di Francesca Carone
La campagna referendaria ha prodotto una prevaricazione ideologica nella sua
esegesi distonica, inflazionando i valori della democrazia e del pluralismo. Il
dibattito, soprattutto nella compagine del Sì, ha subìto slanci impattanti, a
tratti fuorvianti, adattati al contesto politico della propaganda e
personalizzati all’occorrenza, polarizzando idee e posizioni senza un barlume di
mediazione o sfumature intermedie.
Per capire l’impatto della campagna referendaria sull’opinione pubblica bisogna
partire dalla sua genesi. La riforma scritta dal Ministro Nordio è venuta alla
luce nell’alveo di un dibattito unilaterale, seguendo un asfittico percorso
burocratico, svuotato e privo di un dialogo costruttivo primordiale tra
maggioranza e opposizione. Una scelta che ha presentato un conto salato: una
maggioranza e una opposizione spaccate e un dibattito condotto sulla linea di
“difesa e giustificazione” della riforma giudiziaria. Nulla (o quasi) si è
capito dei contenuti e delle motivazioni che hanno spinto Nordio a voler
modificare ben sette articoli della Costituzione (gli articoli 87, 102, 104,
105, 106, 107 e 110). Una crepa che doveva essere sanata “all’origine”
attraverso azioni propedeutiche di democrazia parlamentare, volte al
discernimento dei nuclei fondanti della riforma e ad un confronto serio e
costruttivo con le parti, attraverso un dibattito concentrato sui contenuti e
sul merito.
Questo vuoto dibattimentale ha determinato un’anomalia strutturale nella
dialettica della campagna del Sì, esternata con posizioni polarizzate,
accompagnate da un linguaggio esponenziale, debordante, spersonalizzato e poco
assertivo. Il dibattito che è venuto fuori si è articolato in una forma di
difesa a pugni stretti e toni alti.
Il linguaggio e la tecnica della campagna referendaria pro riforma hanno seguito
il percorso di una televendita pubblicitaria a forte impatto emotivo e
manipolativo. Una vera e propria “campagna pubblicitaria” di una riforma che ha
preso le distanze da ben 7 articoli della Costituzione. I protagonisti della
maggioranza, quelli dei piani alti, hanno sdoganato per giorni tecniche e
strategie di “vendita” del Sì, anche attraverso il “voto di scambio”, sistemando
sugli scaffali della propaganda, ad altezza d’uomo, motivazioni spesso bislacche
e fuori contesto, fortemente impattanti su idee e posizioni politiche della
gente. L’obiettivo era puntare sulle paure e sui moti di rabbia e di riscatto
degli italiani, esposti ad una crisi economica, politica e sociale ormai
endemica, oscurando la verità effettiva di una riforma giudiziaria, approvata in
via definitiva dal Senato il 30 ottobre 2025 (con 112 voti a favore, 59 contrari
e 9 astenuti), senza la maggioranza dei due terzi dei componenti, aprendo la
strada al referendum costituzionale confermativo.
Una riforma piena di incongruenze e interrogativi di ordine politico ed etico.
La Campagna referendaria del Sì ha presentato la riforma alla stregua di un
cartellone pubblicitario dai colori sfolgoranti e dalle sfumature ad effetto;
una scelta che ha ricordato il famoso hamburger pubblicitario nel film con
Michael Douglas Un giorno di ordinaria follia, dove il protagonista si rende
conto che l’hamburger della pubblicità non corrisponde a quello reale che gli
viene servito nella famosa scatola del McDonald’s. Capisce che la pubblicità è
ingannevole e menzognera e che quel misero panino, triste e anemico, è
totalmente diverso da quello del cartellone pubblicitario, che tutti mangiano
rassegnati senza dire una parola.
Veri e propri “cartelloni virtuali” del Sì sono stati infilati nei palinsesti e
nei social; eloqui ridondanti e postulati fuorvianti somministrati
quotidianamente e accompagnati da un linguaggio fermo e deciso, come chi è
convinto di dire la verità. Aneliti sonori hanno invaso e impressionato, con una
drammatizzazione strehleriana, i territori virtuali del Sì, fino a spingersi
all’inverosimile, ipotizzando (in caso di vittoria del No) cataclismi giudiziari
della natura più svariata (condannati risarciti, casi giudiziari emblematici,
bambini strappati alla famiglia) con tutto il repertorio di sgrammaticature e
commistioni narrative “naif” accompagnate da una strabica enfasi comunicativa.
Tutto è finito nel pentolone dorato di una narrazione costruita a tavolino, e,
come nelle migliori tradizioni delle campagne pubblicitarie, tutto il “globo
terracqueo” sembrava magicamente invaso dagli effetti miracolosi del Sì:
famiglie del mulino bianco felici nei boschi, giustizia uguale per tutti,
immigrazione contrastata, cattivi puniti, processi giusti… e, come cantava Lucio
Dalla, tre volte Natale e festa tutto l’anno…
Le cose però ad un certo punto sono sfuggite di mano; qualcuno ha sollevato il
telo e la favola del Sì è sparita! Il fervore intimo di alcuni rappresentanti
politici ha avuto la meglio e la paura di perdere il referendum ha determinato
la disfatta di Caporetto: dal famoso deputato che ha incoraggiato il “voto di
scambio”, al Capo di Gabinetto che ha assimilato la magistratura ad un plotone
di esecuzione, mentre un altro la paragonava al cancro.
Poi tutto è precipitato quando, per una strana congiunzione astrale, una manina
ha oscurato definitivamente la campagna pubblicitaria del Sì con il famoso caso
Delmastro. Una disfatta che ha rotto gli argini di una goffa, imbarazzante,
ancorché vacua, propaganda elettorale del Sì, strumentalizzando la realtà e
manipolando gli elettori.
C’era spazio per un dibattito costruttivo e democratico lanciato da
intellettuali, politologi e storici. Bastava interloquire e confrontarsi con
loro fin dal concepimento della riforma, in forma istituzionale e democratica.
Senza slogan, sensazionalismi, enfasi e storture. Con umiltà e senso dello
Stato.
L'articolo Così la campagna per il Sì al referendum ha seguito il percorso di
una televendita pubblicitaria proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Riforma della Giustizia
di Serena Poli
C’è una sfacciataggine truce nel modo in cui il potere sta ridisegnando le
regole del gioco. Mentre ci spiegano che la separazione delle carriere serve a
una maggiore efficienza, la realtà dei fatti, che cammina sulle gambe di uomini
come Delmastro, ci racconta una storia diversa: quella dell’impunità garantita.
Le gaffe di molti esponenti di maggioranza ne sono prova ulteriore.
Qualche mese fa, Nicola Gratteri ha sollevato un polverone dicendo una verità
amara: i mafiosi voteranno Sì. La risposta del coro politico e giornalistico è
stata immediata: “Gratteri dice che chi vota Sì è mafioso!”. La solita,
pretestuosa ignoranza di chi finge di non capire la logica elementare. Dire che
la criminalità organizzata guarda con favore a questa riforma non significa
affermare che siano tutti criminali coloro i quali la voteranno. Ma nelle parole
di Gratteri c’è una verità innegabile: la mafia oggi non spara più (o spara
pochissimo), perché cerca la mimetizzazione. Vuole fare affari, entrare nelle
società, negli apparati dello Stato. Vuole gestire appalti e sedersi ai tavoli
che contano. La mafia cerca varchi, crepe… e questa riforma è una prateria.
Oggi il Pubblico Ministero è un magistrato indipendente. È protetto dalla stessa
‘corazza’ del giudice in base all’articolo 101 della nostra Costituzione: “[…] I
giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Dunque oggi, se il pm indaga su un
potente, sa di avere alle spalle un ordine autonomo. La riforma mira ad avere un
pm ‘solo’, che finirà per rispondere a una gerarchia o alle priorità dettate dal
Ministero. E qui il cerchio si chiude con il caso Delmastro: dopo l’approvazione
della riforma, quale pm avrà ancora i mezzi e la forza di scavare in quelle
relazioni, sapendo che il suo futuro professionale dipende da un organo
vulnerabile alla politica?
Non è un caso isolato, ma un pacchetto completo: si abolisce l’abuso d’ufficio,
ovvero si disattiva l’antifurto che permetteva di intercettare i primi segnali
di collusione tra politica e malaffare; si introducono reati-distrazione (i rave
et similia), per dare al “pm cane da guardia” un osso con cui giocare e
rassicurare l’opinione pubblica; si isola il pm, affinché nessuno disturbi la
“Pax Mafiosa”. La Pax Mafiosa non è l’assenza di crimine, è l’assenza di
disturbo. È un sistema dove il potere politico e quello criminale convivono in
un silenzio garbato, rotto solo da qualche operazione di facciata contro i
‘pesci piccoli’.
Votare No significa impedire che l’Articolo 101 (“soggetti soltanto alla legge”)
diventi: “soggetti a una legge svuotata dei reati dei potenti e riempita di
reati per i poveri diavoli”. Votare No è aver chiara la differenza tra una
giustizia cieca (perché uguale per tutti) e una giustizia che toglie la benda
per guardare in faccia chi ha davanti, prima di decidere se muoversi.
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L'articolo Ci spiegano che la separazione delle carriere aumenterà l’efficienza:
la realtà dei fatti racconta una storia diversa proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Al prossimo referendum voterò Sì e penso che debbano votare Sì tutti coloro che
vogliono una magistratura autonoma e indipendente, estranea ai condizionamenti
politici e ideologici”. Parole di Mauro Paladini, da ieri al vertice della
Scuola superiore della magistratura, contenute in un video tuttora visibile
sulla pagina Facebook del Comitato Sì riforma, presieduto dal costituzionalista
ed ex vice presidente della Consulta Nicolò Zanon.
Ma andiamo per ordine. Dalle 12 e 40 di mercoledì 18 marzo Mauro Paladini è il
nuovo presidente della Scuola della magistratura. Lui stesso, pochi minuti
prima, ha presentato la sua candidatura in alternativa a quella dell’ormai ex
presidente, e anche dimissionaria dal Comitato direttivo, Silvana Sciarra, a sua
volta ex presidente della Consulta con Zanon come vice. Lo stesso Paladini, già
mentre annunciava le sue intenzioni ai colleghi, aveva postato su Facebook il
video in cui, per tre minuti, invita i cittadini italiani a votare Sì e affronta
una delle questioni più controverse della legge costituzionale, e cioè la
disparità di sorteggio per i componenti togati e per quelli laici del Csm. I
primi estratti a sorte dall’urna tra tutti gli aventi diritto (oltre la sesta
valutazione di professionalità), gli altri votabili da una rosa di nomi formata
dagli stessi parlamentari. Che ci sia un palese squilibrio è evidente. Ma
sentiamo il Paladini, che mentre si prepara a presiedere la Scuola di tutte le
toghe italiane, quelle giovani e quelle già in carriera, quelle conservatrici e
quelle progressiste, nonché quelle per così dire “indifferenti”, non avverte un
disagio nel porsi già come un uomo di parte.
Proprio Paladini, oltre a far parte del Centro studi Rosario Livatino – creatura
del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, da sempre
di Magistratura indipendente, nonché ex deputato di Alleanza nazionale, già
sottosegretario al ministero dell’Interno, sempre con la toga addosso – figura
tra i “fondatori” del Comitato Sì riforma. È sufficiente consultare la pagina
del Comitato sul web per averne conferma. Ma sentiamo “in voce” lo stesso
Paladini. “Sono un professore universitario di diritto privato. Prima di entrare
in università sono stato anche magistrato per circa dieci anni e ho svolto le
funzioni di giudice civile e penale”. E qui dice subito come voterà: “Al
prossimo referendum voterò Sì e penso che debbano votare Sì tutti coloro che
vogliono una magistratura autonoma e indipendente, estranea ai condizionamenti
politici e ideologici”.
Ovviamente libero il professore di esprimere la sua intenzione di voto, ma può
il presidente in pectore di una Scuola per magistrati, a poche ore da una
candidatura su cui sono già stati fatti i conti dei votanti (è finita 6 a 4), in
un clima in cui ogni giorno la premier Giorgia Meloni e il Guardasigilli Carlo
Nordio rimproverano alle toghe di essere iscritte alle correnti, schierarsi
ideologicamente da una parte mentre infuria la campagna elettorale? Conviene
documentare le parole di Paladini su Facebook. A partire proprio dall’annuncio
su come voterà: “Al prossimo referendum voterò Sì e penso che debbano votare Sì
tutti coloro che vogliono una magistratura autonoma e indipendente, estranea ai
condizionamenti politici e ideologici”.
Poi eccolo pronto a vantare le meraviglie del sorteggio che “spezza quel vincolo
che oggi lega i magistrati eletti al Csm con i colleghi che li hanno votati. Fa
sì che gli avanzamenti di carriera e la designazione negli incarichi direttivi
non avvengano più secondo logiche di appartenenza correntizia, ma esclusivamente
sulla base del merito”. Grazie al sorteggio, secondo Paladini, “il componente
del Csm non deve rispondere a una sua base elettorale e non è vero quanto
affermano i sostenitori del No quando dicono che il sorteggio dei magistrati
avverrà su una base amplissima, mentre i laici saranno scelti dalla politica”.
Qui Paladini interpreta la legge costituzionale a suo piacimento. Eccolo
definire “assolutamente identico” il sorteggio per togati e laici. Conviene
riportare le sue parole: “La riforma introduce un sistema di sorteggio sia per i
magistrati sia per i laici assolutamente identico perché in entrambi i casi la
legge ordinaria stabilirà i criteri oggettivi basati su titoli di
professionalità per essere inseriti nell’elenco dal quale avverrà l’estrazione a
sorte”. Non sappiamo ancora quale formula ci sia nei cassetti di Nordio, ma le
parole della legge costituzionale sono chiare. L’articolo 3 recita: “Gli altri
componenti sono estratti a sorte, per un terzo, da un elenco di professori
ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo 15 anni di
esercizio, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento,
compila mediante elezione, e, per due terzi, rispettivamente tra i magistrati
giudicanti e i magistrati requirenti, nel numero e secondo le procedure previste
dalla legge”.
Professori e avvocati non saranno estratti a sorte tra tutti quelli esistenti,
ma da “un elenco” che sarà frutto di accordi politici. Quindi la parità tra
componenti togati e laici del Csm non ci potrà essere. Ma Paladini la pensa
all’opposto. Per lui il metodo del sorteggio “è lo stesso che la Costituzione
prevede per la scelta dei cittadini che integrano la Corte costituzionale nei
giudizi di accusa contro il presidente della Repubblica, per la scelta dei
magistrati che compongono il tribunale che giudica il presidente del Consiglio e
i ministri per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni”. Dunque, a
suo dire, si tratta di “un sistema che la Costituzione ha scelto per l’esercizio
di funzioni di altissima responsabilità e che finalmente viene esteso anche alla
composizione del Csm”. Non si sofferma, il professore, sull’evidente disparità
di selezione tra togati e laici, sorteggio secco per i primi, da una lista
preconfezionata politicamente per i secondi. E arriviamo pure all’appello
finale: “Chi vuole un’autogoverno della magistratura libero dai condizionamenti
ideologici e dalle correnti deve votare sì al referendum del 22 e del 23 marzo”.
Ha parlato così, prima di essere eletto, il nuovo presidente della Scuola
superiore della magistratura.
L'articolo “Votate Sì”: l’appello “imparziale” di Paladini, il nuovo presidente
della Scuola della magistratura voluto da Fdi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il diritto è sotto attacco nel mondo e anche nel nostro Paese. Prevale sempre di
più nello scenario internazionale la legge del più forte, sembra drammaticamente
di essere ripiombati in epoche che pensavamo la storia ci avesse consegnato alla
storia.
Capi di governo e di stato di nazioni potenti che aggrediscono popoli e nazioni
solo per interessi politici ed economici provocando una enormità di morti e
devastazioni terrificanti. Governanti che commettono genocidi deridendo anche i
tribunali internazionali. Capi di governo e di stato che invece di essere
difensori della democrazia iniziano guerre al di fuori del diritto
internazionale e assumono condotte politiche e istituzionali di stampo mafioso e
terroristico. Gli organi preposti alla tutela del diritto internazionale vengono
sempre più piegati dall’abuso del potere dei governi.
Se passiamo dalle tragedie delle guerre e dei genocidi alle vicende italiane,
assistiamo ad un governo e al potere esecutivo e politico che conducono
l’attacco finale alla costituzione per colpire al cuore la magistratura che
rappresenta un baluardo di fronte agli abusi del potere. Quando democrazia e
stato di diritto sono sotto bombardamenti istituzionali così micidiali e la
nostra costituzione è sotto attacco dobbiamo lottare per difendere democrazia e
costituzione. Il popolo ha un grande compito, quello di esercitare la sua
sovranità e di rimuovere gli ostacoli all’attuazione della costituzione. Difesa
e attuazione della costituzione rappresentano una missione etica, civile e
politica.
Nella costituzione è scolpito anche il ripudio della guerra. Se cade la
costituzione nata dalla resistenza al fascismo e quindi come risposta ai più
nefasti abusi del potere, crolla l’ultimo baluardo e scudo all’assalto della
democrazia da parte dei poteri forti, politici ed economici, che non vogliono e
non tollerano alcuna forma di controllo. La stessa presidente del consiglio,
Giorgia Meloni, ha ammesso che chi governa deve essere lasciato libero e
indisturbato nel governare perché saranno poi gli elettori a giudicare il suo
operato e non può essere la magistratura a ostacolare il lavoro del potere
esecutivo.
Siamo alla volontà di cancellazione della separazione dei poteri. Ogni potere
deve invece avere la sua autonomia, ma nessun potere è al di sopra della legge.
E vi devono essere bilanciamenti tra i vari poteri. Questa è la differenza tra
democrazia e dittatura. I nostri governanti vorrebbero, invece, sempre di più
una democrazia solo formale e apparente, in cui votiamo con leggi sempre più
contro Costituzione, in cui la magistratura dovrebbe essere sottomessa al potere
esecutivo perché i magistrati, come affermano dal ministero della giustizia,
sono un plotone di esecuzione, in cui i mezzi di comunicazione non devono essere
liberi e indipendenti.
Con la caduta della separazione dei poteri e la conquista della Costituzione con
leggi fatte su misura di chi abusa del potere, noi avremo un diritto che non
avrà più nulla a che fare con la giustizia, ma sarà solo l’abito per una
democrazia di facciata per legalizzare, in definitiva, la fine stessa della
democrazia. Di fronte all’attacco finale nei confronti della Costituzione
bisogna che ogni persona scelga da che parte stare. Questo vuol dire anche oggi
essere partigiani. Io ho scelto, come sempre, di stare dalla parte della
Costituzione e quindi dalla parte della verità e della giustizia.
L'articolo Referendum, il diritto è sotto attacco anche nel nostro Paese: così
si può essere partigiani oggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La riforma della giustizia è negativa per i cittadini, sia per gli accusati che
le vittime dei reati. Ma anche per noi avvocati che nel processo per il ruolo
che ricopriamo siamo la parte più vicina ai cittadini”. Parla Raffaele Caruso,
avvocato genovese della generazione cresciuta con il Legal Forum per il G8 del
2001 e oggi difensore delle vittime della tragedia del Ponte Morandi.
Una riforma negativa per gli avvocati. Eppure si dice che gran parte della
categoria sia dalla parte del Sì…
Io ho avuto una sorpresa: quando con alcuni colleghi abbiamo deciso di
impegnarci per il No abbiamo dato via a una chat che si chiamava ‘chat
carbonari’. Ma appena l’abbiamo aperta anche ai civilisti abbiamo avuto
un’ondata di adesioni. E anche tra i penalisti contiamo 120 colleghi, con una
camera penale che a Genova ha 300 iscritti.
Partiamo da un processo nazionale, quello del Ponte Morandi in cui lei
rappresenta le persone offese. Perché pensa che per le vittime sia meglio se non
passa la riforma?
È proprio nel processo Morandi che io vedo che la separazione delle carriere non
è necessaria. Anzi. Qui abbiamo avuto un lavoro eccezionale di inchiesta
compiuta dalla Guardia di Finanza sotto la guida della Procura. Abbiamo avuto
una dimostrazione di indipendenza e ancor più di libertà di chi indagava che è
stata una garanzia per le famiglie delle 43 vittime. Mi chiedo cosa sarebbe
stato se gli investigatori avessero dovuto rispondere a qualcun altro.
I sostenitori del Sì sostengono che nella Riforma non è scritto che la
separazione prevede un pm o una polizia giudiziaria sottoposta all’esecutivo.
Questa riforma è un piano inclinato molto insidioso. Disegna un pubblico
ministero con un potere enorme. E sarebbe poi quasi inevitabile porre degli
argini a un’accusa così forte. E gli argini potrebbero arrivare solo dall’alto –
sottoponendo i pm all’esecutivo – oppure dal basso, cioè sottraendo la polizia
giudiziaria alla guida dell’accusa. E affidandola magari all’esecutivo.
Di nuovo: i fautori del Sì dicono che non è scritto nella Riforma…
Tanto per cominciare ci sono stati ministri che lo hanno detto, che hanno
ipotizzato un passaggio della Polizia Giudiziaria, che svolge le indagini, sotto
il controllo dell’esecutivo. E poi è quasi inevitabile. Guardate i fatti: in
tutti i Paesi europei dove c’è la separazione delle carriere, tranne il
Portogallo, alla fine i pm sono finiti sotto il controllo dell’esecutivo. Ma c’è
un’altra considerazione…
Quale?
In tutto il mondo, e l’Italia in questo è in prima fila, c’è un tentativo
politico di rivedere completamente l’equilibrio dei poteri a favore di quelli
che sono espressione diretta della volontà popolare.
E anche della maggioranza che governa, quindi. Ma mi aiuti a capire perché la
Riforma non aiuta i cittadini accusati di reati e quindi anche gli avvocati che
li difendono.
Primo, il pubblico ministero, com’è concepito adesso, non deve soltanto
raccogliere prove di accusa. Deve innanzi tutto cercare la verità. Faccio un
esempio concreto: dopo la chiusura delle indagini e il deposito degli atti,
l’avvocato può chiedere che l’indagato sia ascoltato. E se il pm si rende conto
che l’impianto accusatorio non regge, allora chiede l’archiviazione. Voi non
immaginate quanti processi abbiamo evitato in questa fase… e con questo anni di
fatiche e costi… proprio perché il pm non deve per forza arrivare a una
condanna, ma deve cercare la verità.
Ancora: i sostenitori del Sì dicono che è stato proprio il fascismo a disegnare
una giustizia unitaria, senza carriere separate.
È una ricostruzione falsata. È vero che il fascismo aveva disegnato un sistema
giudiziario unitario. Ma sottoposto all’esecutivo. Poi sono arrivati i padri
costituenti che avevano ancora sulla pelle le scottature della dittatura e hanno
preso quella costruzione e l’hanno capovolta: il sistema giudiziario resta
unitario, ma è interamente sottratto al Governo. Così diventa totalmente
indipendente.
C’è poi la creazione di due Csm. Si dice, per evitare lo strapotere delle
correnti.
L’equilibrio tra i poteri è una costruzione straordinaria e delicatissima, come
il meccanismo di un orologio di precisione. E qui, pezzetto dopo pezzetto, si
rischia di demolirlo. Prendete l’articolo 105 della Costituzione dove sono
indicati i chiodi cui appendere l’indipendenza e la libertà dei giudici da
poteri esterni: l’assunzione, l’assegnazione e i trasferimenti, le promozioni e
le sanzioni disciplinari dei magistrati sono affidate a organismi indipendenti.
La riforma del Csm rischia di rompere quell’ingranaggio delicatissimo: i
componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura non saranno eletti,
ma sorteggiati. Così si rischia di togliere agli eletti la legittimazione e
l’autorevolezza che devono avere.
E la componente laica, cioè politica?
Appunto. Per loro vale un sorteggio temperato, tra nomi indicati dal Parlamento.
Insomma, per giudici e politici valgono regole diverse. Uno per uno si tolgono
quei chiodi che rendono indipendenti i giudici e che sono una garanzia per i
cittadini. Ripeto, sia per gli accusati che per le vittime, come i familiari
della tragedia del Morandi.
Lei dice che la Riforma non conviene nemmeno agli avvocati. Eppure tanti suoi
colleghi sono favorevoli. Perché?
Credo che dovremmo ricordarci che i magistrati – sia i giudici che i pubblici
ministeri – e gli avvocati hanno compiti diversi, ma con uguale dignità. I
magistrati hanno come obiettivo la ricerca della verità, invece gli avvocati
devono affermare l’esistenza del dubbio. Mi spiego: io mi sento garantito perché
so che sia il giudice che il pm non devono condannare, ma, è scritto nel codice,
cercare la verità “oltre ogni ragionevole dubbio”. Mentre l’avvocato deve
dimostrare proprio l’esistenza di quel dubbio. Io faccio sempre la metafora del
salto in alto.
Il salto in alto?
Sì, per i magistrati l’asticella è posta a due metri, è più alta perché
rappresenta la verità. Per gli avvocati è più bassa, un metro e mezzo, perché è
sufficiente dimostrare l’esistenza di un dubbio.
Con questo paragone non rischia di scontentare tanti suoi colleghi?
Niente affatto. Ma dobbiamo soltanto ricordarci che abbiamo ruoli diversi: il
magistrato giudica, l’avvocato chiede in nome del suo assistito. Mi viene in
mente Geordie di De André.
Cosa c’entra De André con i processi?
La canzone racconta dell’innamorata di Geordie, condannato a morte, che implora
i giudici per affermare le ragioni del suo uomo. Questo è il compito degli
avvocati: chiedere in nome di una persona accusata. Tutelarla. Noi avvocati
dobbiamo ricordarci della dignità del chiedere, del far sentire la voce per chi
non può parlare. È un compito essenziale. Non c’è una figura nel processo che ha
più dignità dell’altro. Soltanto magistrati e avvocati hanno compiti diversi. Se
l’avvocato non accetta di aver compiti diversi dal magistrato, resterà sempre un
senso di rivalsa che non sarà mai appagato. Per questo dico: noi avvocati
dobbiamo pensare al nostro lavoro e al destino di chi tuteliamo e se passerà
questa riforma, che rischia di aprire le porte allo strapotere dell’accusa e una
magistratura non più libera e indipendente, i nostri assistiti – siano essi
accusati o vittime – saranno più indifesi.
L'articolo L’avvocato delle famiglie delle vittime del Morandi: “La separazione
delle carriere non serve, questo processo lo dimostra” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Li hanno chiamati bonariamente i “Bansky della magistratura”, perché la loro
seguitissima pagina sociale “Giovani magistrati” non ha nomi e cognomi. È una
scelta non di mancata assunzione di responsabilità, ma una scelta fatta per
“spirito di servizio”. Per loro parlano i post o i video condivisi. Ma per il
Fatto Quotidiano fanno una eccezione e accettano un’intervista tre dei sette
fondatori, tutti trentenni (gli altri quattro nel momento della telefonata hanno
udienza). Maria Teresa Pesca, giudice penale a Prato, racconta che oltre che
colleghi sono amici, hanno condiviso lo stesso concorso, nel 2020.
Una data pesante, “segnata globalmente dalla pandemia, ricorda Giuseppe Lisella,
pm a Marsala, e in Italia anche dal caso Palamara. Stavamo facendo gli scritti,
nel 2019, quando è deflagrato lo scandalo delle nomine. Ma al netto di quelle
derive, prosegue Lisella, va ricordato che la magistratura ha saputo assumere il
suo ruolo di contrasto al terrorismo, alla mafia, alla corruzione. Da qui a
voler buttare via il bambino con l’acqua sporca, come vuole fare questa riforma,
ci passa il mare. Tutti parlano di pressione correntizia e io da giovane
magistrato avrei potuto spaventarmi, ma sono sei anni che faccio il pm e non ho
mai sentito questa pressione, non l’ho nemmeno percepita. Così come non ho visto
magistrati che prendono decisioni perché politicizzati”.
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da Giovani Magistrati (@giovani_magistrati)
È la narrazione per “delegittimare la magistratura” che non va giù a queste
giovani toghe che, un anno dopo l’apertura della pagina social, hanno su
Instagram hanno oltre 50mila follower e diverse migliaia tra Tik Tok e Facebook.
Una delle tante fake news che ”Giovani magistrati” ha smascherato è l’asserita
posizione di Giuliano Vassalli, il padre del codice di procedura penale, a
favore della separazione delle carriere dei magistrati. Almeno così fanno
credere tanti sostenitori del Sì, e così fa credere il ministro della Giustizia
Carlo Nordio che, ogni volta che può, dichiara di essersi ispirato a Vassalli
“eroe della Resistenza”. Invece, i giovani magistrati hanno pubblicato un video
del 2007 intitolato “Vassalli contrario a modifiche costituzionali di sistema”.
Effettivamente in quell’intervista, l’ex ministro della Giustizia ed ex
presidente della Corte costituzionale dice di essere “tra coloro che difendono
la Costituzione vigente… contrario a una riforma globale che cambi radicalmente
il sistema”.
È la giudice Pesca che ci racconta come è nata l’idea di questa pagina social:
con l’avvio dell’iter della riforma costituzionale “abbiamo notato un
accanimento nei confronti della magistratura in generale e anche contro singoli
magistrati che prendevano delle decisioni sgradite. Siamo rimasti attoniti
rispetto non a critiche legittime contro provvedimenti, ma ad attacchi personali
che non erano in connessione con il merito della decisione. E quindi abbiamo
sentito l’esigenza di contrastare queste modalità con un canale che arrivasse ai
non addetti ai lavori”. Una comunicazione, facciamo notare, diversa da quella
dell’Associazione nazionale magistrati. “Noi siamo tutti iscritti all’Anm,
specifica la giudice Pesca, riteniamo che abbia un ruolo fondamentale
soprattutto in questo contesto storico. Semplicemente come giovani magistrati
abbiamo un modo diverso di comunicare. E la pagina social ci è sembrato lo
strumento più adatto per spiegare la riforma costituzionale e anche per creare
un rapporto di fiducia, di trasparenza con i cittadini rispetto al nostro ruolo
istituzionale”.
Ma, aggiunge Paolo Bertollini, giudice civile a Latina, “non è ricerca del
consenso. Per noi è importante che anche di fronte a un provvedimento impopolare
si capisca che c’è trasparenza, correttezza istituzionale da parte di quel
magistrato che ha preso la decisione”. I sette magistrati non appartengono ad
alcuna corrente, ma non è una scelta ideologica: “Noi – spiega Bertollini – non
siamo contrari, solo che finora non ne abbiamo sentito l’esigenza. In ogni caso
su oltre 9 mila magistrati appena 2 mila circa sono iscritti a correnti. Non
sappiamo dove siano tutte queste ‘toghe rosse’ di cui parlano”.
L'articolo Il boom dei “Banksy della magistratura”, in 50mila seguono i “Giovani
magistrati” che si battono contro le fake news su toghe e referendum proviene da
Il Fatto Quotidiano.
di Andrea Spinelli
Questa “riforma” della giustizia che pretende di modificare in un colpo solo
sette articoli della Costituzione Italiana è un pateracchio giuridico a cui è
possibile dire di sì solo in virtù di malafede o confusione. Per la malafede
posso fare ben poco. Ma per provare ad alleviare la confusione posso offrire un
compendio delle tante e cristalline ragioni del no.
Ragioni di merito
Si parla tanto di separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri.
Ma a ben guardare è del tutto evidente che il cuore di questa riforma è lo
smembramento del Consiglio Superiore della Magistratura. La riforma triplica gli
organismi di controllo al vertice dell’ordine giudiziario assegnando a uno
stravagante meccanismo di sorteggio la loro composizione. Perché stravagante?
Perché quello dei membri togati è un sorteggio integrale ‘ndo cojo cojo fra
tutti i magistrati italiani, mentre le componenti laiche verranno sorteggiate da
una lista ristretta redatta dal Parlamento (quindi esponenti accuratamente
scelti dai partiti). Ciò non potrà che aumentare il peso del controllo della
parte politica scientemente selezionata sulla parte giudiziaria resa fragile da
un sorteggio cieco.
La riforma inoltre priva i magistrati di un diritto fondamentale riconosciuto a
tutti i cittadini: quello di contestare presso la Corte di Cassazione un
provvedimento disciplinare ingiusto. Tutto ciò in palese violazione
dell’articolo 3 e dell’articolo 111 della stessa Costituzione.
Triplicando organismi e poltrone la riforma farà anche lievitare la spesa
pubblica, ma soprattutto, all’atto pratico, isolerà il Pubblico Ministero, che
diventerà una figura separata del tutto dalla giurisdizione. In questo modo sarà
assai semplice attirarlo sotto il controllo della politica attraverso leggi
ordinarie. Se non vogliamo scardinare l’equilibrio dei poteri indispensabile
alla sopravvivenza di una vera democrazia dobbiamo votare No.
Ragioni di metodo
La Costituzione è nata attraverso un patto civile trasversale sulle macerie
materiali e spirituali dell’Italia del Dopoguerra. Questo patto è stato stretto
dai padri e dalle madri Costituenti, uomini e donne di idee profondamente
diverse ma accomunati da una preparazione culturale e giuridica solo
paragonabile al loro coraggio. Questi uomini e queste donne, eletti dal popolo
nell’Assemblea Costituente, attraverso un enorme sforzo di confronto e di
sintesi, hanno prodotto una Carta Costituzionale mirabile, ritenuta da tutti un
capolavoro giuridico.
Questo spirito di sintesi e fratellanza democratica, su cui è nata la nostra
Repubblica, è stato calpestato dal processo di approvazione di questa riforma,
nata da un’iniziativa governativa, approdata in Parlamento con un testo
bloccato, approvata senza che fosse possibile modificarla di una virgola. E come
conseguenza di questa manovra efferata, è sotto gli occhi di tutti che la
campagna referendaria sta inesorabilmente lacerando il Paese intorno
all’elemento che ne dovrebbe essere il collante: la nostra Costituzione. Alla
luce di questo, per ripristinare le condizioni minime di coesione civile, è
indispensabile che vinca il No.
Ragioni politiche
Sono tante e gravi. Mi limito a riassumerle. Ovviamente, questa riforma non è
che il primo passo di un progetto più ampio di smantellamento dello stato
liberale, progetto trapelato ad ampi stralci attraverso la contraddittoria
campagna del Sì, che ha goffamente cercato, in una sorta di ingenua dialettica
bicefala, di alternare approcci finto-istituzionali ad attacchi contro i giudici
via via più frequenti, e strumentali fino al ridicolo, attribuendo ai magistrati
le colpe dei fallimenti della politica e cercando di vellicare in tutti i modi
il ventre degli elettori. Ed è proprio qui che dobbiamo essere lucidi noi
cittadini e allontanare il dibattito dal piano intestinale su cui ci vogliono
trascinare per riportarlo su quello dell’analisi razionale del pericolo che
stiamo correndo. Il 22 e il 23 marzo proteggiamo l’Italia: votiamo No.
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L'articolo Perché votare No alla riforma della giustizia: merito, metodo e
politica proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’articolo 11 della nostra Costituzione inizia cosi: “L’Italia ripudia la
guerra”. Di questa norma in tema di referendum sulla Giustizia non si parla mai.
L’attenzione del dibattito sulla separazione delle carriere è tutta concentrata
sugli altri 7 articoli che vengono cambiati. Ma dell’art. 11 non se ne parla
perché, in effetti, non c’entra nulla. O no?
Andiamo con ordine.
– secondo il governo, il Paese versa in una situazione di grave emergenza
soprattutto in tema di pubblica sicurezza;
– a suon di decreti Sicurezza, si offre tutela agli operatori delle forze
dell’ordine che si trovano coinvolti in fatti di cronaca che vengono
puntualmente strumentalizzati dal ministro di turno per la propria propaganda.
Scudi per tutti soprattutto quando i fatti sono gravi. Si offre protezione
politica, economica e giuridica a coloro che sbagliano o possono aver sbagliato
mentre si rimane sordi alle legittime e doverose rivendicazioni della stragrande
maggioranza degli agenti che quotidianamente fanno il loro dovere, rispettando
la legge, per proteggerci: no alle loro rivendicazioni salariali in tema di
straordinari non pagati, no al tempestivo rimborso delle indennità di trasferta,
no al loro diritto di essere formati e preparati come ci impongono Cedu e
Costituzione, no ad una effettiva tutela delle loro condizioni di lavoro, no al
concreto rispetto della loro dignità;
– tutto questo accade in tempo di guerra. Questa, sì, è la vera emergenza.
– il nostro governo partecipa come osservatore al Board on Peace. Manda il
vicepremier Tajani. Di più non può fare perché la nostra Costituzione ci
impedisce di ricoprire un ruolo attivo. L’art. 11, appunto. Lo si dichiara quasi
a lamentarsene. Come a dire ‘mannaggia!’.
Ora abbiamo una nuova guerra già da tempo annunciata che è quella che Trump ha
lanciato contro l’Iran. La situazione internazionale sta diventando sempre più
incontrollata e incontrollabile con effetti devastanti sul piano sociale
economico e ambientale. Una guerra che nessuno ha voluto tranne Trump e
Netanyahu.
La condanna netta di fronte a tutto questo deve essere forte e chiara, ma la
nostra premier si limita a sussurrare la sua astensione e cioè a dichiarare la
sua (cioè nostra) non partecipazione a quegli eventi drammaticamente
catastrofici.
Politica e affidabilità sono purtroppo diventati, in sé e per sé, espressione di
un ossimoro. Abbiamo tuttavia il sempre preziosissimo baluardo dell’art. 11
della Costituzione che ci impedisce di fare scelte scellerate ma, mi duole
dirlo, occorre che venga osservato evitando che si smaterializzi in un semplice
proclama privo di concreti effetti sul nostro pacifico vivere insieme.
A questo punto diventa doveroso chiedersi a chi spetti di tutelarne il valore
concreto imponendolo a tutti, anche con la forza dello Stato. La risposta è
tanto semplice da sembrare ovvia. Spetta alla magistratura, con a capo il
Presidente della Repubblica, con l’aiuto delle Forze dell’ordine.
Il 22 e il 23 “voteremo Sì per ristabilire il primato della politica”: questo ci
sta dicendo la maggioranza di governo attuale. Traiamone le logiche conseguenze,
per favore. Io voterò No, pensando anche all’art. 11 della nostra bellissima
Costituzione.
L'articolo “L’Italia ripudia la guerra”, dice l’articolo 11. Il No al referendum
sulla giustizia serve a difenderlo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Se questa riforma fosse stata attiva quando ho iniziato questa carriera io oggi
farei il giudice civile”, così il procuratore di Napoli Nicola Gratteri
dialogando con Marco Travaglio spiega le ragioni della sua contrarietà alla
separazione delle carriere. Secondo il magistrato si tratta di una riforma
pessima, soprattutto per i più deboli: “Un poveraccio che fa fatica ad arrivare
a fine mese e non si può permettere avvocati di grido, ha bisogno di un Pm
imparziale che sia costretto a fare indagini anche a favore dell’indagato. Per i
potenti non cambierà nulla, i poveracci hanno tutto da perdere”.
L'articolo “Perché No, guida al referendum in poche semplici parole”. Marco
Travaglio dialoga con Nicola Gratteri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando nel dibattito pubblico si parla di referendum sulla giustizia la
discussione è spesso dominata da una narrazione emotiva: si invoca il
riequilibrio dei poteri, si evoca la difesa dei cittadini contro gli abusi, si
promette una giustizia più giusta, più rapida e più controllabile
democraticamente. È un linguaggio intuitivamente convincente ma che, sottoposto
a un’analisi giuridica rigorosa, mostra una fragilità logica evidente.
Il referendum costituzionale non è uno strumento di riforma organica
dell’ordinamento ma è un meccanismo che lascia al sistema, successivamente, il
compito di riassestarsi. Chi sostiene il “sì” al referendum sulla giustizia, al
contrario, sostiene implicitamente che ciò sia sufficiente a correggere problemi
strutturali del sistema giudiziario italiano. È un presupposto, però, che non
regge a una verifica tecnica. La crisi della giustizia italiana non nasce da
singole norme isolate ma da fattori molto più complessi: organizzazione degli
uffici giudiziari, carenza cronica di personale amministrativo, gestione delle
risorse umane, digitalizzazione incompleta, sovraccarico degli uffici,
complessità procedurale e stratificazione legislativa. Pensare che lo strumento
referendario possa incidere su questi fattori equivale a scambiare un intervento
simbolico per una riforma strutturale.
Il referendum da solo non costruisce sistemi. Quando si applica ad ambiti
altamente tecnici, che possono interessare anche il processo penale o
l’ordinamento giudiziario, il rischio di produrre effetti inattesi diventa
quindi elevato. Vi è inoltre un dato istituzionale raramente esplicitato nel
dibattito pubblico: una parte significativa delle criticità strutturali del
sistema giudiziario non dipende affatto da quanto richiesto dal referendum ma
rientra nelle competenze organizzative e amministrative del Ministero della
giustizia. La gestione delle risorse, la distribuzione del personale, le
politiche di digitalizzazione degli uffici, l’organizzazione amministrativa dei
tribunali, financo la vetustà e manutenzione degli edifici e delle
infrastrutture fisiche e l’efficienza del sistema informatico giudiziario sono
ambiti sui quali il potere esecutivo esercita un ruolo diretto.
Molte delle disfunzioni che oggi vengono presentate come conseguenze di assetti
normativi da abbattere tramite referendum sono in realtà problemi di
amministrazione del sistema giudiziario che dipendono in larga misura
dall’azione – o dall’inerzia manifesta – dell’esecutivo e, segnatamente, del
ministero competente. Ignorare questa dimensione e concentrare l’intero
dibattito su alcune norme del processo o dell’ordinamento giudiziario produce
una rappresentazione parziale e infedele del problema.
Il secondo argomento utilizzato nella propaganda referendaria è quello secondo
cui il referendum servirebbe a ristabilire un equilibrio tra magistratura e
cittadini limitando presunti eccessi di potere giudiziario. Anche questa tesi
appare seducente ma è giuridicamente fragile. L’indipendenza della magistratura
non è un privilegio corporativo ma una garanzia istituzionale che tutela i
cittadini contro l’arbitrio del potere politico e amministrativo. Ogni
intervento che incide sull’equilibrio tra poteri deve quindi essere valutato non
in base alla retorica ma agli effetti concreti sull’assetto costituzionale.
Il diritto comparato ci viene in soccorso e ci insegna che le riforme della
giustizia funzionano solo quando sono organiche e inserite in un disegno
istituzionale coerente. Il referendum costituzionale, al contrario, opera con
una logica puntiforme: interviene senza poter costruire la struttura che
dovrebbe sostituirle. È proprio guardando all’Europa che emerge la lezione più
significativa. Negli ultimi anni paesi come la Polonia e molto recentemente la
Serbia, dove negli ultimi giorni si sono svolte manifestazioni – come la
cosiddetta “March for Justice” con migliaia di persone in piazza a sostegno
dell’indipendenza dei giudici e dei procuratori – sono diventati casi
emblematici di riforme giudiziarie presentate come strumenti di
democratizzazione e di riequilibrio istituzionale, ma che nella pratica hanno
prodotto un effetto opposto: l’indebolimento dell’indipendenza della
magistratura.
In Polonia alcune riforme dell’ordinamento giudiziario sono state giustificate
con argomenti molto simili a quelli utilizzati oggi nel dibattito politico
europeo e dalla destra italiana nella campagna referendaria: ridurre il potere
di una magistratura considerata autoreferenziale e rafforzare il controllo
democratico sulle istituzioni giudiziarie. Il risultato è stato l’apertura di
procedure di infrazione da parte della Commissione europea: la Polonia non ha
avuto infatti i fondi del Pnrr e i fondi di coesione, e una serie di decisioni
della Corte di giustizia dell’Unione europea che hanno ribadito un principio
fondamentale: l’indipendenza della magistratura è una condizione strutturale non
negoziabile dello Stato di diritto europeo.
Il punto interessante – e anche inquietante – è che negli ultimi anni si è
consolidato un modello ricorrente di intervento politico sulla magistratura che
non avviene attraverso attacchi frontali all’indipendenza dei giudici ma
mediante modifiche tecniche dell’architettura istituzionale. È ciò che molti
studiosi definiscono “constitutional backsliding through institutional
engineering”: un arretramento dello Stato di diritto ottenuto non abolendo
formalmente le garanzie ma modificando le condizioni concrete del loro
esercizio. Formalmente le garanzie costituzionali restano intatte, ma attraverso
interventi legislativi tecnici si riduce la capacità effettiva delle istituzioni
giudiziarie di operare autonomamente.
Questi esempi, però, non dimostrano che ogni riforma della giustizia sia
pericolosa. Dimostrano qualcosa di molto più semplice: quando si interviene
sugli equilibri tra poteri dello Stato occorre farlo con estrema cautela e con
strumenti normativi adeguati. Il referendum non lo è affatto perché non nasce
per riscrivere l’architettura di un sistema giudiziario. Presentarlo come la
soluzione ai problemi strutturali della giustizia significa trasformare uno
strumento costituzionale preciso in una promessa politica che non può essere
mantenuta, ossia dare ad intendere ai cittadini ciò che non è (mi verrebbe da
dire “ darla a bere” ai cittadini in linguaggio gergale).
Le riforme della giustizia, al contrario, richiedono interventi legislativi
complessi, studi comparati, analisi di impatto e una visione sistemica
dell’ordinamento. Nessun referendum può sostituire questo lavoro.
L'articolo La narrazione emotiva sul referendum non servirà a risolvere i
problemi della magistratura o a limitarne gli eccessi proviene da Il Fatto
Quotidiano.