M ia madre mi racconta sempre che il sogno della mia bisnonna era volare. Nata
nel 1918 in una piccola frazione di Perugia, è morta a novantaquattro anni. E
qualche tempo prima di salutarci si è fatta portare all’Aeroporto dell’Umbria e
ha preso una lezione di volo. Lo stesso desiderio lo ha Tereza che di anni ne ha
settantasette e vive in un Brasile futuribile e autoritario, dove lo Stato ha
deciso che la sua vita non è più produttiva. Una nuova legge, infatti, impone a
tutti gli anziani di ritirarsi in apposite colonie per “restituire ossigeno” ai
giovani.
È questa la premessa distopica da cui muove Il sentiero azzurro (2025), l’ultima
opera del regista brasiliano Gabriel Mascaro. La sua non è una distopia di
violenza esplicita, di sorveglianza panottica o di brutale soppressione del
dissenso. È qualcosa di più perturbante: una biopolitica della vecchiaia, dove
il controllo si esercita attraverso una logica neoliberale di efficienza e
produttività. Se la fantascienza ci ha abituati a futuri ossessionati dal
controllo delle nascite, Mascaro opera un ribaltamento: la sua indagine non si
concentra sull’inizio della vita, ma sulla sua gestione terminale. Gli anziani,
prima lodati per il loro contributo allo Stato (vengono celebrati con medaglie,
le porte delle loro case vengono ornate con giganteschi allori, tanto che Tereza
si chiede “da quando è un onore invecchiare?”), vengono poi gentilmente
accompagnati ai margini perché il loro bilancio metabolico con la società è
ormai considerato passivo.
In questo contesto si inscrive il percorso curioso e accidentato di Tereza che,
dopo essersi ritrovata sotto la custodia della figlia, e quindi impossibilitata
a comprare un biglietto aereo per sé, decide di prendere vie alternative. Per
arrivare a trovare un ultraleggero, deve passare via mare e qui incontra Cadu,
un marinaio che la imbarca clandestinamente. Cadu ha un’andatura claudicante,
manovra il timone con i piedi e sniffa polveri scure. E soprattutto le racconta
la leggenda del “sentiero azzurro”: l’esistenza di una lumaca che lascia una
scia blu cobalto che, se iniettata negli occhi, permette di vedere il proprio
futuro. Mascaro ci mostra il rituale e indugia nel raccontarlo: le gocce che
cadono piano nelle pupille del marinaio, la parte bianca dell’occhio che diventa
di un blu intenso, i sudori, l’agitazione, il corpo che scopre curiosamente lo
spazio intorno a sé, che sembra vedere oltre.
> Quella di Mascaro non è una distopia di violenza esplicita, di sorveglianza
> panottica o di brutale soppressione del dissenso. È una biopolitica della
> vecchiaia, dove il controllo si esercita attraverso una logica neoliberale di
> efficienza e produttività.
Mascaro non ci fa vedere quello che vede Cadu, ce lo fa percepire come se
fossimo dei compagni di viaggio. Il marinaio si lascia andare a confessioni
melense sull’amore, come se una febbre improvvisa o un fulmine l’avesse colpito
nel petto. È completamente altrove. In un mondo che pianifica e controlla il
futuro dei suoi cittadini attraverso dati e leggi, la possibilità di una visione
alternativa rappresenta un’epistemologia della resistenza, un modo di conoscere
il mondo che sfugge alla catalogazione e al controllo. Mascaro riesce a
rappresentare, senza retorica, il cortocircuito tra tardo-capitalismo e pensiero
magico.
C’è poi una breve sequenza in cui vediamo, lungo il fiume, un’enorme distesa di
pneumatici, accatastati uno sopra l’altro, è un paesaggio postantropocene: la
natura che torna alla natura quando non è più utile. Cadu spiega che per fare le
gomme serve il lattice dell’albero che viene estratto dalle foreste, ma una
volta che la gomma è consumata e non ha più nessun utilizzo, viene rispedita al
mittente (Tereza commenta “il problema del male è che visto da lontano sembra
quasi bello”); il risultato è un’immagine spettrale e affascinante, mesmerica,
in cui si confonde sempre di più il confine della realtà che ci circonda.
Il suo viaggio lungo il Rio delle Amazzoni non è solo una fuga geografica, ma
una discesa in una dimensione ecologica e simbolica. Come nota Marianna Lucia Di
Lucia in un pezzo uscito su Fata Morgana, Mascaro istituisce un parallelismo
cruciale tra la condizione di Tereza e quella della natura stessa, “entrambi
corpi sfruttati e vampirizzati dal sistema industriale”. L’Amazzonia, nel film,
non è una semplice ambientazione, ma una coprotagonista. È un organismo vivente,
pulsante, ma allo stesso tempo ferito, depredato, una risorsa da gestire e
ottimizzare secondo la stessa logica che governa i corpi umani. Ricongiungendosi
al fiume, Tereza compie un atto di solidarietà implicita con un altro grande
“improduttivo” agli occhi del capitalismo estrattivo.
Mascaro si sa muovere sul margine sottile e impervio della rappresentazione del
rapporto tra essere umano-natura, non ci sono grandi campi, vedute a volo
d’uccello o droni stucchevoli, non c’è una spettacolarizzazione dell’Amazzonia,
lo sguardo del regista è sempre su Tereza o sul binomio Tereza-foresta come un
tutt’uno. La camera segue il percorso della sua protagonista cercando di
rimanere sempre all’altezza della donna, non ha uno sguardo d’insieme sul
circostante ma è come se mettesse insieme i pezzi di un puzzle, piano piano e
senza la presunzione di arrivare a un’immagine completa. “Ho cercato di
rappresentare un’Amazzonia contemporanea in cui è possibile confrontarsi con le
contraddizioni del presente e l’appropriazione del capitalismo all’interno di
queste foreste” dice in una recente intervista Mascaro.
> L’Amazzonia, nel film, non è una semplice ambientazione, ma una
> coprotagonista. È un organismo vivente, pulsante, ma allo stesso tempo ferito,
> depredato, una risorsa da gestire e ottimizzare secondo la stessa logica che
> governa i corpi umani.
La struttura del film si modella così su quella di un anomalo e inverso coming
of age. Non è l’ingresso nell’età adulta a definire la trasformazione della
protagonista, ma l’uscita da un’intera vita di ruoli sociali codificati – madre,
lavoratrice, cittadina obbediente – per riscrivere da zero la propria identità.
Se l’adolescente cerca il suo posto nel mondo, Tereza cerca un mondo al di fuori
del posto che le è stato assegnato. È un processo di de-socializzazione, di
sottrazione. Per essere libera, deve prima di tutto smettere di essere ciò che
la società si aspetta da lei: “Raramente vediamo gli anziani ribellarsi al
sistema”, racconta Mascaro in un’intervista uscita per Variety, “è come se la
ribellione fosse appannaggio esclusivo dei giovani”. La ribellione di Tereza
rifiuta l’essenza di “anziana improduttiva” per riappropriarsi di quella,
universale, di essere umano desiderante.
Una rivoluzione che Mascaro fa partire dal corpo. “Negli ultimi dieci anni ho
maturato una riflessione sul modo in cui il cinema rappresenta l’invecchiamento
del corpo”, continua il regista, “ho constatato quanto spesso i corpi anziani
fossero legati a una certa nostalgia per la vita. […] Non era mai un corpo
presente, e questo ha cominciato a darmi fastidio”. Il cinema, e con esso la
cultura occidentale, ha a lungo negato al corpo anziano la sua dimensione
presente, relegandolo a due narrazioni principali: quella del contenitore di
memorie, uno scrigno di un passato vissuto da contemplare con malinconia, o
quella del corpo medicalizzato, un insieme di funzioni in declino da assistere e
curare. In entrambi i casi, è un corpo privato di agency, di desiderio, di
futuro. Il corpo di Tereza frantuma questa iconografia. È un corpo che abita
ostinatamente il presente, che sente, che soffre, e soprattutto, che desidera.
La sua fuga non è un ritorno nostalgico a un tempo perduto, ma una spinta
propulsiva verso un’esperienza ancora da vivere.
Dopo una notte sulla barca, Tereza riesce a trovare l’ultraleggero e il suo
instabile pilota che le promette per giorni e giorni che avrebbe aggiustato il
mezzo per portarla finalmente in cielo. Qui il film vira. Tereza capisce che non
c’è speranza per il suo volo, torna a casa, ma ormai non può accettare di essere
spedita nelle colonie. Quindi scappa di nuovo, torna verso il fiume e lì
incontra Roberta, una marinaia che vive vendendo Bibbie elettroniche. Tereza
scopre un altro modo di vivere e intesse un legame profondo, spirituale quanto
fisico, con la donna (le vediamo viaggiare, bere, lavorare, danzare insieme).
Fin quando appare un’altra lumaca dalla scia blu, e questo è il momento di
passaggio fondamentale per il personaggio di Tereza: da osservatrice passiva
(quasi disinteressata, e con un obiettivo fisso: volare prima che sia troppo
tardi) passa all’azione.
> La struttura del film si modella così su quella di un anomalo e inverso coming
> of age. Non è l’ingresso nell’età adulta a definire la trasformazione della
> protagonista, ma l’uscita da un’intera vita di ruoli sociali codificati per
> riscrivere da zero la propria identità.
È lei che introduce Roberta alla sostanza allucinogena, vuole fare parte di
quell’esperienza, non crede più che il volo sia una breve parentesi della sua
vita prima di essere spedita nelle colonie. Ormai non può più aderire a quel
ruolo. La sua traiettoria è cambiata perché è cambiato il suo desiderio. Non c’è
aderenza a un modello consolatorio. Il desiderio iniziale di Tereza, volare su
un aereo, è sì, il motore evidente della trama, l’obiettivo a cui noi spettatori
ci aggrappiamo. Eppure, il film sabota deliberatamente questa aspettativa.
L’opera di Mascaro non è un film su come raggiungere un obiettivo, ma su come il
desiderio si trasforma durante il viaggio e come può cambiare anche in una fase
della vita come la vecchiaia, che è sempre proiettata verso il passato e mai
verso il futuro. Le relazioni che Tereza intesse, l’incontro con una prospettiva
di vita completamente diversa incarnata da Roberta, l’esperienza sensoriale del
fiume, diventano più importanti della meta finale. L’invito del regista è quello
di “danzare” e, in effetti, vediamo le due donne danzare insieme, sfiorarsi,
toccarsi, ridere, appropriarsi del proprio spazio di libertà attraverso i loro
corpi.
Alla fine, dunque, che Tereza voli o meno su un aereo diventa quasi irrilevante.
Il film di Mascaro si rivela così non solo una riscrittura del desiderio dei
corpi anziani, ma una riflessione radicale su cosa significhi vivere al di là
della metrica dell’utilità. In un’epoca e in un mondo che ci vuole perennemente
performanti, Il sentiero azzurro ci ricorda che la forma più autentica di
esistenza potrebbe risiedere proprio in quel desiderio che non produce nulla, se
non la magnifica, irriducibile, scoperta di un altrove.
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I l 15 di novembre decine di migliaia di persone marciano per le strade della
città brasiliana di Belém, in Brasile, dove è in corso la trentesima conferenza
dell’ONU sul clima (COP, Conference of the Parties). L’hanno chiamata la COP del
popolo, la COP dell’Amazzonia, la COP delle popolazioni indigene. C’è del vero
in questo, dal momento che gli attivisti hanno occupato numerosi spazi della
città e, in varie forme, hanno fatto di tutto per farsi ascoltare. È la COP del
popolo, ma gran parte del popolo è fuori dai cancelli della Zona blu, sede dei
negoziati, e, soprattutto, è lontano dai metal detector e dalle pareti
bianco-grigie della COP ufficiale che i popoli possono lanciare i propri
messaggi di rabbia e disperazione. È la controCOP del popolo, che ha dovuto
ritagliarsi i suoi spazi.
In manifestazione le rivendicazioni scritte con cura sui cartelloni, sugli
striscioni e sulle magliette sono variegate: “Non esiste il capitalismo verde:
Amazzonia viva, popolo forte”; “Agro è veleno”; “Protezione animale mondiale”;
“Il sistema deve cambiare”; “Hanno rubato le nostre terre e ora vogliono rubare
il nostro futuro”. Un cartellone verde mi colpisce più degli altri: “Il Rio
Tapajós chiede soccorso”. È tenuto alle due estremità da due giovani donne
indigene, entrambe truccate nella maniera tradizionale, ferme immobili fra il
caos di persone che occupa la strada. Alle persone che le fotografano indicano
la propria maglietta bianca: “Mulheres indigenas As Karuana”. Le parole scritte
sul loro cartellone mi si fissano in testa, e ancora vi rimangono, perché
risuonano con le lacrime di una donna con cui ho parlato qualche giorno prima
nel quartiere periferico di Guamá. Indicando la propria casa fatta di palafitte
e travi di legno, l’immondizia disseminata per terra e suo figlio, aveva detto:
“Continuiamo a chiedere aiuto, ma nessuno ci ascolta. Vi prego, aiutateci”.
Immagino che queste tre donne non si conoscano, ma le loro parole tessono un
filo che le unisce e che unisce la resistenza indigena alla resistenza di coloro
che abitano i quartieri più poveri e dimenticati.
Tuttavia, se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di
questa COP a far sentire la propria voce, gridando più forte del silenzio gelido
emanato dalla Zona blu, dall’altro il grande evento climatico dell’anno invadeva
la città, portando miglioramenti estetici e strutturali, turismo, denaro, mentre
chi abita le zone più povere e in difficoltà è rimasto ai margini, escluso dalla
maggior parte dei dibattiti. Forse è questo il più grande fallimento della COP,
come accade a tanti grandi eventi. L’importanza degli spazi che l’evento va a
occupare viene narrata solo a livello geopolitico, geografico, ambientale, e non
chiama a consulta la maggior parte delle persone che quegli spazi li camminano
ogni giorno, le persone che chiamano casa quella città o quello Stato. In questo
caso, persone che vivono ogni giorno gli effetti dei cambiamenti climatici.
La manifestazione del 15 novembre 2025 fuori dal mercato di São Brás, Belém
(fot. Sophia Grew).
La “COP dei popoli”
André Corrêa do Lago, il presidente della COP30, ha parlato del grande evento
usando il concetto braziliano di mutirão, assimilabile allo spagnolo minga:
definisce il lavoro di una comunità che si riunisce per lavorare a uno scopo
comune, generalmente per il bene di tutti, senza compenso economico ma per il
supporto reciproco. Mutirão è una parola originaria della famiglia di lingue
indigene tupí-guaraní e il presidente della COP30 ha voluto usarla per invitare
il mondo a mobilitarsi in maniera collettiva nell’azione contro i cambiamenti
climatici: “Condividendo questa conoscenza ancestrale e la tecnologia sociale,
la presidenza della COP30 invita la comunità internazionale a unirsi al Brasile
in un mutirão globale contro i cambiamenti climatici, uno sforzo globale di
cooperazione fra popoli per il progresso dell’umanità”. Ma bastava passare fuori
dai cancelli della Zona blu, fra le persone benvestite che si scattavano foto di
gruppo e selfie davanti alla scritta “Cop30”, per sentire che il vero mutirão,
la vera minga, non stava avvenendo lì. E forse non stava avvenendo neanche nella
Zona verde o nella Free zone. Negli auditorium delle università, leader indigeni
e attivisti raccontavano la lotta per proteggere i propri territori, in Brasile,
Ecuador, Perù e Colombia ma anche in angoli più lontani del mondo.
> Se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a
> far sentire la propria voce, dall’altro il grande evento climatico dell’anno
> ha portato turismo e denaro, mentre chi abita le zone più povere della città è
> rimasto ai margini, escluso dai dibattiti.
Gli occhi del mondo si sono rivolti ai popoli indigeni arrivati fino a Belém,
vestiti da capo a piedi con i loro abiti tipici, una rivendicazione della
propria cultura che partiva dalla propria presentazione estetica. Il governo
brasiliano ha organizzato un villaggio, Aldeia, per accogliere le popolazioni
indigene di tutto il mondo durante la conferenza, allestita in una delle sedi
dell’Università federale di Pará. Alla serata di apertura alcuni gruppi di
persone indigene, fra cui famiglie intere, hanno inaugurato lo spazio con danze
e canti. Intorno, una schiera di fotografi li circondava. Alla fine, in effetti,
la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena della storia,
con almeno tremila rappresentanti. “Finora, il numero massimo è stato di 350
indigeni provenienti da tutto il mondo, alla COP21 di Parigi nel 2015 e anche
alla COP28 di Dubai. Ora stiamo richiedendo, insieme alla presidenza della COP,
la partecipazione di 500 indigeni dal Brasile e 500 indigeni da tutte le altre
parti del mondo. In altre parole, stiamo parlando di mille indigeni accreditati
nella Zona blu”, aveva affermato Sonia Guajajara, ministra dei Popoli indigeni
del Brasile.
Dunque, solo una parte delle persone indigene presenti ha potuto effettivamente
accedere all’area dei negoziati. Una mattina osservo una famiglia avvicinarsi
alle transenne che separano il cortile dalla Zona blu, con i metal detector, le
pareti bianco-grigie e le luci al neon. Il padre indossa un copricapo di piume.
Si avvicina alle guardie che sorvegliano l’ingresso, ma viene rimandato
indietro: non ha un pass per entrare. L’uomo comprende, non protesta, ma tira
fuori il telefono dalla tasca e scatta una foto alla scritta: “Welcome to
COP30”.
Gli occhi del mondo, dunque, si sono rivolti a quelle popolazioni che vivono a
stretto contatto con l’ambiente naturale e che percepiscono, soffrendole, le sue
alterazioni. Spesso la cosmovisione e la spiritualità di questi popoli ha un
legame essenziale con i fiumi, le montagne, i boschi, il sole, la luna; ma,
soprattutto, i popoli originari vivono di questi elementi stessi. Se utilizzano
l’acqua dei fiumi per bere, per lavarsi, per cucinare, nel momento in cui il
fiume viene contaminato dal petrolio, perdono la loro principale forma di
sussistenza. Ad esempio, gli sversamenti di crudo nelle zone amazzoniche sono
tanti e ognuno di essi finisce per impattare sulla salute e sull’economia
familiare delle comunità che vivono vicino ai pozzi e ai tubi che trasportano il
petrolio. Nonostante l’esplicita decisione del governo brasiliano di mettere le
popolazioni indigene al centro di questa COP, non tutti coloro che partecipano
si sentono ascoltati e giustamente rappresentati. Nei confronti dei negoziati
percepisco un generale senso di sfiducia, e a ragione, dal momento che il
sistema di pressione e trasparenza implicito in accordi come quelli di Parigi
del 2015 ha dimostrato la sua fallibilità: gli Stati non hanno rispettato le
promesse sottoscritte. Le temperature globali continuano a innalzarsi e chi vive
in Amazzonia ne percepisce da tempo le conseguenze.
E, soprattutto, nemmeno a livello locale le popolazioni impattate hanno visto
miglioramenti. “Veniamo qui per ascoltare”, mi dice un leader indigeno della
nazionalità Shuar dell’Ecuador, mentre si accinge a varcare l’ingresso della
Zona blu. “Sappiamo che quello che diranno ci riguarda e ci impatta, dunque
veniamo per ascoltare e per comprendere”. A tutti chiedo la stessa cosa: se
sentono che la loro presenza qui possa avere un impatto. E tanti rispondono che
dentro i negoziati non c’è speranza, ma che fuori, fra comunità e attivisti, si
può smuovere qualcosa. “A volte torniamo a casa con la sensazione che siamo
stati qua, ma non è cambiato nulla, non cambierà nulla nel sistema e ancora una
volta torneremo alla vita di sempre”, mi dice un attivista. Da trent’anni lotta
contro le estrazioni petrolifere nella sua comunità e ha l’aria stanca.
> In effetti, la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena
> della storia, con almeno tremila rappresentanti.
Un partecipante su 25 nella COP30 rappresenta l’industria dei combustibili
fossili, stando a un’analisi della coalizione Kick Big Polluters Out (KBPO), per
un totale di 1600 lobbisti del fossile. Il Paese che ha una delegazione più
folta è il Paese ospitante, il Brasile. D’altronde, gli ultimi tre vertici erano
stati ospitati da Stati petrolieri: Azerbaijan, Emirati Arabi Uniti ed Egitto,
con un record di 2456 lobbisti di olio e gas presenti alla COP28. E ancora, una
ventina di giorni prima dell’inizio della conferenza climatica in Brasile, le
autorità hanno rilasciato alla compagnia petrolifera Petrobras una licenza per
perforare un pozzo esplorativo nel bacino di Foz do Amazonas, la foce del Rio
delle Amazzoni. Questa è l’area geografica in cui il fiume più lungo del mondo
sfocia nell’Oceano Atlantico; è un luogo ricco di biodiversità ed è la casa di
diversi popoli indigeni. Martedì 11 novembre un gruppo di persone indigene
valica i cancelli e la sicurezza della Zona blu, rompendo una barriera simbolica
piuttosto importante. Il venerdì della stessa settimana, una cinquantina di
persone della popolazione Munduruku protestano bloccando pacificamente
l’ingresso ai negoziati. Dopo qualche ora, non vi è traccia di loro, ma davanti
alla Zona blu marciano le forze dell’ordine, mentre volontari del WWF
distribuiscono ventagli.
Alcune manifestanti il 15 novembre: «Amazzonia libera da petrolio e gas»,
«Delimitare i territori è combattere i cambiamenti climatici», Belém (fot.
Sophia Grew).
Qualcun altro mi fa notare che esistono spazi di condivisione e di creazione di
soluzioni, come la Cupola dos povos, la People’s summit, dove si può provare una
sensazione del tutto diversa. Nei giardini e nelle aule dell’Università che
ospita il controevento si respira il confluire di numerose lotte. Oltre
cinquemila persone e duecento imbarcazioni hanno riempito il fiume Guamá durante
la Barqueata di inaugurazione e oltre venticinquemila persone si sono registrate
per partecipare a dibattiti, seminari, eventi. Nella dichiarazione finale, le
istanze emergono con chiarezza. No alle false soluzioni del mercato, perché
“aria, foreste, acqua, terra, minerali e fonti di energia non possono essere
proprietà privata”. E ancora: “Chiediamo la partecipazione e la leadership dei
popoli nella costruzione di soluzioni climatiche, riconoscendo il sapere
ancestrale”. Chiedono dunque la fine dei combustibili fossili, il sostegno
all’agroecologia, i diritti territoriali degli indigeni, città senza
segregazione e razzismo ambientale, e che finalmente cessi il dominio delle
grandi aziende multinazionali. È una lotta che non aspetta, ma che si organizza,
punta il dito contro i responsabili e propone soluzioni eterogenee, il vero
mutirão di questa COP30.
Silenzio in periferia
“Chiediamo la lotta contro il razzismo ambientale e la costruzione di città e
periferie vivibili attraverso l’attuazione di politiche e soluzioni ambientali.
L’edilizia abitativa, i servizi igienico-sanitari, l’accesso e l’uso dell’acqua,
il trattamento dei rifiuti solidi, il rimboschimento e l’accesso alla terra e ai
programmi di regolarizzazione fondiaria devono tenere conto dell’integrazione
con la natura”. È uno dei punti della dichiarazione finale del People’s summit.
Le periferie cittadine hanno preso poco spazio sui media, anche se molte persone
si sono attivate a riguardo ed erano presenti sul territorio a Belém. La
narrazione di questa COP ha giocato molto intorno ai concetti di “centro” e di
“periferia”: è la prima conferenza sul clima che si tiene in Amazzonia, il
polmone del mondo, una delle zone più fragili e più importanti per la
regolazione delle temperature, troppo spesso lasciata da parte e dimenticata.
Qui, al centro del globo, dopo anni di silenzio convergono a una COP coloro che
sono marginalizzati. È la COP delle periferie del mondo, al centro del mondo.
Ciò che è centro e ciò che è periferia si scambiano, per una manciata di giorni,
a Belém. In realtà, appunto, il distacco fra le istanze popolari e ciò che
avviene nei negoziati sembra prevalere, e questa distanza pare ancora più forte
per quanto riguarda le periferie, che non trovano nei media e nella discussione
pubblica lo stesso spazio trovato dalle comunità indigene.
Eppure, l’Amazzonia non è solo una terra naturale di popolazioni originarie,
palme, fiumi e cascate. In Amazzonia oggi ci sono grandi città, come Belém,
nella cui area metropolitana vivono due milioni e mezzo di persone: la maggior
parte di loro vive in baraccopoli. Qui, i cambiamenti climatici da tempo
impattano la vita quotidiana. In occasione della COP il governo dello Stato del
Pará ha avviato progetti infrastrutturali per lo sviluppo urbano e per
accogliere i turisti, come il Parque da cidade, Parco della Città,
cinquecentomila metri quadrati con museo, ristoranti, percorsi pedonali e
ciclabili. Un primo punto critico è che il progetto è in mano al gigante
minerario Vale, responsabile di due disastri ambientali: nel 2015 e nel 2019
erano crollate le dighe di scorie nello Stato di Minas Gerais, causando la morte
291 persone e contaminando i fiumi per centinaia di chilometri. Inoltre, anche
se il parco dopo la COP diventerà un luogo pubblico, il rischio di queste
innovazioni urbane è che finiscano per contribuire a un generale aumento dei
prezzi, quindi escludendo i ceti popolari.
> Gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature
> globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo
> le conseguenze.
Già in passato l’espansione della città non è stata neutrale, ma ha
prioritizzato gli interessi del mercato immobiliare, relegando le classi meno
abbienti in zone fatiscenti. C’è il rischio che anche gli abbellimenti portati
dalla COP attraggano nei quartieri investimenti e abitanti più ricchi,
innescando il meccanismo di espulsione dei ceti bassi che è tipico della
gentrificazione. Sta già succedendo. “Sebbene l’inflazione in Brasile e a Belém
non sia significativamente diversa (rispettivamente 4,68% e 4,87% su 12 mesi),
le voci dalla COP30 raccontano una storia diversa. I prezzi degli alloggi in
Brasile, ad esempio, sono aumentati del 10,33%, mentre l’aumento a Belém ha
raggiunto il 19,17% nello stesso periodo”, riporta Valor International. Chi non
ha già un contratto di affitto a lungo termine dovrà sottoscrivere un contratto
che sarà inevitabilmente influenzato da questo andamento dei prezzi. In poche
parole, le case sono già diventate più care per i residenti di Belém.
Un’altra infrastruttura figlia della COP30 è il nuovo mercato di São Brás. È
stato ristrutturato per la COP30 e ora ha un aspetto nuovo e moderno, con le
pareti tutte bianche. Perfetto per accogliere i turisti. Qui c’è la sensazione
che il grande evento climatico stia portando cose buone, principalmente
ricchezza. Anche nei dintorni, addentrandosi nel quartiere di Guamá, uno dei più
grandi e popolosi della città, si sente dire che la città è migliorata. Canali
che un tempo erano pieni di immondizie sono adesso ben costruiti e non gettano
più un cattivo odore tutt’intorno. Ma più mi addentro nel quartiere, più le case
intorno a me si fanno povere, più mi si appiccica addosso un senso di abbandono,
riflesso dalle parole delle persone che incontro. Proprio quando imbocco uno dei
primi vicoli che porta verso le case di legno costruite su palafitte, là dove
l’acqua lambisce le porte delle case portando con sé immondizie e malattie,
proprio addentrandomi in questa zona incontro un signore che mi dice che sì, la
COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora cambiato niente”. Alla
prossima pioggia, tutto il quartiere si allagherà. Anche le strade principali
saranno coperte d’acqua, le moto ci sfrecceranno dentro, quasi del tutto
sommerse. Le case di legno sulle palafitte, dove vive la parte più povera della
popolazione, si inonderanno e, ancora, l’acqua sporca trascinerà con sé
bottiglie di plastica, tappi, batteri.
Uno scorcio della parte più periferica del quartiere di Guamá, Belém (fot.
Sophia Grew).
È da tempo che le classi più povere, relegate nelle periferie da meccanismi di
questo tipo, soffrono i cambiamenti climatici. A questo proposito, cinquanta
collettivi e mille leader comunitari di São Paulo hanno firmato la “Lettera di
impegno – Periferie per il clima”, denunciando gli impatti ambientali sofferti
nelle periferie e proponendo soluzioni; hanno portato le loro analisi e le loro
istanze alla COP30. “Nel corso degli anni, queste comunità hanno vissuto
tragedie causate da piogge intense, inondazioni e smottamenti. Se già prima
questi disastri compromettevano le condizioni di vita delle persone, facendo
loro perdere i propri beni e persino le proprie abitazioni, oggi hanno un
impatto anche sulla loro salute fisica e mentale”. È dunque necessario che i
cittadini siano coinvolti nelle decisioni che riguardano il loro territorio.
E poi non ampliare le discariche nei quartieri più poveri, responsabilizzare le
imprese che inquinano, migliorare la gestione dei rifiuti, l’educazione
ambientale, l’edilizia popolare e i servizi igienico-sanitari di base. Scrivono:
“Ci sono già morti nei quartieri per questioni ambientali. La leptospirosi, la
dissenteria e la polmonite sono diventate frequenti e la nostra salute mentale
sta crollando. Non può essere altrimenti per chi convive con fogne a cielo
aperto e inquinamento dell’aria e dell’acqua. A questo si aggiunge il problema
cronico della gestione dei rifiuti: inceneritori che avvelenano l’aria con gas
tossici, discariche che contaminano il suolo e le falde acquifere, senza alcun
tipo di pianificazione ambientale né attenzione per le popolazioni vicine.
Questa politica di abbandono trasforma i nostri territori in zone di sacrificio,
dove la vita della popolazione vale meno dei profitti delle aziende e della
negligenza del potere pubblico”.
> Quando imbocco uno dei vicoli che portano verso le case di legno dove l’acqua
> lambisce le porte portando immondizie e malattie, incontro un signore che mi
> dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora
> cambiato niente”.
La mobilitazione che è avvenuta in occasione della COP30 è forte, tocca dritto
al cuore. Ciò che avviene dentro i negoziati, ad esempio il fatto che il testo
finale non menzioni affatto una strada per l’abbandono progressivo dei
combustibili fossili, non stupisce e sembra perdere di importanza. Ma nei
quartieri e nelle foreste, le persone e i fiumi lanciano comunque grida di
aiuto. I quartieri si inondano e si ammalano. Nella biodiversa Amazzonia che ha
ospitato l’evento continuano le estrazioni petrolifere e la terra continua a
essere contaminata da quello stesso petrolio che, bruciando, contribuisce al
riscaldamento globale. Per quanto valorosa, questa lotta a oggi non basta a far
cambiare rotta ai governi e alle multinazionali: le persone impattate dovranno
essere coinvolte affinché non si trovino a chiedere, ancora una volta, aiuto. I
decisori chiusi dentro alla Zona blu devono aprire le porte o, ancora una volta,
toccherà entrare con la forza.
L'articolo Belém: voci fuori dalla COP30 proviene da Il Tascabile.