insieme allo streamer Ivan Grieco.
A Bari, gli scioperanti hanno parcheggiato i loro taxi davanti alla Prefettura.
Decine di tassisti aderenti alla Usb protestano in presidio. Un rappresentante
cittadino del sindacato, Filippo Romano, spiega: “Noi siamo servizio pubblico di
piazza e loro stanno utilizzando gli ncc come servizio pubblico di piazza, non è
legale. In più con le loro piattaforme utilizzano algoritmi che aumentano
automaticamente le tariffe quando la richiesta di auto sale. Noi non possiamo
farlo perché siamo vincolati dalle tariffe amministrative”. E prosegue: “Il
nostro giro d’affari è diminuito. Ma c’è anche un problema legato alle tasse
perché queste multinazionali portano i loro profitti nei paradisi fiscali, non
pagando le tasse in Italia”.
La carenza di taxi si avverte anche nel capoluogo pugliese, soprattutto nella
zona dell’aeroporto. Rispetto a questo problema, Romano sottolinea che “oltre
alle doppie guide, dal 2025 è stato effettuato un bando per assegnare 30 licenze
in più. La mancanza non è dovuta solo al numero di taxi, ma anche a un problema
organizzativo perché molti aerei arrivano in ritardo, quindi si accumulano
utenti e di conseguenza diventa difficile espletare il servizio”.
L'articolo Sciopero dei tassisti contro la liberalizzazione del mercato e “lo
strapotere degli algoritmi”. Salvini convoca le associazioni proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Sei mesi dopo le scampate nozze con Unicredit maledette dal governo, si vanno
delineando i confini della presa francese sul Banco Bpm. È atteso a breve il via
libera della Banca Centrale Europea al Credit Agricole a salire oltre il 20% nel
capitale della banca milanese.
L’istituto francese che ha una forte presenza in Italia con sovrapposizioni
anche territoriali e di business con Bpm, dovrà rispettare alcune indicazioni in
termini di governance. Tra le raccomandazioni poste da Francoforte ai francesi
per limitare quella che è di fatto un’acquisizione, fa sapere l’Ansa, ci sarà un
limite di massimo 7 consiglieri da nominare nel consiglio di amministrazione
dell’istituto.
In Italia la soglia limite per il lancio obbligatorio di un’offerta pubblica di
acquisto è attualmente al 25%, ma la riforma del Testo unico della finanza al
vaglio del Parlamento riporterà al 30 per cento.
L'articolo Bpm sarà sempre più francese: a breve il Credit Agricole potrà salire
oltre il 20% della banca milanese proviene da Il Fatto Quotidiano.
“In qualità di Capo dell’Esecutivo e Comandante in Capo, mi impegno a garantire
che l’esercito degli Stati Uniti disponga delle capacità di combattimento più
letali al mondo. Dopo anni di priorità sbagliate, i grandi appaltatori
tradizionali sono stati incentivati a privilegiare i rendimenti per gli
investitori rispetto alle esigenze dei nostri militari“. Recita così la premessa
dell’ordine esecutivo diffuso mercoledì dalla Casa Bianca, con cui Donald Trump
vieta ai gruppi della difesa che abbiano contratti in essere con
l’amministrazione Usa e non li onorino efficacemente di pagare dividendi agli
azionisti o riacquistare azioni proprie – operazione che ha sua volta come
risultato quello di trasferire risorse ai soci – fino a quanto non saranno in
grado di “fornire un prodotto superiore, nei tempi e nel budget previsti”. La
mossa, arrivata nei giorni in cui l’interventismo militare statunitense ha
superato nuove linee rosse, è una nuova ingerenza diretta del potere esecutivo
nella governance aziendale dopo l’acquisto del 10% di Intel arrivato a fine
agosto. E ha ovviamente fatto crollare i titoli della difesa a Wall Street, con
Lockheed Martin che ha perso fino al 4,8%, Northrop Grumman il 5,5%, General
Dynamics il 3,6%, Raytheon (Rtx) il 2,5%. Salvo recuperare tutto il terreno
perso quando, giovedì, lo stesso presidente ha proposto di portare nel 2027 la
spesa militare statunitense a 1.500 miliardi di dollari contro i 901 miliardi
programmati per quest’anno.
Raytheon, che produce il sistema di difesa missilistica Patriot e i missili
Tomahawk, è osservata speciale perché il presidente Usa su Truth l’ha
esplicitamente citata come esempio negativo: l’appaltatore “meno reattivo alle
esigenze del Dipartimento della Guerra”. Il cui segretario Pete Hegseth nei
prossimi 30 giorni è chiamato a identificare tutti gli appaltatori che non
stanno rispettando i contratti e più in generale “non investono il proprio
capitale nella necessaria capacità produttiva, non danno sufficiente priorità ai
contratti del Governo degli Stati Uniti o la cui velocità di produzione è
insufficiente secondo quanto stabilito dal Segretario, e che, durante il periodo
di scarsa performance o insufficiente priorità, investimento o velocità di
produzione, hanno effettuato riacquisti di azioni proprie o distribuzione di
utili aziendali”. Al gruppo sarà data l’opportunità di presentare un “piano di
risanamento“, ma se verrà ritenuto insufficiente o non si troverà un accordo il
segretario potrà avviare “azioni coercitive”.
In parallelo, entro 60 giorni dovranno essere adottate misure per inserire nei
contratti “nuovi o esistenti” – si tratterebbe quindi di un intervento
retroattivo – una clausola che vieti sia il riacquisto di azioni proprie sia la
distribuzione di dividendi fino a quando le prestazioni sono ritenute
“insufficienti” o si verifica “inadempienza al contratto”. I contratti dovranno
poi prevedere che “la remunerazione dei dirigenti legata alle performance non
dipenda da parametri finanziari a breve termine” ma “dalla puntualità delle
consegne, dall’aumento della produzione e dai miglioramenti operativi necessari
per espandere rapidamente le nostre scorte e capacità negli Stati Uniti”. E
anche gli stipendi base, in caso di inadempienze, potranno essere “limitati ai
livelli attuali, con aumenti consentiti per l’inflazione”. Trump su Truth ha
fatto addirittura delle cifre, scrivendo che “nessun dirigente dovrebbe essere
autorizzato a guadagnare più di 5 milioni di dollari”. Se non bastasse, l’ordine
esecutivo tira in ballo anche la Securities and exchange commission, il cui
presidente è chiamato dal presidente a valutare se modificare selettivamente,
solo per i contractor della difesa, le regole sul riacquisto di azioni che al
momento fanno salve dall’accusa di manipolazione del mercato le aziende che
rispettano alcune condizioni.
Dividendi e buyback sono ovviamente una componente strutturale del modello
finanziario dei grandi contractor, sostenuto da flussi di cassa stabili
garantiti proprio dai contratti pubblici. Lockheed Martin per esempio lo scorso
ottobre ha aumentato per la 23esima volta il suo dividendo trimestrale a 3,45
dollari per azione, come ricordato da Reuters, e ha autorizzato nuovi buyback
per 2 miliardi, arrivando a 9,1 miliardi complessivi. E, secondo stime di
Politico basate sui bilanci societari, dal 2021 al 2024 i quattro principali
appaltatori del Pentagono hanno distribuito circa 89 miliardi di dollari tra
dividendi e riacquisti.
L’incertezza che deriva dal nuovo ordine esecutivo e la discrezionalità
attribuita alle valutazioni discrezionali del Pentagono, fanno notare gli
analisti, potrebbe finire per alzare il costo del capitale scoraggiando
investimenti di lungo periodo proprio nel momento in cui la Casa Bianca chiede
di espandere capacità produttive e catene di fornitura. Per non parlare delle
incognite giuridiche e del rischio di contenziosi. Dal punto di vista
dell’amministrazione il messaggio è però coerente con l’impostazione Maga, che
almeno in superficie privilegia il rilancio della capacità manifatturiera
rispetto alla massimizzazione dei rendimenti finanziari. E l’attacco alla ricca
industria della difesa, a cui il Pentagono imputa extracosti e ritardi nei tempi
di consegna, può fruttare in termini di consenso.
L'articolo La mossa di Trump contro gli appaltatori della difesa per garantire
che gli Usa “dispongano delle capacità militari più letali del mondo” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Altolà della Banca Centrale Europea ai margini di manovra dei grandi soci del
Monte dei Paschi di Siena sul rinnovo del consiglio di amministrazione della
banca partecipata dal ministero dell’Economia, da Francesco Gaetano Caltagirone
e da Delfin. La Bce ha bocciato una delle modifiche dello statuto proposte da
Mps per consentire al cda di presentare una propria lista di candidati al
consiglio da sottoporre all’assemblea, che la prossima primavera sarà chiamata a
rinnovare il board.
A non piacere a Francoforte, come ha anticipato Repubblica in edicola mercoledì
24 dicembre, sarebbe il principio di residualità, previsto anche nel decreto
Capitali varato dal governo Meloni, che fa decadere la lista del cda se un
azionista rilevante – nel caso senese si tratta del gruppo Caltagirone o di
Delfin – presenta una lista di controllo per il nuovo board.
Di conseguenza, da quanto si apprende, tale principio non potrà rientrare fra le
proposte di modifica dello statuto, che devono ovviamente essere approvate alla
Bce per consentire al consiglio di amministrazione presieduto da Nicola Maione
di convocare l’assemblea straordinaria in tempo per arrivare poi con le carte in
regola all’appuntamento dei soci di primavera. E non è escluso che, per
stralciare il punto controverso dalla bozza sulla quale è in corso da alcune
settimane il confronto con la Bce, venga convocata una riunione del cda di Mps
prima di gennaio.
Gli altri principali punti oggetto di modifica dello statuto, sui quali
l’autorità di vigilanza non sembra aver sollevato rilievi, sono la possibilità
per il cda di presentare una propria lista, il rinnovo del presidente per un
altro mandato e l’eliminazione del vincolo attuale che impedisce a Mps di
distribuire fino al 100% degli utili in dividendi.
L'articolo La Bce boccia le modifiche statutarie di Mps: niente lista residuale
per Caltagirone e Delfin proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Scendere nell’arena, arrivare nei gangli della società. Anche in modo
aggressivo”. È così che l’industria nucleare italiana immagina il proprio
futuro. Le parole sono di Stefano Monti, presidente dell’Associazione Italiana
Nucleare, pronunciate il 12 dicembre durante un seminario online seguito da
poche decine di persone e che oggi raccoglie una cinquantina di like. Non un
lapsus, ma una linea strategica: alla spinta tecnologica va affiancata una
spinta comunicativa, territoriale, capillare. Convincere il Paese, prima ancora
che costruire gli impianti.
La coincidenza temporale è rivelatrice. Mentre Monti invita a “scendere
nell’arena” e a dotarsi di “finanziamenti adeguati” per una comunicazione più
aggressiva, il governo accelera sull’incardinamento del disegno di legge sul
nucleare “sostenibile”, promettendo una nuova stagione di cantieri e rilancio
industriale. Ma nello stesso momento, uno dei progetti simbolo di questa
strategia si arena davanti al Tar per un errore di Excel.
Il caso è quello del Dtt, il Divertor Tokamak Test in costruzione a Frascati,
impianto sperimentale sulla fusione nucleare indicato come pilastro della
filiera nazionale e ponte tecnologico verso Iter, il grande reattore
internazionale in costruzione in Francia. Un progetto finanziato con fondi
europei, caricato di valore scientifico e politico, che oggi rischia ritardi
pesanti per un corto circuito amministrativo.
La gara da 25,8 milioni di euro per la realizzazione della “vacuum vessel”, il
cuore dell’impianto, è stata aggiudicata a un raggruppamento sudcoreano guidato
da EnableFusion Inc. Le aziende italiane Walter Tosto e Simic hanno impugnato
l’esito davanti al Tar del Lazio, che il 16 luglio 2025 ha sospeso l’intera
procedura fino al giudizio di merito, fissato per domani. Nelle carte i giudici
parlano di “evidenti disallineamenti” nelle tabelle comparative dei costi: voci
finite nelle colonne sbagliate, calcoli che alterano la valutazione dell’offerta
economica.
Non solo. Il tribunale ha bocciato il tentativo della stazione appaltante — Dtt
S.C.A.R.L., partecipata da Enea — di correggere l’errore in corsa con una
rivalutazione successiva delle offerte, definendola una “supplenza impropria”.
Risultato: appalto congelato, procedura da riesaminare, tempi che si allungano.
Nel ricorso le aziende italiane sottolineano anche un altro elemento sensibile:
il raggruppamento sudcoreano dichiara costi del lavoro nettamente inferiori a
quelli previsti dai contratti collettivi italiani. Un vantaggio competitivo che
incide sull’offerta economica ma che, applicato a un’infrastruttura ad altissima
complessità tecnologica, apre interrogativi non marginali. Sulle gare al massimo
ribasso, sulla tenuta industriale della filiera e sulla gestione di tecnologie
strategiche affidate a soggetti extraeuropei, pur in presenza di finanziamenti
comunitari.
È qui che la retorica del “sovranismo tecnologico” si scontra con la realtà.
Mentre la politica accelera sul ddl e l’industria invoca una narrazione
muscolare per “arrivare nei gangli della società”, la gestione concreta di un
progetto bandiera mostra crepe evidenti. Tanto più se si considera che, secondo
quanto evidenziato nel ricorso, il raggruppamento vincitore sarebbe “molto
vicino ai vertici del progetto Iter”, un dettaglio che in una partita da milioni
di euro alimenta interrogativi su conflitti di interesse e governance.
Il tutto si innesta su un altro nodo mai sciolto: quello delle scorie
radioattive. L’Italia non ha ancora individuato il sito del deposito nazionale
per i rifiuti nucleari del passato, che restano in sistemazioni provvisorie.
Eppure, come se questo problema fosse archiviato, un recente studio europeo di
mappatura individua oltre 900 aree potenzialmente compatibili per future
centrali a fusione, di cui 196 in Italia, riaprendo il fronte delle scelte
territoriali e del consenso locale.
Da un lato, dunque, la filiera che chiede di “scendere nell’arena” con una
comunicazione più aggressiva per accompagnare la nuova stagione del nucleare.
Dall’altro, un appalto strategico che si ferma per un errore di incolonnamento,
mettendo in discussione affidabilità, tempi e capacità amministrativa. Prima
ancora di convincere gli italiani, forse il sistema dovrebbe dimostrare di saper
governare procedure, conti e responsabilità. Perché nel nucleare anche un errore
di Excel può diventare un problema politico.
L'articolo Nucleare, il pasticcio in un file Excel ferma la fusione. E la lobby
ora invoca la “comunicazione aggressiva” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’accordo tra Parlamento e Consiglio Ue sul pacchetto Omnibus I che comprende
l’allentamento delle restrizioni per le aziende su due diligence e reportistica
ambientale, annunciato non più tardi di una settimana fa dalla presidenza di
turno danese, continua a generare dubbi e proteste. Non solo quelle dei partiti
più sensibili alle questioni ambientali e dei diritti umani che hanno denunciato
quello che è solo l’ultimo colpo assestato al Green Deal, con il Partito
Popolare Europeo che per riuscirci ha chiesto il supporto dell’estrema destra,
ma anche quelle delle organizzazioni più attente nel monitoraggio di fenomeni di
corruzione e conflitto d’interessi. Per questo dieci associazioni hanno scritto
al Comitato consultivo sulla condotta dei membri sottolineando il potenziale
conflitto d’interesse dell’eurodeputato Jörgen Warborn (Ppe), a capo della
relazione ma allo stesso tempo presidente di SME Europe, associazione legata ai
Popolari che, si legge sul suo sito, si batte per i diritti delle piccole e
medie imprese in diversi settori. Proprio quei soggetti che otterrebbero
maggiori benefici dal nuovo accordo raggiunto in Ue.
L’incarico di Warborn alla Presidenza di Small and Medium Entrepreneurs of
Europe non è un segreto: compare nel board del loro sito ufficiale insieme ad
altri europarlamentari ed ex membri, compreso Antonio Tajani, e ha esplicitato
il suo incarico anche nella sua dichiarazione di interessi privati. I firmatari
della lettera di protesta sottolineano però che, “sebbene sia un’entità
giuridica separata e né un partito politico europeo né una fondazione, SME
Europe opera di fatto come un’ala di lobbying del Partito Popolare Europeo. Come
stabilito nel suo statuto, SME Europe ‘è la rete politica indipendente di
organizzazioni politiche cristiano-democratiche e conservatrici e pro-business.
Il suo obiettivo principale è contribuire a plasmare la politica dell’Ue in modo
più favorevole alle Pmi‘”.
Questo, a loro dire, si scontra con il ruolo svolto dall’eurodeputato
all’interno della commissione Giuridica del Parlamento Ue, come membro
supplente, e soprattutto come “relatore di taluni requisiti in materia di
rendicontazione di sostenibilità aziendale e di dovere di diligenza
(2025/0045(COD)), una proposta legislativa della Commissione volta, tra le altre
cose, a ridurre l’onere di rendicontazione per le imprese più piccole”. Ciò che
i firmatari sottolineano è che nella sua dichiarazione di consapevolezza di
conflitto d’interesse per l’incarico affidato, Warborn ha pensato che non fosse
necessario menzionare il proprio incarico in SME Europe.
I firmatari continuano poi ricordando le prese di posizione dell’eurodeputato in
occasione delle discussioni sulla proposta: “Nella sua bozza originaria di
relazione della commissione egli ha proposto emendamenti che avrebbero
ulteriormente ristretto l’ambito delle imprese soggette a determinati obblighi
di rendicontazione rispetto alla proposta della Commissione. Durante un
dibattito in plenaria su tale fascicolo il 22 ottobre 2025, Warborn ha
sollecitato gli eurodeputati a votare a favore del mandato per i negoziati
interistituzionali al fine di ‘fornire chiarezza alle imprese europee’,
concentrandosi, tra l’altro, su ‘piccole imprese, medie imprese’. Nel 2025, sia
immediatamente prima sia dopo la sua nomina a relatore, il sig. Warborn ha
partecipato a numerosi eventi organizzati da SME Europe. Il 7 febbraio 2025 ha
parlato a un evento organizzato da SME Europe al Parlamento europeo, dove ha
sottolineato ‘l’urgente necessità di ridurre gli oneri normativi per stimolare
la crescita delle imprese in Europa’ e ha ‘evidenziato che [l’ambito del
Pacchetto Omnibus] rimane limitato, coprendo solo una frazione dei settori e
delle politiche’. Il 29 aprile 2025 ha parlato all’Economic Leadership Forum di
SME Europe. L’agenda corrispondente lo indicava sia come Presidente di SME
Europe sia come Co-Chair dello SME Circle per un punto dell’ordine del giorno e,
tre ore dopo, come relatore per il Primo pacchetto Omnibus di semplificazione
per un diverso punto dell’ordine del giorno”.
Alla luce di tutto ciò, concludono i firmatari della missiva, “riteniamo che la
posizione di Warborn come Presidente di SME Europe, in combinazione con il suo
ruolo di relatore per il fascicolo sopra menzionato, possa costituire un
possibile conflitto di interessi”. Richiesta appoggiata anche dal Movimento 5
Stelle con una dichiarazione dell’europarlamentare Mario Furore: “Questo caso
dimostra ancora una volta che l’Ue è soffocata da vergognosi conflitti di
interesse. Non si può servire l’interesse dei cittadini e poi, al contempo,
quello delle potenti lobby che li vogliono calpestare. Il regolamento sulla due
diligence in voto domani al Parlamento europeo è un regalo alle grandi compagnie
che già oggi soffocano le piccole imprese e gli artigiani con una concorrenza
impari. Noi voteremo contro, la destra invece, a partire da Fratelli d’Italia e
Lega, lo sosterrà dimostrando ancora una volta di essere gli scendiletto di
multinazionali e grandi comitati d’affari”.
L'articolo Ue allenta i controlli ambientali per le aziende, protesta delle
associazioni: “Conflitto d’interessi. Il relatore legato a lobby per le imprese”
proviene da Il Fatto Quotidiano.