di Christina Psarra, direttrice generale di Msf Grecia
Dieci anni di accordo tra Unione Europea e Turchia possono riassumersi in un
resoconto brutale: depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico,
disturbi del sonno e pensieri suicidi tra le persone migranti intrappolate sulle
isole greche. Nei campi sovraffollati, le condizioni igienico-sanitarie
inadeguate contribuiscono alla diffusione di infezioni cutanee, malattie
respiratorie e disturbi gastrointestinali. Spesso le malattie croniche non
vengono diagnosticate né curate, e le donne incinte, con complicazioni legate
alle mutilazioni genitali femminili, così come le vittime di violenza sessuale,
restano senza assistenza medica per settimane o mesi.
A marzo 2016, in un momento in cui gli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo
orientale erano in forte aumento, l’accordo tra l’Ue e Turchia è stato
presentato come una soluzione pragmatica per ridurre la migrazione verso
l’Europa, e salutato come un successo dalla Commissione europea. Ma in questi 10
anni l’accordo ha comportato un costo umano enorme, oltre ad aver radicalmente
trasformato la politica migratoria dell’Ue introducendo un modello incentrato
sulla deterrenza, il contenimento e l’esternalizzazione dell’asilo.
Secondo quanto previsto dall’intesa, i richiedenti asilo che arrivano su isole
come Lesbo, Samos, Chio, Kos e Leros devono rimanere lì mentre le loro domande
vengono esaminate, a volte per mesi o anni. I team di Medici Senza Frontiere,
che forniscono assistenza medica e psicologica ai richiedenti asilo sulle isole
greche e che dal 2016 hanno effettuato 156.977 visite ambulatoriali, hanno
ripetutamente documentato una situazione umanitaria catastrofica. Violenze alle
frontiere, campi sovraffollati, servizi igienico-sanitari inadeguati, accesso
limitato all’assistenza sanitaria e un grave deterioramento della salute mentale
tra le persone intrappolate, molte delle quali hanno già subito violenze,
conflitti o persecuzioni prima di intraprendere i pericolosi viaggi attraverso
il Mar Egeo.
L’incertezza prolungata, le restrizioni al movimento e le condizioni di vita
precarie spesso aggravano i traumi già esistenti: i team di salute mentale di
Msf hanno documentato livelli allarmanti di disagio psicologico. A Samos, ad
esempio, tra aprile e agosto 2021 il 64% dei nuovi pazienti con disturbi mentali
ha riferito di avere pensieri suicidi, mentre per il 14% è stato valutato un
rischio effettivo di tentare il suicidio.
A seguito della demolizione del campo di Moria sull’isola di Lesbo nel 2020, su
diverse isole sono state istituite nuove strutture denominate Centri a Accesso
Controllato Chiuso (CCAC). Sebbene presentati come strutture di accoglienza
migliorate, questi campi sono situati in aree remote e operano sotto stretta
sorveglianza e con rigidi controlli di accesso, rafforzando la logica del
contenimento e dell’esclusione.
Negli ultimi 10 anni, l’accordo Ue-Turchia è servito anche da modello per più
ampie politiche di esternalizzazione della migrazione. L’Ue ha ampliato la
cooperazione con paesi quali Libia, Tunisia, Senegal, Mauritania, Marocco,
Niger, Egitto e diversi Stati dei Balcani occidentali per impedire alle persone
di raggiungere l’Europa. Questi partenariati comportano spesso assistenza
finanziaria o cooperazione nel rafforzamento dei controlli alle frontiere,
trasferendo di fatto la responsabilità della protezione dei rifugiati a paesi in
cui le tutele e i sistemi di asilo sono spesso limitati.
Nonostante queste politiche sempre più restrittive, le persone continuano a
tentare pericolose traversate via mare. I naufragi e le intercettazioni violente
rimangono frequenti, a dimostrazione dei rischi che le persone continuano ad
affrontare in assenza di vie sicure per raggiungere la protezione.
Medici Senza Frontiere chiede alle autorità europee e greche di ripensare
radicalmente il loro approccio alla migrazione, sottolineando l’urgente
necessità di porre fine alle inutili sofferenze di donne, bambini e famiglie
intrappolati in condizioni spaventose. I governi devono garantire condizioni di
accoglienza sicure e dignitose, l’accesso all’assistenza sanitaria e procedure
di asilo eque ed efficienti, e porre fine alle politiche che trasferiscono le
responsabilità di protezione dell’Europa al di fuori dei suoi confini.
Photo credits: Evgenia Chorou / Msf
L'articolo A dieci anni dall’accordo Ue-Turchia, in migliaia continuano a vivere
sulle isole greche in condizioni disumane proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Migranti
di Yvan Sagnet e Simona Moscarelli
Borgo Mezzanone non è solo un luogo di degrado. È il punto in cui si concentrano
alcune delle contraddizioni più dure dell’agricoltura italiana: lavoro povero,
documenti fragili, case introvabili, trasporti insufficienti, sfruttamento.
Attorno all’ex CARA, e soprattutto lungo la pista, si è formata negli anni una
realtà molto più ampia di un semplice centro per richiedenti asilo. Oggi lì
vivono lavoratori agricoli, richiedenti asilo, ex richiedenti, persone con
permessi precari e persone senza permesso. La condizione materiale è sotto gli
occhi di tutti: baracche, rifugi di fortuna, servizi carenti, rifiuti,
collegamenti difficili, isolamento. Non è solo povertà. È una segregazione che
si è consolidata nel tempo.
Negli ultimi anni, su Borgo Mezzanone, non sono mancati fondi e interventi. Nel
2017 la Prefettura di Foggia ha bandito la gestione del CARA per oltre 33,2
milioni di euro. Nel 2024 è stata pubblicata l’aggiudicazione di oltre 3 milioni
di euro per la gestione di un centro da 80 posti. In questi giorni la Regione
Puglia ha presentato un progetto da più di 13 milioni di euro per riconvertire
una parte dell’area in foresteria per 324 lavoratori regolarmente soggiornanti
impiegati nelle filiere agricole. A queste cifre si aggiungono altri lavori e
interventi messi in campo negli anni.
Il punto, quindi, non è dire che non si sia fatto nulla. Il punto è che,
nonostante i soldi spesi e i progetti annunciati, la pista è ancora lì. E questo
dovrebbe bastare a capire che il problema non è solo costruire nuovi posti o
sistemare edifici esistenti.
Borgo Mezzanone non è soltanto una questione di alloggio o di ordine pubblico. È
anche un problema di lavoro, documenti, trasporti, accesso alla casa, residenza
e servizi. Il nodo vero è far funzionare insieme tutti questi livelli. Quando
questo raccordo non tiene, il sistema informale continua a occupare lo spazio
che resta scoperto. Manca infatti un sistema capace di far incontrare in modo
rapido e trasparente domanda e offerta di lavoro agricolo. E manca anche un
coordinamento stabile tra imprese, centri per l’impiego, istituzioni, servizi
territoriali, trasporti e politiche abitative: quando questo meccanismo non
funziona, a organizzare il lavoro resta il caporale.
Ed è per questo che il caporale continua a svolgere, in modo illegale e opaco,
funzioni che il sistema regolare non riesce ancora a garantire in modo semplice
e immediato: trovare manodopera in fretta, organizzare gli spostamenti verso i
campi, mettere in contatto chi cerca braccia e chi cerca lavoro.
Purtroppo anche nell’ultimo progetto c’è un limite evidente. Anche se si
costruiscono 324 posti, la pista non si svuota. I numeri non tornano e i
requisiti escludono una parte rilevante di chi ci vive. Il risultato più
probabile è che una minoranza entri nella struttura, mentre la maggior parte
resti fuori. Il progetto regionale è infatti destinato a lavoratori regolarmente
soggiornanti, mentre la pista è un insediamento dove vivono anche migliaia di
persone che non hanno una posizione stabile.
Ed è qui che si tocca con mano come la politica abbia prodotto un effetto
preciso: il decreto Cutro, convertito nella legge 50 del 2023, ha ristretto le
ipotesi di protezione speciale e quindi gli spazi della regolarità per persone
già presenti in Italia. In un contesto come Borgo Mezzanone questo significa più
persone sospese tra permessi fragili, rinnovi incerti e rischio di cadere
nell’irregolarità. E più irregolarità significa anche più sfruttamento. Chi non
ha un titolo stabile di soggiorno non può affittare una casa, avere una
residenza, accedere ai servizi e muoversi nei canali regolari del lavoro. Così
cresce la dipendenza dai circuiti informali e si allarga il bacino di manodopera
a bassissimo costo.
E allora una domanda nasce spontanea: in un’agricoltura sotto pressione,
schiacciata da margini ridotti e costi sempre più difficili da sostenere, quanto
pesa la disponibilità di una manodopera irregolare, povera e ricattabile? Quanto
di questo sistema continua a reggersi proprio su lavoratori abbastanza presenti
da lavorare, ma troppo precari per sottrarsi allo sfruttamento?
Per questo, se si vuole davvero ridurre il potere del caporale e svuotare la
pista, la parola da rimettere al centro è regolarizzazione. Non come slogan, ma
come strumento concreto di governo del lavoro e del territorio. Regolarizzare
significa dare accesso a un contratto vero, a una casa, alla residenza, ai
trasporti, ai servizi. Significa togliere persone da quella zona grigia in cui
oggi diventano più ricattabili e più sfruttabili.
Il confronto con la Spagna aiuta a capire la posta in gioco. A gennaio 2026 il
governo Sánchez ha annunciato una regolarizzazione straordinaria per stranieri
già presenti nel Paese. È una scelta politica chiara: far emergere chi già vive
e lavora sul territorio, invece di lasciarlo nell’ombra. Anche in Italia
bisognerebbe ripartire da qui. Perché Borgo Mezzanone non si supera solo con
nuove strutture. Si supera riducendo il numero di persone costrette a vivere e
lavorare senza uno status stabile, senza casa, senza trasporti e senza
alternative reali.
L'articolo Più irregolari, più sfruttamento. Borgo Mezzanone non si supera con
nuovi ghetti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un bambino di due anni, originario della Sierra Leone, risulta disperso dopo che
la barca su cui viaggiava per raggiungere l’Italia – partita da Sfax, in Tunisia
– è colata a picco nel tardo pomeriggio di ieri al largo di Lampedusa. Save the
Children ha denunciato la vicenda, spiegando come “ancora una volta un bambino
di 2 anni ha pagato il prezzo di politiche che privilegiano la difesa dei
confini rispetto al salvataggio di vite umane”.
Il natante su cui viaggiava il bambino è colato a picco sabato. I militari della
motovedetta Cp327 della guardia costiera sono riusciti a salvare 64 persone, fra
cui 14 donne e 10 minori, ma del bambino non si è trovata traccia. La madre è
riuscita poi a sbarcare nella notte. La motovedetta Cp 271 e il velivolo Manta
della guardia costiera sono ancora impegnate nelle operazioni di ricerca.
La barca di 9 metri su cui viaggiavano madre e figlio era partita venerdì alle
23 da Sfax. Quando i mezzi della Capitaneria hanno rintracciato l’imbarcazione
era già parzialmente inabissata. I migranti erano finiti tutti in mare, ma erano
stati prontamente salvati dall’intervento della guardia costiera. L’unico a non
trovarsi sarebbe proprio il figlio della donna, che avrebbe perso il contatto
con il bambino al momento della caduta in mare. Sul natante c’erano persone
originarie di Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea e Sierra Leone:
hanno dichiarato di aver pagato 300 euro per la traversata e vogliono rimanere
in Italia.
Save the Children sottolinea come l’episodio “dimostri ancora una volta che ogni
ritardo, omissione o scelta politica in questa direzione mette a rischio persone
che fuggono da povertà, violenze e persecuzioni, costituendo una responsabilità
gravissima che ricade sull’Ue e sui suoi Stati membri. Non è possibile assistere
in silenzio alla perdita di vite umane, compresi tanti bambini, oltre 100 ogni
anno negli ultimi tre anni”. L’ong ribadisce la necessità di “aprire canali
regolari e sicuri verso l’Europa, che garantiscano il rispetto dei diritti
umani, e di attivare un sistema coordinato e strutturato di ricerca e soccorso
nel Mediterraneo per salvare le persone in pericolo, operando nel rispetto del
diritto internazionale e dando prova di quella solidarietà che è un valore
fondante dell’Unione Europea”.
Ha poi denunciato l’intento della politica di “sanzionare e limitare l’azione
delle imbarcazioni – siano esse organizzazioni non governative o mercantili –
che salvano vite nel Mediterraneo, nel rispetto del diritto marittimo
internazionale, come previsto da alcune norme contenute nel disegno di legge
sull’immigrazione”. Proprio questo ddl, secondo l’organizzazione,
“rappresenterebbe un grave passo indietro nella tutela di bambini, bambine e
adolescenti migranti, in particolare se soli e privi di figure adulte di
riferimento o superstiti di naufragi”.
La foto in alto è d’archivio
L'articolo Bimbo di 2 anni disperso dopo naufragio al largo di Lampedusa. Save
the Children: “Ogni ritardo della politica mette a rischio le persone” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Se si occupa uno spazio privato abbandonato da anni, lo si riadatta e lo si
destina a luogo di ospitalità per una cinquantina di extracomunitari che non
riescono a trovare una casa anche se lavorano, si commette un reato? La macchina
giudiziaria sta dando il meglio di sé (dimostrando tra l’altro quanto dissonante
possa essere la dialettica tra pubblici ministeri e giudici) attorno alla
vicenda del Ghibellin Fuggiasco, laboratorio sociale di Verona che per quattro
anni è stato un centro di accoglienza autogestito, fino a quando l’insicurezza
della struttura ha costretto a chiuderlo nell’ottobre 2024. I proprietari dello
stabile hanno presentato nel 2023 una denuncia per occupazione abusiva. Le
accuse sono state respinte dal gruppo Paratodos, che ha gestito l’intervento per
quattro anni riuscendo alla fine a sistemare tutti gli ospiti in appartamenti o
in altre strutture. Il pubblico ministero ha chiesto il proscioglimento “per
tenuità del fatto”. Paratodos ha rifiutato la scorciatoia del buonismo
giudiziario, cercando un proscioglimento vero, nel merito, ritenendo di aver
effettuato un intervento quando le istituzioni pubbliche avrebbero lasciato i
cittadini stranieri a dormire per strada o in rifugi di fortuna. In udienza
preliminare il gip ha deciso, invece, che il processo si dovrà fare, respingendo
la richiesta di archiviazione e ordinando al pm di formulare un capo
d’imputazione.
La Verona che non si vede, nascosta dietro un perbenismo di facciata, finirà
così al centro di un dibattimento pubblico che vedrà sul banco degli imputati
solo una persona. Si tratta di Giorgio Brasola, 62 anni, l’attivista che ha la
responsabilità giuridica di Paratodos e ha animato numerose forme di protesta
civile a difesa dei senza casa. “Il giudice ha deciso che si va a processo per
l’occupazione del Ghibellin Fuggiasco, ma noi ci difenderemo, perché riteniamo
di non aver commesso alcun reato. Abbiamo cercato di recuperare un edificio in
stato di abbandono per trent’anni, così da accogliere persone con fragilità
anche gravi o che avevano comunque bisogno di un tetto”. Ad assisterlo ci sono
gli avvocati Paola Malavolta e Francesca Campostrini, che si sono opposte alla
formula della “particolare tenuità del fatto” con cui il sostituto procuratore
Elvira Vitulli aveva chiesto l’archiviazione.
“Rivendichiamo l’esperienza del Ghibellin Fuggiasco e la legittimità di ogni
forma di recupero di qualsiasi edificio abbandonato che nasca dal bisogno di una
casa, di uno spazio in cui esistere”, dichiara Brasola. “Rivendichiamo il senso
politico di questa iniziativa che abbiamo sempre pubblicamente dichiarato
temporanea e legata a una risposta istituzionale che per più di quattro anni è
mancata”. Nei quattro anni di apertura del rifugio, le persone che vi hanno
trovato ospitalità sono state più di 150. Tra di loro anche Moussa Diarra, il
giovane migrante ucciso da un poliziotto nell’ottobre 2024 davanti alla stazione
ferroviaria di Porta Nuova, mentre si aggirava con un coltello in mano e in
preda a una crisi psicotica. Era sconvolto anche perché da due anni non riceveva
risposta alla richiesta di regolarizzare la propria posizione.
“Ci difenderemo anche perché il Paratodos ha sempre collaborato con le
amministrazioni che si sono succedute, coi servizi sociali e con le strutture
sanitarie del nostro territorio per accogliere richiedenti asilo”, spiega
l’avvocata Paola Malavolta. E aggiunge: “Non c’è un solo testimone indicato dal
pm che possa dire di aver visto l’indagato rompere lucchetti, forzare dei
portoni, dormire in loco, sdraiarsi su un divano, sedere a un tavolo a mangiare,
fare una doccia… Come si può ritenere che il fatto, seppur tenue, si sia
verificato? Come poter dire che l’indagato da solo, unico indagato, abbia
“occupato” un immobile di tali dimensioni?”. Eventualmente “l’unico rimprovero
che si può muovere al nostro assistito è di essersi interessato a dei
richiedenti asilo regolarmente soggiornanti bisognosi, che si trovavano già lì
perché cacciati dal cosiddetto sistema di accoglienza”.
L'articolo Verona, il responsabile dell’ex rifugio per migranti a processo per
occupazione abusiva. “Rivendico ciò che ho fatto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A dieci giorni dal referendum sulla giustizia, Giorgia Meloni torna ad attaccare
la magistratura. Lo fa durante le comunicazioni al Parlamento in vista del
Consiglio europeo e sulla crisi in Medio Oriente, che chiude parlando di
immigrazione e in particolare degli stranieri trasferiti nei centri in Albania.
Che, assicura, sono “pienamente in linea col diritto internazionale ed europeo”
(video). “Anche se temo – aggiunge – che per alcuni non basterà neanche questo e
che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania, come è
accaduto nel recente caso dei migranti irregolari condannati per spaccio di
droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza
sessuale di gruppo e, molto desolante doverlo raccontare, violenza sessuale su
minori che per i giudici non possono essere trattenuti né rimpatriati perché
hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale: decisioni
che non trovano giustificazione nella normativa italiana, nella normativa
europea e neppure nel buon senso”.
In altre parole, secondo Meloni la magistratura starebbe violando la legge. A
ben guadare, però, i giudici non c’entrano, ed è proprio la normativa a
contraddire la premier. La magistratura si è invece premurata di investire la
Corte di Giustizia europea perché dica una volta per tutte se è legittimo
portare un migrante in un centro fuori dall’Ue prima del rimpatrio. E
soprattutto se un richiedente asilo può essere trattenuto fuori dal territorio
dell’Ue, questione decisiva nelle ordinanze che hanno disposto il rientro di chi
ha presentato domanda d’asilo nei centri in Albania. Di più: alla Corte di
Giustizia pende addirittura un rinvio sulla titolarità dell’Italia a siglare
accordi su una materia di competenza europea come il diritto d’asilo. Ma invece
di attendere la Corte Ue, il governo ha preferito insistere, e a un mese dal
referendum sulla giustizia ha intensificato i trasferimenti.
I GIUDICI IMPEDISCONO DI RIMPATRIARE GLI STUPRATORI?
Il trasferimento in Albania di stranieri irregolari già trattenuti nei Cpr
italiani è inutile e costoso: non aumenta le probabilità di espulsione (i
rimpatri di Meloni e soci sono inferiori agli anni pre Covid) e anche in caso di
rimpatrio lo straniero dovrà prima rientrare in Italia. Eppure il governo non si
ferma, battendo in particolare sulla pericolosità sociale delle persone
trasferite. E’ appena il caso di ricordare che quella nei Cpr è una detenzione
amministrativa, giustificata dall’assenza del titolo di soggiorno e dalla
necessità del rimpatrio. Certo, alcuni sono pregiudicati e in alcuni casi il
trattenimento segue una pena in carcere. Ma questo non pregiudica il diritto di
presentare domanda di protezione, in qualunque momento, anche in caso di
precedenti penali. La domanda potrà poi essere rigettata o dichiarata
inammissibile, ma non può essere impedita né ignorata. A proposito di normativa
europea e internazionale, il diritto di chiedere protezione deriva dal sistema
europeo d’asilo, che attua la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.
ORDINANZE CONTRARIE ALLA NORMATIVA UE?
Quello che Meloni imputa ai giudici è in realtà un cortocircuito tra le norme
europee, quelle che la Costituzione impone di rispettare, e quanto il governo
pretende di fare. Dal momento in cui lo straniero presenta domanda d’asilo, e
fino all’esito della richiesta, non è più un irregolare ma un richiedente asilo.
E questo cambia tutto perché, a differenza dei Cpr in Italia, quello in Albania
è incompatibile con il nuovo status di richiedente. La direttiva Ue 32/2013 è
chiarissima: il richiedente ha diritto di attendere l’esito della domanda sul
territorio dello Stato italiano. Finché la Corte di Giustizia non dirà che le
cose non stanno così, sarà ben difficile interpretare diversamente una norma che
la Corte d’Appello di Roma ha definito “chiara, precisa ed incondizionata”, e
cioè l’articolo 9 della direttiva: “I richiedenti sono autorizzati a rimanere
nello Stato membro, ai fini esclusivi della procedura, fintantoché l’autorità
accertante non abbia preso una decisione”. Con buona pace di Meloni, che dice
l’opposto, il principio resta anche nel nuovo Patto Ue su migrazione e asilo: “I
richiedenti hanno il diritto di rimanere nel territorio dello Stato membro…
fintantoché l’autorità accertante non abbia preso una decisione” (art. 10
Regolamento Ue 1348/2024).
IL BUCO NEL PROTOCOLLO ITALIA-ALBANIA
C’è poi che il Protocollo siglato con Tirana, modificato nel maggio 2025 per
consentire il trasferimento dai Cpr italiani, non disciplina in modo esplicito
il caso della domanda d’asilo presentata dopo il trasferimento. Così, oltre alla
direttiva Ue ci si mette l’articolo 13 della Costituzione, che circoscrive la
restrizione della libertà personale ai soli casi e modi esplicitamente previsti
dalla legge. Invece nel decreto legge del maggio scorso non c’è nulla. Con un
esito a dir poco paradossale, perché se i trasferiti in Albania fossero stati
lasciati nei Cpr in Italia, di fronte a una richiesta d’asilo strumentale, cioè
fatta al solo scopo di evitare il rimpatrio, il governo avrebbe potuto
continuare a trattenerli, senza inutili e costose traversate dell’Adriatico. Al
contrario, in barba a tutte le norme citate e ai rinvii pendenti presso la Corte
di Giustizia, si è preferito riempire il centro in Albania nell’attesa che
arrivassero, identiche, nuove ordinanze della magistratura. Così da potersene
lamentare sostenendo, per dirla con Meloni, che i giudici impediscono al governo
di “rispettare la volontà popolare di combattere l’immigrazione illegale e
garantire la sicurezza dei cittadini”.
L'articolo Migranti rientrati dall’Albania, Meloni attacca i giudici. Ma sarebbe
bastato non trasferirli: ecco cosa dice la legge proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Michele Agagliate
L’Europa pesa oggi poco più del 7% della popolazione mondiale. L’Africa supera
il miliardo e mezzo di abitanti e registra ogni anno un saldo naturale superiore
ai 35 milioni di persone. È uno squilibrio strutturale tra un continente giovane
e uno che invecchia rapidamente.
In Italia l’età media continua ad aumentare, le nascite diminuiscono e sempre
più comparti produttivi lamentano una cronica mancanza di lavoratori. È in
questo scenario che si inserisce il dibattito sull’immigrazione: un confronto
che da anni rimbalza tra allarmismi continui e slogan rassicuranti, ma che
raramente entra davvero nel merito della questione economica.
Non si tratta di fingere che i flussi non esistano, né di agitarli come un
pericolo permanente. La questione vera è un’altra: capire quale modello
economico li renda non un’eccezione, ma un ingranaggio strutturale del sistema
produttivo.
L’Africa non è un continente “povero” in senso naturale. È ricchissima di
risorse strategiche. Eppure, nel corso degli ultimi decenni, ogni tentativo di
costruire modelli di sviluppo realmente autonomi si è scontrato con equilibri
internazionali complessi. Figure come Thomas Sankara o, in altro contesto,
Muammar Gheddafi hanno rappresentato — con tutte le differenze del caso —
tentativi di affrancamento politico ed economico che si sono conclusi in colpi
di Stato o conflitti armati maturati dentro scenari geopolitici dove gli
interessi esterni hanno avuto un peso rilevante.
Il risultato storico è sotto gli occhi di tutti: esportazione di materie prime,
dipendenza finanziaria, trasformazione limitata delle risorse sul territorio. In
questo quadro le migrazioni sono solo una diretta conseguenza.
Tornando all’Italia, il paradosso è evidente. Il nostro è un sistema che in
molti comparti compete comprimendo il costo del lavoro: agricoltura intensiva,
logistica, edilizia, servizi a bassa qualificazione. In queste filiere la
presenza di manodopera straniera, spesso in condizioni contrattuali fragili o
irregolari, è un fattore di equilibrio del sistema.
Un governo che si definisce sovranista e promette difesa dei confini continua ad
approvare quote di ingresso significative e opera dentro un impianto economico
liberista che non mette realmente in discussione il dumping salariale. La
retorica è identitaria; la struttura resta di mercato.
L’immigrazione irregolare non riguarda soltanto la sicurezza e l’ordine
pubblico, ma è anche il risultato di un sistema economico che trova conveniente
una forza lavoro ricattabile e fragile. Finché il nostro modello produttivo
continuerà a reggersi su salari compressi e flessibilità spinta, la richiesta di
manodopera a basso costo non svanirà con una legge.
La demografia fotografa dinamiche di lungo periodo, l’economia invece orienta
gli incentivi nel presente. Se non si mette mano a quest’ultima, la prima
continuerà a essere evocata come giustificazione retorica, buona per il
dibattito ma inutile per cambiare davvero le cose.
Un sovranismo che non mette in discussione il liberismo resta una posizione di
facciata. Se non si interviene sulle logiche di mercato e sulla struttura dei
salari, le dinamiche economiche continueranno a produrre gli stessi effetti, al
di là delle dichiarazioni politiche.
L'articolo L’immigrazione è strutturale per la nostra economia: paradosso
evidente con un governo sovranista proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se sull’attacco contro l’Iran preferisce non schierarsi “per mancanza di
elementi a disposizione”, su un argomento invece Giorgia Meloni non esita a
prendere posizione. E cioè sul referendum. In un’intervista a Fuori dal coro, su
Rete 4, la presidente del Consiglio torna a scagliarsi contro i magistrati
tirando nuovamente in ballo due temi: migranti in Albania e la vicenda della
famiglia nel bosco, sottolineando di essere “senza parole” per la decisione dei
giudici di allontanare la madre dai figli. E sul punto annuncia che il ministro
Carlo Nordio sta mandando gli ispettori.
IL NUOVO ATTACCO ALLE TOGHE
“Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta
che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e
sicurezza“, dice Meloni. Nonostante la riforma costituzionale voluta da Nordio
non riguarda i due argomenti, la premier afferma comunque di essere convinta di
questo. I due temi – continua – viaggiano su tre livelli: le leggi “messe a
disposizione” anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la
“magistratura che faccia rispettare le leggi”. “Se uno dei tre livelli non
funziona – ha aggiunto – il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi
nei quali il meccanismo si è inceppato”. Meloni ha citato così le “devastazioni
dei centri sociali a Roma e a Torino”, dove “non c’è stato nessun seguito
giudiziario” e “addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli
antagonisti”. Sulla seconda materia, ha aggiunto: “Non devo ricordare le
continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il
fenomeno dell’immigrazione”.
I CENTRI IN ALBANIA
E tira fuori nuovamente l’argomento dei centri in Albania: “La novità che le
racconto stasera è che ora i giudici non hanno convalidato il trattenimento in
Albania di un altro immigrato stupratore di minore, condannato per violenza
sessuale su un minore. Cioè a un pedofilo che entra illegalmente in Italia, e
stupra un minore, io non lo posso trattenere, non lo posso rimpatriare, e
rischio perfino che i giudici gli diano la protezione internazionale. Gli stessi
che sono così comprensivi con i criminali stranieri magari poi usano il pugno
duro con chi si difende da una rapina in casa”, ha dichiarato Meloni.
SU FAMIGLIA NEL BOSCO “NORDIO STA MANDANDO ISPEZIONE”
Infine torna nuovamente sul caso della famiglia nel bosco. Dice nell’intervista
di essere “senza parole” di fronte alle ultime decisioni dei magistrati: “Una
decisione che non penso faccia stare meglio i bambini, gli infligge un
pesantissimo trauma. Penso che siamo oltre, dobbiamo assistere inermi a queste
decisioni figlie di una lettura ideologica, ma lo Stato non ti può togliere i
figli perchè non condivide il tuo stile di vita”. Nordio, ha concluso la
premier, “sta mandando una ispezione, ho parlato con il ministro”.
L'articolo Nuovo attacco di Meloni ai magistrati: “Ci impediscono di governare”.
E sulla famiglia nel bosco annuncia l’invio degli ispettori proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Da oltre due anni e mezzo, al Cpr di Ponte Galeria, manca un presidio che
dovrebbe essere ordinario in ogni luogo di privazione della libertà: lo
sportello del Garante delle persone private della libertà personale. È chiuso da
circa trenta mesi, nonostante una mozione approvata all’unanimità a fine luglio
scorso dal Consiglio regionale del Lazio impegnasse la giunta guidata da
Francesco Rocca a rinnovare il protocollo d’intesa con la Prefettura di Roma per
garantirne la riattivazione. Da allora, però, nulla si è mosso. Il
provvedimento, votato senza distinzioni tra maggioranza e opposizione, prevedeva
il rinnovo dell’accordo che consentiva al Garante regionale di avere un presidio
fisso nella struttura. Un presidio che, per le persone trattenute, rappresentava
uno dei pochi riferimenti istituzionali a cui rivolgersi per segnalare
violazioni, condizioni di detenzione inadeguate o difficoltà nell’accesso alle
cure e alla tutela legale.
A denunciarlo è stata Marietta Tidei, capogruppo di Italia Viva e prima
firmataria della mozione. “Il protocollo non è stato ancora rinnovato e di
conseguenza non è stato riattivato lo sportello. Una gravissima inadempienza
istituzionale che colpisce direttamente i diritti civili e umani delle persone
trattenute all’interno del Centro, alle quali viene negata questa fondamentale
tutela ormai da trenta mesi” afferma. Per Tidei, la responsabilità è politica e
ha un nome preciso: “Ricade interamente sul presidente Rocca e sulla sua giunta.
Ogni ulteriore ritardo rappresenterà una responsabilità grave e inaccettabile”.
La mozione era stata accolta con favore anche da Stefano Anastasìa, garante
regionale delle persone private della libertà personale. Nonostante le
sollecitazioni, però, l’assenza di uno sportello stabile continua a protrarsi,
privando il Cpr di un presidio di controllo indipendente in un contesto già
segnato da forti criticità.
A chiarire la portata di questa assenza a ilfattoquotidiano.it è Federica
Borlizzi, legale della Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili: “La
detenzione amministrativa è già, di per sé, un istituto che si colloca fuori dal
perimetro costituzionale. Uomini e donne vengono privati, fino a diciotto mesi,
della libertà personale senza aver commesso alcun reato e senza le garanzie
proprie del diritto penale e penitenziario”. Nei Cpr, sottolinea Borlizzi, non
esiste una magistratura di sorveglianza come nel sistema carcerario: “In questo
quadro, il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale è,
nei fatti, uno dei pochissimi organi a cui le persone trattenute possono
rivolgersi per far valere i propri diritti”. Il sistema delle garanzie, prosegue
la legale, è già strutturalmente fragile. “Parliamo di luoghi di detenzione
amministrativa in cui le possibilità di contestare condizioni di trattenimento,
provvedimenti o violazioni dei diritti sono limitate, lente e spesso
inaccessibili nella pratica”. Per questo, quando un atto approvato all’unanimità
da un Consiglio regionale resta inattuato per oltre due anni, “il danno non è
solo simbolico, ma sostanziale: si produce un ulteriore svuotamento delle poche
garanzie esistenti e si rafforza l’idea che, nei Cpr, il diritto sia opzionale”.
In questo contesto, l’assenza dello sportello del Garante “non è un dettaglio
organizzativo, ma l’ennesimo segnale di una deresponsabilizzazione
istituzionale”. Il messaggio che arriva alle persone trattenute, avverte
Borlizzi, “è che anche gli strumenti minimi di ascolto, monitoraggio e controllo
possono essere sospesi senza conseguenze”. Un messaggio che incide non solo
sulle condizioni materiali di vita, ma “sulla percezione stessa di essere
destinatari di una giustizia minore”. Una lettura che si intreccia con le
condizioni detentive documentate negli ultimi report: celle sudicie,
infestazioni, materassi ammuffiti, bagni bui e sporchi, pasti giudicati
inadeguati, assenza di attività ricreative. A questo si aggiungono segnalazioni
di carenze nell’assistenza sanitaria e psichiatrica, nella prevenzione dei
suicidi e nell’accesso alla tutela legale.
Negli ultimi mesi, il Cpr di Ponte Galeria è tornato al centro delle cronache
anche per l’avvio di un’azione popolare che ne chiede la chiusura immediata.
Diciotto associazioni della società civile – tra cui CILD, ActionAid, Antigone
Lazio, Arci, Asgi, Baobab Experience, Medici Senza Frontiere, Oxfam Italia e
Cgil Roma e Lazio – hanno definito il centro “una ferita aperta nel cuore della
città”. L’iniziativa è stata promossa da quaranta tra docenti, giuristi e
personalità del mondo accademico romano, che hanno inviato un’istanza formale al
sindaco di Roma Roberto Gualtieri, chiedendo di attivarsi presso il ministero
dell’Interno per la chiusura della struttura. Primo firmatario dell’appello è
Mauro Palma, già garante nazionale dei diritti delle persone private della
libertà e oggi presidente del Centro di ricerca “Diritto penitenziario e
Costituzione” dell’Università Roma Tre.
L'articolo Cpr di Ponte Galeria, da 30 mesi chiuso lo sportello del Garante dei
trattenuti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il caso di R., un ragazzo di ventiquattro anni arrivato in Italia lo scorso
dicembre, riaccende i riflettori sull’Ufficio immigrazione di via Patini a Roma.
La sua non è la storia di uno sbarco sulle coste del Sud Italia, ma quella di
una persona regolarmente atterrata a Fiumicino attraverso un corridoio
umanitario, frutto di un protocollo tra istituzioni e organizzazioni religiose
come la Comunità di Sant’Egidio. “Un’alternativa legale e sicura… un modo per
rispondere anche alla domanda sulla nostra sicurezza”, è scritto sul sito del
ministero degli Esteri, che spiega il “patrocinio privato” degli enti che
garantiscono alle persone “alloggio e assistenza economica per il periodo di
tempo necessario all’espletamento dell’iter della richiesta di protezione
internazionale”. Eppure, secondo quanto denunciato da Baobab Experience, una
delle realtà del volontariato che si fa carico dell’assistenza nella Capitale,
il trattamento ricevuto alla Questura di Roma descrive una realtà ben diversa.
R. è un sopravvissuto: ha visto il fratello morire in mare dopo che la loro
barca era stata speronata dalla Guardia nazionale tunisina, per poi essere
venduto alle milizie libiche e condotto nel centro di detenzione di Al-Assah,
lungo il confine tra i due paesi, vittima di una tratta ormai nota. In quel
centro gestito da milizie legate al governo di Tripoli, avrebbe patito torture e
traumi profondi “che lo hanno portato più volte a tentare il suicidio”, spiega
Baobab nel suo comunicato. Che poi racconta l’esperienza a Roma, il corridoio
umanitario che si infrange sugli uffici della Questura. Il giorno della
convocazione a via Patini, riferiscono, nonostante l’appuntamento documentato
gli è stato prima chiesto di andarsene per carenza di personale e poi detto che
il suo incontro non risultava nel sistema.
Dopo cinque ore di attesa, l’attivista che accompagna R. è al telefono con una
legale e, racconta il comunicato, “non si accorge che l’interprete spagnolo
mette in mano a R. – che parla arabo – una penna e gli dice di firmare un
foglio. R. firma inconsapevolmente un nuovo appuntamento per tre mesi dopo“.
Ancora: “L’attivista chiede di visionare il foglio firmato da R. e gli operatori
minacciano di chiamare la polizia, rimproverando R. – che nel frattempo inizia a
sentirsi male – di immaturità. R. è confuso, impaurito e strappa il foglio
dell’appuntamento e chiede di tornare a casa: non sta bene. Si rifugia in un
angolo e si addormenta a terra, stanco, provato”. A nulla sarebbero valse le
rimostranze, più che legittime viste le fragilità documentate di R., che “lascia
l’Ufficio Immigrazione e non risponde più alle chiamate”.
Per Baobab “i trattamenti degradanti nei confronti dei richiedenti asilo sono la
norma alla Questura di Roma”, dove si incontrano “famiglie con bambini costrette
a dormire fuori al gelo per essere le prime in fila” e dove regna una “inciviltà
dilagante”. La stampa ha raccontato più volte di persone costrette ad accamparsi
per settimane prima di riuscire ad accedere a una procedura che, secondo la
normativa vigente, anche in caso di afflusso eccezionale non deve superare i 10
giorni lavorativi. In passato, una vasta rete di associazioni, giuristi e
operatori sociali aveva rivolto un appello direttamente al Viminale e alla
Questura stessa per chiedere di garantire l’accesso senza ulteriori ritardi.
Nonostante le sanzioni del tribunale e le ripetute segnalazioni, il ministero
dell’Interno non pare aver preso provvedimenti. Le conseguenze dell’imbuto
amministrativo? Chi non riesce a formalizzare la domanda resta illegittimamente
escluso da diritti fondamentali come accoglienza e cure mediche. Per Baobab, una
spirale di esclusione: “Si inizia dalla negazione di uno status giuridico per
poi negare l’accoglienza, costringere alla strada, impedire il lavoro legale e
alimentare lo sfruttamento”.
L'articolo Richiedenti asilo, la Questura di Roma ostacola anche chi arriva con
corridoi umanitari per le torture subite in Libia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Dall’Italia arrivano notizie molto preoccupanti”. Con queste parole Mary
Lawlor, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori
dei diritti umani, ha commentato l’ultima iniziativa del governo italiano. Al
centro delle critiche c’è il nuovo disegno di legge che, nell’implementare il
Patto UE sulla migrazione, contiene norme che contrasterebbero con il diritto
internazionale, pensate per limitare ulteriormente l’azione delle navi
umanitarie che assistono le persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale, che
nel 2025 ha causato almeno 1.342 tra morti e dispersi.
“Ho ricevuto notizie molto preoccupanti riguardo alla proposta di legge
presentata in Italia per attuare il Patto europeo sulla migrazione. Sembra che
le proposte siano in netto contrasto con il diritto internazionale e mirino nel
limitare ulteriormente il lavoro di chi difende i diritti dei migranti in mare.
Il governo dovrebbe rispettare il diritto internazionale e abbandonare il
disegno di legge”, sono le parole pubblicate su X da Lawlor, che ha ricevuto il
mandato dal Consiglio Diritti Umani dell’Onu nel 2020. In particolare si
riferisce alle norme del ddl che il governo ha già rivendicato come il “blocco
navale” promesso in campagna elettorale. Come il Fatto ha già scritto, ci
sarebbe un problema di contrasto con il diritto internazionale e in particolare
con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). Il ddl
prevede la possibilità di interdire temporaneamente l’ingresso nelle acque
territoriali per ragioni come la pressione migratoria eccezionale, le emergenze
sanitarie o eventi internazionali di alto livello. Ma la Convenzione Unclos
elenca già in modo tassativo i casi in cui il passaggio di una nave può essere
considerato non inoffensivo e, sostengono molti giuristi, uno Stato non può
aggiungere nuove eccezioni, specialmente se queste violano l’obbligo di
soccorso. Chi è coinvolto in operazioni di soccorso in mare ha sempre il diritto
di entrare nelle acque territoriali.
Quello della Lawlor non è un richiamo isolato, ma segue le precedenti frizioni
tra l’Onu e l’attuale governo italiano. Già nel maggio 2024, la Relatrice
speciale, insieme ad altri esperti delle Nazioni Unite come Gehad Madi e Cecilia
M. Bailliet, aveva inviato una missiva al governo esprimendo profonda
preoccupazione per le detenzioni ingiustificate delle navi umanitarie Sea-Watch
5 e Geo Barents. In quell’occasione, i relatori avevano evidenziato come il
decreto Piantedosi e la strategia di assegnazione di porti lontani
rappresentassero una restrizione indebita della libertà di associazione e del
diritto a promuovere i diritti umani, risultando incompatibili con i trattati
internazionali come la Solas e la Convenzione sui diritti civili e politici. La
difesa di Roma si era arroccata su ragioni logistiche e di gestione dei flussi.
Attraverso una nota verbale, il governo aveva sostenuto che l’indicazione di
porti nel Nord Italia servisse a decongestionare la Sicilia e la Calabria,
sottolineando come in certi periodi dell’anno scarseggiassero persino i bus per
i trasferimenti interni. Quanto ai fermi amministrativi delle navi, spesso per
non aver accettato le indicazioni della cosiddetta guardia costiera libica,
molti hanno continuato ad essere annullati dai tribunali che hanno più volte
sollevato dubbi sulla legittimità costituzionale di norme che sembrano ignorare
l’articolo 117 della Costituzione, che impone il rispetto dei vincoli derivanti
dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Più difficile
stavolta parlare di ragioni logistiche, il ddl sembra già in rotta di collisione
con le Nazioni Unite.
L'articolo Ong e migranti, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite Mary Lawlor
chiede al governo di ritirare il “blocco navale” proviene da Il Fatto
Quotidiano.