“Oggi c’è qualche maître à penser, categoria non particolarmente apprezzabile,
che ha rispolverato le vecchie concezioni della guerra: la guerra come pulizia
del mondo, bello è morire per la patria. No, bello è vivere per la patria, non
morire per la patria“. Sono le parole pronunciate a In altre parole, su La7, da
Gustavo Zagrebelsky, giurista e costituzionalista, professore emerito di Diritto
costituzionale all’Università di Torino, già giudice e presidente della Corte
costituzionale. Un intervento che si sviluppa come una riflessione severa sul
ritorno di un immaginario bellico e sull’indebolimento delle regole che
dovrebbero governare la convivenza internazionale.
Il giurista esordisce sottolineando il rapporto tra diritto e forza. “Il diritto
può valere a condizione che non ci sia una forza sola e straripante, perché a
quel punto evidentemente non sa che farsene delle regole”. Le regole, spiega,
“funzionano in quanto ci siano più soggetti internazionali, ciascuno dei quali è
interessato a mantenere fermo un quadro, il quadro delle regole, senza il quale
può venire il peggio per ciascuno di loro”.
In questo contesto, avverte, è “inutile invocare in astratto la legge, i
trattati, il diritto internazionale, l’Onu“. Il problema è strutturale: “il
vizio sta al fondo”. Il mondo costruito dopo la guerra fredda, osserva
Zagrebelsky, aveva un punto di equilibrio nel rapporto Est-Ovest, e in quel
quadro “i trattati in qualche modo valevano”. Oggi, invece, “abbiamo dei
soggetti che si ritengono ciascuno sovrano rispetto alle proprie politiche e non
gli importa niente delle regole di coesistenza tra tutti”.
L’Unione europea, in questo scenario, appare marginale. “L’Europa è messa fuori
da questo quadro perché non ha la potenza sufficiente“, afferma il
costituzionalista, aggiungendo però che “eppure potrebbe averla”.
Il nodo centrale viene riassunto in una formula sintetica: “il diritto senza
forza è impotente, la forza senza diritto è tirannica“. Il problema, sottolinea
Zagrebelsky, è “trovare il modo di far coesistere i due lati”, evitando sia
l’illusione di un diritto disarmato sia la deriva autoritaria della forza
sganciata da ogni limite.
Quanto all’insofferenza diffusa verso il diritto internazionale, Zagrebelsky
invita a guardare più lontano: “Faremo poi il bilancio alla fine di questa
storia: nelle cose umane non c’è nulla di eterno. La verità è che siamo oramai
troppo lontani dalla seconda guerra mondiale, cioè abbiamo perso la memoria di
che cosa vuol dire una guerra e tanto più in un’epoca come la nostra, dove gli
strumenti di distruzione sono imparagonabili a quelli che esistevano allora. In
Europa – conclude – all’epoca si sono fatti 50 milioni di morti più o meno,
nessuno li ha mai contati. Ma una guerra mondiale che cosa vorrebbe dire oggi
con gli armamenti che ci sono?“.
L'articolo Zagrebelsky a La7: “Bello è vivere per la patria, non morire. Abbiamo
perso la memoria di cosa vuol dire una guerra” proviene da Il Fatto Quotidiano.