In Germania ci sono troppe patate tanto che gestirle è diventato un serio
problema. L’anno scorso i produttori tedeschi hanno raccolto circa 13,4 milioni
di tonnellate di patate, un dato pari a circa il 17 per cento in più rispetto
alla media degli anni precedenti. Il risultato è stato un surplus difficile da
vendere e costoso da conservare: una situazione che ha portate molte aziende a
distruggere una parte consistente del raccolto per evitare una svalutazione del
tubero e un calo dei prezzi sul mercato.
Da quest’anomalia è nato il progetto 4.000 Tonnen, letteralmente “4.000
tonnellate”, per regalare patate a Berlino e dintorni. L’iniziativa, secondo
quanto spiegato dal sito ufficiale, è promossa dal quotidiano Berliner
Morgenpost e sostenuta dal motore di ricerca ecologico Ecosia, che finanzia il
trasporto delle patate prodotte dall’azienda agricola Osterland Agrar GmbH
vicino Lipsia. Le patate vengono caricate, spostate, consegnate in città e poi
distribuite gratuitamente attraverso una rete di 174 punti di ritiro a cui
possono rivolgersi in particolare organizzazioni, enti e scuole ma anche singoli
cittadini. Le prime spedizioni sono state di 22 tonnellate e successivamente di
oltre 130, programmate nei giorni successivi per gestire meglio la catena.
Così il gesto del dono collettivo è diventato una risposta pratica allo spreco
alimentare. Tuttavia, gli organizzatori hanno dichiarato che probabilmente il
progetto non sarà in grado di coprire la distribuzione di tutta la partita per
ragioni di costo. Un’operazione che però è stata osteggiata dalle associazioni
di categoria perché, a loro avviso, minerebbe alla stabilità del settore.
In fondo al sito del progetto, vengono ribaditi i valori dell’iniziativa: “4.000
tonnellate di patate hanno lo stesso valore nutrizionale di 1.800 tonnellate di
pollo“, un tipo di allevamento che pesa sull’ambiente per l’alimentazione a base
di soia: “In Brasile – concludono – verrebbero disboscati 350 ettari di foresta
pluviale in meno” se non mangiassimo più pollo.
L'articolo Troppe le patate raccolte quest’anno in Germania: così 4mila
tonnellate verranno regalate (invece di essere distrutte) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Cibo
Momenti di caos durante la puntata de “La Volta Buona”. Lo scorso 20 gennaio,
Caterina Balivo ha ospitato nel suo salotto il professor Giorgio Calabrese e la
biologa nutrizionista Caterina Borraccino, esperta della “dieta paleolitica”.
Essa prevede il consumo di carne, pesce e uova, escludendo dai pasti cereali,
latticini e legumi. A seguito delle dichiarazioni di Borraccino, Calabrese è
andato su tutte le furie. Il professore ha detto in diretta: “Quando c’è lei so
già che mi innervosirò”. Il dietologo ha proseguito illustrando le nuove linee
guida alimentari statunitensi, in base alle quali le proteine sono da preferire
rispetto ai grassi. Calabrese ha provato a spiegare il concetto, venendo più
volte interrotto dalla biologa. Il professore è sbottato: “Se vuole che le
spieghi, mi faccia parlare“.
Il confronto si è acceso quando il nutrizionista ha citato studi scientifici
dell’Istituto superiore della Sanità. L’uomo ha dichiarato: “La dieta
paleolitica non va bene. Lo dice il Ministero, lo dicono i cardiologi. Ma
siccome voi dovete vendere questo tipo di dieta, continuate a fare pubblicità
per vendere anche gli integratori”. Borraccino ha ribattuto, sottolineando di
non vendere alcun tipo di integratore. Il professore ha urlato: “E allora le
fibre da dove le prendete?”. Gli animi sono stati placati da Caterina Balivo. La
conduttrice ha cercato di far ragionare Calabresi dicendo: “Lo so che lei è un
grande professore, ma ci sono oggi delle persone che seguono una dieta
paleolitica, bisogna accettarlo. Però anche i toni, cerchiamo di calmarci“
L'articolo “Quando c’è lei so già che mi innervosisco”: scintille in studio a La
Volta Buona per la “dieta paleolitica”, scoppia la lite tra gli esperti proviene
da Il Fatto Quotidiano.
In moltissimi alimenti che consumiamo quotidianamente si celano sostanze
“invisibili”, il cui consumo prolungato può aumentare il rischio di sviluppare
il diabete di tipo 2 e alcune forme di cancro. Si tratta di alcuni conservanti
alimentari, ingredienti comuni nelle nostre dispense che permettono agli
alimenti di sopravvivere per periodi di tempo più o meno lunghi. Si identificano
sulle etichette degli alimenti con sigle alfanumeriche che sembrano codici
fiscali, ma pur essendo fondamentali nella conservazione di alcuni alimenti,
possono essere pericolosi per la salute sul lungo periodo. A evidenziare
l’impatto due studi appena pubblicati sulle riviste Nature Communications e BMJ.
Sebbene siano necessari ulteriori approfondimenti, secondo i ricercatori, i
risultati dovrebbero portare a una rivalutazione delle normative che regolano
l’uso di conservanti da parte delle aziende in prodotti come gli alimenti
ultra-processati, in modo da migliorare la tutela dei consumatori in tutto il
mondo. Già precedenti studi sperimentali hanno dimostrato che alcuni conservanti
possono danneggiare le cellule e il Dna, ma le prove concrete che colleghino i
conservanti al diabete di tipo 2 o al rischio di cancro sono ancora scarse. In
entrambi gli studi, i ricercatori si sono prefissati di esaminare l’associazione
tra l’esposizione ai conservanti e il rischio di diabete di tipo 2 e cancro
negli adulti, utilizzando dati su dieta e salute relativi a un periodo che va
dal 2009 al 2023. I risultati si basano su oltre 100.000 francesi arruolati
nello studio NutriNet-Santé. Oltre all’effetto complessivo dei conservanti, sono
stati analizzati 17 additivi singolarmente.
LO STUDIO SUL CANCRO: L’EFFETTO DEI CONSERVANTI
Nello studio sul cancro pubblicato sul BMJ, dei 17 conservanti studiati, 11 non
sono stati associati all’incidenza della malattia e non è stato trovato alcun
collegamento tra i conservanti in generale e il cancro. Tuttavia, i maggiori
consumatori di diversi conservanti sono risultati avere un rischio più alto di
cancro rispetto ai non consumatori o ai consumatori più bassi. Ad esempio, il
sorbato di potassio è stato associato a un aumento del 14% del rischio di cancro
in generale e del 26% del rischio di tumore al seno, mentre i solfiti sono stati
associati a un aumento del 12% del rischio di cancro in generale. Il nitrito di
sodio, invece, è stato associato a un aumento del 32% del rischio di cancro alla
prostata, mentre il nitrato di potassio è stato associato a un aumento del
rischio di cancro in generale (13%) e di tumore al seno (22%). Gli acetati
totali sono stati associati a un aumento del rischio di cancro in generale (15%)
e di tumore al seno (25%), mentre l’acido acetico è stato associato a un aumento
del rischio di cancro in generale del 12%.
Sebbene siano necessari ulteriori studi per comprendere meglio questi potenziali
pericoli, i ricercatori hanno osservato che molti di questi composti potrebbero
alterare i percorsi immunitari e infiammatori, innescando potenzialmente lo
sviluppo del tumore. Si è trattato di uno studio osservazionale, quindi non è
stato possibile trarre conclusioni definitive su un rapporto di causa ed
effetto. I ricercatori non hanno potuto escludere la possibilità che altri
fattori non misurati potessero aver influenzato i loro risultati. Tuttavia, si è
trattato di uno studio di ampia portata basato su registri dietetici dettagliati
collegati a database alimentari nell’arco di 14 anni e i risultati sono coerenti
con i dati sperimentali esistenti che suggeriscono effetti avversi di molti di
questi composti sul cancro. “Questo studio fornisce nuove informazioni per la
futura rivalutazione della sicurezza di questi additivi alimentari da parte
delle agenzie sanitarie, considerando il rapporto tra benefici e rischi per la
conservazione degli alimenti e il cancro”, hanno scritto i ricercatori. Nel
frattempo, gli scienziati hanno invitato i produttori a limitare l’uso di
conservanti non necessari e raccomandano alle persone di consumare alimenti
freschi e minimamente lavorati.
IL DIABETE DI TIPO 2: QUALI CONSERVANTI TEMERE
Nello studio sul diabete di tipo 2 pubblicato su Nature Communications, un
maggiore consumo complessivo di conservanti, di conservanti non antiossidanti e
di additivi antiossidanti è stato associato a un aumento dell’incidenza del
diabete di tipo 2, rispettivamente del 47%, 49% e 40%, rispetto ai livelli più
bassi di consumo. Dei 17 conservanti studiati singolarmente, un consumo maggiore
di 12 di essi è stato associato a un aumento del rischio di diabete di tipo 2.
“Questo è il primo studio al mondo sui legami tra additivi conservanti e
incidenza del diabete di tipo 2”, sottolinea Mathilde Touvier, coordinatrice
della ricerca. “Sebbene i risultati debbano essere confermati, sono coerenti con
i dati sperimentali che suggeriscono gli effetti nocivi di molti di questi
composti”, conclude.
L'articolo “Controllate le etichette dei cibi e fate attenzione a queste
sostanze ‘invisibili’ nascoste in moltissimi alimenti: aumentano il rischio di
cancro e diabete”: l’allarme in due nuovi studi proviene da Il Fatto Quotidiano.
I troppi morti per botulino quest’estate in Sardegna e Calabria, poi le due
donne decedute dopo lo scorso pranzo di Natale a Campobasso. Per non parlare
delle intossicazioni da sushi sempre più diffuse: esiste una crescita delle
intossicazioni alimentari? E se sì, quali ne sono i motivi? Secondo Antonella
Fioravanti, scienziata che si occupa di batteri e come disarmarli con approcci
innovativi, l’aumento nasce da una combinazione di fattori. “Da un lato, oggi
controlliamo meglio: i sistemi di sorveglianza sono più efficienti, la
diagnostica è più avanzata e riusciamo a collegare casi che in passato non
venivano riconosciuti come parte dello stesso focolaio. Questo spiega una parte
dell’aumento dei casi registrati”. Tuttavia, prosegue, “non è solo un effetto
statistico. I rapporti più recenti delle agenzie sanitarie europee, ma non solo,
mostrano che aumentano anche i casi clinici gravi e i focolai confermati, segno
che il rischio reale è cambiato”.
Lo European Union One Health 2024 Zoonoses Report, a cura del European Food
Safety Authority (EFSA) and the European Centre for Disease Prevention and
Control, ha riportato i risultati delle attività di monitoraggio e sorveglianza
delle zoonosi condotte nel 2024 in 27 stati membri e nel Regno Unito (Irlanda
del Nord) e in 7 Paesi non-MS, cioè Paesi che non fanno parte dell’Unione
Europea, ma che collaborano con l’UE nella raccolta e condivisione dei dati
sulle zoonosi. Nel 2024, la prima e la seconda zoonosi più segnalate nell’uomo
sono state rispettivamente campilobatteriosi e salmonellosi, seguite da
infezioni da Escherichia coli (STEC) produttrici di tossina di Shiga. La
listeriosi è stata la quarta e più grave malattia zoonotica, con la percentuale
più alta di ospedalizzazioni e il tasso di letalità più elevato. Ben ventisette
Stati membri e il Regno Unito hanno riportato più focolai, casi e
ospedalizzazioni alimentari nel 2024 rispetto al 2023, anche se il numero di
decessi è diminuito. La salmonella in “uova e prodotti a base di uova” era la
coppia agente/alimento di maggiore preoccupazione: è stata anche l’agente
causante associato alla maggior parte dei focolai multinazionali segnalati
nell’UE nel 2024. Un dato spesso sorprendente è che, nei focolai alimentari in
cui la causa è stata identificata con certezza, anche alimenti di origine non
animale, in particolare verdure e prodotti vegetali, sono stati associati al
maggior numero di decessi. Questo non significa che siano intrinsecamente più
pericolosi, ma che se contaminati e consumati crudi possono avere conseguenze
molto gravi.
QUEL CONNUBIO TRA CALDO E SOPRAVVIVENZA DEI PATOGENI
Ma soprattutto è ormai rilevato un legame tra cambiamento climatico e
intossicazioni. “Studi scientifici”, risponde Fioravanti, “dimostrano che il
caldo e il cambiamento climatico favoriscono la crescita e la sopravvivenza dei
patogeni alimentari. Revisioni sistematiche indicano che ogni aumento di 1 °C
della temperatura ambientale è associato a un incremento di circa 4–5% dei casi
di malattie alimentari nel mondo”.
Una recente analisi pubblicata su Public Health Reviews nel 202 e basata su 54
studi internazionali, mostra che la variabilità climatica è associata a un
aumento delle malattie diarreiche di origine alimentare. In particolare,
l’aumento della temperatura è associato a un incremento medio di circa il 4% del
rischio per ogni grado in più. Tuttavia, l’impatto più marcato si osserva in
occasione di eventi climatici estremi: alluvioni e piogge intense possono
aumentare il rischio di malattie diarreiche trasmesse dal cibo di oltre il 40%.
“È uno dei modi più concreti in cui il cambiamento climatico entra nella nostra
alimentazione quotidiana: è stata dunque riscontrata un’associazione
significativa tra la diarrea trasmessa dagli alimenti e la variabilità
climatica”, spiega l’esperta.
Anche analisi su patogeni come Salmonella e Campylobacter confermano che
temperature più alte favoriscono infezioni alimentari. Lo studio A systematic
review and meta-analysis of ambient temperature and precipitation with
infections from five food-borne bacterial pathogens, pubblicato su Epidemiology
& Infection nel 2024, ha rivisto sistematicamente tutti gli studi
sull’associazione tra temperatura ambiente e precipitazioni e l’incidenza di
gastroenterite e bacteraemia da parte di specie di Salmonella, Shigella,
Campylobacter, Vibrio e Listeria. Ad eccezione di uno studio su Campylobacter,
tutti gli 83 studi inclusi nella revisione hanno mostrato un’associazione
positiva tra temperatura, precipitazioni e gastroenterite. Eventi climatici
estremi hanno un effetto concreto anche su infezioni gravi: le ondate di calore
aumentano del 5% il rischio di batteriemia da Campylobacter e Salmonella, mentre
le piogge intense possono portare a un aumento del 9%. “Se le tendenze
climatiche attuali continueranno, questi patogeni aumenteranno la morbilità dei
pazienti, la necessità di ricovero ospedaliero e i prolungati cicli di
antibiotici”, afferma Fioravanti.
LA GESTIONE DEL CIBO: ERRORI E GIUSTE PRATICHE
Un aspetto spesso sottovalutato è la gestione del cibo, critica in tutte le
stagioni e in tutte le fasi: domestica, industriale e ristorativa. “Anche quando
fa freddo”, spiega l’esperta, “lasciar passare troppo tempo prima di refrigerare
o congelare alimenti, conservare prodotti cotti senza protezioni o trasportare
cibi deperibili senza rispettare la catena del freddo può causare
intossicazioni. Con temperature più elevate, questi rischi si amplificano
ulteriormente. Purtroppo, ci siamo abituati a vivere in un mondo in cui molte
malattie infettive sembravano debellate, e questo ha portato a minore attenzione
a protocolli di igiene e sicurezza alimentare, che invece salvano vite”.
A questo si aggiungono resistenza agli antibiotici e zoonosi: batteri più
resistenti, combinati con temperature più alte e maggiore esposizione a patogeni
provenienti da animali, rendono alcune infezioni alimentari più difficili da
prevenire e curare (cfr Antonella Fioravanti, Viaggio nel mondo invisibile,
Aboca 2025).
In sintesi, conclude la scienziata, “l’aumento delle intossicazioni alimentari è
il risultato di una combinazione di fattori: migliori sistemi di sorveglianza,
cambiamento climatico che favorisce i patogeni, gestione del cibo critica in
tutte le fasi e stagioni, e dinamiche biologiche complesse legate a resistenza
antibiotica e zoonosi. Per questo le agenzie sanitarie insistono su un approccio
integrato: non basta produrre cibo sicuro, bisogna anche conservarlo e gestirlo
correttamente”.
Il rispetto delle buone pratiche di igiene alimentare riduce notevolmente il
rischio di infezioni. Tra queste: mantenere il frigorifero a una temperatura ≤
5 °C; consumare gli alimenti, compresi i prodotti pronti al consumo, prima della
data di scadenza; cuocere bene carne e pollame; lavarsi le mani e pulire
coltelli e superfici dopo aver maneggiato alimenti crudi; separare gli alimenti
cotti dai prodotti crudi; i gruppi più vulnerabili devono evitare alimenti ad
alto rischio, come prodotti pronti al consumo, latte non pastorizzato o formaggi
a pasta molle prodotti con tale latte.
L'articolo Intossicazioni alimentari in aumento? Gli studi scientifici lo
dimostrano: è anche colpa del cambiamento climatico proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Potrebbe essere risolto nelle prossime ore il mistero della famiglia di
Campobasso e colpita da tossinfezione Sono iniziate in mattinata, come
concordato con la Procura, le operazioni peritali per le autopsie sui corpi di
Sara Di Vita, 15 anni, e della madre Antonella Di Ielsi, decedute tra sabato e
domenica scorse all’ospedale Cardarelli di Campobasso dopo una cena di Natale.
All’obitorio del nosocomio molisano è arrivata puntuale Benedetta Pia De Luca,
medico legale di Foggia incaricata degli esami autoptici e delle biopsie per i
successivi riscontri di laboratorio. Presenti i legali e i periti delle parti:
la famiglia Di Vita e i cinque medici indagati.
Dagli accertamenti finora eseguiti – come riporta Repubblica – è stata esclusa
la contaminazione da botulino, risultata negativa ai test. Resta invece sul
tavolo, seppur non ancora confortata dalle analisi, l’ipotesi di
un’intossicazione da funghi, in particolare da amanita falloide, uno dei miceti
più pericolosi e facilmente confondibili con specie commestibili. Si tratta di
un fungo letale anche in piccole dosi, i cui sintomi possono comparire tra le 12
e le 48 ore dall’ingestione, quando fegato e reni risultano già compromessi. Il
padre, Gianni Di Vita, avrebbe detto che sono stati mangiati funghi conservati
sotto olio.
Parallelamente, gli investigatori stanno analizzando avanzi di cibo, prodotti
conservati in frigorifero e in dispensa e appunto alcune conserve sequestrate
nell’abitazione. Al momento non risultano elementi consolidati, ma in ambienti
investigativi viene esclusa l’ipotesi di una contaminazione accidentale di
farine con topicidi o altri veleni. Gli accertamenti effettuati anche nel mulino
di famiglia non hanno evidenziato tracce di sostanze tossiche, ma soltanto la
presenza di esche tradizionali nell’ambito di piani di prevenzione programmati.
Le indagini della Squadra mobile di Campobasso proseguono a 360 gradi, con
particolare attenzione ai campioni biologici, soprattutto quelli della 50enne Di
Ielsi. Restano sotto esame gli alimenti serviti durante le festività, tra cui
pesce e funghi. Il cibo, sequestrato dagli investigatori, comprende vongole,
cozze, seppie, baccalà e funghi, questi ultimi confezionati e certificati.
L'articolo Morte dopo la cena di Natale, al via le autopsie: resta l’ipotesi
funghi ma attesa per i risultati dei test proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tra cenoni, pranzi esagerati e brindisi che sembrano non finire mai, le feste
mettono alla prova anche i più disciplinati. Non si tratta solo di calorie: c’è
la convivialità, l’affetto, le tradizioni di famiglia. Ma c’è anche quella
sensazione di “troppo”, che arriva puntuale e ci ricorda che il piacere della
tavola può convivere con un minimo di equilibrio. Bilanciare i pasti, scegliere
ingredienti stagionali più leggeri e affrontare le inevitabili abbuffate con un
po’ di consapevolezza non significa rovinare la festa, anzi: permette di
godersela meglio.
Per capire come farlo senza cadere nelle solite raccomandazioni generiche,
abbiamo chiesto alla dottoressa Francesca Dominici, medico specialista in
Scienze della Nutrizione, di aiutarci a leggere le feste da un punto di vista
più intelligente: non rinunciare al gusto, ma imparare a gestirlo.
Molti lettori amano la cucina delle Feste ma temono di arrivare al 26 già “fuori
giri”. Da dove si comincia per bilanciare i pasti senza rinunciare al gusto?
“Le festività comportano inevitabilmente un aumento dell’intake calorico, ma si
tratta di un fenomeno occasionale, che fisiologicamente il corpo gestisce senza
difficoltà se l’alimentazione dell’anno è complessivamente equilibrata. Non si
ingrassa da Natale a Capodanno, ma da Capodanno a Natale! Per questo motivo non
trovo particolarmente utile la proliferazione televisiva delle ‘ricette light’
delle feste: il concetto di equilibrio non si costruisce snaturando tradizioni
culinarie, ma inserendo quelle giornate in un contesto alimentare sano e
strutturato.
Una strategia efficace consiste nel mantenere regolarità nel resto della
giornata e nei giorni circostanti, pasti basati su verdure, cereali non troppo
elaborati e proteine semplici, evitando l’accumulo di eccessi consecutivi.
Questo consente di vivere i momenti conviviali in piena serenità, senza
rigidità.
L'articolo Pandoro, panettone e cenone: come godersi le Feste senza eccedere?
Dallo zenzero alla camomilla, ecco i consigli della dottoressa Francesca
Dominici proviene da Il Fatto Quotidiano.
Esiste un sesto senso del viaggiatore capace di svegliare anche il sonno più
intenso, persino il dolce abbraccio di Morfeo che allieta l’ansia delle
turbolenze. C’è un’emozione più forte della paura: il piacere del cibo. Il
subconscio è vigile quando si tratta di mangiare in aereo, e capta come un radar
la domanda “pasta, chicken or beef?” svegliandosi di soprassalto. Quando il
personale di bordo si affaccenda per servire il pasto c’è un attimo di
esaltazione generale, e l’aspettativa vola più alta della quota di crociera:
cosa svelerà quel micro vassoio con vaschette perfettamente incastrate?
Nonostante le combinazioni non siano un segreto poiché le compagnie aeree
specificano anticipatamente le proposte (alcune consegnano anche il menù
cartaceo di reminder prima di servire il pasto), dietro l’alluminio che protegge
le pietanze c’è sempre un pizzico di mistero, il sale della scoperta che
impreziosisce l’esperienza, così il mix della classica “insalata” in micro
contenitore, meglio nota come “antipasto”, il design e la disposizione delle
vaschette, per non parlare del set di posate, in plastica, legno o acciaio. I
bicchieri premiano una selezione di bevande che varia dagli alcolici alle bibite
(consiglio healthy: attenzione ai succhi di frutta iper zuccherati).
Le compagnie catering che forniscono i voli aerei studiano le combinazioni di
ingredienti e gli apporti nutrizionali proponendo menù stagionali, con
variabilità a seconda della classe e della tratta. Nonostante si tratti di pasti
preconfezionati e standardizzati, non mancano le opzioni speciali che
assecondano le esigenze di salute e di credo dei viaggiatori (vegetariano,
kosher, halal), e i menù ispirati alle destinazioni. Alcune aziende propongono
anche una ricerca estetica nella composizione, ma se in merito a questa
raffinatezza possa sorgere qualche ragionevole dubbio, quel che è certo sono gli
standard di igiene e freschezza molto alti.
Premessi questi aspetti, com’è realmente l’esperienza di mangiare in aereo nel
2025? Le compagnie aeree sembrano investire sempre di più nell’offerta
gastronomica mentre sono sempre più numerosi i viaggiatori abituali a notare (e
lamentare) una leggera controtendenza di questi ultimi anni: la qualità dei
pasti d’alta quota non è più la stessa. È realmente così o semplicemente sono i
nostri standard da consumatori sempre più esigenti ad aver alzato l’asticella?
Anche quest’anno, la nota testata americana Usa Today, ha stilato la classifica
“Best Inflight Food”, una delle più prestigiose e attese che premia le dieci
compagnie aeree più votate per l’offerta gastronomica a bordo, basandosi su
nomination di esperti e voti dei lettori. Scopriamo quali sono. Piccolo spoiler:
tra le top anche compagnie low cost.
L'articolo La classifica delle compagnie aeree dove si mangia meglio a bordo:
Ita, Qatar Airways e Emirates fuori dai giochi, ecco chi c’è sul podio proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Mangiare correttamente è maleducato in America? Gli americani sono così
primitivi”, sono solo alcuni dei commenti di utenti europei che hanno commentato
Amy Gordy (su TikTok @amygordy1) una americana che ha provato a mangiare “alla
maniera europea”.
Pubblicato inizialmente su TikTok, il video è diventato virale, scatenando
un’ondata di reazioni divertite e sconcertate. Nella clip si vede la donna che
mangia a tentoni, cercando di tenere la forchetta nella mano sinistra e il
coltello nella destra. A differenza del tipico stile americano: tagliare,
lasciare cadere il coltello e cambiare mano con la forchetta.
“Il metodo europeo evita inutili manipolazioni di utensili tenendo la forchetta
nella mano sinistra e il coltello nella destra per tutto il pasto, ruotando la
forchetta in modo che si incurvi verticalmente mentre si porta il cibo in
bocca”: questa divisione culturale nel Galateo a tavola non riguarda solo le
abitudini, ma c’è una radice storica.
Le forchette non arrivarono sulle tavole americane prima del 1630 circa e anche
allora nessuno distribuì una guida su come si dovessero usare.
I Paesi europei, al contrario, avevano iniziato a usare forchette e coltelli più
di 70 anni prima, secondo eatingutensils.net. Di conseguenza, gli americani
hanno sviluppato il loro “metodo” per usarli, che è durato secoli.
> @amygordy1 I don’t expect this to be that hard ???? #silverware #dining ♬
> original sound – Amy Gordy
L'articolo “Mangiare correttamente è maleducato in America? Sono così
primitivi”: bufera sul video virale di Amy Gordy che mangia con le posate,
seguendo il Galateo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Oltre 3 milioni di ettari coltivati a Ogm in Sudafrica, con percentuali vicine
al totale per cotone e poco meno (85% e 95% rispettivamente) per mais e soia; in
Colombia gli ettari coltivati con colture transgeniche sono 100.000. In
Bangladesh nel 2025 la melanzana Bt (Ogm) è stata adottata da oltre 65.000
agricoltori. È Ogm anche il cotone BT in India che occupa oltre il 90% dell’area
coltivata a cotone.
Sono solo alcuni numeri di una tendenza purtroppo dilagante, che ha portato ad
esempio l’Argentina (ma anche il Brasile) a deregolare fin dal 2015 anche le Ngt
– ovvero le Nuove Tecniche Genomiche, quelle in cui il Dna non viene estratto
come nei “classici” Ogm ma direttamente manipolato – seguita da Australia,
Nigeria, India, Regno Unito, Costa Rica, Nuova Zelanda. Ma anche, purtroppo,
Europa e tra i paesi europei, con buona pace del sovranismo, l’Italia. In
Europa, in particolare, lo scorso 4 dicembre il Trilogo (Parlamento Europeo, il
Consiglio dell’Unione Europea e la Commissione Europea) ha approvato la
deregolamentazione delle nuove tecniche genomiche, distinguendo tra due
categorie di piante, da un lato le Ngt-1, considerate equivalenti alle
convenzionali, dall’altro le Ngt-2, che presentano modifiche più complesse o
meno assimilabili a quelle che si otterrebbero con i metodi tradizionali.
“L’Italia ha seguito questa posizione, addirittura anticipando al 2024 la
sperimentazione di queste tecniche, inserite inspiegabilmente in un decreto
siccità (D.L. 39/2023)”, afferma Manlio Masucci coautore del Rapporto “Semi di
Resistenza. Deregolamentazione degli Ogm e mobilitazione popolare”, lanciato in
questi giorni dall’organizzazione Navdanya International, un’organizzazione
fondata 30 anni fa in India da Vandana Shiva in difesa della sovranità
alimentare e dei semi. “Ma visto che queste tecniche ci consegnano nelle mani
delle multinazionali”, continua Masucci, “si tratta esattamente del contrario
della sovranità alimentare sbandierata dal governo. Proprio adesso che la cucina
italiana viene dichiarata Patrimonio dell’umanità, un amaro paradosso”.
ALTERAZIONI GENETICHE, BASSI PROFILI NUTRIZIONALI, PRIVATIZZAZIONE DELLE COLTURE
Il Rapporto punta il dito contro la rapida trasformazione globale dei sistemi
sementieri e alimentari, spinta dalla deregolamentazione degli Ogm e delle nuove
tecniche genomiche (Ngt) “tecniche di evoluzione assistita”. “In tutti i
continenti, le norme di biosicurezza e le tutele pubbliche, un tempo considerate
barriere essenziali, vengono smantellate”, si legge nel Rapporto. “I sostenitori
definiscono le nuove tecniche ‘naturali’ e capaci di creare colture resistenti
al cambiamento climatico”. E addirittura, sulla scia del ‘modello argentino’
pretendono che gli organismi modificati tramite gene editing non vengano
classificati come Ogm, dunque senza indicarlo in etichetta, per una rapida
commercializzazione che non allarmi il consumatore.
“Attualmente però”, continua Masucci, “non esiste alcun consenso scientifico che
garantisca la sicurezza di Ogm o Ngt. In nessun modo manipolare il Dna di una
pianta produce una pianta ‘naturale’ e infatti la Corte di Giustizia dell’Unione
Europea, ha stabilito, con una sentenza del 2018, che le Ngt debbano essere
regolate dall’attuale normativa sugli Ogm”.
Gli studi rilevano alterazioni genetiche indesiderate, instabilità cromosomiche
ed effetti metabolici. Non solo, dai dati raccolti le colture presentate come
resistenti al clima danno raccolti inferiori o con modifiche ai profili
nutrizionali: basti pensare ai livelli di beta-carotene bassi e variabili e che
si degradano rapidamente dopo il raccolto del Golden Rice o ai pomodori
arricchiti con gene editing. Ma i rischi sono anche altri, ovvero gli episodi di
contaminazione verso campi non Ogm (in Messico fino al 33% del mais autoctono
risulta contaminato), la perdita radicale di biodiversità, la diffusione di
colture resistenti agli erbicidi che favorisce la comparsa di infestanti super
resistenti.
Non solo. Esiste un ulteriore e ancor più grave pericolo: questi prodotti, che
si vogliono definiti “naturali”, “ricadono nei regimi brevettuali che consentono
a gruppi come Corteva, Bayer, Syngenta e altri di espandere il controllo privato
su metodi, sequenze genetiche, e persino su varianti spontanee. Con una
privatizzazione e brevetto di tratti genetici presenti in specie agricole o
spontanee. Ciò che stupisce, soprattutto, è come il principio di precauzione
venga meno anche in modelli legislativi come quello della UE, che oggi sta
discutendo di rimuovere la valutazione dei rischi, la tracciabilità e
l’etichettatura per i prodotti tramite gene editing. “Se fossero lasciati in
etichetta, infatti, non li comprerebbe nessuno”, continua Masucci
RESISTENZA DAL BASSO CONTRO LA DEREGOLAMENTAZIONE
Il dibattito, infatti, non è solo scientifico o economico, ma anche politico e
culturale. La sovranità dei semi è un tema centrale e per questo si stanno
formando in tutto il Pianeta alleanze dal basso – formate da reti agricole,
movimenti indigeni, organizzazioni ambientaliste, associazioni dei consumatori –
per costruire una risposta robusta alla deregolamentazione e al controllo
corporativo delle sementi. Attraverso azioni legali, mobilitazione diretta,
campagne di informazione.
La protesta comincia a dare di suoi effetti. Oltre all’Ecuador e al Venezuela,
in cui il divieto sta in Costituzione, in Sudafrica sono entrati in vigore di
recente divieti e moratorie e in Messico (ma anche in Colombia) dal 2025 esiste
un divieto nazionale costituzionale sul mais Ogm. Moratorie e norme che
impongono cautele sono state emesse anche nelle Filippine, in Bangladesh e in
alcune parti della Cina. E anche in Africa, che pure subisce una pressione
crescente all’adozione di Ogm e colture da gene editing presentate come
soluzioni alla fame da potenti interessi industriali e filantropici, società
civile e reti di agricoltori si stanno mobilitando per un cambio di paradigma.
L’Europa, come già detto, si trova a un bivio normativo. Da un lato, le lobby
industriali premono per la conferma della deregolamentazione che esenterebbe
molte colture anche da tracciabilità ed etichettatura, dall’altro mobilitazioni
di agricoltori biologici, gruppi ambientalisti e coalizioni per la democrazia
alimentare (come la Coalizione Italia Libera da Ogm, di cui fanno parte tra
l’altro, oltre a Navdanya International, Greenpeace, Legambiente, Lipu, Wwf,
Slow Food), chiedono il rispetto del principio di precauzione e tutele per i
consumatori.
Il bivio è questo: accettare la privatizzazione di beni comuni da cui scaturisce
il nostro cibo oppure difendere trasparenza, biodiversità e governance
democratica dei semi. Una biodiversità da cui scaturisce salute perché, come
nota a sua volta il genetista Salvatore Ceccarelli, autore dell’introduzione al
rapporto, “a una maggiore diversità corrisponde una maggiore produttività e
resilienza al cambiamento climatico, proprio come dalla diversità della dieta
dipende la nostra salute fisica”.
L'articolo Nuovi Ogm, liberi tutti: in un report i pericoli della
deregolamentazione. Ma c’è chi si oppone proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come ogni anno, TasteAtlas ha stilato i 10 piatti più buoni al mondo. La
classifica è redatta dagli utenti – a migliaia – che sono stati chiamati a
esprimersi sui 100 migliori piatti del 2025.
La top 10 vanta ben 3 specialità italiane, con la cucina nostrana che si
conferma tra le migliori al mondo. In cima alla classifica, però, non c’è
l’Italia. Gli utenti di Taste Atlas hanno premiato il vori vori, piatto tipico
del Paraguay. Si tratta di un brodo di carne con palline di mais e formaggio.
Al secondo posto si trova la pizza napoletana, ogni anno sul podio. Sul gradino
più basso del podio si è classificato un altro piatto tipico del Nord Italia,
precisamente del Piemonte: i tajarin al tartufo d’Alba.
DALL’INDONESIA AL MESSICO
La top 10 è composta da piatti provenienti da tanti luoghi diversi del mondo
(solo l’Italia si ripete in classifica). Appena giù dal podio troviamo il sate
kambing, uno spiedino con carne di capra. Al quinto posto il cağ kebabı turco,
mentre al sesto il kontosouvli. Piatto tipico greco, il kontosouvli è uno spiedo
composto da sovraccosce di pollo, peperoni e cipolla.
Nella settima casella della speciale classifica di Taste Atlas compare l’arroz
tapado, un piatto unico formato da riso e carne trita. All’ottavo posto si
posiziona il komplet lepinja, un panino tipico della Serbia con uova e bacon.
Il penultimo posto è occupato dal quesabirria, una tortilla con carne e riso
come ingredienti principali. Le pappardelle al cinghiale chiudono la top 10.
La guida online di viaggio TasteAtlas rappresenta un portale esperienziale
dedicato alla gastronomia tradizionale, offrendo un’ampia raccolta di ricette
autentiche provenienti da ogni angolo del pianeta. Attraverso questa
piattaforma, gli appassionati di cucina possono esplorare il patrimonio
culinario mondiale e scoprire le preparazioni più genuine di diverse culture.
L'articolo I 10 piatti più buoni al mondo? Vince il vori vori (Paraguay) mentre
la pizza napoletana (Italia) è al secondo posto. Ecco la classifica di
TasteAtlas proviene da Il Fatto Quotidiano.