Le nuove tasse nascondo in periodi di profonda crisi. È accaduto, per esempio,
con l’imposta sul reddito, introdotta in Inghilterra per finanziare le guerre
napoleoniche. Poi sappiamo come è andata, e la nuova imposta è diventata
l’architrave dei sistemi fiscali del Novecento.
Qualcosa di simile, nel suo piccolo, è accaduto anche con la Tobin tax, la tassa
sulle transazioni finanziarie che prende il nome dal premio Nobel per l’economia
James Tobin, che l’ha proposta ancora nel lontano 1972. Questa nuova tassa è
stata introdotta in Italia da Mario Monti con la manovra finanziaria del 2012,
nell’ambito delle molte misure straordinarie per rimediare al disastro economico
del governo Berlusconi IV, costretto alle dimissioni dalle turbolenze
finanziarie dovute alla sua mala gestione dell’economia.
Allora il gettito previsto era di circa un miliardo di euro, anche se poi il
risultato finale si è dimezzato, come spesso accade. La tassa colpisce gli
acquisti di azioni con una aliquota molto bassa, di norma lo 0,1% (da non
confondere con l’1%). Per fare un esempio concreto, chi acquista 50.000 di
azioni paga una Tobin tax di 50 auro, almeno per il 2025. Quindi non una somma
così esagerata e da shock finanziario come dicono le Cassandre, molto ben pagate
peraltro, della finanza nostrana.
La Tobin tax è stata introdotta in una situazione di grave emergenza per i conti
pubblici, emergenza che oramai sembra superata, almeno nelle dimensioni,
rispetto al 2012. Mi sarei aspettato da un governo che a ogni piè sospinto si
vanta di aver ridotto le tasse – ma è una narrazione fasulla – che questa
Cenerentola del nostro sistema fiscale venisse abolita. Invece, la proposta
contenuta nella legge di bilancio per il 2026 è di un suo raddoppio, con
conseguente incremento di gettito. Evidentemente il governo Meloni sta
raschiando il fondo del barile per racimolare quattrini. Questa evoluzione
fiscale della destra porta ad alcune considerazioni, utili anche per il futuro
perché anche i prossimi anni saranno di finanziarie egualmente magre.
La prima, ovvia, è di carattere culturale. Anche la destra ha ammainato
definitivamente la bandiera elettorale della riduzione delle tasse. Né poteva
essere altrimenti, stretti come siamo tra Scilla e Cariddi, tra le regole
fiscali europee e una durevole stagnazione economica. Risorse nuove non ce ne
sono e quindi il miglioramento dell’avanzo primario, elogiato da Moody’s che ci
ha alzato per questo il voto, significa solo un aumento delle tasse che non solo
possono, ma dovranno essere aumentate, in barba a ogni retorica governativa. In
effetti, secondo i dati Istat la pressione fiscale in Italia è salita dal 41,2%
del Pil del 2023 al 42,8 del 2024, un bel balzo meloniano. Il problema, allora,
è in quale direzione procedere per risanare le casse pubbliche.
E qui interviene una seconda riflessione. Poiché è impensabile tassare ancora i
redditi da lavoro, e risulta difficile politicamente tassare i pingui profitti
bancari, assicurativi o industriali, per ragioni misteriose peraltro, il governo
si dirige sulla finanza domestica, cioè sugli azionisti. In effetti la Tobin tax
non è altro che una piccola patrimoniale sulle transazioni finanziarie a carico
dei risparmiatori. Scelta molto opportuna economicamente perché, se è vero che i
redditi in Italia sono stagnanti, gli unici a salire sono stati quelli legati
alla Borsa. L’indice della borsa di Milano era a 33.766 punti un anno fa e ora
quota a 44.391, con un incremento del 31%. Se la ricchezza cresce in Borsa, è lì
che lo Stato deve pescare le risorse per risanare i conti pubblici.
La terza osservazione va in una direzione differente. La poca ricchezza creata
negli ultimi decenni in Italia si è distribuita equamente tra la popolazione?
Purtroppo no, almeno quella finanziaria, perché i dati ci dicono che le azioni
sono detenute solo dal 20% delle famiglie italiane, quelle benestanti che non
solo risparmiano per virtù, ma anche perché lo possono fare. Quindi la crescita
della Borsa, in Italia come altrove, sta rendendo la distribuzione dei redditi
ancor più sbilanciata a favore di chi si trova in alto nella scala dei redditi.
Un intervento minimamente perequativo della politica sarebbe più che mai
necessario.
La Tobin Tax è la Cenerentola del nostro sistema fiscale per quantità di
gettito, ma con enormi potenzialità. Nella favola sappiamo come è andata a
finire: la fanciulla bistrattata dalle sorellastre è diventa una principessa.
Anche la Tobin Tax potrebbe trasformarsi in qualcosa di importante, anche senza
la bacchetta magica della fata madrina. Basterebbe, per esempio, far salire
l’aliquota non di due volte, ma di cinque, portando così il gettito a 2 miliardi
e oltre. Il sacrificio per gli azionisti non sarebbe così crudele.
Le tasse hanno salvato la società dal capitalismo predatorio e industriale di
fine Ottocento. La salveranno anche dal capitalismo, egualmente predatorio ma
sbilanciato sulla finanza, di questo nuovo secolo? Il governo Meloni ha fatto un
primo passo, anche se molto timido, nella giusta direzione. Certamente si poteva
fare di più e di meglio. Ma intanto applaudo al ravvedimento operoso di chi ha
fatto se non un bagno, almeno un bagnetto, di sano realismo; anche perché molto
dovrà fare nella stessa direzione anche per gli anni prossimi.
L'articolo La Tobin Tax raddoppia nel 2026: il governo raschia il fondo del
barile, ma su questo la direzione è corretta proviene da Il Fatto Quotidiano.