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Landini contro la manovra: “Porta il Paese a sbattere, la gente non arriva alla fine del mese. Gli unici investimenti reali saranno sulle armi”
“Questa è una manovra che sta portando il nostro Paese a sbattere. La gente non arriva alla fine del mese e le condizioni di vita e di lavoro sono peggiorate”. Lo ha detto il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, intervenendo alla manifestazione promossa da Cgil Roma e Lazio e Cgil Civitavecchia, Roma Nord e Viterbo dopo gli attacchi intimidatori alla sede di Primavalle. Landini ha criticato i contenuti della legge di bilancio, a partire dai tagli alla sanità: “Il ministro Giorgetti ha annunciato che gli unici investimenti reali dei prossimi anni saranno sulle armi, 23 miliardi. Noi non abbiamo bisogno di investire in armi, ma nella sanità pubblica per superare le liste d’attesa”. Secondo il leader sindacale, la manovra non affronta le difficoltà di giovani e lavoratori: “I giovani sono precari e se ne vanno all’estero perché non sono messi nelle condizioni di vivere e realizzarsi con dignità”. Questa manovra non interviene su questi temi e non va a prendere le risorse dove sono, a partire dalla riforma fiscale”. Landini ha poi richiamato la crisi industriale: “Da 33 mesi la produzione industriale è in calo e aumenta la cassa integrazione. Questa crisi non si risolve investendo sulle armi”. L'articolo Landini contro la manovra: “Porta il Paese a sbattere, la gente non arriva alla fine del mese. Gli unici investimenti reali saranno sulle armi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Manovra
Maurizio Landini
Il governo non esclude nuovi interventi su finestre pensionistiche e riconoscimento del riscatto della laurea
Dopo le polemiche degli ultimi giorni, il governo di Giorgia Meloni non esclude che nei prossimi mesi possa intervenire di nuovo sul tema delle pensioni eliminando il riscatto della laurea ai fini dell’uscita anticipata e allungando le finestre pensionistiche. Nella notte tra lunedì e martedì, infatti, l’esecutivo ha dato parere contrario a un ordine del giorno del deputato Pd Arturo Scotto che aveva chiesto alla maggioranza di destra di “assicurare di astenersi” da qualsiasi altra iniziativa sul tema delle pensioni. Dopo il parere negativo, tutta la maggioranza ha votato compattamente per bocciare l’ordine del giorno dem. Il documento firmato da Scotto chiedeva esplicitamente di “assicurare” di astenersi da “altre iniziative normative volte a mettere in discussione l’istituto del riscatto dei corsi universitari di studi ai fini previdenziali”. Questo “sia per quanto concerne il loro riconoscimento ai fini della determinazione del futuro assegno pensionistico, sia per quanto riguarda la validità ai fini della maturazione dei requisiti contributi per l’accesso alla pensione di anzianità, escludendo altresì ogni ulteriore iniziativa volta a prolungare il già improprio strumento delle finestre di uscita”. Il governo ha dato parere contrario e Scotto ha replicato in Aula spiegando che la Lega e la maggioranza “stanno imbrogliando milioni di lavoratori”: “Assumetevi la responsabilità di quello che dite e di quello che indicate come voto – ha continuato il deputato del Pd – Dicendo che siete contrari all’impegno di quest’ordine del giorno, state dicendo agli italiani che nella prossima legge di bilancio o nel prossimo intervento utile toccherete il diritto al riscatto della laurea e toccherete la partita delle finestre”. L’intervento sulle pensioni, sul riscatto della laurea e sulle finestre era stato inserito dal ministero dell’Economia nella legge di Bilancio al Senato ma era saltato dopo l’intervento della Lega che aveva sconfessato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti minacciando addirittura di non votare la Manovra e di aprire quindi una crisi di governo. A domanda specifica sul possibile futuro intervento sulle pensioni, lunedì sera il ministro dell’Economia Giorgetti ha risposto: “Vedremo nel 2026”. Sempre tra gli ordini del giorno però il governo si è contraddetto dando parere favorevole a un altro impegno, stavolta della Lega, per chiedere di sterilizzare l’innalzamento all’età pensionistica. L'articolo Il governo non esclude nuovi interventi su finestre pensionistiche e riconoscimento del riscatto della laurea proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Legge di Bilancio
Governo Meloni
Manovra
Pensioni
Fiducia sulla manovra alla Camera, ma restano i nodi che hanno spaccato la maggioranza. Ok agli odg della Lega su pensioni e flat tax giovani
L’Aula della Camera si prepara martedì mattina al voto finale sulla legge di Bilancio, dopo che lunedì sera i deputati hanno detto sì alla fiducia posta dal governo con 219 favorevoli e 125 contrari. I lavori sono poi andati avanti fino alle 4:30 del mattino con l’esame degli ordini del giorno. Il testo sarà licenziato a un giorno dalla chiusura dell’anno e dall’esercizio provvisorio, dopo oltre due mesi e mezzo dall’approvazione in Consiglio dei ministri. Il percorso è stato accidentato e ha visto la maggioranza fibrillare in più passaggi. Il governo rivendica il risultato finale, soprattutto sul fronte della tenuta dei conti, mentre l’opposizione fin dal primo momento ha bollato il testo come “asfittico” e “privo di prospettive per la crescita”. Di sicuro molti dei nodi e delle tensioni che hanno caratterizzato l’esame parlamentare non sono sciolti e si ripresenteranno nei prossimi mesi. A partire da quello delle pensioni, che resta un tasto dolente per la Lega e ha spaccato il centrodestra facendo sfiorare la crisi. Nella notte è passato con parere favorevole del governo l’ordine del giorno del Carroccio che chiede di sterilizzare l’innalzamento dell’età pensionabile previsto dalla manovra stessa, che spalma l’aumento dei requisiti prevendendo un mese in più dal 2027 e tre mesi dal 2028. Per il vicepresidente del M5S Michele Gubitosa “è la comica finale di una maggioranza che in campagna elettorale ha promesso la luna sulle pensioni e ha finito col fare peggio di Mario Monti ed Elsa Fornero“. Il ministro Giancarlo Giorgetti lunedì sera, allargando le braccia, si è limitato a commentare che “si vedrà nel 2026” e già l’aver previsto in manovra una gradualità dello scalino ha richiesto “oltre un miliardo” di coperture. “Giorgetti smentisce ancora la Lega”, l’attacco del Pd con la capogruppo Chiara Braga. “Cercano di riscrivere la manovra con gli ordini del giorno ma la pezza è peggio del buco”. Il governo si è anche impegnato, sempre su sollecitazione della Lega, “a valutare, compatibilmente con i saldi di finanza pubblica”, l’opportunità di iniziative normative per introdurre una flat tax giovani “per contrastare il fenomeno della loro fuga all’estero e la perdita di capitale umano”. Il partito di Matteo Salvini ha in compenso ritirato l’ordine del giorno che chiedeva di aumentare i militari di ‘Strade sicure’, operazione che il testo definiva “indispensabile per la sicurezza del nostro Paese che va mantenuta e potenziata, anche per far fronte alle straordinarie esigenze connesse allo svolgimento dei Giochi olimpici e paralimpici invernali ‘Milano – Cortina 2026’, alla minaccia terroristica e al mantenimento dell’ordine pubblico, al fine di rafforzare i presidi nelle città, ai confini, nelle stazioni e convogli ferroviari, nei siti e luoghi sensibili”. Ma per il ministro della Difesa, Guido Crosetto, quel programma iniziato nel 2008 va chiuso. Passato anche l’odg riformulato, firmato dal deputato azzurro Raffaele Nevi, che chiede di estendere i benefici dell’iperammortamento ai beni prodotti fuori dall’Unione europea riconsiderando la “clausola di esclusione” della manovra. Secondo Repubblica, la mossa risponde alla preoccupazione del gruppo statunitense Caterpillar, che ha scritto al governo chiedendo di modificare la norma. Bocciati invece gli odg dell’opposizione sul ripristino del reddito di cittadinanza e sullo spostamento di fondi dalle spese militari alle risorse per il servizio sanitario. “Lasciare gli indigenti privi di uno strumento come il Rdc significa legittimare lo sfruttamento, alimentando il rischio di infortuni e morti sul lavoro”, la protesta del capogruppo del M5S in commissione Lavoro alla Camera, Dario Carotenuto. “Mentre l’intelligenza artificiale fa passi da gigante, togliere diritti e usare la povertà come forma di ricatto è ripugnante”. Sul secondo fronte Nicola Fratoianni di Avs attacca: “Andiamo ormai verso un’economia di guerra e ci andiamo speditamente” mentre “6 milioni di italiani – un numero mai visto – hanno rinunciato a curarsi, perché non se lo possono permettere e perché il sistema sanitario nazionale non è in grado di rispondere ai loro bisogni”. La deputata del M5S Chiara Appendino, che aveva presentato un odg su misure a sostegno delle politiche pubbliche integrate di sicurezza urbana, dal canto suo mette il dito nella piaga dell’aumento dei crimini. “Giorgia Meloni e i suoi vivono su un altro pianeta”, dice, perché “per la presidente del Consiglio i cittadini si sentono tutti più sicuri, le baby-gang non esistono, periferie e stazioni sono oasi felici. È vero il contrario. Allora a questa maggioranza diciamo: aprite gli occhi. Nelle periferie i cittadini hanno paura di uscire di casa, nelle città c’è il far west. È lo stesso Viminale a mettere in fila i numeri del fallimento: scippi +8%, rapine +24%, violenze sessuali +34%”. L'articolo Fiducia sulla manovra alla Camera, ma restano i nodi che hanno spaccato la maggioranza. Ok agli odg della Lega su pensioni e flat tax giovani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Speciale legge di bilancio
Manovra
Pensioni
Manovra, l’ira di Bonelli: “Meloni ha commissariato il Parlamento. State trasformando l’Italia in un’economia di guerra”
Su questa legge di bilancio “il governo ha commissariato il Parlamento e anche lei, ministro Giorgetti, non ha vissuto brutti momenti con il ‘ministro ombra’ Borghi: avete litigato a lungo e ora state per approvare la manovra economica con un limite di 24 ore” rispetto al consentito. Così Angelo Bonelli di Avs intervenendo in Aula alla Camera nell’ambito delle dichiarazioni di voto sulla fiducia alla manovra. “Questa – ha accusato – è una manovra piena di bugie che trasforma l’Italia in una economia di guerra. È un governo delle bugie. Dovevate tagliare le pensioni e avete alzato l’età pensionabile” e sulla difesa “avete inserito una norma che consente la realizzazione di progetti infrastrutturali prevedendo la conversione di siti industriali per le armi, questa è la fallimentare strategia del ministro Urso ed è la vostra risposta a 96 crisi industriali con migliaia di persone che rischiano il posto di lavoro”. Bonelli è poi andato all’attacco del ministro Salvini: “è un disastro e ha dato la colpa alla Corte dei Conti per il rincaro pedaggi: i giudici vi vanno bene solo quando sono in linea con il vostro pensiero”. L'articolo Manovra, l’ira di Bonelli: “Meloni ha commissariato il Parlamento. State trasformando l’Italia in un’economia di guerra” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Manovra
Angelo Bonelli
Stop all’aumento dell’età pensionabile, flat tax per i giovani, crisi idrica in Irpinia: le richieste della maggioranza negli odg alla manovra
Un impegno a valutare misure rimaste fuori dalla manovra o a correggere quelle già approvate. Sono 239 gli ordini del giorno presentati dai gruppi parlamentari e destinati alla discussione nella seduta notturna della Camera, subito dopo il voto di fiducia sulla legge di Bilancio. Si tratta, come di consueto, di sollecitazioni di varia natura: infrastrutture, casa, salari, pensioni, sanità, politiche industriali e sociali. Alcuni chiedono nuovi stanziamenti, altri impegnano il governo a intervenire con successivi provvedimenti normativi. La maggioranza apre il confronto sui due temi più caldi: pensioni e affitti. Sul fronte previdenziale è la Lega a muoversi per prima. Un ordine del giorno a prima firma del deputato Virginio Caparvi impegna il governo a valutare l’opportunità di sospendere l’aumento dei requisiti pensionistici che scatterà dal 2027 in modo progressivo, compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica. Mancato l’obiettivo in legge di Bilancio, il partito ripropone anche la flat tax per i giovani, con una imposta “sostitutiva dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e delle relative addizionali ed entro un limite di reddito, nell’ottica di sostenere i giovani under 30 ad avere contratti stabili e salari adeguati e incentivare il rientro in Italia degli under 35”. E chiede di “valutare la possibilità di ripristinare la flat tax incrementale per l’anno d’imposta 2026 sulle dichiarazioni 2027, rendendola strumento opzionale e alternativo rispetto ad aderire al concordato preventivo”. Da Forza Italia, scrive Repubblica, arriva la richiesta di allentare la stretta sull’iperammortamento che esclude dalla generosa agevolazione i beni prodotti extra Ue. In questo modo si risponderebbe alle preoccupazione del gruppo statunitense Caterpillar, che ha scritto al governo per chiedere di modificare la norma. Noi Moderati torna a insistere sul nodo delle locazioni. Con un ordine del giorno a prima firma del leader Maurizio Lupi, il partito chiede di incentivare gli affitti stabili intervenendo sulle aliquote fiscali e di rafforzare la disciplina degli sfratti, arrivando a valutare – nei casi di finita locazione – la trasformazione del contratto di locazione ad uso abitativo in titolo esecutivo, ai fini dell’esecuzione forzata. Fratelli d’Italia presenta inoltre un ordine del giorno che impegna il governo a costituirsi parte civile in tutti i procedimenti penali relativi alle alluvioni del 2023 e 2024 che hanno colpito l’Emilia-Romagna. Nella premessa si richiamano presunte responsabilità politiche delle precedenti amministrazioni regionali, con un riferimento diretto all’attuale segretaria del Pd Elly Schlein, all’epoca vicepresidente della Regione. Tra gli altri temi sollevati dalla maggioranza, Forza Italia chiede di accompagnare le misure previste in manovra con iniziative, anche normative, per contrastare l’abusivismo nel settore dei parrucchieri. La deputata Marta Fascina sollecita invece interventi urgenti contro la crisi idrica in Irpinia e nel Sannio, ritenuta ormai di rilevanza nazionale. Michela Vittoria Brambilla prova a riaprire il dossier sulla riduzione dell’Iva per gli alimenti per cani e gatti. È invece bipartisan la richiesta di avviare una campagna nazionale di informazione sulla fertilità femminile, incentrata sui tempi biologici ottimali per la procreazione e sulle tecniche di preservazione della fertilità. Chiaro tentativo di fare qualcosa contro l’inverno demografico che minaccia la sostenibilità del sistema pensionistico, la crescita e la produttività. Per quanto riguarda le opposizioni il primo ordine del giorno in calendario è firmato dalla capogruppo Pd Chiara Braga ed è dedicato alla casa: si chiede il rifinanziamento del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, assente nelle ultime leggi di Bilancio, e l’integrazione con ulteriori risorse del Fondo per la morosità incolpevole. Sempre dal Pd arriva anche la richiesta di valutare la liberalizzazione della vendita delle infiorescenze di canapa, con un contenuto di THC non superiore allo 0,5 per cento. Sul fronte dell’uso del denaro pubblico interviene il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che propone di riconsiderare gli stanziamenti previsti nello stato di previsione del Ministero della Difesa e dirottare le risorse verso sanità, competitività, filiere produttive e industriali, occupazione, istruzione, investimenti green e beni pubblici. Nella premessa dell’ordine del giorno si critica la “corsa al riarmo” legata al piano europeo da 800 miliardi e si denuncia l’assenza di misure per la crescita. L'articolo Stop all’aumento dell’età pensionabile, flat tax per i giovani, crisi idrica in Irpinia: le richieste della maggioranza negli odg alla manovra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Speciale legge di bilancio
Manovra
Manovra verso la fiducia alla Camera senza modifiche. Nel 2019 Meloni attaccava: “Dov’è la democrazia se il Parlamento non può discutere la legge di Bilancio?”
Il governo si prepara a porre la questione di fiducia sulla legge di Bilancio anche alla Camera. Che, visti i tempi strettissimi, dovrà votare il provvedimento più importante dell’anno senza poterlo modificare né esaminare in profondità. Un pessimo modus operandi che va avanti identico da anni, sempre censurato dalle opposizioni pro tempore e accettato come un dato di fatto dall’esecutivo in carica. Il Pd, durante l’esame in commissione Bilancio prima dell’approdo in Aula, ha messo in evidenza il cortocircuito: il deputato Claudio Mancini ha fatto partire un video del 2019 (vedi sotto) in cui Giorgia Meloni, ai tempi della sua militanza nei banchi dell’opposizione a Montecitorio, lamentava alzando la voce l’esame di fatto monocamerale del ddl di Bilancio per il 2020: “Dov’è la democrazia parlamentare se il Parlamento non può discutere la legge di Bilancio?”, diceva all’epoca la leader di FdI. “Pensiamo sia una vergogna il maxiemendamento su cui è stata posta la fiducia al Senato perché il governo doveva emendare se stesso (…) e una Camera in cui stiamo facendo una pantomima“. Con lei a Chigi, è andata esattamente nello stesso modo. Le opposizioni hanno presentato in commissione 949 emendamenti – 790 quelli che arriveranno in Aula – senza alcuna chance di passare, perché il testo viaggia appunto blindato verso il voto di fiducia previsto per lunedì alle 19. L’ok finale, salvo imprevisti, è fissato per le 13 di martedì 30 dicembre. La discussione in commissione si sta svolgendo una sala del Mappamondo semi-vuota, con diversi parlamentari collegati da remoto. I relatori sono Andrea Barabotti (Lega), Andrea Mascaretti (Fdi) e Roberto Pella (FI). A seguire la discussione c’è la sottosegretaria al ministero dell’Economia Sandra Savino. La maggioranza sta ovviamente rivendicando la bontà del testo. Per Saverio Congedo, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Finanze “coniuga crescita, equità e stabilità dei conti pubblici, rafforzando la credibilità dell’Italia sui mercati internazionali e confermando gli impegni assunti con i cittadini”. “Questa manovra contiene interventi concreti e significativi a favore delle regioni e degli enti locali, giustizia e sicurezza, molti dei quali da tempo attesi dai presidenti, sindaci e amministratori e dagli operatori pubblici”, aggiunge Pella. Il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, festeggia l’aumento della soglia di valore catastale della prima casa per l’esclusione dal calcolo Isee e il buono scuola fino a 1.500 euro per le famiglie he iscrivono i figli alle paritarie, oltre all’aumento a 610 milioni del tetto del 5 per mille. Per le opposizioni il provvedimento è invece pessimo. Il capogruppo del Pd in commissione Bilancio della Camera, Ubaldo Pagano, accusa il governo di “fare cassa con un unico obiettivo: finanziare la prossima campagna elettorale. Un intervento miope e opportunistico, che finge rigore oggi solo per potersi liberare dai vincoli europei e tornare domani, in piena campagna elettorale, alla stagione delle spese pazze, senza una visione e senza una strategia”. Senza le risorse del Pnrr, aggiunge Pagano, “l’Italia sarebbe già in recessione. È un dato di fatto che smaschera il fallimento della cosiddetta ‘ricetta Meloni’, incapace di affrontare i nodi strutturali del Paese. La crescita è fragile, le crisi industriali aumentano, la pressione fiscale è ai massimi storici e il Governo risponde con nuove tasse: 600 milioni di euro in più solo dai carburanti, colpendo famiglie e lavoratori”. Numerosi gli interventi del M5S in commissione Bilancio sull’emendamento a firma di Dario Carotenuto per il ripristino del Reddito di cittadinanza. “Da quando Meloni siede a Palazzo Chigi in Italia ci sono 70mila poveri in più, a riprova che Adi e Sfl sono un fallimento – ha affermato la capogruppo 5S in commissione Daniela Torto -. Questo parere contrario è una porta che viene sbattuta in faccia a milioni di cittadini in difficoltà, proprio mentre la povertà tocca il record storico”. Per il vicepresidente della V commissione, Gianmauro Dell’Olio, “con le misure del governo Meloni il numero di beneficiari di un sostegno economico è la metà rispetto al Reddito di cittadinanza, il tutto al solo fine di fare cassa. Quelle risorse, peraltro, finivano nell’economia, negli esercizi di vicinato: la riduzione ha rappresentato un danno anche per loro”. “È una manovra degli orrori che continua a tagliare sul sociale e il no al nostro emendamento per ripristinare il Rdc conferma la vera natura di questo esecutivo, forte con i deboli e debole con i forti” l’attacco del deputato pentastellato Davide Aiello. Dal canto suo Marco Pellegrini, pentastellato che siede in Commissione Difesa della Camera, parla di “manovra di guerra, una legge di bilancio che si prepara a un conflitto militare e a investire 23 miliardi in riarmo nei prossimi tre anni. Lo fa tagliando sui bisogni e sulla carne viva di milioni di italiani in difficoltà e in modo da ricevere il plauso delle agenzie di rating”. Per il vicepresidente di Avs Marco Grimaldi “quella del governo Meloni non è una manovra ‘prudente’, come dice Giorgetti, ma una scelta di classe: tagli ai servizi, regali fiscali ai più ricchi e miliardi destinati alla corsa al riarmo. Noi di AVS rispondiamo con una contromanovra che redistribuisce risorse: 26 miliardi l’anno da un contributo dell’1,3% sull’1% più ricco, 3 miliardi dagli extraprofitti delle imprese fossili, 750 milioni da quelle belliche. Risorse per salvare sanità, scuola, trasporti, welfare e green. Proponiamo anche di cancellare il Ponte sullo Stretto e investire 5,87 miliardi in 60 km di metro, 140 km di tramvie, 4.500 autobus e treni regionali”. L'articolo Manovra verso la fiducia alla Camera senza modifiche. Nel 2019 Meloni attaccava: “Dov’è la democrazia se il Parlamento non può discutere la legge di Bilancio?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Speciale legge di bilancio
Manovra
Stipendi fermi da 30 anni mentre i profitti volano. Ma a questo governo non basta ancora
In Italia c’è un’emergenza che brucia sotto la cenere da troppo tempo. Non è nuova, ma oggi è più acuta che mai. È l’emergenza salariale. Un dramma che riguarda 24 milioni di lavoratrici e lavoratori, di cui 17 milioni dipendenti, e che la politica continua a ignorare, come se non fosse il cuore pulsante della crisi sociale che stiamo vivendo. I salari italiani sono fermi da trent’anni. Non è un modo di dire: è un dato. Dal 1990 a oggi, mentre in altri Paesi europei le retribuzioni crescevano, in Italia si sono contratte. E se la crisi del 2008 ha dato il primo colpo, la pandemia, la guerra in Ucraina e la corsa al riarmo hanno inferto il colpo di grazia. L’inflazione è tornata a correre, ma i salari sono rimasti al palo. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, tra i Paesi del G20 a economia avanzata, l’Italia è quella che ha perso di più in termini di potere d’acquisto: -8,7% in 17 anni. Peggio di noi, nessuno. E mentre i prezzi dell’energia sono saliti del 43% e quelli del pane del 62%, le retribuzioni contrattuali sono cresciute solo del 10,1% tra il 2019 e il 2025, a fronte di un’inflazione del 21,6% (dati Istat). Il risultato? Più di un lavoratore su dieci è a rischio povertà. A Milano e nell’hinterland, un operaio non riesce più a permettersi un affitto, una spesa dignitosa, una vita normale. Cinque milioni di persone non riescono a riscaldare casa, a fare una vacanza, a mangiare carne ogni due giorni, a fronteggiare un imprevisto, ad avere una connessione internet. Non è solo povertà: è esclusione. Eppure, mentre i salari crollano, i profitti delle imprese volano. Lo ha detto anche il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta: “Con i profitti delle imprese elevati, un qualche recupero del potere d’acquisto dei salari è fisiologico”. Ma la politica del governo e le imprese sembrano sorde. Pensano davvero che si possano alzare i salari solo per via fiscale? La contrattazione collettiva, da sola, non basta più. Quasi la metà dei contratti è scaduta, e il tempo medio di attesa per un rinnovo è di quasi due anni. Intanto, proliferano i “contratti pirata” e l’uso distorto dei contratti collettivi nazionali. E manca ancora un salario minimo legale, che sarebbe uno strumento essenziale per contrastare il lavoro povero. Ma a questo governo non basta ancora. Non basta l’immobilismo salariale. Non basta una manovra di austerità pensata per finanziare una corsa al riarmo pagata da lavoratori e pensionati. Non basta l’aumento delle spese militari di un miliardo di euro e l’adesione piena all’economia di guerra. Non basta una legge che si veste di “stabilità” per mascherare i tagli ai ministeri, agli enti locali, ai servizi. Non bastano i salari prosciugati e le risorse pubbliche consegnate alle rendite di guerra e fossili, mentre 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta. La loro difesa di rendite e privilegi è ormai senza maschere e senza vergogna, mentre il disastro sociale è sotto gli occhi di tutti. Nessuna tassa sugli extraprofitti. Nessuna progressività fiscale. Nessun tentativo di correggere le diseguaglianze. Non basta nemmeno tutto questo, perché la loro scelta di classe, come sempre, deve mostrarsi anche aggressiva: prima hanno tentato di sollevare le imprese del fast fashion dalle responsabilità sul caporalato. Poi sono tornati alla carica con uno scudo per chi ha elargito salari inferiori ai minimi costituzionali. Per fortuna, li abbiamo fermati di nuovo. Ma non possiamo limitarci a restare in difesa. Per questo, come Alleanza Verdi e Sinistra, abbiamo presentato la proposta di legge “Sblocca stipendi”. Una proposta semplice e giusta: indicizzare i salari al costo della vita. Perché non è accettabile che chi lavora resti povero. Perché la crescita salariale non è un lusso, ma una leva per rilanciare la produttività, l’innovazione, l’economia. La proposta prevede che, almeno per il personale statale, l’adeguamento sia a carico della finanza pubblica, finanziato da un aumento dell’aliquota sui capital gain. Perché è ora che chi ha di più contribuisca a restituire dignità a chi lavora. Il nostro fisco regge sul lavoro e sui consumi. E mentre il 5% più ricco gode di vantaggi e privilegi, lavoratori e pensionati pagano il conto. Come ha scritto l’ex ministro Visco, oggi abbiamo una progressività forte nelle fasce basse, lievissima in quelle medie e una vera regressività per i ricchi. Un’imposta simbolica sull’1% più ricco garantirebbe 26 miliardi l’anno per salvare scuole, sanità e pensioni. La retorica anti-patrimoniale della destra nasconde il progetto di spostare ancora più oneri sui ceti medi e popolari. Dobbiamo farlo capire a 42 milioni di contribuenti. Deve essere chiaro prima di tutto a noi: come si può pensare di aumentare la spesa pubblica senza prendere i soldi dove ce ne sono di più? Semplicemente, non si può. Ma per la destra questo non è un problema: non vuole farlo. Perché ha in testa un’ideologia ultraliberista e antisolidale, in cui ognuno è lasciato solo a lottare per la propria sopravvivenza. Sognano l’estinzione dello Stato. Per loro il declino della sanità pubblica è desiderabile, così come quello della scuola. Per questo noi, del campo giusto, dell’alleanza progressista, dobbiamo prendere i soldi dove ce ne sono di più: banche, colossi delle armi, multinazionali dell’energia e dell’era fossile. Basterebbe chiedere a loro il giusto per abbattere le liste d’attesa. Non possiamo più aspettare. Sbloccare gli stipendi significa sbloccare il Paese. L'articolo Stipendi fermi da 30 anni mentre i profitti volano. Ma a questo governo non basta ancora proviene da Il Fatto Quotidiano.
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E’ la casa il termometro delle nuove povertà: da chi non può più permettersi mutuo o affitto, alle liste di attesa per gli alloggi sociali. E si riduce la mobilità per studio o lavoro | Il focus
L’emergenza abitativa non è una novità. Lo è il fatto che non riguarda più soltanto le famiglie in povertà, ma milioni di lavoratori in Italia e in tutta Europa e di studenti. Insomma, il ceto medio impoverito che da una parte spende sempre meno per la salute, dall’altro arranca ogni anno di più per potersi permettere l’acquisto di una casa o anche solo per mantenerla, tra affitti e bollette. Il 2025 si chiude confermando i problemi di sempre e il testimone da consegnare al nuovo anno è pieno di scommesse: contenere la speculazione, rilanciare l’edilizia sociale e sostenere la mobilità, soprattutto quella dei giovani. A preoccuparsene sono infatti le imprese che non trovano personale, a partire dai grandi centri dove si concentra la forza produttiva ma anche quello che Eurostat definisce “sovraccarico dei costi abitativi”, in un contesto europeo dove la mancanza di alloggi a prezzi accessibili è diventata la prima preoccupazione dei cittadini Ue. Tra le ragioni per cui, soprattutto in grandi città come Milano, non si trovano lavoratori, è l’indisponibilità a trasferirsi perché lo stipendio non basterebbe. Pesa la perdita di potere di acquisto, ma anche il fatto che gli immobili sono, oggi più che mai, un asset di investimento che ha trasformato gli italiani in un popolo di locatari: invece di intervenire, il governo ha ridotto i requisiti edilizi rendendo abitabili 20 metri quadrati e dichiarato guerra, perdendola nei giorni scorsi alla Consulta, alla legge regionale toscana che tenta la prima stretta su b&b e affitti brevi. Quanto alla legge di Bilancio si è visto ben poco del “grande piano casa” promesso da Giorgia Meloni nei mesi scorsi: appena 300 milioni per il prossimo biennio, ulteriormente ridotti di un terzo negli ultimi aggiustamenti alla manovra. Il fabbisogno reale? Tra i 12 e i 15 miliardi secondo i costruttori dell’Ance. Uno stallo nel quale si inserisce ora il Piano casa europeo presentato il 16 dicembre dalla Commissione Ue, che parla di 650 mila nuovi alloggi all’anno per il prossimo decennio, di cui la maggior parte destinati a giovani, studenti e famiglie vulnerabili. Tra il dire e il fare c’è poi che l’Ue non ha competenza diretta e si parla più facilmente di soldi che di regole per garantire l’accesso alla casa. La vera messa a terra del Piano tocca agli Stati: in Italia abbiamo utilizzato appena un quarto delle risorse stanziate dal Pnrr per l’edilizia sociale e finanziato solo un terzo dei 60 mila posti letto per gli universitari. Emergenza abitativa, quindi, non significa solo “piani casa”, ma anche impoverimento della classe media dovuto a salari fermi e costo della vita, e soprattutto mobilità di chi studia e lavora. Ecco, in quattro punti, lo scenario. Sempre più povertà abitativa – A livello europeo il tasso di sovraccarico dei costi abitativi (chi spende più del 40% del reddito per la casa: affitto o mutuo, utenze, tasse e manutenzione) è dell’8,2%, ma il dato sale al 31,1% per le persone a rischio povertà. Circa 42 milioni di europei, il 9,2% della totale, non possono permettersi di riscaldare adeguatamente la propria casa e il 16% vive tra infiltrazioni, muffa o infissi degradati. Per chi fa fatica, la casa smette di essere un rifugio. Al contrario, diventa la principale causa di erosione del risparmio e della salute, con le persone che rinunciano a un’alimentazione sufficiente e alle cure. Per Oxfam è il frutto di una tendenza che ha “sbilanciato le politiche sulla casa a favore della rendita finanziaria e immobiliare”, determinando un “progressivo indebolimento delle politiche di welfare a tutela del diritto all’abitare”. In Italia viviamo in un paradosso ormai strutturale: 9,6 milioni di case non abitate e quasi 4 milioni di persone in povertà abitativa. E sono sempre più frequenti le soluzioni inadeguate: il 25,1% delle famiglie vive in condizioni di sovraffollamento (rispetto al 16,8% Ue), ma tra le famiglie italiane a rischio povertà si arriva al 33,4%. Mentre Fratelli d’Italia ha pronta una nuova legge per accelerare lo sfratto di chi non ce la fa a pagare (ogni giorno se ne eseguono 134), l’offerta di edilizia pubblica resta marginale, insufficiente a calmierare i prezzi. Siamo appena al 2,6% dello stock totale (contro una media Ue del 6-7%), alimentando le difficoltà della cosiddetta “classe grigia” che non accede ai sussidi né riesce a sostenere i prezzi del libero mercato. Ma le difficoltà non riguardano più i soli affittuari: il 76% dei proprietari lamenta costi di gestione elevati, dalle utenze alle spese condominiali, con una media di circa 250 euro mensili. Fardelli che dialogano direttamente con la media dei salari lordi degli italiani (33.148 euro, dato OECD per il 2024), superati del 33% da quelli francesi e del 51% da quelli tedeschi. Sempre meno mobilità lavorativa – Costi alti e salari bassi limitano la possibilità di trasferirsi verso le aree più dinamiche del Paese, con effetti diretti su produttività e crescita. Secondo Cassa Depositi e Prestiti, proprio nelle principali province per domanda di lavoro — tra cui Milano, Roma, Bologna, Firenze, Bergamo, Brescia e Bolzano — l’affitto assorbe spesso più del 40% del reddito disponibile (con punte del 65%), e le imprese segnalano crescenti difficoltà a reperire manodopera anche in presenza di posti vacanti. Ormai la questione abitativa è considerata un fattore strutturale per la competitività. Confindustria stima un fabbisogno di almeno 600 mila nuovi alloggi a canone sostenibile, destinati in particolare a lavoratori e studenti e avverte che in assenza di un aumento dell’offerta abitativa accessibile, la capacità delle imprese di attrarre e trattenere forza lavoro nei territori produttivi sarà compromessa. In città come Milano, l’accesso alla casa è già incompatibile con il reddito da lavoro per molti lavoratori essenziali come insegnanti, forze dell’ordine e personale sanitario, che spesso non ce la fanno a sostenere i costi dell’abitare nei luoghi in cui prestano servizio. Un bel problema per il settore pubblico: soprattutto al Nord, i concorsi pubblici registrano una partecipazione sempre più scarsa o peggio, la rinuncia di chi ha vinto perché il costo della vita è incompatibile con con le retribuzioni iniziali offerte. Ma anche i residenti se ne vanno. A Roma, l’aumento dei prezzi e la diffusione degli affitti brevi hanno contribuito allo spostamento verso le periferie, con una riduzione del 5% della popolazione nel centro storico tra il 2016 e il 2021 e un allungamento dei tempi di spostamento per i pendolari. “No City for Workers“, le potremmo chiamare mutuando la definizione utilizzata dagli studi su alcune grandi città del Nord Europa. Dove è impossibile vivere e diventa difficile anche lavorare. In base agli argomenti raccolti dalla Commissione Ue per il suo Piano, i lavoratori che affrontano lo “stress abitativo” (lunghi spostamenti, sovraffollamento o insicurezza) sono meno produttivi, presentano tassi di assenteismo più elevati e sono più soggetti al burnout. In altre parole, perdita di produttività. Sempre meno mobilità universitaria – Insieme a quello sul mercato del lavoro, c’è l’impatto sulla formazione per il reinserimento occupazionale. A testimoniarlo è la Garanzia di occupabilità dei lavoratori, GOL, il programma finanziato dal Pnrr. Sganciate dalla questione abitativa, al contrario di quanto avviene in altri progetti europei, le politiche attive e così le opportunità offerte, per lo più a breve o brevissimo termine, faticano a ricollocare chi non può permettersi il trasferimento in aree dove c’è più lavoro ma il costo della vita è più alto, affitti in testa. Più noto il problema degli universitari, anche nel resto d’Europa. Secondo la Banca Europea per gli Investimenti (Bei), il deficit di alloggi studenteschi accessibili è stimato in 3,3 milioni di unità, con effetti sul diritto allo studio e l’accesso ai principali poli e in particolare ai corsi STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), dove la frequenza in presenza è spesso indispensabile. I lavori della Commissione Ue segnalano casi in cui si è costretti ad abbandonare gli studi e, al pari di tanti giovani lavoratori, rinviare l’uscita dalla casa dei genitori. “I dati provenienti dall’Italia evidenziano che le carenze delle residenze universitarie sovvenzionate possono spingere la domanda degli studenti verso affitti privati a costi più elevati, rafforzando le pressioni locali sull’accessibilità economica”, si legge nei documenti di lavoro della Commissione Europea, con riferimento particolare ai grandi centri dove la “studentification” deve vedersela con l’overtourism e in generale con la “financialisaton” del mercato immobiliare. Con quasi 1,9 milioni di universitari, di cui almeno mezzo milione fuori sede, i posti nelle residenze universitarie italiane sono circa 85 mila, per una copertura che non arriva al 10%. Con lo stanziamento del Pnrr abbiamo previsto di creare altri 60 mila alloggi, ma ne abbiamo finanziati solo un terzo. Intanto a Milano il 50% della case è destinata ai servizi Airbnb, con benefici per tanti proprietari, che in Italia sono il 74% (la media Ue è del 69%), e un +5,7% sui prezzi degli affitti ogni 1% di aumento degli annunci sulla piattaforma. Piani casa e investimenti futuri – L’ennesima promessa di un Piano casa degno di nota si è raffreddata nella realtà contabile della manovra di bilancio. A fronte dei 15 miliardi di euro invocati dai costruttori, il governo ha trovato appena 200 milioni di euro per il prossimo biennio. Al palo restano 300 mila famiglie in lista d’attesa per un alloggio sociale, mentre i contributi per l’affitto sono ridotti a soli 10 milioni l’anno (nel 2022 erano 320). Intanto 70 mila abitazioni popolari sono chiuse per manutenzione e gli sfratti restano allarmanti. Tutto da ripensare anche sugli altri fronti: dal rent to buy per le giovani coppie ai canoni agevolati per gli anziani. Più probabilmente, aspetteremo i fondi europei. Le politiche abitative restano competenza degli Stati anche col Piano casa Ue. Che ambisce piuttosto a supportare lo sforzo di recuperare risorse per 650 mila nuovi alloggi ogni anno e un costo stimato in 153 miliardi annui. Come? In buona parte aumentando la flessibilità delle regole negli aiuti di Stato e creando una piattaforma d’investimento con la Bei per mobilitare 375 miliardi entro il 2029. Entro il 2026, invece, promette regole sugli affitti brevi. Sempre che i governi siano d’accordo, come insegna il dibattito italiano sulle aliquote degli Airbnb. Le critiche al Piano Ue riguardano sopratutto l’assenza di regole. “Canone calmierato? Senza un forte intervento pubblico diretto è una formula che non funziona, lo sappiamo”, dice la segretaria nazionale dell’Unione Inquilini, Silvia Paoluzzi. “Anzi, la scelta di puntare sulla semplificazione delle norme e sulla revisione degli aiuti di Stato, rischia di tradursi in un ulteriore trasferimento di fondi pubblici verso operatori immobiliari e finanziari”. Così anche a Bruxelles. “La montagna rischia di partorire il topolino. Non solo non vengono messi a disposizione degli Stati trasferimenti diretti immediati, ma si continua a puntare su un modello che affida ai privati e alla finanza immobiliare la regia delle politiche abitative”, dichiarano gli europarlamentari del M5s Valentina Palmisano e Gaetano Pedullà. Anche i Verdi denunciano l’approccio troppo sbilanciato verso la finanza immobiliare, lamentando l’assenza di misure vincolanti contro la speculazione. Più fiduciosi destre e conservatori, che spingono per un’ulteriore deregolamentazione, leggendo la crisi soprattutto come un problema di burocrazia da disinnescare e costi amministrativi da tagliare per favorire l’iniziativa privata. L'articolo E’ la casa il termometro delle nuove povertà: da chi non può più permettersi mutuo o affitto, alle liste di attesa per gli alloggi sociali. E si riduce la mobilità per studio o lavoro | Il focus proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“I preti invitino tutti i cristiani a togliere i soldi da banche che investono in armi”. Il grido di Padre Zanotelli per riscoprire la disobbedienza civile
“Questo è ormai un Natale pagano”. A dirlo è padre Alex Zanotelli, 87 anni missionario comboniano, attivista, pacifista che vive al quartiere “La Sanità” di Napoli in pochissimi metri quadrati dentro un campanile. Le sue parole – pronunciate per un’intervista esclusiva a IlFattoQuotidiano.it – arrivano pensando al riarmamento dei nostri Paesi, alla povertà che aumenta, all’incoerenza della Chiesa e dei cristiani, all’inverno nucleare e al cambiamento climatico. Zanotelli non nasconde un sentimento: la preoccupazione. Non cela nemmeno quella che possiamo definire una forma di speranza: scendere in battaglia, in piazza, protestare. Lo rintracciamo tra un sit-in e l’altro a difesa dell’acqua pubblica in Campania: “Vogliono stravolgere l’azienda speciale Abc ed aprire di fatto le porte al mercato, con la trasformazione in spa, primo passo verso la privatizzazione”. Padre Alex, quello del 2025 sarà un altro Natale in guerra con la prospettiva di un incremento della spesa militare in Europa e in Italia. Anche il Papa ha detto che non si prepara la pace con le armi ma nessuno sembra ascoltarlo. Siamo in un’epoca storica in cui oltre alla possibilità di una guerra nucleare ogni Stato si comporta in piena libertà in barba a tutti, ad ogni richiamo, appello. La situazione sta precipitando: siamo al punto in Europa di avere un piano di 800 miliardi di euro per la difesa e gli armamenti nei prossimi anni. L’Italia ha chinato il capo alla premier Giorgia Meloni che punta ad arrivare al 5% del Pil da destinare alla cybersicurezza, alle infrastrutture strategiche, alla spesa militare. Ora mi chiedo: dove sono i cristiani? Ormai l’Europa ha ben poco di cristiano. Siamo in un mondo pagano che va verso l’autodistruzione a causa dell’inverno nucleare o del surriscaldamento del pianeta”. Perdoni la domanda banale: cosa possiamo fare noi singoli individui? Siamo giunti al momento in cui i movimenti per la pace devono avere il coraggio di pagare di persona. Nel messaggio di Gesù la pace è l’elemento al centro della Buona Novella. E’ necessario tornare alla disobbedienza civile. Le prime comunità cristiane hanno messo in crisi l’impero romano perché hanno scelto di seguire Gesù fino al martirio. Dobbiamo insistere affinché i pastori della Chiesa invitino tutti i cristiani a togliere i propri soldi da quelle banche che investono in armi. I Vescovi dovrebbero essere più categorici su questo tema. Di fronte al ministro della Difesa Guido Crosetto che parla del ritorno alla leva militare, dico ai giovani di andare nei loro Comuni a dichiarare fin d’ora che non ci stanno a questa imposizione. Se la Meloni vuole arrivare al 5% del Pil per il riarmo noi dobbiamo rispondere con l’obiezione fiscale. Veniamo alla politica interna. In queste ore si parla della Legge di Bilancio ed è spuntato anche un bonus per le scuole paritarie che sembra accontentare le scuole cattoliche. Lei è soddisfatto della manovra? Vivo a Napoli da oltre dieci anni, in uno dei quartieri più difficili della città. La gente al Sud sta soffrendo sul serio. I provvedimenti presi in questa manovra non fanno altro che aggravare la vita della gente comune non tanto di coloro che già vivono in povertà. Quanto alle paritarie va detto con franchezza che questo bonus altro non è che un modo, per il Governo di ultra destra, di ottenere il sostegno della Chiesa. I preti dovrebbero capire che questo è un tranello”. Gli ultimi dati Istat ci dicono che la povertà assoluta è più diffusa nel Mezzogiorno. L’8,4% delle famiglie italiane vive questo dramma. Un quadro triste che va di pari passo con uno scenario in cui accresce la violenza nelle città. Cosa sta accadendo padre Alex? Il Sud paga sempre più ma al Governo vogliono l’autonomia e pensano al ponte tra Calabria e Sicilia quando in realtà in Meridione servono ferrovie. E’ chiaro che quell’opera è un business, serve a far fare soldi a chi li ha. Il Governo ha dimenticato il ruolo delle mafie nel nostro Paese. Da anni frequento la Calabria, sono in contatto con diverse realtà di quella regione: la Ndrangheta ha le mani ovunque. A Milano un ristorante su cinque è loro. A questo va aggiunto che una delle maggiori entrate delle mafie resta lo spaccio di droga che assolda ragazzini. Nel nostro territorio, in questi mesi, abbiamo assistito alla morte di due 15enni per sparatorie. Ma dobbiamo fare un’analisi ulteriore: questi giovani che le ho citato frequentavano la scuola “Caracciolo” dove lo scorso anno ci sono stati il 73% di bocciati. Se questi sono i numeri cosa ci possiamo aspettare? Nelle nostre realtà servono nidi. E questo nuovo Papa? Lei ha compreso la linea di Leone XIV? E’ difficile decifrarlo. Penso che la cosa fondamentale sia quella che riesca a mantenere fede all’impegno preso scegliendo quel nome che richiama a Leone XIII che ha dato inizio alla dottrina sociale della Chiesa. Mi attendo che ci faccia dono di un’enciclica sull’Intelligenza artificiale. Ne abbiamo tremendamente bisogno. Basta leggere “Il capitalismo della sorveglianza” della professoressa Shoshana Zuboff per intuire quanto la Chiesa, in maniera indipendente, possa aiutarci a stare in questo mondo digitale. Riuscirà Prevost a cambiare la Curia romana? Ci ha provato anche Francesco ma non è riuscito. Quando penso alla riforma della Curia romana mi torna in mente l’arcivescovo Hélder Pessoa Câmara. Dopo il Concilio Vaticano II, una volta rientrato in diocesi in Brasile, scrisse una lettera a Paolo VI chiedendogli alcune azioni: uscire dal Vaticano per andare a vivere a San Giovanni in Laterano; abbandonare il titolo di Capo di Stato per tornare a essere soltanto vescovo di Roma e consegnare la Santa Sede all’Unesco. Il pontefice non gli rispose ma poche settimane più tardi ricevette una missiva in cui il cardinale Jean-Marie Villot, segretario di Stato, affermava: “Il Santo Padre ringrazia per la sua lettera, ma le ricorda che questi non sono più i tempi del Vangelo”. Mi tolga una curiosità: dove vivrà lei Natale? Beh, intanto anche quel giorno saremo in lotta a difesa dell’acqua pubblica ma la notte del 24 la celebrerò come ogni anno da quando sono a Napoli, alla stazione centrale tra gli ultimi, tra la gente. Ha almeno un messaggio di speranza da darci? Non dobbiamo più aspettarci che venga chissà chi a salvarci. La salvezza viene dal basso, mettendoci insieme, riempendo le piazze e mettendo in crisi i Governi. La gente deve cominciare a riflettere e dire no. E’ fondamentale legare fede e vita. Molti cristiani non lo fanno. Difficile essere coerenti tra città illuminate a giorno per Natale e un consumismo che impera. Questo è un Natale pagano. Lo dico da molti anni. Così come, fin da quando vivevo nella baraccopoli di Korogocho in Kenya, propongo che la Chiesa cattolica sospenda la festa del 25 dicembre per celebrare il Natale con le Chiese orientali a gennaio. L'articolo “I preti invitino tutti i cristiani a togliere i soldi da banche che investono in armi”. Il grido di Padre Zanotelli per riscoprire la disobbedienza civile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Una finanziaria di guerra che lascia indietro sanità e diritti. Come medici, ci saremmo aspettati altro
La Legge di Bilancio 2025-2028 prevede per la sanità pubblica sempre meno risorse. La percentuale del Fondo Sanitario nazionale sul Pil si attesta al 6,1% nel 2024/2025, la più bassa d’Europa, il che significa meno 13 miliardi per la sanità, dato confermato dal fatto che 5 milioni di italiani rinunciano alle cure e che le famiglie hanno sborsato di tasca propria 41,3 miliardi per curarsi e di queste solo il 17% si avvale di coperture assicurative sanitarie. La prevenzione è quasi del tutto saltata, lasciata alla capienza economica di Regioni e Asl e gli effetti li vedremo tra qualche anno in termini di aumento di incidenza di malattie prevenibili come i tumori. L’ultima legge di Bilancio aumenta il tetto di spesa per l’acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati per ulteriori B che, sommati agli aumenti degli anni precedenti, determinano un aumento complessivo di circa 800 milioni di euro. E’ evidente il flusso corposo di risorse pubbliche destinate alla sanità privata. I dati Istat offrono un’ulteriore documentazione: la spesa per le “prestazioni sociali in natura da privati”, comprendenti acquisti da operatori privati accreditati di prestazioni e servizi di varia natura, è stata nel 2023 di 28 miliardi di euro, nel 2024 di 28,7 miliardi. Nel complesso si è trattato di più di un quinto del totale della spesa sanitaria del 2023 e del 2024. La sanità privata in generale è un’impresa che eroga prestazioni a bassa complessità, ma ad elevato costo e quindi ad elevato guadagno. Nella mia pluridecennale attività di medico di Medicina generale, che opera, in un quartiere della periferia romana, non ho mai visto un paziente complicato che sia stato preso in carico da una struttura privata o privata accreditata – a meno che non si disponga di ottime possibilità finanziarie – a cui lo stesso si era rivolto per effettuare esami di diagnostica, screening e valutazioni specialistiche. Quando ci sono stati problemi, di quelli seri, è stato rinviato alla struttura pubblica. Struttura pubblica che si fa carico del paziente e gli somministra cure costosissime se necessitano e che non si pone il problema di quanto può costare un intervento complicato, purché si tuteli la vita e la salute di quell’individuo. Quando si parla di educazione sanitaria nelle scuole, bisognerebbe parlare di questo: del Servizio Sanitario Nazionale pubblico che cura a prescindere dalla ricchezza personale, dal ceto sociale, dalla religione professata, dal credo politico, dalla razza, dalla nazionalità. Cura semplicemente per rispondere ad un bisogno, semplice o complesso che sia. Il Servizio Sanitario Nazionale che, ripeto, cura tutti , ma proprio tutti è finanziato dalla fiscalità generale. Peccato che, nel nostro paese, solo il 45% degli italiani pagano le tasse e di questi solo 6,4 milioni dichiarano redditi superiori ai 35.000 euro e sono coloro che determinano il 63,4% del gettito fiscale introitato dallo Stato. Il 55% non paga o perché non ha redditi o perché non li dichiara e spesso è anche favorito da provvedimenti legislativi ad hoc. Nel nostro paese l’evasione fiscale, secondo il Ministero dell’Economia, ammonta a 100 miliardi di euro l’anno. Ed è chiaro che un sistemo così iniquo non può che favorire disparità anche nell’accesso alle cure e difficoltà nel finanziare un sistema di salute pubblica che è un asset strategico per la vita democratica di un paese. Il valore più profondo, la filosofia che sottende alla genesi del Servizio sanitario, uguaglianza di fronte alla malattia, si è persa di governo in governo, destra o sinistra senza differenza alcuna, di finanziaria in finanziaria, e l’autonomia differenziata, il cui percorso è principiato con il governo Berlusconi nel 2009 e puntellato poi da vari governi di sinistra a partire da quello Gentiloni, stigmatizza, per Costituzione, una profonda disparità territoriale in tema di sanità. E’ inaccettabile che nel nostro paese il luogo di nascita possa fare la differenza tra la vita e la morte, la salute e la malattia. I provvedimenti previsti nella manovra 2026 ignorano del tutto la sanità territoriale che, nell’immaginario dei nostri governanti, dovrebbe fare da barriera alla domanda di prestazioni ospedaliere la cui offerta si è contratta, non perché il territorio non fa da filtro, ma per il taglio di posti letto e il blocco all’ assunzione di personale. Il Disegno di Legge di Bilancio 2026-2028 è disastroso per il SSN e per i professionisti. La carenza di personale medico è un’emergenza senza precedenti in Italia: sono circa 35.000 i medici mancanti nel Servizio Pubblico e 65.000 infermieri in meno rispetto al fabbisogno. Ed ogni medico, ogni infermiere in meno è un servizio negato al cittadino. Ci saremmo aspettati, in questa finanziaria, come promesso durante la pandemia da Covid, un massiccio piano straordinario di assunzioni e misure atte a favorire il ricambio generazionale, considerata l’età avanzata di medici ed infermieri in servizio. Ci saremmo aspettati un aumento di risorse ed il riconoscimento dell’impegno del personale sanitario, motore del sistema, con un miglioramento dei salari e garanzie di condizioni dignitose di lavoro che avrebbero posto le basi per una sanità più giusta. Invece è stata varata una finanziaria di guerra che promette austerità e sacrifici per tutti mentre l’Italia potrebbe arrivare a raddoppiare i suoi investimenti in armi entro fine 2027. Soldi sottratti alla sanità, alla scuola, al welfare, senza che si levi una chiara voce di dissenso. Non è questa l’Italia che vogliamo. Non è questa l’Italia che vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli e ai nostri nipoti. L'articolo Una finanziaria di guerra che lascia indietro sanità e diritti. Come medici, ci saremmo aspettati altro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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