Giornata di rincorse in Borsa per Poste e la ex Telecom Italia, Tim, in scia
all’annuncio dell’acquisizione del gruppo di telecomunicazioni da parte della
società di spedizioni che fa capo al ministero dell’Economia direttamente e
tramite la Cassa Depositi e Prestiti. L’offerta di acquisto e scambio (opas)
lanciata da Poste domenica sera prevede una parte in contanti (16,7 centesimi) e
una in azioni (0,0218 azioni di nuova emissione) per un totale di 10,8 miliardi
tra cash e azioni con l’obiettivo di creare un grande gruppo che combinerà
settori finanziari-assicurativi e telecomunicazioni, logistica e servizi
digitali. Ai valori di venerdì scorso l’opas corrispondeva a un premio del 9% e
così sul mercato i titoli si sono allineati con Tim che ha registrato un balzo
del 4,69% a 60 centesimi, mentre Poste è sprofondata del 6,8% a 19,98 euro, con
la capitalizzazione della preda che è salita a 13,6 miliardi mentre quella di
Poste è scesa a 26 miliardi di euro.
E mentre l’amministratore delegato della società di spedizioni, Matteo Del
Fante, chiarisce che “non c’è alcuna intenzione di aumentare l’offerta”, i
piccoli azionisti Tim corrono alla carica chiedendo un rilancio. “È positiva
l’idea di integrare Telecom Italia in un grande polo nazionale delle
infrastrutture digitali e di servizi, che potrebbe valorizzare nel medio periodo
il ruolo strategico di Tim quale asset di sistema del Paese. Tuttavia,
l’associazione – scrive Asati in una nota – ritiene indispensabile che
un’operazione di tale portata sia accompagnata da condizioni chiare, trasparenti
e correttamente remunerative per gli azionisti di minoranza. Il premio
attualmente proposto non riflette pienamente il valore strategico di Telecom
Italia nel nuovo gruppo Poste-Tim, né le potenziali sinergie e gli obiettivi
industriali che sono stati rappresentati come parte integrante del progetto”.
Asati chiede quindi che “il premio per azione sia aumentato in modo sostanziale”
e che “il corrispettivo per la componente in denaro sia notevolmente aumentato”.
La pensa così anche Barclays, i cui analisti ritengono “deludente” il prezzo
messo messo sul piatto da Poste. Mentre da Deutsche Bank, parlano di mossa
“audace” da parte di Poste. Invece Pietro Calì, Executive Partner di Copernico
Sim, ha fatto notare ad Adnkronos come al di là dei corretti adeguamenti dei
prezzi di mercato all’offerta, la logica dietro l’operazione “è quella di
trasformare Tim in una società capace di implementare la transizione digitale
nel Paese”, ma integrare una società di telecomunicazioni con un gruppo come
Poste “non è semplice e le sinergie da 700 milioni totali dovranno essere
dimostrate”. Secondo l’analista, Poste era apprezzata per gli alti dividendi,
per flussi prevedibili e per un rischio tendenzialmente basso, ma, avverte, “con
Telecom questo potrebbe cambiare”. Quello delle telecomunicazioni è un settore
più ciclico e competitivo, con alta complessità industriale. “Penso che il vero
tema non sia sulle valutazioni, ma sull’interpretazione che il mercato dà sulla
futura evoluzione di Poste”. Se il gruppo si muove verso una maggioranza
pubblica più elevata, “il mercato potrebbe iniziare ad avere paura di una Poste
con più logiche di sistema e magari con minore flessibilità stategica e
operativa“. Un altro nodo da sciogliere riguarda l’indebitamento di Tim che a
fine 2025 ammontava a 9,8 miliardi di euro. “Il mercato probabilmente può aver
paura che i flussi di cassa non saranno più stabili come prima e che il
dividendo possa essere meno sostenibile – evidenzia Calì – La stabilità e
prevedibilità di Poste era anche la sua grande forza, ma se si realizza l’opas
potrebbero cambiare quelle dinamiche”. Anche se “è troppo presto per dire che
andrà così”.
Dal punto di vista dei consumatori, Altroconsumo sottolinea invece che
l’operazione rappresenta “uno dei passaggi industriali più rilevanti dell’ultimo
decennio e richiede una valutazione particolarmente attenta” perché “la
concentrazione in un unico soggetto di funzioni critiche come comunicazioni
elettroniche, servizi finanziari, identità digitale, logistica e la convergenza
di grandi volumi di dati personali in un unico soggetto a controllo pubblico
impongono garanzie molto solide su prezzi, qualità, tutela della privacy,
sicurezza dei dati e condizioni di concorrenza effettiva”. Quindi “è essenziale”
che ogni vantaggio industriale generato dall’operazione “sia accompagnato da
impegni chiari, verificabili e trasparenti, affinché le efficienze industriali
si traducano in benefici concreti per i cittadini”.
Poste vuole diventare la piattaforma che connette l’Italia sia fisicamente che
digitalmente e l’acquisizione di Tim è il culmine di questa strategia annunciata
un anno fa con il piano 2024-2028. Il dossier, sostiene Del Fante, era in agenda
già da 5 anni, ma il debito di Tim era ancora troppo alto. Ora invece, con la
vendita della rete telefonica, sembra più gestibile, benché sempre
ragguardevole, considerato che Tim nel 2025 ha generato 519 milioni di utili e
dà lavoro a 25.600 persone. Il piano prevede che le due società non vengano
fuse, assicura Del Fante. “La combinazione crea un valore significativo per
tutti gli azionisti attraverso ricavi incrementali e risparmi di costo
chiaramente identificabili, maggiore scala e leva operativa, un mix di business
diversificato, resiliente e generatore di cassa”, ha detto illustrando
l’operazione agli analisti. Alcune funzioni verranno integrate come il customer
care, la centrale acquisti, il marketing e la comunicazione e la fusione che ci
sarà sarà quella di Poste Mobile in Tim. Ma soprattutto, lontana dalla Borsa e
potendo contare sulla solidità finanziaria e sul cash flow di Poste, “Tim sarà
più aggressiva sul mercato” e potrà “accelerare sul consolidamento”. Il tutto
sotto l’ala dello Stato azionista.
L'articolo Poste punta a una “Tim più aggressiva sul mercato”. Grazie alla
solidità finanziaria e ai flussi di cassa del gruppo di spedizioni proviene da
Il Fatto Quotidiano.
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Ennesimo colpo di scena al Monte dei Paschi di Siena. Quando l’ipotesi di un
ritorno sulla scena di Luigi Lovaglio sembrava ormai tramontata,
l’amministratore delegato uscente della banca toscana messo alla porta dopo i
dissidi con il socio Caltagirone, ha fatto capolino in una lista per il rinnovo
del consiglio di amministrazione presentata da Plt Holding. La società della
famiglia Tortora che possente l’1,2% del Monte ha depositato una lista di
maggioranza di 12 nomi che ricandida l’attuale ad e gli affianca, per l’incarico
di presidente, l’ex presidente di Unicredit Cesare Bisoni.
“L’obiettivo prefissato è il completamento della realizzazione del piano
industriale già disegnato di Banca Monte dei Paschi di Siena, mettendo a
disposizione competenze variegate che possano risultare utili ad accelerare il
pieno dispiegarsi degli effetti dell’operazione “trasformativi” in corso e, al
tempo stesso, a cogliere le opportunità di crescita esterna che dovessero
presentarsi”, spiega una nota secondo la quale i candidati assicurano “coerenza
tra competenze ed obiettivi tracciati, in grado di garantire il perfezionarsi di
un’operazione complessa ed innovativa che richiede conoscenza approfondita delle
due realtà coinvolte e stabilità nella leadership”.
Plt Holding è uno storico azionista di Mediobanca che ha aderito all’offerta di
Siena su Piazzetta Cuccia. Tra gli altri candidati ci sono figure del calibro di
Flavia Mazzarella, nota alle cronache dei vecchi tempi delle nozze tra Unipol e
Fonsai volute da Mediobanca, quando lei era alla vigilanza delle assicurazioni,
l’Isvap. Oggi invece è nel consiglio della Cassa Depositi e Prestiti e del
costruttore Webuild, dopo essere stata alla presidenza di Bper (gruppo Unipol)
fino al 2023. Poi c’è uno storico dirigente di Mediobanca, l’ex vicedirettore
generale Massimo Di Carlo. E ancora il presidente di Banor Sim ed ex ad di Banca
Imi, Carlo Corradini; la consigliera di Cdp Venture Capital Sgr ed esperta di
governance, Livia Amidani Alberti; l’avvocato d’affari Patrizia Albano e l’ex
vice presidente di Stm Investments, Andrea Cuomo. Infine, la professoressa ed
esperta di cybersecurity, Paola Girdinio, il manager della finanza Paolo Massimo
Martelli, ex senior advisor dell’Ifc alla Banca Mondiale, l’ex ceo di Bank of
Alexandria, Dante Campioni e Paola Leoni Borali.
La lista si confronterà con quella presentata nei giorni scorsi dal consiglio di
amministrazione uscente che vede schierati per il ruolo di amministratore
delegato ben tre candidati concorrenti: Fabrizio Palermo, Corrado Passera e
Carlo Vivaldi, con il primo che è ritenuto il favorito del socio forte
Caltagirone, ma che non rientra a pieno nei requisiti previsti dalla Banca
Centrale Europea per il ruolo indicato. Passera invece ci rientra a pieno
nonostante l’indubbio insuccesso di Illimity, la banca da lui fondata e rilevata
da Ifis lo scorso anno. L’ex ministro inizialmente aveva mandato a dire di aver
accettato ma di essere interessato solo al ruolo di presidente. Venerdì, però,
ha dichiarato al Corriere della Sera di essere disponibile anche per la guida
della banca, ma a “determinate condizioni”.
La palla a questo punto passa ai soci che si riuniranno per votare il 15 aprile,
secondo le regole della Legge Capitali varata dal governo Meloni e caldeggiata
da Francesco Gaetano Caltagirone quando era alle prese con le liste del cda
delle Generali che non riusciva a scalfire nonostante le sue posizioni
azionarie. La lista del cda dovrebbe contare sul voto del gruppo Caltagirone
(11,4%), che vi esprime due suoi manager, tra cui il figlio dell’ingegnere
Alessandro Caltagirone che siede nel comitato nomine. Non è invece chiaro se e
come voteranno gli eredi Del Vecchio con la holding Delfin che ha in mano il
17,5% del Monte. Poi ci sono il filogovernativo Banco Bpm (3,7%) e il ministero
dell’Economia con il 4,9%,. Infine il mercato che ha in mano quasi il 60% di
Mps.
L'articolo Lovaglio lancia la sfida a Caltagirone e torna in corsa per il Monte
dei Paschi candidato da un ex socio di Mediobanca proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non solo una “rilevante esperienza bancaria”, ma anche una “chiara autonomia di
giudizio”. È il minimo sindacale che la Banca Centrale Europea vorrebbe leggere
nel curriculum del futuro amministratore delegato del Monte del Paschi di Siena.
La richiesta è precisata in una lettera inviata dalla vigilanza al consiglio di
amministrazione di Mps che, il 4 marzo scorso, si apprestava a scegliere 20 dei
26 candidati selezionati dai consulenti di Korn Ferry già sottoposti al vaglio
(informale) di Francoforte.
Nella lettera si parla di “una approfondita valutazione dell’autonomia di
giudizio” di tutti i componenti del futuro consiglio, della necessità di
inserire nei comitati amministratori “formalmente indipendenti” e di un
amministratore delegato che disponga di una “chiara” autonomia di giudizio e di
una “rilevante esperienza bancaria, riflesso delle sfide del ruolo e della
complessità dell’istituzione”. La quale, va ricordato, non solo si candida a
terzo polo bancario del Paese, ma è anche il primo azionista dell’unico
conglomerato finanziario italiano, Generali, che in quanto tale è sottoposto a
vigilanza rafforzata.
Richieste che, anche senza nominarlo, di fatto tagliano fuori il candidato
favorito dall’azionista Francesco Gaetano Caltagirone, Fabrizio Palermo, nel cui
curriculum non c’è una “rilevante esperienza bancaria”, a meno di non
considerare tale la guida della Cassa Depositi e Prestiti per quattro anni dal
2018 al 2021, quando il manager venne scelto a sorpresa dal governo gialloverde
per fare fuori il candidato di Giovanni Tria, Dario Scannapieco, che era
ritenuto troppo vicino a Mario Draghi. Quanto all’indipendenza, non lo aiuta il
fatto di essere il rappresentante di Caltagirone proprio nel consiglio delle
Generali oltre amministratore delegato della multiutility romana Acea, storica
partecipata del costruttore-editore. Indubbiamente bancaria, invece, la
trentennale ‘esperienza dell’altro candidato, Carlo Vivaldi, che però non ha mai
guidato una banca in prima persona. Grande o piccola che fosse. Quindi resta
solo Corrado Passera. Il quale però ha lasciato il timone di Intesa Sanpaolo ben
15 anni fa e da allora ha all’attivo una disavventura politica e una bancaria.
Oltre alla parentesi ministeriale.
Certo, la Bce riconosce che “la selezione dell’amministratore delegato è una
prerogativa di Mps“, ma la vigilanza si attende “che il piano industriale
approvato dal cda il 26 febbraio 2026”, in particolare “in riferimento
all’integrazione con Mediobanca”, “non debba essere impattato da un possibile
cambiamento nel ruolo dell’amministratore delegato”, che era trapelato il giorno
prima. E così l’istituto di Francoforte ha espresso delle “riserve” sul processo
di selezione dei candidati della lista del cda di Mps, condotto in “tempi
stretti” e “in parallelo ad altre importanti attività come l’approvazione del
piano industriale” e che ha portato a valutare la “maggior parte dei candidati”
con “punteggi alti“, anche in presenza di “un livello e una qualità di
esperienza molto diversi”. Questo “solleva preoccupazioni” sul fatto che il
processo di selezione “sia stato adeguatamente rispettato” e sul rischio che
“possa portare a un deterioramento nella composizione del cda”.
L'articolo La Bce taglia fuori il candidato forte di Caltagirone per Mps: “A
Siena ceo indipendente e con forti esperienze bancarie” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non c’è pace a Siena, dove l’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Luigi
Lovaglio, sarà messo alla porta nonostante i suoi ottimi servigi. Il banchiere
che dopo aver risanato il Monte ha portato a termine la conquista di Mediobanca
e, quindi, delle Generali, non è gradito al socio forte Francesco Gaetano
Caltagirone, si sa. Nonostante i toni subordinati delle telefonate con il
costruttore-editore captate dagli inquirenti nel corso delle indagini sulla
scalata di Piazzetta Cuccia, Lovaglio non ha fatto mistero di avere una certa
autonomia di pensiero sulla gestione della banca e della preda appena
conquistata. Ora però non gode più dell’ombrello del ministero dell’Economia,
che pure gli ha rinnovato la sua fiducia e gratitudine per il risanamento di
Siena, ma “il ruolo del governo è terminato”, come ha sintetizzato Giorgia
Meloni nei giorni scorsi, annunciando che l’esecutivo non avrebbe partecipato
alla scelta del nuovo vertice della banca toscana, benché il dicastero di
Giancarlo Giorgetti abbia in mano il 4,9% dell’istituto. Una scelta, quella di
farsi da parte, più che opportuna dopo l’inchiesta giudiziaria sulla scalata a
Mediobanca condita dalle indagini per insider trading a carico dell’ex
rappresentante del Tesoro nel consiglio di Mps.
La defenestrazione è stata agevolata dalla richiesta della Banca Centrale
Europea di inserire dei nomi di “altissimo profilo” nella lista dei candidati al
nuovo consiglio di amministrazione di Mps, che viene promossa dal cda uscente
con le nuove regole varate dal governo Meloni negli anni in cui Caltagirone
usciva perdente dai tentativi di mettere le mani sul board delle Generali che si
auto-rinnovava con il placet di Mediobanca. E così nei giorni scorsi sono
spuntati, tra gli altri, i nomi di Fabrizio Palermo e Corrado Passera.
Inizialmente accanto a Lovaglio e poi da soli, come candidati alternativi per il
ruolo di capo azienda.
Il primo è un uomo che, nonostante il carattere notoriamente spigoloso, gode
della piena fiducia di Caltagirone che l’ha nominato suo rappresentante nel
consiglio delle Generali. Amministratore delegato di Acea, la società romana
dell’acqua e della luce di il costruttore-editore ha in mano il 5% circa,
Palermo è in procinto di concludere un mandato che si era aperto con il clamore
delle accuse di sessismo da parte di alcune addette alla sicurezza che
un’inchiesta svolta dal comitato etico interno aveva però definito infondate,
tanto che il consiglio di amministrazione gli aveva prontamente rinnovato la
fiducia. Ma il titolo per l’alto profilo non gli viene da Acea, bensì dal ruolo
di amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti che era riuscito a
conquistare a sorpresa nel 2018. Ex ministro con Mario Monti e prima ancora ex
amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Passera è senz’altro più noto di
Palermo al grande pubblico. Peccato che sia reduce dal disastro Illimity, la
banca che è appena stata comprata dal cugino di John Elkann per 300 milioni di
euro, un quarto di quanto valeva quattro anni prima, complice un’errata
valutazione dei rischi connessi all’acquisto di pacchetti di crediti relativi a
contenziosi tra imprese costruttrici ed enti pubblici. Accompagna il tandem il
nome dell’ex capo di Lovaglio in Unicredit, Carlo Vivaldi. Ma non sono in pochi
a scommettere su Palermo. Tanto più che Passera avrebbe voluto fare il
presidente, ruolo per il quale è stato ricandidato il presidente uscente Nicola
Maione.
L'articolo Ribaltone al Monte dei Paschi: defenestrato l’amministratore delegato
Lovaglio sgradito a Caltagirone (e indagato con lui) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il presunto accordo tra Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio
sulla conquista di Generali e, lungo la strada, di Mediobanca, risalirebbe al
2019, quando il patron di Luxottica era ancora in vita. Lo ha dichiarato il
procuratore di Milano, Marcello Viola, nel corso di un’audizione della
commissione di inchiesta sul sistema bancario. Secondo quel che è stato
ricostruito dalla procura, ha detto il magistrato, l’intesa tra i due miliardari
che viene ipotizzata dalle indagini sul caso “troverebbe origini addirittura dal
2019, allorquando si era registrato un avvicinamento strategico tra i due soci
mediante il parallelo rafforzamento delle rispettive partecipazioni azionarie,
pur in assenza di patti formali o di una dichiarazione di un’azione concertata”.
Che per legge andrebbe invece dichiarata. Con tutta una serie di obblighi
conseguenti, come per esempio quello del lancio di una costosa offerta pubblica
di acquisto sulla società target al superamento (congiunto) di determinate
soglie azionarie. Mentre l’azione nell’ombra penalizza gli altri soci, inclusi i
piccoli risparmiatori che nel caso di Generali non sono pochi. Senza contare
tutti i potenziali veti incrociati delle autorità di vigilanza che vengono
aggirati.
Quindi “quantomeno a partire dal 2019 e fino al 2024 si è assistito a un
costante investimento a scacchiera in Mediobanca e Generali da parte di Delfin e
del gruppo Caltagirone”, senza conseguire “gli obiettivi di controllo”
prefissati. “L’insuccesso del proposito“, poi, avrebbe portato poi i due gruppi
a cambiare strategia: puntare al controllo di Mediobanca funzionalmente
all’obiettivo su Generali, coinvolgendo Mps. E ad orchestrare l’offerta pubblica
di scambio sulla banca d’affari fondata da Enrico Cuccia “omettendo” di
comunicare “al mercato e alle autorità”, “l’esistenza di un accordo” in tal
senso. In altre parole, secondo Viola tra Delfin e Caltagirone c’era una
“volontà comune di ottenere il controllo delle Generali” fin dal 2019 e in
occasione dell’offerta su Mediobanca da parte del Monte dei Paschi di Siena c’è
stato un “saldarsi di interessi di vecchia data con quelli più recenti di Mps
senza rendere trasparente al mercato la saldatura di questi interessi”. Inoltre,
tra gli osservatori finanziari “nessuno è sembrato dubitare che le posizioni”
dei due gruppi “non costituissero dei semplici e occasionali parallelismi frutto
di iniziative indipendenti e solo casualmente omogenee, bensì una strategia
consapevole e coordinata“. Che secondo la procura di Milano era “esistente”.
Secondo quanto precisato dal procuratore aggiunto di Milano, Roberto Pellicano,
l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Luigi Lovaglio, poi, ha
dato un “supporto materiale fondamentale al concerto” nell’operazione su
Mediobanca, pur senza essere azionista delle società coinvolte. “Quindi la sua
posizione è quella di concorrente esterno”. Affermazione alla quale ha
prontamente replicato il legale del banchiere, Giuseppe Iannaccone, per
“esprimere con assoluta chiarezza la mia ferma convinzione circa la piena
correttezza del comportamento tenuto dal Dott. Luigi Lovaglio. Gli atti e la
documentazione che ho esaminato confermano, a mio avviso in modo inequivocabile,
che egli ha operato nel rigoroso rispetto della legge e nel costante
perseguimento dell’interesse della Banca. Non ho alcun dubbio che la totale
estraneità del Dott. Luigi Lovaglio a qualsiasi ipotesi di reato emergerà, con
assoluta chiarezza, quanto prima”.
Quanto al ministero dell’Economia, “è chiaro che noi nel corso dell’indagine
abbiamo visto e abbiamo anche criticato l’Abb (la vendita del 15% del
Montepaschi che il Tesoro ha fatto a novembre 2024 consegnando il pacchetto a
Caltagirone, eredi Del Vecchio e Banco Bpm, ndr) fatta in maniera tale da
rendere destinatari di quel pacchetto di azioni soggetti determinati“. Tuttavia,
ma “alla domanda se questo tipo di condotta è incriminabile” e cioè se il
ministero di Giancarlo Giorgetti “con questa dismissione” vuole “governare Mps,
Mediobanca e forse un domani Generali”, “la risposta è stata no”, ha detto
Pellicano. “Non c’è niente che faccia pensare che il Mef possa esser oggetto di
indagine in quanto tale“, ha aggiunto. “Non perseguiamo enti, tantomeno enti
pubblici, per il semplice fatto che la fattispecie” di reato che sta muovendo la
procura sul patto occulto “non punisce enti pubblici, non punisce sfere di
influenza, non punisce atteggiamenti che mirano ad avere un potere politico su
certi istituti bancari, ma punisce eventualmente i soggetti che mirano al
governo concreto della società attraverso acquisti” di partecipazioni rilevanti,
“quando non dichiarino che entrano in società come effettivi protagonisti e come
soggetti che vogliono effettivamente avere un peso nella gestione”.
Normativa che è in divenire, vista la riforma in corso sul Testo unico della
finanza che ha appena visto il varo della riforma del sistema sanzionatorio.
Tuttavia, secondo i magistrati anche le recenti modifiche normative “non
potrebbero cambiare la carte in tavola e incidere sull’esito del processo”, come
ha sintetizzato il presidente della commissione parlamentare di inchiesta sulle
banche, Pierantonio Zanettin, dopo le audizioni.
L'articolo Per la procura di Milano Caltagirone e Del Vecchio erano d’accordo su
Generali fin dal 2019. “Mef? Criticabile ma non perseguibile” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il governo laburista britannico ha annunciato la nomina di Doug Gurr, ex
dirigente del colosso americano Amazon, a presidente in via permanente della
Competition and Markets Authority (Cma), l’autorità antitrust del Regno Unito.
Gurr era stato designato ad interim un anno fa e ora l’esecutivo guidato dal
premier Keir Starmer ha deciso di affidargli un mandato pieno.
La scelta conferma la linea dell’attuale governo di apertura verso i giganti
tecnologici statunitensi, almeno sul piano strettamente commerciale. Un
orientamento che si distingue dalla posizione dura assunta nei confronti di Elon
Musk e del suo social network X per la diffusione di deepfake sessuali generati
dall’intelligenza artificiale, ritenuti in violazione dell’Online Safety Act, la
legge britannica a tutela dei minorenni su internet.
Gurr, che è stato presidente di Amazon Cina tra il 2014 e il 2016 e poi
direttore del gruppo nel Regno Unito fino al 2020, “è stato ora scelto per
ricoprire un mandato completo di cinque anni”, si legge in una nota del
ministero del Commercio. Prima della formalizzazione definitiva della nomina,
l’ex top manager dovrà comunque sottoporsi a un’audizione parlamentare di
prassi.
La decisione dell’esecutivo arriva dopo l’annuncio di un periodo di
consultazione volto ad accelerare l’approccio normativo del Paese
nell’approvazione delle fusioni tra grandi società, nel solco dello slogan di un
Labour “aperto al mondo del business” promosso dal moderato Starmer. Il premier,
tuttavia, è già finito sotto accusa per alcune nomine nell’ambito dello scandalo
Mandelson-Epstein ed è stato criticato anche per aver respinto di recente
quattro candidati alla guida dell’autorità garante della Comunicazione, Ofcom.
Intanto crescono le voci su un possibile ritorno sulla scena di una figura
politica del passato come la baronessa laburista Margaret Hodge, finita al
centro di numerose polemiche.
L'articolo Regno Unito, un ex dirigente Amazon come presidente dell’Antitrust:
Starmer dà mandato di cinque anni a Doug Gurr proviene da Il Fatto Quotidiano.
Leonardo Maria Del Vecchio ha scritto alla cassaforte Delfin e agli altri soci
per annunciare che vuole rilevare il 25% che fa capo ai fratelli Luca e Paola.
La mossa, anticipata da Repubblica, arriva a tre anni e mezzo dalla scomparsa di
Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, e punta a sbloccare una situazione
che si protrae da allora “in rispetto della volontà del padre”. Una eventuale
trattativa sarebbe comunque a sconto rispetto al valore attuale della holding. A
valori di mercato il 25% di Delfin vale circa 14 miliardi di euro.
In un’assemblea di fine ottobre 2025 i due fratelli avevano chiesto di poter
trasferire le proprie quote in una società separata al fine di renderle
negoziabili e bancabili. Ma solo cinque soci su otto avevano dato il via libera
e così Luca e Paola si erano rivolti al giudice del Lussemburgo affinché
definisse un prezzo a cui il trasferimento potesse essere effettuato. La legge
lussemburghese impedisce infatti un divieto a vita di uscire da una compagine
societaria.
Leonardo Maria, secondo Repubblica, vuol sbloccare la successione facendo uscire
dalla compagine societaria i soci dissenzienti, Luca, Clemente e Paola, che con
l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario hanno congelato tutto.
L'articolo Leonardo Maria Del Vecchio vuol rilevare le quote di due fratelli in
Delfin per sbloccare l’eredità del padre proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il rapporto opaco tra la Commissione Ue e i media, raccontato da Ivo Caizzi per
il Fatto, sta emergendo sempre più nettamente anche per vicende che si svolgono
fuori dai confini italiani. Nei giorni scorsi la testata europea Euractiv con
una poderosa inchiesta ha svelato che nel corso di 15 anni la Ue ha finanziato
con 352 milioni Euronews, l’ex tv europea attiva da 33 anni e comprata da poco
da una famiglia di imprenditori portoghesi sempre più vicini a Orban e a vari
autocrati del Golfo e dell’Asia centrale, oltre che ai regimi di destra dei
Balcani e dell’Europa orientale, che oggi sono tra i suoi principali clienti e
ne sostengono i bilanci. Nel frattempo i tagli alla redazione ma anche le
interferenze e le censure al lavoro dei giornalisti sono diventate la norma.
Così il progetto di creare un canale democratico europeo, una sorta di Cnn del
Vecchio Continente con una estesa rete internazionale, si è trasformato
paradossalmente grazie i soldi della stessa Unione Europea in un megafono dei
nemici del pluralismo e della democrazia.
Mancano molti dati sul passato dei bilanci di Euronews perché non sono
disponibili cifre precise sull’ammontare dei fondi pubblici ricevuti
dall’emittente nei suoi primi 18 anni di attività, ma anche basandosi su stime
prudenti, la spesa totale della Ue per Euronews dalla sua nascita renderebbe la
rete di gran lunga l’organizzazione mediatica più sovvenzionata nella storia
dell’Unione. Solo negli ultimi 15 anni, comunque, l’esecutivo di Bruxelles ha
impegnato oltre 350 milioni a sostegno del’emittente. Solo l’anno scorso ha
versato 12 milioni. Nel 2024, la tv ha tagliato i costi operativi di oltre un
quarto, portandoli a 30 milioni, e i costi del personale di quasi un quinto,
riducendoli a 39 milioni dopo che la redazione era stata già quasi dimezzata nel
2022. Dalla sua fondazione la tv ha registrato perdite per 180 milioni e lo
scorso anno il suo debito totale ha raggiunto i 103,5 milioni, inclusi 19
milioni di fatture non pagate. Euronews afferma che nel 2025 ha avuto il record
dei ricavi a oltre 77 milioni ma il record è invece di alcuni anni fa.
Quando Euronews andò in onda nel 1993, era sostenuta da numerose emittenti
pubbliche e godeva del sostegno politico dei leader di tutto il continente.
Tuttavia, anche al suo apice, il sostegno pubblico non è mai stato sufficiente
per competere in un mercato televisivo ad alta intensità di capitale. Il canale,
di cui l’ex Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker scherzava
dicendo di essere l’unico spettatore, un tempo affermava di raggiungere 7
milioni di spettatori al giorno. Ora non divulga più questi dati, ma analisi di
mercato confermano un’audience molto più modesta.
Fondata a Lione nei primi anni ’90, Euronews voleva proporsi come voce europea
in un panorama mediatico dominato dalle emittenti americane. Nel 2011, gestiva
più di 30 sedi in tutto il mondo, con una presenza che si estendeva da
Washington e Pechino al Medio Oriente e all’Africa, un progetto che, secondo i
critici, ha fatto più per garantire spazio mediatico ai leader della Ue che per
costruire un’emittente globale con un’ampia portata di pubblico. Poi però i
conti sono franati. Dagli anni 2010, gli azionisti hanno incluso emittenti
televisive collegate allo Stato provenienti da Russia, Turchia e Marocco. La
svolta decisiva è avvenuta nel 2015, quando il miliardario egiziano Naguib
Sawiris ha assunto il controllo di maggioranza, affiancato da Nbc News, che
deteneva una quota di minoranza. Per la prima volta, la rete era sotto controllo
privato. La società Alpac Capital del finanziere portoghese Pedro Vargas David,
attiva nel settore dei media lusitani, nel 2022 ha acquisito Euronews con il
supporto di un associato di Orbán. David ne è divenuto presidente e principale
investitore. Mário David, padre di Pedro ed ex eurodeputato portoghese, è
confidente del primo ministro ungherese Viktor Orbán. Pedro Vargas David è un
finanziere che ha partecipato all’acquisizione di Vodafone Ungheria, ampiamente
considerata dagli analisti come parte del più ampio sforzo di Orbán per
consolidare l’influenza sui media nazionali.
A fronte di un crescente controllo politico, i finanziamenti della Commissione
si sono gradualmente ridotti: oggi il sostegno dell’UE rappresenta ora meno del
15% delle entrate di Euronews, in calo rispetto al 20-32% registrato tra il 2022
e il 2024. A tenere in piedi oggi Euronews, secondo Euractiv, è una combinazione
di tagli radicali ai costi, finanziamenti della Ue e nuove iniziative
commerciali con regimi autoritari, i loro investitori, lobbisti e i loro media,
con partnership in Azerbaigian, Kazakistan, Uzbekistan, Qatar e Cina, tra cui
accordi di sponsorizzazione con il canale statale Cgtn in seguito ad accordi
commerciali con le autorità statali. Tra i nuovi sostenitore della tv c’è
l’autoritario presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, che ha ereditato il
controllo dell’ex repubblica sovietica da suo padre nel 2003. Aliyev è uno dei
dittatori più famigerati della regione. A più di trent’anni dal crollo
dell’Unione Sovietica, l’Azerbaigian non ha ancora una stampa libera, libere
elezioni o qualcosa che assomigli a un regime democratico. Aliyev è stato
intervistato non meno di quattro volte da Euronews dal 2023. In una di queste ,
ha liquidato il Washington Post e il New York Times come “fake news”,
un’affermazione che non è stata contestata dal moderatore di Euronews: “Riuscite
a immaginare? Hanno pubblicato decine di articoli definendomi un dittatore”.
Solo negli ultimi due anni, le autorità azere hanno arrestato quasi 30
giornalisti e operatori dei media con “false accuse”, riferiscono le
organizzazioni per i diritti umani. Emerge poi il ruolo del ministro della
cultura azero Adil Karimli, che ha definito “di lunga data” la “collaborazione”
tra il suo Paese ed Euronews. La collaborazione di Euronews con l’emittente
azera Anewz offre un’ulteriore finestra sulla natura dei suoi rapporti con Baku.
Secondo i media locali dell’opposizione, Anewz ha stretti legami con il governo
e la compagnia petrolifera statale Socar. Anewz non ha risposto alla richiesta
di commento di Euractiv. I giornalisti e i dirigenti dell’emittente sono stati
ospiti fissi del forum annuale sui media a Shusha, la capitale culturale del
Nagorno-Karabakh, la regione montuosa da cui l’esercito di Aliyev ha costretto
100mila armeni a fuggire nel 2023, un esodo che il Parlamento europeo ha
definito “pulizia etnica”.
Nel 2024, i contratti annuali con Azerbaigian, Kazakistan e Uzbekistan per
“riviste sponsorizzate” – clip televisive a pagamento – hanno contribuito per
circa 18 milioni al fatturato annuo di Euronews. Due anni fa l’Azerbaigian è
stato tra i primi 10 clienti pubblicitari di Euronews, insieme al gruppo
ungherese New Land Media e all’Ufficio nazionale del Turismo del Marocco.
Sebbene la nuova attività abbia contribuito a migliorare i profitti
dell’emittente, la strategia ha anche sollevato interrogativi all’interno della
redazione, chiedendosi se la dirigenza abbia sacrificato l’integrità editoriale
di Euronews, scrive Euractiv. Un gruppo di 48 dipendenti a giugno ha scritto una
lettera anonima a David: “La consolidata indipendenza editoriale di Euronews
sembra intaccarsi. Abbiamo ripetutamente subito interferenze nel nostro lavoro,
che hanno portato ad autocensura e ritardi nella copertura mediatica. Questo non
solo compromette i nostri standard giornalistici, ma mina anche la nostra
credibilità”.
Euractiv ha contattato più volte i dirigenti di Euronews per chiedere un
commento sulla sua inchiesta. Non ha ricevuto risposta nemmeno da Claus Strunz,
ex caporedattore del quotidiano tedesco Bild che l’anno scorso ha assunto il
doppio ruolo di amministratore delegato e direttore editoriale di Euronews. Ma
l’inchiesta svela che le pratiche di finanziamento da parte di dittatori e
regimi illiberali non riguardano solo Euronews: “Sotto la precedente proprietà,
Euractiv ha regolarmente stretto accordi commerciali con regimi autoritari,
anche se mai della portata di Euronews. In seguito all’acquisizione di Euractiv
nel 2023 da parte di Mediahuis, il gruppo con sede ad Anversa, la nuova
dirigenza dell’organizzazione ha ridotto tali accordi, insieme ai progetti che
si basano sui finanziamenti dell’Ue”. Chi abita in una casa di vetro come quella
dei media faccia attenzione a iniziare a tirare pietre, insomma.
L'articolo Euronews, la tv che ha incassato 352 milioni dalla Commissione Ue e
ora sostiene Orbàn e vari autocrati proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una nuova inchiesta della Procura di Milano su Amazon. I magistrati indagano
su una presunta evasione fiscale di alcune centinaia di milioni tra il 2019 e il
2023 da parte del colosso tecnologico statunitense. Su delega della procura –
come ha anticipato Reuters – la Guardia di Finanza di Monza ha effettuato una
serie di perquisizioni nella sede italiana della società guidata da Jeff Bezos
ed anche nelle abitazioni di 7 manager e negli uffici della società di revisione
Kpmg (non indagati).
La contestazione riguarda una presunta “stabile organizzazione occulta” in
quanto la multinazionale avrebbe operato e prodotto redditi in Italia. Al centro
dell’indagine c’è Amazon EU Sarl (la principale società del gruppo, con sede in
Lussemburgo, che gestisce le vendite e le operazioni di e-commerce nei paesi
europei, inclusa l’Italia) e sulla sua amministratrice Barbara Scarafia, con
l’accusa di omessa dichiarazione dei redditi. Secondo i pm, Amazon avrebbe avuto
una base permanente non dichiarata in Italia dal 2019 al 2024 e, di conseguenza,
avrebbe dovuto pagare più tasse nel Paese. Nell’agosto del 2024, infatti, il
gruppo ha aderito a un programma di “adempimento collaborativo” con l’Agenzia
delle Entrate e ha iniziato a pagare le tasse in Italia.
Sulla base delle indagini e delle dichiarazioni dei testimoni – sottolinea
Reuters – nel 2024 Amazon EU Sarl avrebbe licenziato e riassunto 159 dipendenti
di un’altra società del gruppo, che i pubblici ministeri ritengono costituisse
fino ad allora una stabile organizzazione in Italia. Nel corso delle
perquisizioni sarebbero state sequestrati computer e altri dispositivi
informatici appartenenti ai dirigenti. La perquisizione alla Kpmg, che non è
indagata, sarebbe stata motivata dal fatto che questa società è stata tra quelle
che hanno fornito un parere sulle azioni al centro dell’inchiesta.
Non è la prima volta che Amazon finisce sotto i riflettori della Procura di
Milano. Lo scorso dicembre Amazon si è accordata con l’Agenzia delle Entrate per
chiudere le contestazioni su presunte condotte illecite realizzate tra il 2019 e
il 2020, concordando di pagare 511 milioni di euro. La Procura di Milano aveva
contestato una frode fiscale da 1,2 miliardi di euro sotto forma di evasione
dell’Iva dovuta dai venditori cinesi che utilizzano il suo marketplace. Sommando
sanzioni e interessi, aveva calcolato che il colosso dell’e-commerce avrebbe
dovuto versare al fisco italiano un cifra intorno ai 3 miliardi. Grazie
all’accordo il gruppo di Jeff Bezos è riuscito a ottenere un notevole sconto.
Rimangono invece ancora aperte altre due indagini sul colosso statunitense, una
delle quali riguarda presunte irregolarità nella movimentazione di prodotti
giunti dalla Cina sui quali non sarebbero stati pagati l’Iva e i dazi doganali:
l’indagine ipotizza che Amazon abbia agito come una sorta di “cavallo di troia“,
consentendo alle merci di circolare nel Paese senza la tassazione appropriata.
L'articolo Nuova indagine della Procura di Milano su Amazon per evasione
fiscale: “Perquisite anche le case di 7 manager” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Le principali banche italiane hanno usato, nei conti 2025, lo ‘sconto’ previsto
dalla legge di Bilancio per liberare le riserve di capitale accantonate nel 2023
al posto della tassa sugli extraprofitti. E hanno di conseguenza versato al
fisco poco più di 1,8 miliardi di euro. Scorrendo i bilanci diffusi dagli
istituti di credito in questi giorni emerge, in maniera più o meno evidente,
l’utilizzo della misura allo scopo di beneficiare dell’aliquota agevolata del
27,5% concessa solo per quest’anno, con un risparmio aggregato di circa 800
milioni. Il meccanismo previsto contempla infatti un’aliquota che cresce negli
anni per stimolare l’affrancamento da parte delle banche dei 6,8 miliardi di
riserve, con conseguente incasso immediato per le casse statali.
Una decisione agevolata dai buoni conti 2025 del comparto, grazie anche ai tassi
di interesse Bce stabili che assicurano margini ancora di tutto rispetto. Anche
per questo il capitale ‘liberato’ e distribuito ai soci non mette a rischio la
solidità patrimoniale. La manovra ha previsto per gli istituti diversi aggravi
(fra cui l’aumento Irap e il differimento della deducibilità fiscale) per un
valore complessivo di circa 10 miliardi di euro nei prossimi tre anni. La Lega
avrebbe voluto interventi più incisivi e penalizzanti.
Il capitale arriva dalla decisione di accumulare le riserve al posto del
pagamento della tassa sugli extraprofitti nel 2023. Un provvedimento introdotto
a sorpresa dal governo quell’estate e che poi, su pressione della Bce, era stato
modificato dando appunto agli istituti di credito l’opzione di costituire delle
riserve patrimoniali. Con la legge di Bilancio 2026, che ha previsto anche altre
misure a carico del settore a partire dall’aumento dell’aliquota Irap,
l’esecutivo e poi il Parlamento hanno previsto un’aliquota agevolata per indurre
l’affrancamento. Nel bilancio 2025 quindi varie banche hanno comunicato di aver
scelto quella strada. Intesa Sanpaolo mostra 570 milioni di euro “di contributo
straordinario sulla “riserva extraprofitti” a carico del capitale”. Il gruppo
Bpm un versamento di 104,7 milioni (104,0 milioni per Banco Bpm e 0,7 milioni
per Banca Aletti), Credem parla di “un impatto di circa 11 bps derivante
dall’affrancamento” che corrisponderebbero a 26 milioni di euro. Banca
Mediolanum di 18,5 milioni di euro, Fineco parla di iscrizione di una riserva
negativa di 8,4 milioni. Per Bper stando a quanto scriveva nel bilancio 2023
dovrebbe versare 87 milioni.
Nei prossimi giorni alzeranno il velo sui bilanci anche Unicredit, lunedì, e Mps
il giorno seguente. La prima, secondo quanto si ricava dai calcoli del sindacato
bancario Uilca, aveva accantonato 1,1 miliardi con un versamento con l’aliquota
agevolata pari a quasi 310 milioni di euro mentre per l’istituto senese si
indicavano 313 milioni (86 milioni l’imposta).
L'articolo Le banche liberano riserve di capitale per avere lo sconto fiscale
concesso in manovra: versano 1,8 miliardi (risparmiando 800 milioni) proviene da
Il Fatto Quotidiano.