La corsa ai farmaci dimagranti di nuova generazione non si ferma. Dopo il
successo globale della semaglutide, una nuova molecola potrebbe presto entrare
in scena: orforglipron, un agonista del recettore GLP-1 che, a differenza dei
farmaci più noti della stessa famiglia, si assume in compressa e non per
iniezione. I risultati di uno studio clinico internazionale di fase 3 pubblicato
su The Lancet, condotto in 131 centri tra Stati Uniti, Asia e America Latina su
1.698 adulti con diabete di tipo 2, indicano che la nuova pillola – sviluppata
dalla multinazionale farmaceutica Eli Lilly e coordinata dal diabetologo Julio
Rosenstock – potrebbe offrire un controllo più efficace della glicemia e una
perdita di peso superiore rispetto alla semaglutide orale. Dopo 52 settimane di
trattamento, i partecipanti hanno registrato una riduzione del peso corporeo
mediamente compresa tra circa il 6% e l’8%, accompagnata da un miglioramento
significativo dell’emoglobina glicata, uno dei principali indicatori del
controllo metabolico nel diabete. Un risultato che riaccende il dibattito su
quanto la nuova generazione di farmaci antiobesità possa cambiare davvero la
gestione clinica del peso, e su quanto debba restare centrale il ruolo dello
stile di vita.
UNA NUOVA PILLOLA NELLA FAMIGLIA DEI FARMACI ANTIOBESITÀ
“Il nuovo farmaco rappresenta soprattutto un’evoluzione della stessa strategia
terapeutica più che una rivoluzione – spiega al FattoQuotidiano.it Anna Maria
Colao, già Presidente Sie (Società italiana di endocrinologia) e professore
ordinario di Endocrinologia e malattie del metabolismo, cattedra Unesco di
Educazione alla salute e allo sviluppo sostenibile, università Federico II di
Napoli. “Il mondo degli agonisti del recettore GLP-1 – spiega – che abbiamo
imparato a conoscere come strumenti molto utili nel trattamento dell’obesità,
continua ad ampliarsi. L’orforglipron è un analogo sintetico diverso dalla
semaglutide e appartiene alla stessa classe di molecole che agiscono sul
recettore GLP-1, un bersaglio già ampiamente utilizzato nella terapia del
diabete e dell’obesità”. La novità principale riguarda la modalità di
somministrazione. A differenza della semaglutide, spesso somministrata per via
sottocutanea o in forma orale con condizioni di assorbimento molto precise,
l’orforglipron è una compressa che non richiede l’assunzione a stomaco
completamente vuoto. “È una piccola ma importante differenza pratica – osserva
Colao – perché la semaglutide orale deve essere assunta a digiuno per essere
assorbita correttamente, mentre l’orforglipron sembra avere una maggiore
flessibilità. In entrambi i casi parliamo comunque di una somministrazione
quotidiana”.
IL CONFRONTO CON LA SEMAGLUTIDE
Lo studio citato su The Lancet rappresenta uno dei primi confronti diretti tra
terapie della stessa famiglia. In precedenza un trial chiamato ACHIEVE-1 aveva
già dimostrato la superiorità dell’orforglipron rispetto al placebo. Nel nuovo
lavoro, invece, il farmaco viene confrontato testa a testa con la semaglutide
orale a diversi dosaggi. “Il risultato principale riguarda il controllo della
glicemia – spiega l’endocrinologa – con un miglioramento significativo
dell’emoglobina glicata e della tolleranza ai carboidrati. In questo confronto
l’orforglipron mostra un vantaggio, anche se bisogna ricordare che gli effetti
collaterali risultano leggermente più frequenti rispetto alla semaglutide”. Per
questo, secondo Colao, è prematuro parlare di un vero salto di qualità
terapeutico. “Il target farmacologico resta lo stesso: il recettore GLP-1. Il
vero elemento distintivo è la formulazione orale, che rende il trattamento più
semplice rispetto alle iniezioni sottocutanee”.
I POSSIBILI EFFETTI COLLATERALI
Proprio la comodità della pillola potrebbe però avere conseguenze rilevanti
sull’aderenza alle terapie. “Un farmaco orale è certamente più facile da gestire
nella vita quotidiana: non richiede aghi, non deve essere conservato in
frigorifero e può essere portato con sé senza particolari precauzioni –
sottolinea l’endocrinologa -. Questo potrebbe favorire la diffusione dei
trattamenti, anche se bisogna ricordare che l’assunzione è giornaliera, mentre
alcune formulazioni sottocutanee vengono somministrate solo una volta alla
settimana”. Nel dibattito scientifico resta aperta anche un’altra questione: la
perdita di massa muscolare associata al dimagrimento indotto da questi farmaci.
“È un tema reale – osserva Colao – perché tutti gli agonisti del GLP-1, almeno
quelli attualmente disponibili, possono comportare una riduzione della massa
magra insieme al calo di peso. Per questo raccomandiamo sempre ai pazienti di
associare attività fisica regolare e un corretto regime nutrizionale. È
importante ricordare che questi farmaci non sostituiscono lo stile di vita. Il
farmaco deve essere uno strumento integrato, non la scorciatoia”.
IL NODO DEI COSTI E DELLA SOSTENIBILITÀ SANITARIA
Infine c’è il nodo economico. Le nuove terapie sono efficaci ma anche costose, e
la loro eventuale diffusione su larga scala pone il problema della sostenibilità
dei sistemi sanitari. “Il tema è all’attenzione delle istituzioni – spiega
l’esperta – e anche il Consiglio superiore di sanità sta valutando gli scenari
possibili. L’ipotesi è quella di una rimborsabilità selettiva da parte del
Servizio sanitario nazionale per alcune categorie di pazienti, per esempio chi
presenta obesità grave o comorbidità importanti”. L’argomento non riguarda solo
il costo dei farmaci, ma anche il potenziale risparmio futuro. “Se trattiamo
efficacemente l’obesità – conclude Colao – possiamo prevenire complicanze molto
costose come infarti, ictus o malattie respiratorie. In questo senso queste
terapie potrebbero diventare non solo un investimento clinico ma anche economico
per la sanità pubblica”.
L'articolo Basta iniezioni per dimagrire, arriva una nuova pillola che fa
perdere fino all’8% del peso: rischi e benefici dell’orforglipron nel nuovo
studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Diabete
In moltissimi alimenti che consumiamo quotidianamente si celano sostanze
“invisibili”, il cui consumo prolungato può aumentare il rischio di sviluppare
il diabete di tipo 2 e alcune forme di cancro. Si tratta di alcuni conservanti
alimentari, ingredienti comuni nelle nostre dispense che permettono agli
alimenti di sopravvivere per periodi di tempo più o meno lunghi. Si identificano
sulle etichette degli alimenti con sigle alfanumeriche che sembrano codici
fiscali, ma pur essendo fondamentali nella conservazione di alcuni alimenti,
possono essere pericolosi per la salute sul lungo periodo. A evidenziare
l’impatto due studi appena pubblicati sulle riviste Nature Communications e BMJ.
Sebbene siano necessari ulteriori approfondimenti, secondo i ricercatori, i
risultati dovrebbero portare a una rivalutazione delle normative che regolano
l’uso di conservanti da parte delle aziende in prodotti come gli alimenti
ultra-processati, in modo da migliorare la tutela dei consumatori in tutto il
mondo. Già precedenti studi sperimentali hanno dimostrato che alcuni conservanti
possono danneggiare le cellule e il Dna, ma le prove concrete che colleghino i
conservanti al diabete di tipo 2 o al rischio di cancro sono ancora scarse. In
entrambi gli studi, i ricercatori si sono prefissati di esaminare l’associazione
tra l’esposizione ai conservanti e il rischio di diabete di tipo 2 e cancro
negli adulti, utilizzando dati su dieta e salute relativi a un periodo che va
dal 2009 al 2023. I risultati si basano su oltre 100.000 francesi arruolati
nello studio NutriNet-Santé. Oltre all’effetto complessivo dei conservanti, sono
stati analizzati 17 additivi singolarmente.
LO STUDIO SUL CANCRO: L’EFFETTO DEI CONSERVANTI
Nello studio sul cancro pubblicato sul BMJ, dei 17 conservanti studiati, 11 non
sono stati associati all’incidenza della malattia e non è stato trovato alcun
collegamento tra i conservanti in generale e il cancro. Tuttavia, i maggiori
consumatori di diversi conservanti sono risultati avere un rischio più alto di
cancro rispetto ai non consumatori o ai consumatori più bassi. Ad esempio, il
sorbato di potassio è stato associato a un aumento del 14% del rischio di cancro
in generale e del 26% del rischio di tumore al seno, mentre i solfiti sono stati
associati a un aumento del 12% del rischio di cancro in generale. Il nitrito di
sodio, invece, è stato associato a un aumento del 32% del rischio di cancro alla
prostata, mentre il nitrato di potassio è stato associato a un aumento del
rischio di cancro in generale (13%) e di tumore al seno (22%). Gli acetati
totali sono stati associati a un aumento del rischio di cancro in generale (15%)
e di tumore al seno (25%), mentre l’acido acetico è stato associato a un aumento
del rischio di cancro in generale del 12%.
Sebbene siano necessari ulteriori studi per comprendere meglio questi potenziali
pericoli, i ricercatori hanno osservato che molti di questi composti potrebbero
alterare i percorsi immunitari e infiammatori, innescando potenzialmente lo
sviluppo del tumore. Si è trattato di uno studio osservazionale, quindi non è
stato possibile trarre conclusioni definitive su un rapporto di causa ed
effetto. I ricercatori non hanno potuto escludere la possibilità che altri
fattori non misurati potessero aver influenzato i loro risultati. Tuttavia, si è
trattato di uno studio di ampia portata basato su registri dietetici dettagliati
collegati a database alimentari nell’arco di 14 anni e i risultati sono coerenti
con i dati sperimentali esistenti che suggeriscono effetti avversi di molti di
questi composti sul cancro. “Questo studio fornisce nuove informazioni per la
futura rivalutazione della sicurezza di questi additivi alimentari da parte
delle agenzie sanitarie, considerando il rapporto tra benefici e rischi per la
conservazione degli alimenti e il cancro”, hanno scritto i ricercatori. Nel
frattempo, gli scienziati hanno invitato i produttori a limitare l’uso di
conservanti non necessari e raccomandano alle persone di consumare alimenti
freschi e minimamente lavorati.
IL DIABETE DI TIPO 2: QUALI CONSERVANTI TEMERE
Nello studio sul diabete di tipo 2 pubblicato su Nature Communications, un
maggiore consumo complessivo di conservanti, di conservanti non antiossidanti e
di additivi antiossidanti è stato associato a un aumento dell’incidenza del
diabete di tipo 2, rispettivamente del 47%, 49% e 40%, rispetto ai livelli più
bassi di consumo. Dei 17 conservanti studiati singolarmente, un consumo maggiore
di 12 di essi è stato associato a un aumento del rischio di diabete di tipo 2.
“Questo è il primo studio al mondo sui legami tra additivi conservanti e
incidenza del diabete di tipo 2”, sottolinea Mathilde Touvier, coordinatrice
della ricerca. “Sebbene i risultati debbano essere confermati, sono coerenti con
i dati sperimentali che suggeriscono gli effetti nocivi di molti di questi
composti”, conclude.
L'articolo “Controllate le etichette dei cibi e fate attenzione a queste
sostanze ‘invisibili’ nascoste in moltissimi alimenti: aumentano il rischio di
cancro e diabete”: l’allarme in due nuovi studi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La forma del sedere – e non le dimensioni – può essere una “spia” del diabete di
tipo 2. Ma questa spia funziona in modo diverso tra uomini e donne. A scoprire
l’importanza della geometria del muscolo più grande del corpo, il grande gluteo,
è uno studio condotto da un team di ricercatori della University of Westminster,
i cui risultati sono stati presentati in occasione del meeting annuale della
Radiological Society of North America (RSNA). Per arrivare a queste conclusioni
i ricercatori hanno utilizzato una sofisticata tecnica di mappatura 3D tramite
Risonanza Magnetica (MRI) che ha consentito loro di creare un modello anatomico
dettagliato del grande gluteo.
“A differenza degli studi precedenti che si concentravano principalmente sulla
dimensione o sul grasso muscolare, noi abbiamo utilizzato la mappatura della
forma 3D per individuare esattamente dove il muscolo cambia, fornendo un quadro
molto più dettagliato”, spiega Marjola Thanaj, co-autrice dello studio. Il
grande gluteo è cruciale non solo per il movimento, ma anche per la salute
metabolica. I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 61.000 esami MRI
provenienti dalla vasta banca dati UK Biobank, incrociandoli con informazioni su
fitness, abitudini di vita, fragilità e biomarcatori di malattie.
LA SCOPERTA ECLATANTE
I risultati hanno confermato che una maggiore attività fisica e una buona forza
sono legate a una migliore forma muscolare, mentre l’invecchiamento e le lunghe
ore passate seduti causano un assottigliamento del muscolo. Ma la scoperta più
eclatante riguarda il diabete di tipo 2. Negli uomini con questa patologia si
evidenzia una generale atrofia o un restringimento del muscolo. Mentre nelle
donne diabetiche, il muscolo tende a essere ingrandito, probabilmente a causa di
un maggiore infiltrazione di grasso al suo interno. In pratica, la stessa
malattia metabolica, ovvero il diabete, sembra scatenare risposte biologiche
opposte nei muscoli di uomini e donne. Le differenze di genere sono emerse anche
nell’analisi della fragilità, un indicatore di declino funzionale spesso
associato all’invecchiamento.
Gli uomini considerati “fragili” mostravano un restringimento diffuso su tutto
il grande gluteo. Nelle donne, l’effetto della fragilità era limitato a zone più
piccole del muscolo. I ricercatori ipotizzano che queste alterazioni della forma
del grande gluteo possano riflettere un precoce declino funzionale e un
compromesso metabolico, indicando differenze sesso-specifiche nella risposta
all’insulina che meritano ulteriori indagini. In futuro, la mappatura 3D con
Risonanza Magnetica potrebbe diventare uno strumento diagnostico non invasivo e
incredibilmente dettagliato per monitorare non solo la progressione di malattie
come il diabete, ma anche per personalizzare gli interventi di fitness e
nutrizione basati sulle specifiche risposte muscolari di uomini e donne.
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L'articolo “Dimmi che forma ha il tuo lato B ha e ti dirò se hai il diabete”: la
scoperta eclatante nel nuovo studio proviene da Il Fatto Quotidiano.