L’Altare della Patria, quindi largo Chigi. E ancora: la sede di Fratelli
d’Italia e Palazzo Grazioli, l’ex residenza romana di Silvio Berlusconi. Una
raffica di allarmi bomba, tutti rivelatisi falsi, ha travolto la routine del
centro di Roma nelle ore centrali della giornata di martedì. Al Vittoriano e
nella piazza a pochi metri da Palazzo Chigi, l’allerta è scattata a causa di due
trolley abbandonati. A destare preoccupazione è stato in primis quello
rintracciato a largo Chigi, vicino alla fermata dell’autobus e a un palazzo dove
ci sono diversi uffici della Presidenza del Consiglio.
Intorno all’ora di pranzo la zona è stata transennata e il traffico deviato per
permettere l’intervento degli artificieri che hanno svolto tutti i controlli
dichiarando poi cessato l’allarme: nel bagaglio, con ogni probabilità
dimenticato da qualche turista, c’erano solo indumenti. Neanche il tempo di
rientrare alla base che gli esperti della Polizia sono dovuti intervenire in via
della Scrofa, dove c’è la sede nazionale dei meloniani nonché la Fondazione An e
la redazione del Secolo d’Italia.
Tutti gli uffici sono stati evacuati e la zona è stata transennata mentre gli
artificieri, con l’aiuto dei cani anti-esplosivo, si sono introdotti nel palazzo
per verificare se ci fosse un reale pericolo. L’allarme, anche in questo caso, è
rientrato come era già avvenuto venerdì per l’allerta scattata nella sede
nazionale della Lega in via Bellerio, a Milano. Quasi in contemporanea è
arrivato un alert anche per Palazzo Grazioli, dove ha sede la Stampa Estera. Una
telefonata anonima al numero unico di emergenza 112 ha segnalato la presenza di
un ordigno. Anche in questo caso è intervenuta una squadra artificieri, questa
volta dei carabinieri, per verificare se l’allerta fosse fondata. L’edificio è
stato evacuato in via precauzionale.
L'articolo Raffica di falsi allarmi bomba nel centro di Roma: dalla sede di FdI
a Palazzo Grazioli, artificieri in azione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Palazzo Chigi
Un trolley abbandonato a largo Chigi, a due passi da Palazzo Chigi, a Roma, ha
fatto scattare l’allarme sicurezza e costretto gli artificieri a intervenire,
bloccando anche il traffico. La valigia sospetta è stata segnalata nei pressi
della fermata degli autobus davanti alla vetrina di un negozio nello stesso
palazzo dove hanno sede alcuni uffici della Presidenza del Consiglio.
L’allarme per il trolley sospetto è rientrato una volta che sono terminate le
verifiche della polizia con gli artificieri. All’interno del bagaglio
abbandonato in strada, secondo quanto si apprende, c’erano indumenti. Intorno
alle 13.30 un altro bagaglio sospetto era stato segnalato a piazza Venezia
vicino all’Altare della Patria. Anche in questo caso l’allarme è rientrato dopo
gli accertamenti della polizia.
L'articolo Allarme vicino a Palazzo Chigi per un trolley sospetto: strada chiusa
per l’intervento degli artificieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una riunione con i capi di gabinetto dei ministeri. Per decidere le priorità
dell’ultimo anno di legislatura e dare uno sprint ai decreti attuativi dei
provvedimenti approvati dall’esecutivo, cioè quelle norme secondarie che servono
per “mettere a terra” le leggi. È questo l’obiettivo della riunione convocata
dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio e braccio destro di Giorgia
Meloni, Giovanbattista Fazzolari, che lunedì scorso ha inviato una lettera a
tutti i capi di gabinetto per convocarli a Palazzo Chigi mercoledì pomeriggio.
Fazzolari è il potente sottosegretario con delega all’attuazione del programma e
anche quella della conferenza dei capi di gabinetto.
Nella lettera, firmata dal braccio destro della premier e letta dal Fatto, si
convocano i capi di gabinetto dei ministeri per mercoledì alle 15.30 nella sala
verde di Palazzo Chigi e si specifica anche l’oggetto della riunione: “Tale
iniziativa – scrive il sottosegretario – nasce dall’esigenza di programmare la
prosecuzione delle attività di emanazione dei provvedimenti attuativi previsti
dalle disposizioni legislative“. Tutto questo tenuto conto dei criteri di
priorità dei decreti attuativi stabilità con una nota che risale all’agosto 2023
come la rilevanza economico-finanziaria, la fonte normativa, la complessità del
provvedimento e l’impatto politico della norma.
La riunione servirà anche a fare un punto politico per l’ultimo anno di
legislatura: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio di Fratelli
d’Italia vuole fare un cronoprogramma dei decreti attuativi da attuare prima
delle elezioni politiche che si terranno, con ogni probabilità, nella primavera
del 2027. Di pari passo andrà anche il programma elettorale della premier Meloni
sulle leggi approvate e quelle ancora da concludere.
L'articolo Governo, Fazzolari convoca i ministeri a Palazzo Chigi: sprint sui
provvedimenti nell’ultimo anno di legislatura proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tragedia giovedì mattina a Palazzo Chigi, dove una addetta alle pulizie di 67
anni è morta in seguito a un improvviso malore accusato mentre era in servizio.
La donna, prossima alla pensione e dipendente della cooperativa che gestisce
l’appalto dei servizi nella sede del governo, si è sentita male mentre si
trovava nel cortile interno del palazzo.
Secondo quanto si apprende, la lavoratrice è stata immediatamente soccorsa dal
medico dell’infermeria di Palazzo Chigi. Sul posto sono intervenuti anche i
sanitari di una automedica e di un’ambulanza, che hanno avviato le manovre di
rianimazione. Nonostante i diversi tentativi per salvarle la vita, le sue
condizioni sono apparse da subito gravissime.
La donna è stata quindi trasportata in ambulanza in ospedale, dove è deceduta
poco dopo il ricovero. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo
Mantovano, e il segretario generale di Palazzo Chigi, Carlo Deodato, si sono
recati in ospedale per esprimere il proprio cordoglio ai familiari della donna.
Foto d’archivio
L'articolo Malore a Palazzo Chigi, muore addetta alle pulizie di 67 anni.
Inutile la corsa in ospedale proviene da Il Fatto Quotidiano.
I dipendenti della presidenza del Consiglio sono pronti allo sciopero, anche se
la data non è ancora stata fissata. La decisione è stata presa all’unanimità
durante un’assemblea dei lavoratori. È l’ultimo capitolo di una mobilitazione
iniziata a fine gennaio per protesta contro la decisione dell’amministrazione di
dimezzare lo smart working concesso ai dipendenti, limitandolo a un giorno a
settimana. Inaccettabile per chi lavora a Palazzo Chigi: due giorni a casa sono
“obiettivo minimo di negoziazione”, come ribadito in un documento approvato due
giorni fa. Se non arriverà un passo indietro, quindi, scatterà l’astensione dal
lavoro.
I sindacati hanno scritto al Ministro per la pubblica amministrazione, Paolo
Zangrillo, evidenziando “che l’orientamento alla riduzione dello smart working
si pone in controtendenza rispetto ai più avanzati modelli organizzativi e
manageriali” e che “lo scostamento rischia di produrre non solo effetti interni,
ma anche ricadute esterne e reputazionali”, come ha riassunto la segretaria
nazionale Fp Cgil, Giordana Pallone. “La vicenda inizia l’estate scorsa con la
firma del contratto, che noi come Cgil non abbiamo firmato perché non c’era il
lavoro agile – ha spiegatoPallone. “Come volevasi dimostrare, alla fine
dell’anno molti dipartimenti hanno iniziato a restringere le giornate di lavoro
agile e porre restrizioni nella possibilità di fruizione, ad esempio non
attaccarle al fine settimana”.
“Quanto sta avvenendo proprio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri
rappresenta purtroppo il segnale di un ingiustificato e inaccettabile
arretramento, che sta progressivamente coinvolgendo anche altre pubbliche
amministrazioni”, ha commentato il segretario generale della Flp, Marco
Carlomagno. “Si stanno introducendo ostacoli privi di reali motivazioni, a
fronte del fatto che in questi anni l’utilizzo delle diverse modalità di lavoro
da remoto ha consentito di conciliare efficacemente le esigenze di vita e di
lavoro e, al tempo stesso, di garantire la continuità e la qualità dei servizi a
cittadini e imprese”.
Per Roberto Cefalo, segretario generale aggiunto Flp, la scelta è tanto più
incomprensibile perché “la Presidenza per prima ha applicato il lavoro agile. Ci
sono state una serie di interlocuzioni, poi una lettera al ministro della Pa, ed
è stato chiesto un incontro al sottosegretario Alfredo Mantovano, nel frattempo
lo sciopero è stato annunciato ma non fissato”.
L'articolo Palazzo Chigi dimezza lo smart working a un giorno a settimana: i
dipendenti pronti allo sciopero proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una trincea nel centro di Roma, tra Largo Chigi e via XX Settembre. Da una
parte la Presidenza del Consiglio, dall’altra il Ministero dell’Economia e delle
Finanze. In mezzo, una guerra di posizione che sembra ruotare attorno ai
privilegi dei privilegiati — smart working, indennità, previdenza, welfare — e
che invece rivela chi ha davvero il potere di imporli dentro la macchina dello
Stato. Spoiler: il potere non appartiene a chi è chiamato a prendere decisioni
politiche, ma a di chi stabilisce quanto quelle decisioni possono costare.
Giovedì il Consiglio dei ministri è chiamato a discutere il decreto sicurezza
dopo i fatti di Torino. Ma in fondo all’ordine del giorno c’è un punto destinato
ad accendere un altro tipo di scontro, meno visibile ma rivelatore, che mette a
nudo una frattura profonda tra gli apparati centrali dello Stato. Sul tavolo del
Cdm arriva infatti anche il rinnovo del contratto collettivo 2019-2021 dei circa
3.100 dipendenti della Presidenza del Consiglio, tra 2.100 di ruolo e circa
mille in comando da altre amministrazioni.
Una platea ampia, che comprende il personale distribuito in oltre venti
dipartimenti, compreso quello della Protezione civile, il primo a proclamare lo
stato di agitazione. Il contratto porta aumenti medi intorno ai 50,0 euro netti
al mese, senza recuperare l’inflazione accumulata. A far deflagrare lo scontro
interno, però, è stata un’altra scelta: il dimezzamento del lavoro agile, da due
a un giorno a settimana, deciso unilateralmente dalla Presidenza del Consiglio
dei Ministri.
La misura ha fatto scattare lo stato di agitazione e aperto la strada al
tentativo di conciliazione davanti alla Direzione provinciale del lavoro. Una
scena inedita per Palazzo Chigi, con dirigenti e funzionari pronti a percorrere
gli stessi canali di tutela di categorie ben più fragili e sottorappresentate.
Il lavoro agile diventa così il detonatore di un malessere che covava da tempo
per varie ragioni (economiche, di welfare, di benessere organizzativo, ecc.).
La linea ufficiale è quella dell’austerità esemplare: più presenza, meno
flessibilità, “per dare il segnale”. Una linea che, nella lettura interna, viene
ricondotta all’indirizzo generale del Dipartimento della Funzione Pubblica
guidato dal ministro Paolo Zangrillo, che, improvvisamente, con una brusca
retromarcia rispetto alle sue stesse posizioni espresse in passato, è tornato a
spingere sulla prevalenza del lavoro in presenza dopo la stagione emergenziale.
Una cornice ampia, che lascia margini di interpretazione.
È proprio su quei margini che si consuma lo strappo. Perché altrove quella
cornice viene applicata con flessibilità, mentre a Palazzo Chigi assume la forma
di una regola rigida, quasi notarile. La gestione della partita scivola
interamente sul piano amministrativo, sotto la regia del segretariato generale
guidato da Carlo Deodato. La riduzione del lavoro agile viene comunicata come
atto tecnico già definito, senza una mediazione preventiva, senza una plausibile
motivazione e senza un’assunzione di responsabilità politica esplicita.
In questo passaggio pesa anche la scelta di defilarsi del sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che non si è intestato politicamente
la decisione, lasciando che la misura fosse percepita come “inevitabile”. Una
gestione che ha contribuito a trasformare una modifica organizzativa in una
crisi aperta.
Il punto è che quella rigidità vale solo per alcuni dipendenti pubblici basti
pensare a quanto accade in altri ministeri o nelle regioni ed in altri enti
pubblici in cui lo smart working è ampiamente riconosciuto e applicato. In
particolare a poche centinaia di metri, al Ministero dell’Economia e delle
Finanze, lo scenario è opposto. Qui il lavoro agile continua a spingersi fino a
dieci giorni al mese, affiancato dal co-working nelle sedi territoriali. A
questo si aggiungono indennità aggiuntive per il personale impegnato
nell’attività pre-legislativa, maggiorazioni legate alla reperibilità e un
sistema di welfare strutturato che comprende previdenza integrativa,
anticipazioni sul Tfr e sovvenzioni assistenziali (polizza sanitaria per i
dipendenti). Tutto normato, tutto finanziato. Tutte misure che, spesso, gli
altri ministeri, compreso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, non
riconoscono al proprio personale.
Due palazzi dello stesso Stato, due regimi amministrativi diversi. È qui che la
vertenza di Palazzo Chigi smette di essere una questione organizzativa e diventa
uno scontro di potere. La Funzione Pubblica può orientare e coordinare, ma la
decisione finale resta altrove. È al MEF che si bollinano i contratti, si
certificano le coperture e si stabilisce cosa è sostenibile e cosa no. Quando
l’indirizzo politico-amministrativo entra in collisione con il controllo dei
cordoni della borsa, l’esito è già scritto e, spesso, quello che vale per
un’amministrazione non vale per un’altra.
La contesa sul lavoro agile diventa il simbolo di una frattura più ampia che
attraversa l’amministrazione centrale dello Stato. Una guerra tra apparati che
parla di privilegi solo in superficie. Sotto, racconta una verità più semplice e
più brutale: nella macchina pubblica il potere reale non sta dove si prendono le
decisioni politiche, ma dove si decide quanto costano, magari interpretando le
norme in maniera non sempre omogenea.
L'articolo Palazzo Chigi dimezza lo smart working dei dipendenti. Scontro con il
Mef (dove i privilegi restano). E i funzionari si rivolgono allo sportello del
lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morta a 90 anni, all’ospedale di Rapallo, Fernanda Contri. Fu avvocata, prima
donna giudice della Corte costituzionale, prima donna a ricoprire incarichi
apicali a Palazzo Chigi, ministra, componente del Consiglio superiore della
magistratura, punto di riferimento nel diritto di famiglia, nella tutela dei
minori e dei diritti fondamentali.
Nata a Ivrea ma trasferitasi a Genova con la famiglia, in gioventù fu
campionessa provinciale di getto del peso. Sposò Giorgio Bruzzone, ex
partigiano, il cui padre, un avvocato socialista genovese, ai tempi della
seconda guerra mondiale aiutò molti ebrei. Nel 1985 venne nominata giudice
aggregata della Corte costituzionale, l’anno successivo fu eletta dal Parlamento
in seduta comune al Consiglio superiore della magistratura, dove fece parte del
Comitato Antimafia e fu vicepresidente della Sezione disciplinare e presidente
della IV Commissione referente.
La sua esperienza e il suo profilo istituzionale la portarono a Palazzo Chigi.
Nel giugno 1992, su nomina del presidente del Consiglio Giuliano Amato, divenne
segretaria generale della Presidenza del Consiglio dei ministri: fu la prima
donna a ricoprire questo incarico. Negli anni successivi, sarà poi sentita come
persona informata sui fatti nell’ambito dei processi sulla trattativa
Stato-mafia.
Nell’aprile 1993 entrò nel governo Ciampi come ministra per gli Affari sociali.
Da ministra si occupò di politiche per l’immigrazione, assistenza sociale e
aiuti umanitari, lavorando in particolare sull’emergenza legata alla guerra
nella ex Jugoslavia. Predispose un disegno di legge sui principi di tutela dei
diritti del minore e avviò un progetto organico sulla disciplina della
condizione giuridica dello straniero in Italia.
Il 4 novembre 1996 venne nominata giudice costituzionale dal presidente della
Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e il 14 dicembre 2004 ha presieduto per la prima
volta la Corte costituzionale. Il 14 febbraio 2005, essendo la giudice più
anziana di nomina e di età, ha presieduto un’udienza pubblica della Corte
costituzionale, prima donna in Italia. È cessata dalla carica il 6 novembre
2005.
Cordoglio per la morte di Contri è arrivato dal presidente della Regione Liguria
Marco Bucci e dalla sindaca di Genova Silvia Salis. “La sua carriera – ha detto
– è un esempio di integrità, rigore giuridico e passione civile, che ha lasciato
un segno profondo nelle nostre istituzioni e nella società”. Andrea Orlando (Pd)
l’ha ricordata come “giurista raffinata e attenta alla dimensione sociale del
dettato costituzionale. E’ stata, naturalmente, direi, una donna di sinistra e
prima ancora un’antifascista, per convinzioni e per sangue. Senza protagonismi,
è stata però a suo modo una militante curiosa e appassionata”.
L'articolo Fernanda Contri, è morta la prima donna giudice alla Consulta e alla
guida della segreteria di Palazzo Chigi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo la cucina italiana patrimonio dell’Unesco, a Palazzo Chigi dall’anno
prossimo anche il caffè sarà rigorosamente Made in Italy. Se nel 2024 la
presidenza del Consiglio aveva ordinato 67.400 capsule della svizzera Nespresso
per i dipendenti provocando la protesta di Francesca Lavazza (“almeno il governo
beva italiano!”), ora la premier Giorgia Meloni ha deciso che il caffè sarà
nostrano: il 27 ottobre scorso Palazzo Chigi ha ordinato uno stock tra le 70 e
le 96 mila capsule con bicchierini in carta rigorosamente compostabile, paletta
in legno e bustina da zucchero. Costo: 135 mila euro per un contratto di due
anni con opzione sul terzo a Ivs Italia spa, il gruppo di macchinette del caffè
che lo scorso anno è entrato proprio nella galassia Lavazza.
Rispetto allo scorso anno, aumenta il numero di caffè acquistati e anche la
spesa finale. Se nel 2024 la presidenza del Consiglio aveva ordinato 67.500
capsule di Nespresso al costo di 29.120 euro più Iva, ora l’ordine è aumentato:
premesso che, come si legge nella delibera del Dipartimento Servizi Strumentali,
le capsule sono “in via di esaurimento”, Palazzo Chigi stima un fabbisogno
annuale di 70 mila capsule annue. Cioè, contando 250 giorni lavorativi, 280
capsule al giorno. Da qui l’affidamento diretto di uno stock tra 70 mila e
96.982 capsule che porterebbe il consumo addirittura a 388 caffè al giorno.
Necessari, probabilmente, per una delle manovre più difficili da quando Meloni
si è insediata al governo, i vertici notturni con gli alleati e per gli ultimi
dodici mesi prima delle elezioni politiche del 2027.
Il tutto a un costo di 0,46 centesimi a caffè compreso di bicchierino, paletta e
bustina di zucchero per un totale di 32.480 euro più Iva in caso di acquisto di
70 mila capsule e 45 mila più Iva per 96 mila capsule. A Palazzo Chigi questo
affidamento diretto costerà 135 mila euro per un contratto di due anni con
opzione sul terzo.
Gli ordini di Palazzo Chigi con il governo Meloni sono superiori in valore
assoluto a quelli degli esecutivi precedenti: nel 2020 fece scalpore un articolo
del Tempo (con tanto di servizi di Striscia La Notizia) per l’acquisto di 27
mila capsule per affrontare i mesi della pandemia al costo di 10 mila euro, che
aveva superato quello di Gentiloni (3.500 euro per 8 mila cialde).
L'articolo A Palazzo Chigi dopo le polemiche il caffè torna italiano: Meloni
ordina 96 mila capsule per il 2026 (388 al giorno) proviene da Il Fatto
Quotidiano.