Quando si dice “dispersi” è rarissimo che qualcuno riappaia. E questo è
particolarmente vero per le vittime delle rotte del Mediterraneo. Per quanto
riguarda ciò che è successo nel Mediterraneo al largo delle coste tunisine e
libiche attorno al 20 gennaio, nel pieno del ciclone Harry, c’è solo da sperare
che la cifra sia sotto i mille morti. Ma lo sarebbe di poco. Ci sono stati
infatti, più o meno negli stessi giorni, 380 dispersi partiti dalla Tunisia
segnalati dalle Ong e confermati dalle autorità italiane. A questi si aggiungono
le 51 vittime di un naufragio a Tobruk, ma soprattutto le ultime stime delle Ong
hanno aggiunto circa 500 persone che risultano partite dalla costa tunisina
nell’area di Sfax e non arrivate. Il totale si avvicinerebbe a 950.
Nell’ anno più tragico, il 2016, le vittime della rotta mediterranea erano state
poco più di 5 mila. Ancora qualche numero: in tutto il mese di gennaio di
quest’anno gli sbarcati in Italia sono stati 1.400 cioè meno della metà del
gennaio 2025. Piantedosi l’ha vantata come gestione dei flussi, ma la differenza
l’hanno fatta i naufragi. Il ciclone Harry, devastante conseguenza del
cambiamento climatico, ha incrociato la crisi migratoria, o meglio il
proibizionismo migratorio: i due grandi temi del nostro tempo. Ma intanto in
Italia si parlava di coltellini e martellini.
Per quanto riguarda la responsabilità morale e materiale di questi naufragi,
indubbiamente le più dirette sono quelle degli scafisti. Come si fa a far
partire le barche con le previsioni metereologiche di ciclone? L’allerta meteo
era stata data abbondantemente. E’ accertato che la stragrande maggioranza dei
naufraghi provenga dagli accampamenti provvisori negli uliveti sul mare vicino a
Sfax. In quella zona non mancano controlli polizieschi, militari e marittimi. Ma
sembra che ultimamente, pur di ridurre la presenza dei migranti subsahariani,
sia la stessa polizia a forzarli a partire.
Luca Casarini mi ha detto che non si esclude una corruzione della Guardia
Costiera tunisina da parte di uno scafista noto col soprannome di Mauritania.
Potenziata e foraggiata da Italia e Unione Europea, in questo frangente
drammatico, la Guardia tunisina se n’è completamente infischiata di intercettare
le partenze.
Ovviamente intercettare non è la stessa cosa di soccorrere e salvare ma in
questo caso lo sarebbe stato. Logicamente è impossibile controllare
perfettamente tutta la costa tunisina. Ma che tutte queste imbarcazioni siano
partite perché la Guardia costiera tunisina non se n’è accorta è impossibile
dopo tutti gli accordi col presidente Saied. Sembra incredibile, ma al momento
in Tunisia non se ne parla.
Sono appena passati 15 anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini e dalla
immediatamente successiva ondata di partenze verso l’Italia. Fu anche un anno di
tragedie del mare. Ricordo ragazzi della periferia di Tunisi entusiasti della
libertà (“partiamo domani”) e poi scomparsi. Poi il tristissimo movimento delle
madri degli scomparsi tunisini, convinti che i loro figli fossero in carcere in
Italia impossibilitati a comunicare. Ma quelle partenze avvenivano nello
sbandamento e nell’assenza della Guardia Costiera. Ora si parla di migliaia di
subsahariani, emarginati e maltrattati in Tunisia senza soluzioni. Ci sono
attivisti solidali anche in Tunisia ma fanno sempre più fatica a prendere la
parola.
Il contrasto dei flussi da parte del governo italiano per interposta Tunisia
questa volta ha preso le dimensioni di una tragedia grande.
L'articolo Mille morti in mare per il ciclone Harry: perché la Tunisia non ha
fermato le partenze? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Migranti
“Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni
lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono
e non muovono un dito”. L’accusa arriva da Laura Marmorale, presidente di
Mediterranea Saving Humans: l’ong parla di 1.000 vittime provocate dal ciclone
Harry, secondo le testimonianze raccolte anche da Refugees in Libya,
Sul sito di Mediterranea viene offerta questa ricostruzione: “Secondo le
informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per
il coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta
dal giornalista Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare
al 24 gennaio. L’allerta raggruppava otto casi SAR (ricerca e soccorso, ndr)
distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa
orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente
numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne,
uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di
queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun
salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR. Queste partenze hanno
coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la
rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde
superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi,
causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono
semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine
più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare”.
Mediterranea cita anche alcune testimonianze, come quella di Ahmed Omar Shafik,
comandante della nave mercantile Star, e di Ramadan Konte, cittadino della
Sierra Leone. Konte “era partito da Sfax a bordo di un’imbarcazione che
trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L’imbarcazione si è
capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere
avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta”. Il migrante, che
è stato poi affidato alla Guardia Costiera maltese, ha perso diversi familiari e
ritiene che altre 47 persone siano morte nel naufragio.
L’ong cita anche un trafficante di esseri umani attivo in Tunisia, Mohamed
“Mauritania”, che nei giorni del ciclone avrebbe spinto in mare dalla zona di
Sfax “cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55
persone”. Mediterranea sollecita anche la Tunisia a fornire chiarimenti: “Il 30
gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile
Ocean Viking nella zona di ricerca e soccorso maltese e sbarcato sabato a
Siracusa. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un
dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche
notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie,
parenti e amici dei dispersi sono disperati. Molti gli interrogativi, in
particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il
‘lassismo’ delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel
prevenire le partenze dalle coste di Sfax?”
La denuncia di Mediterranea è stata rilanciata anche a livello politico: Sandro
Ruotolo, europarlamentare del Partito democratico ha presentato una
interrogazione: “Alla luce dell’obbligo dell’Unione europea di tutelare la vita
umana in mare e di garantire il coordinamento delle attività di ricerca e
soccorso, chiediamo alla Commissione: perché non si sia ancora espressa
pubblicamente su questa tragedia; se abbia attivato un confronto con le autorità
dei Paesi coinvolti per ottenere dati affidabili e rafforzare immediatamente le
operazioni di ricerca e salvataggio; quali misure intenda adottare per garantire
un coordinamento efficace tra Stati membri e Paesi terzi, affinché tragedie di
tale portata ricevano risposte tempestive, concrete e adeguate”.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie nella segreteria
nazionale del Pd parla di “uno scenario terribile di fronte al quale non si può
restare in silenzio”. Sempre dal Pd, il deputato Matteo Orfini fa sapere di aver
presentato una interrogazione al ministro Piantedosi: “Il Governo deve spiegare
all’Aula perché non sono state attivate procedure di emergenza straordinarie e
perché si è scelto di ignorare le grida di aiuto che arrivavano da quelle
imbarcazioni già ore prima che il ciclone colpisse. Non permetteremo che questo
massacro passi sotto silenzio o venga liquidato come un inevitabile incidente di
percorso”.
L'articolo Mediterranea denuncia: “Mille persone disperse a causa del ciclone
Harry, Italia e Malta tacciono”. I migranti costretti a partire dalla Tunisia
con onde alte sette metri proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è sempre una prima volta nella vita. Non avevo mai avuto l’occasione di
visitare la Sicilia. Qualche giorno prima della partenza era stato diramato un
bollettino meteo con livello di criticità Allarme- Codice Rosso per rischio
idrogeologico ed idraulico fino alle 24 del 17 gennaio. Al mio arrivo, qualche
giorno dopo, la strada da Catania a Modica era in buone condizioni e solo si
notavano i campi attorno saturi d’acqua piovana. Sappiamo che in alcune parti
dell’isola i disagi e i disastri sono stati notevoli. Precipitazioni abbondanti
a parte, Modica è stata risparmiata da disastri, ma il mare non è lontano.
C’è sempre una prima volta nella vita. Un migrante che si è salvato dal
naufragio nella vicina Pozzallo sostiene che ‘la vita non vale niente’. Ha visto
morire alcuni suoi compagni di viaggio e tra questi un bambino. Ricorda il bimbo
che ‘beveva’ l’acqua del mare e ha chiesto a Dio di morire perché la sofferenza
era difficile da portare. Poi, vivo per miracolo, si è detto che doveva
realizzare la sua vita da questa parte per coloro che non sono mai arrivati alla
riva.
‘La vita non vale niente’, ha ripetuto questo giovane che è fuggito dal suo
Paese per attraversare il deserto e il mare, reso amaro assai.
C’è sempre una prima volta nella vita. Proprio accanto al mare di Pozzallo,
adiacente al porto militare, si trova un centro per i migranti che arrivano dal
mare, le mani disarmate. Gli hanno dato il nome inglese ormai confidenziale di
hotspot per renderlo innocuo nel paesaggio lessicale della politica. In realtà
opera come centro di prima accoglienza, identificazione e assistenza sanitaria
per i viaggiatori del mare.
Gli hotspot nascono per differenziare i richiedenti asilo dai cosiddetti
‘migranti economici’. Detto centro è una struttura chiave per la gestione degli
arrivi dal mare nelle Sicilia meridionale.
C’è sempre una prima volta nella vita. Ad esempio assaggiare il cioccolato di
Modica nella stessa città dove questo prodotto si crea e si commercia. Avrei
scoperto più tardi che l’attuale processo di lavorazione era praticato da Maya e
Aztechi che usavano i semi di cacao per l’alimentazione e i loro riti. Modica
seppe valorizzare questo tipo di tecnica in seguito all’occupazione spagnola del
XVI secolo. Anche in questo caso tutto arrivò dal mare. Dall’America prima e
dalla Spagna poi. La dolcezza e finezza ineguagliabile di questo prodotto ha
potuto transitare l’oceano e il Mediterraneo.
C’è sempre una prima volta nella vita. Auguro ai capi di stato che infestano la
cronaca quotidiana, a coloro che si credono immortali e decidono le sorti del
mondo, ai dittatori da strapazzo, ai militari che hanno confiscato il potere, a
coloro che rubano le redini dell’economia, agli intellettuali da salotto, ai
venditori di illusorie consolazioni, ai fabbricanti di armi, ai politici e
commedianti delle geopolitiche imperiali, a coloro che affamano i poveri che
essi o uno dei loro figli si trovi profugo e attraversi il mare.
C’è sempre una prima volta nella vita. La Sicilia, Pozzallo, l’hotspot, il
cioccolato di Modica lavorato a freddo, le minute e fragili solidarietà che come
fili intessono speranze. Perché afferma infine il migrante che arriva dal mare:
‘la vita non vale niente, ma niente vale la vita’.
L'articolo La Sicilia, l’hotspot di Pozzallo e il cioccolato di Modica: così
fragili solidarietà intessono speranze proviene da Il Fatto Quotidiano.
Migliorare la consapevolezza dei loro diritti e sostenere le persone con
disabilità di origine straniera provenienti da contesti molto diversi. È nato il
primo Osservatorio permanente sulle persone con disabilità e background
migratorio, promosso dalla Fondazione ISMU-Iniziative e Studio per la
multietnicità in collaborazione con LEDHA-Lega per i diritti delle persone con
disabilità e Caritas Ambrosiana. Si origina dall’esperienza del progetto
“CiSiamo” per favorire il lavoro in rete degli enti del Terzo settore e
contrastare le discriminazioni multiple che subiscono in particolare donne e
uomini con disabilità e di origini straniere. “L’Osservatorio vuole proseguire
il confronto e la collaborazione tra le realtà promotrici, oltre ad allargarlo
ad altri enti e associazioni che si occupano di questi temi sociali e inclusivi,
per approfondire le caratteristiche e i bisogni specifici di questa fascia di
popolazione che spesso fatica a trovare risposte nei servizi pubblici e nel
privato sociale”. A dirlo a ilfattoquotidiano.it è Giovanni Merlo, direttore
Ledha che aggiunge come “l’obiettivo di fondo è raggiungere quante più persone
con disabilità e background migratorio possibile, per fare in modo che possano
diventare consapevoli dei loro diritti e delle loro responsabilità, conoscere le
opportunità presenti nella società ed essere protagoniste della loro vita
personale, familiare e sociale”. Il Comune di Milano, in particolare il Milano
Welcome Center per persone migranti e rifugiate e la rete dei 40 enti del Terzo
settore con cui il servizio è in coprogettazione, ha aderito all’iniziativa e
l’Osservatorio è aperto alla partecipazione di ulteriori soggetti interessati a
contribuire a questo lavoro condiviso.
“L’Osservatorio muoverà nelle prossime settimane i suoi primi passi, una volta
raccolte le disponibilità e l’interesse di altre organizzazioni di farvene
parte”, spiega Merlo. “È ragionevole pensare che svolgerà, prima di tutto,
un’attività di ricognizione della situazione, in base ai pochi dati disponibili
e alle tante esperienze delle organizzazioni che fanno parte dell’Osservatorio”.
Per il direttore di LEDHA “sarà necessario fare emergere, anche sulla scorta del
progetto “CiSiamo”, i problemi e le situazioni concrete che vivono le persone
con disabilità e con background migratorio insieme agli esempi di iniziative ed
esperienze positive già in atto”. L’obiettivo sarà comunque quello di ridurre le
distanze, cioè di trovare i canali di comunicazione e relazione per rendere
protagoniste e coscienti dei propri diritti le stesse persone in merito alle
attività in loro favore. Sul territorio della Città Metropolitana di Milano
“purtroppo non è possibile ipotizzare una cifra indicativa di quante persone con
disabilità migranti sono potenzialmente interessate perché non abbiamo dati
specifici su questo tipo di persone e questa mancanza segna quanto la condizione
di vita delle persone con disabilità e con background migratorio sia ancora poco
conosciuta e poco considerata. Anche per questo motivo”, aggiunge al Fatto.it
Merlo, “è importante che l’Osservatorio inizi presto a funzionare”.
Il problema principale per queste persone verso cui è dedicato l’Osservatorio
rappresenta l’accesso alle informazioni: la barriera linguistica, soprattutto
per chi è arrivato da poco in Italia, rappresenta spesso un ostacolo importante,
per reperire informazioni sui servizi, le modalità e i criteri di accesso. Più
in generale resta il tema della consapevolezza rispetto ai diritti esigibili:
solo se si conoscono i propri diritti è possibile agire per esercitarli.
“Ancorché vittime di una invisibilità che concorre a oscurarne i bisogni,
limitarne l’accesso ai servizi, ostacolare la segnalazione degli episodi di
discriminazione, inibire la valorizzazione del loro potenziale, le persone con
disabilità e background migratorio sono in grado di sollecitare risposte
innovative, costruite dal basso imparando dalle situazioni concrete e
valorizzando lo straordinario patrimonio di conoscenze, esperienze e sensibilità
di cui sono depositari tanto gli operatori dei servizi, quanto le stesse persone
a rischio di esclusione”, afferma Laura Zanfrini, responsabile del settore
Economia, lavoro e welfare di Fondazione ISMU e ideatrice del progetto da cui è
nato l’Osservatorio. “La nostra ambizione”, continua Zanfrini, “è di promuovere
un salto di qualità nella capacità di corrispondere ai bisogni e alle
potenzialità di una società sempre più eterogenea. Trasformando la vulnerabilità
in valore aggiunto”.
Come le donne con disabilità doppiamente vittime di discriminazioni e violenze
anche le persone disabili provenienti da altri Paesi affrontano condizioni di
vita più pesanti rispetto alla media nazionale. “Sempre più spesso”, evidenzia
Merlo, “ci troviamo a dover affrontare episodi di discriminazione
intersezionale, in cui la dimensione della disabilità si interseca con altre
caratteristiche della persona come ad esempio il genere, l’orientamento sessuale
e, nel caso di questo progetto, il background migratorio”. La collaborazione con
realtà del Terzo settore che si occupano di migrazioni è fondamentale per LEDHA
perché consente di rispondere in modo più efficace e competente ai bisogni
complessi delle persone con disabilità di altre nazionalità, offrendo strumenti,
informazioni e tutele realmente accessibili. “In questo percorso, LEDHA metterà
a disposizione dell’Osservatorio il proprio patrimonio di competenze ed
esperienze, contribuendo a rafforzare il lavoro di tutte le realtà coinvolte”,
conclude Merlo.
L'articolo Disabilità e migrazione, nasce un Osservatorio contro le
discriminazioni multiple proviene da Il Fatto Quotidiano.
Strutture chiuse, opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio
italiani raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non sono
un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso che ha
legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald Trump, di cui
l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e visibile, e che in Europa
prende forma nei nuovi regolamenti del Patto su migrazione e asilo, che estende
hotspot e zone di frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle
garanzie, trasformando i confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi
dove l’eccezione diventa regola e il controllo sostituisce la tutela delle
persone che da soggetto di diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei
Cpr italiani, dove la privazione amministrativa della libertà non è più misura
residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo
di quelle.
Il nuovo rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato
dalle organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), a partire
dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da delegazioni
multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri regionali. Schede di
rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di Bari, Brindisi, Caltanissetta,
Gradisca, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino e Trapani. Senza
dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli
accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone, tra i
curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una ferita
aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un approccio
metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso di avere un
quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei centri”, svela una
realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”, dal degrado dei moduli
fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute la norma. Gli elementi
raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr presentano tutte le
caratteristiche di una “istituzione totale non riformabile“, intesa come luogo
che ha la capacità di assorbire completamente la vita di persone che non sono
trattenute perché hanno commesso un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal
resto della società. Da qui le “fortissime analogie con l’istituzione
manicomiale”, commenta Schiavone. Come già per i manicomi, anche l’esistenza dei
Cpr è presentata come “necessaria”, ma la realtà dei fatti smentisce
sistematicamente questa narrazione: producono solo sofferenza e non raggiungono
gli obiettivi dichiarati.
Tanto che si può parlare di paradosso: il sistema costa milioni, ma se la
finalità dichiarata è il rimpatrio, nel 2024 solo il 10,4% delle persone colpite
da un provvedimento di allontanamento è stato effettivamente rimpatriato tramite
i Cpr. Eppure tra il 2018 e il 2024 l’Italia ha speso oltre 110 milioni di euro
per questo apparato, includendo costi esorbitanti per il personale delle forze
dell’ordine nei centri più remoti, come Macomer, dove questi costi superano
quelli della gestione stessa della struttura. Inefficienza che, per Schiavone,
non è un incidente ma un elemento strutturale, perché stando ai risultati “i Cpr
non sono affatto orientati all’allontanamento delle persone”. Anzi, “l’inutilità
è insita all’interno del sistema di violenza”. E allora qual è il senso?
Riprendendo le parole di Fabrizio Coresi, esperto di migrazione per ActionAid
che pure ha collaborato al nuovo rapporto, “la detenzione in sé: assimilare le
persone a criminali così che l’opinione pubblica si senta legittimata a
considerarli invasori, concorrenti nella crisi economica. E questo disciplina i
cittadini perché ci distrae da altre questioni”. Insomma, più che a rimpatriare
loro, questi centri servono a controllare noi”. Ma il noi non deve sapere
troppo. Oltre i muri e il filo spinato, la vita è ridotta all’essenziale
biologico, spesso in celle prive di arredi, con letti in cemento. Quello dei
detenuti è un “tempo vuoto” sul quale non hanno alcun controllo, nemmeno se si
tratta della salute.
Dal Rapporto 2026 ‘CPR D’ITALIA: ISTITUZIONI TOTALI’ del Tavolo Asilo e
Immigrazione
Ci sono poi le testimonianze, letteralmente urla nel silenzio. Ayman,
rimpatriato d’urgenza dopo aver denunciato le condizioni del centro con un
video, racconta di teste spaccate dagli agenti perché si chiedeva assistenza
medica. Hafed descrive il centro come una Guantanamo dove da animale domestico
lo hanno trasformato in un lupo. E poi Hassan, lasciato con le gambe fratturate
senza cure, o Wissem Ben Abdelatif, morto dopo essere stato legato per cento ore
in un “reparto psichiatrico”. Prima di morire, implorava: “Ho bisogno di un
avvocato datemi un avvocato”. Casi isolati? La violenza si manifesta
nell’assenza di informativa legale che aliena e viola le norme Ue: a
Caltanissetta, dove “al momento dell’accesso al CPR non viene fornito alcun tipo
di informativa”, le affermazioni dei gestori sulla consegna di documenti sono
state “smentite dai trattenuti”, mentre a Trapani la mancata consegna è stata
giustificata con il “rischio che i fogli di carta possano essere bruciati”. È
costante che i trattenuti “lamentino di non sapere perché si trovano lì“, e
“molti hanno dichiarato di essere stati “invitati a firmare qualcosa che non
hanno compreso” durante informative orali svolte troppo in fretta”. Quanto alla
difesa legale, in centri come Gradisca d’Isonzo e Palazzo San Gervasio, i
trattenuti hanno riferito di “ricevere un foglio già compilato per la nomina”
dell’avvocato. E così per il diritto alla comunicazione, descritto come una
“concessione regolata dall’organizzazione interna” anziché un diritto effettivo,
mentre il telefono personale viene ritirato all’ingresso. E’ scritto nel
rapporto: “Un trattenuto riportava disperato di non poter vedere sua figlia di
cinque anni che non riesce a capire dove si trovi il padre”. A Gradisca d’Isonzo
il rapporto segnala che, nella fase iniziale del trattenimento, l’accesso alla
comunicazione può essere precluso fino alla convalida del trattenimento.
C’è infine l’uso massiccio di psicofarmaci per anestetizzare e spegnere il
disagio che nasce dalle condizioni che annientano le persone. In molti centri,
la somministrazione di ansiolitici e antipsicotici avviene anche senza controllo
psichiatrico, come emerso dai monitoraggi tecnici. Un quadro che, denuncia il
TAI, si aggrava con l’evoluzione normativa europea, dove il nuovo Patto
trasforma le diverse forme di confinamento in infrastruttura ordinaria delle
politiche migratorie. Una zona grigia di sospensione dei diritti in un modello
di gestione privatizzato che affida la vita di migliaia di persone a pochi
gestori privati in regime di oligopolio. Schiavone avverte come la stessa
resistenza prefettizia all’accesso dei collaboratori tecnici nei Cpr nasca dalla
“paura che si possa veramente vedere all’interno e avere appunto dati
scientifici inequivocabili sui quali fondare dei ragionamenti da contrapporre a
vuoti slogan”. Forse perché è ormai chiaro ai più, e guai se non lo fosse dopo
venticinque anni di “sperimentazione“, che lo stato di diritto non può che
fermarsi sull’uscio di questi luoghi, intrinsecamente non riformabili. “Questo
rapporto spiega le ragioni per cui il miglioramento non è possibile, ma è
possibile soltanto una un cambiamento profondo, così come è avvenuto con con
l’Istituto Manicomiale”, conclude Schiavone. E allora “senza contraddizione
alcuna con l’intenzione di migliorarli, l’unica possibilità reale è la loro
chiusura”. A questo servono analisi e rapporti come questo, a evitare che si
normalizzi l’orrore nell’attesa che vengano aboliti.
L'articolo Detenere per governare: nei CPR d’Italia si parla già la lingua di
Trump | il report proviene da Il Fatto Quotidiano.
Va in direzione contraria rispetto a tanti altri Paesi europei la Spagna, che
con un decreto ha deciso di stabilizzare oltre mezzo milione di immigrati
irregolari, offrendo loro la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno.
Mentre molti governi irrigidiscono confini e norme – dall’Italia che vuole
trattenere in Albania i richiedenti asilo fino ai provvedimenti più severi per i
rifugiati in Gran Bretagna e ale pene detentive in Grecia per i migranti che
restano nonostante il respingimento delle richieste di asilo -, l’esecutivo
progressista di Pedro Sanchez dà il via libera a una scelta politica e simbolica
che intreccia diritti, demografia ed economia, rivendicata come risposta
“realistica” a una trasformazione già in atto nella società spagnola. “Oggi è
una giornata storica per il nostro Paese”, ha dichiarato la ministra
dell’Inclusione, Previdenza sociale e Migrazioni, Elma Saiz, al termine del
Consiglio dei ministri. “Rafforziamo un modello migratorio fondato sui diritti
umani, sull’integrazione e sulla convivenza, compatibile con la crescita
economica e la coesione sociale”.
La misura – concordata con Podemos e adottata via decreto dall’esecutivo di
coalizione minoritario Psoe-Sumar, per evitare le forche caudine del Parlamento
– apre l’iter per la concessione di un permesso di residenza legale a “circa
mezzo milione di stranieri” presenti in Spagna da almeno cinque mesi prima del
31 dicembre 2026 e privi di precedenti penali. Inizialmente annuale, consentirà
fin da subito l’accesso al lavoro “in tutti i settori e ovunque nel paese” ai
richiedenti. Che, poi, concluderanno l’iter di integrazione tramite la normativa
ordinaria sugli stranieri. Include i ricongiungimenti familiari da subito anche
per i figli minori. I termini per la presentazione delle richieste di
regolarizzazione inizieranno da aprile per concludere il 30 giugno. I numeri
spiegano le ragioni della scelta. In Spagna vivono oltre 7 milioni di stranieri
su 49,4 milioni di abitanti (dati Ine) e che rappresentano il 16% degli iscritti
alla Previdenza sociale, come ha evidenziato la ministra Saiz. Gli irregolari,
secondo un report de centro di analisi Funcas, sono circa 840mila, otto volte
più che nel 2017. In larga maggioranza (circa 91%) provenienti dall’America
Latina con nazionalità colombiana, peruviana e honduregna particolarmente
numerose, di madrelingua ispanica. Oltre a questo, condividono anche la
religione e sono affini alla cultura del Paese. Una forza lavoro in gran parte
già inserita nei gangli dell’economia e che potrà essere ora regolarizzata.
Mentre i flussi degli irregolari sono in calo: nel 2025 sono entrati in Spagna
circa 37mila migranti irregolari, pari a – 42% rispetto al 2024, secondo il
ministero dell’Interno.
Il governo lega apertamente la robusta crescita economica degli ultimi anni (del
2,9% del Pil nel 2025, oltre il doppio della media europea) al contributo
dell’immigrazione. Non a caso Sanchez ha ripetuto che “è decisivo per
l’espansione dell’economia”. E, proprio oggi, i dati diffusi dall’Ine
sull’occupazione nel 2025 hanno segnato record di oltre 22,4 milioni di
lavoratori, con un tasso di disoccupazione sceso sotto il 10% per la prima volta
da 18 anni. E con quasi mezzo milione di persone in più nella forza lavoro
attiva, che hanno attenuato le pressioni legate all’invecchiamento della
popolazione, sostenendo il sistema di welfare. La sanatoria, ispirata a
un’iniziativa legislativa popolare del 2023, sostenuta da 700mila firme del
mondo associativo (inclusa la Chiesa spagnola) ma bloccata in Parlamento, ha
però esasperato lo scontro politico. Il partito di estrema destra Vox, guidato
da Santiago Abascal, ha reagito con toni estremi, bollandola come un “effetto di
richiamo” per migliaia di persone. Ha accusato il governo di voler “sostituire
il popolo spagnolo” e ha invocato “espulsioni e rimpatri forzati”. Mentre il
leader del conservatore Partido Pupular, Alberto Nunez Feijoo, ha definito la
regolarizzazione “una cortina di fumo” tesa a “distogliere l’attenzione” da
criticità, come la gestione dei trasporti pubblici, dopo le recenti tragedie
nazionali della strage ferroviaria di Adamuz (Cordoba) in cui sono morte 45
persone.
I numeri sui migranti in Spagna – Secondo quanto emerge dal rapporto del centro
di analisi economico-sociale Funcas, basato su dati aggiornati al 2025, in
Spagna vivono circa 840mila immigrati extracomunitari in situazione irregolare,
una cifra otto volte superiore a quella del 2017. Secondo lo studio, gli
stranieri senza permesso erano otto anni fa 107mila e rappresentano oggi il
17,2% della popolazione extracomunitaria. La maggior parte non è arrivata via
mare, ma in aereo, entrando regolarmente e perdendo poi lo status legale. I
paesi di provenienza sono in larga parte quelli dell’America Latina, regione da
cui provengono circa 760mila persone. In testa i colombiani (circa 290mila),
seguiti dai peruviani (quasi 110mila) e honduregni (90mila). Molto più
distaccate le altre aree: Africa (circa 50mila), Asia (15mila) ed Europa non Ue
(14mila). In passato la Spagna ha varato nove regolarizzazioni di migranti tra
il 1986 e il 2005 promosse da governi sia socialisti che popolari, che hanno
consentito complessivamente la regolarizzazione di oltre un milione di
immigrati, l’ultima delle quali venti anni fa con l’esecutivo Zapatero, quando
furono concessi documenti a oltre 576mila stranieri.
L'articolo Spagna in controtendenza rispetto all’Europa: il governo Sanchez
regolarizza oltre 500mila migranti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Completata la parte teorica di un corso per elettricista della durata di tre
mesi, Omar viene mandato in una ditta a fare il suo periodo di tirocinio/stage,
parte integrante del percorso che lo porterà all’ottenimento della qualifica
professionale, senza la quale nessuno ti considera nemmeno. Lì per un mese
lavora insieme ai dipendenti – esperti e apprendisti – imparando un po’ alla
volta a fare le cose più semplici del lavoro, naturalmente gratis. Ogni giorno
alle 12 arriva il pranzo, ma è solo per i dipendenti, niente cibo per Omar, deve
portarselo da casa. Mi è capitato di andarlo a prendere all’uscita, era sempre
l’ultimo perché aveva spesso qualche lavoro da finire.
Alla sera va a fare il corso di italiano al Cpia che si trova dall’altra parte
della città, due ore fra andata e ritorno per due ore di lezione quattro volte
la settimana, l’omeopatia applicata all’istruzione. Sotto casa ha un Cpia, ma
non c’è mai posto. Uno dei suoi compagni di corso lo stage lo fa in una ditta
poco lontana, anche lui gratis perché è la regola. Alla mattina, come tutti i
dipendenti, sceglie fra i menù proposti quello che preferisce e consuma il pasto
con i suoi “colleghi”. Chi volesse pesare la differenza fra le due ditte non
deve cercarla nelle leggi, basta che faccia riferimento alla civiltà.
Idrissa ha superato i vent’anni da tempo, va ancora alle serali perché vuole
prendere un diploma, ma intanto deve lavorare per mantenersi. E’ alle dipendenze
di una agenzia di lavoro interinale, presta servizio in una grande azienda
insieme a un migliaio di dipendenti fissi, di quelli assunti dalla ditta stessa
con contratto e benefits. Un’azienda con una buona presenza sindacale, così che
i lavoratori sono ben tutelati. Gli interinali no, fanno lo stesso orario, le
stesse mansioni, ma non hanno diritto a nessuno dei servizi che l’azienda ha
concordato coi suoi dipendenti. Pazienza, si aggiusta, come i suoi colleghi
italiani bianchi che versano nella sua stessa condizione.
Quello che Idrissa non riesce proprio a capire è come mai lui viene licenziato
prima di ogni festività per essere riassunto subito dopo, mentre i suoi colleghi
“fissi” (anche quelli con contratti a termine) ricevono lo stipendio completo
ogni mese, feste comprese: a dicembre licenziato il 22, a gennaio riassunto il
7. Idrissa se lo fa bastare, è un po’ allarmato perché arriva a mille euro, ma
ne spende 100 in trasporti per andare al lavoro. Non capisce come mai nessuno
dei suoi colleghi “regolari” provi a dire qualcosa per aggiustare questa
disparità.
A metà aprile ’25 è scaduto il permesso di soggiorno di Omer, quindi presenta la
richiesta di rinnovo con kit postale. Seduta stante gli viene rilasciata la
ricevuta che attesta la richiesta presentata e lo convoca presso l’ufficio
stranieri della Questura per il completamento della domanda. L’appuntamento che
riceve è per 6 mesi dopo! Durante questo periodo, se verrà fermato o se dovrà
produrre i suoi documenti di soggiorno, sarà nelle mani dei suoi interlocutori
del momento: il funzionario pubblico rigoroso gli bloccherà pratiche e richieste
perché “non in regola coi documenti”, quello umano lo lascerà stare perché ben
conosce i meandri e le lungaggini. Pazienza – si dice Omer – sopporterò per sei
mesi, ma poi mi daranno il permesso di soggiorno per due anni.
A metà ottobre si presenta all’appuntamento in Questura e riceve un timbro sulla
ricevuta della Posta corredato da una sigla di 10 caratteri che costituiscono
l’identificativo della sua pratica. Da quel momento potrà seguire il suo iter
collegandosi al sito del Ministero degli Interni. Digitando l’identificativo
della pratica otterrà una risposta per colore: rosso (pratica che non esiste),
giallo (documento di soggiorno in trattazione); verde (presentarsi per il ritiro
del permesso). A metà gennaio ancora non compare alcun colore: la pratica di
Omer non risulta, deve ancora cominciare il suo iter. Sono passati 9 mesi dalla
presentazione della domanda.
I servitori dello Stato – in questo caso il Ministero degli Interni e le sue
articolazioni locali, a cominciare dalle Questure – sono sicuri di servirlo bene
(lo Stato) trattando così gli stranieri “a posto” e facendo finta di tenere a
bada quelli “non a posto” con l’esercito nelle strade e le gabbie albanesi?
A proposito di servitori dello Stato, Ahmed, marito dell’italianissima Giovanna
e lavoratore con contratto fisso e scolarità elevata, attende da giugno che la
Prefettura gli dica qualcosa sulla sua domanda di cittadinanza. Sul sito della
Prefettura la sua pagina è invariata da 8 mesi.
Di storie così ce ne sono tante, troppe. Coinvolgono persone – non solo migranti
– che rigano dritto, pagano le tasse se guadagnano, e costituiscono un modello
virtuoso e un esempio per chi arriva e per chi qui è nato. Servire lo Stato
significa anche separare il grano dal loglio, col conforto dello
stipendio-carriera sicuro e la certezza delle leggi da applicare con
responsabilità. Innanzitutto evitando di aggravare procedure e percorsi che
danneggiano i cittadini impedendo loro l’esercizio dei diritti e delle
prerogative (art. 1, L. 241/90). Raramente i servitori dello Stato negligenti
vengono chiamati a rispondere, perché le loro vittime sono spesso le persone più
deboli. Fermare questa deriva che conduce alla tirannia burocratica è uno dei
doveri di chi ha a cuore lo Stato di diritto.
L'articolo Molti migranti rigano dritto, ma lo Stato resta negligente: la
tirannia burocratica va fermata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Circa 380 persone sono disperse nel Mar Mediterraneo da dieci giorni, inclusi
quelli che hanno visto il ciclone Harry sconvolgere l’area: un unico dispaccio
di allerta a “tutte le navi in area”, reso noto dal giornalista di Radio
Radicale Sergio Scandura, raggruppa ben otto casi Sar (Search and rescue) per
otto imbarcazioni che nei giorni scorsi hanno preso il largo da Sfax, in
Tunisia. “Il dispaccio Sar – spiega Scandura su X – trasmesso in data odierna
sulla rete InmarSAT dal Centro di Coordinamento e Soccorso Itmrcc della Guardia
Costiera italiana – riporta anche le date di partenza delle otto imbarcazioni
dalla costa orientale tunisina, per un totale di circa 380 naufraghi.
“Il dispaccio SAR viene ri-trasmesso più volte anche oggi sui terminali
InmarSat”, scrive il giornalista domenica 25 gennaio spiegando che le
drammatiche condizioni meteo dei giorni scorsi “non lasciano sperare molto”.
Evidenziando inoltre come significativo, “soprattuto per numero eventi, che
questi casi SAR siano da Sfax: problemi con gli accordi imbastiti dall’Italia
tra la Tunisia di Saied e la Commissione europea?”. Le date di partenza da Sfax
sono del 14, 18, 20 e 21 gennaio 2026: includono i giorni che hanno visto il
quadrante del Mediterraneo Centrale, inclusa la rotta ideale da Sfax a
Lampedusa, segnato dagli impietosi 7+ metri di onda e dalle severissime raffiche
fino a 54+ nodi provocate dal ciclone Harry”.
> ???? 380 Persone disperse in mare: mancano all’appello da dieci giorni.
>
> Un unico dispaccio di allerta a “tutte le navi in area” raggruppa ben otto
> casi SAR per otto imbarcazioni che nei giorni scorsi hanno preso il largo da
> Sfax ????????
>
> Il dispaccio SAR – trasmesso in data odierna… pic.twitter.com/iGKeoux3gS
>
> — Sergio Scandura (@scandura) January 24, 2026
Scandura elenca i casi Sar dei quali è venuto a conoscenza: 49 persone su barca
in ferro, partite da Sfax il 21 gennaio; 54 persone su una imbarcazione, partite
da Sfax il 20 gennaio; 45-50 persone partite da Sfax il 18 gennaio; 51 persone
su barca in ferro, partite da Sfax il 20 gennaio; 36 persone su barca in ferro,
partite da Sfax il 14 gennaio; 42 persone su gommone, partite da Sfax il 14
Gennaio; 53 persone su barca in ferro, partite da Sfax il 14 gennaio; 45 persone
su barca in ferro, partite da Sfax il 14 gennaio. Numeri che vanno letti insieme
a quelli del naufragio che sarebbe avvenuto venerdì, con 50 vittime e un unico
sopravvissuto, soccorso in acque internazionali dopo che il barcone partito
dalla Tunisia si era rovesciato. L’uomo è ricoverato a Malta in gravissime
condizioni. C’è poi la ong Alarm Phone che segnala da giorni di aver perso ogni
contatto con le persone partite sempre dalla Tunisia su tre imbarcazioni. E le
18 persone soccorse la scorsa notte dalla nave Sea-Watch 5 in zona Sar libica,
compresi due bambini piccoli.
L'articolo Migranti, 380 dispersi da 10 giorni. Scandura: “Tutti dalla Tunisia:
problemi con gli accordi imbastiti dall’Italia?” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Una vergogna nazionale”. “Il governo continua a buttare i soldi”. L’opposizione
parte con la lancia in resta contro l’esecutivo, accusato di sprecare ancora
fondi per gli alloggiamenti delle forze dell’ordine in Albania, nell’ambito di
una operazione che sui trasferimenti dei migranti dall’Italia non sembra aver
portato risultati concreti.
Giuseppe Conte, leader dei 5 Stelle dice così: “Il governo continua a buttare
soldi per l’Albania mentre qui continua a tagliare sulla sanità e
sull’istruzione e per altro con quei soldi mortifica la professionalità delle
forze dell’ordine che stanno a guardare dei centri vuoti”. Il leader di M5S ha
parlato all’iniziativa ‘Avanti per l’Italia’; poi ha aggiunto cifre sulle
carenze che riguardano la sicurezza: “In Italia mancano 23mila fra poliziotti e
carabinieri, che lavorano in condizioni difficili e sotto organico nelle nostre
città, si taglia sulla scuola e mancano misure su bollette, sanità, carovita. I
risultati? Secondo Frontex nel resto d’Europa nell’ultimo anno sono diminuiti
gli arrivi dei migranti del 26% mentre fra 2024 e 2025 in Italia sugli sbarchi
non è cambiato nulla. Sono arrivati oltre 300mila migranti in 3 anni. Altro che
‘blocco navale subito’”.
Matteo Orfini (Pd): “La stessa maggioranza che continua a produrre fallimentari
decreti sicurezza, spreca milioni di risorse degli italiani solo per non
riconoscere l’inutilità dei centri albanesi”. E Matteo Renzi (Iv) sui social
parla di “modello vacanze sulla pelle degli italiani”. “Coltelli nelle scuole,
aggressioni, stazioni come terra di nessuno e il governo Meloni cosa fa?
Continua a sprecare soldi in Albania. La notizia dei 18 milioni di euro
stanziati per rinnovare l’accordo con il resort a cinque stelle dove alloggiano
le forze dell’ordine, mentre in Italia mancano uomini, mezzi e risorse è una
vergogna nazionale”.
Angelo Bonelli (Avs): “Continua in Albania lo sperpero del denaro pubblico da
parte del governo Meloni che, mentre nega risorse in Italia per potenziare le
forze dell’ordine e aumentare gli stipendi degli agenti, utilizza soldi per la
propaganda a reti unificate su media totalmente asserviti. Quella in Albania non
è un’operazione che mira a controllare i flussi migratori e non affronta la
crisi migratoria a livello strutturale. È piuttosto un’operazione di distrazione
e spreco di fondi pubblici, nel momento in cui l’esigenza di garantire più
sicurezza al Paese è urgente, cosa che questo governo non fa, perché sulla
sicurezza il fallimento è completo”.
Sulla stessa linea Più Europa con il segretario Riccardo Magi: “Altri 18 milioni
di euro gettati in quella cattedrale nel deserto che é il Cpr in Albania per
rinnovare l’accodo con il resort a 5 Stelle dove ospitare il personale
italiano”.
Carlo Calenda dice a Lapresse: “Il Governo continua a buttare centinaia di
milioni di euro per centri in Albania che non funzionano, mentre occorrerebbe
farne in Italia, per detenere gli immigrati irregolari che delinquono in attesa
di rimpatrio”.
A difendere l’esecutivo ci pensa il ministro Piantedosi, secondo cui
l’opposizione ha fatto male i calcoli: “Sono stati individuati il costo pro
capite e pro die, a meno che qualcuno non pensi che i nostri agenti quando vanno
all’estero in missione non debbano stare nelle stamberghe. Non si tratta di un 5
stelle come in Italia, credo che il costo si aggiri sugli 80 euro a notte. Detto
questo, parliamo di 80 euro giornalieri in una cornice economica che viene
raggiunta solo se il personale impiegato raggiunge il numero massimo”.
L'articolo “Vergogna nazionale”. “Il governo butta i soldi mentre taglia sulla
sanità”. Le opposizioni attaccano l’esecutivo sulle spese per le forze
dell’ordine in Albania proviene da Il Fatto Quotidiano.
Missione Albania, avanti tutta senza badare a spese. È stato rinnovato l’accordo
con il resort 5 stelle per l’alloggio delle forze dell’ordine impegnate nella
gestione dei centri per migranti. Come ribadito più volte dalla premier Giorgia
Meloni, anche durante il recente vertice intergovernativo tra Italia e Germania,
per la gestione del dossier migranti l’Italia intende continuare a puntare su
“soluzioni innovative” come il Protocollo sottoscritto tra Roma e Tirana il 06
novembre 2023. Questo nonostante finora l’operazione non abbia dato i frutti
sperati dal governo, le persone da espellere debbano comunque tornare in Italia
per il rimpatrio e i cpr in territorio italiano abbiano costi inferiori e
rimangano strutturalmente sottoutilizzati.
Poco o nulla importa al governo. “Non l’abbiamo potuto finora far funzionare
perché c’erano delle sentenze ideologiche dei giudici – ha spiegato l’inquilina
di palazzo Chigi -. Ci hanno detto che era incompatibile con la legislazione Ue.
Bene, abbiamo corretto la legislazione dell’Unione”. Senza dimenticare di
espletare le procedure per permettere ai centri per migranti di Gijader e
Shengjin di operare a pieno regime. Tra queste anche la stipula di una
convenzione della durata di due anni per un servizio di alloggiamento in camere
singole alberghiere con ristorazione e servizi connessi per il personale delle
Forze di Polizia impiegato in Albania per lo svolgimento delle attività connesse
al funzionamento dei centri.
Alla fine di una consultazione preliminare di mercato partita a metà giugno e
conclusa a fine dicembre, a spuntarla è stata la stessa struttura a 5 stelle che
già due anni fa si era aggiudicata l’appalto, ovvero il ‘Rafaelo Resort‘. È
quanto rivelano i documenti del ministero dell’Interno (Dipartimento della
Pubblica sicurezza) visionati dall’agenzia di stampa LaPresse, in cui si decreta
“l’aggiudicazione in favore della Società Rafaelo Resort S.r.l, con sede legale
in Shengjin (Albania), del servizio di alloggiamento in camere singole
alberghiere con ristorazione e servizi connessi per la durata di ventiquattro
mesi, al costo unitario giornaliero omnicomprensivo di euro 83,00 (escluse
tassazioni) per un importo massimo, presunto, stimato in euro 18.177.000,00
(escluse tassazioni)”.
Il decreto di aggiudicazione definitiva della procedura di affidamento è stato
firmato lo scorso 11 dicembre e pubblicato nei giorni scorsi. La procedura per
la gara, come chiariscono i documenti del Viminale, si era aperta il 18 giugno
2025 attraverso un ‘avviso per manifestazione di interessè in cui il
Dipartimento della Pubblica Sicurezza metteva agli atti la necessità di
esplorare il mercato di riferimento al fine di individuare, in tempi brevi, un
operatore economico a cui affidare la fornitura del servizio di alloggiamento
per le forze dell’ordine. Il termine per presentare la ‘candidaturà era stato
fissato al 15 luglio. Data in cui sono poi state comunicate le due società
interessate alla gara e a cui è stato chiesto di presentare un’offerta: da un
lato la ‘Rafaelo Resort shpk’, dall’altro ‘Xenia S.p.a.‘. Offerta che tuttavia
alla fine è stata avanzata esclusivamente dalla Rafaelo, poi risultata
vincitrice dell’appalto come nel 2024.
L'articolo Migranti in Albania, Meloni rinnova lo spreco: nuovo accordo col
resort 5 stelle per gli agenti. Ecco quanto costa proviene da Il Fatto
Quotidiano.