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Cuba è in “stato di guerra”: le minacce Usa preoccupano l’Avana, in crisi senza il petrolio venezuelano
“Stato di guerra”. L’Avana teme una “possibile aggressione esterna” statunitense e chiama a raccolta l’intera isola, pronta alla “mobilitazione generale” e al “rafforzamento della struttura militare” in difesa della Revolución. La decisione – annunciata domenica su Granma e altri media statali – è stata adottata dal Consejo de defensa nacional in mezzo al “Lutto nazionale” proclamato per la morte di 32 agenti cubani, in servizio a Caracas, durante il blitz Usa dello scorso 3 gennaio (nella foto le immagini dei militari uccisi). “Non c’è resa né capitolazione possibile”, ha fatto sapere il successore dei fratelli Castro, Miguel Díaz-Canel, rispondendo alle crescenti minacce di Trump. “Non ci piace essere minacciati. Non potranno intimidirci”. L’Avana si dice disponibile al “dialogo”, ma nel “rispetto reciproco” e “senza coercizione”. È di nuovo Guerra fredda tra Washington e l’Avana, che – in memoria del leader, Fidel Castro – parla di “guerra di tutto il popolo” e convoca una “Giornata della difesa”: una serie di esercitazioni con la finalità di “perfezionare il livello di preparazione” di civili e militari. La tensione tra il regime dell’Avana e gli Stati Uniti è salita alle stelle dopo la caduta di Maduro: l’ex presidente venezuelano era il primo alleato di Cuba nel continente, sostenendola con almeno 35mila barili di petrolio giornalieri che coprivano il 30% del fabbisogno dell’Isola. “Non ci sarà più petrolio né denaro verso Cuba. Zero!”, aveva scritto Donald Trump – che ora controlla il greggio di Caracas – sulla piattaforma Truth, con tanto di minaccia: “Consiglio vivamente (a Cuba, ndr.) di raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi”. Interpellato su eventuali misure di pressione contro l’isola, già sottoposta a sanzioni Usa, Trump ha esplicitato che “l’unica opzione rimanente è entrare e distruggere Cuba“. Anche il segretario di Stato, Marco Rubio, si è riferito al governo dell’Avana definendolo “un grosso problema”, senza però anticipare eventuali azioni militari. Gli Stati Uniti disattendono anche la volontà dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che, nell’ottobre 2025, aveva chiesto la fine dell’embargo statunitense contro l’isola, con 165 voti favorevoli, sette contrari e dodici astenuti. Nella risoluzione approvata dall’Onu si legge che “l’impatto di questo tipo di aggressione non è soltanto economico”, bensì “sociale e umanitario, su milioni di persone”. Le pressioni non fanno che peggiorare la situazione di Cuba: l’economia è “parzialmente ferma” – ammette lo stesso Díaz Canel -, l’89 per cento delle famiglie cubane è in povertà estrema e i blackout elettrici possono durare fino a 56 ore. Manca tutto: cibo, medicine e acqua potabile, con il 90% della popolazione esposta a contrarre la Chikungunya. I mali vengono a catena: giù i turisti, calati del 21,64 rispetto al 2024, causa blackout e altri disservizi, secondo l’Ufficio nazionale di statistica e informazione. Non giovano neppure i cambiamenti climatici, con uragani e terremoti che ciclicamente devastano le infrastrutture. Negli ultimi ventisette anni l’economia è dipesa dalle entrate del turismo, dalle rimesse provenienti dall’estero e dal greggio importato dal Venezuela, che nei primi anni duemila raggiunse le 100mila unità al dì. In cambio Caracas riceveva l’assistenza di migliaia di medici cubani, nell’ambito della missione “Barrio adentro” e consulenza politica e militare. L’alleanza tra i due Paesi si formalizza nel 2002, con la sottoscrizione di un Accordo integrale di cooperazione al fine di “rafforzare i legami di amicizia” tra Caracas e l’Avana. L’asse si è ulteriormente rafforzato nel 2002, dopo il Golpe subito da Chávez, riportato al potere da un gruppo di fedelissimi contrari alla congiura di Pedro Carmona Estanga. “Chávez doveva rafforzare la propria sicurezza e, non potendo fidarsi dall’establishment militare venezuelano, chiese aiuto a Fidel Castro, che negli anni ha saputo resistere a numerosi tentativi della Cia”, spiega al fatto.it una fonte militare di Caracas. Ora però l’intesa è finita: medici e agenti cubani tornano all’Avana, che torna nel mirino di Washington. L’esito però non è scontato: con gli anni Cuba ha imparato a sopravvivere ai colpi di coda dell'”Impero”. L'articolo Cuba è in “stato di guerra”: le minacce Usa preoccupano l’Avana, in crisi senza il petrolio venezuelano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Storica sentenza della Corte di Giustizia europea: Frontex fu coinvolta nell’espulsione illegale di un siriano
La Corte di giustizia dell’Ue ha stabilito che Frontex, l’agenzia di sorveglianza delle frontiere, è stata coinvolta nell’espulsione illegale di un profugo siriano. Questa sentenza segna una svolta nella responsabilità dell’istituzione. Nella Giornata internazionale dei migranti, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha emesso la sua prima storica sentenza in un caso di espulsione marittima intentato contro Frontex, l’agenzia della stessa Ue deputata al controllo delle frontiere terrestri e marittime. Frontex, oltre ad avere questo compito, ha l’obbligo di denunciare e cessare la propria attività quando constata che la guardia costiera o terrestre di un Paese membro dell’Unione impedisce l’applicazione del diritto di richiesta di asilo da parte dei migranti entrati nei confini – terrestri o marittimi – europei. La sentenza è stata pronunciata nell’aula di Lussemburgo e la sua lettura sarà trasmessa in diretta sul sito web della Corte. La mattina del 28 aprile 2020, il giovane profugo siriano Alaa Hamoudi è sbarcato sull’isola greca di Samos con altri 21 rifugiati. Il gruppo chiese alla popolazione locale di chiamare la polizia, con l’intenzione di presentare domanda di asilo. Invece, furono radunati da “uomini vestiti di nero”, che confiscarono i loro telefoni, li costrinsero a salire su una zattera, li trainarono per ore fino alle acque turche e li lasciarono alla deriva per tutta la notte. La zattera stava già affondando quando furono finalmente tratti in salvo dalla guardia costiera turca la mattina del 29 aprile 2020. Poco dopo la sua espulsione collettiva dalla Grecia alla Turchia, Alaa fu una delle due vittime intervistate dal sito investigativo Bellingcat, la cui ricostruzione dello “sbarco fantasma” e del respingimento si basava, tra le altre fonti, sul racconto degli eventi di Hamoudi. Pochi mesi dopo, Der Spiegel trovò prove della presenza di un aereo di sorveglianza Frontex durante la lunga operazione di respingimento. L’indagine di Bellingcat sul respingimento fu successivamente analizzata dall’Ufficio per la lotta antifrode della Ue (OLAF), che confermò la “credibilità delle accuse”. Secondo OLAF, due entità di Frontex – RAU e VAU – hanno indagato sul rapporto di Bellingcat ritenendolo attendibile. Il rapporto di OLAF ha inoltre rivelato l’esistenza di una pratica sistematica di respingimenti nell’Egeo, nonché la facilitazione e l’insabbiamento di tali respingimenti sistematici da parte di Frontex attraverso la mancata segnalazione intenzionale dei respingimenti e il trasferimento della sorveglianza aerea per evitare di assistervi. Hamoudi ha incontrato per la prima volta il suo team legale in Turchia nell’ottobre 2021. Nel marzo 2022, ha intentato un’azione legale per danni dinanzi al Tribunale dell’Unione Europea presentando prove credibili del respingimento, insieme a eccezionali prove fotografiche che lo ritraevano poco dopo lo sbarco a Samos la mattina del 28 aprile 2020 e poco prima di essere respinto in Turchia. Ha inoltre presentato prove della pratica sistematica di respingimenti dalla Grecia alla Turchia. Nonostante ciò, i giudici di primo grado hanno respinto il suo caso, ritenendo che le prove fossero “manifestamente insufficienti” a sostegno delle sue accuse. Nel 2024, Hamoudi ha presentato ricorso contro l’ordinanza del Tribunale dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. In una mossa senza precedenti nel contenzioso strategico pluriennale della Ong olandese Front-LEX contro Frontex, il presidente della Corte ha deciso di assegnare il caso alla Grande Camera, presieduta da lui stesso e composta da 15 giudici. Il 4 febbraio 2025, la CGUE ha tenuto un’udienza sul caso. Durante l’udienza, il giudice relatore Smulders ha chiesto agli avvocati di Frontex come l’Agenzia potesse negare che il respingimento di Hamoudi fosse effettivamente avvenuto nonostante le conclusioni dell’OLAF e di due organi interni di Frontex – RAU e VAU – che avevano confermato la credibilità delle accuse riportate da Bellingcat. In risposta, l’avvocato di Frontex ha pubblicamente riconosciuto per la prima volta che il respingimento del 28-29 aprile 2020 ha effettivamente avuto luogo. Ha continuato a rifiutarsi però di confermare o negare la presenza di un aereo di sorveglianza di Frontex sulla scena nonostante le prove fornite da Hamoudi lo dimostrassero chiaramente. Il 10 aprile 2025, l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Rimvydas Norkus, ha presentato la sua opinione sul caso, la prima opinione mai emessa in un’azione legale intentata contro Frontex negli oltre vent’anni di attività dell’agenzia. L’avvocato generale Norkus ha criticato il Tribunale, affermando che “non ha esaminato in alcun modo il coinvolgimento di Frontex” e che, dato il limitato esame del caso in primo grado, “la natura e la portata del coinvolgimento di Frontex e la sua responsabilità in merito agli eventi sono del tutto poco chiare”. L’avvocato generale ha inoltre osservato che “il ‘livello di prova’ era stato fissato troppo in alto in primo luogo” quando il Tribunale ha esaminato le prove presentate da Hamoudi per dimostrare che era presente e coinvolto nell’incidente del 28-29 aprile 2020. È importante notare che l’avvocato generale ha accolto le argomentazioni giuridiche di Hamoudi secondo cui, d’ora in poi, dovrebbero applicarsi norme speciali e distinte in materia di prova. Queste norme specifiche contribuiranno a garantire l’equità nei procedimenti giudiziari contro Frontex, in cui le vittime di respingimenti eseguiti congiuntamente da Frontex e dagli Stati membri dell’UE sono significativamente svantaggiate nel fornire prove. Le conclusioni dell’Avvocato Generale sono state oggi accolte dalla Corte. Questa inedita sentenza ripristinerà lo Stato di diritto alle frontiere esterne dell’Ue e garantirà che le vittime delle attività di Frontex possano finalmente esercitare il proprio diritto a un ricorso giurisdizionale effettivo. L’avvocato Iftach Cohen, responsabile del contenzioso presso front-LEX, ha affermato: “Per chi non riesce ad accettare il fatto che, nell’Unione europea, un’agenzia di controllo coercitivo delle frontiere riesca a eludere sistematicamente il controllo giurisdizionale e le sue vittime non possano esercitare il proprio diritto a un ricorso legale, la sentenza di oggi della Grande Camera segna un momento storico in grado di porre fine all’impunità di fatto di cui Frontex ha goduto per 20 anni”. L'articolo Storica sentenza della Corte di Giustizia europea: Frontex fu coinvolta nell’espulsione illegale di un siriano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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