La corsa dell’oro che aveva infiammato i mercati finanziari a inizio anno si è
improvvisamente trasformata in una brusca retromarcia. Dopo settimane di
acquisti massicci e massimi storici, il metallo giallo ha registrato
un’inversione di tendenza netta, con vendite diffuse e prezzi in caduta, segnale
di una fase di forte volatilità che coinvolge anche l’argento.
Negli scambi asiatici le quotazioni del lingotto sono scese di oltre il 7%, fino
a 4.506 dollari l’oncia. Ancora più marcata la contrazione dell’argento, che ha
perso il 10%, attestandosi intorno ai 76 dollari l’oncia. Un arretramento
significativo che interrompe un rialzo che, solo poche settimane fa, aveva
portato i preziosi su livelli record.
Eppure il quadro recente raccontava tutt’altro scenario. A gennaio questi
materiali avevano toccato nuovi picchi storici, sostenuti soprattutto dalle
mosse delle banche centrali, impegnate ad aumentare le riserve di lingotti, e
dalla ricerca di asset difensivi da parte degli investitori. In un contesto
segnato da tensioni geopolitiche e incertezze finanziarie, l’oro aveva infatti
consolidato il proprio ruolo di bene rifugio.
L'articolo Oro, dopo i prezzi record scatta la retromarcia: crollano le
quotazioni sui mercati asiatici proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Investimenti
di Enrico D’Elia e Mario Tiberi
In Europa si sta finalizzando l’“Unione dei risparmi e investimenti” per un
migliore utilizzo delle ingenti risorse finanziarie accumulate dalle famiglie.
L’approccio europeo prevede, tra l’altro, incentivi agli investimenti diretti
delle famiglie nelle imprese, sull’esempio dei “Conti di risparmio e
investimento” scandinavi, che peraltro ha soprattutto una valenza fiscale.
Il presupposto è che i mercati finanziari funzionino in modo efficiente e che le
famiglie siano in grado di gestire i propri risparmi meglio degli intermediari
ai quali si affidano abitualmente. Purtroppo entrambi questi argomenti sono
fallaci e quindi la nuova Unione potrebbe rivelarsi controproducente sia per le
famiglie che per le imprese. Se ne è discusso, tra l’altro, in un recente
convegno promosso dal Gruppo Federico Caffè e il Cerste, ospitato dal parlamento
europeo.
In un mercato efficiente, per definizione, nessuno potrebbe guadagnare da un
semplice scambio di beni senza trasformazioni, altrimenti in uno stesso momento
coesisterebbero più prezzi per lo stesso bene. Ora, se c’è un mercato in cui
abbondano (e fanno profitti) proprio i puri intermediari è proprio quello
finanziario. È improbabile che le famiglie riescano a gestire efficacemente il
proprio patrimonio su mercati di questo tipo, visto che, secondo l’ultima
edizione dell’indagine Eurobarometro, solo il 26% delle famiglie europee ha una
cultura finanziaria elevata e quasi altrettante ne hanno una insufficiente.
I mercati finanziari (e molti altri) funzionano così male perché le informazioni
a disposizione di chi vi opera sono fortemente asimmetriche, proprio come accade
nello scambio di auto usate. In mercati di questo tipo si verificano almeno due
situazioni molto pericolose: la selezione avversa e l’azzardo morale. Il primo
fenomeno consiste nel fatto che, quando le caratteristiche dei beni scambiati
non sono completamente osservabili, i prezzi non misurano più la loro qualità.
Nel caso degli asset finanziari è difficile valutare rischio, affidabilità
dell’emittente, rendimenti futuri, liquidità, ecc. In casi simili potrebbero
essere esclusi dal mercato proprio coloro che offrono i prodotti migliori a
prezzi più elevati, lasciando sulla piazza i peggiori solo perché propongono
prezzi più bassi. A loro volta, i risparmiatori più prudenti rischiano di pagare
troppo per prodotti scadenti illudendosi che un prezzo elevato segnali una
qualità migliore.
L’azzardo morale riguarda invece l’incentivo delle parti ad assumersi rischi
maggiori dopo la sottoscrizione del contratto. È il tipico caso di un guidatore
che si comporta in modo più imprudente contando sull’indennizzo assicurativo.
Non si tratta di truffe, ma di comportamenti del tutto fisiologici e legittimi.
Le famiglie meno informate e formate potrebbero incorrere in prodotti finanziari
che promettono rendimenti elevati ma nascondono rischi difficilmente
percepibili, penalizzando invece gli impieghi più sicuri, ma apparentemente meno
redditizi. Il problema è letteralmente esploso con la diffusione delle
criptovalute e dei derivati.
Questa distorsione può indurre le imprese ad emettere titoli ad alto reddito e
alto rischio, inadatte ad operatori non professionali, piuttosto che azioni e
obbligazioni meno remunerative ma più sicure e dedicate alle famiglie. Purtroppo
questo problema non si può risolvere prevedendo delle garanzie pubbliche contro
le perdite, perché simili “assicurazioni”, specialmente se generose, possono
rendere troppo imprudenti i risparmiatori, facendo scattare il meccanismo
dell’azzardo morale. Le tipiche distorsioni dei mercati finanziari possono
dunque compromettere la riuscita del piano europeo.
Già all’inizio degli anni Settanta, Federico Caffè ammoniva che il mercato
finanziario favoriva “non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di
tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e
sprovvedute di risparmiatori in un quadro istituzionale che di fatto consente e
legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro
peculi”. Tuttavia, ci sono alcuni provvedimenti che possono attenuare gli
effetti delle distorsioni dei mercati finanziari. Uno, già previsto dal piano, è
lo sviluppo di servizi di formazione finanziaria e di consulenza davvero
indipendenti dedicati a famiglie e imprese. Tra questi dovrebbe figurare una
solida agenzia di rating pubblica della Ue, dotata di un organico di alto
livello, in grado di analizzare in modo davvero indipendente l’andamento dei
mercati finanziari mondiali, senza incorrere nei clamorosi conflitti di
interesse di quelle private. Essa dovrebbe fornire gratuitamente e
sistematicamente informazioni affidabili a risparmiatori e imprese su attività e
strumenti finanziari pubblici e privati.
Sarebbe opportuno che il piano della Ue prevedesse simili reti di protezione
prima di incentivare gli investimenti delle famiglie e il finanziamento delle
imprese fuori dal circuito bancario, nonché l’emissione di titoli di debito
comune europeo, anche al di là dell’attuale discutibile piano di riarmo.
L'articolo Perché la nuova Unione dei risparmi e investimenti potrebbe rivelarsi
controproducente per famiglie e imprese proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela “ha minato un principio
fondamentale del diritto internazionale”, ha detto l’Alto Commissario Onu per i
Diritti Umani. È “una chiara violazione dell’articolo 2 della Carta delle
Nazioni Unite”, hanno aggiunto gli esperti Onu. In attesa degli eventi in
Groenlandia e in altri Paesi minacciati da Trump – che ha detto di non curarsi
del diritto internazionale perché gli basta la sua morale personale – gli Usa
sono diventati uno “Stato canaglia”, almeno dal punto di vista della
sostenibilità? Vale la pena chiederselo perché gli interventi militari hanno
costi astronomici. E gli Stati li finanziano anche emettendo titoli sui mercati
finanziari. Titoli soggetti non solo ai rating (valutazioni del merito di
credito) tradizionali ma anche a quelli Esg, che valutano le dimensioni sociali,
ambientali e di governance.
I T-bond, le obbligazioni degli Stati Uniti, sono considerati i più sicuri al
mondo, ma sono anche sostenibili? È coerente che investitori istituzionali che
dichiarano di praticare la finanza sostenibile li tengano in portafoglio? Potrà
stupire, ma c’è chi agli Usa aveva affibbiato l’etichetta di “Stato canaglia”
della sostenibilità già da un pezzo. Lo spiega Aldo Bonati, Stewardship e Esg
Networks Manager in Etica Sgr (Gruppo Banca Etica): “Per noi gli Usa non sono
mai stati investibili. La nostra metodologia combina i dati di vari information
provider, con decine di indicatori, ma assegna un peso molto importante
soprattutto ad alcuni aspetti: pena di morte, libertà civili e diritti politici,
libertà di parola e di stampa. Gli Usa, come il Giappone, sono out per la pena
di morte. E per la mancata ratifica di convenzioni internazionali, come quella
sulle mine anti-uomo (di cui Biden aveva autorizzato l’invio in Ucraina, ndr)”.
Etica Sgr, che non a caso parla di finanza etica più che di Esg, considera non
investibili circa il 20% degli Stati del mondo. La Russia, anche pre-invasione
dell’Ucraina (oggi le sanzioni alla Russia vietano di investirvi), e Israele,
anche prima di quello che a Gaza la Commissione internazionale indipendente
d’inchiesta dell’Onu sui Territori Palestinesi Occupati e non solo ha
riconosciuto essere un genocidio, sono out: su questioni come il rispetto del
diritto internazionale sono entrambi deficitari da lunga data. L’Italia è
dentro, anche se su aspetti quali l’accesso ai servizi sanitari le tendenze non
sono incoraggianti.
“Le valutazioni – dice Bonati – dipendono da vari fattori: gli information
provider che si utilizzano, il peso dato alle varie dimensioni, dove si mette la
soglia della “sufficienza”. Lo vediamo con la retorica sulle armi, che in tanti
oggi considerano investibili, noi no. Perché cerchiamo di tenere la barra dritta
su valori, anche se come ogni gestore dobbiamo considerare l’aspetto del
rendimento aggiustato per il rischio“.
Non ci sono regole valide per tutti, insomma, e i livelli di discrezionalità
sono ampi. Tra l’altro su temi scottanti come i diritti umani le agenzie di
rating Esg sono sotto accusa perché non li considererebbero adeguatamente, come
rivelato da recenti inchieste giornalistiche. Lo ricorda Daniela Carosio,
fondatrice di Sustainable Value Investors (SVI), boutique di consulenza
finanziaria Esg: “Ci sono investitori internazionali che praticano l’Esg
sconcertati dal fatto che le grandi agenzie di rating Esg, sotto pressione del
governo Usa, non coprono il rischio collegato al tema dei diritti umani negli
Opt (Territori occupati Palestinesi, ndr)”. Almeno in risposta alle mire
espansionistiche di Trump sulla Groenlandia, invece, qualcosa pare si stia
muovendo: “Investitori nordeuropei, in particolare fondi pensione danesi –
riprende Carosio -, stanno ragionando sul disinvestimento dai Treasury (i
T-bond, ndr). Un po’ come accaduto per i war bonds israeliani, che comunque
tanti investitori avevano acquistato”.
Un altro problema è che col collasso del diritto internazionale cui stiamo
assistendo, anche riferimenti giuridici che fino a poco tempo fa sembravano
patrimonio comune ora sono saltati. Gianluca Manca, oggi ricercatore
universitario su temi di sostenibilità applicata alla finanza e consulente per
la sostenibilità delle Pmi, per anni è stato gestore di fondi sostenibili. Ai
tempi dell’invasione Usa in Iraq, priva dell’ègida dell’Onu, disinvestì dai
T-bond: fu lungo e complicato, ma alla fine riuscì a rispettare il regolamento
del fondo che vietava in portafoglio i bond di Paesi responsabili di simili
violazioni. “Oggi – dice Manca – vediamo navi attaccate in acque internazionali,
personaggi incriminati dalla Corte penale internazionale che girano liberamente
per il mondo, l’Onu non più ascoltata: lo Stato di diritto esiste ancora? Un
gestore, anche ben intenzionato, non ha più riferimenti giuridici a cui
aggrapparsi per giustificare di fronte ai suoi investitori certe scelte di
portafoglio. L’unico modo che ha di uscire da questa impasse sarebbe riformulare
la propria comunicazione nel contesto di un mondo completamente cambiato, dire
shakerato, spiegando cosa fa, perché, e agendo di conseguenza. C’è comunque da
chiedersi se l’investimento Esg interessi ancora. Le più grandi case
d’investimento del pianeta, molte americane, hanno ormai voltato le spalle alla
sostenibilità. L’impressione è che, sebbene non abbia mai funzionato in modo
granitico, l’Esg sia piaciuto finché non dava fastidio“.
Negli anni ’70-’80 del secolo scorso grandi investitori istituzionali come gli
ordini religiosi ebbero un ruolo nella lotta contro il Sudafrica dell’apartheid.
L’incompatibilità dell’apartheid con i principi etici cui ispiravano i loro
investimenti portò a un’ondata di disinvestimenti dalle società in affari col
Sudafrica. Altri tempi, un altro mondo, altri investitori. Oggi la finanza Esg
non riesce, non sa o forse neppure ha voglia di provare a parlare con una sola
voce. E finisce per sembrare un giochino ipocrita a cui nessuno crede più.
L'articolo Blitz in Venezuela e minacce alla Groenlandia, la finanza etica può
ancora investire nei titoli Usa? Gestori spaccati: “C’è troppa discrezionalità”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Immaginate di investire i vostri risparmi in un fondo etico, convinti di
contribuire a un futuro più verde, alla transizione energetica e al rispetto dei
diritti umani. Scegliete quel prodotto finanziario proprio perché i gestori vi
garantiscono che esclude settori controversi in contrasto con i vostri valori
pacifisti. Salvo scoprire che parte del vostro denaro finisce a finanziare
produttori di droni da combattimento, missili a lungo raggio o componenti per
bombe usate attivamente in zone di guerra, come Gaza. Una clamorosa inchiesta
internazionale, coordinata da VoxEUROPE e pubblicata da El País in Spagna, IRPI
Media in Italia e Mediapart in Francia, documenta per la prima volta in modo
sistematico come la Commissione europea abbia reso compatibile il settore della
difesa e la finanza sostenibile.
L’indagine si basa sull’analisi incrociata di 3.037 fondi ESG, quelli venduti
come ‘sostenibili’; dataset finanziari forniti dal London Stock Exchange Group;
documenti interni dell’UE ottenuti tramite richieste di accesso agli atti e
interviste a esperti del settore. Il cuore del meccanismo che ha permesso questo
“sdoganamento” è il Regolamento europeo sulla trasparenza della finanza
sostenibile (SFDR), entrato in vigore nel 2021. Progettato originariamente per
orientare i capitali verso attività ecologicamente responsabili, il regolamento
è rimasto volutamente “neutrale” sui settori economici ammissibili.
Questo vuoto normativo ha creato un varco sfruttato, come dimostra l’inchiesta,
dalla lobby ASD (Associazione europea per l’aerospazio, la sicurezza e la
difesa). Già nell’ottobre 2021, l’ASD diffondeva documenti interni che
promuovevano lo slogan “Non c’è sostenibilità senza sicurezza”, dando il via a
una campagna di pressione e incontri a porte chiuse su alti funzionari della
Commissione. Risultato: l’esclusione delle armi convenzionali dalle
“controindicazioni principali”. Di fatto, il regolatore ha stabilito che solo le
armi esplicitamente bandite dalle convenzioni internazionali, come le mine
antipersona, le munizioni a grappolo e le armi chimiche o biologiche, siano da
escludere da un investimento etico. Tutto il resto, carri armati, droni armati,
caccia, sistemi missilistici, è stato ‘riabilitato’, e i gestori di quei fondi
hanno potuto includerlo senza doverne giustificare, o comunicare, l’impatto
negativo.
L’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio 2022, ha fornito il pretesto
geopolitico perfetto per accelerare questa normalizzazione. La Commissione ha
emanato una serie di comunicazioni che invitavano a mobilitare fondi privati per
la difesa, dichiarandola pienamente compatibile con gli obiettivi ESG, fino a
riconoscerla ufficialmente come settore “strategico” nel 2023. Questo percorso
di legittimazione è culminato nella revisione dell’SFDR del novembre 2025 e nel
Forum sugli investimenti industriali nel settore della difesa dell’Ue, dalla
Commissione il 27 novembre 2024 a Bruxelles. Nelle slides, ottenute in
esclusiva, relatori istituzionali di alto profilo come Anne Fort, vice capo di
gabinetto del commissario alla Difesa Andrius Kubilius, dichiara che “il quadro
finanziario sostenibile dell’Ue non impone alcuna limitazione al finanziamento
del settore della difesa”e Joanna Sikora-Wittnebel, Responsabile della finanza
sostenibile alla Direzione Generale per la Stabilità finanziaria, che l’ “Sfdr è
neutrale dal punto di vista settoriale” .
Anche grazie a questo sdoganamento, tra il 2021 e il 2025 gli investimenti in
azioni di 118 società del comparto difesa da parte di fondi “verdi” sono passati
da 14,5 a 49,8 miliardi di euro. Circa 25 miliardi sono finiti nelle casse di 27
aziende europee, con in testa la francese Safran (5,6 miliardi) e la tedesca
Rheinmetall (4 miliardi), seguite da Thales, Airbus, Bae Systems e Rolls Royce.
Fra i beneficiari, al 10 posto, anche l’italiana Leonardo, impresa partecipata
dallo Stato, che avrebbe attratto ingenti capitali sostenibili nonostante il suo
coinvolgimento in scenari bellici.
Nel novembre 2021 Alessandro Profumo, allora amministratore delegato di
Leonardo, incontra Timo Pesonen, direttore generale per l’industria della difesa
e lo spazio della Commissione europea e, scrive VoxEUROPE, ‘mostra
preoccupazione per il fatto che l’industria della difesa sia esclusa dalla
tassonomia dell’Ue per le attività sostenibili”.
Poi c’è il flusso di denaro che dall’Europa “verde” finisce direttamente a
finanziare la guerra a Gaza attraverso l’azienda israeliana Elbit Systems.
VoxEUROPE rivela che 23 milioni di euro, provenienti da 25 diversi fondi
sostenibili europei gestiti da giganti della finanza mondiale, sono stati
investiti nell’azienda israeliana, che produce i droni attivi a Gaza. Secondo
Iain Overton, direttore dell’ONG inglese Action on Armed Violence che monitora
la violenza armata sulla Striscia e il suo impatto sui civili, questi
investimenti rivelano “una catena probatoria di responsabilità morale. La
distanza tra un investimento etico e un attacco a Gaza è più diretta e più
tracciabile di quanto l’industria vorrebbe ammettere”.
Mentre il mercato globale della difesa esplode, toccando i 3.000 miliardi di
euro (il doppio rispetto al 2021), milioni di piccoli risparmiatori europei
restano all’oscuro di come vengono impiegati i loro soldi. Esperti sentiti dagli
Autori dell’inchiesta, come Nicola Koch del Sustainable Finance Observatory,
denunciano una totale mancanza di trasparenza, mentre Attiya Waris, relatrice
ONU su diritti umani e finanza, ricorda che “non esiste sostenibilità senza
pace”. Per Armin Baranes della Fondazione Finanza Etica la UE, all’insaputa dei
suoi cittadini, ha deliberatamente operato un “greenwashing istituzionale”
paragonabile a vendere “bistecche vegetariane fatte di carne”.
L'articolo Altro che investimenti etici: ecco come alcuni fondi sostenibili
europei finanziavano l’industria delle armi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Conviene davvero tenere i soldi investiti e comprare casa con un mutuo? La
risposta esiste, ed è molto meno glamour dei consigli da social: la leva
funziona solo se i tuoi investimenti battono stabilmente il costo del debito.
Quando questo non accade, l’unico a guadagnarci è chi il mutuo te lo ha venduto
Comprare casa è una delle decisioni finanziarie più rilevanti nella vita di una
persona e la domanda ricorrente è sempre la stessa: se si dispone di un capitale
sufficiente per l’acquisto dell’immobile, conviene pagare in contanti o
accendere comunque un mutuo e investire il capitale disponibile?
La risposta può sembrare complessa, ma in realtà parte da un principio molto
semplice e verificabile: la leva finanziaria diventa vantaggiosa solo se il
rendimento ottenibile dagli investimenti supera in modo stabile il costo del
debito. Se questa condizione non si realizza, il mutuo non crea valore
aggiuntivo, ma diventa un peso finanziario senza alcun beneficio compensativo.
La narrazione secondo cui “conviene sempre fare il mutuo e tenere investiti i
propri risparmi” si fonda sull’idea che il rendimento degli investimenti sia
costantemente superiore al tasso del finanziamento. È un ragionamento lineare,
apparentemente logico, ma che ignora sia la variabilità dei mercati sia
l’impatto del flusso di cassa mensile sulla vita reale di una famiglia.
Consideriamo, ad esempio, un mutuo da 220mila euro al 3,5% per 25 anni. La rata
mensile si aggira intorno ai 1.100 euro. Chi acquista cash quella rata non la
paga e potrebbe destinare tale importo a un piano di accumulo disciplinato,
costruendo nel tempo un patrimonio finanziario parallelo alla casa acquistata.
Quando si fanno i conti con rendimenti realistici, il confronto tra mutuo e
pagamento cash diventa meno scontato di quanto sembri. Se immaginiamo che
l’investimento renda intorno al 2,2% l’anno, chi compra casa cash e investe ogni
mese l’equivalente della “rata che non paga” finisce con più soldi di chi fa il
mutuo e lascia investito il capitale iniziale. Anche se il rendimento sale al
3,5%, cioè lo stesso tasso del mutuo, i due percorsi si equivalgono e chi paga
cash conserva comunque un piccolo vantaggio, perché non ha il peso fisso della
rata tutti i mesi.
La leva finanziaria comincia davvero a funzionare solo quando l’investimento
supera il 4% annuo. Ma ottenere quel rendimento in modo continuo, anno dopo
anno, è tutt’altro che facile. Bisogna togliere dalle percentuali le tasse,
l’imposta di bollo e i costi di gestione, e soprattutto bisogna sperare che il
mercato finanziario mantenga quel ritmo per molti anni di fila. Una cosa che,
nella vita reale, non accade quasi mai con regolarità se il tuo patrimonio
investito non è seguito con particolare attenzione.
Un ulteriore elemento spesso trascurato riguarda il peso del flusso di cassa
mensile. Chi accende un mutuo deve sostenere un’uscita obbligatoria tutti i
mesi: nei mutui a tasso fisso la rata rimane costante, mentre nei mutui a tasso
variabile può cambiare nel tempo seguendo l’andamento dei tassi di interesse.
Chi compra cash, invece, non ha questo vincolo e può investire liberamente la
stessa cifra ogni mese. Questa differenza incide sul risultato finale perché
l’investimento periodico, grazie al meccanismo dell’accumulo, riduce il rischio
legato ai movimenti dei mercati, mentre chi lascia investito un capitale unico
iniziale è completamente esposto alla volatilità.
Se si osservano questi elementi nel loro insieme, emerge un quadro chiaro e
privo di ambiguità: il mutuo può essere una scelta efficiente solo se il
rendimento netto dell’investimento riesce a superare in maniera stabile il costo
del debito. Se questa condizione non si manifesta, acquistare cash e investire
la cifra equivalente alla rata consente di ottenere un risultato complessivo più
sicuro e spesso più elevato.
La conclusione è quindi meno ideologica e più tecnica di quanto spesso si legga
nelle semplificazioni online. La leva finanziaria non è una panacea e non è
nemmeno un nemico da evitare. È soltanto uno strumento che funziona quando ci
sono le condizioni matematiche per farlo funzionare. Quando queste condizioni
non ci sono, l’unico soggetto che ottiene un risultato certo è l’intermediario
che eroga il finanziamento, perché incassa gli interessi indipendentemente
dall’andamento degli investimenti del cliente. Tutti gli altri attori sono
esposti al rischio che il rendimento reale dell’investimento non sia sufficiente
a compensare il costo del debito.
L'articolo Perché per comprare casa il mutuo non è sempre la scelta più furba:
la verità sulla leva finanziaria proviene da Il Fatto Quotidiano.