“Ma davvero voi credete che con questa riforma il governo intenda mettere la
magistratura sotto il potere esecutivo?”. Così il ministro della Giustizia,
Carlo Nordio, nel suo intervento durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario a
Milano, replica al presidente della Corte d’Appello.
Nordio ha aggiunto di aver usato ieri il termine “blasfemo che ripeto e
confermo”, considerando il Parlamento “una istituzione sacra”.
“Io ho usato ieri davanti al signor presidente della Repubblica, e lo ripeto, il
termine “blasfemo” – ha insistito – Lo ripeto e lo confermo ovviamente: la
blasfemia non è soltanto una offesa verso la divinità, etimologicamente
parlando, è un’offesa verso una istituzione sacra, e poiché io ritengo il
Parlamento una istituzione sacra, aver voluto attribuire al Parlamento una
intenzione che non solo non ha e non ha mai avuto, ma che è scritta a
chiarissime lettere in termini contrari, la ritengo una blasfemia”.
Secondo Nordio, invece, “noi abbiamo enfatizzato l’indipendenza della
magistratura, con cui noi cerchiamo un dialogo”.
L'articolo Referendum, Nordio insiste: “Il parlamento è sacro, blasfemo dire che
voglia controllare i pm” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Riforma della Giustizia
“Se perdo il referendum lascio lo politica”, promise Matteo Renzi alla vigilia
della consultazione popolare sulla sua legge di riforma della Costituzione. Anno
2016. Il referendum lo perdette, lasciò palazzo Chigi e la segreteria del Pd
eppure restò in politica. A Giorgia Meloni viene attribuita la medesima
promessa. Fatico a credere che la premier abbia commesso lo stesso peccato di
ubrys, di superbia, che Renzi pagò caro. E’ abbastanza scaltra per evitare di
legare la propria sorte al risultato, incerto, del referendum sulla riforma
della Giustizia. Sa che l’esito della consultazione confermativa della legge
sarà dirimente rispetto al futuro del suo governo. Se vince il Sì, Meloni potrà
veleggiare serena fino alla fine della legislatura, varando la riforma della
legge elettorale. Si intesterà il merito della vittoria referendaria, mettendo
in riga il riottoso ma innocuo Salvini e l’inquieta Forza Italia che, annusato
lo spirito del tempo, cerca sponde nella laguna centista.
Se passasse il No invece Meloni incasserebbe il fallimento del suo revisionismo
istituzionale, fallimento che spargerebbe sabbia negli ingranaggi dell’altra
riforma di bandiera, il premierato. La legislatura diverrebbe complicata e a
Meloni potrebbe convenire affrontare in anticipo la sfida delle urne.
Specularmente l’opposizione percorsa da divisioni e distonie, dalla vittoria al
referendum trarrebbe la forza per presentarsi come una alternativa compatta e
credibile ad un elettorato confuso e spiazzato dai contorsionismi che tormentano
il Pd: da Israele a Gaza, al riarmo europeo fin a torsioni destrorse come la
proposta di Delrio di una legge che omologa le critiche ad Israele
all’antisemitismo. Elly Schlein avrebbe allora le carte per regolare i conti
contro la fronda interna che tenta di tagliarle l’erba sotto i piedi.
In questo scenario liquido gli avvenimenti internazionali segnalano l’abilità
tattica di Meloni, specialista nello smarcarsi ai temi scomodi e segnalano
l’ambiguità della politica estera del governo. Sui fatti di Minneapolis Meloni
non ha speso una sillaba, lasciando a due ministri, Tajani e Foti, il compito di
prendere le distanze dalle politiche eversive dell’amico e mentore di
Washington. Meloni è maestra nel praticare il benaltrismo che inquina il
dibattito pubblico e confonde l’elettorato. Ha attaccato la Giustizia svizzera
accusandola per avere concesso la libertà su cauzione ai coniugi Moretti,
proprietari del Constellation di Crans Montana. Ha richiamato il nostro
ambasciatore e ne ha annunciato il rientro a Berna a patto che la Svizzera
permetta alle autorità italiane di partecipare alle indagini. La replica,
l’unica possibile in uno stato di diritto: la nostra legge prevede la libertà su
cauzione e la politica non interferisce con l’operato della magistratura.
Lezione preziosa per tutti coloro che subdolamente lavorano per consentire anche
in Italia, istituzionalizzandola, questa indebita invasione di campo.
Lo scopo ultimo della riforma non è tanto la separazione delle carriere fra pm e
giudici quanto lo scardinamento della Costituzione. Nordio ha già tracciato il
solco: bavaglio alle intercettazioni, preavviso a chi deve essere arrestato o
perquisito (sembra una barzelletta, è realtà). Il colpo decisivo dalla riforma
della Giustizia. La separazione delle carriere è lo specchietto per le allodole,
il pretesto per accendere lo scontro. La sostanza guarda molto più in alto: lo
sdoppiamento del Csm e la creazione di una Alta Corte con funzioni disciplinari
nel quale il sorteggio sarà riservato, senza filtri, ai membri togati. Mentre i
membri laici saranno accuratamente selezionati dai partiti, in ragione della
loro obbedienza ai medesimi.
Recita nero su bianco il testo della riforma. “L’intervento di riforma
attribuisce alla legge ordinaria il compito di determinare gli illeciti
disciplinari, le relative sanzioni, la composizione dei collegi e le forme del
procedimento disciplinare, nonché di stabilire le norme necessarie per il
funzionamento dell’Alta Corte”. Basterà una legge ordinaria per cambiare gli
equilibri a favore dell’esecutivo.
Tajani ha messo sul tavolo l’ipotesi di sottrarre la polizia giudiziaria al
controllo dei magistrati requirenti, consegnandola al controllo del potere
esecutivo. Si guarda al modello americano: il procuratore non persegue come in
Italia la ricerca della verità giudiziaria (eventualmente prendendo atto
dell’innocenza dell’imputato) bensì la ricerca delle prove con le quali
ottenerne la condanna. L’esatto opposto del garantismo sventolato dalla destra.
L'articolo Lo scopo ultimo della riforma Nordio non è separare le carriere ma
scardinare la Costituzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Vota Sì contro i giudici che “rimettono in libertà i clandestini“. Anzi, contro
i “disegni politici” della “magistratura rossa” che impedisce i rimpatri e i
trasferimenti dei migranti in Albania. Ma soprattutto “per una giustizia più
efficace, veloce, giusta“. Mentre il video dello storico Alessandro Barbero
viene oscurato da Facebook perché etichettato come “falso” da un fact-checking
di Open, sui social del primo partito italiano compaiono ogni giorno messaggi
ingannevoli sul contenuto della riforma Nordio: tutti accompagnati da uno slogan
che contraddice le affermazioni dello stesso ministro, secondo cui la legge
costituzionale “non influisce sull’efficienza della giustizia“ e d’altra parte
“nessuno lo ha mai preteso”. O quelle di Giulia Bongiorno, presidente leghista
della Commissione Giustizia del Senato: “Ma chi è che ha detto che questa
riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante
può pensare una cosa del genere!”.
Da qualche settimana Fratelli d’Italia ha messo il turbo alla campagna per il Sì
al referendum. I primi cartelloni del comitato “Sì Riforma“, ispirato dai
partiti di governo, sono apparsi nelle strade delle grandi città (firmati
“Gruppi Camera e Senato di Fratelli d’Italia, perché gli alleati non ci hanno
messo i soldi). E sulle pagine Facebook e Instagram dei meloniani hanno iniziato
a moltiplicarsi le “card” con il logo del partito accanto a quello del comitato:
immagini create con l’intelligenza artificiale accompagnate da messaggi che
aizzano gli elettori contro i magistrati. Ad esempio, due anziani leggono un
giornale (finto) dal titolo “Scippa signora di 90 anni“. Scritta in
sovrimpressione: “Tanto non gli faranno nulla. La toga rossa lo libererà dopo
qualche giorno”. Una famiglia fa colazione guardando in tv un servizio
(altrettanto finto) su una “Donna violentata in strada da due clandestini”:
“Tanto i rimpatri del governo Meloni trovano l’opposizione di certi magistrati“.
O ancora: “Il governo trasferisce gli immigrati in Albania, la magistratura
rossa lo impedisce”.
Ovviamente, la riforma costituzionale – che si occupa di separazione delle
carriere e dei Csm – non avrà e non potrà avere alcun effetto sulle decisioni
dei magistrati. Ma altrettanto ingannevole è lo slogan riportato in tutte le
card: “Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 vota Sì per una giustizia più
efficace, veloce, giusta”. Un messaggio diverso da quello scelto i cartelloni,
dove invece si legge solo “Referendum giustizia. Finalmente si cambia”. E il
doppio binario potrebbe avere una ragione ben precisa, legata al privilegio
concesso da Meta (l’azienda che gestisce Facebook e Instagram) agli account
politici, liberi di spacciare fake news senza rischiare conseguenze come quelle
riservate a Barbero. Quella delle card di FdI, infatti, è una fake news a tutti
gli effetti: che la giustizia possa diventare “più giusta” con la riforma è
discutibile, ma di certo non sarà più efficace né più veloce, perché nessuna
delle modifiche alla Costituzione impatta sul suo funzionamento concreto. Lo
hanno sempre riconosciuto anche i sostenitori del Sì e lo stesso ministro
Nordio: “Non abbiamo mai detto che la separazione delle carriere rende i
processi più veloci”, ha sottolineato, definendo la celerità della giustizia una
questione “secondaria“. Ultimamente però si dev’essere reso conto che il
messaggio non aiuta la causa del Sì. E quindi, in alcune interviste, ha
sostenuto che la riforma aiuterà a velocizzare i processi perché la nuova
giustizia disciplinare (sottratta al Csm e affidata a un organo esterno, l’Alta
Corte) sanzionerà più severamente i magistrati pigri e lenti nel depositare
sentenze. Così i gestori degli account social di FdI, in un’altra delle loro
card, possono fargli dichiarare trionfalmente “Sentenze più veloci“. Con tanti
saluti alle fake news.
L'articolo “Vota Sì per una giustizia più efficace e veloce”: lo slogan-bufala
di FdI per il referendum (smentito anche da Nordio) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Rosario Russo*
La realtà ha una coerenza, illogica ma effettiva (Alessandro Baricco)
Voce dal sen fuggita poi richiamar non vale. Il dott. C. Nordio, in seno al suo
volume del 2022 (pag. 112 e segg.) allorché fu nominato Ministro della
Giustizia, auspicava convintamente l’innesto nel nostro ordinamento
costituzionale (di civil law) di tutti gli istituti tipici del sistema di common
law, tra cui la separazione delle carriere e la discrezionalità dell’azione
penale nonché “la nomina governativa dei giudici e quella elettiva dei pubblici
ministeri”, espressamente escludendo che “una simile riforma ucciderebbe
l’indipendenza della magistratura, e sovvertirebbe l’ordine democratico”.
Sennonché egli, nel propugnare ora l’approvazione della riforma costituzionale,
si è fatto vittorioso promotore della separazione delle carriere requirenti e
giudicanti, affrettandosi in siffatta qualità a garantire specificamente
“l’indipendenza della magistratura giudicante e requirente”, sebbene avesse
dianzi auspicato esplicitamente “la nomina governativa dei giudici e quella
elettiva dei pubblici ministeri”.
Perfino nel quarto capitolo del suo ultimo libro Nordio continua a preferire
l’ordinamento anglosassone e addebita tra l’altro al pubblico ministero italiano
(“probabilmente l’accusatore più potente al mondo”) di avere alle sue dipendenze
la polizia giudiziaria, come imposto dall’art. 109 Cost. Spunto da cui
‘coerentemente’ prende le mosse il preoccupante proposito dettato il 25 gennaio
2026 dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani: “La separazione delle carriere
non basta. Dobbiamo liberare la Polizia Giudiziaria dal controllo dei Pubblici
Ministeri”.
Probabilmente valorizzando l’incoerenza nordiana, il segretario dell’Anm, dott.
R. Maruotti, incorre in un eccesso comunicativo, scrivendo su Facebook, sotto la
foto dell’omicidio brutale di Alex Pretti a Minneapolis: “Anche questo omicidio
di Stato rimarrà impunito in quella ‘democrazia’ al cui sistema giudiziario si
ispira la riforma Meloni-Nordio”. Il messaggio – evidentemente smodato – viene
immediatamente soppresso e il suo autore se ne scusa pubblicamente. Ma questa
volta è proprio Nordio a infierire, definendo le scuse “inaccettabili” perché
“rivelano o un intelletto inadeguato all’importanza della carica o la debolezza
di un cuore incapace di essere coerente con le proprie pulsioni … Ci auguriamo
che la maggioranza dei magistrati cestini questo disgustoso messaggio nella
pattumiera della vergogna”.
Infine – restando sul tema dell’incoerenza – la Presidente del Consiglio Meloni
ha espresso profonda indignazione all’indomani della decisione del tribunale
elvetico di scarcerare su cauzione Jacques Moretti, indagato per i reati
connessi alla tragedia di Crans-Montana, disponendo perfino il richiamo
dell’ambasciatore. Invece il 23 gennaio ha esternato la volontà di proporre
Donald Trump al premio Nobel per la pace, nonostante il clamoroso omicidio di
Renée Good ad opera dell’Ice. Per completezza è il caso di osservare che, quando
Ilaria Salis sotto processo in Ungheria aveva implorato l’interessamento del
governo italiano per le pessime condizioni in cui era detenuta, la premier
sottolineò che “in Ungheria, come in Italia, c’è l’autonomia dei giudici”!
*già Sostituto Procuratore Generale della Suprema Corte
L'articolo Governo campione di incoerenza: gli esempi di Nordio su separazione
delle carriere e di Meloni sul carcere proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Votate per l’autonomia dei magistrati“. È in sintesi la riflessione del
cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei),
che così ha espresso di fatto la posizione della Chiesa sulla separazione delle
carriere in magistratura. I vescovi, dunque, scendono in campo in vista del
referendum del prossimo 22 e 23 marzo. In occasione dell’introduzione dei lavori
del Consiglio episcopale, Zuppi ha esortato i fedeli a partecipare al referendum
previsto per il prossimo marzo, ma ha anche lanciato un messaggio chiaro sulla
necessità di riflettere sulle implicazioni che questa riforma avrà per il futuro
della giustizia e della democrazia nel Paese. Contro la riforma Nordio nel giro
di pochi giorni sono state raggiunte oltre 500mila firme.
“PRESERVARE L’EQUILIBRIO DEI POTERI”
Nel suo intervento, il cardinale ha sottolineato l’importanza di preservare
l’equilibrio tra i poteri dello Stato, un principio che i padri costituenti
avevano lasciato in eredità come parte fondamentale della Costituzione italiana.
“Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un
processo giusto”, ha dichiarato Zuppi, esprimendo il suo punto di vista
sull’importanza di questi valori anche nelle diverse applicazioni storiche e
nelle molteplici opinioni che emergono in una società pluralista.
L’alto prelato ha poi invitato i fedeli a informarsi sui provvedimenti contenuti
nella riforma. “Temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono
lasciare indifferenti”, ha proseguito, aggiungendo che è essenziale che tutti i
cittadini siano ben informati e consapevoli delle implicazioni delle scelte
politiche in gioco. Per il cardinale, l’appello non è solo a partecipare al
voto, ma a farlo con una piena consapevolezza, evitando di farsi “irretire da
logiche parziali” che potrebbero distorcere la comprensione della questione. Il
dibattito sulla riforma della giustizia è, infatti, in pieno svolgimento, con le
diverse forze politiche e sociali che si schierano apertamente per o contro le
modifiche proposte dal governo. Non è certo la prima volta che i Vescovi
italiani si espongono in relazione a riforme importanti. Recentemente la Cei ha
espresso forte preoccupazione sull’Autonomia differenziata, temendo che potesse
accentuare il divario tra Nord e Sud e danneggiare le aree interne più
svantaggiate.
L'articolo Referendum, l’appello del cardinale Zuppi (Cei): “Votate per
l’autonomia dei magistrati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Angelo Palazzolo
L’idea che la giustizia sia uno scontro tra accusa e difesa è profondamente
errata. Soprattutto in ambito penale, non si dovrebbe trattare di “vincere” o
“perdere”, ma di accertare i fatti, tutelare i diritti di tutte le parti e
assicurare che la decisione finale sia fondata sulla legge e sulle prove.
Per chi ha una concezione della Giustizia che va oltre il confronto sportivo, la
Giustizia è una sola: è la ricerca imparziale della verità nel rispetto delle
garanzie. Infatti, per quanto le ragioni di accusa e difesa siano chiaramente
diverse, idealmente perseguono il medesimo scopo: mettere il giudice in
condizione di valutare il fenomeno (la res iudicanda, direbbero i giuristi)
osservandolo da punti di vista differenti.
Nell’attuale dibattito pubblico sul Referendum Giustizia, ciò che mi stupisce
maggiormente è la posizione di alcuni garantisti che si schierano a favore del
sì. A mio parere, non c’è nulla che possa garantire maggiormente un indagato se
non essere sottoposto all’azione di un pm che sia stato formato alla cultura
della giustizia e che sia stato educato a ricercare la verità, insomma che sia
cresciuto nello stesso humus di un giudice. Questo è esattamente quello che
avviene nel nostro Paese a legislazione vigente.
Se dovesse vincere il sì, la ricerca della verità – che attualmente rappresenta
l’obiettivo comune di pubblici ministeri e giudici – rimarrà prerogativa dei
giudici, mentre i pm diventeranno paragonabili ad avvocati dell’accusa, non
saranno più incentivati a ricercare la verità sostanziale dei fatti senza ansie
da prestazione, perché il loro obiettivo sarà orientato a provare la
colpevolezza dell’imputato. Non si vuole sostenere che il pm agirà fuori dal
perimetro legale, diventando un mascalzone pronto ad inquinare le prove pur di
far condannare un imputato, ma è verosimile che sarà maggiormente incentivato ad
indirizzare la “verità processuale” pro domo sua, anche se questo significherà
allontanarla dalla “verità storica”. Soprattutto se – come previsto da questa
riforma – si smantella l’attuale Csm e, al suo posto, si istituiscono due Csm
separati (uno dedicato ai pubblici ministeri e l’altro ai giudici) e un’Alta
Corte per i provvedimenti disciplinari.
Il Csm dedicato ai pm, tra i propri compiti, avrà anche quello di valutare la
performance dei pubblici ministeri. In base a quale criterio sarà fatta questa
valutazione, se non anche alla loro capacità di vincere questa malsana partita
tra accusa e difesa?
In altre parole, se il magistrato requirente, specularmente all’avvocato
difensivo, viene valutato dalla sua capacità di far condannare gli imputati,
allora è prevedibile che la raccolta delle prove sarà più selettiva e, in
generale, tutta la direzione dell’indagine sarà orientata ad un fine specifico
(quello dell’accusa) e non all’obiettivo comune di perseguire la giustizia. La
deriva verso la creazione di “superpoliziotti togati” – per usare un’espressione
tanto evocativa quanto chiara – è molto probabile.
L’operato imparziale del pm che – grazie alla carriera condivisa con i giudici –
ha una forma mentis educata alla ricerca della giustizia e non riceve alcun
nocumento dall’eventuale assoluzione dell’imputato, oggi è garanzia per tutti
noi, ma domani? Se vincesse il sì, i cittadini privi di mezzi economici
sufficienti per ricorrere a studi legali di prestigio o ad avvocati costosi,
domani si troverebbero in aula con un avvocato d’ufficio (magari malpagato e
maldisposto) che li difende e un super poliziotto togato che li accusa. È questa
la nostra idea di giustizia?
Nella professione dei pubblici ministeri insorgerà un conflitto di interesse che
oggi non esiste, perché attualmente l’interesse di magistrati requirenti e
giudicanti è identico: la ricerca della verità. È un interesse nobile e degno di
tutela, perché a vantaggio dell’intera collettività e argine ad una giustizia di
classe.
L'articolo Con la separazione delle carriere il pm andrà incontro a un conflitto
di interessi: a rimetterci, la ricerca della verità proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Vogliono indebolirlo o vogliono rafforzarlo il Pubblico Ministero? Perché
dicono che vogliono rafforzare il giudice e indebolire il Pm. Il risultato sarà
rafforzare i Pm e indebolire i giudici, ovviamente”, Così Marco Travaglio ad
Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove
con la partecipazione di Andrea Scanzi, confrontandosi con il giornalista
Alessandro Sallusti, sul referendum sulla separazione delle carriere per
spiegare le ragioni del no.
Secondo Travaglio, il nodo centrale è il nuovo assetto del Consiglio Superiore
della magistratura: “Se al Pm gli dai un Csm tutto per lui, dove ha venti
rappresentanti più uno, il membro di diritto, il Pg della Cassazione, su 32, è
ovvio che lo rafforzi”. Oggi, ricorda il giornalista, “nel Csm i Pm hanno cinque
rappresentanti più 1 su 33. Quando avranno – se vincesse il sì – il loro Csm,
diventerebbero molto più autoreferenziali, perché sarebbero loro che decidono
sulle loro carriere, mentre oggi hanno 6 membri su 33 che decidono sulle
carriere di tutti”.
Travaglio critica anche il percorso di formazione dei magistrati delineato dalla
riforma: “Il Pm dovrà essere educato da Pm fin dopo la laurea. Se educhi il Pm a
fare l’accusatore o, come dice Nordio, l’avvocato dell’accusa, noi avremo dei Pm
che avranno la testa dei poliziotti. Non la testa dei giudici. Ed è
inquietante”.
Il giornalista ha concluso: “Saranno molto più forti, per questo li metteranno
sotto il controllo del potere politico. Non c’è un paese con le carriere
separate dove c’è un Pm indipendente. La politica dirà: guardate che cosa
abbiamo creato. Dei mostri. E quindi li metterà sotto controllo, perché non c’è
bisogno di cambiare di nuovo la Costituzione, bastano 4 leggi ordinarie”.
L'articolo Travaglio su Nove: “Referendum, se vince il sì i pm avranno la testa
dei poliziotti, non dei giudici” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’intervento di Alessandro Barbero sul referendum contiene informazioni
fuorvianti e non supportate dai fatti“. Così il “fact-checking” del quotidiano
online Open, firmato dal vicedirettore specializzato David Puente, ha condannato
il video dello storico alla censura di Meta, che lo ha oscurato da alcune delle
pagine che lo avevano rilanciato su Facebook (dove finora ha raccolto almeno un
milione e mezzo di visualizzazioni e oltre ventimila condivisioni).
L’endorsement di Barbero per il No alla riforma Nordio, infatti, è stato
etichettato come contenuto “falso” in base alla verifica svolta dal quotidiano
online, partner del colosso tech in un progetto contro le fake news. Analizzando
nel merito le contestazioni di Open, però, si scopre che il professore – uno dei
divulgatori di maggior successo in Italia – ha probabilmente studiato (e capito)
l’oggetto del referendum molto meglio dei suoi “fact-checker”. Vediamo perché.
COSA HA DETTO BARBERO (E COSA DICE LA RIFORMA)
Le presunte “informazioni fuorvianti” sarebbero contenute nel passaggio in cui
il professore parla del cuore della riforma: lo spacchettamento del Consiglio
superiore della magistratura (Csm). Il Csm è l’organo che si occupa al posto del
governo di tutto quanto riguarda i magistrati come dipendenti pubblici: nomine,
progressioni di carriera, trasferimenti, organizzazione degli uffici (tribunali,
procure e corti), sanzioni disciplinari. Si tratta quindi di un’istituzione
fondamentale per garantire l’indipendenza effettiva del potere giudiziario,
rendendo le toghe immuni ai condizionamenti della politica.
Con la legge approvata dalle Camere, i Csm diventerebbero due, uno per i giudici
e uno per i pm. In entrambi, i membri togati, cioè magistrati (due terzi del
totale) verrebbero selezionati tramite un sorteggio tra i giudici e i pm in
servizio (probabilmente con un limite minimo di anzianità: deciderlo spetterà a
una legge successiva). I membri “laici”, professori e avvocati (spesso esponenti
di partito), continuerebbero invece di fatto a essere scelti dalla politica: la
riforma, infatti, prevede che siano “estratti a sorte da un elenco che il
Parlamento in seduta comune compila mediante elezione”. Nel testo non si
specifica quanto dovrà essere lungo l’elenco: in teoria, quindi, i consiglieri
eletti potrebbero essere anche lo stesso numero di quelli da sorteggiare,
facendo diventare il sorteggio una pura finzione.
Ai due futuri Csm inoltre verrà tolta la funzione disciplinare, cioè il potere
di punire i magistrati per i loro comportamenti scorretti sul piano
deontologico, con sanzioni che vanno da un semplice ammonimento fino alla
rimozione. Questo compito sarà affidato a un nuovo organo, l’Alta Corte
disciplinare, composto da 15 membri: nove magistrati sorteggiati – in questo
caso solo tra quelli che lavorino o abbiano lavorato alla Corte di Cassazione –
e sei laici, di cui tre scelti dal Parlamento (con le stesse modalità di quelli
dei Csm) e altri tre nominati dal presidente della Repubblica.
Ora rileggiamo cosa dice Barbero nel video:
“A me sembra che questi organismi, dove i membri magistrati sono tirati a sorte
mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza
di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore,
dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno Stato autoritario, dare
ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”.
LA VERSIONE DEI “FACT-CHECKER”
Secondo il “fact-checking” di Open, preso per buono da Meta, queste affermazioni
contengono falsità. La prima è il “riferimento a una presunta scelta del
governo”, mentre “questo non interviene in alcun modo”, perché i laici sono
nominati dal Parlamento: addirittura, David Puente accusa Barbero di “non
distinguere il potere esecutivo da quello legislativo”. Il giornalista definisce
poi “infondato” il “rischio autoritario”, perché nella Costituzione rimarrà
scritto che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da
ogni altro potere”, e i membri togati continueranno a essere maggioranza nei
Consigli superiori e nell’Alta Corte. Infine, l’articolo contesta un passaggio
del video in cui Barbero descrive l’Alta corte come un organo “al di sopra del
Csm”, mentre secondo Puente “si colloca su un piano distinto” e senza alcun
“rapporto di subordinazione”.
Analizziamo queste critiche una per una.
IL GOVERNO “NON INTERVIENE” NELLE DECISIONI DEL PARLAMENTO?
A voler essere gentili, è un’ingenuità. Da anni il Parlamento non esercita più
di fatto la funzione legislativa: quasi sempre si limita a ratificare
provvedimenti già adottati dal governo (i decreti legge) o ad approvare, con
minime modifiche, disegni di legge di iniziativa dell’esecutivo. È successo
anche con la riforma Nordio, approvata – caso unico nella storia delle leggi
costituzionali – nell’identico testo in cui era uscita dal Consiglio dei
ministri. Lo stesso avviene per le nomine di competenza parlamentare, come i
giudici della Corte costituzionale o, appunto, i laici del Csm: chiunque segua
da vicino la politica sa che i nomi da votare vengono decisi nei caminetti dei
leader di partito, che per la maggioranza corrispondono sempre ai vertici del
governo. Non solo: mentre adesso il quorum previsto per l’elezione dei laici
(tre quinti del Parlamento) garantisce una rappresentanza anche alle
opposizioni, la riforma non prevede alcun quorum per la compilazione dell’elenco
da cui sorteggiare i nomi. In teoria, quindi, la maggioranza del momento
potrebbe accaparrarsi tutti i membri del Csm scelti dalle Camere.
Insomma, al netto dei formalismi, dire che il governo “continuerà a scegliere” i
suoi uomini al Consiglio superiore corrisponde al vero contenuto della riforma.
LA MAGISTRATURA “RESTERÀ AUTONOMA E INDIPENDENTE”?
Formalmente il primo comma dell’articolo 104 continua a recitare così. Di per
sé, però, questo vuol dire poco: sulla carta il principio di indipendenza dei
giudici è scritto anche nelle Costituzioni dei peggiori regimi autoritari, dalla
Cina all’Iran, dalla Russia alla Corea del Nord. La differenza la fanno le norme
che garantiscono quel principio in concreto. E come ripete il costituzionalista
Enrico Grosso – presidente onorario del comitato per il No dell’Anm – con la
riforma l’indipendenza della magistratura si riduce a un “vuoto simulacro”: a
parte il primo comma, infatti, tutto il resto dell’articolo 104 viene riscritto,
stravolgendo la struttura del Csm in modo da favorire l’influenza della politica
sulla magistratura.
La creazione di un organo separato per i pm, infatti, apre la strada a
introdurre ulteriori forme di controllo e condizionamento sui soli magistrati
inquirenti, diverse e più stringenti rispetto a quelle previste per i giudici. I
togati sorteggiati, poi, saranno per natura più deboli e probabilmente più
sensibili alle lusinghe del potere, trovandosi per caso in un ruolo di enorme
responsabilità, senza aver acquisito la credibilità e la stima che permettono di
essere eletti dai colleghi. Di certo, poi, saranno meno attrezzati a “tenere
testa” ai membri laici, spesso politici di lungo corso e di grande esperienza
parlamentare (in questa consiliatura, ad esempio, al Csm siede Isabella
Bertolini, deputata di Forza Italia per tre legislature e già vicecapogruppo
azzurra).
L’ALTA CORTE DISCIPLINARE SARÀ “SOPRA” I DUE CSM?
Qui Barbero dimostra di aver compreso a fondo la riforma, contrariamente a ciò
di cui è accusato. L’Alta Corte sarà di fatto davvero un organo sopraelevato
rispetto ai due Csm, per ragioni abbastanza semplici. Intanto giudicherà e
sanzionerà sia giudici che pm, diventando quindi l’unica istituzione a gestire
la magistratura nel suo insieme. Soprattutto, però, assumerà il potere più
penetrante e invasivo che attualmente esercita il Csm: sanzionare i magistrati
nella carriera e nello stipendio, trasferendoli di sede, sospendendoli o
addirittura facendogli perdere il lavoro. Per questo, a differenza di quanto
previsto per i due Consigli, la riforma limita il sorteggio dei membri dell’Alta
Corte a magistrati con almeno vent’anni di esperienza, che svolgano o abbiano
svolto funzioni di legittimità (cioè di giudici o pm della Cassazione). E sempre
per questo si prevede che una quota di membri sia nominata dal capo dello Stato.
L’Alta Corte, però, sarà un giudice molto più sbilanciato verso la politica, per
gli stessi motivi per cui lo saranno i futuri Csm: membri togati sorteggiati,
membri laici – di fatto – nominati. Inoltre, la quota di giudici di nomina
politica aumenterà: attualmente la Sezione disciplinare del Csm è composta da
quattro membri togati e due laici, rispecchiando le proporzioni dell’organo,
mentre nell’Alta Corte i laici saranno sei su 15 (due quinti). Soprattutto, le
sentenze disciplinari non saranno più impugnabili in Cassazione, ma solo di
fronte alla stessa Alta Corte, che giudicherà in una composizione differente:
paradossalmente, quindi, i magistrati diventeranno l’unica categoria di
lavoratori a essere “licenziati” o sanzionati senza potersi difendere di fronte
a un giudice indipendente.
Di fronte a questo quadro, ai lettori poniamo domande quasi banali: i pm saranno
più o meno incoraggiati ad aprire indagini nei confronti di membri del governo
(pensiamo ai casi Open Arms o Almasri), dei vertici di un colosso di Stato, di
un imprenditore potente? I giudici penali si sentiranno tranquilli a rinviarli a
giudizio o a condannarli? E quelli civili saranno più o meno imparziali nel
decidere se dare ragione alla grande azienda o al lavoratore, al manager
agganciato o al figlio di nessuno? È questo il concetto che esprime Barbero
quando avverte del rischio di una deriva autoritaria, con un governo in grado di
intimidire e condizionare molto più di adesso i magistrati. Un rischio che
esiste ed è scritto – per chi la sa leggere – nella stessa riforma Nordio.
Nonostante i fact-checkers.
L'articolo Referendum, sorteggio e politica: perché Barbero ha capito la riforma
meglio dei suoi “fact-checkers” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Fabio Selleri
Ancora più della separazione delle carriere, l’obiettivo della riforma Nordio
sembra essere l’adozione del metodo del sorteggio per la designazione dei
componenti del Consiglio superiore della magistratura. Questo priverebbe i
magistrati della possibilità di scegliere i propri rappresentanti e di
conseguenza renderebbe impraticabile l’attività associazionistica,
marginalizzando il ruolo dell’Anm e delle sue correnti.
La concezione del magistrato-burocrate solo, isolato dai suoi colleghi e dalla
società, in fondo non è nuova: nel ventennio l’Associazione generale magistrati
italiani, precedente denominazione dell’Anm, fu perseguitata e costretta allo
scioglimento da Mussolini.
La questione di fondo è il vecchio dilemma: un magistrato può avere posizioni
politiche? Dipende. La parola “politica” può avere due significati. Il primo,
spregiativo, si riferisce ai rapporti intrattenuti con i partiti e i potenti di
turno per ottenere vantaggi personali. Il secondo, nobile, rappresenta una
visione della società che porta un cittadino a impegnarsi per il raggiungimento
di obiettivi nell’interesse generale e nel rispetto dei propri valori etici.
Forse è arrivato il momento di trovare parole distinte per esprimere due
concetti così diversi. E, nella seconda accezione, la politica è perfettamente
compatibile col ruolo del magistrato.
La riforma Nordio scinderebbe in due il Csm e ognuno dei due nuovi organi
sarebbe così costituito: un terzo di membri sorteggiati da un elenco predisposto
dal Parlamento; due terzi di membri sorteggiati fra tutti i magistrati.
Non può sfuggire che il primo gruppo è sostanzialmente di nomina politica e
quindi è legato alla maggioranza di governo, come già accade ora, mentre il
secondo gruppo sarebbe in futuro costituito da magistrati senza alcun rapporto
associativo e perciò in posizione di debolezza, anche se formalmente
maggioritari.
Facciamo un esempio. Un pm sta conducendo in una certa città un’indagine sui
neofascisti e questo infastidisce il governo. I membri “politici” del Csm
potrebbero proporre il suo trasferimento, mettendo sul tavolo un argomento a cui
sarebbe difficile opporsi: i nostri referenti di governo hanno il potere di
tagliare i fondi al Tribunale di quella città. Cari consiglieri sorteggiati,
come votate ora?
Questo non è molto coerente con la visione del magistrato puro e apolitico
ventilata dai sostenitori del Sì. Se i promotori della riforma sono così
spaventati dai legami fra politica e magistratura, dalle manovre consociative e
dal “fattore Palamara”, avrebbero dovuto abolire anche la quota di consiglieri
selezionati dal Parlamento. Sorteggio per tutti. Così invece le correnti non
verranno eliminate: ne resterà solo una, onnipotente e incontrastata.
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L'articolo La riforma Nordio renderebbe una parte di magistratura dipendente
dalla politica: si poteva agire diversamente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il dibattito su Alessandro Barbero non è solo accademico, lo sappiamo tutti: su
Internet è un re e può sfidare a colpi di like e di follower chiunque, non ha
rivali. Ed eccelle non in natiche o balletti frivoli o lip sync, ma in cultura;
è uno storico, è un professore, prima che un fenomeno di massa da almeno dieci
anni a questa parte.
Vedo che sui social, ma non solo, sta facendo discutere la sua presa di
posizione sull’imminente referendum sulla giustizia, in cui ha annunciato e
spiegato perché voterà No. Ma quanto pesa davvero la sua voce? A giudicare da
come i giornali e i mass-media (ma anche i mini-media e influencer a vario
titolo) filo-governativi lo stanno attaccando, qualcosa conterà: qualche voto lo
sposterà.
Ecco i dati che spiegano perché i suoi 4 minuti di video sul referendum stanno
facendo tremare il governo:
– Non è solo un professore: è un titano digitale. Sebbene non gestisca
personalmente i suoi profili, i canali “fan-made” e i podcast che rilanciano le
sue lezioni registrano numeri da capogiro; ma non da oggi: da almeno dieci anni,
con un’accelerata sicuramente negli ultimi 5.
– Su YouTube i video che lo vedono protagonista superano regolarmente il mezzo
milione di visualizzazioni in pochi giorni, con picchi che arrivano a diversi
milioni di views per le lezioni più iconiche (sul Medioevo, sulla Seconda Guerra
Mondiale, ecc.).
– Il re dei podcast: il “Podcast di Alessandro Barbero” è stabilmente nella Top
5 dei più ascoltati in Italia, superando spesso programmi di informazione
mainstream.
– Engagement: la sua capacità di penetrazione tra i giovani under 24 è superiore
a quella di qualsiasi talk show televisivo, che faticano a raggiungere lo zero
virgola di share tra i giovani. E quanti ne abbiamo visti di giovani in fila
alle sue conferenze? All’ultima Festa del Fatto erano oltre diecimila: un colpo
d’occhio immenso e in maggioranza giovani e giovanissimi.
Vedo che alcuni lo criticano dicendo che è “più influencer che storico”, ma non
sta in piedi nemmeno questo: se i numeri contano qualcosa, la sua credibilità da
ricercatore è indiscussa. Centinaia di pubblicazioni scientifiche e un Premio
Strega (1996) bastano? Quando parla di politica, il pubblico recepisce il
messaggio non come un’opinione qualunque da talk, ma come un’estensione del suo
sapere storico; certi fenomeni li ha studiati, interpreta il presente con le
categorie scientifiche e sociali fondate su studi solidi e approfonditi.
E poi, qualche giorno fa, arriva il video in cui prima si chiede: “Ma perché
devo dire di votare No? Sono di sinistra, è risaputo che voti No”. Eppure,
eppure, in soli 240 secondi Barbero ha generato più dibattito editoriale di
tutti i precedenti giorni di campagna, sia per il Sì sia per il No. I giornali
di destra (e non solo) hanno dedicato al caso più di un articolo ed editoriale.
Tra i più critici: Libero (“Arriva il soccorso rosso in difesa della
Costituzione”), Il Giornale (“Alessandro Barbero, storico discreto e marxista
formidabile, spiega perché votare No. Ah… anche costituzionalista!”), Il Foglio
(“Storico con qualche trascurabile differenza rispetto a Renzo De Felice”).
Sempre sul Foglio: “Il popolare storico spiega in un video le sue ragioni del No
al referendum, sommando falsità e disinformazione”. Il Dubbio: “Il professor
Barbero non ha studiato il testo della riforma”.
Attacchi feroci che io interpreto come un vero timore. Le cose si mettono male
per il comitato per il Sì. Forse farei solo un appunto: non so se questo
endorsement sia stato concordato con il comitato del No — e non credo che lo sia
stato — ma l’annuncio l’avrei fatto a ridosso del voto, perché è risaputo che le
persone inizieranno ad accorgersi che c’è da votare nei giorni precedenti, anche
nelle ore precedenti al voto. Spesso gli elettori dichiarano di decidere cosa e
chi votare anche poco prima di recarsi al seggio.
Perché fa paura averlo contro? La forza di Barbero, secondo me, è la sua
capacità di rendere semplici e raccontabili anche fenomeni complessi ed eventi
complessi (come è la giustizia del resto); si fa capire (a differenza di molti
politici che questa capacità, loro malgrado, non ce l’hanno).
Che lo si veda come un militante di sinistra o come un genio della ricerca
storica, i numeri dicono che Alessandro Barbero è oggi il più potente “media”
individuale in Italia su una certa fascia di persone, che coincide molto con i
giovani, con le persone che si informano, che leggono, che mantengono ancora un
senso critico verso il mondo, le cose, la gente, la società. E se andranno in
massa a votare loro, beh, per il comitato del Sì ci sarà poco da fare.
L'articolo Alessandro Barbero attaccato dopo il video per il No al referendum
sulla giustizia: le critiche nascondono timori proviene da Il Fatto Quotidiano.