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Il suono del Brasile
I l Brasile è la terra di quelle parole bellissime sia nel suono che nel significato, ma di difficile traduzione in lingue e contesti diversi. Saudade è l’esempio più famoso, ma anche cafuné, cioè il gesto di passare le dita tra i capelli della persona amata, e gambiarra che riassume l’arte di arrangiarsi in maniera creativa, trovando soluzioni efficaci con i mezzi che si hanno a disposizione. Personalmente credo che quest’ultima sia anche la risposta migliore alla domanda: che suono fa il Brasile oggi? Perché gambiarra, in senso figurato, significa anche dare nuova vita a qualcosa di già usato, ricreare gli oggetti, improvvisare qualcosa. Ma per capirlo bene dobbiamo partire da lontano. Un soft power perduto? Il Brasile è soprattutto uno dei rari casi in cui la musica non è solo un prodotto culturale, ma una vera e propria infrastruttura d’identità che ha saputo raccontare la posizione del Paese nel mondo. Mentre le grandi potenze anglosassoni hanno costruito la propria influenza culturale attraverso l’industria dell’intrattenimento globale, il Brasile ha saputo imporre un suono proprio da una condizione di periferia. Come suggerisce il critico e professore Lorenzo Mammì, profondo conoscitore del Brasile e della sua cultura, la triade composta negli anni Cinquanta e Sessanta da João Gilberto, Pelè e Oscar Niemeyer ‒ dunque bossa nova, calcio e architettura ‒ incarnava perfettamente una modernità fluida, leggera e allo stesso tempo complessa che lasciava intravedere una comunicazione affascinante del Paese verso il resto del mondo. Oggi, a distanza di tanti anni, cosa ne è di quel soft power? > Il Brasile è soprattutto uno dei rari casi in cui la musica non è solo un > prodotto culturale, ma una vera e propria infrastruttura d’identità che ha > saputo raccontare la posizione del Paese nel mondo. In un articolo su Revista UBC la giornalista Kamille Viola, a proposito di questo tema fa notare che il Brasile è ancora oggi uno dei pochi Paesi a consumare più musica prodotta a livello nazionale rispetto a quella proveniente dagli Stati Uniti. Segno di un profondo legame identitario ma anche di un potenziale verso il mercato estero ancora inespresso. Per il ricercatore musicale, antropologo e professore alla Pontificia Universidade Católica do Rio de Janeiro Miguel Jost, inoltre, questa peculiarità è insita nella cultura stessa del Paese più vasto del Sud America: > Quasi nessun Paese con una storia socioeconomica simile alla nostra è riuscito > a creare tanti generi musicali rilevanti e producendo un enorme senso di > appartenenza interna, la musica ha creato soprattutto una sorta di interfaccia > del Brasile percepita dal mondo. Quando il mondo pensa al Brasile è chiaro che > appaiono molti elementi come le feste popolari, il calcio, ma è stato nella > musica che questa identità è stata definita in modo più preciso, continuo e > con la capacità di generare un dialogo forte con il resto del mondo. Dunque, se brani come Garota de Ipanema di Antônio Carlos Jobim e Vinícius de Moraes sono diventati standard globali della musica del Ventesimo secolo e se, nonostante la repressione della dittatura militare degli anni Sessanta e Settanta, il movimento Tropicália ha avuto un impatto importante e duraturo sulla musica mondiale, consolidando il Brasile come laboratorio culturale globale, cosa ci racconta la scena musicale contemporanea? Tiny Desk Brasil Una delle immagini che ci aiuta a rispondere alla domanda è quella di un ufficio di Google a San Paolo trasformato in una sorta di confessionale acustico che porta la vecchia e la nuova scena musicale brasiliana su un palcoscenico mondiale. Quando Tiny Desk ha aperto la sua filiale brasiliana a ottobre 2025, infatti, non ha semplicemente esportato il fortunato format della NPR (National Public Radio) creato da Bob Boilen e Stephen Thompson, ma ha certificato il Brasile come territorio musicale da ri-scoprire, dopo Giappone e Corea del Sud. La formula è identica: si suona live, in uno spazio ristretto tra scaffali e scrivania di un ufficio a prescindere dal numero di musicisti presenti. La prima esibizione 2026 di Tiny Desk Brasil è stata tra le più significative finora, con Gilberto Gil e i suoi nipoti, Flor e Bento, in un incontro intimo e familiare che, attraverso classici come Tempo rei e Se eu quiser falar com Deus, ha aiutato a raccontare l’eredità artistica di Gil alle nuove generazioni. L’aspetto più meritorio della versione brasiliana è infatti proprio quello della continuità tra passato e presente, così accanto a nomi come Gil, Péricles, Alceu Valença, Ney Matogrosso, si sono esibiti artisti della scena contemporanea, dal neo samba-soul di Liniker, prima donna transgender a vincere un Latin Grammy, al piseiro di João Gomes fino all’intimo cantautorato di Tim Bernardes. L’effetto complessivo è quello di un immaginario variegato ma compatto, in cui l’attenzione all’estetica e alle sonorità retrò, soprattutto degli anni Settanta, non si traduce in una nostalgia passatista, ma in un linguaggio maturo, affascinante, aperto al mondo e allo stesso tempo orgogliosamente nazionale. Antropofagia digitale Ma possiamo ancora parlare di soft power in questo caso? La musica brasiliana riesce ancora oggi a creare ‒ e vendere ‒ un immaginario a livello mondiale come ha fatto la Corea del Sud con il K-pop, ad esempio? Per il pop latino gli ultimi anni sono stati di grande fermento e ridiscussione identitaria, se pensiamo al fenomeno globale del portoricano Bad Bunny che ha saputo trasformare un genere “innocuo” come il reggaeton in un gesto politico, o quello degli argentini Ca7riel e Paco Amoroso che si sono imposti come perfetto tramite tra la musica latina, il jazz e l’elettronica. Oggi il cuore pulsante della scena brasiliana non batte più sulla spiaggia di Ipanema, ma nelle metropoli, partendo dalle stesse radici della bossa nova per arrivare a risultati diversi. Se quest’ultima, ibridando samba e jazz, aveva costruito un suono e un’immagine desiderabile del Brasile, esportabile in tutto il mondo, oggi il mescolarsi di generi come rap, baile funk, grime, attraverso le piattaforme digitali sta restituendo un Brasile plurale, frammentato ma connesso. È l’antropofagia di Oswald de Andrade che si fa digitale: si mangia “l’altro” per assorbirne la forza e restituire una sintesi che del passato mantiene l’anima, ma del presente comanda il ritmo e racconta le tante identità di un Paese in fermento. Ma è soprattutto l’approccio gambiarra che, dal basso, lega tutto. > Se la bossa nova, ibridando samba e jazz, aveva costruito un suono e > un’immagine desiderabile del Brasile, esportabile in tutto il mondo, oggi il > mescolarsi di generi come rap, baile funk, grime, attraverso le piattaforme > digitali sta restituendo un Brasile plurale, frammentato ma connesso. Prendiamo l’esempio del baile funk brasiliano, ritmo derivativo del samba nato negli anni Settanta dai baile, feste popolari che animavano diverse favelas e zone periferiche di Rio de Janeiro, organizzate con mezzi di fortuna, speaker malandati, attrezzature prese in prestito. Un approccio creativo, che sopperiva alle mancanze strutturali, ma che ha anche creato un suono caratteristico, sporco, metallico, molto ritmato, con melodie asciutte che tanto deve all’influenza della musica di Afrika Bambaataa e del Miami Bass in particolare. La riduzione del funk originario all’accostamento del ritmo dei bassi e di una base cantata ‒ o parlata ‒ da parte del MC, insieme all’utilizzo di una strumentazione molto semplice, ha permesso ai giovani delle favelas di creare e far circolare facilmente brani propri negli eventi funk diffusi in città. Negli anni il baile funk è diventato espressione della vita delle favelas, ma anche terreno di rivalsa di molte artiste donne come Mc Carol o Tati Quebra Barraco che, tramite lo sfoggio di testi spinti e consapevoli tipici del funk sensual, hanno potuto mandare un messaggio di emancipazione dal modello maschile, di accettazione e rivendicazione del proprio corpo, di ribellione alle violenze. Da fenomeno della periferia, poi, il baile funk e la sua estetica sono diventati un ingrediente importante del pop brasiliano a livello globale, se pensiamo a un’artista come Anitta che nei suoi video mostra spesso un Brasile grottesco, sporco, ma allo stesso tempo sensuale e colorato, puntando su quella estetica della favela che attraverso TikTok sta cambiando anche la percezione dei turisti su zone delle metropoli da sempre considerate off limits, come vedremo tra poco. Secondo un report di Splice, piattaforma per musicisti e produttori che offre una vasta libreria di sample, al di fuori di San Paolo, i download più alti di funk brasiliano si trovano a Brooklyn, Parigi, Berlino, Sydney, Istanbul, Los Angeles, Montreal, Barcellona, Colonia e Queens. Negli ultimi tre anni, le ricerche per il genere sulla piattaforma sono aumentate in media del 15% ogni mese, e la sua crescita non si è ancora rallentata. Discorso molto diverso, ma che rientra nello stesso tema, è quello del phonk, anch’esso di origine americana ‒ nasce a Memphis negli anni Novanta ‒ ed esploso, nella sua versione “drift”, nell’Est Europa, che proprio in Brasile, opportunamente “mangiato” e “digerito” secondo l’idea dell’antropofagia, è diventato un fenomeno a sé, conquistando anche l’Italia con artisti come MC Staff e trainando la Gen Z verso ritmi di San Paolo attraverso TikTok. Un genere diventato sinonimo di viralità, facendo enormi numeri su piattaforme di streaming e social media. O ancora, l’operazione fatta da alcuni MC brasiliani con il grime britannico, fondendolo con i ritmi più caldi del baile funk per creare un ibrido improbabile ma con una sua identità molto forte, che molti chiamano brime o grime-funk proprio per distinguerlo dall’originale. Nel suo documentario COMO VOCÊ, Jesse Bernard racconta proprio le radici non solo musicali, ma anche politiche e sociali, che formano i legami tra queste due scene all’apparenza lontanissime. L’estetica della favela Il concetto di gambiarra si può anche applicare al fenomeno piuttosto recente di estetizzazione della favela. I generi musicali nati in seno a queste realtà come il baile funk, hanno dato anche vita a una certa poetica della favela come luogo autentico e folcloristico. La popstar Anitta nel suo EP Funk Generation: A Favela Story, accompagnato da alcuni video che descrivono la vita a Rio, ha sdoganato questo immaginario anche oltre i confini nazionali. Nel video di Girl from Rio l’iconografia classica di Garota de Ipanema viene divorata e risputata mostrando la Piscina de Ramos (una laguna artificiale di acqua salata nella favela di Maré, a Rio de Janeiro) e la sua varia umanità. Siamo di fronte a una nuova forma di iconofagia, tema affrontato molto bene dal sociologo brasiliano Norval Baitello Junior: il Brasile non subisce più l’immagine che il mondo proietta su di esso, ma divora i linguaggi della tecnica globale per imporre una propria egemonia del gusto. > Si è sviluppata un’arte di arrangiarsi che si mescola con il concetto di > iconofagia, distruggendo l’immagine patinata delle spiagge di Copacabana per > imporre una realtà suburbana che sta diventando un nuovo canone estetico > globale. Un processo che passa anche attraverso i social, Tik Tok e Instagram in testa, con influencer che mostrano un volto amichevole e pittoresco della favela ‒ come la brasiliana Ingrid Ohara che ha promosso la sua collaborazione con Shein in un video con drone nellafaveladi Rocinha a Rio de Janeiro ‒ e un turismo che si è adeguato di conseguenza. Sono nate agenzie turistiche che organizzano visite guidate come Na Favela Turismo, che nel 2025 ha ricevuto 41.000 visitatori a Rocinha e nel vicino quartiere di Vidigal. Se da un lato questo aiuta a creare un’economia pulita in contesti dove la criminalità ha tassi ancora molto alti, dall’altro rischia di appiattire la complessità di quelle stesse realtà. Un’arte di arrangiarsi che si mescola con il concetto di iconofagia, distruggendo l’immagine patinata delle spiagge di Copacabana per imporre una realtà suburbana che sta diventando un nuovo canone estetico globale. Verocai e il campionamento emotivo Esiste, infine, un momento preciso in cui il soft power smette di essere una strategia più o meno intenzionale e inizia a operare per vie traverse, secondo modalità molto meno lineari, e coincide con la riscoperta di Arthur Verocai da parte della scena hip hop americana all’inizio degli anni Duemila. Ingegnere civile prestato alla composizione, nato a Rio nel 1945, Verocai aveva inciso nel 1972 un bellissimo album omonimo che in patria venne ignorato per un insieme di motivi: l’atmosfera repressiva della dittatura militare di quel periodo, le musiche che tentavano di ibridare la grande tradizione orchestrale con le asperità del funk e del pop, considerate troppo complicate per l’epoca, il carattere schivo del compositore. Quarant’anni dopo, quel disco “sbagliato” viene scovato dai crate diggers della scena hip hop americana, e geni del campionamento come MF DOOM, Madlib o Ludacris iniziano a isolare i loop di Verocai per innestarli nelle loro metriche, compiendo non tanto un’operazione nostalgia, ma un atto di campionamento emotivo. I suoi archi cinematici e i suoi tempi dispari forniscono un codice di eleganza malinconica, quella saudade urbana e meticcia, alla musica del nuovo millennio. Oggi quell’album è considerato una pietra miliare del genere, e Verocai ha ricominciato a fare musica da diversi anni collaborando con gruppi della nuova scena jazz mondiale come i canadesi Badbadnotgood e gli australiani Hiatus Kaiyote, portando la sua musica su palchi importanti fuori dal Brasile come il festival We Out Here e, nel 2020, sulle passerelle dell’ultima collezione disegnata da Virgil Abloh per Louis Vuitton, grazie al lavoro di Tyler, the Creator e della Chineke! Orchestra sotto la direzione del maestro venezuelano Gustavo Dudamel. È la prova che la cultura brasiliana possiede una forza di gravità propria, e anche se non passa per le radio, riesce a scorrere sottopelle prima nei campionamenti e poi nelle collaborazioni con artisti internazionali. L'articolo Il suono del Brasile proviene da Il Tascabile.
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Corpi che vogliono danzare
M ia madre mi racconta sempre che il sogno della mia bisnonna era volare. Nata nel 1918 in una piccola frazione di Perugia, è morta a novantaquattro anni. E qualche tempo prima di salutarci si è fatta portare all’Aeroporto dell’Umbria e ha preso una lezione di volo. Lo stesso desiderio lo ha Tereza che di anni ne ha settantasette e vive in un Brasile futuribile e autoritario, dove lo Stato ha deciso che la sua vita non è più produttiva. Una nuova legge, infatti, impone a tutti gli anziani di ritirarsi in apposite colonie per “restituire ossigeno” ai giovani. È questa la premessa distopica da cui muove Il sentiero azzurro (2025), l’ultima opera del regista brasiliano Gabriel Mascaro. La sua non è una distopia di violenza esplicita, di sorveglianza panottica o di brutale soppressione del dissenso. È qualcosa di più perturbante: una biopolitica della vecchiaia, dove il controllo si esercita attraverso una logica neoliberale di efficienza e produttività. Se la fantascienza ci ha abituati a futuri ossessionati dal controllo delle nascite, Mascaro opera un ribaltamento: la sua indagine non si concentra sull’inizio della vita, ma sulla sua gestione terminale. Gli anziani, prima lodati per il loro contributo allo Stato (vengono celebrati con medaglie, le porte delle loro case vengono ornate con giganteschi allori, tanto che Tereza si chiede “da quando è un onore invecchiare?”), vengono poi gentilmente accompagnati ai margini perché il loro bilancio metabolico con la società è ormai considerato passivo. In questo contesto si inscrive il percorso curioso e accidentato di Tereza che, dopo essersi ritrovata sotto la custodia della figlia, e quindi impossibilitata a comprare un biglietto aereo per sé, decide di prendere vie alternative. Per arrivare a trovare un ultraleggero, deve passare via mare e qui incontra Cadu, un marinaio che la imbarca clandestinamente. Cadu ha un’andatura claudicante, manovra il timone con i piedi e sniffa polveri scure. E soprattutto le racconta la leggenda del “sentiero azzurro”: l’esistenza di una lumaca che lascia una scia blu cobalto che, se iniettata negli occhi, permette di vedere il proprio futuro. Mascaro ci mostra il rituale e indugia nel raccontarlo: le gocce che cadono piano nelle pupille del marinaio, la parte bianca dell’occhio che diventa di un blu intenso, i sudori, l’agitazione, il corpo che scopre curiosamente lo spazio intorno a sé, che sembra vedere oltre. > Quella di Mascaro non è una distopia di violenza esplicita, di sorveglianza > panottica o di brutale soppressione del dissenso. È una biopolitica della > vecchiaia, dove il controllo si esercita attraverso una logica neoliberale di > efficienza e produttività. Mascaro non ci fa vedere quello che vede Cadu, ce lo fa percepire come se fossimo dei compagni di viaggio. Il marinaio si lascia andare a confessioni melense sull’amore, come se una febbre improvvisa o un fulmine l’avesse colpito nel petto. È completamente altrove. In un mondo che pianifica e controlla il futuro dei suoi cittadini attraverso dati e leggi, la possibilità di una visione alternativa rappresenta un’epistemologia della resistenza, un modo di conoscere il mondo che sfugge alla catalogazione e al controllo. Mascaro riesce a rappresentare, senza retorica, il cortocircuito tra tardo-capitalismo e pensiero magico. C’è poi una breve sequenza in cui vediamo, lungo il fiume, un’enorme distesa di pneumatici, accatastati uno sopra l’altro, è un paesaggio postantropocene: la natura che torna alla natura quando non è più utile. Cadu spiega che per fare le gomme serve il lattice dell’albero che viene estratto dalle foreste, ma una volta che la gomma è consumata e non ha più nessun utilizzo, viene rispedita al mittente (Tereza commenta “il problema del male è che visto da lontano sembra quasi bello”); il risultato è un’immagine spettrale e affascinante, mesmerica, in cui si confonde sempre di più il confine della realtà che ci circonda. Il suo viaggio lungo il Rio delle Amazzoni non è solo una fuga geografica, ma una discesa in una dimensione ecologica e simbolica. Come nota Marianna Lucia Di Lucia in un pezzo uscito su Fata Morgana, Mascaro istituisce un parallelismo cruciale tra la condizione di Tereza e quella della natura stessa, “entrambi corpi sfruttati e vampirizzati dal sistema industriale”. L’Amazzonia, nel film, non è una semplice ambientazione, ma una coprotagonista. È un organismo vivente, pulsante, ma allo stesso tempo ferito, depredato, una risorsa da gestire e ottimizzare secondo la stessa logica che governa i corpi umani. Ricongiungendosi al fiume, Tereza compie un atto di solidarietà implicita con un altro grande “improduttivo” agli occhi del capitalismo estrattivo. Mascaro si sa muovere sul margine sottile e impervio della rappresentazione del rapporto tra essere umano-natura, non ci sono grandi campi, vedute a volo d’uccello o droni stucchevoli, non c’è una spettacolarizzazione dell’Amazzonia, lo sguardo del regista è sempre su Tereza o sul binomio Tereza-foresta come un tutt’uno. La camera segue il percorso della sua protagonista cercando di rimanere sempre all’altezza della donna, non ha uno sguardo d’insieme sul circostante ma è come se mettesse insieme i pezzi di un puzzle, piano piano e senza la presunzione di arrivare a un’immagine completa. “Ho cercato di rappresentare un’Amazzonia contemporanea in cui è possibile confrontarsi con le contraddizioni del presente e l’appropriazione del capitalismo all’interno di queste foreste” dice in una recente intervista Mascaro. > L’Amazzonia, nel film, non è una semplice ambientazione, ma una > coprotagonista. È un organismo vivente, pulsante, ma allo stesso tempo ferito, > depredato, una risorsa da gestire e ottimizzare secondo la stessa logica che > governa i corpi umani. La struttura del film si modella così su quella di un anomalo e inverso coming of age. Non è l’ingresso nell’età adulta a definire la trasformazione della protagonista, ma l’uscita da un’intera vita di ruoli sociali codificati – madre, lavoratrice, cittadina obbediente – per riscrivere da zero la propria identità. Se l’adolescente cerca il suo posto nel mondo, Tereza cerca un mondo al di fuori del posto che le è stato assegnato. È un processo di de-socializzazione, di sottrazione. Per essere libera, deve prima di tutto smettere di essere ciò che la società si aspetta da lei: “Raramente vediamo gli anziani ribellarsi al sistema”, racconta Mascaro in un’intervista uscita per Variety, “è come se la ribellione fosse appannaggio esclusivo dei giovani”. La ribellione di Tereza rifiuta l’essenza di “anziana improduttiva” per riappropriarsi di quella, universale, di essere umano desiderante. Una rivoluzione che Mascaro fa partire dal corpo. “Negli ultimi dieci anni ho maturato una riflessione sul modo in cui il cinema rappresenta l’invecchiamento del corpo”, continua il regista, “ho constatato quanto spesso i corpi anziani fossero legati a una certa nostalgia per la vita. […] Non era mai un corpo presente, e questo ha cominciato a darmi fastidio”. Il cinema, e con esso la cultura occidentale, ha a lungo negato al corpo anziano la sua dimensione presente, relegandolo a due narrazioni principali: quella del contenitore di memorie, uno scrigno di un passato vissuto da contemplare con malinconia, o quella del corpo medicalizzato, un insieme di funzioni in declino da assistere e curare. In entrambi i casi, è un corpo privato di agency, di desiderio, di futuro. Il corpo di Tereza frantuma questa iconografia. È un corpo che abita ostinatamente il presente, che sente, che soffre, e soprattutto, che desidera. La sua fuga non è un ritorno nostalgico a un tempo perduto, ma una spinta propulsiva verso un’esperienza ancora da vivere. Dopo una notte sulla barca, Tereza riesce a trovare l’ultraleggero e il suo instabile pilota che le promette per giorni e giorni che avrebbe aggiustato il mezzo per portarla finalmente in cielo. Qui il film vira. Tereza capisce che non c’è speranza per il suo volo, torna a casa, ma ormai non può accettare di essere spedita nelle colonie. Quindi scappa di nuovo, torna verso il fiume e lì incontra Roberta, una marinaia che vive vendendo Bibbie elettroniche. Tereza scopre un altro modo di vivere e intesse un legame profondo, spirituale quanto fisico, con la donna (le vediamo viaggiare, bere, lavorare, danzare insieme). Fin quando appare un’altra lumaca dalla scia blu, e questo è il momento di passaggio fondamentale per il personaggio di Tereza: da osservatrice passiva (quasi disinteressata, e con un obiettivo fisso: volare prima che sia troppo tardi) passa all’azione. > La struttura del film si modella così su quella di un anomalo e inverso coming > of age. Non è l’ingresso nell’età adulta a definire la trasformazione della > protagonista, ma l’uscita da un’intera vita di ruoli sociali codificati per > riscrivere da zero la propria identità. È lei che introduce Roberta alla sostanza allucinogena, vuole fare parte di quell’esperienza, non crede più che il volo sia una breve parentesi della sua vita prima di essere spedita nelle colonie. Ormai non può più aderire a quel ruolo. La sua traiettoria è cambiata perché è cambiato il suo desiderio. Non c’è aderenza a un modello consolatorio. Il desiderio iniziale di Tereza, volare su un aereo, è sì, il motore evidente della trama, l’obiettivo a cui noi spettatori ci aggrappiamo. Eppure, il film sabota deliberatamente questa aspettativa. L’opera di Mascaro non è un film su come raggiungere un obiettivo, ma su come il desiderio si trasforma durante il viaggio e come può cambiare anche in una fase della vita come la vecchiaia, che è sempre proiettata verso il passato e mai verso il futuro. Le relazioni che Tereza intesse, l’incontro con una prospettiva di vita completamente diversa incarnata da Roberta, l’esperienza sensoriale del fiume, diventano più importanti della meta finale. L’invito del regista è quello di “danzare” e, in effetti, vediamo le due donne danzare insieme, sfiorarsi, toccarsi, ridere, appropriarsi del proprio spazio di libertà attraverso i loro corpi. Alla fine, dunque, che Tereza voli o meno su un aereo diventa quasi irrilevante. Il film di Mascaro si rivela così non solo una riscrittura del desiderio dei corpi anziani, ma una riflessione radicale su cosa significhi vivere al di là della metrica dell’utilità. In un’epoca e in un mondo che ci vuole perennemente performanti, Il sentiero azzurro ci ricorda che la forma più autentica di esistenza potrebbe risiedere proprio in quel desiderio che non produce nulla, se non la magnifica, irriducibile, scoperta di un altrove.   L'articolo Corpi che vogliono danzare proviene da Il Tascabile.
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Belém: voci fuori dalla COP30
I l 15 di novembre decine di migliaia di persone marciano per le strade della città brasiliana di Belém, in Brasile, dove è in corso la trentesima conferenza dell’ONU sul clima (COP, Conference of the Parties). L’hanno chiamata la COP del popolo, la COP dell’Amazzonia, la COP delle popolazioni indigene. C’è del vero in questo, dal momento che gli attivisti hanno occupato numerosi spazi della città e, in varie forme, hanno fatto di tutto per farsi ascoltare. È la COP del popolo, ma gran parte del popolo è fuori dai cancelli della Zona blu, sede dei negoziati, e, soprattutto, è lontano dai metal detector e dalle pareti bianco-grigie della COP ufficiale che i popoli possono lanciare i propri messaggi di rabbia e disperazione. È la controCOP del popolo, che ha dovuto ritagliarsi i suoi spazi. In manifestazione le rivendicazioni scritte con cura sui cartelloni, sugli striscioni e sulle magliette sono variegate: “Non esiste il capitalismo verde: Amazzonia viva, popolo forte”; “Agro è veleno”; “Protezione animale mondiale”; “Il sistema deve cambiare”; “Hanno rubato le nostre terre e ora vogliono rubare il nostro futuro”. Un cartellone verde mi colpisce più degli altri: “Il Rio Tapajós chiede soccorso”. È tenuto alle due estremità da due giovani donne indigene, entrambe truccate nella maniera tradizionale, ferme immobili fra il caos di persone che occupa la strada. Alle persone che le fotografano indicano la propria maglietta bianca: “Mulheres indigenas As Karuana”. Le parole scritte sul loro cartellone mi si fissano in testa, e ancora vi rimangono, perché risuonano con le lacrime di una donna con cui ho parlato qualche giorno prima nel quartiere periferico di Guamá. Indicando la propria casa fatta di palafitte e travi di legno, l’immondizia disseminata per terra e suo figlio, aveva detto: “Continuiamo a chiedere aiuto, ma nessuno ci ascolta. Vi prego, aiutateci”. Immagino che queste tre donne non si conoscano, ma le loro parole tessono un filo che le unisce e che unisce la resistenza indigena alla resistenza di coloro che abitano i quartieri più poveri e dimenticati. Tuttavia, se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a far sentire la propria voce, gridando più forte del silenzio gelido emanato dalla Zona blu, dall’altro il grande evento climatico dell’anno invadeva la città, portando miglioramenti estetici e strutturali, turismo, denaro, mentre chi abita le zone più povere e in difficoltà è rimasto ai margini, escluso dalla maggior parte dei dibattiti. Forse è questo il più grande fallimento della COP, come accade a tanti grandi eventi. L’importanza degli spazi che l’evento va a occupare viene narrata solo a livello geopolitico, geografico, ambientale, e non chiama a consulta la maggior parte delle persone che quegli spazi li camminano ogni giorno, le persone che chiamano casa quella città o quello Stato. In questo caso, persone che vivono ogni giorno gli effetti dei cambiamenti climatici.   La manifestazione del 15 novembre 2025 fuori dal mercato di São Brás, Belém (fot. Sophia Grew). La “COP dei popoli” André Corrêa do Lago, il presidente della COP30, ha parlato del grande evento usando il concetto braziliano di mutirão, assimilabile allo spagnolo minga: definisce il lavoro di una comunità che si riunisce per lavorare a uno scopo comune, generalmente per il bene di tutti, senza compenso economico ma per il supporto reciproco. Mutirão è una parola originaria della famiglia di lingue indigene tupí-guaraní e il presidente della COP30 ha voluto usarla per invitare il mondo a mobilitarsi in maniera collettiva nell’azione contro i cambiamenti climatici: “Condividendo questa conoscenza ancestrale e la tecnologia sociale, la presidenza della COP30 invita la comunità internazionale a unirsi al Brasile in un mutirão globale contro i cambiamenti climatici, uno sforzo globale di cooperazione fra popoli per il progresso dell’umanità”. Ma bastava passare fuori dai cancelli della Zona blu, fra le persone benvestite che si scattavano foto di gruppo e selfie davanti alla scritta “Cop30”, per sentire che il vero mutirão, la vera minga, non stava avvenendo lì. E forse non stava avvenendo neanche nella Zona verde o nella Free zone. Negli auditorium delle università, leader indigeni e attivisti raccontavano la lotta per proteggere i propri territori, in Brasile, Ecuador, Perù e Colombia ma anche in angoli più lontani del mondo. > Se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a > far sentire la propria voce, dall’altro il grande evento climatico dell’anno > ha portato turismo e denaro, mentre chi abita le zone più povere della città è > rimasto ai margini, escluso dai dibattiti. Gli occhi del mondo si sono rivolti ai popoli indigeni arrivati fino a Belém, vestiti da capo a piedi con i loro abiti tipici, una rivendicazione della propria cultura che partiva dalla propria presentazione estetica. Il governo brasiliano ha organizzato un villaggio, Aldeia, per accogliere le popolazioni indigene di tutto il mondo durante la conferenza, allestita in una delle sedi dell’Università federale di Pará. Alla serata di apertura alcuni gruppi di persone indigene, fra cui famiglie intere, hanno inaugurato lo spazio con danze e canti. Intorno, una schiera di fotografi li circondava. Alla fine, in effetti, la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena della storia, con almeno tremila rappresentanti. “Finora, il numero massimo è stato di 350 indigeni provenienti da tutto il mondo, alla COP21 di Parigi nel 2015 e anche alla COP28 di Dubai. Ora stiamo richiedendo, insieme alla presidenza della COP, la partecipazione di 500 indigeni dal Brasile e 500 indigeni da tutte le altre parti del mondo. In altre parole, stiamo parlando di mille indigeni accreditati nella Zona blu”, aveva affermato Sonia Guajajara, ministra dei Popoli indigeni del Brasile. Dunque, solo una parte delle persone indigene presenti ha potuto effettivamente accedere all’area dei negoziati. Una mattina osservo una famiglia avvicinarsi alle transenne che separano il cortile dalla Zona blu, con i metal detector, le pareti bianco-grigie e le luci al neon. Il padre indossa un copricapo di piume. Si avvicina alle guardie che sorvegliano l’ingresso, ma viene rimandato indietro: non ha un pass per entrare. L’uomo comprende, non protesta, ma tira fuori il telefono dalla tasca e scatta una foto alla scritta: “Welcome to COP30”. Gli occhi del mondo, dunque, si sono rivolti a quelle popolazioni che vivono a stretto contatto con l’ambiente naturale e che percepiscono, soffrendole, le sue alterazioni. Spesso la cosmovisione e la spiritualità di questi popoli ha un legame essenziale con i fiumi, le montagne, i boschi, il sole, la luna; ma, soprattutto, i popoli originari vivono di questi elementi stessi. Se utilizzano l’acqua dei fiumi per bere, per lavarsi, per cucinare, nel momento in cui il fiume viene contaminato dal petrolio, perdono la loro principale forma di sussistenza. Ad esempio, gli sversamenti di crudo nelle zone amazzoniche sono tanti e ognuno di essi finisce per impattare sulla salute e sull’economia familiare delle comunità che vivono vicino ai pozzi e ai tubi che trasportano il petrolio. Nonostante l’esplicita decisione del governo brasiliano di mettere le popolazioni indigene al centro di questa COP, non tutti coloro che partecipano si sentono ascoltati e giustamente rappresentati. Nei confronti dei negoziati percepisco un generale senso di sfiducia, e a ragione, dal momento che il sistema di pressione e trasparenza implicito in accordi come quelli di Parigi del 2015 ha dimostrato la sua fallibilità: gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo le conseguenze. E, soprattutto, nemmeno a livello locale le popolazioni impattate hanno visto miglioramenti. “Veniamo qui per ascoltare”, mi dice un leader indigeno della nazionalità Shuar dell’Ecuador, mentre si accinge a varcare l’ingresso della Zona blu. “Sappiamo che quello che diranno ci riguarda e ci impatta, dunque veniamo per ascoltare e per comprendere”. A tutti chiedo la stessa cosa: se sentono che la loro presenza qui possa avere un impatto. E tanti rispondono che dentro i negoziati non c’è speranza, ma che fuori, fra comunità e attivisti, si può smuovere qualcosa. “A volte torniamo a casa con la sensazione che siamo stati qua, ma non è cambiato nulla, non cambierà nulla nel sistema e ancora una volta torneremo alla vita di sempre”, mi dice un attivista. Da trent’anni lotta contro le estrazioni petrolifere nella sua comunità e ha l’aria stanca. > In effetti, la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena > della storia, con almeno tremila rappresentanti. Un partecipante su 25 nella COP30 rappresenta l’industria dei combustibili fossili, stando a un’analisi della coalizione Kick Big Polluters Out (KBPO), per un totale di 1600 lobbisti del fossile. Il Paese che ha una delegazione più folta è il Paese ospitante, il Brasile. D’altronde, gli ultimi tre vertici erano stati ospitati da Stati petrolieri: Azerbaijan, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, con un record di 2456 lobbisti di olio e gas presenti alla COP28. E ancora, una ventina di giorni prima dell’inizio della conferenza climatica in Brasile, le autorità hanno rilasciato alla compagnia petrolifera Petrobras una licenza per perforare un pozzo esplorativo nel bacino di Foz do Amazonas, la foce del Rio delle Amazzoni. Questa è l’area geografica in cui il fiume più lungo del mondo sfocia nell’Oceano Atlantico; è un luogo ricco di biodiversità ed è la casa di diversi popoli indigeni. Martedì 11 novembre un gruppo di persone indigene valica i cancelli e la sicurezza della Zona blu, rompendo una barriera simbolica piuttosto importante. Il venerdì della stessa settimana, una cinquantina di persone della popolazione Munduruku protestano bloccando pacificamente l’ingresso ai negoziati. Dopo qualche ora, non vi è traccia di loro, ma davanti alla Zona blu marciano le forze dell’ordine, mentre volontari del WWF distribuiscono ventagli.   Alcune manifestanti il 15 novembre: «Amazzonia libera da petrolio e gas», «Delimitare i territori è combattere i cambiamenti climatici», Belém (fot. Sophia Grew). Qualcun altro mi fa notare che esistono spazi di condivisione e di creazione di soluzioni, come la Cupola dos povos, la People’s summit, dove si può provare una sensazione del tutto diversa. Nei giardini e nelle aule dell’Università che ospita il controevento si respira il confluire di numerose lotte. Oltre cinquemila persone e duecento imbarcazioni hanno riempito il fiume Guamá durante la Barqueata di inaugurazione e oltre venticinquemila persone si sono registrate per partecipare a dibattiti, seminari, eventi. Nella dichiarazione finale, le istanze emergono con chiarezza. No alle false soluzioni del mercato, perché “aria, foreste, acqua, terra, minerali e fonti di energia non possono essere proprietà privata”. E ancora: “Chiediamo la partecipazione e la leadership dei popoli nella costruzione di soluzioni climatiche, riconoscendo il sapere ancestrale”. Chiedono dunque la fine dei combustibili fossili, il sostegno all’agroecologia, i diritti territoriali degli indigeni, città senza segregazione e razzismo ambientale, e che finalmente cessi il dominio delle grandi aziende multinazionali. È una lotta che non aspetta, ma che si organizza, punta il dito contro i responsabili e propone soluzioni eterogenee, il vero mutirão di questa COP30. Silenzio in periferia “Chiediamo la lotta contro il razzismo ambientale e la costruzione di città e periferie vivibili attraverso l’attuazione di politiche e soluzioni ambientali. L’edilizia abitativa, i servizi igienico-sanitari, l’accesso e l’uso dell’acqua, il trattamento dei rifiuti solidi, il rimboschimento e l’accesso alla terra e ai programmi di regolarizzazione fondiaria devono tenere conto dell’integrazione con la natura”. È uno dei punti della dichiarazione finale del People’s summit. Le periferie cittadine hanno preso poco spazio sui media, anche se molte persone si sono attivate a riguardo ed erano presenti sul territorio a Belém. La narrazione di questa COP ha giocato molto intorno ai concetti di “centro” e di “periferia”: è la prima conferenza sul clima che si tiene in Amazzonia, il polmone del mondo, una delle zone più fragili e più importanti per la regolazione delle temperature, troppo spesso lasciata da parte e dimenticata. Qui, al centro del globo, dopo anni di silenzio convergono a una COP coloro che sono marginalizzati. È la COP delle periferie del mondo, al centro del mondo. Ciò che è centro e ciò che è periferia si scambiano, per una manciata di giorni, a Belém. In realtà, appunto, il distacco fra le istanze popolari e ciò che avviene nei negoziati sembra prevalere, e questa distanza pare ancora più forte per quanto riguarda le periferie, che non trovano nei media e nella discussione pubblica lo stesso spazio trovato dalle comunità indigene. Eppure, l’Amazzonia non è solo una terra naturale di popolazioni originarie, palme, fiumi e cascate. In Amazzonia oggi ci sono grandi città, come Belém, nella cui area metropolitana vivono due milioni e mezzo di persone: la maggior parte di loro vive in baraccopoli. Qui, i cambiamenti climatici da tempo impattano la vita quotidiana. In occasione della COP il governo dello Stato del Pará ha avviato progetti infrastrutturali per lo sviluppo urbano e per accogliere i turisti, come il Parque da cidade, Parco della Città, cinquecentomila metri quadrati con museo, ristoranti, percorsi pedonali e ciclabili. Un primo punto critico è che il progetto è in mano al gigante minerario Vale, responsabile di due disastri ambientali: nel 2015 e nel 2019 erano crollate le dighe di scorie nello Stato di Minas Gerais, causando la morte 291 persone e contaminando i fiumi per centinaia di chilometri. Inoltre, anche se il parco dopo la COP diventerà un luogo pubblico, il rischio di queste innovazioni urbane è che finiscano per contribuire a un generale aumento dei prezzi, quindi escludendo i ceti popolari. > Gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature > globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo > le conseguenze. Già in passato l’espansione della città non è stata neutrale, ma ha prioritizzato gli interessi del mercato immobiliare, relegando le classi meno abbienti in zone fatiscenti. C’è il rischio che anche gli abbellimenti portati dalla COP attraggano nei quartieri investimenti e abitanti più ricchi, innescando il meccanismo di espulsione dei ceti bassi che è tipico della gentrificazione. Sta già succedendo. “Sebbene l’inflazione in Brasile e a Belém non sia significativamente diversa (rispettivamente 4,68% e 4,87% su 12 mesi), le voci dalla COP30 raccontano una storia diversa. I prezzi degli alloggi in Brasile, ad esempio, sono aumentati del 10,33%, mentre l’aumento a Belém ha raggiunto il 19,17% nello stesso periodo”, riporta Valor International. Chi non ha già un contratto di affitto a lungo termine dovrà sottoscrivere un contratto che sarà inevitabilmente influenzato da questo andamento dei prezzi. In poche parole, le case sono già diventate più care per i residenti di Belém. Un’altra infrastruttura figlia della COP30 è il nuovo mercato di São Brás. È stato ristrutturato per la COP30 e ora ha un aspetto nuovo e moderno, con le pareti tutte bianche. Perfetto per accogliere i turisti. Qui c’è la sensazione che il grande evento climatico stia portando cose buone, principalmente ricchezza. Anche nei dintorni, addentrandosi nel quartiere di Guamá, uno dei più grandi e popolosi della città, si sente dire che la città è migliorata. Canali che un tempo erano pieni di immondizie sono adesso ben costruiti e non gettano più un cattivo odore tutt’intorno. Ma più mi addentro nel quartiere, più le case intorno a me si fanno povere, più mi si appiccica addosso un senso di abbandono, riflesso dalle parole delle persone che incontro. Proprio quando imbocco uno dei primi vicoli che porta verso le case di legno costruite su palafitte, là dove l’acqua lambisce le porte delle case portando con sé immondizie e malattie, proprio addentrandomi in questa zona incontro un signore che mi dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora cambiato niente”. Alla prossima pioggia, tutto il quartiere si allagherà. Anche le strade principali saranno coperte d’acqua, le moto ci sfrecceranno dentro, quasi del tutto sommerse. Le case di legno sulle palafitte, dove vive la parte più povera della popolazione, si inonderanno e, ancora, l’acqua sporca trascinerà con sé bottiglie di plastica, tappi, batteri.   Uno scorcio della parte più periferica del quartiere di Guamá, Belém (fot. Sophia Grew). È da tempo che le classi più povere, relegate nelle periferie da meccanismi di questo tipo, soffrono i cambiamenti climatici. A questo proposito, cinquanta collettivi e mille leader comunitari di São Paulo hanno firmato la “Lettera di impegno – Periferie per il clima”, denunciando gli impatti ambientali sofferti nelle periferie e proponendo soluzioni; hanno portato le loro analisi e le loro istanze alla COP30. “Nel corso degli anni, queste comunità hanno vissuto tragedie causate da piogge intense, inondazioni e smottamenti. Se già prima questi disastri compromettevano le condizioni di vita delle persone, facendo loro perdere i propri beni e persino le proprie abitazioni, oggi hanno un impatto anche sulla loro salute fisica e mentale”. È dunque necessario che i cittadini siano coinvolti nelle decisioni che riguardano il loro territorio. E poi non ampliare le discariche nei quartieri più poveri, responsabilizzare le imprese che inquinano, migliorare la gestione dei rifiuti, l’educazione ambientale, l’edilizia popolare e i servizi igienico-sanitari di base. Scrivono: “Ci sono già morti nei quartieri per questioni ambientali. La leptospirosi, la dissenteria e la polmonite sono diventate frequenti e la nostra salute mentale sta crollando. Non può essere altrimenti per chi convive con fogne a cielo aperto e inquinamento dell’aria e dell’acqua. A questo si aggiunge il problema cronico della gestione dei rifiuti: inceneritori che avvelenano l’aria con gas tossici, discariche che contaminano il suolo e le falde acquifere, senza alcun tipo di pianificazione ambientale né attenzione per le popolazioni vicine. Questa politica di abbandono trasforma i nostri territori in zone di sacrificio, dove la vita della popolazione vale meno dei profitti delle aziende e della negligenza del potere pubblico”. > Quando imbocco uno dei vicoli che portano verso le case di legno dove l’acqua > lambisce le porte portando immondizie e malattie, incontro un signore che mi > dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora > cambiato niente”. La mobilitazione che è avvenuta in occasione della COP30 è forte, tocca dritto al cuore. Ciò che avviene dentro i negoziati, ad esempio il fatto che il testo finale non menzioni affatto una strada per l’abbandono progressivo dei combustibili fossili, non stupisce e sembra perdere di importanza. Ma nei quartieri e nelle foreste, le persone e i fiumi lanciano comunque grida di aiuto. I quartieri si inondano e si ammalano. Nella biodiversa Amazzonia che ha ospitato l’evento continuano le estrazioni petrolifere e la terra continua a essere contaminata da quello stesso petrolio che, bruciando, contribuisce al riscaldamento globale. Per quanto valorosa, questa lotta a oggi non basta a far cambiare rotta ai governi e alle multinazionali: le persone impattate dovranno essere coinvolte affinché non si trovino a chiedere, ancora una volta, aiuto. I decisori chiusi dentro alla Zona blu devono aprire le porte o, ancora una volta, toccherà entrare con la forza. L'articolo Belém: voci fuori dalla COP30 proviene da Il Tascabile.
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