Se la puntata di Report andata in onda domenica sera avesse una colonna sonora
sarebbe “Attenti al gorilla!” di Fabrizio De André: col quadrumane impegnato a
fare giustizia (a suo modo, certo) di uno Stato iniquo e spietato,
materializzatosi ieri anche nel solito senatore Gasparri che con furia
intimidatrice ha cercato di impedire la messa in onda del servizio monumentale
di Paolo Mondani.
Alla ostinazione con la quale Report continua ad esplorare le connessioni tra
neofascisti, mafiosi, piduisti, apparati atlantisti, politici e stragi del
’92-’94 si potrebbe opporre la “tenuità” dei fatti di allora al cospetto del
nuovo corso dell’antimafia a stelle e strisce che, saltando a piè pari tutta la
complessità di operazioni sotto copertura di falsa bandiera, appoggiate a
personaggi di difficile gestione, in nome della lotta al narcotraffico bombarda
città, ribalta governi, facendo decine di vittime che mai avranno giustizia.
Salvo riconoscere una inquietante continuità tra quel modo di operare e questo,
tanto più impressionante se si consideri la famigliarità ideologica tra i
protagonisti della strategia della tensione in Italia, il cui termine andrebbe
fatto slittare al 1994, e i protagonisti diretti e indiretti (Meloni che
definisce l’operazione di Trump “di autodifesa legittima”) del potere di oggi.
Una famigliarità ideologica che per allora in Italia, come fotografato
efficacemente da Mondani nel servizio “monstre” di ieri, teneva nello stesso
album neofascisti assassini come Concutelli, Delle Chiaie, Bellini,
fascio-mafiosi stragisti come Troia, Rampulla, Gioè, onorevoli missini alla Lo
Porto, una manciata di alti funzionari dello Stato, fino ai Graviano, cioè in
altre parole dal biennio golpista ‘69-’70, passando per l’assassinio del giudice
Occorsio (1976) fino alla mancata strage all’Olimpico di Roma (gennaio 1994) e
che oggi, senza strappi, tiene ancora insieme alcuni di quegli stessi alti
funzionari dello Stato, che manovrano sia dietro che davanti alle quinte per
dirottare il corso degli eventi, mafiosi incarcerati da un silenzio tombale,
politici eredi di quella stagione che oggi hanno in mano le istituzioni
repubblicane. Anche per questo non deve essere derubricata a sciocchezza la
fotografia della presidente dell’antimafia Colosimo sorridente e abbracciata a
Luigi Ciavardini.
Che fare?
Primo: le forze parlamentari di opposizione, che ieri non hanno fatto mancare
parole chiare e tempestive a sostegno della redazione di Report investita dagli
strali di Gasparri, pretendano che la Commissione Antimafia acquisisca
registrazioni e trascrizioni dei colloqui investigativi condotti dal dott.
Donadio nel 2007 con Alberto Lo Cicero e Maria Romeo, e si preparino a chiedere
una puntuale ricostruzione dei fatti relativi, dal 1992 ad oggi, al Procuratore
di Caltanissetta De Luca che nella sua prima audizione aveva sonoramente
annichilito la pista “nera” pronunciando l’iconica frase “Vale zero spaccato!”
(accolta da un sorriso non celato della presidente Colosimo).
Perché quand’anche quei verbali di oltre trent’anni fa e le registrazioni di
quasi vent’anni fa non servissero a provare responsabilità penali nelle
esecuzioni delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, potrebbero quanto meno
illuminare (ancora di più) responsabilità precise nell’avere depistato
(sottraendo, insabbiando, “mascariando” anche onesti funzionari), per impedire
la ricerca stessa della verità su quelle stragi.
Forse quel materiale potrebbe anche far comprendere meglio tanto la tragica
vicenda di Luigi Ilardo, quanto quella grottesca ma non meno grave del gelataio
di Omegna, Salvatore Baiardo, che ha il “merito” di riportarci nel nostro
presente, quello iniziato con il trionfo della destra degli “eredi-al-quadrato”
(del Duce e di Berlusconi), con l’arresto spettacolare di Matteo Messina Denaro
anticipato dalla profezia del Baiardo, con una fotografia apparsa e poi
scomparsa che immortalerebbe insieme Silvio Berlusconi, il gen. Delfino e
Giuseppe Graviano, a causa della quale Baiardo è sotto processo per calunnia
aggravata e con l’oscuramento (temporaneo) di Massimo Giletti.
Secondo: i cittadini italiani vadano in massa a votare no al referendum sulla
riforma Nordio/Meloni, che promette di separare le carriere di pm e giudici,
garantendo maggiore ed agognata indipendenza degli uni verso gli altri: la
vicenda giudiziaria sulla “pista nera” dimostra senza ombra di dubbio che la
riforma Nordio/Meloni è inutile per quel che promette, mentre è un vero assalto
alla Costituzione.
Nella vicenda giudiziaria che si consuma a Caltanissetta infatti abbiamo un
giudice per le indagini preliminari (quelli che secondo Nordio sarebbero
“sdraiati” sulla volontà dei pm) che dal 2022 si oppone alle richieste di
archiviazione della Procura di Caltanissetta, ordinando nuove indagini, mentre
la Procura di Caltanissetta, guidata da De Luca, anziché ubbidire agli ordini
del Gip ricorre in Cassazione, senza dar seguito nel mentre a quanto preteso dal
giudice, meritandosi per questo anche una “diffida a fare” da parte del legale
di Salvatore Borsellino, l’avv. Fabio Repici.
La riforma Nordio/Meloni insomma è una truffa pericolosa, perché non è una
promessa di giustizia per i cittadini, ma di impunità per i potenti.
L'articolo L’inchiesta di Report riconosce una inquietante continuità tra il
potere di ieri e di oggi: due consigli sul da farsi proviene da Il Fatto
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