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Sabrina Giannini: “Oggi si muore più per il cibo che per il fumo. Ci hanno fatto credere che certi alimenti facciano bene, ma spesso dietro ci sono solo interessi economici e di potere”
Bologna, Torino, Roma, Firenze e Venezia e ora Milano (martedì 17 marzo), Teatro Nazionale. Ultima tappa della tournée di “Indovina chi ci inganna a cena”, lo spettacolo nato sulla scia del successo del programma televisivo “Indovina chi viene a cena”, con Sabrina Giannini e la partecipazione dell’epidemiologo Franco Berrino ed esperto di prevenzione dell’Istituto dei tumori di Milano. Qui non ci sono i suoi reportage, ma racconti con alcuni retroscena. “È uno spettacolo che vuole alimentare la conoscenza e disintossicare dalla dipendenza del cibo industriale e dai loro veleni, causa di enormi danni alla salute. Metteremo in luce, caso per caso, i meccanismi perversi, ingannevoli, corruttivi e nascosti che portano all’autorizzazione in commercio di additivi, dolcificanti, emulsionanti, pesticidi e tutto quanto l’industria vuole portare sul mercato per fare profitto”. Insomma “io cercherò di raccontare i sistemi di potere che stanno dietro la nostra salute, il dottor Berrino invece cercherà di spiegare come risolvere per esempio la dipendenza dagli zuccheri, la dipendenza dai grassi, come evitare le diete che in realtà non fanno dimagrire…”. E le prove? “La nostra narrazione sarà accompagnata da foto, video e grafiche efficaci. Senza inganni, i nostri”. Per Sabrina Giannini il professor Berrino è una persona che sa guardare avanti. “A me piacciono le persone con la visione, nello spettacolo si parlerà tantissimo delle persone che hanno comunque una visione un po’ eroica. Quindi persone che hanno combattuto un sistema molto potente, che può essere quello del Big Food, i grandi medici che non sottostanno al potere. Parlo di una dottoressa che ha cercato di sconfiggere una delle più grandi case farmaceutiche che ha ucciso di fatto migliaia di donne con un farmaco che faceva dimagrire. Queste sono tutte lezioni di vita che ci mostrano due cose: la prima è che noi non ci dobbiamo fermare a quello che consideriamo giusto, perché molto spesso quello che consideriamo giusto non lo è. Non lo è perché è determinato da certi criteri e certe logiche che oggi abbiamo scoperto. C’è una certa scienza al servizio dei più forti. Sappiamo che purtroppo non c’è trasparenza, le Lobby entrano e escono dai ministeri con facilità anche in Europa nel Parlamento Europeo. E noi siamo uno dei paesi che hanno il livello di trasparenza in assoluto più basso. E quindi perché noi dobbiamo subire tutto questo senza metterlo in discussione? Noi abbiamo degli esempi eclatanti di sistemi che sono crollati grazie a un senso civico di pochissime persone che hanno rischiato di loro. E a me in questo spettacolo piace dire questo, mi piace raccontare queste persone eroiche per dare un segnale. Cerchiamo di far capire che comprare certi prodotti alimenta quella forza, quella ricchezza di questi grandissimi poteri che in realtà vogliono solo fare profitto. Questo non è ovviamente retorica, io documento sempre tutto: ho subito tantissime denunce, ho sempre vinto in tribunale. A teatro raccontiamo come oggi siamo passati da essere la specie che moriva di più a causa del fumo pensando che non facesse male a quello del cibo. Oggi, dicono gli studi, le morti a causa del cibo superano quelle del tabacco. Cosa è successo in 80 anni? Io lo spiegherò. Spiegherò perché la gente deve reagire a questo strapotere mentre il dottor Berlino dirà come vivere meglio, semplicemente cambiando alcune pochissime regole del nostro vivere quotidiano”. Tipo? Ci racconta he cosa bisogna togliere dal piatto, quindi i cibi processati, mangiare molto integrale, mangiare noci, mangiare in generale poco e fare il digiuno intermittente. Mangiare poco zucchero significa anche mangiare poche farine raffinate, significa combattere contro un sistema che ti continua a dire di mangiare pane, pizze e focacce. E spesso questo significa andare anche contro il Made in Italy. Significa criticare quello che in Italia viene considerato come intoccabile. In realtà noi non stiamo mangiando mediterraneo. Secondo uno studio della Fondazione Veronesi solo il 5% degli italiani mangia la cucina mediterranea e la cucina mediterranea è una delle più sane al mondo, anzi si potrebbe dire la più sana al mondo. Qual è la dieta ideale? Il digiuno serve? Mangiamo il doppio delle proteine ma continuano a spingerci al consumo. Domande, considerazioni che Sabrina spiega semplicemente, guardando per esempio agli anziani centenari del Cilento. “Siamo stati ovunque a incontrare i centenari. E tutti mangiano poco, tutti mangiano cose semplici, non cibi processati. E ovviamente non hanno mai fumato e camminano tanto. Queste persone ci stanno dicendo non di tornare alla povertà, ma di tornare alle cose semplici. Ma la televisione ci dice altro…”. Che peso ha la carne nella nostra alimentazione? Per alimentare questa bramosia di carne abbiamo distrutto le foreste e solo per creare i mangimi per gli animali. Noi togliamo cibo dell’uomo, per darlo ai maiali e ai bovini. Il professor Berrino lo dici sempre: è inutile, fa male, non lo dico io, lo dico a lui, piace molto questa formula, perché secondo me le persone vogliono sapere perché è vero non si devono mangiare certe cose, perché la carne fa male, chi l’ha scoperto, quali studi l’hanno scoperto, qual è la quantità, se vogliamo però è anche importante sapere perché ci hanno fatto credere che la carne fa bene, perché ci hanno fatto credere che mangiare cibo di un certo tipo ci fa bene, io racconto il perché, c’è questa forma di propaganda, di marketing, di accademici comprati, io ti racconto i sistemi. Il dottor Berlino ti spiega invece qual è il modo per tornare indietro o per andare avanti con uno stile di vita sano, che è molto semplice peraltro, arrivarci, e la cosa importante sapere cos’è, che si può regredire, persino per diabete tipo 1 in alcuni casi. È uno spettacolo che può spaventare lo spettatore seduto in platea? Direi che è uno spettacolo che aiuta lo spettatore. Certamente le persone che vengono al nostro spettacolo sono persone che già sono orientate verso questa strada. Le persone che non vogliono cambiare il proprio sistema di vita però devono anche sapere cosa comporta. Perché la politica non fa niente? È una roba pazzesca, non mi ci faccia pensare. Grazie anche alle nostre inchieste oggi nelle mense dei bambini c’è il biologico, hanno ridotto un po’ la carne, purtroppo c’è ancora il prosciutto, ci sono ancora i cibi processati che sono catalogati come cancerogeni dalla IAC eppure sono nelle mense scolastiche dei nostri bambini, in quelle ospedaliere. Ma non è assurdo? A me piace l’idea di essere circondata da persone che credono in questa rivoluzione. Una rivoluzione fondamentale. È da 10 anni che nel mio programma cerco di spiegare che noi abbiamo un grande potere che esercitiamo scegliendo che cosa mettere dentro il nostro carrello della spesa. A me piace l’idea di far pensare e credere alle persone che questo mondo può cambiare, ma può cambiare in meglio per noi, per la nostra salute e per le generazioni future. Perché devo pensare che sia giusto così per creare profitto a una manciata di multinazionali?. Oggi la gente è più consapevole? La gente ha capito tante cose, ha capito che cosa fa bene. Ma mantenere le persone nell’ignoranza fa comodo a pochissimi che stanno facendo i miliardi. Ma perché non tutti? Il mio è un programma, e come tutti i programmi di inchiesta, è relegato su Rai3, ecco perché mi piace a teatro incontrare le persone che non hanno ancora capito che cosa ci stanno facendo. Poi certo bisognerebbe chiedersi perché alcuni programmi che creano senso critico non sono mai sulle reti ammiraglie. Noi siamo un programma scomodo in una televisione che comunque ha le sue pubblicità dentro, eppure lo riesco a fare, quindi tanto di cappello anche alla Rai che mi permette di lavorare in libertà.. Chi è che ci inganna oggi? Chi avalla questo sistema. E ad avallarlo sono i governi. Dietro il sistema c’è un marketing incessante, accademici e politici asserviti alle logiche dell’economia e dei propri interessi di carriera e portafoglio. Le prove? Le daremo. L'articolo Sabrina Giannini: “Oggi si muore più per il cibo che per il fumo. Ci hanno fatto credere che certi alimenti facciano bene, ma spesso dietro ci sono solo interessi economici e di potere” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La schiscetta sbagliata può rovinare anche il pasto più sano”: il pranzo a lavoro diventa tossico se non scegli il giusto contenitore
Alle tredici l’ufficio si trasforma. C’è chi apre una schiscetta fumante, chi srotola tovaglioli sulla scrivania, chi solleva il coperchio e si lascia accogliere dal profumo familiare del pasto preparato con cura la sera prima. Il pranzo al lavoro è un gesto quotidiano che parla di noi più di quanto immaginiamo: del tempo che scegliamo di dedicarci e dell’idea che abbiamo del cibo, semplice riempitivo o vera occasione di equilibrio e benessere. Eppure, proprio nel momento in cui pensiamo di fare la scelta più sana portando il pranzo da casa, rischiamo di vanificarla con un dettaglio spesso ignorato: il contenitore. SCEGLIERE CON CURA IL CONTENITORE Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha acceso i riflettori su un aspetto poco glamour ma fondamentale dell’alimentazione quotidiana: il contatto tra cibo e materiali di largo consumo. Anche il classico contenitore di plastica, soprattutto se vecchio, graffiato o riscaldato, può essere un contaminante e rilasciare sostanze indesiderate nel cibo. Tra quelle più controverse c’è il bisfenolo A, noto come BPA, utilizzato per anni in molte plastiche e resine a uso alimentare. La Commissione Europea, con un divieto che è entrato in vigore a partire da gennaio 2025, ha compiuto un passo deciso: il bisfenolo A non può più essere utilizzato nei materiali e negli oggetti destinati al contatto con gli alimenti per i rischi significativi legati alla sua esposizione. “L’Autorità ha concluso che il BPA esercita una serie di effetti avversi, incluso sul sistema immunitario, che ritiene il più sensibile agli effetti del BPA” si legge nel Regolamento (UE) 2024/3190. Nonostante questo progresso, il problema resta nella pratica quotidiana. Spesso riutilizziamo contenitori vecchi o nati per altri scopi, che possono contenere BPA, li laviamo a temperature elevate in lavastoviglie, li scaldiamo nel microonde e li usiamo per anni. Un’usura silenziosa che aumenta al contempo anche il rilascio di microplastiche. I contenitori in plastica per alimenti dovrebbero essere chiaramente indicati come idonei al contatto alimentare e privi di BPA, meglio ancora se pensati per l’uso a caldo e per il microonde, nel caso vengano riscaldati in ufficio, così da ridurre il rischio di migrazioni indesiderate. L’ALLUMINIO VA BENE? A questo punto si potrebbe pensare di aver trovato la soluzione definitiva in un altro materiale comune: l’alluminio. Leggero, resistente e versatile, è molto diffuso sia nei porta pranzo lavabili sia nei contenitori usa e getta, come le classiche vaschette con tappo. Anche in questo caso, però, è bene fare attenzione. L’alluminio è un metallo reattivo e, quando entra in contatto diretto con alimenti acidi (come pomodoro o limone), molto salati o particolarmente caldi, potrebbe cedere piccole quantità di metallo al cibo. È stato oggetto di studi sul sistema nervoso centrale e alcune ricerche indagano un possibile ruolo in patologie neurodegenerative; per precauzione, il Ministero della Salute ne sconsiglia l’uso prolungato con alimenti acidi o salini, soprattutto per bambini, anziani e donne in gravidanza (Parere CNSA n. 19 salute.gov.it). Attenzione quindi a trasportare ogni giorno, in vaschette o contenitori di alluminio, pasta al sugo rosso, insalate condite con agrumi o verdure sottaceto. Non è una pratica neutra per la salute, soprattutto se reiterata nel tempo. QUALI MATERIALI PREDILIGERE Tradotto nella vita reale: scaldare o conservare il pranzo in un contenitore inadatto non è proprio l’idea di pausa pranzo salutare che avevamo in mente. Ed è qui che il pranzo da ufficio può diventare un piccolo gesto concreto di prevenzione. Scegliere una schiscetta in vetro, acciaio inox o in ceramica significa fare pace con la chimica e col gusto. Sono materiali più stabili, meno inclini ad assorbire odori o a rilasciare sostanze, e restituiscono al cibo il suo sapore autentico, senza interferenze indesiderate. È una scelta semplice ma concreta, che nel tempo può fare la differenza nella qualità della nostra alimentazione quotidiana. Franca Olivieri, chef romagnola, consiglia: “Il vetro è inerte, non assorbe odori, non rilascia sostanze e permette di vedere cosa stiamo mangiando. In commercio si trovano facilmente contenitori in questo materiale pensati proprio per il trasporto dei pasti, dotati di chiusura e guarnizioni che evitano fuoriuscite. In alternativa, si può riutilizzare un capiente barattolo di vetro con tappo a chiusura ermetica, di quelli normalmente usati per conserve. L’acciaio inox di buona qualità è abbastanza leggero, resistente e perfetto per piatti freddi o tiepidi. Certo, pesa un po’ di più della plastica, ma alleggerisce la nostra esposizione quotidiana a sostanze poco amiche”. IL PRANZO MIGLIORE PER L’UFFICIO Una volta scelto il contenitore giusto, resta la domanda più importante: cosa ci mettiamo dentro? Per Franca Olivieri: “Il pranzo ideale da lavoro è quello che nutre senza appesantire, che si conserva bene, che è buono anche freddo e che non ha bisogno di mille passaggi last minute. Un piatto unico a base di cereali in chicco, verdure e legumi cotti è una base perfetta”. I cereali integrali come farro, orzo, riso integrale o miglio forniscono energia a lento rilascio, aiutando a evitare il classico crollo delle tre del pomeriggio. I legumi apportano proteine vegetali, fibre e minerali, mentre le verdure aggiungono nutrienti, colore e sapore. Questo tipo di piatto regge bene 24-48 ore in frigorifero e si presta a infinite variazioni, evitando la noia e lo spreco dello stesso pranzo per due giorni di seguito. Il pranzo in ufficio, insomma, può smettere di essere un compromesso triste o una corsa contro il tempo. Può diventare un atto di cura quotidiana che parte dalla scelta di un buon contenitore e arriva fino alla combinazione degli ingredienti. Perché mangiare bene non significa solo scegliere cosa mettere nel piatto, ma anche come e dove lo conserviamo. E la schiscetta, se scelta con attenzione, diventa parte concreta di questa consapevolezza, un pranzo alla volta. L'articolo “La schiscetta sbagliata può rovinare anche il pasto più sano”: il pranzo a lavoro diventa tossico se non scegli il giusto contenitore proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Muesli a colazione? Attenzione, una sola porzione può coprire quasi metà degli zuccheri giornalieri”: l’avvertimento dell’esperto
Il muesli è uno degli alimenti più associati all’idea di colazione sana: cereali integrali, frutta secca, fibre. Ma un’analisi condotta nel Regno Unito dall’associazione dei consumatori Which? su diversi prodotti venduti nei supermercati ha messo in luce un dato poco noto: alcuni muesli possono contenere fino a circa 25 g di zuccheri per 100 g di prodotto, valori paragonabili a quelli di molti cereali da colazione dolci. In diversi casi il contenuto calorico supera 450 chilocalorie per 100 g, mentre le porzioni suggerite sulle confezioni – spesso tra 45 e 60 grammi – possono arrivare a fornire 10-15 g di zuccheri già a colazione. Una quota che deriva in gran parte dalla frutta essiccata e da ingredienti zuccherini aggiunti, e che solleva interrogativi sul reale profilo nutrizionale di un alimento percepito come salutare. RISCHIAMO DI SUPERARE FACILMENTE LA QUOTA MASSIMA Per esempio, guardando i prodotti presenti nei supermercati italiani, qual è mediamente il contenuto di zuccheri che troviamo in queste miscele? “Nei prodotti venduti sul mercato italiano esiste una grande variabilità – spiega al FattoQuotidiano.it la dottoressa Francesca Dominici, medico specialista in Scienze della Nutrizione -. Nel database FLIP, che ha analizzato 371 cereali da colazione di 13 insegne italiane, i muesli presentano una media di circa 21 g di zuccheri per 100 g di prodotto. Questo significa che una porzione di circa 50 g di muesli può apportare già 10-11 g di zuccheri a colazione. Per dare un riferimento, l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di limitare gli zuccheri liberi a meno del 10% delle calorie giornaliere, con un obiettivo ancora più favorevole intorno al 5%, cioè circa 25 g al giorno per un adulto. In altre parole, una sola porzione di alcuni muesli può coprire quasi metà della quantità giornaliera consigliata di zuccheri liberi”. Una parte dello zucchero nei muesli deriva dalla frutta essiccata, come uvetta o datteri. Dal punto di vista metabolico questo tipo di zucchero è davvero diverso da quello aggiunto? “Sì, con una precisazione. Gli zuccheri della frutta essiccata sono comunque zuccheri semplici, ma la differenza è che fanno parte di un alimento intero, che apporta anche fibre, potassio e altri micronutrienti. Questo li distingue dallo zucchero aggiunto, che fornisce quasi esclusivamente calorie. Tuttavia l’essiccazione concentra molto gli zuccheri e riduce il volume: piccole quantità possono apportarne diversi grammi. Per questo la frutta essiccata è nutrizionalmente interessante, ma nelle miscele di muesli le quantità restano importanti e vanno considerate nel bilancio complessivo della colazione”. CAPIRE LE ETICHETTE Quando leggiamo l’etichetta di un muesli o di una granola, quali sono i parametri nutrizionali chiave che dovremmo controllare per capire se il prodotto è equilibrato? “Prima di tutto i grammi di zuccheri per 100 g: più ci si allontana, diminuendo la quantità, da 20-25 g/100 g, meglio è. Poi la fibra, che idealmente dovrebbe essere almeno 5-6 g/100 g; i grassi saturi, spesso elevati nelle granole con molto cocco o oli; e le kcal per 100 g, perché alcuni muesli superano facilmente 430-450 kcal. Infine la lista ingredienti: meglio se i primi posti sono occupati da avena o altri cereali integrali, non da zuccheri, sciroppi o cioccolato. Anche diciture come ‘fonte di fibre’ o ‘senza zuccheri aggiunti’ non bastano da sole a definire il prodotto salutare”. L’ALTERNATIVA FAI DA TE Per una colazione davvero sana, il muesli industriale può essere una buona scelta oppure è preferibile orientarsi su fiocchi d’avena semplici o preparazioni casalinghe? Il muesli industriale può essere una buona scelta se selezionato con attenzione. In particolare conviene orientarsi su prodotti con contenuti di zuccheri il più possibile minori di 20 g per 100 g, evitando quelli con molti zuccheri aggiunti come sciroppi o miele. Se ben scelti, quindi, i muesli possono rappresentare una valida opzione per la colazione. Tuttavia, un’alternativa molto semplice è partire da fiocchi d’avena al naturale, che permettono di costruire la colazione in modo più controllato: si possono aggiungere frutta fresca, una piccola quantità di frutta secca e, se gradita, un po’ di frutta essiccata, modulando meglio le porzioni e il contenuto complessivo di zuccheri”. L'articolo “Muesli a colazione? Attenzione, una sola porzione può coprire quasi metà degli zuccheri giornalieri”: l’avvertimento dell’esperto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Valle d’Aosta: un weekend alternativo sulla neve all’insegna di storia, natura e buona tavola
La Valle d’Aosta si può vivere a ritmo lento, nonostante il richiamo delle adrenaliniche piste da sci, tra le più belle e sfidanti di tutta la corona alpina. La stagione fredda si stempera anche con il piacere di scoprire la storia e la cultura di questa incredibile regione, così la natura, addormentata sotto una coperta di candida neve durante i mesi più gelidi dell’anno. Un mondo di fiaba, punteggiato da suggestivi castelli e pettinato da vigneti tenaci che sfidano pendenze e temperature per dar vita ad un vino di montagna che racchiude tutto il sapore del territorio, da accompagnare a piatti schietti e genuini ma allo stesso tempo raffinati, capaci di trasformare anche il sapore deciso della trota in una tentazione gourmet. La tavola valdostana sposa la tradizione a note innovative, ed è così che alle classiche bourguignonne e fondue, ci si lascia tentare da rivisitazioni creative come una tarte tatin di cipolle caramellate, servita con gelato e crema alla Fontina, e aceto balsamico. L’audacia della novità ritrova la dolce consuetudine nelle tegole valdostane, biscotti croccanti a forma di cialda da accompagnare ad un bicchierino di Genepì, il liquore a base di Artemisia alpina, oppure da tuffare in una ciotola ricolma di crema di Cogne, dove i gusti di cioccolato e vaniglia incontrano la verve accesa del rum. RELAX TRA ECCELLENZE ENOGASTRONOMICHE, CASTELLI E CIASPOLATE Per trascorrere un fine settimana diverso dal solito, o per appuntare un itinerario alternativo alle piste da sci, abbiamo sperimentato una bellissima proposta con l’Assessorato al turismo della Valle d’Aosta. Tappa ad Aosta, città d’arte incorniciata dalle Alpi, almanacco di epoche e innumerevoli tesori, per poi esplorare la Plaine, il territorio che comprende i paesi sorti nella grande area pianeggiante nei dintorni del capoluogo, dove spuntano testimonianze che risalgono a insediamenti preistorici. Un viaggio nel passato di migliaia di anni che attraversa l’epoca romana e il Medioevo, per poi svelare perle rare come il Castello di Aymavilles, magnifico esempio di eclettismo valdostano impreziosito dalle eleganti facciate barocche del ‘700 racchiuse tra torri del XV secolo. Un tour che invita ad esplorare le bellezze e le tracce del passato anche in quota: al tempo dei Romani, la località di La Thuile rivestiva una posizione strategica, e proprio lungo i suoi pendii passava la via delle Gallie. Tutt’oggi è possibile raggiungere la Francia attraversando il Colle del Piccolo San Bernardo, ma questa località merita una sosta, non solo per il gettonatissimo comprensorio sciistico, ma perché si rivela scrigno del suo antico passato e della storia più recente, fatta di miniere e resilienza. Un territorio in stretta connessione con la natura, che durante la stagione invernale invita a praticare lunghe ciaspolate. Ogni realtà valdostana rivela la propria identità, come le rinvigorenti acque termali di Pré-Saint-Didier, lungo la strada che scende da La Thuile, perfette per un fuori programma di benessere, oppure la rinomata Courmayeur, una delle località più glam delle Alpi, perfetta per un aperitivo con stile ai piedi del Monte Bianco. AOSTA, LA “ROMA DELLE ALPI” Aosta è abbracciata dalle montagne, posizione che contribuisce a rendere ogni scorcio un capolavoro. Piccola, accogliente e ben organizzata permette di esplorarla in breve tempo ma il consiglio è quello di soffermarsi ad apprezzare alcuni dettagli che la rendono unica. “Augusta Praetoria” è l’indizio che rivela l’incredibile eredità romana che custodisce, dall’Arco di Augusto che sorge all’ingresso orientale della città, alla magnifica Porta Pretoria, accesso monumentale all’interno dell’antica cinta muraria che un tempo cingeva la città, tutt’oggi chiaramente delineata nel profilo urbano. Se il Teatro Romano (attualmente in restauro) è forse il simbolo di Aosta , altrettanto spettacolare è il Criptoportico Forense, opera dell’utile che si è trasformata in meraviglia: da struttura di contenimento e di regolarizzazione del terreno, a incredibile testimonianza dell’epoca augustea splendidamente conservata, con il braccio centrale lungo oltre 87 metri, mentre i due laterali poco più di 70 metri. In città spicca anche l’eredità medievale, soprattutto lungo il perimetro delle mura, come l’iconica Torre dei Balivi del XII secolo che campeggia l’angolo nord-est. Altra tappa imperdibile è la Collegiata di Sant’Orso. La sua chiesa risale agli inizi dell’XI secolo e ingloba un antico mosaico dell’epoca tardo-antica, il quadrato del Sator, che rappresenta Sansone che uccide il leone e riporta l’enigmatica frase palindroma “Rotas Opera Tenet Arepo Sator”, e il ciclo di affreschi dell’ XI secolo, visibile nel sottotetto della chiesa, un vero e proprio tesoro nascosto e riportato alla luce dopo secoli di oblio. Il chiostro del XII secolo è uno stupefacente percorso allegorico narrato su pietra: ogni colonna include un capitello diverso che descrive scene del Nuovo e Vecchio Testamento, della vita di Sant’Orso, personaggi e animali fantastici, un viaggio tra spiritualità e immaginazione. ‹ › 1 / 4 AOSTA - PIAZZA CHANOUX (FOTO ENRICO ROMANZI) Aosta ‹ › 2 / 4 AOSTA - CAMPANILE SANT'ORSO (FOTO ARCHIVIO REGIONE AUTONOMA VALLE D'AOSTA) Aosta ‹ › 3 / 4 AOSTA - ARCO AUGUSTO (FOTO ARCHIVIO REGIONE AUTONOMA VALLE D'AOSTA) L'Arco di Augusto ad Aosta ‹ › 4 / 4 VALLE D'AOSTA - KASTLE Le montagne della Valle d'Aosta Aosta rivela una vena creativa a 360 gradi, compresa la proposta enogastronomica. Per un pit stop veloce ma di gusto, alla Champagnerie & Fromagerie La Bottegaccia si possono provare deliziosi piatti “espressi”, e scegliere un buon calice tra una rinomata carta dei vini, oltre ad ammirare un fornito banco di prodotti tipicamente valdostani perfetti per fare food-shopping. Per un pranzo o cena rilassante, l’accogliente Osteria Da Nando offre il meglio della cucina locale sempre con occhio attento alla continua evoluzione gastronomica, proponendo un menù che alterna il classico all’innovazione. Tutto in città sembra avere un tocco artistico, anche il soggiorno si fa originale all’Omama Hotel, dove al comfort si mixano atmosfere creative simili a un atelier d’avanguardia, con arredo coloratissimo e opere di design. L'articolo Valle d’Aosta: un weekend alternativo sulla neve all’insegna di storia, natura e buona tavola proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I rischi del cibo confezionato nella plastica e riscaldato. Greenpeace: “Adatto al microonde? È un’illusione”
Riscaldando nel microonde o nel forno cibi pronti e da asporto confezionati in contenitori di plastica si rischia il rilascio di centinaia di migliaia di particelle di microplastiche e nanoplastiche direttamente negli alimenti, insieme a una miscela di sostanze tossiche. Nell’analisi, soggetta a peer review, contenuta nel rapporto “Siamo cotti? I rischi sanitari nascosti dei piatti pronti confezionati nella plastica”, Greenpeace International ha esaminato 24 articoli e studi pubblicati recentemente in riviste scientifiche su prodotti alimentari pronti. Sono pubblicizzati come “sicuri da riscaldare” ma, stando alle ricerche e agli articoli analizzati, rischiano di esporre ogni giorno milioni di persone a contaminanti invisibili. “Le persone pensano sia sicuro acquistare e riscaldare un pasto confezionato nella plastica: in realtà veniamo esposti a un mix di microplastiche e sostanze chimiche pericolose che non dovrebbero mai venire a contatto con il cibo che mangiamo” commenta Graham Forbes, responsabile della campagna globale sulla plastica di Greenpeace Usa. COSA ACCADE IN POCHI MINUTI DI MICROONDE Secondo uno studio del Dipartimento di Scienze Alimentari dell’Università del Massachusetts Amherst, che ha seguito le linee guida della Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti per le sostanze a contatto con gli alimenti, dalle 326mila alle 534mila particelle si disperdono nei simulanti alimentari dopo soli cinque minuti di riscaldamento al microonde, fino a sette volte in più rispetto al riscaldamento in forno. Il riscaldamento aumenta drasticamente la contaminazione chimica: in diversi studi, campioni di plastica comune sottoposti a microonde, come polipropilene e polistirene, hanno rilasciato additivi chimici in cibi o in simulanti alimentari, inclusi plastificanti e antiossidanti. E l’attuale regolamentazione è insufficiente a proteggere la salute pubblica. UNA REGOLAMENTAZIONE INSUFFICIENTE È noto che oltre 4.200 sostanze chimiche pericolose sono utilizzate o presenti nelle plastiche, ma la maggior parte non è regolamentata negli imballaggi alimentari. Alcune sostanze, come bisfenolo, ftalati, Pfas e metalli tossici come l’antimonio, sono collegate a cancro, infertilità, disfunzione ormonale e malattie metaboliche. Almeno 1.396 sostanze chimiche presenti nelle plastiche che vengono a contatto con gli alimenti sono state rilevate anche nel corpo umano, con crescenti evidenze che collegano l’esposizione a queste sostanze con disturbi del neurosviluppo, malattie cardiovascolari, obesità e diabete di tipo 2. Lo ha evidenziato anche la rivista scientifica ‘The Lancet’ che, ad agosto 2025, ha lanciato un monito sui danni che la plastica provoca “in ogni fase del suo ciclo di vita” e “in ogni fase della vita umana”, promuovendo il ‘Lancet Countdown on Health and Plastics’. I contenitori vecchi, graffiati o riutilizzati sono i più problematici: la plastica usurata, infatti, rilascia quasi il doppio delle particelle di microplastica rispetto agli imballaggi nuovi. “I governi hanno lasciato che l’industria petrolchimica e della plastica trasformasse le nostre cucine in laboratori di sperimentazione: il nostro rapporto mostra che la dicitura “adatto al microonde” non è altro che un’illusione” continua Forbes. IL TREND DEI PASTI GIÀ PRONTI: UN MERCATO IN EVOLUZIONE Eppure, i piatti pronti confezionati nella plastica rappresentano uno dei segmenti in più rapida crescita nel sistema alimentare globale, con un valore di quasi 190 miliardi di dollari, secondo una ricerca di Towards FnB. Nel 2024 la produzione di piatti pronti ha raggiunto un volume globale di 71 milioni di tonnellate, una media di 12,6 chilogrammi pro capite, mentre anche il costo di un piatto pronto e i ricavi pro-capite sono destinati ad aumentare, avverte una ricerca di mercato del portale Statista. Di fatto, un’analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia ha mostrato che gli imballaggi in plastica rappresentano circa il 36% di tutta la plastica e che la produzione di plastica è destinata a più che raddoppiare entro il 2050 rispetto ai livelli attuali. Le autorità di regolamentazione non sono riuscite finora a tenere il passo. “A livello globale – spiega Greenpeace International – mancano linee guida normative adeguate sulle microplastiche rilasciate dagli imballaggi alimentari, e diciture come ‘adatto al microonde’ o ‘adatto al forno’ forniscono ai consumatori una falsa rassicurazione. La crisi della plastica sta seguendo lo stesso schema già osservato con tabacco, amianto e piombo: nonostante segnali di allarme scientifici comprovati, la risposta è caratterizzata da negazionismo industriale e ritardi normativi”. Per questo, Greenpeace chiede ai governi che negoziano il Trattato globale sulla plastica dell’Onu di agire secondo principi di precauzione e porre fine “a una contaminazione incontrollata e non regolamentata”. L'articolo I rischi del cibo confezionato nella plastica e riscaldato. Greenpeace: “Adatto al microonde? È un’illusione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Non sono alimenti, ma sostanze create per dare soldi all’industria alimentare. Ecco quali sono i cibi ultraprocessati insospettabili da cui stare alla larga
In una recente intervista rilasciata al Il Corriere della Sera, il medico inglese Chris van Tulleken, volto noto della Bbc e autore di un libro sugli alimenti ultraprocessati, spiega come sia facile incappare in questi prodotti, grazie a un marketing astuto. Ma ci sono anche semplici accortezze per evitarli, come spiega al Fatto Quotidiano Stefania Ruggeri, Prima ricercatrice e nutrizionista del Crea. “Non alimenti, ma sostanze create per prendere soldi e trasferirli all’industria alimentare”: così li definisce Chris van Tulleken, autore di “Cibi ultraprocessati”. Come riconoscere ed evitare gli insospettabili nemici della nostra salute (Vallardi 2024). E per ribadire il rischio di cascare nella trappola degli ultratrasformati, in copertina campeggia l’immagine di un presunto innocente: il pane confezionato. RISCHI PER LA SALUTE Che i cibi ultraprocessati facciano male è ormai evidente, e gli studi lo ribadiscono di continuo. Tra gli altri, spiccano un’ampia review uscita nel 2024 sul British Medical Journal e che ha evidenziato 32 problemi di salute legati al consumo regolare, mentre lo scorso dicembre l’allarme è toccato alla prestigiosa rivista scientifica The Lancet. “ In questa raccolta, gli scienziati hanno condotto rigorosissima analisi sulla qualità degli studi sul consumo di alimenti ultraprocessati”, spiega Ruggeri del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria, coautrice di “Cibi Falsi” (Newton 2025). Il consumo regolare causa un aumento del rischio di malattie cardiovascolari e diabete 2, ma anche obesità, tumori, ansia, demenza, declino cognitivo, depressione ecc. “Con più di 4 porzioni al giorno aumenta del 62% il rischio di mortalità per tutte le cause e anche più del 55% quello di obesità”, prosegue l’esperta. I colpevoli, oltre a grassi saturi, zuccheri e sale e i tanti additivi aggiunti– coloranti, conservanti, emulsionanti, addensanti, insaporitori, aromi, che vengono aggiunti per rendere i cibi supermanipolati gustosi e irresistibili, economici e ben conservabili. Molecole chimiche che il nostro organismo “non riconosce. “Nell’insieme vengono considerati sicuri, ma il mix può essere pericoloso . Il rischio è di alterare il microbiota, il cui danno è legato all’insorgenza di moltissime malattie ”, prosegue Ruggeri, attirando poi l’attenzione sugli emulsionanti, “che danneggiano fortemente l’intestino ‘bucandone’ la parete: è il così detto leaky gut, che favorisce gli stati infiammatori”. Quanto ai conservanti, secondo una ricerca di inizio 2026, alcuni (come i diffusi sorbiti, nitrito di sodio e di potassio, solfiti), possono essere cancerogeni. A questi si aggiunge la fatidica triade tipica dei cibi ultratrasformati: grassi modificati industrialmente, zuccheri aggiunti, sale in abbondanza. Un mix che mette a rischio la salute ma che conquista i palati: è il così detto bliss point, che rende i cibi irresistibili. Per il consumatore non è facile orientarsi in questo labirinto di cibi sfornati da una potente industria alimentare: da qui la necessità di interventi governativi. Per esempio in Messico, Argentina e Cile gli ingredienti “sgraditi” vanno indicati in confezione, mentre il Regno Unito ha deciso di vietare la pubblicità televisiva dei cibi ultraprocessati fino alle 21, per proteggere i bambini. L’Oms spinge per tassare i cibi insani (che sono un costo sanitario, ambientale e sociale), ma spesso i provvedimenti tardano ad arrivare. Intanto, gli ultratrasformati si diffondono sempre di più: “Negli Usa rappresentano il 60-70% del consumo calorico, in Italia per ora meno del 20%”. OCCHIO A ETICHETTE E CONSUMO “Attenzione alla lista degli ingredienti e al consumo quotidiano”, avverte la ricercatrice. “Ci sono barrette che contengono fino a 70 ingredienti, yogurt high protein che arrivano a 40. Gli ingredienti devono essere pochi con materie prime che conosciamo, e gli additivi non più di 3-4. Il consumo deve essere saltuario e non regolare: la preferenza va ad alimenti più semplici possibile, preparati da sé”. Nel complesso, i cibi ultraprocessati si distinguono per l’uso di materie prime di scarsa qualità, “condite” con additivi e magari “nobilitati” da nutrienti sintetici per mostrare che in realtà sono sani. Perché che le patatine, i burger, gli snack e i dolciumi possano far male lo possiamo sospettare anche noi. Ma su altri restano i dubbi. GLI INSOSPETTABILI “Già nel 2018 la classificazione Nova ha riunito gli alimenti in 4 gruppi, allargando il concetto di junk food ad alimenti di cui pensiamo di poterci fidare. Due tipici esempi sono i prodotti vegani e quelli ad alto contenuto proteico”. Vale per esempio per i burger o gli affettati vegani, che sono spesso un concentrato di additivi e i cui grassi non sono sempre validi, o per lo yogurt high protein citato sopra. “ Alcuni yogurt alla frutta non sono davvero cibi ultratrasformati, ma comunque contengono molti zuccheri e aromi. Molti cibi ingannano per la presenza di vitamine o altri nutrienti, ma hanno anche additivi che danneggiano il microbiota”. Ingannevole pure dl dicitura “Senza zuccheri aggiunti” – ma con sciroppi ed edulcoranti. Insomma, bisogna fare attenzione anche a tutti quei prodotti, come lo yogurt, la barretta o il pane confezionato, che non sono proprio ultraprocessati e che anzi appaiono sani, e il cui consumo regolare non è senza conseguenze. “Meglio piuttosto uno yogurt bianco intero cui si aggiunge a casa un po’ di frutta: così si mangiano probiotici, fibre, minerali e vitamine”. Quelli veri, non quelli sintetici che rifanno il look a un prodotto impoverito. “Dedicare il tempo a se stessi per fare acquisti e cucinare pasti equilibrati è un atto di consapevolezza che può allungarci la vita e farci arrivare sani in vecchiaia”, conclude la dott. Ruggeri. L'articolo Non sono alimenti, ma sostanze create per dare soldi all’industria alimentare. Ecco quali sono i cibi ultraprocessati insospettabili da cui stare alla larga proviene da Il Fatto Quotidiano.
Salute
Cibo
“TikTok ormai dice ai ragazzi anche cosa mangiare, li spinge verso i cibi ultra-processati o diete estreme che rischiano di causare disturbi alimentari”: l’allarme nel nuovo studio
Per una parte crescente di adolescenti e giovani adulti, Tiktok, oltre a essere un social di intrattenimento, è anche una bussola informale che orienta cosa mettere nel piatto. A documentarlo è la ricerca From “For You” to the Fork: Tiktok’s Influence on Young Consumers’ Food Behaviours, pubblicata sull’International Journal of Consumer Studies e condotta da Oliwia Mizielska e Artur Strzelecki dell’University of Economics di Katowice, in Polonia. Lo studio si basa su un questionario online somministrato nel 2025 a 406 utenti attivi di Tiktok e mostra come i contenuti alimentari della piattaforma – video virali, trend, consigli nutrizionali semplificati o improvvisati – incidano concretamente sulle scelte quotidiane, spesso favorendo cibi ultra-processati e mode alimentari più che indicazioni fondate su evidenze scientifiche. Un’influenza tutt’altro che neutra, soprattutto in una fase della vita in cui il rapporto con il cibo e con il corpo è ancora fragile e in costruzione. “Questi contenuti possono influenzare gli adolescenti perché arrivano in una fase in cui il rapporto con cibo e corpo è ancora in formazione – spiega al FattoQuotidiano.it la dottoressa Francesca Dominici, medico specialista in Scienze della Nutrizione -. Il rischio non è il singolo video, ma l’esposizione continua a modelli rigidi o irrealistici presentati come normali. I primi segnali di allarme possono includere restrizioni alimentari immotivate, un’eccessiva attenzione alle calorie, disagio nel mangiare in compagnia o variazioni rapide di peso e umore. Indicatori da non sottovalutare, anche quando non si parla ancora di disturbi alimentari conclamati”. L’ESPERTA: “IL PROBLEMA È CHE I CIBI ULTRA-PROCESSATI SONO ONNIPRESENTI” Molti video virali promuovono alimenti ultra-processati o abitudini non equilibrate senza alcuna contestualizzazione nutrizionale. Con quali effetti concreti sulle scelte quotidiane di ragazze e ragazzi? “L’esposizione a contenuti che mostrano cibi ultra-processati o bevande zuccherate non è di per sé il problema. Parliamo di ragazzi e giovani adulti, ed è normale che questi alimenti facciano parte della loro esperienza quotidiana. Il nodo critico è piuttosto lo squilibrio informativo, sui social questi cibi sono onnipresenti, mentre mancano contenuti altrettanto visibili che aiutino a inserirli in un’alimentazione varia ed equilibrata. Se un adolescente è esposto quasi solo a messaggi che associano certi alimenti a divertimento e successo, senza una solida educazione nutrizionale fornita da famiglia e scuola, finisce per costruire le proprie scelte su un’unica narrazione. I social non creano il problema, ma lo amplificano. Nel tempo questo può tradursi in abitudini ripetitive, non perché quei cibi siano ‘vietati’, ma perché diventano l’opzione più familiare, rendendo i ragazzi meno capaci di distinguere tra consumo occasionale e alimentazione quotidiana”. I SOCIAL ALTERANO LA PERCEZIONE DEL CORPO L’uso massiccio di social media può avere effetti anche sulla percezione del corpo e sulle relazioni con il cibo. Quali strategie possono adottare genitori e scuola per contrastare le informazioni fuorvianti? “Il tema si intreccia strettamente con la percezione corporea. I social amplificano il confronto sociale e propongono ideali estetici spesso irraggiungibili, collegandoli implicitamente a specifici comportamenti alimentari. Il cibo rischia così di diventare uno strumento di controllo del corpo più che di nutrimento. Per contrastare queste dinamiche, i genitori e la scuola dovrebbero puntare su educazione alimentare e digitale insieme, aiutando i ragazzi a riconoscere contenuti fuorvianti e pubblicità mascherata, senza ricorrere a divieti ma favorendo dialogo e spirito critico”. QUANTO TIKTOK PUÒ ESSERE UN VALIDO STRUMENTO Esistono casi in cui i social network – incluso Tiktok – possono essere strumenti utili per promuovere abitudini alimentari sane? Se sì, quali caratteristiche deve avere un messaggio nutritivo per essere affidabile e benefico per un pubblico giovane? “Sì, i social possono essere validi strumenti, soprattutto per intercettare un pubblico giovane che difficilmente si informa attraverso canali tradizionali. Tuttavia, perché un messaggio sia davvero benefico deve essere coerente con le evidenze scientifiche, senza promesse miracolistiche, comunicare complessità in modo semplice, ma non semplicistico, ed evitare estremismi, restrizioni inutili e modelli estetici come obiettivo implicito. I contenuti più efficaci sono quelli che promuovono flessibilità, varietà e sostenibilità, aiutando i ragazzi a costruire competenze, non regole rigide. In questo senso, la presenza attiva e responsabile di professionisti della salute sui social può fare una reale differenza”. L'articolo “TikTok ormai dice ai ragazzi anche cosa mangiare, li spinge verso i cibi ultra-processati o diete estreme che rischiano di causare disturbi alimentari”: l’allarme nel nuovo studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Troppe le patate raccolte quest’anno in Germania: così 4mila tonnellate verranno regalate (invece di essere distrutte)
In Germania ci sono troppe patate tanto che gestirle è diventato un serio problema. L’anno scorso i produttori tedeschi hanno raccolto circa 13,4 milioni di tonnellate di patate, un dato pari a circa il 17 per cento in più rispetto alla media degli anni precedenti. Il risultato è stato un surplus difficile da vendere e costoso da conservare: una situazione che ha portate molte aziende a distruggere una parte consistente del raccolto per evitare una svalutazione del tubero e un calo dei prezzi sul mercato. Da quest’anomalia è nato il progetto 4.000 Tonnen, letteralmente “4.000 tonnellate”, per regalare patate a Berlino e dintorni. L’iniziativa, secondo quanto spiegato dal sito ufficiale, è promossa dal quotidiano Berliner Morgenpost e sostenuta dal motore di ricerca ecologico Ecosia, che finanzia il trasporto delle patate prodotte dall’azienda agricola Osterland Agrar GmbH vicino Lipsia. Le patate vengono caricate, spostate, consegnate in città e poi distribuite gratuitamente attraverso una rete di 174 punti di ritiro a cui possono rivolgersi in particolare organizzazioni, enti e scuole ma anche singoli cittadini. Le prime spedizioni sono state di 22 tonnellate e successivamente di oltre 130, programmate nei giorni successivi per gestire meglio la catena. Così il gesto del dono collettivo è diventato una risposta pratica allo spreco alimentare. Tuttavia, gli organizzatori hanno dichiarato che probabilmente il progetto non sarà in grado di coprire la distribuzione di tutta la partita per ragioni di costo. Un’operazione che però è stata osteggiata dalle associazioni di categoria perché, a loro avviso, minerebbe alla stabilità del settore. In fondo al sito del progetto, vengono ribaditi i valori dell’iniziativa: “4.000 tonnellate di patate hanno lo stesso valore nutrizionale di 1.800 tonnellate di pollo“, un tipo di allevamento che pesa sull’ambiente per l’alimentazione a base di soia: “In Brasile – concludono – verrebbero disboscati 350 ettari di foresta pluviale in meno” se non mangiassimo più pollo. L'articolo Troppe le patate raccolte quest’anno in Germania: così 4mila tonnellate verranno regalate (invece di essere distrutte) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Quando c’è lei so già che mi innervosisco”: scintille in studio a La Volta Buona per la “dieta paleolitica”, scoppia la lite tra gli esperti
Momenti di caos durante la puntata de “La Volta Buona”. Lo scorso 20 gennaio, Caterina Balivo ha ospitato nel suo salotto il professor Giorgio Calabrese e la biologa nutrizionista Caterina Borraccino, esperta della “dieta paleolitica”. Essa prevede il consumo di carne, pesce e uova, escludendo dai pasti cereali, latticini e legumi. A seguito delle dichiarazioni di Borraccino, Calabrese è andato su tutte le furie. Il professore ha detto in diretta: “Quando c’è lei so già che mi innervosirò”. Il dietologo ha proseguito illustrando le nuove linee guida alimentari statunitensi, in base alle quali le proteine sono da preferire rispetto ai grassi. Calabrese ha provato a spiegare il concetto, venendo più volte interrotto dalla biologa. Il professore è sbottato: “Se vuole che le spieghi, mi faccia parlare“. Il confronto si è acceso quando il nutrizionista ha citato studi scientifici dell’Istituto superiore della Sanità. L’uomo ha dichiarato: “La dieta paleolitica non va bene. Lo dice il Ministero, lo dicono i cardiologi. Ma siccome voi dovete vendere questo tipo di dieta, continuate a fare pubblicità per vendere anche gli integratori”. Borraccino ha ribattuto, sottolineando di non vendere alcun tipo di integratore. Il professore ha urlato: “E allora le fibre da dove le prendete?”. Gli animi sono stati placati da Caterina Balivo. La conduttrice ha cercato di far ragionare Calabresi dicendo: “Lo so che lei è un grande professore, ma ci sono oggi delle persone che seguono una dieta paleolitica, bisogna accettarlo. Però anche i toni, cerchiamo di calmarci“ L'articolo “Quando c’è lei so già che mi innervosisco”: scintille in studio a La Volta Buona per la “dieta paleolitica”, scoppia la lite tra gli esperti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Controllate le etichette dei cibi e fate attenzione a queste sostanze ‘invisibili’ nascoste in moltissimi alimenti: aumentano il rischio di cancro e diabete”: l’allarme in due nuovi studi
In moltissimi alimenti che consumiamo quotidianamente si celano sostanze “invisibili”, il cui consumo prolungato può aumentare il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 e alcune forme di cancro. Si tratta di alcuni conservanti alimentari, ingredienti comuni nelle nostre dispense che permettono agli alimenti di sopravvivere per periodi di tempo più o meno lunghi. Si identificano sulle etichette degli alimenti con sigle alfanumeriche che sembrano codici fiscali, ma pur essendo fondamentali nella conservazione di alcuni alimenti, possono essere pericolosi per la salute sul lungo periodo. A evidenziare l’impatto due studi appena pubblicati sulle riviste Nature Communications e BMJ. Sebbene siano necessari ulteriori approfondimenti, secondo i ricercatori, i risultati dovrebbero portare a una rivalutazione delle normative che regolano l’uso di conservanti da parte delle aziende in prodotti come gli alimenti ultra-processati, in modo da migliorare la tutela dei consumatori in tutto il mondo. Già precedenti studi sperimentali hanno dimostrato che alcuni conservanti possono danneggiare le cellule e il Dna, ma le prove concrete che colleghino i conservanti al diabete di tipo 2 o al rischio di cancro sono ancora scarse. In entrambi gli studi, i ricercatori si sono prefissati di esaminare l’associazione tra l’esposizione ai conservanti e il rischio di diabete di tipo 2 e cancro negli adulti, utilizzando dati su dieta e salute relativi a un periodo che va dal 2009 al 2023. I risultati si basano su oltre 100.000 francesi arruolati nello studio NutriNet-Santé. Oltre all’effetto complessivo dei conservanti, sono stati analizzati 17 additivi singolarmente. LO STUDIO SUL CANCRO: L’EFFETTO DEI CONSERVANTI Nello studio sul cancro pubblicato sul BMJ, dei 17 conservanti studiati, 11 non sono stati associati all’incidenza della malattia e non è stato trovato alcun collegamento tra i conservanti in generale e il cancro. Tuttavia, i maggiori consumatori di diversi conservanti sono risultati avere un rischio più alto di cancro rispetto ai non consumatori o ai consumatori più bassi. Ad esempio, il sorbato di potassio è stato associato a un aumento del 14% del rischio di cancro in generale e del 26% del rischio di tumore al seno, mentre i solfiti sono stati associati a un aumento del 12% del rischio di cancro in generale. Il nitrito di sodio, invece, è stato associato a un aumento del 32% del rischio di cancro alla prostata, mentre il nitrato di potassio è stato associato a un aumento del rischio di cancro in generale (13%) e di tumore al seno (22%). Gli acetati totali sono stati associati a un aumento del rischio di cancro in generale (15%) e di tumore al seno (25%), mentre l’acido acetico è stato associato a un aumento del rischio di cancro in generale del 12%. Sebbene siano necessari ulteriori studi per comprendere meglio questi potenziali pericoli, i ricercatori hanno osservato che molti di questi composti potrebbero alterare i percorsi immunitari e infiammatori, innescando potenzialmente lo sviluppo del tumore. Si è trattato di uno studio osservazionale, quindi non è stato possibile trarre conclusioni definitive su un rapporto di causa ed effetto. I ricercatori non hanno potuto escludere la possibilità che altri fattori non misurati potessero aver influenzato i loro risultati. Tuttavia, si è trattato di uno studio di ampia portata basato su registri dietetici dettagliati collegati a database alimentari nell’arco di 14 anni e i risultati sono coerenti con i dati sperimentali esistenti che suggeriscono effetti avversi di molti di questi composti sul cancro. “Questo studio fornisce nuove informazioni per la futura rivalutazione della sicurezza di questi additivi alimentari da parte delle agenzie sanitarie, considerando il rapporto tra benefici e rischi per la conservazione degli alimenti e il cancro”, hanno scritto i ricercatori. Nel frattempo, gli scienziati hanno invitato i produttori a limitare l’uso di conservanti non necessari e raccomandano alle persone di consumare alimenti freschi e minimamente lavorati. IL DIABETE DI TIPO 2: QUALI CONSERVANTI TEMERE Nello studio sul diabete di tipo 2 pubblicato su Nature Communications, un maggiore consumo complessivo di conservanti, di conservanti non antiossidanti e di additivi antiossidanti è stato associato a un aumento dell’incidenza del diabete di tipo 2, rispettivamente del 47%, 49% e 40%, rispetto ai livelli più bassi di consumo. Dei 17 conservanti studiati singolarmente, un consumo maggiore di 12 di essi è stato associato a un aumento del rischio di diabete di tipo 2. “Questo è il primo studio al mondo sui legami tra additivi conservanti e incidenza del diabete di tipo 2”, sottolinea Mathilde Touvier, coordinatrice della ricerca. “Sebbene i risultati debbano essere confermati, sono coerenti con i dati sperimentali che suggeriscono gli effetti nocivi di molti di questi composti”, conclude. L'articolo “Controllate le etichette dei cibi e fate attenzione a queste sostanze ‘invisibili’ nascoste in moltissimi alimenti: aumentano il rischio di cancro e diabete”: l’allarme in due nuovi studi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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