Non solo l’obiettivo di stipendi più alti, ma anche “la ricerca di ambienti di
lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti
stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più
dinamici”. Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha parlato della
fuga all’estero dei giovani italiani durante la cerimonia di inaugurazione
dell’anno accademico 2025-26 dell’università di Messina. Un intervento
incentrato sul rendimento della formazione universitaria e sulla centralità del
capitale umano. Secondo quanto emerge dai dati del Rapporto Italiani nel Mondo
2025 della Fondazione Migrantes pubblicati a novembre, da gennaio a dicembre
2024 si sono iscritti all’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire) per la
sola motivazione “espatrio” 123.376 cittadini italiani e rispetto al 2023 i dati
segnano in valore assoluto “34mila partenze in più”. L’aumento riguarda
prevalentemente i giovani e i giovani adulti. In particolare, nella classe di
età 18-34 anni si rileva un +47,9% rispetto all’anno precedente a cui unire il
+38,5% della classe immediatamente successiva (35-49 anni).
“Il basso rendimento della formazione universitaria in Italia – ha considerato
Panetta – spinge un numero crescente di giovani laureati a emigrare all’estero,
un fenomeno che interessa anche il Nord del Paese. Negli anni più recenti, circa
un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero, con
incidenze più elevate tra ingegneri e informatici, figure professionali per le
quali le imprese italiane segnalano una crescente carenza. Questo andamento –
osserva il governatore – non sorprende. Un giovane laureato in Germania guadagna
in media l’80 per cento in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale
rispetto alla Francia è del 30 per cento. Si tratta di divari che si sono
ampliati nel corso degli anni”, ha detto Panetta.
Una emorragia di idee, energie e innovazione specie proprio in quei settori
preziosi per la nostra industria e che non viene compensata dagli stranieri. Ce
ne sono pochi che studiano nelle nostre università (meno del 5% del totale degli
studenti con pochi esempi virtuosi fra cui Messina) contro il 10% di Francia e
Germania e il 23% del Regno Unito. E fra gli immigrati che arrivano pochi sono
quelli che hanno un’istruzione superiore. L’istruzione è la chiave quindi. Il
governatore rileva come gli interventi possano “essere attuati gradualmente,
preservando una gestione prudente delle finanze pubbliche e i progressi compiuti
nella riduzione del costo del debito”. C’è un gap da recuperare: le risorse
pubbliche destinate all’istruzione sono meno del 4% del Pil, quasi un punto in
meno della media dell’Ue e il livello più basso tra le principali economie
dell’area dell’euro. Metà del divario rispetto al resto della Ue riflette il
minore investimento nell’istruzione universitaria”. La rete degli atenei così
potenziata, creerebbe “condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese
innovative e all’attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale”.
Inoltre i giovani preferiscono “contesti sociali ritenuti più attrattivi, così
come la naturale curiosità verso mondi e stili di vita diversi da quelli di
origine”. Si tratta di una “mobilità che favorisce l’accumulazione di esperienze
e arricchisce il bagaglio culturale individuale”. Quando, però – avvisa –
l’emigrazione riflette le carenze del contesto di partenza, essa si trasforma in
una scelta onerosa per chi la compie. E quando i giovani formati nelle nostre
università non fanno ritorno nel Paese, la perdita riguarda l’intera
collettività”.
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perché vanno all’estero” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Niente più schede inviate per posta, ma solo depositate in presenza nelle
ambasciate e nei consolati, trasformati per l’occasione in seggi elettorali. Si
fa concreto il piano di limitare il voto degli italiani all’estero al referendum
sulla riforma Nordio: un’altra mossa pensata dalla maggioranza per anticipare la
data delle urne, con l’ulteriore effetto – senza dubbio non sgradito – di
ridurre il peso elettorale di un bacino considerato tendente al No. Nella notte
tra lunedì e martedì, durante l’esame della manovra alla Camera, il governo ha
accolto un ordine del giorno del centrodestra che lo impegna a “valutare la
possibilità di introdurre ulteriori disposizioni normative nel sistema di voto
all’estero”, consentendo di esprimerlo solo “presso le sezioni elettorali
appositamente istituite nelle ambasciate e nei consolati italiani nel mondo”.
Insomma, i nostri connazionali residenti in altri Paesi non riceverebbero più a
casa la scheda da rispedire in Italia per corrispondenza, come prevede la legge
Tremaglia del 2001 (un provvedimento simbolo della destra) ma dovrebbero recarsi
di persona in una sede diplomatica, spesso distante centinaia di chilometri.
IL RISCHIO PER LA DESTRA
Nelle premesse dell’atto si fa riferimento all’esigenza di evitare brogli
elettorali, nonché al potenziale risparmio per le casse pubbliche (stimato, in
realtà, in soli sessanta milioni di euro). Ma non è un caso che il tema, dopo 25
anni d’inerzia, sia salito proprio ora in cima alla lista delle priorità:
organizzare il voto per posta, infatti, sarebbe difficilmente compatibile con
l’esigenza del governo di andare alle urne il prima possibile in modo da
scongiurare una rimonta del No. Negli ultimi anni, inoltre, l’elettorato estero
non ha dato molte soddisfazioni al centrodestra: alle Politiche del 2022 il Pd
ha quasi doppiato la percentuale ottenuta in Italia, eleggendo tre senatori su
quattro e quattro deputati su sette, superando da solo Fratelli d’Italia, Forza
Italia e la Lega, riuniti sotto un solo simbolo. E se nelle elezioni delle
Camere il peso della circoscrizione Estero è ridotto dall’assegnazione di un
basso numero di seggi, al referendum questo correttivo si annulla: ogni voto
conta come gli altri.
DI PIETRO: “EVITARE BROGLI”
Così la maggioranza, attraverso l’ordine del giorno, si è attivata per
scongiurare il rischio. “Negli anni ci sono stati casi di brogli oltre che di
schede scomparse, arrivate a destinazione troppo tardi oppure non conteggiate a
causa di errori procedurali. Il sistema è inoltre molto oneroso per lo Stato,
dato che le schede vanno stampate, spedite a destinazione e poi di nuovo in
Italia”, afferma il primo firmatario, il deputato meloniano Andrea Di Giuseppe
(eletto in America settentrionale e centrale). A sponsorizzare l’odg anche l’ex
pm Antonio Di Pietro, ora membro fondatore del Comitato per il Sì costituito
dalla Fondazione Einaudi: “Ora ci auguriamo che il Parlamento promuova
rapidamente un provvedimento ad hoc. Come ho avuto modo di denunciare nei giorni
scorsi, dobbiamo evitare che si verifichino fenomeni già accaduti in passato,
ovvero che gruppi di persone, che hanno come riferimento specifici partiti e
sindacati, possano preparare le buste contenenti voti espressi all’insaputa dei
diretti interessati. Permettendo agli elettori di votare in presenza, con il
proprio documento di identità, eviteremmo il rischio di brogli”, afferma.
PROVENZANO (PD): “FORZATURA ANTIDEMOCRATICA”
Protesta invece il Pd, con il responsabile Esteri Peppe Provenzano che denuncia
“l’ennesima forzatura antidemocratica per provare ad anticipare la data del
referendum”. “Con le procedure attuali”, spiega, “le operazioni di voto
dovrebbero partire almeno 15 giorni prima che in Italia, con un lavoro
preparatorio che renderebbe impossibile votare a marzo. Conculcare il diritto di
voto di sei milioni di nostri connazionali, alla vigilia di una consultazione
referendaria, precludendo qualsiasi reale informazione sul quesito,
rappresenterebbe l’ennesimo vulnus democratico di un governo impaurito dal
possibile esito elettorale e accecato dagli interessi di parte”, afferma. Anche
il vicecapogruppo dem alla Camera Toni Ricciardi, eletto nella ripartizione
Europa, parla di un “precedente istituzionale molto grave”: “Con una legge di
bilancio, e addirittura tramite un ordine del giorno, si impegna il governo a
mettere mano alla legge elettorale e alle modalità di voto degli italiani
all’estero a meno di novanta giorni da una consultazione elettorale. La legge di
bilancio è lo strumento con cui si discutono risorse, diritti e politiche
pubbliche, non può diventare il veicolo per modificare le regole del gioco
democratico a ridosso del voto“, incalza.
MARUOTTI (ANM): “SI VUOL COMPLICARE L’ESERCIZIO DEL VOTO”
Severo il giudizio del segretario generale dell’Associazione nazionale
magistrati Rocco Maruotti: “Paventando indimostrate problematiche attinenti alla
sicurezza del voto e l’esigenza di contenere i costi, si è prodotta l’ennesima
forzatura”, commenta al Fatto. “È difficile non pensare, infatti, che la reale
esigenza sia un’altra: rendere più complicato l’esercizio del diritto di voto,
che non potrà essere adempiuto da casa ma in un lontano ufficio consolare, e
consentire un’anticipazione del voto rispetto a quanto previsto dalla legge sui
referendum costituzionali, senza dovere attendere l’espletamento delle procedure
previste attualmente per il voto dall’estero”.
LA COSTITUZIONALISTA: “POTENZIALE VIOLAZIONE DELLE NORME”
Dall’accademia esprime serie perplessità la costituzionalista Roberta Calvano,
professoressa ordinaria all’università Unitelma Sapienza di Roma, che segnala
una potenziale “violazione del principio di stabilità delle regole elettorali
sancito dalla Commissione di Venezia”, organo consultivo del Consiglio d’Europa
in materia elettorale, “e della giurisprudenza della Corte europea dei diritti
dell’uomo”. La Commissione di Venezia, ricorda Calvano, “si è pronunciata a
dicembre 2024 su un ricorso sul Rosatellum in cui si lamentava la modifica della
legge a pochi giorni dalle elezioni, mentre il codice di buone pratiche in
materia elettorale indica il “principio dell’anno“, per cui la disciplina
elettorale non dev’essere toccata nell’anno che precede le elezioni”. L’organo,
spiega, “ha ammesso delle eccezioni a quel principio, ma sicuramente questa non
rientrerebbe tra quelle consentite: qui siamo addirittura a procedimento
referendario già avviato. Voglio sperare non si arrivi a tanto”, chiosa.
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l’odg della destra alla manovra. Il Pd: “È antidemocratico” proviene da Il Fatto
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